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Effetto Covid sulle politiche retributive del primo semestre 2020

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 novembre 2020

Quasi 7,5 milioni di mensilità CIG erogate per oltre 3 milioni di lavoratori e brusca frenata della crescita delle retribuzioni per tutti gli inquadramenti dopo un trend positivo di cinque anni. Questo quanto rileva il 28° Rapporto sulle Retribuzioni di ODM Consulting, società di consulenza HR di Gi Group, che indaga l’evoluzione delle retribuzioni in Italia nel 2019 e nel primo semestre 2020.Nel periodo marzo-maggio 2020 la produzione industriale è calata del 29,9% rispetto al trimestre precedente, e se a maggio l’indice di produzione è in crescita rispetto ad aprile (+42%) è comunque ancora inferiore rispetto a gennaio, periodo pre-covid, (-20%).Le imprese interessate dalle misure introdotte dal lockdown, che hanno sospeso le attività fino a maggio sono il 45% del totale, il 22,5% ha ripreso le attività prima di maggio, mentre il 32,5% sono sempre rimaste attive.Oltre all’occupazione, cala anche la disoccupazione, ma non è un segnale positivo per il mercato: ciò è principalmente dovuto alla riduzione del numero di quanti cercano attivamente lavoro, scoraggiati dal momento di crisi, che non rientrano più nel novero dei disoccupati, ma degli inattivi.Per fronteggiare l’emergenza il Governo, con il Decreto Cura Italia, ha introdotto diversi strumenti di integrazione salariale, tra cui Cassa Integrazione Guadagni (CIG) ordinaria, assegni di Fondi di Solidarietà e Fondo di Integrazione Salariale (FIS) e la CIG in deroga, ossia la cosiddetta CIG-Covid.Partendo dai dati forniti dall’INPS, abbiamo rilevato che la riduzione sulla retribuzione netta mensile media è pari al 33%. Se si considera però il totale della popolazione lavorativa, quindi anche coloro che hanno continuato a percepire l’intera retribuzione, la riduzione media risulta 90 Euro al mese, pari al 5,7% di retribuzione netta mensile in meno.Per i Quadri la riduzione è del 11,1%, corrispondente a circa 350 Euro in meno, mentre nel caso degli Impiegati la riduzione è pari al 6,3%, corrispondente a poco più di 100 Euro. Infine, per gli Operai la riduzione è del 5,6%, pari a circa 80 Euro in meno. Il ricorso a questa misura da parte delle imprese varia a seconda della dimensione e della collocazione territoriale: è molto diffusa nelle medie imprese (circa il 70%) e ci sono circa 10 punti percentuali di differenza tra l’area con la più bassa quota di imprese in CIG-Covid, il Nord-Est, e quella con la quota più alta, ossia il Mezzogiorno. “Una possibile spiegazione di questa differente distribuzione territoriale – conclude Quarti – riguarda la composizione settoriale, con le imprese del Mezzogiorno maggiormente colpite dal lockdown in quanto appartenenti a settori come il commercio al dettaglio non alimentare, la ristorazione e il settore turistico che sono stati più colpiti dalle restrizioni introdotte dal Governo per combattere la diffusione dell’epidemia.” Se il 2019 conclude un quinquennio di crescita della retribuzione totale e delle sue componenti fissa e variabile, nei primi mesi del 2020 si evidenzia invece una brusca frenata della crescita delle retribuzioni, che rimangono sostanzialmente sui livelli misurati nel 2019.

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In Italia riduzioni retributive solo in un’azienda su dieci

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 Maggio 2020

Per l’Ue dieci aziende italiane su tre prevedono che la pandemia da COVID-19 avrà un impatto negativo sul business nel prossimo anno, ma solo una su dieci ha ridotto le retribuzioni, una percentuale costante in base alla diversa tipologia di dipendenti. Lo rivela l’indagine “2020 COVID-19 Survey, Italy” condotta da Willis Towers Watson su 55 aziende di grandi dimensioni, per il 75% multinazionali, attive in Italia nei principali settori di mercato.Metà dei datori di lavoro (49%) prevede poi di ridurre temporaneamente l’orario di lavoro, ma nessuno prevede di farlo attraverso dei licenziamenti. Tre aziende su quattro stanno modificando invece gli obiettivi del sistema di incentivazione di breve periodo, adattandoli alla situazione secondo un’analisi discrezionale che tenga anche conto della motivazione delle persone.Riguardo al telelavoro, se prima della pandemia la maggior parte delle organizzazioni aveva meno del 25% delle persone che lavorano da casa, ora in 7 aziende su 10 gli smartworker sono più del 75%. Il dato è sensibilmente più alto rispetto agli Stati Uniti, dove un’indagine parallela (COVID-19 Employer Readiness Survey) ha rilevato che l’aumento è stato dal 14% al 39%.
Prevale l’incertezza sull’orizzonte temporale su cui si dovranno applicare queste misure: il 78% non aveva fissato, al momento del sondaggio, alcuna data di fine a causa dell’incertezza della situazione.“Stiamo vivendo un momento cruciale dal quale potrebbe scaturire una vera e propria reingegnerizzazione del nostro Paese. L’efficacia dello smartworking, riconosciuta sia dai datori di lavoro che dai lavoratori, darà un nuovo impulso alla digitalizzazione e alla modernizzazione del lavoro”, dichiara Edoardo Cesarini, Amministratore Delegato Willis Towers Watson.Tutti i datori di lavoro hanno intrapreso azioni per proteggere la sicurezza dei loro dipendenti: le più diffuse sono la disinfezione dei luoghi di lavoro (94%), la disponibilità agevolata di gel igienizzanti (92%) e l’utilizzo dei device aziendali per lo smart working (87%).”Proteggere la salute dei dipendenti, dei clienti e della comunità è una preoccupazione primaria per tutti i datori di lavoro, tuttavia le aziende, soprattutto quelle quotate, devono tenere conto anche dei risultati finanziari” commenta Rodolfo Monni, Responsabile Indagini Retributive di Willis Towers Watson in Italia.”Questo è un momento di leadership determinante per molte organizzazioni – spiega Monni -. I datori di lavoro che intraprendono azioni forti per mettere le persone al primo posto saranno nella posizione migliore per migliorare il benessere dei dipendenti, ripristinare la stabilità e raggiungere il futuro successo aziendale”.

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