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Fixed Income – Perché i rendimenti reali sono davvero importanti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 Maggio 2021

A cura di Mickael Benhaim, Head of Fixed Income Investment Strategy & Solutions. È comprensibile che gli investitori obbligazionari siano leggermente disorientati. Le esperienze passate non contano molto quando il mondo è alle prese con una pandemia globale. E non c’è neppure un manuale pratico che spieghi cosa aspettarsi quando l’enorme ondata di stimoli fiscali e monetari si interromperà. Eppure, in questo scenario incerto, c’è un indicatore la cui importanza per la costruzione del portafoglio rimane invariata: il rendimento reale.I rendimenti reali, vale a dire il ritorno annualizzato che un titolo di Stato garantisce una volta detratta l’inflazione, possono fornire una chiave di lettura affidabile sulla crescita economica futura e sulla politica monetaria; inoltre, hanno un forte impatto sull’attrattiva delle valute e dei titoli a reddito fisso più rischiosi.I rendimenti reali sono associati soprattutto al rendimento del Treasury Inflation Protected Security decennale statunitense (noto anche come TIPS): il titolo indicizzato più liquido e più negoziato al mondo.Per diversi anni, i rendimenti sui titoli TIPS USA, nei quali il pagamento delle cedole e del capitale è legato all’indice dei prezzi al consumo statunitensi, sono stati negativi e attualmente si trovano uno 0,92% sotto lo zero.Questo dato insolitamente basso certifica le politiche ultra-accomodanti messe in atto dalle banche centrali per rilanciare l’economia e implica che, nel lungo termine, un investimento in titoli di Stato statunitensi a basso rischio si tradurrà in una perdita in termini reali.Un rendimento reale negativo ha avuto un impatto anche sul rischio. La consapevolezza che un investimento di base, come i Treasury USA, potrebbe comportare una perdita è stata determinante nell’incoraggiare gli investitori a incrementare l’esposizione a titoli a reddito fisso più rischiosi all’interno dei loro portafogli. Tutto ciò contribuisce a spiegare perché un possibile aumento dei rendimenti reali statunitensi potrebbe, nei prossimi mesi, diventare un tema costante nelle cronache borsistiche.Scomponendo l’inflazione di break-even nelle sue parti, gli investitori possono ottenere indizi di vitale importanza sulla direzione futura di mercati, politica ed economia.La nostra analisi storica di queste dinamiche rivela l’esistenza di quattro distinte fasi per il rendimento reale o “regimi”. Ogni regime comporta una serie di implicazioni per gli investimenti ed è caratterizzato da una combinazione specifica di movimenti sia del rendimento reale sia del tasso di break-even.Nel regime uno, l’inflazione di break-even è in aumento e la ragione di ciò è soprattutto il calo costante dei rendimenti reali. In questa fase, le banche centrali continuano a effettuare tagli dei tassi d’interesse per un lungo periodo al fine di sostenere l’economia, tollerando così la prospettiva di un aumento dell’inflazione. Un rendimento reale più basso o in calo migliora sostanzialmente anche le caratteristiche di rischio/rendimento di valute e attivi a reddito fisso con rendimenti più elevati; il dollaro USA si deprezza.Nel regime due, l’inflazione di break-even è in aumento, ma questa volta a causa del rialzo continuato dei rendimenti sia nominali sia reali. In questa fase, è improbabile che la politica monetaria venga ulteriormente allentata, poiché i tassi di interesse hanno probabilmente raggiunto il loro punto più basso e una ripresa economica è già in corso. Allo stesso tempo, i rendimenti degli attivi più rischiosi (ad esempio il debito dei mercati emergenti o le obbligazioni speculative) iniziano a ridursi. I titoli di Stato statunitensi sono in sofferenza. La caratteristica distintiva del regime tre è un calo dell’inflazione di break-even grazie a un aumento dei rendimenti reali. Normalmente, in questa fase le banche centrali iniziano a ridurre gli stimoli monetari per evitare un futuro surriscaldamento dell’economia. Il dollaro tende ad apprezzarsi fortemente, soprattutto rispetto alle valute dei mercati emergenti. L’aumento dei rendimenti reali, inoltre, riduce le valutazioni delle classi di investimento più rischiose, frenando la propensione al rischio degli investitori e causando perdite sulle obbligazioni a più alto rendimento e su quelle dei mercati emergenti. Le obbligazioni difensive e di qualità superiore, come titoli di Stato e investment grade, sovraperformano.Nel regime quattro, l’inflazione di break-even scende con il calare dei rendimenti sia nominali sia reali, riflettendo un netto deterioramento delle condizioni economiche che, alla fine, costringerà le banche centrali a tagliare i tassi di interesse. Man mano che aumenta la probabilità di una crisi economica e di una fase di deflazione, i rendimenti delle obbligazioni più rischiose restano esigui, il dollaro permane all’interno di una range ristretto, mentre rimangono stabili i titoli di Stato e quelli a reddito fisso di qualità superiore. Guardando al futuro, si può trarre la conclusione che, con l’accelerazione dei programmi vaccinali e la conseguente ulteriore riapertura delle economie, appare perfettamente plausibile una transizione nel regime tre verso la fine del 2021. Ciò dovrebbe provocare una riduzione del programma di acquisti di obbligazioni da parte della Federal Reserve e un rialzo dei rendimenti reali. Le obbligazioni più rischiose come il debito high yield e dei mercati emergenti, invece, ne risentirebbero.La nostra ricerca dimostra tuttavia che i regimi non si susseguono in sequenza: un passaggio dal regime due al regime tre non è necessariamente più probabile di una transizione dal regime due all’uno. In questo frangente sarà determinante la velocità che la Fed riterrà opportuna per il ridimensionamento dello stimolo monetario. Un’opzione che terrebbe in vigore il regime due sarebbe un impegno della banca centrale a non ridurre nell’immediato la dimensione delle obbligazioni che detiene.In ogni caso, indipendentemente dalla transizione, gli investitori dovrebbero porre tutta la loro attenzione sul rendimento reale. È sempre stata una guida utile. E anche in questo contesto non è possibile ignorarla.

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Le azioni value guideranno i rendimenti del resto dell’anno?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 aprile 2021

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer Moneyfarm. Il primo trimestre di quest’anno è stato molto fluido e ricco di spunti. Uno dei movimenti più interessanti è senza dubbio quello dei tassi sulle obbligazioni governative statunitensi a lungo termine. Il tasso di interesse sui titoli di stato a 10 anni è aumentato costantemente nel corso del trimestre. A inizio gennaio era dello 0,91%, ha chiuso il trimestre all’1,74%. Un movimento così netto non è stato sicuramente ideale per la parte obbligazionaria dei portafogli (i quali in generale hanno performato positivamente, trainati dalla componente azionaria). Se volessimo trovare una lettura positiva, l’aumento dei rendimenti obbligazionari è il sintomo di una considerevole ripresa economica nel 2021. Molti indicatori, sia nell’industria sia nei servizi, hanno già cominciato a dare segnali forti in questo senso. L’aspetto problematico è sicuramente la possibilità di vedere un aumento dell’inflazione, ma come abbiamo già avuto modo di dire, non ci aspettiamo di vedere un’accelerazione talmente sostenuta da costringere le banche centrali a una stretta monetaria.Il secondo tema che ha caratterizzato il trimestre è la rotazione azionaria, un movimento che avevamo in qualche modo anticipato già alla fine dello scorso anno. Abbiamo visto gli investitori spostare la loro attenzione dai cosiddetti titoli growth ai titoli value, aziende che hanno sofferto lo scorso anno le cui prospettive potrebbero migliorare con l’accelerazione dell’economia globale. Nel 2020, il principale indice growth ha sovraperformato la sua controparte value di circa il 35%. Nel primo trimestre di quest’anno, value ha battuto growth di oltre il 9,5%. In terzo luogo, gli investitori rimangono affascinati dalle aziende e dalle tecnologie dirompenti. Le criptovalute e le cosiddette SPAC (Special Purpose Acquisition Company) continuano a suscitare un notevole interesse. Enormi flussi di investimento continuano a confluire in investimenti “sostenibili”. Questa rincorsa verso l’innovazione sta condizionando anche la direzione delle politiche. Ad esempio, l’amministrazione statunitense è già stata piuttosto attiva sul fronte fiscale, avanzando proposte per aumentare le aliquote dell’imposta sui profitti delle aziende e introducendo un’aliquota fiscale globale minima per ridurre l’elusione fiscale da parte delle multinazionali. Quarto: abbiamo ricordato i potenziali colli di bottiglia nell’economia globale. Il blocco del Canale di Suez da parte della nave portacontainer Ever Given ha ricordato in modo suggestivo quanto ancora le catene del valore mondiali dipendano da pochi snodi cruciali. Quinto, l’ascesa della Cina continua. Il governo cinese è diventato sempre più attivo nella sua diplomazia e le sue relazioni con gli Stati Uniti sembrano piuttosto gelide. Dal punto di vista economico vediamo invece il dragone andare in controtendenza. Mentre il resto del mondo sta cercando di accelerare la crescita, le autorità cinesi sembrano frenarla, cercando di limitare il livello di leva di un’economia che resta fortemente dipendente dal credito. Con la ripresa economica in Cina più avanzata che altrove, questo potrebbe rivelarsi un processo decisionale efficace. Sesto punto, la Brexit. Inevitabilmente, con l’economia bloccata dal Covid-19 è difficile ottenere un quadro completo delle effettive conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, un banco di prova non solo per quanto riguarda il futuro di quella che resta la quinta economia globale, ma anche per la solidità del progetto europeo (che risulterebbe sicuramente indebolito se, oltre a una migliore gestione del piano vaccinale, il Regno unito centrasse anche la ripresa economica in modo efficace). I primi segnali non sembrano particolarmente buoni per le future relazioni Regno Unito-Ue. Infine, sul fronte sanitario il lancio della campagna vaccinale è stato agrodolce. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno mostrato alcuni notevoli successi, un netto miglioramento rispetto alle loro prestazioni pandemiche del 2020. L’Ue, in particolare, è rimasta indietro e le disparità nella diffusione dei vaccini a livello globale rimangono una fonte di preoccupazione, non solo per i possibili effetti della pandemia nei paesi rimasti indietro ma, soprattutto, perché continuano ad emergere nuove varianti. Abbiamo deciso, tuttavia, di aumentare il livello di rischio dei portafogli, convinti che questo ci aiuterà a cogliere importanti opportunità di rendimento nel lungo termine. Continuiamo a guardare avanti, analizzando tutti i nuovi trend che caratterizzano l’economia mondiale.

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Fondo Cometa: approvati i rendimenti dei comparti nel 2019

Posted by fidest press agency su domenica, 2 febbraio 2020

Il Consiglio di Amministrazione del Fondo Cometa – Fondo nazionale pensione complementare per i lavoratori dell’industria metalmeccanica, dell’installazione di impianti e dei settori affini, e per i lavoratori dipendenti del settore orafo e argentiero -, riunitosi di recente, ha ratificato i rendimenti dei comparti di investimento nel 2019.Cometa è il più importante fondo pensionistico operante in Italia, con un patrimonio di oltre 11 miliardi di euro e più di 411.000 aderenti (al 31.12.2019).In dettaglio, i rendimenti dei comparti sono stati: Monetario Plus: 0,40%, Sicurezza: 1,29%, Reddito: 6,86%, Crescita: 11,29%, Sicurezza 2015: 0,88%.
La previdenza complementare ricopre oggi un ruolo di crescente importanza nel quadro della progressiva contrazione del primo pilastro e delle sue tutele.Di fronte a questo scenario, il Fondo Cometa è in grado di fornire una risposta efficace ai bisogni previdenziali dei lavoratori, in virtù di un’attenta gestione delle risorse, nonché dell’orizzonte temporale di lungo periodo e dei vantaggi previsti dalla normativa in materia di previdenza complementare, quali i benefici fiscali e la contribuzione aggiuntiva al Fondo da parte del datore di lavoro.Considerando a titolo d’esempio il comparto Reddito in un orizzonte temporale di lungo termine, un lavoratore iscritto al Fondo ha potuto ottenere un rendimento consistente e superiore alla rivalutazione del TFR.

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Perché il controllo della curva dei rendimenti dovrebbe essere l’assolo finale di Draghi

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2019

A cura di Steve Donzé, Senior Macro Strategist di Pictet Asset Management. Il governatore della Banca Centrale Europea dovrebbe prestare grandissima attenzione ai colleghi della banca centrale giapponese. Infatti, l’eurozona, con la sua economia a diverse velocità, ha bisogno di una radicale politica di controllo della curva dei rendimenti in stile giapponese tanto quanto il Giappone. Dovrebbe trattarsi dell’ultimo coniglio estratto dal cappello di Draghi prima della fine del suo incarico nella seconda parte dell’anno.
Il Giappone rappresenta una realtà all’avanguardia a livello globale in fatto di politiche monetarie non ortodosse. I suoi esperimenti con l'”helicopter money” negli anni Trenta e, più di recente, con il quantitative easing e i tassi di interesse negativi, hanno offerto lezioni preziose alle altre banche centrali.Grazie alla sua politica di controllo della curva dei rendimenti, la Bank of Japan (BOJ) è ancora una volta al centro dell’attenzione delle sue controparti, dal momento che le autorità monetarie sono alla ricerca di metodi per ridurre gli stimoli senza compromettere la crescita.
Attraverso il controllo della curva dei rendimenti, la BOJ intraprende acquisti di titoli con gli obiettivi specifici di mantenere i tassi a breve termine al -0,1% e i rendimenti dei titoli di Stato decennali allo 0%.La principale attrattiva di questa politica è la capacità di operare come un tapering “furtivo” del QE. La BOJ è riuscita a ridurre i suoi acquisti obbligazionari annuali di 60.000 miliardi di JPY portandoli a 20.000 miliardi senza perturbare i mercati finanziari.In questo modo ha potuto evitare una ripetizione del taper tantrum statunitense del 2013, quando i rendimenti obbligazionari hanno registrato un’impennata dopo l’annuncio della Federal Reserve di un ridimensionamento del QE.
L’altro grande successo del controllo della curva dei rendimenti è stato l’aver aiutato il Giappone a iniziare a risanare il debito mantenendo i costi del credito al di sotto del livello della sua crescita economica nominale, un elemento fondamentale in quello che Ray Dalio di Bridgewater ha definito “beautiful deleveraging”.Da questo punto di vista, il controllo della curva dei rendimenti sarebbe positivo per l’eurozona, o almeno per alcuni suoi Paesi, in particolare per l’Italia, il cui debito pubblico del 130% del PIL, il secondo maggiore della regione dopo la Grecia, è tutt’altro che sostenibile.Gli interessi pagati dal Paese ammontano al 4% del PIL, quattro volte rispetto a quanto pagato dalla Germania e il doppio della media OCSE. Inoltre, i suoi costi di servizio del debito sono superiori di 0,9 punti percentuali rispetto al tasso di crescita del PIL nominale.
In un’altra analogia con il Giappone, i Paesi periferici dell’eurozona hanno difficoltà a incentivare i prestiti ai privati. Senza l’iniezione di liquidità della BCE, la ripresa economica nell’Europa meridionale, dove si registra tuttora una contrazione del credito, potrebbe presto venir meno.Per una regione in cui alcuni Paesi necessitano di una stretta monetaria e altri Paesi di stimoli, un abbandono in stile statunitense della politica ultra-espansiva potrebbe risultare deleterio.Al contrario, un controllo europeo della curva dei rendimenti offrirebbe un sostegno mirato all’area meridionale del continente.In pratica, la BCE potrebbe introdurre un massimale, ad esempio, dello 0,5% per il debito a 10 anni dell’eurozona. Sebbene rappresenti una forte correzione, ciò dovrebbe contribuire a ridurre il divario tra i costi del credito dell’Italia e il suo PIL nominale, aiutando il Paese a ridurre il debito rispetto alle dimensioni della sua economia.Il controllo della curva dei rendimenti potrebbe altresì ridurre le pressioni sulle banche dell’eurozona, che non soltanto detengono grandi quantità di titoli di Stato, ma hanno anche difficoltà a smaltire quasi 800 miliardi di euro di debiti in sofferenza.
Questa politica, ad esempio, ridurrebbe le pressioni sulle banche italiane, che collettivamente detengono il 28% del debito sovrano interno e sono alle prese con una miriade di crediti deteriorati.Tutto questo non significa però che il controllo della curva dei rendimenti sia un’impresa facile. Dal momento che il costo del debito scenderebbe, i governi potrebbero essere tentati di indebitarsi maggiormente. Per evitare potenziali indebitamenti incauti e placare i timori dei falchi fiscali come la Germania, la BCE potrebbe subordinare il massimale sui rendimenti ad alcuni obiettivi predefiniti di disciplina fiscale.In teoria, il controllo della curva dei rendimenti impegna una banca centrale all’acquisto di una quantità di debito potenzialmente illimitata. Tuttavia, in pratica, come mostra il Giappone, gli acquisti obbligazionari totali della BCE dovrebbero gradualmente diminuire senza un programma esplicito di tapering.La BCE dovrebbe essere pronta a difendere i suoi rendimenti target con lo stesso vigore della BOJ, che ha effettuato “offerte di acquisto illimitate di titoli” soltanto qualche volta dal lancio del programma per evitare un rialzo dei tassi durante le ondate di vendita del mercato obbligazionario.Questo, però, non dovrebbe rappresentare un grosso problema. La BCE si è dimostrata sia flessibile sia credibile, traendo vantaggio da un quadro istituzionale rigoroso che ne garantisce l’indipendenza politica.Il controllo della curva dei rendimenti potrebbe rivelarsi una soluzione pratica al dilemma con cui Draghi è alle prese. Potrebbe, anzi dovrebbe, essere il suo assolo finale.

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“Perseguire rendimenti positivi in un clima di incertezza”

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 aprile 2019

A cura di Fred Jeanmaire, Gestore azionario Europa di Columbia Threadneedle Investments. A fronte del ristagno della crescita e del calo delle aspettative d’inflazione nell’eurozona, i tassi d’interesse sono verosimilmente destinati a restare contenuti. Questo spiega perché i rendimenti delle obbligazioni core europee sono riscesi verso lo zero e perché i rendimenti della liquidità rimangono negativi.Per molti investitori, neppure rivolgersi al mercato azionario è una soluzione perfetta. Per quanto l’investimento in azioni abbia meriti indiscussi, la volatilità registrata alla fine del 2018 è stata inaccettabile.Ne consegue che gli investitori europei sono ancora alla ricerca di strategie in grado di conseguire performance positive e di offrire protezione dalla volatilità. Estraendo rendimenti sia dalla detenzione che dalla vendita allo scoperto di azioni, i fondi long/short alpha sono in grado di fornire risultati positivi in una varietà di condizioni economiche e di mercato. I loro portafogli di posizioni lunghe e corte offrono un’esposizione con una copertura naturale ai mercati finanziari.La strategia European Absolute Alpha di Columbia Threadneedle Investments investe in titoli growth di alta qualità caratterizzati da potere di prezzo e in grado di generare rendimenti elevati e sostenibili. Al contempo, assumiamo posizioni short su imprese con una debole posizione competitiva che sitraduce in una performance deludente, una debole generazione di cash flow e una crescita contenuta.Da oltre 10 anni usiamo il modello delle Cinque forze di Porter, intitolato all’omonimo professore di Harvard, come quadro di analisi per selezionare efficacemente le aziende con solide posizioni competitive, ma anche per individuare i candidati per la vendita allo scoperto che sono probabilmente destinati a sottoperformare. I mercati spesso si concentrano sulle tendenze a breve termine e ignorano le minacce a lungo termine per le imprese.Alla luce della ricerca sulle aziende europee, questi sono tempi proficui per la selezione dei titoli. Sul versante long del portafoglio, le turbolenze di mercato creano opportunità per acquistare azioni growth di grandi aziende che sono sottovalutate e offrono prospettive di crescita del capitale.Per quanto concerne lo short selling, diversi settori risentono di forze dirompenti che ne erodono la redditività e i corsi azionari.Raramente gli investitori europei hanno affrontato condizioni più impegnative di quelle attuali.Il rendimento del Bund decennale tedesco di riferimento è sceso a circa 10 punti base (pb) dopo essersi portato a 60 pb all’inizio del 2018 e le obbligazioni di tutta Europa offrono rendimenti trascurabili. Al contempo il tasso sui depositi presso la Banca centrale europea si attesta a -40 pb costringendo gli investitori a pagare per la comodità di detenere liquidità.Quanto alle azioni, la recente volatilità a breve termine è stata troppo pronunciata per alcuni investitori. Tra l’ottobre e il dicembre 2018 l’indice MSCI Europe ha ceduto quasi il 15% (Figura 1) a fronte dei crescenti timori per il rallentamento della crescita economica globale. Con un’esposizione netta media di appena il 30-40% ai mercati azionari, le strategie come la European Absolute Alpha dovrebbero evidenziare una volatilità nettamente minore.

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“L’aumento dei rendimenti obbligazionari prefigura un rincaro delle materie prime”

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

(A cura di David Donora, Head of Commodities, Columbia Threadneedle Investments) Ci è voluto tempo, ma gli investitori si stanno abituando all’idea che i rendimenti obbligazionari globali sono in aumento. Ciò ha provocato una raffica di analisi sulla possibile reazione dei mercati azionari e del reddito fisso al repricing delle obbligazioni. Una minore attenzione è stata rivolta al potenziale impatto dell’aumento dei rendimenti e dei tassi d’interesse sui prezzi delle materie prime.Che i rendimenti dei titoli di Stato siano in rialzo non è in discussione, specialmente negli Stati Uniti. Gli aumenti dei tassi effettuati dalla Federal Reserve a partire dal 2015 hanno lentamente innalzato i rendimenti del debito pubblico statunitense. Questa tendenza viene adesso rafforzata dall’operato dell’amministrazione USA. A fronte della crescente chiarezza riguardo alla scarsa prudenza della Casa Bianca sul fronte dei conti pubblici, gli investitori globali stanno rivalutando il rischio delle obbligazioni statunitensi, con ricadute sull’inflazione, sul dollaro e sui mercati azionari.Nell’universo delle materie prime, l’aumento dei rendimenti obbligazionari renderà più oneroso l’indebitamento per i produttori. Di conseguenza, i nuovi progetti risulteranno meno appetibili e la risposta dell’offerta al rincaro delle materie prime in futuro potrebbe essere gravemente limitata. Tuttavia, un potenziale grattacapo per i produttori di commodity potrebbe rivelarsi un’opportunità per gli investitori. Il rialzo dei rendimenti contribuirà a rafforzare le limitazioni già favorevoli dal lato dell’offerta, il che potrebbe determinare un rincaro delle commodity superiore alle attese.Le scorte nei mercati delle materie prime sono già diminuite notevolmente, in quanto i produttori evidenziano un’insolita disciplina in questa fase del ciclo. A nostro avviso, al di fuori dei mercati obbligazionari vi sono tre fattori chiave che potrebbero accentuare le limitazioni dal lato dell’offerta.
Uno di questi è la Cina, il maggior consumatore mondiale di risorse naturali, che ha imposto vincoli all’offerta di molte commodity, nello specifico carbone, acciaio e alluminio, per ragioni ambientali. L’azione concertata delle autorità cinesi ha già avuto l’effetto di innalzare i prezzi di carbone, minerale di ferro e metalli di base, con un impatto positivo sul settore dei materiali.Alla fine del 2016, l’OPEC e i russi hanno stretto un’alleanza che ha ridotto la produzione petrolifera mondiale immessa sul mercato di 1,8 milioni di barili al giorno (bg). Di nuovo, si tratta di una situazione senza precedenti. Negli ultimi 40 anni i tentativi fatti dall’OPEC di ottenere la cooperazione della Russia sui tagli all’offerta erano sempre stati vani.
L’esperienza del periodo di oltre un anno appena trascorso dimostra che stavolta è diverso. L’OPEC e la Russia hanno iniziato a ridurre la produzione alla fine del 2016 e, alla luce di quanto avvenuto nel 2017, è probabile che manterranno il mercato in equilibrio anche nel 2018. Il coordinamento tra i due appare decisamente solido.
Il settore delle materie prime non ha mai dimostrato tanta disciplina nel limitare la nuova produzione a fronte della stabilizzazione o persino dell’aumento dei prezzi. Questo rigore giunge in una fase in cui la crescita globale sincronizzata dei mercati emergenti e sviluppati sostiene la domanda delle principali materie prime. Semmai, si assiste a un’accelerazione della domanda nei mercati emergenti, dove l’indebolimento del dollaro ha favorito l’aumento dell’indebitamento, la crescita e gli investimenti.Permangono tuttavia aree di incertezza e potenziale volatilità. I dazi su acciaio e alluminio annunciati dall’amministrazione statunitense non hanno avuto di per sé ricadute significative sui prezzi delle commodity nel medio termine. La situazione è destinata a cambiare a fronte delle ritorsioni e della guerra commerciale innescata dalle misure protezionistiche americane.

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Esplorare l’Europa: un’esposizione selettiva per rendimenti interessanti

Posted by fidest press agency su martedì, 7 novembre 2017

Sarah CataniaLondra. Analisi a firma di Sarah Catania, Responsabile per gli investimenti per JP Morgan Private Bank in Italia: “Dopo il miglioramento delle condizioni dell’economia e dei mercati finanziari europei negli ultimi tempi, si manifestano ora differenze sostanziali a livello settoriale nei diversi asset della regione. Nella sua recente edizione di EMEA Perspectives, Sarah Catania di J.P. Morgan Private Bank esplora la ripresa dell’Europa e le opportunità per gli investitori mediante un’esposizione selettiva agli attivi europei in tutta la regione.”Le prospettive favorevoli dell’economia globale e il miglioramento del contesto interno ci inducono a ritenere che in tutta Europa le attività rischiose offrano rendimenti potenzialmente interessanti. Dopo la brillante performance degli ultimi anni, la regione sembra destinata a entrare in una fase in cui un’attenta selettività diverrà sempre più importante”, spiega Sarah Catania, Responsabile per gli investimenti per JP Morgan Private Bank in Italia.Nei mercati core europei, le riforme del mercato del lavoro del presidente Macron possono dare forte slancio alla crescita degli utili delle società francesi, ancora indietro rispetto ai livelli precedenti la crisi e alla recente performance delle aziende tedesche. Spiega Catania: “Rispetto ad altri Paesi europei, vediamo con favore la composizione del mercato azionario francese, che presenta una maggiore ponderazione di società nazionali ed è ottimamente posizionato per beneficiare della ripresa dell’attività economica. Siamo altresì ottimisti nei confronti delle banche, che rappresentano una quota consistente del mercato.”Per gli investitori che non intendono esporsi a maggiori rischi azionari, le obbligazioni societarie ibride costituiscono una fonte di rendimenti potenzialmente allettanti. Un portafoglio diversificato composto da obbligazioni societarie ibride può offrire una significativa esposizione alla crescita e alla ripresa attualmente in atto nei Paesi europei core. Secondo Catania: “Nel confronto con i titoli high yield, gli attuali rendimenti delle obbligazioni societarie ibride appaiono interessanti rispetto alla media storica. Questi titoli forniscono un’esposizione a emittenti investment grade in Paesi europei core offrendo al contempo maggiori rendimenti corretti per il rischio rispetto ad altri asset grazie alla loro posizione subordinata nell’ambito della struttura del capitale.”Sebbene l’Europa core sia stata oggetto di grande attenzione, il miglioramento del contesto macroeconomico non riguarda solo i Paesi di quest’area. I mercati europei emergenti beneficiano della maggiore stabilità delle quotazioni globali delle materie prime, dell’aumento dei volumi degli scambi internazionali e dell’accresciuto ottimismo degli investitori. Polonia, Russia e Turchia sembrano attualmente favorite dalla ripresa economica e dopo anni di deprezzamento, le rispettive valute si sono stabilizzate rispetto a quelle dei Paesi sviluppati.”Una delle opportunità da noi individuate è costituita dall’investimento in titoli a reddito fisso denominati in lire turche, che offrono rendimenti a doppia cifra sulle scadenze brevi non superiori ai due anni; particolarmente interessanti sono le obbligazioni emesse da agenzie sovranazionali. Un tale investimento comporta naturalmente il rischio di cambio. Sebbene sia improbabile che la lira turca si rafforzi considerevolmente, l’era del rapido deprezzamento sembra essere terminata”, a detta di Catania.
In uno scenario caratterizzato dal miglioramento dell’economia e dei mercati finanziari europei negli ultimi anni, anche il settore bancario del continente offre opportunità selezionate. Spiega Catania: “Durante la recente recessione del 2012, le banche europee hanno visto minacciata la propria stabilità a causa del carico rappresentato dai crediti inesigibili, tuttavia al momento vi sono opportunità di rendimenti interessanti tanto nel comparto azionario quanto in quello obbligazionario. La volatilità delle quotazioni azionarie, i rendimenti del cash flow e la capacità di ampliare la quota di mercato sono tutti temi che continueranno probabilmente ad alimentare la dispersione dei rendimenti degli asset del settore.”Conclude Catania: “J.P. Morgan Private Bank mantiene ormai da qualche tempo un orientamento positivo nei confronti del contesto d’investimento europeo, alla luce del miglioramento della crescita economica, del calo della disoccupazione, delle politiche favorevoli della banca centrale e della ripresa della fiducia di aziende e consumatori. Ravvisiamo numerose opportunità nell’ambito di questo mercato vivace, dinamico e vario, che gli investitori possono sfruttare per migliorare i rendimenti rettificati per il rischio dei propri portafogli.” (foto: Sarah Catania)

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Aumenta lo spread ma il referendum non c’entra

Posted by fidest press agency su sabato, 12 novembre 2016

La_Borsa_-_Dettaglio_-_Foto_di_Giovanni_Dall'OrtoDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia:“Come sempre Renzi gira la frittata. Non è il timore che vinca il No al referendum la causa dell’aumento fino a 170 punti base dello spread tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani rispetto agli equivalenti titoli tedeschi: sono le sue promesse non mantenute, i suoi imbrogli, il suo azzardo morale, la sua cattiva politica economica, le sue mance e mancette distribuite negli anni per comprarsi il consenso ad aver creato l’instabilità in Italia. La sua non credibilità, tanto a livello interno che internazionale, ha portato all’aumento del deficit fino a livelli pericolosamente vicini al 3% (per il 2016 era previsto a -0,9% nel Def 2014, invece finirà per chiudere, se va bene, a -2,3%, con un Delta negativo di 1,4 punti di Pil); il debito pubblico a picchi mai visti, lievitato di 127 miliardi da quando Renzi è al governo, toccando il record di 2.225 miliardi; la pressione fiscale alle stelle (44,2% nel 2016) e la spesa pubblica fuori controllo, continuando ad aumentare dagli 826 miliardi del 2015 agli 849 del 2019, con un aggravio di 23 miliardi in 5 anni. Tutte cifre certificate dal governo stesso nella Nota di aggiornamento al Def e a cui fa riferimento l’Europa nel manifestare le proprie, gravi, perplessità. Questo stanno scontando i mercati in questi giorni: il cattivo operato dell’esecutivo italiano da febbraio 2014 a oggi, le baruffe di Renzi con l’Europa, gli impegni non mantenuti sui conti pubblici, le mezze riforme o le riforme sbagliate, come quella della Pubblica amministrazione e il Jobs act, che ha creato una bolla nel mercato del lavoro, la finta Buona scuola, la pessima riforma della Costituzione. E la già fallita, prima ancora di essere applicata, Legge elettorale. I nodi del malgoverno di Renzi sono venuti al pettine e i mercati ne stanno semplicemente prendendo atto. Per questo quanto prima Renzi va a casa meglio è. Per favore, la si smetta di dire in giro che quello che sta avvenendo è legato all’eventuale vittoria del No al referendum. Se mai è vero il contrario: la vittoria del No al referendum ha il compito di riportare la stabilità e l’equilibrio in Italia dopo le follie di Renzi”.

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I mercati danno fiducia a Monti

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2011

Palazzo di Montecitorio a Roma.

Image via Wikipedia

“I mercati ci danno fiducia e, grazie all’ipotesi – che da lunedì potrebbe essere realtà – del governo tecnico guidato dall’ex commissario Ue, Mario Monti, e dopo il via libera del ddl di stabilità ieri al Senato, Piazza Affari è maglia rosa d’Europa: in rialzo del 3,68% il Ftse Mib e del 3,36% il Ftse All Share.” Lo ha detto il parlamentare di Grande Sud, Marco Pugliese, componente della Commissione Finanze della Camera dei deputati, intervenendo questa mattina nell’Aula di Montecitorio.“Dalle 15 di ieri – ha aggiunto Pugliese- lo spread è sceso da quota 500, a 456 punti base e anche il rendimento dei Btp a 10 anni, è sceso al 6,45%, quindi sotto la fatidica soglia del 7%.” “Questo non fa altro che accrescere in noi, gente del Sud, la nostra fiducia, e il nostro ottimismo verso una ripresa economico-finanziaria che possa dar credibilità al Paese Italia.” “La crisi italiana è molto grave – ha concluso Pugliese – però, non siamo in condizioni proibitive. Al netto degli interessi, godiamo di un surplus primario e, l’atteggiamento fiducioso che mi contraddistingue, da buon meridionale, mi fa pensare che non siamo lontani dalla possibilità di risolvere positivamente l’emergenza debito pubblico.”

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I rendimenti dei prodotti agricoli

Posted by fidest press agency su martedì, 3 agosto 2010

Sono stati estremamente diversificati – andando da un 18% di crescita in ETFS coffee ad una flessione del 40% in ETFS Sugar, riflettendo così l’ampia varietà di fattori che influenzano i mercati agricoli. Gli ETC del comparto agricolo hanno visto complessivamente gli afflussi più stabili dalla crisi del credito di fine 2008, con acquisti netti nella maggior parte dei trading settimanali da inizio 2009. Fonte: Bloomberg e gli emittenti più rilevanti del settore

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Buoni postali

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 novembre 2009

I buoni postali fruttiferi (BPF) sono strumenti interessanti (e spesso non compresi) che consentono di effettuare un investimento obbligazionario garantito dallo Stato anche a lungo termine (fino a 20 anni) senza esporsi al rischio di prezzo legato ai tassi d’interesse. Chi determina i rendimenti di questi buoni? L’emittente, ovvero la Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni a controllo pubblico che dipende dal Ministero per l’Economia e le Finanze. Secondo quali regole vengono determinati i tassi dei BPF? Attualmente, la norma di riferimento è il Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 6 Ottobre 2004 che all’articolo 5 (Costo della raccolta sotto forma di buoni postali fruttiferi) specifica che: “Il costo della raccolta sotto forma di buoni postali fruttiferi deve allinearsi al costo equivalente dell’indebitamento del Tesoro sul mercato.” In altre parole il costo per lo Stato, e quindi il rendimento per l’investitore, di un buono postale deve essere allineato a quello di un titolo di Stato equivalente. E’ ovvio che a parità di scadenza un BPF renderà meno di un BTP poiché per lo Stato garantire il rimborso, durante tutta la vita del buono, del capitale e degli interessi pattuiti ha un costo maggiore. Il problema è che da un po’ di tempo i tassi dei BPF sembrano essere impazziti.
Tutto è cominciato con la complicazione di questo strumento. Sulla “scia” delle obbligazioni strutturate che tanto andavano di moda qualche anno fa (per ragioni non certamente legate ai vantaggi per gli investitori) la Cassa Depositi e Prestiti ha iniziato ad emettere buoni postati il cui rendimento è legato ad indici azionari. Di questi buoni, francamente, nessuno ne sentiva la mancanza. Poi sono nati i Buoni indicizzati all’inflazione. Questi strumenti, invece, sono potenzialmente molto interessanti per gli investitori se i tassi fossero in linea con quelli di mercato ma non sempre è così (Abbiamo già evidenziato il problema in questo articolo: “Buoni postali indicizzati all’inflazione: chi scommette contro l’inflazione attesa dalle Poste?”). Da un po’ di tempo hanno introdotto anche una sorta di rendimento premio per chi incrementa l’investimento dei buoni in un anno di più del 35%. Questi “premi”, solitamente, in finanza sono fregature… ovvero da una parte tolgono e dall’altra, se succede qualcosa, ridanno quello che hanno tolto chiamandolo “premio”… Uno dei pregi principali dei buoni postali era la semplicità. Chi sottoscriveva un buono postale sapeva che prestava i soldi allo Stato e che lo Stato gli riconosceva un interesse equo, in linea con quello dei titoli di Stato pur potendolo rimborsare in qualsiasi momento avendo gli interessi pattuiti. Da un po’ di tempo le cose sono cambiate. Sottoscrivere un BPF non è più così lineare. Alcune emissioni sono interessanti, altre lasciano perplessi. Attualmente un buono postale ordinario (serie B61) ha un rendimento nominale effettivo lordo a 10 anni pari all’1,49%. Sottoscrivendo un buono dedicato ai minori a pari scadenza si ha un rendimento del 3,37%. Il rendimento in emissione dei BTP a settembre (ultimo dato disponibile sul ministero del Tesoro) è stato pari al 4,03%. I conti non tornano. Un differenziale del 2,5% di rendimento fra un BPF ed un BTP assimilabile è difficilmente giustificabile. Chi sottoscrive un Buono Postale Ordinario oggi, con un rendimento lordo dell’1,49%, corre seri rischi di rimetterci in termini reali. Fra 10 anni con buona probabilità (ipotizzando un’inflazione di periodo del 2%) avrà un capitale inferiore ad oggi in termini di potere di acquisto. Da quando le Poste (che distribuiscono i BPF) hanno iniziato a vendere prodotti finanziari, hanno iniziato anche a screditare questi buoni postali dicendo che rendevano poco (il che era parzialmente vero, poiché mediamente rendevano quanto dovevano rendere, considerato il minore rischio dello strumento). Con questa scusa, sconsigliavano di rinnovare i buoni postali in scadenza orientando i risparmi verso prodotti largamente inefficienti (polizze vita, fondi comuni d’investimento, ecc.). Ci domandiamo: non è che qualcuno ha interesse a rendere sempre meno interessanti Buoni Postali Fruttiferi? C’è una “regia” dietro questa complicazione dello strumento? Chi ci guadagna? (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la tutela del risparmio)

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