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Renzismo: Un virus mortale?

Posted by fidest press agency su domenica, 2 ottobre 2016

flu-virus-swine-epidemic_0[1]“Al referendum costituzionale gli italiani voteranno avendo subito trenta mesi di renzismo: la disoccupazione, la crisi delle banche, il calo dei consumi. I cittadini voteranno con le tasche”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, durante una conferenza stampa sulle ragioni del ‘no’ al referendum, a Padova. “Il 4 di dicembre sarà anche un voto politico, la Costituzione è un fatto politico, cambiare la Costituzione come ha fatto Renzi è un fatto politico. Il premier mai eletto le tenterà tutte. La gente, il popolo italiano, gli dirà un grande ‘no’, per ragioni di merito e per ragioni politiche. Le due cose non si possono scindere”.

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Caro D’Alema a fare il massimalista si fa il gioco di Renzi (o di qualcun altro)

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2015

d'alemaAbbiamo stima, politicamente, di Massimo D’Alema molto più di quanto egli non faccia per meritarsela e ricambiarla. Per questo ci permettiamo di dolerci del modo in cui sta svolgendo il ruolo, utile se non fosse sterile, di antagonista di Matteo Renzi. Tralasciamo qui gli strali di cui l’ex leader comunista è diventato facile oggetto nel mostrare il suo lato ruvido (ma ne avrà uno non tale?) al giovane presidente del Consiglio: si è beccato dell’invidioso, del rancoroso, del vecchio frignone incapace di uscire di scena. Sono giudizi meschini, che non ci appartengono. Ma siccome D’Alema rivendica, giustamente, come giudizi politici le critiche brucianti che rivolge a Renzi, è proprio sul terreno politico che il suo antagonismo feroce fa acqua. Non perché a Renzi e al renzismo non ci sia motivo di rivolgere critiche – in questa sede non le abbiamo certo lesinate, seppure sempre con spirito costruttivo tanto da coltivare la speranza di non essere messi tra gli asini e i gufi – ma perché non è attestandosi sul fronte del “no” che si fanno quelle giuste, di critiche, nel metodo come nel merito. No, caro D’Alema – e con lei tutti gli altri oppositori interni di Renzi, da Bersani in giù – non è mettendosi sul fronte sinistro del suo partito e dello schieramento politico nazionale che si può costruire una posizione alternativa al giovinotto fiorentino, costruttiva e vincente.Renzi è un riformista pragmatico, ed è su quella linea di demarcazione che va organizzata la dialettica (e, creda, c’è modo di farlo: si rilegga gli ultimi 18 mesi di TerzaRepubblica, se ha bisogno di spunti). Prima di tutto perché quella è la linea su cui si attesta sia la possibilità che la sinistra moderna vinca le elezioni sia che il Paese possa essere salvato. E poi perché, se non ricordiamo male, D’Alema si era dislocato su quel fronte quando Renzi aveva ancora i pantaloni corti, e non si capisce perché l’uomo che, seppur tra mille (troppe) prudenze aveva apprezzato la modernità del socialismo di Bettino Craxi e sottolineato il carattere perdente della sinistra comunista, oggi recuperi linguaggi e concetti antagonisti che non gli erano stati propri, per esempio quando aveva varcato il portone di palazzo Chigi da presidente. La “rottura sentimentale” con il partito che fu, che Massimo rinfaccia a Matteo, in realtà è stato proprio D’Alema a volerla, quando cercò – purtroppo senza riuscirci – di modernizzare la sinistra post-comunista. Perché ora rimproverarla a chi, nel bene e nel male, ci sta riprovando?Tuttavia, è sotto un altro profilo, quello della tattica politica – terreno in cui D’Alema ama farsi vanto di non essere secondo a nessuno – che troviamo maledettamente fragile l’opposizione a Renzi, quella di D’Alema e ancor più quella della pattuglia di parlamentari che sta cercando di sgambettare il segretario-premier prendendo a pretesto le riforme istituzionali. Messa così la loro battaglia è perdente. Anche se dovesse riuscire a rovesciare Renzi, non sarebbe certo vincente nel Paese. Il quale ha salutato con un’apertura di credito che, in quella misura, non era stata concessa neppure a Berlusconi nel 1994, l’arrivo di un giovane sparigliante come Renzi, capace di mandare alle ortiche il bla-bla-bla sindacale e i riti della concertazione asfissiante. Poi, è vero, ne ha preso le misure, ha imparato a distinguere le parole dai fatti, non ha apprezzato più di tanto certa spavalderia, e il consenso è calato, forse più di quel tanto che era fisiologico che succedesse. Anche se lui lo nega, il risultato di Renzi alle ultime amministrative è ben lontano da quello conseguito solo qualche mese prima alle europee, fino al punto da far pensare (e se il presidente del Consiglio non ci pensa è matto) che la nuova legge elettorale ideata per un Pd attestato al 40% possa rivelarsi un clamoroso boomerang. Ma tutto questo non porta neppure una goccia d’acqua al mulino della minoranza Pd. Che, con i suoi arroccamenti, appare fuori dalla storia e dalla realtà, sia – ovviamente – agli occhi dei moderati che si sono avvicinati a Renzi per via della crisi di Berlusconi, ma anche agli occhi di quel popolo di sinistra che quando ha smesso di credere nel suo vecchio partito si è rifugiata nell’astensionismo o ha imboccato le strade che portano alle nebulose della sinistra-sinistra o ai pentastellati.Ognuno di questi due tronconi, quella riformista e quello “vetero”, pensa di non poter convivere con l’altro, e comunque l’elettorato mobile (centrista e moderato, quello che fa vincere le elezioni) non premia certo chi predica la coabitazione a tutti i costi. Con buona pace di chi, come Paolo Mieli, esprime tormento per la sinistra divisa e teme la “sindrome greca”. Unita può anche prendere un voto in più degli avversari – dipende dalla consistenza di questi ultimi, e dalle modalità della legge elettorale – ma poi non è capace di governare. Divisa deve allearsi con le forze moderate, e può farlo solo l’ala riformista. Ma perché D’Alema e Bersani dovrebbero stare dalla parte dei massimalisti? Perché il riformista Renzi non gli piace? Bene, ma allora lo incalzino da quel lato, e anziché proporre brodose alternative a questo o a quel punto di questo o quel provvedimento, lancino un progetto riformista radicalmente diverso, che sappia mettere in evidenza i limiti del pragmatismo arruffato di Renzi.Qualche esempio? Invece di inseguire Renzi sul terreno delle sue riforme istituzionali, indicando correttivi – su cui tanto il premier non media, perché vuol far esaltare la pochezza programmatica degli avversari – lancino la proposta spiazzante dell’Assemblea Costituente. Sulla scuola facciano esplodere la contraddizione di chi dice che bisogna tagliare la spesa pubblica corrente e poi si mette ad assumere decine di migliaia di insegnanti precari. Sul terreno dell’economia, perché non buttano tra i piedi del governo una bella proposta sulla riduzione del debito attraverso l’uso del patrimonio pubblico? E perché non sfidare Renzi sul terreno del garantismo in tema di giustizia?Insomma, caro D’Alema, se ne faccia una ragione: se gli italiani devono scegliere tra lei in versione massimalista e Renzi, scelgono Renzi. Oppure nessuno dei due.
(Enrico Cisnetto direttore del quotidiano online Terza Repubblica)

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Lo schema renzismo-antirenzismo produce solo mostri come dimostra il caso della pessima riforma del senato

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2015

Ben ritrovati, cari lettori di TerzaRepubblica. Avete trascorso buone vacanze? Di certo non sarete stati distolti dalle vicende nazionali: l’estate, purtroppo, non ci ha offerto nessun spunto significativo, né sotto il profilo economico – considerato che la stagnazione in cui siamo immersi continua, mortificando attese e speranze, nonostante le euforie, esagerate e controproducenti, per un decimo di punto di pil in più – né tantomeno sul piano politico, visto che siamo costretti (nostro malgrado) ad assistere al marcire di quel che resta dei partiti ed al vociare sguaiato, inconcludente e pericoloso pur se per certi versi giustificato, del sempre più affollato fronte dei demagoghi populisti. Ahinoi, fenomeni coerenti con un paese che continua ad essere in declino, nonostante gli sforzi (spesso sinceri, anche se non sempre) di chi prova ad invertire il senso di marcia.In questa fase, che a suo tempo abbiamo definito Seconda Repubblica bis, lo schema di gioco si è ormai consolidato: da un lato Renzi e il renzismo, che continuano a proporsi come l’incarnazione del nuovo e in nome di questo conquistano sempre maggiori quote di potere (per la verità, più formale che sostanziale), e dall’altro un coacervo di forze declinanti – la sinistra massimalista (Sel e pulviscoli vari) e quella nostalgica (Bersani e D’Alema), le diverse anime ormai spettrali del centro, quel che resta della destra berlusconiana – e di forze crescenti perché capaci di agitare il malcontento, principalmente la Lega di Salvini e il “nuovo” 5stelle di Di Maio (su cui varrà la pena di fare qualche riflessione più approfondita, prossimamente). Non è proprio la vecchia dicotomia bipolare “berlusconismo-antiberlusconismo”, ma poco ci manca. Si tratta di uno schema che consente a Renzi di apparire gigante, tra tanti nani. È probabilmente questo gioco di specchi che deve aver indotto oltre 200 esponenti della cosiddetta società civile a tassarsi per comprare una pagina di giornale in cui tessere – un po’ sperticatamente, ma si sa a gufo, controgufo e mezzo – le lodi del presidente del Consiglio. Tuttavia, il suo pragmatismo, alimentato da molte buone intenzioni e da un approccio de-ideologizzato ma nello stesso tempo poco nutrito di cultura politica, educazione istituzionale e visione strategica, non risulta sufficiente a far innescare le molte svolte di cui il Paese ha bisogno per affrancarsi da quel declino che sembra essere la cifra del suo destino da ormai un quarto di secolo. Come ha scritto con sagacia Davide Giacalone, il Renzi delle varie “leopolde” intrigava, ci consegnava finalmente una sinistra con i piedi per terra, non più ebbra di ideologie e luoghi comuni. E pazienza se era egolatrico. Ma il risultato, dopo una fase sufficientemente lunga perché il test sia attendibile, è deludente. E non può essere la pochezza degli avversari, interni ed esterni al Pd renziano, a rendere la delusione meno cocente.Si prenda la questione della riforma del Senato come un esempio per tutti. Non sarebbe nemmeno sbagliato scendere in guerra, se l’obiettivo fosse giusto. Ma francamente – e non ce ne voglia il presidente Napolitano, di cui apprezziamo l’ansia riformatrice ma non l’obiettivo su cui l’ha concentrata – la legge di riforma costituzionale per la quale si dovrebbe combattere proprio non ci convince. Da un lato, c’è la difesa ad oltranza da parte del governo di una riforma che affronta un problema vero (il malfunzionamento dell’attività parlamentare per effetto del cosiddetto bicameralismo perfetto) con uno strumento del tutto sbagliato (ridefinire il Senato come camera rappresentativa del decentramento regionale proprio quando invece andrebbe affrontata con decisione, per non dire furia, riformista il fallimento delle Regioni). Dall’altro, all’interno del Pd si sta scatenando quello che ormai è stato definito un “Vietnam”, con 25 dissidenti (o “vietcong”) pronti a tutto pur di introdurre l’eleggibilità dei senatori attualmente esclusa dal ddl Boschi. Il che, naturalmente, non affronta minimamente la contraddizione più patente della riforma stessa. Certo, sappiamo benissimo che, al di là del merito della questione, il vero obiettivo dell’opposizione interna al Pd è alzare le barricate nei confronti di Renzi e del suo governo, in una logica di regolamento di conti (sempre legittimo in politica, per carità, ma del quale a noi non importa un fico secco). Tuttavia, si poteva ottenere eguale risultato facendo una seria controproposta, anziché infilarsi in una logica di mediazione (come quella di Anna Finocchiaro, che ha prodotto, sull’articolo 10 del ddl, l’opzione di un “listino” in cui eleggere i senatori, ma pur sempre tra i consiglieri regionali, e comunque indicati dai partiti e dunque scelti indirettamente dai cittadini). Ma quand’anche si ottenesse l’elettività diretta, come vogliono i dissidenti, sarebbe una vittoria di Pirro. Perché la questione è marginale. Il vero difetto di questa riforma è ontologico: è sbagliato il ruolo che avrà il futuro Senato. Nelle buone intenzioni della riforma la “camera alta” dovrebbe diventare luogo di mediazione tra gli interessi istituzionali dello Stato e delle Regioni. In pratica, diventerebbe la stampella di un federalismo che in Italia è nato zoppo, e poi si è rivelato totalmente incapace di camminare. Il fallimento della Riforma del Titolo V è a tutti evidente (per ammissione persino di chi l’ha fatta, quella maledetta contro-riforma). Ci siamo ubriacati di decentramento e sussidiarietà, e ora non riusciamo a smaltire la sbornia. Da queste colonne abbiamo criticato fin dall’inizio l’impostazione della riforma, di cui pure c’era assoluto bisogno. Purtroppo, tranne qualche raro caso, le pressioni politiche e parlamentari non si sono indirizzate a modifiche lungimiranti che avessero come strategia una corretta e funzionale architettura istituzionale, come per esempio, smontare l’illusione federalista. No, l’obiettivo è stato solo scatenare la bagarre.Ecco, questa è la foto della lotta tra il “gigante” Renzi e i “nani”. Di una riforma costituzionale c’è assoluto bisogno da decenni, ma non di “qualunque” riforma costituzionale. I ripetuti passaggi obbligatori tra Camera e Senato sarebbero potuti essere l’occasione – non perfetta, perché quella passa per la convocazione di un’Assemblea Costituente, ma pur sempre una buona occasione – per smontare il bicameralismo, dividendo la produzione legislativa tra Camera e Senato e mettendo mano agli assurdi regolamenti che oggi scandiscono la vita parlamentare. Invece, l’8 settembre (data evocativa) quando riprenderà l’iter della riforma al Senato – forse direttamente in aula, visto che il governo vorrebbe evitare l’esame in Commissione, luogo complicato e pieno di insidie, dove Renzi non ha nemmeno più la maggioranza – si parlerà di una riforma costituzionale pessima e di controproposte penose. Buon ritorno alla quotidianità. (Enrico Cisnetto direttore terza Repubblica http://www.terzarepubblica.it)

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