Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘repubblicani’

“Repubblicani: vi va bene un presidente razzista?”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 luglio 2019

By Domenico Maceri. Ecco la domanda posta dal comitato editoriale del Charlotte Observer, un importante giornale del North e South Carolina. La domanda si riferiva al comportamento di Donald Trump emerso in uno dei suoi più recenti tweet. Il 45esimo presidente aveva invitato quattro parlamentari statunitensi di ritornare al loro Paese se non sono soddisfatti dell’America.
Come spesso avviene in quasi tutto ciò che dice, le parole dell’attuale inquilino sono lontanissimi parenti della verità. Le quattro parlamentari attaccate da Trump sono americane, tre nate negli Usa e un’altra naturalizzata. Il loro Paese è quindi l’America anche per quella con cittadinanza acquisita mediante la naturalizzazione. Inoltre sono state elette dal sistema democratico statunitense, quindi americane a tutti gli effetti, e il loro Paese è l’America.I nomi delle quattro deputate non erano stati citati esplicitamente ma si è capito subito che si trattava di quattro donne di colore e diverse etnie. I bersagli di Trump sono, come ha riportato la cronaca, Alexandria Ocasio-Cortez (NY), Rashida Talib (Detroit), Ayanna Pressley (Boston) e Ilham Omar (Minneapolis). Le quattro deputate elette nel 2018 sono state e continuano ad essere bersagli della destra per le loro idee liberal e si sono beccate il termine di “comuniste” da alcuni commentatori della Fox News. Le quattro hanno avuto anche qualche differenza di opinione con Nancy Pelosi, speaker della Camera, che vedono troppo cauta nei confronti di Trump. Tutte e quattro, infatti, auspicano l’impeachment di Trump come fanno anche altri 80 parlamentari democratici e uno repubblicano.L’attacco di Trump ha avuto l’effetto di riunificare queste quattro parlamentari alla Pelosi la quale ha denunciato le parole razziste di Trump. Dal campo repubblicano invece il silenzio è stato inizialmente assordante come lo era in passato con il linguaggio offensivo di Trump. Adesso però, con l’elezione del 2020 all’orizzonte, la paura del Gop di adirare Trump si manifesta chiaramente. Nulla di nuovo. Neanche quando Trump attaccò John McCain, senatore e candidato repubblicano alla presidenza nel 2008, deceduto l’anno scorso, l’establishment del Gop si è rivelato difensore dell’eroe americano. Il silenzio dei repubblicani davanti ad un altra manifestazione razzista di Trump ci dimostra che il partito è nelle mani del presidente e che non si deve preoccupare del loro supporto. L’unico repubblicano che dall’inizio ha preso le distanze dalle asserzioni razziste di Trump è Justin Amash, parlamentare del Michigan, che ha recentemente abbandonato il suo partito dichiarandosi indipendente. Amash, figlio di immigrati palestinesi e siriani, ha detto che gli attacchi di Trump alle parlamentari sono “razzisti e disgustosi”.
Dopo qualche giorno però Mitch McConnell, presidente del Senato, e Kevin McCarthy, leader della minoranza alla Camera, hanno dichiarato che il presidente non è razzista, additando l’estrema sinistra rappresentata dalle quattro deputate in questione come responsabili. In effetti, questi due leader hanno fatto quadrato intorno al presidente dimostrando la fine poco gloriosa del partito di Abraham Lincoln che loro malamente rappresentano.
Alcuni analisti hanno suggerito che gli attacchi razzisti di Trump dovrebbero scioccare tutti senza però ricordare che non si tratta di nulla di nuovo. La campagna elettorale di Trump è infatti iniziata nel 20015 con un annuncio in cui ha attaccato i messicani “come stupratori”, attaccando le donne, e chiunque gli abbia cercato di sbarrare il cammino, incluso i suoi avversari per la nomination. Le tendenze razziste di Trump erano già evidenti infatti anche prima dell’elezione. Si ricordano, per esempio, gli annunci messi da Trump in parecchi giornali nel 1989, auspicando la pena di morte per cinque teen ager (4 afro-americani, 1 ispanico) accusati di avere stuprato una donna bianca. I cinque furono condannati ma alla fine messi in libertà quando il vero colpevole confessò il reato.Il razzismo di Trump non è isolato al Partito Repubblicano e riflette due Americhe, una idealistica e l’altra torbida e buia. L’America idealistica si è verificata solo in parte, come aveva spesso detto l’ex presidente Barack Obama, riconoscendo i progressi ma anche il bisogno di future migliorie. Si tratta dell’America della statua della libertà che dà il benvenuto ai poveri di tutte le parti del mondo e li amalgama per creare il crogiolo della cultura americana. L’America dell’uguaglianza e dei diritti senza riguardo al colore della pelle, etnia e sesso.L’America di Trump invece riflette quella parte dell’America basata sull’odio e il razzismo che ha eliminato i nativi americani, messo in schiavitù centinaia di migliaia di africani e escluso immigrati cinesi. Queste due Americhe si sono confrontate con la Guerra Civile del 1861-65 con la vittoria del Nord che avrebbe dovuto mettere in pratica gli ideali della costituzione. Ciò è avvenuto ma solo in parte. Trump si allaccia all’America dell’odio per ragioni politiche. Sa benissimo che i suoi attacchi alle quattro parlamentari faranno piacere alla sua base specialmente perché avvengono dall’inquilino della Casa Bianca che li rappresenta e li legittima.In questa America di Trump non c’è spazio per diversi colori eccetto quello bianco. L’asserzione di Trump che le quattro deputate dovrebbero ritornare a casa loro è un’espressione da bar che farà piacere ai suoi fedelissimi. Offrirà un senso di legittimità a tutti coloro che hanno difficoltà ad accettare la diversità non solo in America ma anche in altri Paesi dove un linguaggio simile viene usato per riferirsi ai migranti. “Ritorna al tuo Paese” è una frase che non pochi stranieri si sentono dire specialmente adesso con un presidente alla Casa Bianca che usa quello stesso linguaggio divisivo e offensivo.Con i suoi recentissimi tweet Trump è riuscito a unificare i democratici i quali hanno approvato alla Camera una risoluzione che condanna i suoi commenti razzisti. I democratici hanno votato compatti ma anche 4 repubblicani e un indipendente si sono uniti a loro (240 sì, 187 no). La risoluzione non ha valore legale ma vuol dire che i democratici, a differenza dei repubblicani, hanno dimostrato di potere arginare il linguaggio offensivo del presidente. Un presagio alla richiesta di impeachment richiesta da più di 80 parlamentari?

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

I repubblicani ricattano Obama?

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 luglio 2011

“Andate a dire ai vostri elettori repubblicani se vogliono compromettere la sicurezza dei ragazzi per mantenere gli sgravi fiscali ai proprietari dei jet corporativi”. Parla il presidente Barack Obama mentre spiega l’importanza dell’aumento di alcune tasse per ridurre il deficit e convincere i repubblicani ad abbandonare la loro “religione” che qualsiasi aumento di tasse rappresenta il male. La riduzione degli sgravi fiscali ai proprietari di aerei non risolverebbe i problemi di bilancio degli Stati Uniti e intendeva solo scuotere i repubblicani dalla loro promessa solenne di non aumentare nessuna tassa. La maggior parte dei membri del Gop ha firmato questa promessa organizzata da Grover Norquist, fondatore di Americans for Tax Reform nel 1985. In essenza, Norquist è riuscito a spingere il Partito Repubblicano ad una posizione di estrema destra quando si tratta di questioni fiscali. Coloro i quali non aderiscono alla promessa vengono minacciati con la candidatura di membri di ultraconservatori, Tea Party, per sconfiggere i repubblicani moderati.
Ha funzionato molto bene ed in un certo senso la filosofia antitasse è stata combinata con il concetto che qualunque cosa che il governo faccia equivale a sprechi. Il bilancio va sempre tagliato. L’imminente innalzamento del tetto alle spese del governo federale è adesso usato dai repubblicani per ricattare Obama. Per accettare l’innalzamento i repubblicani vogliono solo ingenti tagli alle spese e solo tagli. Niente tasse in nessun modo. Obama ha offerto di ridurre il deficit mediante una combinazione di tagli e alcune tasse. Secondo il suo piano due terzi consisterebbero di tagli e l’altro terzo sarebbe di riduzione ad alcune agevolazioni fiscali che beneficiano i ricchi.
I repubblicani che stavano negoziando con l’amministrazione di Obama hanno abbandonato le trattative per il fatto delle tasse richieste dal presidente. La minaccia è di condurre allo “shutdown”, la chiusura dei servizi governativi non essenziali. Gli analisti più moderati dicono che senza l’innalzamento del debito pubblico il governo andrebbe in default e dovrebbe tagliare le spese del cinquanta percento. Non ci sarebbero fondi nemmeno per pagare gli agenti della FBI.
No, dicono gli estremisti del Tea Party, non ci sarà nessuna catastrofe se non si innalza il limite al tetto del bilancio. Si tratta semplicemente di stabilire le dovute priorità. Il problema più serio è la fiducia del governo americano di pagare i suoi debiti che sarebbe messa in discussione. La S&P ha già annunciato la probabilità di tagliare il rating del governo direttamente a “D” che equivale al default. Difficile misurare l’effetto che il default avrebbe su Wall Street e sul mondo finanziario mondiale. Nonostante la compattezza repubblicana contraria alle tasse qualche defezione minore si è già vista. Recentemente 47 legislatori repubblicani hanno votato a favore dell’eliminazione di sgravi fiscali alla produzione dell’etanolo. Alcune voci dei leader repubblicani al Senato hanno suggerito che l’aumento di alcune fonti di reddito alle casse del tesoro si potrebbero trovare. Questi includono i senatori John McCain, dello Stato dell’Arizona, e John Cornyn del Texas. Non hanno dato esempi specifici ma la retorica del Partito Repubblicano continua a professare l’aumento di tasse, qualunque tasse, potrebbe distruggere la fragile ripresa economica. Da parte sua Obama continua ad insistere e se non ottiene almeno l’aumento di alcune tasse il ricatto repubblicano chiarirà che nonostante la loro minoranza il Gop controlla il governo totalmente. Gli assistenti di Obama stanno dunque rileggendo la costituzione per vedere se il potere del presidente include un’interpretazione che gli permetterebbe di aumentare il tetto delle spese da solo.
In caso contrario, la mancanza di un accordo potrebbe condurre a una crisi di fiducia che non solo farebbe affondare Wall Street ma anche le borse mondiali. A chi addosserebbero la colpa gli elettori? Durante l’ultimo shutdown federale avvenuto nel 1996 gli americani additarono Newt Gingrich, l’allora presidente della camera dei rappresentanti, ed i repubblicani come colpevoli. Il presidente Bill Clinton ne uscì vincitore. Si ripeterà la storia con Obama? (Domenico Maceri)

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

California: repubblicani e loro potere politico

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 marzo 2011

“Potrebbe essere la fine della mia carriera”. Parla Bill Emmerson, senatore repubblicano statale della California, mentre spiega la possibilità di essere scacciato dal suo partito per il semplice fatto di negoziare con il governatore sulla possibilità di aumentare le tasse. Emmerson è uno dei cinque legislatori repubblicani che al momento sta consultando con Jerry Brown, il governatore del Golden State, per effettuare un referendum che estenderebbe le tasse ai californiani. L’estensione dovrebbe essere approvata dagli elettori a giugno permettendo al governo di colmare il buco di 26 miliardi di dollari non solo con tagli ma anche con un aumento alle casse del tesoro.Emmerson e gli altri quattro “rinnegati” colleghi non aumenterebbero le tasse direttamente ma la sola idea di dare agli elettori la chance di farlo è anatema  per i repubblicani.Nella cultura repubblicana la sola questione di considerare di aumentare le tasse consiste di un atto di tradimento ai principi del partito. Quindi questi cinque repubblicani che stanno consultando con Brown sono “coraggiosi” ma allo stesso tempo cercano di spingere il governatore a ricompensarli con  tagli alle pensioni degli impiegati statali ed anche un limite alle spese future dello Stato. In effetti, i cinque stanno in un certo senso cercando di fare un compromesso per il bene dello Stato ma anche per i loro scopi politici. Si tratta dunque della democrazia in azione. In California però la democrazia non funziona bene per il semplice fatto che quando si tratta di questioni fiscali è necessario il 2/3 dei legislatori per approvare nuove leggi. Nonostante la maggioranza in ambedue le camere il governatore deve dunque accedere ai capricci dei repubblicani. In effetti, il Gop, da partito di minoranza riesce a creare lo stallo nel governo. È avvenuto al livello federale nei primi due anni del governo di Barack Obama dove la minoranza  repubblicana al Senato era riuscita a bloccare parecchi dei decreti che la Camera aveva già approvato. In California, lo Stato più importante, con i suoi 38 milioni di abitanti ed un economia che rivaleggia quella di molti Paesi industrializzati, lo stesso stallo si sta verificando. Alcuni dei leader repubblicani dello Stato però cominciano a preoccuparsi. Nonostante la conquista della Camera alle elezioni di midterm del novembre scorso, in California tutte le cariche principali sono andate ai democratici. Sfortunatamente però, per il partito dell’asinello, non si è raggiunta la maggioranza assoluta il che si è tradotto in un potere fuori del normale per il partito repubblicano.La sconfitta del Gop in California non ha causato entusiasmo nei contributori politici soprattutto  quando guardano anche agli iscritti del Partito Repubblicano il cui numero è sceso al 31% di tutti i californiani. I democratici hanno il 44% ed il resto sono dichiarati come indipendenti.Un’altra nube nel clima del Partito Repubblicano in California è la continua ascesa del voto dei latinos i quali nell’ultima elezione hanno scelto i democratici in modo preponderante. In parte ciò si deve alla  linea dura  sul tema dell’immigrazione da parte dei repubblicani. Alla recente convenzione statale del Partito Repubblicano vi è stato il solito entusiasmo ma in realtà forti preoccupazioni sono emerse. In parte ciò si deve alla pubblicità negativa venuta a galla quando alcune delle sedute  sono state dichiarate chiuse alla stampa. Persino alcuni giornalisti di destra si sono ribellati. La parlamentare statale repubblicana Celeste Greig si è anche adirata dicendo che i repubblicani supportano il primo emendamento che garantisce la libertà  di parola e stampa. Proibire la stampa dalle sedute è qualcosa che si fa  in Paesi del terzo mondo.Non tutto è negativo però secondo uno dei luminari repubblicani presenti alla convenzione.  Haley Barbour, governatore del Mississippi e probabile candidato presidenziale,  ha dichiarato che ciò che funziona “nel resto degli Stati Uniti può anche funzionare in California”. L’ultima elezione del novembre scorso nel Golden State lo contraddice naturalmente. In un certo senso, però, ha ragione. Nonostante la sonora sconfitta i repubblicani in California continuano a esercitare un potere che i loro numeri non rappresentano. Ciò è un vero talento che sfortunatamente potrebbe condurre a “tagli catastrofici” se l’estensione alle tasse non sarà approvata a giugno. Chi lo ha detto? Non solo il governatore Jerry Brown. Lo ha anche dichiarato un legislatore statale della California, il senatore repubblicano Tom Berryhill. Non tutti i repubblicani sono irresponsabili.(Domenico Maceri)

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Congresso nazionale repubblicani

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 febbraio 2011

Roma 25-26 e 27 febbraio 46°  Congresso  Nazionale del Partito Repubblicano Italiano che si svolgerà  presso l’Hotel Ergife, saranno trasmessi in diretta web al seguente indirizzo  http://www.partitorepubblicanoitaliano.it/live.html Il link è anche rintracciabile sulla home page del sito del Partito all’indirizzo http://www.pri.it

Posted in Cronaca/News, Politica/Politics, Roma/about Rome | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Usa: i repubblicani bocciano il Dream Act

Posted by fidest press agency su sabato, 25 dicembre 2010

Il mio ex studente Carlos (nome fittizio) è stato deportato alcuni mesi fa. Dopo avere completato una minilaurea nella mia scuola aveva continuato i suoi studi ottenendo una laura specialistica in un’altra università statale della California. Adesso si trova nel suo Paese di origine dove ha messo su un’azienda che sembra andare bene. Era venuto negli Stati Uniti con la famiglia da piccolo.  In effetti, un americano anche se gli mancavano i documenti legali. Il Dream Act approvato dalla Camera dei rappresentanti il mese scorso non avrebbe aiutato il mio ex studente ma avrebbe risolto la situazione per parecchie centinaia di migliaia di giovani negli Stati Uniti. Il disegno di legge è stato però bocciato al Senato dove non è riuscito ad ottenere sessanta voti necessari per procedere al voto. Solo cinquantacinque senatori hanno votato a favore. Solo tre dei voti sono venuti dai repubblicani i quali hanno fermato il procedimento del voto.  Non è la prima volta che i repubblicani abbiano votato en masse per bocciare i disegni di legge negli ultimi due anni. Le regole al Senato richiedono l’approvazione dei due terzi per procedere al voto. Un sistema abbastanza antidemocratico in un Paese che vuole presentarsi come democratico per eccellenza.
Il Dream Act avrebbe dato speranze ai giovani clandestini portati negli Stati Uniti da bambini. Coloro i quali ottenessero una laurea biennale o si arruolassero nelle forze armate americane potrebbero accedere alla residenza legale ed eventualmente alla cittadinanza americana.
Non è stato possibile questa volta ed adesso sembra meno probabile data la conquista repubblicana della Camera nelle elezioni di midterm il novembre scorso.
I repubblicani si sono opposti al disegno di legge perché nelle parole del senatore Jeff Sessions, repubblicano dell’Alabama, avrebbe “dato la cittadinanza a coloro che sono nel Paese illegalmente”. Una visione legalmente corretta ma miopica quando si guarda al di là del termine illegale. Questi giovani che avrebbero beneficiato della legge sono stati portati negli Stati Uniti dai loro genitori. Non hanno dunque nessuna colpa del “reato” commesso. Inoltre sono stati istruiti nelle scuole americane alle quali hanno diritto per legge federale. Molti di loro sarebbero stranieri se deportati nel Paese di origine dei genitori. Il disegno di legge originale del Dream Act era stato introdotto poco prima dei tragici eventi dell’undici settembre da senatori democratici e repubblicani. Uno degli sponsor originali è Orrin Hatch, senatore repubblicano dello Stato del Utah. Nel recente voto Hatch si astenuto. Che cosa è cambiato? Molto. Il Paese ha attraversato un periodo di anti immigrazione colorata dalla paura del terrorismo. La paura ha anche influenzato i voti al Senato. Nel caso di Hatch fra due anni dovrà correre per la rielezione. Un voto per gli “illegali” gli sarebbe costato troppo. La svolta a destra del Paese e l’ascesa del movimento ultraconservatore del Tea  Party rendono alcuni voti molto difficili.  Solo tre senatori repubblicani non hanno provato questa paura nel recente voto al Senato. Ma a decidere la bocciatura del Dream Act hanno contribuito anche i cinque voti di senatori democratici. Quindi una bocciatura “bipartisan” anche se la stragrande maggioranza dei democratici ha votato a favore e quella repubblicana contro.
I democratici hanno promesso di riprovarci. Ciò sembra improbabile. Avendo perso la maggioranza alla Camera sarà quasi impossibile. I sostenitori del Dream Act hanno già cominciato a parlare delle elezioni presidenziali del 2012. I liberal danno la colpa ad Obama per non avere spinto di più.
L’impatto politico dei latinos e la loro forza politica sempre in ascesa danneggerebbero Obama non perché voterebbero per l’eventuale candidato repubblicano ma perché potrebbero non presentarsi alle urne. Dall’altro lato i repubblicani hanno consolidato l’animosità dei latinos. Lo si era visto nella recente elezione a governatore della California. Nonostante i suoi 160 miliardi di dollari spesi, Meg Whitman, l’ex ad di e-Bay, è stata sconfitta da Jerry Brown, il suo avversario democratico. I latinos della California formano il 22% dell’elettorato. Secondo un sondaggio l’80% di loro ha votato per Brown. Il nuovo potere dei Latinos non convince i repubblicani. Loro indicano le vittorie di alcuni candidati repubblicani di origine latina come esempio della loro popolarità coi latinos. Questi includono Marco Rubio, neoeletto senatore della Florida, Susana Martinez, nuovo governatore del New Mexico e Brian Sandoval, governatore del Nevada. Votare contro i clandestini i quali non hanno lobby potenti come i ricchi del Partito Repubblicano è dunque facile e richiede poco coraggio. Lo stesso coraggio che i repubblicani hanno dimostrato nel loro voto di ridurre le tasse dei milionari poco tempo fa. Il mio ex studente avrebbe difficilmente beneficiato del Dream Act. Il fratello minore, però, che risiede tuttora negli Stati Uniti con il resto della famiglia, potrebbe usufruirne. Al momento le speranze sono pochissime. (Domenico Maceri)

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

U.s.a. e Il Social Security

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2010

Quando il presidente Franklin Delano Roosevelt creò il Social Security nel 1935 fu attaccato dai repubblicani come socialista e anche peggio. Il nuovo programma avrebbe imposto un’obbligatoria tassa socialista, secondo alcuni. Altri lo accusarono di frode. Settantacinque anni dopo però il programma continua e nonostante i costanti assalti che subisce, il suo successo si misura con numeri concreti. A cominciare dal supporto della maggioranza degli americani. Il settantasette percento di tutti gli statunitensi e persino il sessantotto percento dei repubblicani credono che il governo dovrebbe lasciare il Social Security in pace. Secondo un altro sondaggio persino il settantacinque percento dei “tea-partiers” favorisce il Social Security e il Medicare. Ma le cifre più significative vengono da coloro che ricevono i benefici. Più di cinquanta milioni di americani ricevono assegni dal Social Security. Una ventina di milioni di americani rimangono fuori dalla soglia della povertà grazie a questi assegni. Ciò non vuol dire che il Social Security da se stesso permette di vivere una vita lussuosa. L’assegno medio del Social Security si aggira sui mille dollari al mese che negli Stati Uniti è insufficiente per potere vivere senza altre risorse. I soldi ricevuti vengono dai contributi fatti al programma che all’inizio includevano solo il due percento dello stipendio. Col passare del tempo la cifra dei contributi è aumentata e adesso è di 12,4 percento, metà pagati dal datore di lavoro e l’altra metà dal lavoratore. Nonostante il successo del Social Security gli attacchi non finiscono mai. I repubblicani continuano a cercare di destabilizzarlo affermando che andrà in bancarotta.  Dimenticano però che gli Stati Uniti è un Paese ricco che può permettersi il “lusso” di dare agli anziani ciò che loro hanno guadagnato con il loro lavoro e i loro contributi.  La soluzione della destra è di privatizzarlo come cercò di fare George Bush figlio. L’idea dell’ex presidente era di permettere ai lavoratori di investire una parte dei loro contributi in conti privati sostenendo che in questo modo guadagnerebbero di più. Si sa come sono andate le cose con gli investimenti negli ultimi anni.  Molti piccoli risparmiatori hanno visto i loro conti perdere una parte notevole del loro valore. Investire i propri risparmi può funzionare per i pochi ma per la maggioranza significa ritornare all’epoca prima della creazione del Social Security. Qual era la situazione allora? Senza un programma governativo che desse minimi benefici la metà degli anziani si trovava in condizioni di severa povertà. Dovevano, in effetti, dipendere dai loro figli i quali avevano i loro problemi. Bisogna ricordare che il Social Security fu stabilito durante la depressione quando non c’erano posti di lavoro. Roosevelt capì che il capitalismo estremo produceva benessere per alcuni ma disastri per molti.  È incredibile che durante una severissima crisi economica un programma come il Social Security sia stato creato. Il merito va ovviamente a Roosevelt il quale usò il suo carisma per convincere il popolo americano che il governo doveva investire nel futuro della gente. Si trattava ovviamente oltre al Social Security di creare posti di lavoro. Il governo divenne la soluzione almeno temporanea anche mediante il New Deal di Roosevelt che incluse investimenti per creare lavori per la gente. Nonostante il successo del Social Security ci sono problemi demografici. Il numero dei lavoratori che contribuisce al Social Security diminuisce. Il numero dei pensionati che riceve benefici aumenta. Questo divario crea problemi dato che richiede più risorse costantemente. C’è poi il fatto che la gente vive di più che nel passato ed ovviamente ci vorranno dei ritocchi al programma. Da non seguire però l’esempio del Cile il quale nel 1981 privatizzò il sistema di previdenza sociale. Adesso ci sono serissimi problemi per i cittadini del Paese sudamericano. Ciò non avrà però nessun effetto sulle forze armate cilene. Il leader dell’epoca, Augusto Pinochet, mantenne la previdenza sociale governativa per le forze militari.  Ciò può avvenire in un sistema di dittatura. In un sistema democratico la stessa cosa potrebbe anche succedere se i cittadini fossero completamente sedotti dalla retorica della destra. (Domenico Maceri)

Posted in Confronti/Your opinions, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

U.S.A. I repubblicani sempre più a destra?

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 Mag 2010

“Uno come Bob Bennett, un ultraconservatore, è stato scacciato dal Partito Repubblicano”. Ecco cosa ha dichiarato Juan Williams, opinionista della Fox News, mentre commentava la sconfitta del senatore Bennett nelle elezioni primarie dello Stato dell’Utah. Bennett è stato eliminato da Tim Bridgewater e Mike Lee, quest’ultimo con l’appoggio del Tea Party. Non sono bastate le credenziali di conservatore di Bennett né i suoi 21 anni nel Senato a fargli vincere le primarie e poi l’eventuale elezione. Si crede che uno dei due vincitori rimpiazzerà Bennett nel Senato dato che il candidato democratico ha pochissime speranze in uno Stato così conservatore come l’Utah  Bennett non è l’unico a dovere lasciare il suo partito per non essere abbastanza conservatore. Il governatore della Florida Charlie Crist, il quale si era candidato al Senato, ha dovuto allontanarsi dal suo partito perché sapeva che il fatto di essere moderato non gli avrebbe permesso di vincere le primarie. Si crede che Marco Rubio, il candidato ultraconservatore, vincerà la candidatura repubblicana. Ma Crist non si è arreso. Ha deciso di correre come indipendente, il che farebbe piacere al candidato democratico, dato che con ogni probabilità dividerebbe il voto repubblicano.Vincere da indipendente non è facile dato che un tale candidato non riceve il supporto del partito. Ma non è impossibile. Lo ha dimostrato John Lieberman, senatore democratico del Connecticut, il quale anche lui era stato messo da parte  dal suo partito per essere considerato troppo conservatore per i democratici. Lieberman si candidò come indipendente ed eventualmente vinse l’elezione. In un caso non tanto diverso, Arlen Specter ha lasciato il Partito Repubblicano l’anno scorso avendo notato che il suo futuro politico era quasi svanito. Specter, senatore della Pennsylvania, è divenuto democratico e di questi giorni sta lottando per la nomina del suo nuovo partito. Il suo avversario Joe Sestak lo ha accusato di non essere un vero democratico. Ciononostante Specter ha ricevuto il supporto dell’establishment democratico, incluso il presidente Barack Obama, come ricompensa del sostegno di Specter all’agenda legislativa democratica. Altri politici repubblicani moderati si sono spostati a destra suggerendo per alcuni una certa ipocrisia. Mitt Romney, candidato presidenziale repubblicano nel 2008, si è schierato contro la riforma sulla sanità approvata recentemente dal Congresso. Infatti, da governatore del Massachusetts, Romney aveva firmato una legge poco differente da quella approvata da Washington. Un altro leader repubblicano, Tim Pawlenty, governatore del Minnesota, è stato anche lui accusato di ipocrisia simile a Romney per avere denunciato la legge sullo stimolo all’economia ma poi accettando volentieri i sussidi dal governo federale per il suo Stato  Si calcola che alle elezioni di midterm di novembre i repubblicani faranno progressi anche se probabilmente non vinceranno la maggioranza né alla Camera né al Senato. Gli elettori di destra avranno più stimoli per presentarsi alle urne dei loro avversari democratici. La nuovissima e severissima legge sui clandestini dello Stato dell’Arizona servirà da incentivo ai repubblicani dato che è favorita da una stragrande maggioranza della destra.  Il pericolo per il Partito Repubblicano e che se l’ala destra prenderà le redini potrebbe alienare i moderati repubblicani i quali non avrebbero molte scelte eccetto di abbandonare il Gop. Come ha detto Specter, “non sono stato io ad abbandonare il mio partito. Crist nemmeno. Il Partito ci ha abbandonati”.  Vincere un’elezione primaria ma anche locale o persino statale a volte richiede un certo estremismo politico. Nel caso di un’elezione nazionale è necessaria una certa moderatezza. Bisogna dunque remare sia a destra che  sinistra per ottenere il supporto degli elettori indipendenti i quali decidono le elezioni. Lo fece George Bush nel 2000 e 2004. I repubblicani cercarono di ripetersi nel 2008 nominando John McCain, un moderato. Non vi riuscirono e attualmente i repubblicani continuano a spostarsi a destra.  Negli ultimi venti anni i repubblicani hanno demonizzato il termine liberal mentre l’epiteto conservatore è rimasto completamente accettabile. La continua spinta del termine conservatore verso l’estrema destra potrà condurre alla scissione del Partito Repubblicano facendo dunque sorridere i democratici. (Domenico Maceri)

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »