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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘retorica’

Politica e storia nella Retorica di Aristotele

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

di Giovanni Battista Magnoli Bocchi. Nella Retorica, Aristotele si concentra sulla persuasione come strumento atto a formare buoni oratori per la vita politica della città. Il trattato, che ha avuto nei secoli alterne fortune, è tornato da qualche anno al centro dell’interesse degli studiosi, grazie a una sua riscoperta da parte della filosofia del linguaggio. Dopo il recupero novecentesco, il fiorire dell’interesse sul tema è stato crescente: non esistono ambiti in cui la persuasione non abbia ripreso un ruolo centrale nella società e lo scritto di Aristotele, pur nella sua complessità, è tornato a collocarsi alla base di ogni ragionamento in merito. In questo volume, attraverso un’analisi storiografica degli esempi utilizzati dal filosofo greco, si ricostruisce l’uso della storia ai fini politici nell’Atene del IV secolo. Oltre a restituire un’idea delle fonti dello Stagirita, il libro mostra come la democrazia ateniese sentisse la necessità di una precisa teorizzazione del discorso politico, in un momento in cui la libertà veniva minata dall’avvento della crescente potenza macedone. Persuadere ed essere persuasi liberamente, prima di attuare una scelta, sono infatti facoltà democratiche di inestimabile valore che, nel corso dei secoli, hanno subito notevoli modificazioni ma che restano fondamentalmente legate alle regole dell’Atene classica. In libreria dal 12 settembre 2019. Prezzo € 24.

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La retorica ambientalista

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 giugno 2019

di Vincenzo Olita Riflettiamoci, al mondo è difficile individuare qualcuno che non si preoccupi per la salvaguardia del Pianeta, del suo ambiente naturale, della potabilità dell’acqua, dell’inquinamento, del consumo del territorio, del cambiamento climatico, insomma, lo spirito francescano sembra aver pervaso e coinvolto l’umanità tutta, d’altronde basta andare sul sito del Ministero dell’ambiente per rendersi conto che sono 77 le Associazioni di protezione ambientale riconosciute. Sommando anche enti, club, fondazioni, associazioni, tutte diramazioni di comuni, province e regioni, preposti alla medesima salvaguardia, il risultato è davvero corposo in termini di cittadini militanti e, ancor più, in termini di risorse economiche necessarie ad un vero e proprio esercito di volontari (?).Purtroppo le condizioni del pianeta, così amato ma contemporaneamente così tradito, non corrispondono alle aspettative, povero Francesco (quello originale) forse si augurava che la sua predicazione avesse maggior fortuna. Certo, se in occasione di ingorghi chilometrici sulle nostre autostrade in pochi avvertono il bisogno di spegnere il motore, se tanti apprensivi genitori in attesa dei pargoli in uscita dagli istituti scolastici, nell’indifferenza di vigili urbani, non avvertono la necessità di mostrare una buona pratica, se a milioni di automobilisti fermi ai semafori nessuno richiede il fermo dei motori qualcosa non torna nella strategia ambientalista. Ma, attenti, non tutto è perduto, con il fenomeno Greta Tintin Eleonora Ernman Thunberg, la Giovanna d’Arco della riscossa ambientalista, definito l’inconsapevole ruolo politico della pulzella svedese, il futuro ambientale del pianeta, affidato anche alla diserzione di massa del venerdì scolastico, incontrerà migliori auspici. Anche la Presidente del Senato, la forzista Elisabetta Alberti Casellati, ricevendola in Senato, con un artificioso ed ovvio discorso ha affidato a Greta le aspettative sul futuro del pianeta. Eppure ad un’autorità come la Casellati basterebbe poco per concretizzare un piccolo, ma significativo, gesto ambientalista. Circumnavighi il palazzo del Senato e gli altri innumerevoli adiacenti edifici di sua competenza e chieda alle decine di autisti di macchine di politici, furgoni e macchine civili delle forze di polizia di spegnere i motori, ininterrottamente in funzione per usufruire del caldo in inverno e del fresco in estate. In accordo con il Presidente della Repubblica avrebbe anche potuto chiedere, in occasione della sfilata militare del 2 giugno, di eliminare il passaggio delle Frecce tricolori, formidabili sperpero di danaro: circa 100mila € il costo per un’ora di volo dei nove vettori. La Rai si sarebbe risparmiata l’ilarità di chi, appena ascoltato il commento sull’impegno ambientalista di alcuni reparti militari, ha visto sfrecciare le frecce con il loro enorme carico d’inquinamento acustico ed ambientale. Ancora un suggerimento, la Rai, che si fregia dell’appellativo di servizio pubblico, d’intesa con l’esercito ambientalista mandi in onda efficaci spot su un più coretto utilizzo delle automobili; non risolveremo il problema ambientale del pianeta, avremo abbassato solo il livello fastidiosamente retorico della nostra dirigenza politica e non. (fonte: http://www.societalibera.org)

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La retorica dell’antimafia

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 giugno 2019

di Vincenzo Olita. Il contrasto alle mafie, per essere credibile, necessita di buoni esempi e di seri comportamenti che diano certezza alla pubblica opinione che il contrasto é quanto mai lontano da interessi di parte e non funzionale al consolidamento di carriere, immagini di politici e non.
Il 23 maggio per ricordare l’anniversario dell’attentato a Giovanni Falcone si organizza, tra l’altro, la nave della legalità che, salpando da Civitavecchia per Palermo, trasporta un migliaio di studenti e centinaia di accompagnatori: politici, giornalisti, forze di polizia, preti e Associazioni di professionisti dell’antimafia che tanto si adoperano, sgomitando, affinché, in questo campo, possano agire in regime di monopolio.
Una massiccia, festosa e retorica mobilitazione vissuta, naturalmente a parte i familiari delle vittime, come momento di grande visibilità mediatica. Inutile analizzare il costo dell’operazione, é facile prevedere l’obiezione che non si può ridurre a semplice costo il ricordo di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e delle loro scorte.
Ma il resto del Paese? Resta silente, del tutto assente.
Per i martiri siciliani si potrebbe e dovrebbe fare di più, meglio e senza vanagloria per gli addetti ai lavori, superando sfilate, fiaccolate e stucchevoli kermesse televisive, autocelebrative di percorsi politici e professionali.
Il 23 maggio il Paese tutto si potrebbe raccogliere, volontariamente, in un minuto di silenzio in onore dei caduti, come accade in Israele in occasione della Giornata della Memoria, sarebbe un bel segnale antimafia per una concreta coesione di una società che abbisogna di gesti semplici, partecipati ma soprattutto veri. (fonte: http://www.societalibera.org)

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Retorica, ancora retorica di regime… tra il dire e il fare

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

Così abbiamo vissuto i momenti prima e durante gli anni di guerra mentre la lotta s’inaspriva ed entrava di prepotenza nelle nostre case. E dire che la dichiarazione di guerra di Mussolini fu fatta senza consultare il suo gabinetto, il gran Consiglio Fascista, e nemmeno i suoi capi di Stato maggiore. Non poteva essere altrimenti: Mussolini ha sempre ragione! La stessa cosa fece autonominandosi comandante in capo delle forze armate.
Per una simile carica era considerato, a ragion veduta, una nullità. La mancata invasione dell’Inghilterra lo ringalluzzì: era una prova evidente che lui s’intendeva di faccende militari ben più del Fuhrer. Pura illusione. I rovesci militari italiani furono una conseguenza diretta del suo comando. Il diario di Ciano è spesso ricordato in questi frangenti per rilevare il grado di subalternità assoluta, persino umiliante, che si aveva rispetto alle iniziative tedesche e per le quali Mussolini non trovava di meglio che rispondere con dispetti e ricatti. La verità è che noi italiani, in particolare, siamo rimasti vittime di una cultura vagamente machiavellica della politica per la quale la valutazione delle scelte politiche e militari si faceva solo in base alla forza e alla potenza dei possibili alleati. E quella razza di pecore, come Mussolini definiva gli italiani, non poteva certo far lega con chi avrebbe potuto mangiarli con un sol boccone. Stava ora da capire chi fosse realmente il mangiatore di turno: la Germania nazista con il suo travolgente carisma militare che sembrava non avere intoppi e limiti territoriali o l’arroganza dei francesi e dei britannici? Costoro, in effetti, mancarono di tatto e di diplomazia. Tutto ciò non permise loro di trattare, nel giusto verso, la sensibilità del dittatore fascista.
Intanto Ciano annotava, nel suo diario, come a ogni vittoria tedesca il Duce asserisse: “Intendo avere la mia parte di bottino in Croazia e Dalmazia”, “non ci conviene esserci urtati con la Germania poiché anche noi dobbiamo prendere la nostra parte di bottino e così via.” Quest’ansia di arrivare in tempo, e nelle migliori condizioni possibili, per spartirsi con i tedeschi le spoglie delle potenze democratiche occidentali sembrava una costante del pensiero mussoliniano dalle prime ostilità del 1939 alla sua decisione di entrare in guerra e poi ancora negli anni successivi. (Riccardo Alfonso)

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Terrorismo: La parola e la retorica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

terrorismo“Mentre l’Europa è sotto attacco da parte di fondamentalisti islamici che colpiscono le nostre società nella propria intimità, facendoci capire (se solo lo capissimo) che da nessuna parte saremo al sicuro dal loro odio, il Premier Gentiloni che fa? Rilancia con la scellerata proposta dello ius soli e con la becera retorica dei muri brutti e cattivi”. Lo dichiara l’On. di Forza Italia Sandra Savino.
“Viene da domandarsi – continua Sandra Savino – se si tratti di una presa in giro, di uno scherzo di cattivo gusto o di una forma di schizofrenia delirante. Perché davvero ce ne vuole di coraggio, con dei cadaveri di italiani ancora caldi, a fare proposte del genere. Una tempistica veramente geniale, complimenti!”“Penso – prosegue la parlamentare – che dovere di chi ricopre una carica come quella di Primo Ministro sia non solo di rispettare l’intelligenza dei cittadini evitando di dire banalità e idiozie del genere e di interpretare i sentimenti di rabbia e di sconforto che ad ogni attentato tornano naturalmente a galla ma quello di dare risposte vere e concrete, che vadano oltre la trita e ritrita, ammuffita e offensiva retorica del ‘vogliamoci bene’”. “Con quella, caro Presidente, si ottiene forse qualche consenso nei salotti della sinistra sedicente intellettuale, non si rappresenta di certo lo stato d’animo di sempre maggiore tensione, esasperazione e paura che si respira nelle periferie delle città di questo Paese”, conclude l’esponente di Forza Italia.

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Festa Liberazione: Retorica a tonnellate e deformazioni storiche

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 aprile 2017

partigianiNon crediamo che nel 2017, i festeggiamenti per ricordare l’anniversario della liberazione del nostro Paese dal giogo nazi-fascista di poco prima della meta’ del secolo scorso, interessi tanta gente, anche perche’ sono decisamente pochi gli studenti che a scuola sono riusciti a studiare, nella materia Storia, quegli anni. Ci dispiace, anche perche’ in tanti hanno poi potuto conoscere quella parte di storia solo grazie agli emuli di quel periodo, sempre in aperto e duro conflitto con coloro che si richiamano, invece, alle forze di liberazione… che, nonostante il comune sentore figlio di altrettanta retorica, furono solo marginalmente i partigiani italiani, ma soldati americani, inglesi, scozzesi, neozelandesi, pakistani, australiani, etc., forti del… forte contributo russo, anche se non dentro i nostri confini nazionali. E’ storia. Parliamo di retorica e deformazioni. Ci viene in mente, pensando a quanto accaduto negli anni passati -e che sta per accadere anche quest’anno- per gli stessi festeggiamenti: il trattamento discriminatorio e violento riservato da alcuni ignoranti nei confronti di chi, di fede israelita e attento ad evidenziare questa propria perculiarita’ anche nella manifestazioni ufficiali, aveva dato il suo contributo tra i partigiani italiani nell’aiutare i soldati americani & co. Trattamento bizzarro visto che veniva e viene fatto per la difesa dei discendenti (palestinesi) di chi all’epoca era essenzialmente alleato dei nazisti, e dando di nazista a coloro che sono tutti di famiglie con persone trucidate nelle camere a gas.Dalla premessa passiamo ai fatti. Per lo studente medio il 25 aprile e’ un bel giorno perche’ non si va a scuola e, come accade quest’anno ed anche spesso in passato, e’ anche un giorno incastonato che consente di fare dei bei ponti. Giammai -sempre il nostro studente medio- si sogna di andare a qualche festeggiamento o corteo. Niente di nuovo, e’ quanto accade per tutto quello che, dovendo essere un bel ricordo come un compleanno, viene pomposamente imbottito di retorica ed ufficialita’, con inni dove musiche e parole sono da brividi (il nostrano Mameli e’ comunque in buona compagnia in tutto il mondo), divise e discorsi lontani dalla quotidianita’ e, in Italia come altrove, odio, odio e odio verso lo sconfitto che e’ ancora dentro ogni famiglia (chi non ha avuto -e non ha- un fascista in famiglia…), nonche’ odio per tutti coloro a cui, diversi dalla propria ideologia (quasi sempre autoritaria e liberticida al pari dei tanti fascismi), viene affibbiato l’epiteto di fascista.E per fortuna il nostro Paese e’ stato quello sconfitto e salvato dallo straniero, altrimenti le retoriche e le pomposita’ sarebbero a livelli ancora maggiori.Esiste un metodo per evitare questo e far si’ che il 25 aprile sia festa di tutti? Difficile, per tanti motivi. Primo fra tutti perche’ e’ passato ancora troppo poco tempo da quel 1945. Secondo, e non secondario, perche’ l’Italia non e’ una nazione (checche’ ne abbiano dette e ne dicano i nazionalisti -fascisti e non- di varia tacca). Terzo, perche’ quando una festa viene vestita con gli abiti dell’ufficialita’, si crea un solco che divide nuovi e vecchi, noiosi e curiosi, soprattutto quando -come nel nostro 25 aprile, e non solo- la maggior parte delle persone e dei nuovi cittadini, non sanno neanche cosa si festeggia. Probabilmente un rimedio non c’e’. Ma qualcuno ci sta provando a rendere interessante questa festa? (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Sul dopo terremoto Renzi si gioca tutto

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2016

matteo renziNon c’è niente di peggio, di fronte ad una catastrofe che provoca centinaia di morti e feriti, dello spargimento a piene mani della retorica buonista, dell’uso commerciale delle belle parole – che di solito partono dalle lacrime di commozione e dal plauso per i gesti altruistici dei soccorritori, professionisti o ancor meglio volontari che siano, per poi sfociare inesorabilmente nell’esecrazione, nello sdegno e nella denuncia senza risparmio di responsabilità – e dell’ipocrisia di cui grondano gli impegni solenni. Persino il repentino gesto di riporre le armi della polemica politica stride alle nostre orecchie (pur inclini alle larghe intese), perché un conto è che il “teniamoci stretti, stiamo uniti” venga pronunciato da chi, come il Capo dello Stato, è custode (sempre) dell’unità del Paese, e un altro è che ne faccia uso chi sulla delegittimazione senza scrupoli degli avversari ci ha sempre campato.Anche in questa drammatica occasione, purtroppo, non ci siamo fatti mancare nulla di tutto questo. Sì, è vero, Renzi non ha esagerato (a parte la logorrea della conferenza stampa post Consiglio dei ministri), per come è fatto. Ma non basta. Sono troppi e troppo brucianti i precedenti di impegni presi e non mantenuti – quelli specifici di fronte a terremoti e alluvioni, e quelli generali, per il miglioramento del Paese – per non nutrire un sano e comprensibile scetticismo verso quel “non lasceremo solo nessuno” che fa così tanto pendant con quel “l’Italia è ripartita” che qualcuno comincia a pensare che porti pure rogna (altro che i gufi), oltre che gridare vendetta al cospetto della “crescita zero”. Ora contano i fatti: la capacità di coordinare i soccorsi e dare una risposta concreta alle attese e ai bisogni più immediati, e le decisioni da prendere per il futuro delle zone terremotate e più in generale per prevenire i disastri evitabili (frane e alluvioni lo sono largamente) e per impedire le conseguenze più pesanti di situazioni naturali contro cui l’uomo non può nulla, come i terremoti. Il precedente dell’Aquila è lì che grida ancora vendetta: dopo sette lunghi anni, i soldi spesi, a parte i 4 miliardi usati inizialmente per i soccorsi, non arrivano ad un terzo di quelli stanziati (6,9 miliardi su oltre 21). È brutto far di conto in circostanze come questa, ma è necessario: a spanne, considerato il bacino di paesi toccati dalle varie scosse telluriche, siamo vicini ad un costo di 3 miliardi. Più tutto quello che verrà dopo (se, al contrario di quanto è successo in Abruzzo, un dopo verrà).Dunque, le cose da fare subito sono almeno sei, di cui quattro finalizzate alla fase emergenziale. La prima: stanziare le risorse immediate e future, e porre in sede Ue la loro deducibilità dal conteggio del deficit (questa è flessibilità buona, non quella che pretende di far ripartire l’economia distribuendo euro sperando si trasformino in consumi). Quanto scritto al riguardo da Antonio Polito sul Corriere della Sera è totalmente condivisibile. La seconda: concentrare le risorse in un unico soggetto spenditore. La terza: decidere senza tentennamenti quale piano di ricostruzione attuare (far rinascere i paesi dov’erano, che a nostro avviso sarebbe la cosa migliore, o crearli ex novo altrove?). La quarta: rimuovere tutti i vincoli burocratici alla spesa, in modo da evitare le attuali asimmetrie tra stanziato, erogato e speso.Oltre a questo vanno fatte altre due cose più “strutturali”. Una è adottare subito le norme, da inserire nella legge di Stabilità – molte proposte giacciono in parlamento da tempo immemorabile, e Brunetta ne ha appena riproposta una – per introdurre l’assicurazione obbligatoria sugli edifici, privati e pubblici, dando alla Consap il compito e i fondi per la cosiddetta “catastrofale”. L’Italia è un territorio ad alto rischio, in cui oltre il 45% dei Comuni è posizionato in zone soggette a disastri naturali, e in cui i danni provocati da calamità sono ammontati a centinaia di miliardi. Eppure siamo uno dei pochi paesi dove a “coprire” – male, peraltro – è solo lo Stato: che si tratti di interruzione di strade, di crolli del patrimonio artistico o di danneggiamenti a case private ed edifici pubblici, a pagare i costi è sempre e solo il Tesoro (che deve far fronte sia alla ricostruzione materiale sia al risarcimento dei singoli) e quindi alla fin fine i contribuenti, sotto forma di tasse o carico del debito pubblico. Altrove, invece, vige un sistema misto di collaborazione tra pubblico e privato, con un’assicurazione contro le calamità obbligatoria o semi-obbligatoria e i danni privati che vengono coperti dalle compagnie di assicurazione, mentre lo Stato interviene solo nel caso di un evento catastrofale di dimensioni davvero eccezionali. Alla Consap potrà essere dato il compito di offrire alle assicurazioni – direttamente o affidandosi a grandi gruppi del “re-insurance” specializzati in questo tipo di polizze, selezionate da broker – la possibilità di riassicurarsi a un tasso fisso. A queste stesse compagnie, peraltro, lo Stato potrà a sua volta trasferire una parte dei suoi rischi (quelli che coprono la ricostruzione di strade ed opere pubbliche) assicurandosi a loro volta.L’effetto di una “responsabilità civile disastri” sarà di indurre i proprietari a pretendere dai costruttori edifici a norma, che altrimenti non potranno essere assicurati. E qui veniamo all’altra cosa da fare: stilare un piano straordinario per la messa in sicurezza sismica degli edifici nelle zone a più alto rischio, secondo la tecnica “retrofit” messa a punto dall’ingegneria sismica e già sperimentata altrove (Giappone ma non solo), per la bonifica idrogeologica del territorio e la messa in sicurezza e migliore utilizzo pubblico dei beni artistici e monumentali. Qualcuno ha calcolato che dovremmo spendere almeno 5 miliardi all’anno per vent’anni. Forse non basteranno, e comunque sarebbe meglio spenderne 10 per 10 anni. E anche questo, ancor più degli interventi diretti alle zone terremotate, dovrà essere oggetto di accordi in sede europea. Anche perché la prevenzione dei disastri ambientali è tema che riguarda tutti i paesi Ue, nessuno escluso, e merita un “piano Junker” ad hoc. Ma non c’è dubbio che questa questione sia la vera sfida con cui chiunque voglia modernizzare il Paese dovrà misurarsi.Dunque, niente manfrine. Renzi, che credeva erroneamente di dover misurare se stesso e il suo governo sulle riforme costituzionali – su questo gli suggeriamo di riflettere sul consiglio, cancellare il referendum, che gli ha dato il premio Nobel Stiglitz, ma avremo modo di parlarne prossimamente – e ha da poco capito, con grave ritardo, che invece gli italiani lo giudicano dai risultati ottenuti in economia, ora è di fronte ad un nuovo metro di misura, che rappresenta nello stesso tempo una grande opportunità e un grave pericolo. Se riuscirà a fare in centro Italia quello che nel 1976 fu fatto in Friuli, trovando l’equivalente di quello che allora fu il commissario Giuseppe Zamberletti, avrà colto l’opportunità capace persino di far dimenticare la crescita zero e le palle raccontate sulla grande ripresa. Se invece ripeterà il copione dei film già visti in tante altre circostanze, non gli sarà perdonato nulla. Ma proprio nulla. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it

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Festa della liberazione. Quando ci libereremo dalla retorica?

Posted by fidest press agency su domenica, 26 aprile 2015

25aprile25 aprile. Che oggi sia festa se ne sono accorti quasi tutti. Soprattutto gli studenti che non vanno a scuola e i lavoratori che -lavorando abitualmente anche il sabato- hanno fatto un buon ponte. Ma che dico? Sono sacrilego? Non lo so. Ma se guardo il modo intorno, oltre i confini delle cronache nazionali dei media, nelle strade delle nostre citta’, nei giardini e nei luoghi primaverili delle vacanze “mordi e fuggi”, vedo volti distesi perche’ e’ festa (come qualunque altra festa), lavoratori che lavorano per garantire alcuni servizi che se non avessimo, saremmo tutti in prima linea ad arrabbiarci, giardini urbani pieni di persone e bimbi festosi, gelatai presi d’assalto, cosi’ come i supermercati che -ignari degli scioperi ad hoc e delle retoriche di alcuni sindacati che sembra tutelino solo i lavoratori dipendenti, e solo di un certo tipo- … supermercati che sono pieni di persone che fanno le proprie spese in modo piu’ tranquillo e meno frenetico dei classici giorni lavorativi, dove magari si sono recati con amici e famiglia, fanno con piu’ accortezza i propri acquisti e le proprie scelte, e quindi spendono meno e meglio. Poi leggo i media. Schivo ed evito di approfondire dichiarazioni come “Stiamo parlando del fondamento etico della nostra nazione”, che il presidente Sergio Mattarella pronuncia per celebrare questa festa. Sono allergico alle etiche uguali per tutte e alle nazioni, figuriamoci all’etica della nazione… Fiumi di dichiarazioni in stile twitter, come slogan pubblicitari per vendere meglio i proprio prodotti. Nessuno manca.
Mi fa sorridere l’ex-ministro Giorgia Meloni, nostalgica del regime mussoliniano, dimentica delle stragi razziali e non solo dei tedeschi, ed evocatrice di nuovi e diversi raduni (sempre etici, immagino) per il 24 maggio, su quel fiume Piave dove nella prima guerra mondiale del secolo scorso morirono in tanti, data e contesto che per lei evoca liberta’ e sovranita’ nazionale, ma che io non riesco a dimenticare per i massacri e per le centinaia di migliaia di obiettori di coscienza che si rifiutarono di imbracciare le armi per uccidere altri simili.
Io -consapevole che l’Italia, dopo la seconda guerra mondiale, e’ tornata democratica grazie essenzialmente ad americani, inglesi e loro alleati- sono uno che piange quando vede film sulle stragi (razziali e non) dei tedeschi durante il secolo scorso, cosi’ come piange quando vede oggi i salvataggi dei barconi dei disperati in mare, o le vittime dei terremoti stile Kathmandu… e mi rendo conto che e’ un pianto di liberazione per la tensione che il mio corpo accumula sentendosi impotente…. mi domando: quando, ognuno di noi, individualmente, fara’ la propria festa di liberazione dalla retorica? Sara’ forse quello il momento in cui potremo aspirare ad essere ragionevolmente piu’ forti? La retorica, e le sue manifestazioni collettive, non riesco a non leggerla come palliativo di ogni individuo, anche se in tante marcette -chiamate inni- ogni singolo e’ chiamato come parte di un solo corpo: collettivo, nazionale, di gruppo, di partito, di associazione, etnico, di popolo, di fede, di speranza, di interesse. Corpi che, almeno nella storia che fino ad oggi ho conosciuto, son sempre presagi di sventure di ogni individuo. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Contratti lavoro e la retorica degli italiani

Posted by fidest press agency su domenica, 16 gennaio 2011

“Ancora una volta dobbiamo constatare che l’Italia è un Paese malato di retorica. Che una normale vertenza sindacale – su temi che sono al centro del confronto tra imprenditori e sindacati in tutto il mondo civile e sviluppato e che anche da noi vengono affrontati senza drammi in altre situazioni magari dai medesimi protagonisti sindacali del caso Mirafiori – si sia trasformata in una sorta di <giudizio di Dio>, di scontro definitivo tra il <bene> e il <male>, tra i <puri> e i <venduti> e che a determinare tale rappresentazione deformata e  patetica della realtà  abbiano concorso tanti <pifferai>  che una fabbrica l’hanno vista solo in cartolina, è il vero insulto alla dignità di quei lavoratori che, votando in piena libertà a favore dell’accordo, hanno salvato il futuro anche dei colleghi caduti nella trappola della retorica e della ideologia”. On. Giuliano Cazzola

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Brunetta e la fine della prima repubblica

Posted by fidest press agency su martedì, 14 dicembre 2010

Renato Brunetta: “Ci sono voluti 16 anni, ma finalmente l’Italia ce l’ha fatta a liberarsi dei fantasmi del passato. Con il voto di oggi ha finalmente  termine la Prima Repubblica nelle sue manifestazioni peggiori: la partitocrazia e le congiure di palazzo. Da domani dovremo lavorare per le riforme che consolidino la Repubblica dei cittadini. Quelle riforme che ci sono state impedite in tutti questi anni dalla retorica consociativa e dai rigurgiti conservatori delle vestali dello status quo”.

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LODO: dichiarazione di Porfidia

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 ottobre 2009

“La Corte Costituzionale ha retto alle pressioni politiche messe in atto dalla maggioranza e si è lasciata ispirare solo da principi costituzionali” lo dichiara in una nota l’on. Americo Porfidia “Chi afferma che si tratta di una sentenza politica non dice solo il falso, ma esattamente il contrario della realtà. Del resto questo governo, ed il suo leader, sono professionisti nell’uso strumentale del dispositivo politico per ostacolare il corso della giustizia a fini personali. Ci auguriamo che gli italiani comprendano la natura squisitamente giuridica della sentenza della Corte e non cadano nella facile retorica anti-sinistra del premier. Andando avanti di questo passo prima o poi qualcuno ci dirà che i padri costituenti erano tutti comunisti. La verità è che ora il Presidente del consiglio deve serenamente farsi giudicare come ogni cittadino italiano farebbe. La nostra Repubblica ha strutture solide ed efficaci che ci insegnano che la legge è uguale per tutti”

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Politica: Il candidato ideale tra utopia e realtà

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2009

Secondo il parere del politologo Doufin le opposizioni potrebbero adottare, in occasione delle elezioni politiche del 2013, una diversa strategia contrapponendo alla leadership governativa retta da Berlusconi la figura di un “perfetto sconosciuto”. Un uomo poco o nulla compromesso con la politica, con gli apparati partitici ed anche sprovvisto di risorse economiche, quasi un “pensionato sociale”. Ad avviso di Doufin si ripeterebbe l’effetto storico del piccolo David di fronte al gigante, della debolezza di fronte alla forza e al potere, della fionda di fronte alla clava. Nell’immaginario popolare si creerebbe la figura di chi affronta l’avversario non esibendo muscoli e fascino oratorio e d’immagine, ma l’esatto contrario dalla ricchezza dell’uno alla povertà dell’altro. Questo figlio della plebe, questa figura così sfumata, ma capace di coagulare intorno a se tutte le forze di opposizione e di mostrare la sua capacità di governarle su un progetto comune e condiviso, potrebbe costituire l’asse vincente per una opposizione che oggi, francamente, non sembra avere molte frecce nella sua faretra. Ma esiste davvero una tale possibilità o è solo il frutto di una notte insonne di un politologo dotato di una fervida immaginazione se non di una voluta provocazione nei confronti di una classe politica come quella italiana incapace d’uscire dal regno della retorica per percorrere la strada della concretezza e del pragmatismo?  Purtroppo tra due anni si ripeterà il solito cliché Prodi/Berlusconi e le televisioni faranno la loro parte riproducendo l’immagine dei due e mostrando impietosamente la minore performance di Prodi rispetto alla figura del suo avversario più duttile, più pronto alla battuta ed anche più chiaro nell’eloquio. Per dirla tutta non ci sembra il giusto candidato e la sua maggioranza non è altrettanto capace di fissare un programma di governo comune e meno che mai presentare già alla vigilia delle elezioni la sua squadra di governo tanto per dimostrare che vi è accordo su ogni aspetto.

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