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Tumore del rene

Posted by fidest press agency su domenica, 27 settembre 2020

Il 35% delle diagnosi di tumore del rene è in fase avanzata o metastatica. Per questi pazienti l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario per combattere con più forza la neoplasia, sta cambiando lo standard di cura. Oltre il 50% dei pazienti trattati con la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, è vivo a 4 anni e la combinazione di nivolumab con una terapia mirata, cabozantinib, ha notevolmente migliorato la sopravvivenza globale, riducendo del 40% il rischio di morte, e ha raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva. Sono i risultati principali degli studi di fase 3, CheckMate -2141 e CheckMate -9ER2, condotti su pazienti mai trattati in precedenza e presentati al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), che si è svolto dal 19 al 21 settembre in forma virtuale. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili”.Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.600 nuovi casi di tumore del rene e più di 129mila persone vivono dopo la diagnosi. La forma più frequente è quella a cellule renali. CheckMate -214 è uno studio di fase 3, randomizzato, che ha valutato, in prima linea, la combinazione di nivolumab e ipilimumab rispetto allo standard di cura costituito da sunitinib, nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato.Oggi invece, grazie alla combinazione, più della metà dei pazienti è vivo a 4 anni. Un grande passo in avanti in termini di speranza di vita. Nivolumab e ipilimumab, inoltre, hanno continuato a mostrare un tasso di risposta globale più alto rispetto a sunitinib (65% rispetto a 52%). Questi miglioramenti sono stati mantenuti anche nei pazienti a rischio intermedio o basso”.Emergono importanti prospettive anche dalla combinazione dell’immuno-oncologia con la terapia a bersaglio molecolare. “Nello studio di fase 3 CheckMate -9ER, che ha coinvolto 651 pazienti, nivolumab in combinazione con cabozantinib, un inibitore tirosin-chinasico, ha ridotto il rischio di morte del 40% rispetto a sunitinib – sottolinea Sergio Bracarda -. Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione mediana, endpoint primario dello studio, è raddoppiata (16,6 mesi) rispetto ai pazienti che hanno ricevuto solo sunitinib (8,3 mesi), così come il tasso di risposta oggettiva (56% rispetto a 27%). Va evidenziato anche il buon profilo di tollerabilità. Cabozantinib crea un microambiente tumorale che rende più efficace l’azione dell’immunoterapia, consentendo un’attività antitumorale sinergica in combinazione con nivolumab. I dati di CheckMate -9ER contribuiscono a rafforzare il valore della combinazione di nivolumab e cabozantinib in prima linea per i pazienti per cui viene scelto il regime costituito dall’immunoterapia con un inibitore di tirosin-chinasi”.Al Congresso ESMO è stata presentata anche l’esperienza italiana della combinazione ipilimumab e nivolumab: Ipilimumab and Nivolumab compassionate use program in metastatic renal cell carcinoma patients with intermediate or poor IMDC risk score: the large multicenter Italian study (Poster 721P).

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Tumore del rene: Meeting virtuale della European Society for Medical Oncology

Posted by fidest press agency su domenica, 20 settembre 2020

Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.600 nuovi casi di tumore del rene. In tre anni, sono state registrate complessivamente 800 diagnosi in meno, con un calo del 6% (erano 13.400 nel 2016). Preoccupa però l’alto numero di casi scoperti in fase già avanzata. In questa neoplasia, la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci. Importanti prospettive si stanno aprendo grazie alla combinazione delle molecole immuno-oncologiche, anche con la terapia mirata, come evidenziato negli studi presentati al Congresso virtuale della Società Europea di Oncologia Medica (European Society for Medical Oncology – ESMO), in corso fino al 21 settembre.Sergio Bracarda (Direttore Oncologia Medica e Sperimentale dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni) e Giuseppe Procopio (Responsabile Oncologia Medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) approfondiranno i risultati degli studi sulla combinazione delle terapie nel tumore del rene in una conferenza stampa on line che si terrà martedì 22 settembre alle 13.45. La registrazione è obbligatoria e va effettuata prima dell’inizio dell’evento.

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Tumore del rene: I casi in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 giugno 2020

Diminuiscono i nuovi casi di tumore del rene in Italia. In tre anni, sono state registrate complessivamente 800 diagnosi in meno, con un calo del 6%. Erano 13.400 nel 2016, ne sono state stimate 12.600 nel 2019. Peraltro la diminuzione riguarda soltanto gli uomini (da 8.900 a 8.100), l’incidenza della neoplasia invece resta costante fra le donne (4.500). Preoccupa l’alto numero di casi scoperti in fase già avanzata, pari a circa il 30%. E resta la forte resistenza dei cittadini nei confronti della prevenzione primaria (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta). Nella lotta contro la malattia, infatti gli stili di vita rivestono un ruolo molto importante, in particolare l’attività fisica. E proprio al movimento è dedicata la Giornata Mondiale contro il tumore del rene che si celebra oggi, promossa dall’International Kidney Cancer Coalition (IKCC), rete internazionale e indipendente di associazioni di pazienti provenienti da tutto il mondo (ne rappresenta circa 45).
Nel nostro Paese vivono più di 129mila persone con la diagnosi. “Nei tumori renali la chemioterapia è, storicamente, poco efficace – sottolinea il prof. Di Maio -. Un tempo la nefrectomia totale, cioè l’asportazione totale del rene, era un intervento indispensabile, oggi esistono tecniche chirurgiche che risparmiano parte del rene e, in caso di malattia metastatica, l’opportunità della chirurgia si valuta caso per caso. È tramontato il vecchio paradigma secondo il quale la massima asportazione di tessuto garantisce le migliori possibilità di cura. Quindi, oggi, abbiamo più armi da inserire in una strategia di cura che vede chirurgia, radioterapia, terapie mirate e immunoterapia, migliorando in maniera significativa la capacità di gestione complessiva della neoplasia metastatica. L’obiettivo è rendere cronica la malattia, garantendo una buona qualità di vita. Inoltre, la collaborazione multidisciplinare tra chirurghi, urologi, oncologi medici, radioterapisti, anatomopatologi, psico-oncologi e medici nucleari non deve essere più un’opzione ma un obbligo. Purtroppo sono ancora pochi sul territorio i team multidisciplinari dedicati, sul modello delle Breast Unit per il carcinoma della mammella. Da una medicina basata sul singolo specialista si deve arrivare alla scelta della migliore terapia attraverso la discussione condivisa e il confronto tra più professionisti”.
“Ansia, depressione, disturbi del sonno e più in generale distress emozionale sono frequenti fra i pazienti oncologici, inclusi quelli colpiti da tumore del rene – spiega Anna Costantini, Direttore Psico-Oncologia Ospedale Sant’Andrea di Roma –. Devono essere individuati precocemente per il loro effetto negativo, se non trattati, su qualità della vita, aderenza ai trattamenti, decorso della malattia e soddisfazione per le cure. Identificare pazienti a rischio di sofferenza emozionale permette di intervenire con programmi specifici di supporto psiconcologico nei reparti di oncologia, efficaci sia sulla sintomatologia ansioso depressiva, evitandone la cronicizzazione, sia sul miglioramento delle abilità di coping (fronteggiamento) verso la malattia, con conseguente rinforzo delle risorse interne ed esterne del malato e della sua famiglia. Un’indagine condotta nel 2018 dall’International Kidney Cancer Coalition, che ha coinvolto 1.400 pazienti con tumore del rene e 583 caregiver di 43 Paesi, ha evidenziato che ben il 96% dei malati riferisce che la malattia ha avuto un impatto psicosociale, ma solo il 50% ne ha parlato con il clinico. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare per far emergere i bisogni non corrisposti di supporto”. “Il bisogno di salute del paziente con una diagnosi di neoplasia è superiore a quello della popolazione generale – continua la prof.ssa Costantini -. E persiste a lungo nel tempo, alla luce delle caratteristiche peculiari delle patologie oncologiche, dei loro effetti e delle specifiche esigenze terapeutiche ed assistenziali. Il concetto di guarigione psicologica non coincide sempre con quella fisica. E l’aiuto della psiconcologia consente ai pazienti, anche nei casi in cui non è possibile guarire dal tumore, di recuperare una qualità di vita piena e soddisfacente, forse diversa da prima della malattia ma non meno significativa da un punto di vista esistenziale e relazionale”.In questo contesto, Ipsen aveva lanciato un servizio di consegna a domicilio su tutto il territorio nazionale del suo farmaco oncologico orale per i pazienti con carcinoma renale, per cercare di garantire la continuità terapeutica a pazienti oncologici.La Giornata Mondiale contro il tumore del rene è un’occasione per ridurre i confini e migliorare la collaborazione tra associazioni dei pazienti, società scientifiche e istituzioni a livello globale.

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12 marzo: Giornata Mondiale del Rene

Posted by fidest press agency su domenica, 8 marzo 2020

Diabetici, ipertesi e anziani sono i “sorvegliati speciali” perché più a rischio di sviluppare malattia renale. È essenziale rafforzare la prevenzione e rallentare il decorso della patologia per renderne sostenibile il trattamento. Anche le farmacie possono dare un importante contributo a intercettare precocemente i soggetti più a rischio. La Terapia Dietetica Nutrizionale è un potente strumento per ritardare la progressione del danno renale e l’ingresso in dialisi. Con il progetto “DietistaRisponde”, che sta già riscuotendo ampio successo, ANDID è a disposizione dei pazienti per supportarli nella dieta di tutti i giorni. “In Italia la malattia renale ha una prevalenza che oscilla tra il 7 e il 10 % della popolazione, interessando fra i 3 e i 5 milioni di persone”, spiega Giuliano Brunori, Direttore UO Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale di Trento e Presidente della Società Italiana di Nefrologia. “Di questi, circa la metà è in fase iniziale di insufficienza renale, mentre meno di 600.000 sono prossimi all’insufficienza renale terminale. I soggetti più a rischio sono gli anziani (fino all’85% degli over65 può soffrire di una qualche forma di malattia renale), i diabetici e gli ipertesi. Sono questi i target su cui dovrebbe essere intensificata la prevenzione, che si attua sottoponendosi ai dovuti controlli (esami del sangue e delle urine per rilevare eventuali marcatori di danno renale), adottando un sano stile vita, seguendo la dieta mediterranea, limitando il consumo di sale, evitando il fumo, praticando attività fisica e, per chi soffre di diabete e ipertensione, tenendo sotto controllo queste patologie”.
“La Terapia Dietetica Nutrizionale può fornire un valido contributo al controllo della malattia renale cronica”, afferma Ersilia Troiano, Past President dell’Associazione Nazionale Dietisti (ANDID). “Affinché i pazienti aderiscano alla dieta e questa sia davvero efficace, è essenziale un approccio quanto più personalizzato. Viste le numerose limitazioni imposte dal trattamento (ad esempio la necessità di ridurre o eliminare alimenti di abituale consumo e di introdurne di nuovi, e quindi la complessità di inserire la dieta nella vita professionale e sociale, come pure la difficoltà di integrarla con la cucina tradizionale e della famiglia), è indispensabile che la dieta sia costruita sulle esigenze del singolo paziente, e non solo sulla diagnosi”.Anche le farmacie giocheranno un ruolo cruciale nel contrastare l’insorgenza e la progressione dell’insufficienza renale. “Contribuire alla prevenzione di importanti patologie rientrerà sempre più spesso nella sfera d’azione delle farmacie”, sottolinea Antonello Mirone, Presidente di Federfarma Servizi. “I farmacisti, conoscendo lo stato generale di salute dei propri utenti, e opportunamente formati secondo le indicazioni delle Società Scientifiche, possono aiutare a intercettare i pazienti ancora ignari di soffrire di una determinata patologia, in particolare quella renale, che presenta diverse comorbidità. D’altronde la farmacia nasce proprio con questo ruolo di presidio sanitario, distribuito in modo capillare sul territorio. Per quanto riguarda la malattia renale, le farmacie potranno supportare i pazienti anche sul fronte dell’aderenza terapeutica, aiutandoli a seguire indicazioni dietetiche e terapia farmacologica”. “Gli studi di farmacoeconomia applicati alla Terapia Dietetica Nutrizionale (TDN) evidenziano che questa rappresenta un vantaggio economico per il Servizio sanitario nazionale”, afferma Luigi Cimmino Caserta, Medical Detailing Manager e Responsabile dei rapporti istituzionali di Plasmon-Aproten. “Il costo annuale dell’utilizzo di prodotti ipoproteici si attesta intorno 1.400/1.500 euro a paziente, contro i quasi 45.000 del trattamento con dialisi. L’Evidence Based Medicine conferma la necessità di rendere la TDN centrale nel percorso di cura del paziente nefropatico. Proprio con l’obiettivo di promuovere maggiormente la Terapia Dietetica Nutrizionale e il ruolo del dietista in quanto garante di un piano terapeutico personalizzato e realmente efficace, Aproten sostiene il programma ‘DietistaRisponde’ che affianca i pazienti alle prese con TDN. Un professionista dell’ANDID, tramite un intervento di teleassistenza effettua una consulenza gratuita utile per fornire risposte e consigli per il corretto utilizzo dei prodotti aproteici nella dieta di tutti i giorni, dalla colazione alla cena, accompagnandoli lungo il loro percorso dietetico. Questo servizio di teleassistenza mette il paziente al centro ed è molto apprezzato e di supporto anche per la sua famiglia”.

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Italia: tumore del rene

Posted by fidest press agency su sabato, 19 ottobre 2019

Nel 2019 in Italia il numero di casi attesi di tumore del rene è in totale 12.600. Il 71% di questi pazienti risulta vivo a cinque anni dalla diagnosi e può essere considerato guarito. Un risultato importante e di 10 punti percentuali sopra la media registrata nell’intero Continente Europeo (61%). Merito delle nuove terapie, sempre più precise e mirate, mentre risultano ancora poche le diagnosi precoci. È quanto sottolineano gli specialisti della SIUrO (Società Italiana di Urologia Oncologica) in un media tutorial organizzato oggi a Milano. “Anche se in calo, nell’ultimo anno, il carcinoma renale interessa in totale circa 130mila italiani – afferma il dott. Giario Conti, Segretario Nazionale SIUrO -. È una neoplasia subdola e insidiosa perché spesso rimane clinicamente silente per la maggior parte del suo corso. I sintomi più evidenti, come dolore o presenza di sangue nelle urine, si manifestano solo quando la malattia è già in uno stadio avanzato. Se diagnosticata in fase precoce ben la metà dei pazienti ha buone possibilità di guarigione”. “Nei casi di malattia avanzata o metastatica il tasso di sopravvivenza a 5 anni è del 12% ma in graduale aumento grazie all’avvento di terapie più innovative – aggiunge il dott. Giuseppe Procopio, Responsabile Oncologia Medica Genitourinaria dell’Istituto Tumori Milano -. Da pochi giorni gli oltre 4.400 uomini e donne italiani, colpiti da queste forme della neoplasia, hanno a disposizione, come trattamento di prima linea, Cabozantinib. Si tratta di un farmaco orale inibitore antiangiogenetico che può bloccare la proliferazione cellulare attraverso l’inibizione della formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per nutrirsi. Il farmaco è disponibile sia per il carcinoma renale avanzato in adulti naïve al trattamento a rischio ‘intermediate’ o ‘poor’ che per pazienti adulti precedentemente trattati con terapia contro il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF). Studi di fase II e III hanno inoltre evidenziato come la molecola sia capace di ridurre le metastasi ossee e cerebrali che sono tipiche della patologia uro-oncologica. Si aprono quindi interessanti prospettive che dovranno essere monitorate e quantificate da nuove indagini scientifiche”.
“La ricerca medico-scientifica ha messo a punto strumenti terapeutici estremamente efficaci – sottolinea il dott. Renzo Colombo, Vice Presidente SIUrO -. Le terapie a bersaglio molecolare hanno rivoluzionato la lotta ad una neoplasia nella quale la chemioterapia si è storicamente dimostrata poco utile. Rispetto ai decenni precedenti la qualità di vita dei pazienti è quindi notevolmente migliorata. Tuttavia possono insorgere alcuni effetti collaterali ed è quindi necessario instaurare un adeguato dialogo tra medico, malato e caregiver. Sempre più importante è anche il ruolo degli stili di vita durante e dopo le cure. Come dimostrano numerosi studi, una sana alimentazione e un’attività fisica giornaliera, adattata alle singole possibilità, rappresentano un prezioso aiuto e vanno quindi raccomandate. Possono migliorare la risposta dell’organismo ai trattamenti oncologici”. “Nonostante questi grandi successi, ad oggi non esiste una forma di prevenzione specifica della patologia – aggiunge il dott. Conti -. Possiamo tuttavia eliminare o ridurre alcuni fattori di rischio che la favoriscono. Si calcola che in totale oltre un terzo dei casi di tumore renale può essere collegato al fumo di sigaretta. Il 30% è invece attribuibile al sovrappeso o all’obesità. Esistono inoltre delle persone che devono essere considerate “sorvegliati speciali”. I pazienti affetti da malattia renale policistica, sottoposti a dialisi per lungo tempo, presentano un rischio fino a 30 volte maggiore di sviluppare la neoplasia”. “I parenti di primo grado di malati con carcinoma renale possono sviluppare una probabilità quattro volte maggiore di essere colpiti dallo stesso tumore rispetto alla popolazione generale – conclude il dott. Procopio -. Particolarmente esposti al rischio sono anche i lavoratori costretti ad un’esposizione prolungata ai derivati del petrolio, torotrast o zinco. Infine non va sottovalutata l’ipertensione, una delle patologie croniche più diffuse e che interessa oltre 15 milioni d’italiani. Aumenta del 60% le probabilità d’insorgenza della malattia uro-oncologica”.

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Tumore al rene: la laparoscopia diventa in 3D

Posted by fidest press agency su sabato, 11 Maggio 2019

E’ una colonna laparoscopica con visione 3D l’apparecchiatura di ultima generazione donata alle sale chirurgiche della Urologia del Papa Giovanni XXIII dalla A.O.B. Associazione Oncologica Bergamasca onlus, grazie alle risorse della Fondazione Cariplo e della Fondazione della Comunità Bergamasca onlus.
Introdotta da pochi anni nelle sale operatorie degli ospedali italiani, la tecnologia tridimensionale è un’evoluzione della laparoscopia tradizionale. Grazie al monitor in 3D, che aggiunge aggiunge la dimensione della profondità, il chirurgo riesce a operare con una visione più realistica del campo operatorio laparoscopico. Migliorando il dettaglio, aumentano l’efficienza e i risultati.L’attrezzatura che è stata donata al Papa Giovanni XXIII, del valore di 100 mila euro, permetterà all’Urologia dell’Ospedale di Bergamo di migliorare ulteriormente l’approccio conservativo. L’obiettivo è quello di tutelare il più possibile la porzione sana del rene colpito dal tumore, per non comprometterne la funzionalità.“Fondazione Cariplo e Fondazione della Comunità Bergamasca, unendo le proprie competenze e le proprie professionalità, – afferma Carlo Vimercati, presidente della Fondazione della Comunità Bergamasca onlus e componente della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo – hanno reso possibile la realizzazione di un progetto esemplare per il territorio, in grado di esprimere i valori filantropici delle due Fondazioni, e capace di generare un positivo ed elevato impatto sulla qualità della vita di tutta la nostra comunità. Diventare il punto di raccordo tra chi dona e chi riceve è la nostra mission e ci auguriamo che buone pratiche come questa possano indurre altri donatori a investire insieme a noi nella crescita della nostra comunità”.A tradurre questo finanziamento in realtà, acquistando il macchinario per donarlo all’Ospedale, è stata la A.O.B. Associazione Oncologica Bergamasca. La onlus, che opera da oltre vent’anni in Ospedale a favore dei malati oncologici, conosce bene il reparto di Urologia e la sua necessità di un costante aggiornamento della dotazione tecnologica.
“Da sempre A.O.B. è in prima linea nel contribuire all’aggiornamento tecnologico delle attrezzature e dei macchinari necessari all’attività dei medici che quotidianamente operano con i pazienti oncologici, al fine di migliorare affidabilità e precisione delle indagini diagnostiche – ha dichiarato Maurizio Radici, presidente di A.O.B. Associazione Oncologica Bergamasca onlus -. In questo caso, il tutto si è potuto concretizzare grazie al contributo della Fondazione Cariplo e della Fondazione della Comunità Bergamasca, che sono state davvero generose e attente alle esigenze del nostro Ospedale”.Grazie a questa donazione, lo staff chirurgico di Luigi Da Pozzo, direttore della Urologia del Papa Giovanni XXIII, potrà mantenere elevati gli attuali standard dell’attività interventistica mininvasiva. Per le sole neoplasie renali, sono circa 150 in media ogni anno gli interventi chirurgici, in gran parte eseguiti proprio in laparoscopia. Un’attività che contribuisce a posizionare l’Urologia del Papa Giovanni XXIII di Bergamo nella “top ten” di tutte le strutture italiane, sia pubbliche che private, per il trattamento della patologia tumorale di rene, vescica e prostata.

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Cuore e reni: legami a doppio filo

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 marzo 2019

Cuore e rene sono due organi anatomicamente lontani ma che hanno strettissimi legami in termini di ‘dialogo’. Un legame che può rivelarsi un’arma a doppio taglio in quanto il coinvolgimento patologico di uno può indurre conseguenze nell’altro. Un’associazione di tipo fisiopatologico a livello di asse cardio – renale fu descritta per la prima volta nel 1951, ma solo nel 2008, durante la conferenza di consenso promossa dall’ADQI (Acute Dialysis Quality Initiative) tenutasi a Venezia, si procedette ad una caratterizzazione per ciò che riguarda definizione, classificazione, epidemiologia, criteri diagnostici, strategie di prevenzione e gestione/terapia della sindrome cardiorenale 1.
Attualmente si riconoscono 5 sottotipi di sindrome cardiorenale in base alla modalità d’insorgenza (acuta ovvero cronica) e all’organo primitivamente coinvolto (sindromi cardiorenali ovvero renocardiache). Quella di tipo II è una patologia estremamente comune nella popolazione, giacchè problemi cardiaci cronici e insufficienza renale cronica coesistono con estrema frequenza. Interessa tre il 20 e il 40% dei pazienti con scompenso cardiaco, mentre l’insufficienza renale è presente nel 45-63% dei soggetti con insufficienza cardiaca. I dati ottenuti rispecchiano i valori di due studi differenti, il primo effettuato valutando i pazienti ammessi al ricovero per scompenso cardiaco acuto (ADHERE study) ed il secondo esaminando pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico in regime di controllo ambulatoriale (DIG trial ). Nello studio ADHERE , la malattia renale cronica era presente nel 63% dei pazienti (di cui 43% con disfunzione moderata, 31% con disfunzione severa, 7% con GFR<15 ml/min/m2) ed il suo grado era direttamente proporzionale al peggioramento delle condizioni del paziente.Nel DIG trial i soggetti affetti erano il 45% e presentavano un aumentato rischio di ospedalizzazione e mortalità. Le malattie cardiovascolari, renali e metaboliche condividono spesso gli stessi fattori di rischio; nell’ultimo Congresso dell’American Heart Association del 2018 è emerso sempre più chiaro questo evidente ‘matrimonio di interesse’.“Danni renali acuti sono largamente rappresentati nei pazienti ricoverati, specialmente nelle unità di terapia intensiva (ICU). L’incidenza è del 70% nei ricoverati nelle ICU con una quota tra il 5 e il 25% che sviluppa una forma di compromissione severa tale da rendere necessaria la terapia sostitutiva della funzione renale (dialisi e trapianto). Forte anche il pegno in termini di mortalità che si aggira tra il 50 e l’80%” precisa il Prof. Claudio Ronco Direttore del reparto di Nefrologia dell’ospedale San Bortolo (Vicenza): “Questa specifica forma di sindrome cardio renale, precisamente la 3, è associata ad una cascata di eventi proinfiammatori che ricadono sul muscolo cardiaco provocando ipertrofia miocardica ed accelerando il processo di aterosclerosi. Una valanga di citochine, chemochine, interferoni, interleuchine e Tumor Necrosis Factor sino ad un nuovo peptide, da poco indagato, chiamato TWEAK (Tumor Necrosis Factor-like weak inducer of apoptosis) potrebbero rappresentare nuovi target terapeutici.

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Giornata Mondiale del Rene

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 marzo 2019

Roma 14 marzo dalle 10 alle 16, a Piazza del Popolo in occasione della Giornata Mondiale del Rene mentre cardiologi e nefrologi, nello stesso giorno sono a Congresso nella Capitale sarà mobilitato un team di medici, supportati dalla Croce Rossa Italiana. La popolazione sarà invitata ad un controllo della funzionalità renale di base: analisi delle urine mediante stick, consulto con il nefrologo e misurazione della pressione arteriosa costituiranno il primo passo, salvo essere indirizzati ad una ecografia renale nel caso in cui i nefrologi individuino un particolare sospetto diagnostico.
La malattia renale cronica colpisce circa del 10% della popolazione generale (fino al 40% degli anziani) ed è una delle prime cause di morte in Italia. 850 milioni di persone nel mondo hanno una malattia renale e le forme croniche rappresentano la 6a causa di morte con circa 2,4 milioni di vittime ogni anno, mentre le forme acute (AKI) sono responsabili di 1,7 milioni di decessi. “Eppure la malattia renale ed i suoi fattori di rischio non sembrano essere una priorità nelle programmazione sanitaria nazionale: basti pensare che la rete italiana dei reparti di Nefrologia è prossima ad un drastico sfoltimento a seguito della revisione dell’offerta sanitaria ospedaliera prevista secondo la Legge Balduzzi (decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, Convertito in legge 8 novembre, n. 189)” spiega il Dottor Fulvio Floccari, Dirigente Medico della UOC Nefrologia ASL RM4 e Consigliere dell’Associazione Italiana di CardioNefrologia “Tale revisione della rete nefrologica chiuderà molte Unità Operative, ad oggi presenti capillarmente nella provincia italiana, e le riorganizzerà solo negli ospedali più grandi (quelli con bacini di utenza superiore a 600.000-1.200.000 abitanti). Tale misura comporterà una oggettiva difficoltà per il malato di reni ad incontrare lo specialista nefrologo in una fase precoce di malattia e ridurrà la Nefrologia italiana ad una rete locale di centri emodialisi (chiamati a gestire i malati nei quali la malattia ha ormai compiuto la sua storia naturale, privando completamente i pazienti della funzionalità renale) e ad una serie di “hub” dove verranno concentrate le risorse, ad inesorabile distanza dal malato”.Quest’anno, la Giornata Mondiale del Rene si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sul crescente carico di malattie renali in tutto il mondo e sulla necessità di strategie per la prevenzione e la gestione delle malattie renali.

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Prelievo di rene in chirurgia robotica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 dicembre 2018

L’intervento eseguito alcuni giorni fa con successo, è durato meno di 2 ore. La nuova tecnica, che coniuga i vantaggi della laparoscopia già da tempo applicata in questo centro, presenta ora con il robot evidenti vantaggi sia per le basse percentuali di complicanze che per il recupero molto veloce del paziente, sia per il dolore post operatorio minore che per i migliori risultati estetici (soli 6 cm. la ferita) oltre che per l’eccellente funzionalità del trapianto effettuato. La signora di 63 anni è stata dimessa appena dopo alcuni giorni. L’equipe guidata dalla Prof.ssa Lucrezia Furian e dalla Dr.ssa Cristina Silvestre, ha deciso di eseguire l’espianto del rene sano in chirurgia robotica (Robotic Assisted Surgery). La Prof.ssa Furian, con training in Belgio, 1° operatore ha eseguito l’intervento chirurgico manovrando a distanza ravvicinata il robot che, al suo comando, eseguiva le manovre più delicate di chirurgia mini invasiva. All’equipe hanno preso parte personale anestesiologico: Dr. Paolo Feltracco, Dr.ssa Stefania Barbieri, Dr. Alessandro De Cassai, personale infermieristico e operatori tecnici: Sergio Boccella, Maria Cristina Berto, Silvano Massaro, Gloria Zambolin, Matilde Schiavolin, Romeo Vanzetto, Daria Marcolongo, Silvana Chinello.L’elaborazione del software robotico ottimizza la visione e la cura dei dettagli durante l’intervento. La visione magnificata, la cura del dettaglio – dove si vedono anche i vasi sanguigni di piccolissime dimensioni – ha consentito di evitare anche il minimo sanguinamento. Sono bastate solo due dita per manovrare dei sensibilissimi joystick del robot connessi a strumenti di piccolissime dimensioni di alta precisione. Il rene prelevato è stato subito raffreddato in ghiaccio e perfuso con un’apposita soluzione. A questo punto era preparata la 2° equipe nella sala operatoria sottostante – piastra Tropea, guidata dal Prof. Paolo Rigotti direttore del Centro Trapianti Rene e Pancreas dell’Azienda Ospedaliera/Università di Padova che è stato coadiuvato dal chirurgo Dr. Francesco Tuci e dal personale anestesiologico: Dr. Paolo Feltracco, Dr. Helmut Galligioni, Dr. Maurizio Furnari e dal personale infermieristico e operatori tecnici: Rebecca Pranovi, Roberta Schievano, Romeo Vanzetto, Giovanni Arcuti, Silvana Chinello, Luisa Rigato. Espiantato il rene malato, è stato immediatamente trapiantato l’organo sano. Questo 2° intervento svoltosi con susseguenza di fasi per via tradizionale, è durato circa un’ora e mezza e il rene sano trapiantato nell’arco di 1 ora ha ripreso prontamente a funzionare.

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Tumori della prostata, rene e vescica

Posted by fidest press agency su sabato, 6 ottobre 2018

Fare il punto sulle conoscenze e le ultime novità relative ai tumori della prostata, rene e vescica. E’ questo l’obiettivo che si pongono gli oltre 80 specialisti che oggi danno il via alla settima edizione del convegno internazionale Controversies in Genitourinary Tumors. L’evento si svolge all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “Queste malattie oncologiche rappresentano il 20% di tutte le neoplasie registrate nel nostro Paese ogni anno – afferma il prof. Giuseppe Procopio, Responsabile dell’Oncologia Medica Genitourinaria dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Sono patologie molto complesse e che interessano diversi specialisti. L’approccio deve quindi essere integrato e prevedere il continuo confronto tra i vari camici bianchi che prendono in cura il paziente. Con il convegno di Milano vogliamo creare un dibattito costruttivo circa le principali controversie sorte negli ultimi mesi sulle strategie di trattamento”. L’evento, dell’Istituto lombardo, prevede quattro sessioni per un totale di 22 interventi su diagnosi e terapie dei tumori genito-urinari. “In uro-oncologia l’evoluzione nella pratica clinica è estremamente veloce, molto di più che in altre branche dell’oncologia medica – aggiunge il prof. Filippo de Braud, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. E’ necessario un aggiornamento continuo. L’Italia è senza dubbio all’avanguardia nel mondo e nei nostri ospedali lavorano alcuni tra i migliori specialisti in circolazione. In particolare l’Istituto Tumori di Milano è da anni in prima linea nella ricerca medico-scientifica. Partecipiamo e collaboriamo a network internazionali e a studi svolti in tutto il Pianeta”. Al convegno ampio spazio è riservato al tema delle nuove cure. “Oggi contro il cancro alla prostata, al rene e alla vescica abbiamo a disposizione diversi approcci terapeutici – conclude Procopio -. Per quanto riguarda i farmaci le novità sono rappresentate dagli immuno-terapici e dagli agenti biologici a bersaglio molecolare. A questi vanno aggiunti nuovi ormoni che utilizziamo nella patologia prostatica e che hanno cambiato le prospettive, anche per la fase metastatica. Grazie a tutte queste cure innovative oggi otto pazienti su dieci, interessati da un tumore urogenitale, riescono a sopravvivere alla malattia. Tuttavia non bisogna abbandonarsi a facili ottimismi. Solo il tumore delle prostata, infatti, provoca ogni anno oltre 7.000 decessi. Bisogna quindi promuovere e coordinare maggiormente la ricerca medica sia dentro che fuori i confini nazionali”.

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Tumore del rene: Chirurgia e farmaci per impedire le recidive

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

È italiano il primo studio al mondo che fornisce informazioni decisive sull’approccio multidisciplinare integrato, cioè sull’utilizzo della chirurgia e della terapia medica nel tumore del rene avanzato. E’ stato presentato al 54° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago dal prof. Giuseppe Procopio, responsabile dell’Oncologia Medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Nel 2017 in Italia sono stati stimati 13.600 nuovi casi di tumore del rene (9.000 uomini e 4.600 donne), circa l’80% è costituto dal carcinoma a cellule renali. Lo studio RESORT, di fase II, ha coinvolto 76 pazienti di 12 centri italiani, colpiti da questa neoplasia precedentemente operati al rene (nefrectomia). Questi pazienti presentavano non più di 3 metastasi. “La chirurgia radicale delle metastasi seguita da un periodo di osservazione è la strategia comunemente utilizzata nei pazienti colpiti da carcinoma a cellule renali avanzato – spiega il prof. Procopio -. Nello studio, coordinato dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, abbiamo confrontato questo approccio con quello costituito da chirurgia delle metastasi seguita dal trattamento con un farmaco mirato anti-angiogenico. L’obiettivo era valutare se questa seconda opzione potesse offrire benefici in termini di sopravvivenza libera da recidiva. La ricerca non ha evidenziato differenze statisticamente significative nei due approcci”. La sopravvivenza libera da recidiva a 1 e 2 anni era pari al 62% e 52% nei pazienti trattati con l’approccio integrato e al 74% e 59% in quelli nel braccio di osservazione. “Però, in un sottogruppo di pazienti con specifici tipi di metastasi resecate – continua il prof. Procopio -, si è evidenziato un decorso favorevole grazie all’integrazione della chirurgia e della terapia farmacologica. È il primo studio che analizza questo specifico contesto clinico. Quindi vanno selezionati i pazienti candidabili ai diversi approcci in base alle sedi e della numerosità delle metastasi. Senza dimenticare che la collaborazione multidisciplinare tra urologi, chirurghi, oncologi medici, radioterapisti, anatomopatologi e medici nucleari rappresenta oggi un percorso necessario”. “L’alto profilo di tollerabilità dell’immunoterapia – conclude il prof. Procopio – porta questa opzione a prevalere su altri tipi di cura. In particolare, nivolumab è la prima molecola immuno-oncologica a dimostrare un beneficio di sopravvivenza in pazienti precedentemente trattati: il 39% è vivo a 3 anni rispetto al 30% di quelli che hanno ricevuto everolimus (terapia target). Oltre all’incremento della sopravvivenza globale va considerato il miglioramento della qualità di vita garantito dall’immuno-oncologia, già evidenziato dallo studio che ha condotto all’approvazione di nivolumab in monoterapia nel trattamento del carcinoma a cellule renali avanzato pretrattato. E un altro studio che sarà presentato all’ASCO pone in piano il beneficio in termini di qualità di vita che emerge anche con la combinazione di due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, in prima linea”.

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Tumori urologici in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

Nel nostro Paese ogni anno a 38.000 italiani, con più di 70 anni, viene diagnosticato un tumore urologico. Il più frequente è quello alla prostata che tuttavia ha un minor impatto clinico di altri tumori perché in una percentuale non trascurabile dei casi risulta in forma latente asintomatica, soprattutto negli over 80. Il carcinoma del rene e, in maggior misura, quello della vescica invece hanno una notevole espressione clinica. Questi tumori inoltre negli ultimi anni hanno manifestato un aumento di incidenza, in particolare nelle persone d’età avanzata. Il numero di casi di tumore del rene è aumentato del 7% nell’ultimo quinquennio. E per quello della vescica per il 2020 sono previste oltre 30.300 nuove diagnosi l’anno contro le attuali 27.000. Da questi dati incontrovertibili nasce l’esigenza di intensificare la collaborazione tra urologi, oncologi e geriatri che insieme ad altri specialisti devono elaborare nuovi percorsi di assistenza e cura a misura del paziente anziano. La multidisciplinarità al servizio della terza età è uno dei temi al centro del XXVIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO) che si apre oggi a Milano. Fino a sabato la città lombarda ospiterà oltre 600 esperti provenienti da tutta la Penisola. “Le neoplasie uro-genitali rappresentano un quinto di tutte le diagnosi di cancro registrate nel nostro Paese – afferma il prof. Riccardo Valdagni, Presidente Nazionale della SIUrO -. Sono patologie tipiche degli over 70, che spesso e volentieri soffrono anche di ulteriori gravi problemi di salute come diabete, ipertensione o insufficienza renale. Per questi pazienti è ancora più importante e fondamentale che siano assistiti da un team multidisciplinare. Attraverso il ‘lavoro di squadra’ è possibile, infatti, favorire l’appropriatezza diagnostica e terapeutica, ridurre gli sprechi legati a cure ed esami superflui, garantire il tempestivo accesso a programmi di riabilitazione e supporto. La multidisciplinarità deve quindi essere considerata non più un’opzione ma una modalità di gestione necessaria. I vari specialisti devono imparare a cooperare insieme per acquisire gli uni parte degli strumenti degli altri. A questo tema, ormai imprescindibile, abbiamo dedicato il nostro appuntamento nazionale più importante”. “Negli anziani il rischio di ammalarsi di cancro è di 40 volte più alto rispetto agli under 40 – aggiunge il prof. Alberto Lapini, Presidente Eletto della SIUrO -. Secondo le ultime previsioni demografiche già nel 2025 un quarto della popolazione italiana avrà più 65 anni. Vanno quindi presi provvedimenti a livello politico e sanitario per evitare un vero e proprio boom di patologie oncologiche nei prossimi anni. Per quanto riguarda i tumori del tratto urinario esiste un problema oggettivo nell’individuarli ai primi stadi. Il cancro del rene o della vescica, per esempio, non si manifestano attraverso sintomi specifici, inoltre non abbiamo a disposizione programmi di screening efficaci. Esiste poi l’annosa e irrisolta questione dell’esame del PSA per il tumore della prostata. Il test non può essere utilizzato in maniera indiscriminata o diventare un esame di massa. Va limitato solo alle persone considerate a rischio, correttamente informate sul significato del PSA e sull’iter diagnostico che un PSA non ‘normale’ comporta. Altrimenti otterremmo come unico risultato un aumento di trattamenti eccessivi o inutili con conseguenze non indifferenti sulla qualità della vita dei pazienti”.
“Una possibile soluzione è favorire il più possibile gli stili di vita sani – sottolinea il prof. Giario Conti, Segretario Nazionale della SIUrO -. Comportamenti pericolosi come il tabagismo o i chili di troppo sono ancora eccessivamente diffusi tra gli over 65. In particolare il 57% degli anziani italiani risulta in eccesso di peso e questo determina un aumento del rischio soprattutto del tumore del rene. Dieta corretta e attività fisica vanno quindi promosse tra tutta la popolazione senza distinzione d’età”.

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Prima catena di trapianto di rene da vivente

Posted by fidest press agency su domenica, 25 marzo 2018

Padova. Per la prima volta, presso il Centro Trapianti di Rene di Padova diretto dal Prof. Rigotti, dell’Azienda Ospedale Università di Padova, è stata realizzata con esito positivo, la prima catena di trapianto di rene da vivente tra coppie donatore-ricevente incompatibili innescata da un donatore deceduto. Questa esperienza è unica non solo a livello italiano ma anche a livello internazionale.L’opzione del trapianto di rene da donatore vivente sta diventando anche in Italia sempre più scelto dai pazienti con insufficienza renale cronica che necessitano di un trapianto di rene. Questo grazie agli ottimi risultati del trapianto ed alla sicurezza della procedura per il donatore. Tuttavia, in numerosi casi, l’opzione della donazione diretta tra persone affettivamente legate non è praticabile a causa di una incompatibilità immunologica.
Durante gli ultimi anni diverse strategie sono state messe in atto per consentire il trapianto in questi casi difficili, tra cui il trapianto in modalità cross-over (in cui avviene uno “scambio” di donatori viventi tra pazienti incompatibili con il loro donatore) e più recentemente le catene di trapianti innescate da donatori samaritani. Dal 2015 ad oggi, in Italia, si sono verificate 5 donazioni samaritane che hanno consentito di avviare altrettante catene di trapianti.
Si tratta di un numero esiguo: da questa osservazione nasce il programma “DECK (DECeased-Kidney) – Utilizzo di reni da donatore deceduto per implementare i trapianti di rene da donatore vivente tra coppie incompatibili”, che unisce la risorsa della donazione da deceduto per innescare catene di trapianti da donatore vivente.
La complessa fase di studio per realizzazione del programma, coordinata dalla Dr.ssa Lucrezia Furian della UOC Chirurgia dei Trapianti di Rene e Pancreas, ha richiesto una attenta valutazione retrospettiva dei dati relativi a donatori-riceventi incompatibili, una scrupolosa analisi degli aspetti legati all’efficacia, alle problematiche etiche e a quelle logistiche e lo sviluppo di algoritmi per l’ottimizzazione delle catene di trapianti. Tale studio è stato condotto nell’ambito di un progetto di ricerca interdisciplinare finanziato dall’Università degli Studi di Padova che ha coinvolto, oltre all’equipe del centro trapianti, ricercatori del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali e del Dipartimento di Matematica dell’Università patavina, sotto la direzione del Prof. Antonio Nicolò, responsabile scientifico del progetto di ricerca.
Il progetto ha coinvolto l’équipe chirurgica, anestesiologica ed infermieristica della UOC Chirurgia dei Trapianti di Rene e Pancreas dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, in collaborazione con il laboratorio del centro interregionale di immunogenetica NIT di Milano e il laboratorio regionale di immunogenetica dell’Ospedale di Camposampiero. Il Centro Nazionale Trapianti, responsabile del programma nazionale di trapianto di rene da vivente in modalità incrociata tra coppie incompatibili, ed il Coordinamento Regionale Trapianti del Veneto hanno seguito e supportato tutte le fasi di progettazione e realizzazione.La donatrice è stata dimessa dopo soli tre giorni dall’intervento, effettuato con tecnica mininvasiva laparoscopica, ed è in ottime condizioni, così come i due riceventi, che hanno già una funzionalità renale del tutto normale.

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Conferenza sul tumore del rene in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 giugno 2017

tumore reneRoma, 22 giugno 2017, ore 13 Senato della Repubblica, Palazzo Madama, Piazza Madama 11 Sala Caduti di Nassirya. Nel nostro Paese vivono più di 118.760 persone dopo la diagnosi di tumore del rene. Le possibilità di sopravvivenza a 5 anni raggiungono il 71%, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più efficaci. Questi pazienti chiedono di tornare a una vita come prima, al lavoro, agli affetti. Senza dimenticare gli aspetti molto importanti legati alla riabilitazione. Per sensibilizzare i cittadini su questa patologia il 22 giugno si celebra la Prima Giornata Mondiale contro il Tumore del Rene, in cui le associazioni dei pazienti di tutto il pianeta si uniscono per migliorare la consapevolezza su questa malattia e raccogliere fondi. In Italia AIMaC (Associazione Italiana Malati di Cancro) e FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) aderiscono alla Giornata e presentano un opuscolo sulla patologia destinato ai cittadini, ai pazienti e ai familiari. Per illustrare i contenuti della Giornata e della pubblicazione, il 22 giugno alle 13 al Senato (Palazzo Madama, Sala Caduti di Nassirya) è prevista una conferenza stampa con gli interventi del prof. Giuseppe Procopio, membro del Direttivo nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), del prof. Michele Gallucci, Direttore Urologia Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, del prof. Francesco Cognetti, presidente Fondazione Insieme contro il cancro, del prof. Camillo Porta dell’Oncologia Medica della Fondazione IRCCS Policlinico “San Matteo” di Pavia e dell’avv. Elisabetta Iannelli, Segretario Generale FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia). Interverrà anche Marina Ripa di Meana che porterà la sua testimonianza di paziente oncologica.

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Diabete e rischio di danni al cuore e al rene

Posted by fidest press agency su domenica, 21 Maggio 2017

diabeteNapoli. Le malattie cardiovascolari come infarto del miocardio e ictus, insieme con l’insufficienza renale, sono tra le più frequenti e temibili complicanze del diabete. “La malattia cardiovascolare è la prima causa di morte nelle persone con diabete mellito: il 65 per cento dei diabetici tipo 2 muore per cardiopatia ischemica o ictus. Un paziente diabetico adulto ha una probabilità doppia di soffrire di malattie cardiovascolari rispetto a un non diabetico e la nefropatia diabetica come causa di insufficienza renale terminale sta aumentando rapidamente: circa il 30-35 per cento delle persone con diabete presenta complicanze renali nel corso della malattia”, spiega Giuseppina Russo, Ricercatore Universitario e Responsabile dell’Ambulatorio di Medicina delle Malattie Metaboliche, D.A.I. di Medicina Interna, AOU Policlinico Universitario di Messina.Una buona notizia, tuttavia, viene dai dati dello studio LEADER1, uno studio internazionale (condotto in 32 paesi, Italia inclusa), multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con impiego di placebo come controllo, presentati al congresso nazionale di diabetologia, organizzato da AMD-Associazione Medici Diabetologi in questi giorni a Napoli. Il farmaco antidiabete liraglutide – appartenente alla classe degli agonisti del recettore del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) e protagonista dello studio LEADER – ha dimostrato nelle persone con diabete tipo 2, di ridurre del 22 per cento il rischio di morte per cause cardiovascolari e del 15 per cento la mortalità per tutte le cause; non solo, liraglutide sembra ridurre il rischio di peggioramento della malattia renale, anche in questo caso del 22 per cento, nelle persone a elevato rischio cardiovascolare.
“Si tratta di risultati particolarmente importanti per la pratica clinica quotidiana”, ha commentato Giuseppina Russo nella sua presentazione. “I dati, infatti, mettono in evidenza come liraglutide, oltre all’effetto atteso da parte di un farmaco antidiabete di riduzione della glicemia, contribuisca a prevenire, nel diabete tipo 2, le complicanze cardiovascolari, la mortalità e a ridurre le malattie renali. Senza dimenticare che ha anche un significativo impatto sulla perdita di peso, un dato non indifferente in quanto molto spesso diabete, sovrappeso e obesità convivono, sostenendosi a vicenda”, ha aggiunto.
Lo studio LEADER è il primo studio di sicurezza cardiovascolare (CVOT) che ha dimostrato la riduzione del rischio cardiovascolare e del danno renale da parte di un agonista del recettore del GLP-1, valutando gli effetti a lungo termine di liraglutide (al dosaggio di 1,8 mg) rispetto a placebo in 9.340 persone con diabete tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari per un periodo da 3,5 a 5 anni. Sia il placebo sia il farmaco venivano somministrati in aggiunta alla terapia standard che consiste in modifiche dello stile di vita (dieta ed attività fisica), trattamenti ipoglicemizzanti e terapie cardiovascolari. L’endpoint composito primario era costituito del verificarsi di decesso per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale ed ictus non fatale mentre l’insorgenza o il peggioramento della malattia renale era parte degli endpoint secondari dello studio.

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Tumore del rene

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 ottobre 2016

tumore-reneÈ efficace la combinazione di nivolumab e ipilimumab nel carcinoma a cellule renali mestastatico (mRCC): il 70% dei pazienti è vivo a due anni. Lo dimostrano i risultati aggiornati dello studio di fase I CheckMate -016, che ha valutato la sicurezza e tollerabilità (endpoint primario) di nivolumab a diversi dosaggi come parte di un regime di combinazione con ipilimumab, sunitinib o pazopanib in pazienti con carcinoma a cellule renali metastatico precedentemente trattati o naïve al trattamento. Questi dati aggiornati includono i risultati con la combinazione di nivolumab e ipilimumab (braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg e braccio con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg) dopo un follow-up di circa 2 anni, che hanno mostrato un tasso di risposta globale (ORR; endpoint secondario) del 40,4% (n = 47) in entrambi i bracci. Dei 38 responder in entrambi i bracci, il 39,5% (n = 15) presentava una risposta ancora in atto, con una durata mediana della risposta di 20,4 mesi nel braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg e di 19,7 mesi nel braccio con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg. Il tasso di sopravvivenza globale a 12 mesi è risultato pari all’81% e 85% rispettivamente nel braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg e in quello con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg, e un tasso a 24 mesi rispettivamente del 67% e 70%. Sono stati osservati meno eventi avversi di grado 3/4 correlati al trattamento nel braccio con nivolumab 3 mg/kg e ipilimumab 1 mg/kg (38,3%) che in quello con nivolumab 1 mg/kg e ipilimumab 3 mg/kg (61,7%).
Questi risultati saranno presentati al Congresso ESMO (European Society for Medical Oncology) 2016 durante una sessione poster domenica 9 ottobre (Abstract #1062P). “Rimane un significativo bisogno insoddisfatto di opzioni terapeutiche che offrano risposte continuative e che aumentino la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma a cellule renali, la più comune forma di tumore del rene”, ha affermato Asim Amin del Levine Cancer Institute, Carolinas HealthCare System. “I risultati dello studio CheckMate -016 sono incoraggianti e stimolano il proseguimento degli studi, perché mostrano che, a un follow-up di quasi 2 anni, ciascun braccio di combinazione con nivolumab e ipilimumab presentava una risposta ancora in atto nel 40% dei pazienti”. Quasi un terzo delle diagnosi di carcinoma a cellule renali (RCC) avviene quando la malattia è già metastatizzata o si è diffusa ad altre parti del corpo. Allo stadio IV, i tassi di sopravvivenza sono bassi, con circa il 12% dei pazienti con tumore avanzato del rene ancora vivi dopo 5 anni.
“I risultati di CheckMate -016 presentati al Congresso ESMO quest’anno confermano il nostro approccio di studiare la combinazione di due nostri farmaci immuno-oncologici, nivolumab e ipilimumab, per migliorare gli outcome dei pazienti con carcinoma a cellule renali metastatico”, ha dichiarato Vicky Goodman, Development lead, Melanoma and Genitourinary Cancers, Bristol-Myers Squibb. “Il nostro programma di fase III con la combinazione di nivolumab e ipilimumab nel trattamento di prima linea del carcinoma a cellule renali metastatico è in corso e speriamo di confermare questi risultati iniziali man mano che proseguiremo la ricerca”.
Il carcinoma a cellule renali (RCC) è la più comune forma di tumore del rene negli adulti, responsabile ogni anno di più di 100.000 decessi nel mondo. Il carcinoma renale a cellule chiare è il tipo di tumore renale a prevalenza più alta e costituisce l’80 – 90% dei casi totali. Il carcinoma a cellule renali è circa due volte più comune negli uomini che nelle donne, con i tassi più alti di malattia nel Nord America e in Europa. Globalmente, il tasso di sopravvivenza a cinque anni, nei pazienti che ricevono diagnosi di tumore del rene avanzato, è del 12%.

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Rene malato “spia” di problemi di cuore e circolazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 Maggio 2016

trapianto_reneA Genova dal 19 al 21 maggio 2016 ricercatori italiani ed europei tra i più prestigiosi si confronteranno e tracceranno un quadro della situazione della ricerca clinica e di base in ipertensione arteriosa e diabete mellito, due patologie croniche tra le più diffuse nei paesi occidentali: in Italia colpiscono rispettivamente il 30% e tra il 6 e l’8% della popolazione.
Medici e ricercatori ne discuteranno in occasione del Congresso “The kidney, hypertension and cardiovascular risk” organizzato dall’Università degli Studi di Genova e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
Ipertensione e diabete costituiscono i principali fattori di rischio per lo sviluppo e la progressione della malattia renale croniche, anch’essa in drammatico aumento negli ultimi anni. La malattia renale cronica, spesso del tutto asintomatica, colpisce attualmente circa il 10% della popolazione e comporta un notevole aumento del rischio di incidenti cerebro e cardiovascolari, rappresentando, direttamente o indirettamente, un importante fonte di spesa per i sistemi socio sanitari dei paesi industrializzati.
Nel corso del convegno verranno presentati i risultati degli studi condotti dai ricercatori del Centro Ipertensione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino di Genova, in corso di pubblicazione su prestigiose riviste internazionali, che dimostrano come l’identificazione di alterazioni renali anche lievi ed asintomatiche consentano di individuare facilmente ed a basso costo i pazienti con ipertensione a più elevato rischio di sviluppare complicanze.
Queste nuove acquisizioni possono avere importanti ricadute nella pratica clinica poiché semplificano la valutazione del rischio cardiovascolare dei pazienti a rischio come i diabetici e/o gli ipertesi.
Il congresso di svolge dal 19 al 21 maggio 2016 a Palazzo Ducale, Piazza Giacomo Matteotti 9. La partecipazione è aperta ai medici e assegna crediti formativi ECM.

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L’immuno-oncologia parla italiano

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 ottobre 2015

v_grains-melanomeIl nostro Paese ha guidato i più importanti studi clinici con questa nuova arma e Siena è la capofila a livello mondiale. In dieci anni nella città toscana più di 700 pazienti sono stati trattati con queste terapie innovative che stimolano il sistema immunitario a combattere il cancro. Il melanoma ha rappresentato l’apripista in sperimentazioni che si sono poi allargate a molti tipi di tumore, da quelli del polmone, del rene, della prostata, del colon-retto e del cervello, fino al mesotelioma e ad altre neoplasie rare. L’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, diretta dal prof. Michele Maio, è tra i primi centri al mondo per numero di patologie trattate con questo nuovo approccio. Proprio la città toscana ospita il XIII Congresso NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori) con la partecipazione dei più importanti esperti a livello internazionale. E da Siena arriva l’appello dei ricercatori perché queste terapie innovative siano subito disponibili per i pazienti. “Il nostro centro è nato dieci anni fa – spiega il prof. Maio, che è anche presidente del NIBIT e della Fondazione NIBIT -. All’inizio poteva sembrare una sfida. Oggi l’immuno-oncologia si è affermata come la quarta arma disponibile per sconfiggere il cancro in grado di generare grandi benefici sia nei tumori solidi che in quelli ematologici. Il primo farmaco immuno-oncologico approvato, ipilimumab, ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma in fase avanzata: nel 20% dei pazienti la malattia si ferma o scompare del tutto, e aumenta la sopravvivenza a lungo termine. In questo tumore della pelle è ormai possibile evitare la chemioterapia. Un passaggio che avverrà a breve anche nel tumore del polmone, con importanti vantaggi per i pazienti perché oggi uno su cinque trattato con un nuovo farmaco immuno-oncologico, nivolumab, è vivo a tre anni. Siamo di fronte a un risultato straordinario in una delle patologie a maggiore impatto, con 41.000 nuove diagnosi stimate in Italia nel 2015”. Il 21 luglio scorso la Commissione Europea ha approvato nivolumab nel tumore del polmone non a piccole cellule squamoso localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattato con la chemioterapia. Il 22 settembre l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha inserito il farmaco nella lista prevista dalla legge 648/96, consentendo così a 1.400 pazienti colpiti da questa forma di neoplasia, non inclusi nel programma di uso compassionevole, di poter disporre del trattamento a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nivolumab, così come un altro anticorpo diretto contro PD-1, pembrolizumab, però non è stato ancora approvato nel nostro Paese nel melanoma. “È importante che anche i pazienti con questo tipo di tumore della pelle, che nel 2015 in Italia colpirà circa 11.300 persone, possano accedere quanto prima alla terapia innovativa – continua il prof. Maio -. Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia della combinazione di ipilimumab e nivolumab. L’associazione ha evidenziato una riduzione delle dimensioni del tumore, cioè tassi di risposta non solo maggiori rispetto ai due farmaci somministrati in monoterapia ma anche più veloci e duraturi. Il regime di combinazione nel melanoma è stato approvato recentemente negli Stati Uniti dall’ente regolatorio americano, la Food and Drug Administration (FDA), ma spesso i pazienti italiani devono attendere molti mesi prima di poter accedere a queste armi. Chiediamo alle Istituzioni di prevedere approvazioni accelerate quando si tratta di terapie realmente innovative”. L’obiettivo di cronicizzare la malattia, già raggiunto in alcuni pazienti con melanoma, potrà essere esteso a altri tipi di tumore grazie all’associazione di queste molecole. “I risultati degli studi nel melanoma rafforzano le nostre convinzioni che le future terapie consisteranno nella combinazione di più farmaci immuno-oncologici, tra cui nivolumab e ipilimumab, che possono modulare il sistema immunitario per offrire ai pazienti con tumore opzioni di maggiore efficacia, più di quanto si possa ottenere con gli attuali approcci terapeutici – sottolinea il prof. Giorgio Parmiani, past president NIBIT e già direttore dell’Unità di Immuno-Bioterapia del Melanoma e Tumori Solidi dell’Istituto Scientifico Fondazione San Raffaele -. Nel 2011, la sopravvivenza a lungo termine in pazienti con melanoma metastatico era un risultato impensabile, ma l’introduzione di ipilimumab ha aiutato a rendere questo obiettivo una realtà per il 20% dei pazienti. Ora stiamo incrementando questi successi con nivolumab, il primo inibitore di PD-1 a dimostrare un aumentato beneficio in termini di sopravvivenza. Inoltre l’utilizzo delle tecniche di genomica consente oggi di identificare gli antigeni, cioè i bersagli verso cui il paziente può sviluppare una risposta immunologica efficace attivata dagli anticorpi immunomodulanti”. “Stiamo assistendo a risultati importanti anche nel tumore del rene – continua il prof. Parmiani -. Nivolumab infatti ha dimostrato di ridurre il rischio di morte del 27% nelle persone colpite dalla malattia in fase metastatica rispetto alla terapia standard”.
L’utilizzo di queste terapie non comporta necessariamente un incremento dei costi per il sistema sanitario nazionale. Infatti si stanno indentificando marcatori tumorali per indentificare in anticipo i pazienti in cui i farmaci immuno-oncologici potranno essere efficaci. “Così sarà possibile risparmiare risorse – continua il prof. Maio -. Ad esempio nel tumore del colon-retto è stata identificata una sottopopolazione di pazienti con specifiche caratteristiche molecolari che rispondono molto bene all’immunoterapia. Il carcinoma del colon-retto finora non è stato considerato un modello di sperimentazione per l’immunoterapia perché ritenuto poco immunogenico, ma oggi i dati preliminari stanno evidenziando risultati impressionanti in determinate categorie di pazienti. Gli studi di fase I sono fondamentali per implementare questo tipo di conoscenze, anche se in Italia sono in netto calo. Uno degli obiettivi del NIBIT è proprio quello di promuovere sperimentazioni pre-cliniche e cliniche in grado di portare risultati immediati al letto del paziente”. Il NIBIT riunisce in rete le più importanti strutture italiane, circa 50, che si occupano di bioterapia dei tumori. Da una costola del network è nata nel 2012 la Fondazione NIBIT. “Questo ente – conclude il prof. Maio – vuole sviluppare studi spontanei con finalità non commerciali che si occupano di alcune patologie ‘di nicchia’. Partendo dai dati generati dal nostro centro a Siena nel corso di sperimentazioni spontanee sono nati studi registrativi internazionali ad esempio nel mesotelioma, per il quale la prossima settimana partirà a Siena uno studio clinico che combinerà i due anticorpi tremelimumab e durvalumab diretti contro le molecole CTLA-4 e PD-1”.

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Tumore del rene

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2015

viennaVienna. Più del 50% dei casi di tumore del rene viene scoperto in maniera occasionale, in seguito a un semplice controllo per altri motivi. Una casualità che presenta conseguenze positive perché in questo modo la malattia è spesso individuata in fase precoce e può essere curata con successo. Ma circa un quarto delle diagnosi avviene in stadio avanzato, con limitate possibilità di trattamento. Oggi si stanno aprendo nuove opportunità per questi pazienti, grazie a nivolumab, un farmaco immuno-oncologico che ha dimostrato di ridurre il rischio di morte del 27% nelle persone colpite da tumore del rene metastatico rispetto alla terapia standard (everolimus). Il dato emerge dallo studio CheckMate -025, presentato al Congresso europeo sul cancro (European Cancer Congress, ECC) in corso a Vienna. Nei pazienti trattati con nivolumab si è osservata una sopravvivenza globale mediana pari a 25 mesi rispetto ai 19,6 mesi di quelli trattati con everolimus (in entrambi i casi dopo un precedente trattamento anti-angiogenico). Un risultato mai ottenuto finora nel tumore del rene e così rilevante da meritare la presentazione nella Presidential Session a Vienna e la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine. “È la conferma dell’efficacia dell’immuno-oncologia, un approccio rivoluzionario che stimola il sistema immunitario per combattere il cancro – spiega il prof. Sergio Bracarda, Direttore del Dipartimento Oncologico dell’Azienda Usl 8 di Arezzo -. CheckMate -025 è il quarto studio in tredici mesi in cui è stato sperimentato nivolumab (prima nel melanoma, poi nel tumore del polmone squamoso e in quello non squamoso, ora nel cancro del rene) interrotto in anticipo perché ha raggiunto l’obiettivo ambizioso di un aumento della sopravvivenza. Un evento mai accaduto finora nella storia dell’oncologia. Questi risultati avranno un impatto concreto nella pratica clinica. Serviranno un follow up più lungo e ulteriori studi per poter parlare di sopravvivenza a lungo termine nel tumore del rene, ma i risultati già ottenuti nel melanoma con il 20% dei pazienti vivi a dieci anni aprono prospettive importanti”. Nel 2015 in Italia sono stimati circa 12.600 nuovi casi di tumore del rene, 8.300 tra gli uomini (4% di tutte le neoplasie) e 4.300 tra le donne (3%). Nel 2012 (dato Istat) i decessi sono stati 3.299 (64% tra gli uomini). “L’età media alla diagnosi è di circa 65 anni, ma si sta purtroppo abbassando – continua il prof. Bracarda -. Oggi la sopravvivenza dei pazienti colpiti dalla malattia in fase avanzata è mediamente compresa fra 24 e 36 mesi. Il tumore del rene presenta alcuni elementi in comune con il melanoma, e in passato le due neoplasie sono state studiate insieme per verificare l’efficacia di diversi approcci terapeutici di tipo immunoterapico. In seguito il percorso comune si è separato perché la capacità del sistema immunitario di riconoscere le cellule tumorali è risultata maggiore nel melanoma mentre nel carcinoma renale sono stati messi a punto numerosi trattamenti anti-angiogenici. Oggi i nuovi farmaci immuno-oncologici come nivolumab, che agiscono togliendo il freno indotto al sistema immunitario dal tumore, funzionano in diversi tipi di neoplasia perché il meccanismo di sblocco è trasversale a molte neoplasie. Nel cancro del rene la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci. Il trattamento di elezione per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, conservativa quando possibile. Un terzo dei pazienti, anche se operati in maniera radicale, va tuttavia incontro a recidiva. Per cui la disponibilità di nuove armi come nivolumab potrà migliorare in maniera significativa la capacità di gestione complessiva di questa neoplasia”.

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Acqua: Quanta ne dobbiamo bere?

Posted by fidest press agency su domenica, 17 Maggio 2015

acqua-fresca4Quanta acqua dobbiamo bere nel corso della giornata? Gli studi scientifici hanno stabilito che un adulto, in condizioni ambientali temperate e moderata attivita’ fisica, ha necessità di circa 2 litri di acqua al giorno. L’acqua e’ essenziale per quasi tutte le funzioni del corpo ed e’ particolarmente importante per la termoregolazione, infatti, una perdita di acqua del 10% puo’ essere fatale. L’acqua assunta non e’, pero’, solo quella del rubinetto o della bottiglia di minerale, ma anche quella proveniente da bevande, analcoliche e alcoliche, dai cibi, in particolare da frutta e verdura e dai processi ossidativi del corpo. Se si ha una alimentazione equilibrata non e’ necessario avere la bottiglia da due litri sul tavolo con l’impegno categorico di terminarla entro la giornata perche’ il rene ha un tasso di escrezione di 0,7 – 1 litro di acqua all’ora ed e’ inutile caricarlo di eccessivo lavoro. L’ intossicazione da acqua, con pericolo di vita dovuta a ipo-osmolarita’, e’ rara ma puo’ verificarsi quando si ha rapida reidratazione, con consumo eccessivo di acqua che supera il tasso di escrezione massima del rene. Nella realta’, ed in particolare nelle persone anziane, l’assunzione totale di acqua e’ sempre un po’ carente e va reintrodotta per mantenere l’equilibrio osmotico del nostro corpo. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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