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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘retribuzioni’

Scuola: Bruxelles chiede all’Italia di pagare di più i docenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 giugno 2019

Si parla tantissimo di debito pubblico dell’Italia e della possibilità che a luglio la BCE possa intervenire con una multa farcita di tanti zeri: pochissimo, invece, si dice del fatto che Bruxelles chiede all’Italia di pagare di più gli insegnanti. «La produttività tendenzialmente stagnante dell’Italia – ha scritto l’UE nelle raccomandazioni inviate in questi giorni a Roma – è dovuta alle debolezze del sistema di istruzione e formazione e alla scarsità della domanda di competenze elevate. Migliorare, quindi, la qualità del sistema di istruzione e formazione rappresenta una sfida importante». L’Unione Europea non ha dubbi: in Italia servono «ulteriori sforzi per attirare, assumere e motivare maggiormente gli insegnanti.» Secondo Marcello Pacifico, presidente del sindacato Anief, in Italia si continua a parlare di merito quando si fa fatica a recupere gli 8 punti di ritardo stipendiale rispetto all’inflazione, accumulati tra il 2007 e il 2015, proprio mentre i contratti dei privati assicuravano stipendi sopra il costo della vita. Di carriera, alla quale fa riferimento l’UE, da noi nemmeno se ne parla, quando sarebbe più che opportuno dare la possibilità a chi ha insegnato 20-25 anni di diventare tutor dei nuovi docenti, sganciandoli dalle lezioni frontali e mettendo a disposizione la propria esperienza verso chi si avvicina alla professione. Non siamo invece d’accordo con Bruxelles, invece, quando dice che i cittadini più qualificati non lavorano nella scuola: noi, che giriamo per gli istituti di tutta Italia per svolgere assemblee ed incontri sindacali, possiamo assicurare che nella scuola italiana operano persone molto preparate e valide, che fanno questa professione perché è nel loro Dna. Anche a costo di guadagnare meno.
Nel mirino di Bruxelles finiscono anche gli stipendi dei docenti italiani che «rimangono bassi rispetto agli standard internazionali e rispetto ai lavoratori con un titolo di istruzione terziaria. Le retribuzioni crescono più lentamente rispetto a quelle dei colleghi di altri paesi e le prospettive di carriera sono più limitate, basate su un percorso di carriera unico con promozioni esclusivamente in funzione dell’anzianità anziché del merito». Il risultato del particolare contesto italiano è una «scarsissima attrattiva della professione di insegnante per le persone altamente qualificate e in un effetto disincentivante sul personale docente, che a sua volta ha un impatto negativo sui risultati di apprendimento degli studenti.» Secondo Il Sole 24 Ore, “è certamente vero che le retribuzioni dei docenti italiani sono basse, e sarebbe quindi giusto innalzarle, ciò è reso difficile da altre “peculiarità” della professione, a cominciare dalla dimensione extra large della platea”. Il quotidiano legato a Confindustria fa anche una “considerazione sul merito. A oggi le busta paga dei prof crescono esclusivamente per anzianità, vale a dire con il mero passare del tempo in cattedra. Tutti i tentativi di introdurre una differenziazione degli stipendi legati al merito e alla valutazione è fallita: da Berlinguer, ai progetti Gelmini, al famoso bonus merito di 200 milioni di euro annui voluto da Matteo Renzi. Ma utilizzato in larga parte per garantire gli aumenti dell’ultimo Ccnl”.
Per Anief è difficile non essere d’accordo sul pasticcio introdotto con la Buona Scuola di Renzi. Però ricordiamo che ci sono anche 3 miliardi di euro che secondo la riforma dell’ultimo Governo Berlusconi si sarebbero dovuti assegnare proprio per premiare i docenti migliori e impegnati attivamente: questa possibilità non ha mai avuto seguito, ma la norma rimane sempre in vigore e quindi un Esecutivo serio e che tiene al bene della Scuola, dei suoi studenti e del personale che vi opera, ha il dovere di applicarla.

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Scuola: Maestri e docenti laureati pagati con stipendi da diplomati, per Anief è ora di equipararli

Posted by fidest press agency su domenica, 12 maggio 2019

Svolgono lo stesso lavoro ma vengono remunerati di meno: in questa condizione si trovano circa 300 mila insegnanti della scuola pubblica. L’Ufficio Studi del sindacato ha realizzato un focus: considerando le ore di lezione settimanali, il grado di responsabilità, il coinvolgimento professionale e la complessità dell’offerta formativa, ha constatato che non vi è alcuna differenza. Una norma afferma in modo esplicito che in Italia si considera di pari dignità la formazione iniziale di ogni docente. Nella stessa condizione sono gli Itp e i docenti di sostegno laureati. Se poi si guarda all’Europa, esce fuori il solito raffronto impietoso. Marcello Pacifico (Anief): Appena ci siederemo al tavolo di contrattazione chiederemo spiegazioni per abbattere questa discriminazione andando a cambiare il Contratto collettivo nazionale. In caso contrario, siamo pronti ad avviare una procedura giudiziaria.Un insegnante laureato che svolge attività di insegnamento nella scuola del primo ciclo, per quale motivo deve percepire uno stipendio inferiore a quello dei colleghi della secondaria anch’essi laureati? A chiedere spiegazioni all’amministrazione pubblica è il sindacato Anief, dopo avere raccolto una lunga serie di richieste di equiparazione stipendiale. Sulla base di diversi parametri oggettivi, l’Ufficio Studi dell’organizzazione sindacale ritiene che l’osservazione sia pertinente: le ore di lezione settimanali svolte da un docente della scuola primaria e dell’infanzia sono superiori a quelle del secondo ciclo; il grado di responsabilità quotidiana nell’affidamento degli alunni, in tenera età risulta il più alto; il grado di coinvolgimento professionale, anche con le famiglie, non è certo da meno rispetto a quello che si instaura nella secondaria; se è infine vero che il livello di complessità dell’offerta formativa è minore, c’è però da constatare che la minore ricettività ad apprendere degli alunni rende comunque sempre molto impegnativo il raggiungimento quotidiano e finale degli obiettivi. A tutto questo c’è da aggiungere, poi, una precisa norma, contenuta nella Legge 53 del 2003: all’articolo 5 comma I lettera A, infatti, c’è scritto in modo esplicito che in Italia si considera di pari dignità la formazione iniziale di ogni docente. Questo significa che ai fini della collocazione professionale, anche stipendiale, non conta la scuola dove si opera servizio, ma il titolo di accesso: un titolo, peraltro, che per la stessa scuola del primo ciclo oggi è proprio quello della laurea. Tutti questi aspetti sono ben considerati in diversi altri Paesi europei, dove, infatti, lo stipendio dei docenti con laurea viene assegnato prescindendo dal tipo di insegnamento che si svolge. In Irlanda e Danimarca, ad esempio, lo stipendio iniziale è il medesimo per tutti i cicli scolastici, salvo poi differenziarsi lievemente a fine carriera. In Portogallo, Slovenia, Grecia, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, i compensi dei docenti della scuola pubblica non si differenziano mai, né ad avvio carriera né al termine.

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Istat: retribuzioni +1,4% su base annua. Bene, ma non basta!

Posted by fidest press agency su martedì, 30 aprile 2019

Secondo i dati Istat resi noti oggi, a marzo l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato dell’1,4% nei confronti di marzo 2018. Finalmente, grazie ai rinnovi contrattuali e alla fine del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, fermi dal 2010, le retribuzioni sono state adeguate all’aumento del costo della vita e a marzo sono salite dell’1,4% contro un’inflazione dell’1%, ma siano ancora molto lontani dall’aver recuperato quanto perso in questi anni di crisi e di mancati rinnovi. Senza contare che l’incremento per i dipendenti del settore privato è pari appena allo 0,8% su base annua” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Se gli stipendi restano troppo a lungo al palo, il reddito delle famiglie in termini reali non può che scendere ed i consumi ristagnare. Ecco perché vanno ripristinati meccanismi automatici di adeguamento al costo della vita, come la scala mobile all’inflazione programmata” prosegue Dona.
“Il potere d’acquisto delle famiglie delle famiglie nel 2018 è ancora inferiore del 6,6% rispetto al 2007, del 5,4% nel confronto con il 2008 e del 3,5% con riferimento al 2009” conclude Dona.

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Ocse: in tasca lavoratori italiani 69% salario, sotto media

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 aprile 2019

Secondo l’Ocse, i lavoratori single in Italia si portano a casa nel complesso il 68,6% del salario lordo, al netto delle tasse e delle agevolazioni fiscali, ben al di sotto della media Ocse che nel 2018 si attestata al 74,%%. Va un po’ meglio per le coppie con due figli.”I dati Ocse dimostrano che urge una politica dei redditi. Non basta il quoziente familiare, come vuole fare il Governo, aumentando le detrazioni per i figli. Bisogna ridurre il cuneo fiscale, non solo per abbassare il costo del lavoro, ma per aumentare la busta paga netta dei lavoratori, di tutti, single compresi” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Non è sufficiente nemmeno il salario minimo, che aiuterebbe solo i lavoratori sfruttati e sottopagati. Il punto è che non è possibile che tutto, dalle multe per le violazioni al Codice della Strada alle tariffe dell’acqua, sia adeguato all’inflazione, tranne gli stipendi e le pensioni. Urge ripristinare meccanismi automatici di adeguamento della busta paga all’aumento del costo della vita, come la scala mobile all’inflazione programmata. Mentre per i pensionati, bisogna almeno tornare al sistema di rivalutazione previsto dalla legge n. 388 del 2000, come era previsto prima dell’approvazione della Legge di Bilancio 2019″ conclude Dona.

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Scuola: Docenti, i meno pagati dallo Stato

Posted by fidest press agency su sabato, 30 marzo 2019

La Ragioneria dello Stato, con il Conto annuale, sancisce quello che Anief sostiene da tempo: tra il 2011 e il 2018 il blocco dei contratti ha prodotto una perdita di quasi 1.900 euro a lavoratore. Se si pensa che il Governo precedente ha pensato di cavarsela con 85 euro medi di aumento, tra i 37 e i 52 euro netti, più degli arretrati-mancia di poche centinaia di euro, assume connotati più nitidi la pochezza degli stipendi di chi opera nella scuola pubblica. La stessa Ragioneria dello Stato dice: “è evidente la generalizzata riduzione del costo del lavoro”. Non c’è quindi nulla di cui meravigliarsi se poi i lavoratori della Scuola, docenti e personale Ata figurano i meno remunerati dello Stato. E le insegnanti sono anche quelle con l’età più avanzata in Europa. Marcello Pacifico (Anief): Serve una svolta, la docenza non si può valorizzare con le mance. E va collocata tra le professioni usuranti, facendola rientrare nell’Ape Social, senza le ingiuste decurtazioni applicate con ‘quota 100’. A tal proposito, solo tre giorni fa il Consiglio nazionale Anief, riunito a Roma ha indicato al Governo come reperire le risorse utili per garantire aumenti minimi mensili di 200 euro, per rispondere all’impoverimento degli stipendi e per predisporre il passaggio di livello funzionale del personale Ata: basterebbe utilizzare i risparmi di spesa già destinati dalla legge alla carriera del docente e al settore scolasticoSpulciando tra i conti annuali del Mef, per chi è impegnato quotidianamente sulla formazione delle nuove generazioni, si scopre che la scuola ricopre il 26,42% del costo complessivo del lavoro pubblico, ma è anche il settore con le retribuzioni medie più basse (28.440 euro annui, inferiori a quelle dei ministeri) e con un calo di oltre 800 euro in un solo anno. Inoltre, i lavoratori della scuola si contraddistinguono per l’età media più alta di tutta la PA: nel 2018 ha toccato i 52,3 anni, con le insegnanti risultate addirittura “tra le più vecchie in Europa”.
“Sugli aumenti di stipendio insoddisfacenti non avevamo dubbi – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – perché gli 85 euro di aumento medio lordo – con un incremento a regime del 4,85% – erano molto al di sotto dell’inflazione accumulata negli ultimi anni di blocco contrattuale, considerando che pure dopo gli incrementi il costo della vita continuava comunque a sovrastare i salari dei dipendenti della PA, alla luce degli 8 punti percentuali in più di costo della vita registrati tra il 2007 e il 2015. In questa situazione, è chiaro che l’aumento di 8 euro lordi, a partire dal prossimo 1° aprile, con un ritocco previsto da luglio 2019, non cambierà la sostanza delle cose”. Questi dati ci dicono anche che era addirittura in difetto la stima dei mille euro di potere d’acquisto perso negli ultimi anni dai lavoratori italiani. Mentre nello stesso periodo in Germania e Francia i salari sono aumentati. Inoltre, in Germania un maestro della primaria appena assunto percepisce 46.984 euro di media, per poi incasare anche più di 62 mila euro prima di andare in pensione, mentre in Italia nessun docente supererà mai 34 mila euro; alle scuole medie, il collega tedesco sfiora i 53 mila euro all’inizio e i 70 mila euro a fine carriera. Per non parlare del Lussemburgo, dove lo stipendio di un docente è quasi cinque volte più alto, ben al di sopra dei 100 mila euro l’anno. Delle cifre che in Italia percepiscono, almeno nella PA, solo i magistrati. “Certe cifre – continua Marcello Pacifico – ci confermano la bontà della nostra battaglia legale per il conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale nel periodo 2015-2018, al fine da recuperare almeno il 50% del tasso Ipca non aggiornato dal mese di settembre 2015 e i mancati arretrati dell’ultimo contratto rinnovato. In attesa di aumenti veri, pari a 200 euro a dipendente, rimane l’unica operazione possibile per chi vuole vedere giustamente aumentato il suo stipendio”.

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Istat: retribuzioni +2% su base annua

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

Secondo i dati Istat resi noti oggi, a giugno l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato del 2% nei confronti di giugno 2017.”Era ora! Finalmente, grazie ai rinnovi contrattuali e alla fine del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, fermi dal 2010, risalgono le retribuzioni e i lavoratori vedono riconosciuto il loro sacrosanto diritto a veder adeguata la busta paga all’aumento del costo della vita” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Peccato che in questi anni di blocchi contrattuali le famiglie si siano sempre più impoverite e che ora non hanno certo recuperato quanto hanno perso durante questi anni di crisi e di mancati rinnovi” prosegue Dona.”Proprio quando, per via della recessione, avrebbero avuto più bisogno di un sostegno, questo è venuto a mancare. E’ giunto, quindi, il momento di intervenire a livello legislativo, ripristinando meccanismi automatici, come la scala mobile all’inflazione programmata” ha concluso Dona.

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Lavoratori distaccati: votazione finale su parità di retribuzione e condizioni di lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 27 maggio 2018

Parlamento europeo. I lavoratori distaccati temporaneamente in un altro Paese dell’UE potranno d’ora in avanti godere dello stesso salario dei lavoratori di tale Paese, grazie alla proposta normativa che sarà approvata in via definitiva martedì. Le norme, concordate informalmente in marzo dai negoziatori del Parlamento europeo e del Consiglio dei Ministri UE, mirano a garantire una migliore protezione dei lavoratori distaccati e una concorrenza leale fra le imprese.Ai lavoratori distaccati si applicherebbero tutte le norme del Paese ospitante in materia di retribuzione. Le spese di viaggio, di vitto e di alloggio dovranno essere sostenute dal datore di lavoro e non detratte dal salario dei lavoratori.
La durata del distacco è stata fissata a 12 mesi, con una possibile proroga di 6 mesi. Trascorso tale termine, al lavoratore che resta nel Stato membro in cui era distaccato si applicheranno tutte le norme del Paese ospitante in materia di lavoro (non solo quelle sulla retribuzione).

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Risorse contratto a retribuzioni tabellari causa blocco prolungato

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 aprile 2018

Roma. “L’avere destinato tutte le risorse finanziate alle retribuzioni tabellari è stata una scelta di Cgil Cisl Uil proprio in considerazione del prolungato e ormai insopportabile blocco. Scelta concordata con l’Aran e inevitabile, considerate le aspettative dei 260.000 lavoratrici e lavoratori del Comparto delle Funzioni Centrali”. Ad affermarlo in una nota unitaria sono Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa in merito a quanto sostenuto dalla Corte dei Conti che, “certificando la compatibilità economica del nuovo Ccnl delle Funzioni Centrali, ha espresso nella sua delibera alcune considerazioni sui contenuti che ci permettono di ribadire, e ancor meglio specificare, quanto sostenuto nei giorni scorsi, a proposito di qualità del nuovo Contratto Nazionale delle Funzioni Centrali”. L’aumento del 3,48% delle retribuzioni, spiegano i tre sindacati, “è superiore al tasso di inflazione programmata negli ultimi tre anni, calcolato con qualsivoglia parametro. Certamente non parliamo di un completo ristoro del potere d’acquisto perso in oltre 8 anni di blocco contrattuale, ma possiamo affermare adesso di avere riaperto decisamente un processo di accrescimento delle retribuzioni che da troppo tempo era atteso”. Da qui la scelta di destinare le risorse finanziate alle retribuzioni tabellari.
“Noi sosteniamo da tempo – proseguono Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa – la necessità e urgenza di liberare risorse importanti per riconoscere maggiore retribuzione accessoria, per aggiornare il sistema delle indennità, rifinanziare progetti di accrescimento della produttività, assegnare maggiori finanziamenti alle carriere ma, vorremmo rammentare, che il principale ostacolo sul percorso, che anche la Corte dei Conti giudica necessario, è rappresentato non tanto dagli orientamenti e dalle scelte del nuovo Ccnl bensì dal blocco stabilito dal D.Lgs. 75 del 2017 che all’art. 23 comma 2, fissa il tetto alle risorse destinate al trattamento accessorio con riferimento allo stanziato del 2016”. Insomma, aggiungono, “anche a voler agire più in armonia con le indicazioni della Corte dei Conti, che vorremmo ribadire non hanno impedito la certificazione del Ccnl, è proprio l’aver fissato un tetto di tale entità che ha reso impraticabile il percorso indicato dalla Corte. Nonostante questi vincoli il nuovo Ccnl delle Funzioni Centrali rafforza la certezza di destinazione di una quota prevalente delle risorse variabili alla performance e incentiva la contrattazione di sede, laddove l’innovazione organizzativa può incidere, in maniera significativa, a generare l’incremento della produttività”, concludono Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa.

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Scuola: manovra e retribuzioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 ottobre 2017

ministero-pubblica-istruzioneDividendo 1,6 miliardi di euro in arrivo per tutti i lavoratori del pubblico impiego, si raggiungono incrementi in busta paga attorno ai 40 euro lordi che sommati a quelli già stanziati con le precedenti manovre non arrivano agli 85 euro stabiliti a Palazzo Vidoni il 30 novembre 2016. Se si aggiunge che solo qualche giorno fa la Ministra ha detto che gli aumenti non saranno a pioggia, ma si dovrà decidere il modo di distribuirli, ad esempio in base alla meritocrazia, questo significa che a una parte di dipendenti pubblici è destinato di percepire 20-30 euro netti. Parlare in queste condizioni di valorizzazione di coloro che agiscono professionalmente in nome dello Stato italiano è un’operazione che ha un solo scopo: recuperare i consensi persi dal Governo Renzi, lasciando i lavoratori pubblici in una condizione stipendiale indegna. Marcello Pacifico (Anief-Udir-Cisal): Presto i dipendenti pubblici e della scuola scopriranno che l’incremento a loro riservato non coprirà nemmeno il costo della vita, la quale negli ultimi anni ha superato le loro buste paga di quasi 15 punti percentuali: a quel punto, smascherata l’operazione di facciata del rinnovo contrattuale, questi lavoratori si renderanno conto che neanche dopo due lustri di blocco contrattuale potranno contare su uno stipendio almeno competitivo con l’inflazione. Anief inviata docenti e Ata della scuola ad inviare una specifica diffida in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci nuovamente sullo sblocco dell’indice dell’IVC. Il contratto può non essere firmato in attesa che il Governo trovi i soldi, ma l’articolo 36 della Costituzione impone un adeguamento parziale degli stipendi all’aumento dell’inflazione programmata e reale.

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Nel 2017 l’aumento delle retribuzioni reali in Italia sarà pari all’1% prevista un’ulteriore crescita nel 2018

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 agosto 2017

stipendi docentiSecondo una recente ricerca di Willis Towers Watson, i dipendenti italiani, nell’anno in corso, stanno registrando un aumento medio delle retribuzioni dell’1% in termini reali (2,5% la variazione in busta paga depurata dell’1,5% del tasso d’inflazione). Le previsioni per il 2018 sono però più ottimistiche, con un aumento in termini reali dell’1,7% (2,5% la variazione in busta paga, 0,8% il tasso di inflazione previsto)
Per il 2017, il dato corretto dell’inflazione è in linea con la media degli altri paesi d’Europa, dove però gli aumenti salariali (2,7%) e il tasso di inflazione (1,7%) sono più alti. Il dato irlandese è il più elevato fra quelli dell’Europa Occidentale (+1,9%). Decisamente inferiori le percentuali di Regno Unito (0,1%), Francia (1,1%), Germania (1,2%), Paesi Bassi (1%), Spagna (0%) e Portogallo (0,8%). La Romania, con una crescita reale media del 3,3% delle retribuzioni è il paese dell’Unione Europea che presenta il dato più elevato.Le previsioni di un rallentamento del tasso d’inflazione in Italia per il 2018 (+0,8%) porteranno, come detto, un aumento effettivo dell’1,7%, dato che è quasi il doppio di quello previsto per i paesi UE (+0,9%).Rodolfo Monni, Responsabile indagini retributive di Willis Towers Watson: “Nel 2017 l’aumento medio delle retribuzioni è rimasto stabile ma è aumentata l’inflazione; le prospettive per il 2018 indicano la possibilità di un’inversione di tendenza con un calo della pressione esercitata dalla crescita dei prezzi che potrebbe aumentare le reali disponibilità di spesa dei dipendenti”. Prosegue Monni: “In generale, nel mercato del lavoro dei paesi dell’Unione Europea, le retribuzioni effettive del 2017 sono ancora in crescita, ma l’aumento dell’inflazione impatta su questi aumenti rendendoli meno significativi rispetto al 2016. Ad esempio, quest’anno, l’82% dei paesi dell’UE28 sarà caratterizzato da aumenti delle retribuzioni in linea con l’aumento dell’anno precedente. Tuttavia, tenendo conto della crescente inflazione, non esistono paesi con un aumento effettivo dei salari superiore o in linea rispetto all’anno precedente. L’aumento medio dei livelli retributivi reali dell’UE28 è ora dello 0,9%: una netta diminuzione rispetto al 2,6% nel 2016. Nel 2018 l’inflazione resterà un fattore da considerare e, in Europa, il quadro delle retribuzioni subirà delle piccole modifiche. Mentre nel 2018 quasi tutti i paesi dell’EU28 registreranno un aumento, solo 11 paesi vedranno una crescita più alta rispetto al 2017”.

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Gli “artisti” della Rai

Posted by fidest press agency su sabato, 17 giugno 2017

Bruno VespaRoma. Il Consiglio di Amministrazione della Rai (CdA) ha deciso che agli artisti non si può applicare il limite dei 240 mila euro di compensi. Agli artisti? Ci siamo precipitati a consultare il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli e alla voce artista leggiamo: chi opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete. I vari, Bruno Vespa, Fabio Fazio, Massimo Giletti, ecc., sono artisti, cioè esercitano un’arte? Sempre sul Devoto-Oli, siamo andati a cercare la voce “arte” che così è descritta: qualsiasi forma dell’attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.
Insomma, dal CdA della Rai i suddetti Vespa, Fazio, Giletti, ecc., sono paragonati a Dante, Leonardo da Vinci, Raffaello, Shakespeare, Mozart, ecc.
I veri artisti, invece, sono quelli del Consiglio di Amministrazione della Rai: hanno tale fantasia da trasformare un conduttore televisivo in un Mozart redivivo. D’altronde, ce la suonano così bene che la maggior parte di noi rimane incantata.
Al contribuente non resta che pagare: due miliardi di canone televisivo che escono dalle tasche dei cittadini per pagare Rai e “artisti”. Ricordiamocelo quando gli “artisti” si impegneranno nel descriverci come si può diminuire la spesa pubblica. Per loro non vale, d’altronde, l’arte non ha prezzo! (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Scuola: Fedeli auspica aumenti per i docenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 aprile 2017

valeria-fedeliDurante un videoforum su Repubblica.it, il Ministro dell’Istruzione ha detto che ‘con 1.200 euro al mese tanti insegnanti hanno difficoltà a muoversi: dobbiamo avere una politica che continui a investire’. Anief apprezza la posizione del Ministro dell’Istruzione la quale, avendo un passato da insegnante e da sindacalista, ha una sensibilità maggiore sulla mancata retribuzione equa del personale scolastico. Allo stesso tempo, però, trova irrisorio quanto investito sino a oggi dagli ultimi due Governi per il rinnovo contrattuale, una media di 85 euro lordi a lavoratore pubblico, dopo che gli otto anni di blocco di stipendio hanno portato il potere delle buste paga di chi opera nella scuola quasi 20 punti percentuali sotto il costo della vita. Fedeli ha citato il caso del Centro Nord Italia, dove c’è carenza d’insegnanti di matematica e scienze, ricordando che sulla scelta di trasferirsi certamente non è trascurabile l’aspetto economico. Ha ragione: nel 2015 oltre 40mila docenti precari abilitati hanno deciso di rimanere supplenti pur di non rischiare di spostarsi di provincia o di regione.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): i 210 euro netti sono una cifra che deriva per metà dalla mancata adozione dell’indennità di vacanza contrattuale, per l’altra metà dall’incremento stipendiale vero e proprio. In caso contrario, abbiamo già predisposto adeguato ricorso. Alla cifra da noi indicata, tra l’altro, vanno aggiunte delle indennità speciali, previste dalle direttive europee, qualora il docente debba raggiungere il luogo di lavoro in siti geografici lontani dalla propria residenza. È la stessa filosofia che ha ispirato Governo e legislatore nel realizzare la legge delega di riforma della scuola italiana all’estero, dove chi fa l’insegnante si vede ridotta l’indennità tabellare, a cui già erano state apportate insensate sforbiciate negli ultimi anni.Per il sindacato, visti i vantaggi economici ridotti al minimo, è decisamente meglio intervenire presentando ricorso in tribunale, in modo da ottenere il maltolto e quanto la legge prevede: l’allineamento stipendiale al 50% dell’inflazione. E questo va applicato mese dopo mese, a partire da settembre 2015. Come ha detto la Consulta.

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Scuola: Rischi, responsabilità, retribuzioni

Posted by fidest press agency su domenica, 5 marzo 2017

scuolaCatania il prossimo 14 marzo, nel corso del convegno di formazione per dirigenti scolastici si parlerà su ‘Le tre RRR della Dirigenza. Rischi, responsabilità, retribuzioni’, promosso da Udir e dove sarà presente Natale Saccone, ingegnere ed esperto di sicurezza. Dopo il rinvio a giudizio del preside di Marsala, il cui processo prenderà il via il prossimo mese, Udir denuncia come dovrebbero essere gli stessi uffici preposti alla certificazione dell’agibilità dell’edificio scolastico ad autodenunciare l’amministrazione locale e centrale. Certamente, una delle colpe ascrivibile al dirigente, potrebbe essere quella di non aver chiuso la scuola e impedito agli studenti l’esercizio del diritto allo studio. A questo punto, però, o lo Stato interviene – anche cambiando in toto la norma vigente sulla sicurezza degli istituti – oppure il sindacato chiederà a tutti i dirigenti scolastici italiani di segnalare la mancata messa in sicurezza delle nostre scuole, con un breve termine e di disporne la chiusura. Tocca ora al Governo trovare fondi e strumenti per rientrare nella legalità. Basta accanirsi contro i dirigenti.
Marcello Pacifico (Confedir): sulla sicurezza delle scuole deve senza dubbio intervenire lo Stato, rivalutando la definizione di DL-DS di cui all’art. 2, confermando le responsabilità didattiche, vero obbligo di cui è preposto e trasferire alle amministrazioni la competenza sull’utilizzo del manufatto destinato a scuola. Serve una consapevole sinergia tra tutti gli ‘attori’ che devono interagire, attraverso precisi vincoli legislativi, potendo così salvaguardare non solo i dirigenti scolastici, ma tutti, a iniziare dagli alunni. E non lasciare il preside ad adempiere in piena solitudine quello che non spetta, mentre dirige fino a 20 plessi e 4mila alunni.

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Nel 2017 retribuzioni in crescita ma non per tutti

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2016

Edoardo Cesarini
WATSON WYATT
Foto Fiorenzo GalbiatiPer il 2017 è prevista una crescita media delle retribuzioni del 2,5%, un trend che accomuna dirigenti, middle management, tecnici e personale di funzioni di supporto. A beneficiare di questa crescita sarà però una fascia ristretta del management: se da una parte gli stipendi della fascia media sono sostanzialmente fermi, quelli per i ruoli executive e top management (dai Direttori Generali ai CEO) la crescita è al ritmo del 10% annuo. Il numero limitato dei soggetti coinvolti spiega la limitata incidenza sulla performance generale.
È’ quanto emerge dall’Osservatorio Willis Towers Watson sulle politiche retributive giunta quest’anno alla XX edizione, l’analisi ha riguardato 500 aziende, prevalentemente medio-grandi, appartenenti ai principali settori industriali e ai servizi e ai servizi finanziari. Il divario tra i tassi di crescita della popolazione Executive e le altre è dovuto principalmente alla riorganizzazione di molte aziende, che se pur hanno ripreso a investire sulle risorse umane per intercettare talenti per sviluppare una crescita internazionale, si espongono comunque solo verso quelle figure ritenute “chiave” perché in grado di fare davvero la differenza. Per tutte le altre, invece, non si registrano pressioni salariali.A livello di settori, quelli che promettono i maggiori aumenti retributivi sono i media (+2,9% annuo) e i professional services (+2,7%), mentre l’energy e la chimica si fermano intorno al 2% di progresso atteso.Edoardo Cesarini, Managing Director di Willis Towers Watson Italia, commenta: “La crescita nominale delle retribuzioni si attesta da qualche anno intorno al 2,5%, una tendenza legata anche ad un periodo inflazione 0 se non di vera e propria deflazione”.L’indagine evidenzia inoltre, come finalmente si stiano riducendo il gap tra i generi: fino a due anni fa gli uomini guadagnavano mediamente l’8% in più delle donne, mentre oggi la distanza si è quasi dimezzata. Si riscontra però che il 77% del management nelle aziende italiane è composto da uomini.Quanto ai livelli retributivi d’ingresso nel mondo del lavoro, la ricerca non evidenzia particolari differenze in base al titolo di studio. In effetti chi è in possesso di un master o di un dottorato guadagna mediamente 32mila euro lordi annui o poco meno, contro i 28-30mila di chi ha la laurea specialistica. Le strade tendono poi a divaricarsi negli anni, in base alla capacità di scalare posizioni.Le stesse dinamiche sono replicate anche in Francia, Spagna e UK; la Germania rimane un’eccezione, con una crescita nelle retribuzioni più sostenuta per tutti i livelli. In questi paesi emerge però un maggiore appiattimento delle retribuzioni di ingresso.A livello di retribuzione variabile, per i Middle e Senior Management, i bonus erogati sono pari al 90% dei risultati attesi, mentre la fascia Executive ha mediamente ottenuto più del target – il 110%; percentuali molto diverse rispetto a quanto riscontrato per Professional e Senior Professional: mediamente hanno ricevuto il 70-75% rispetto al target.Le retribuzioni nominali sono sostenute dalle negoziazioni contrattuali ma sono comunque allineate a quelle degli altri paesi Western Europe, quelle reali da un tasso di inflazione negativo; in ogni caso si ricorda che sino al 2013 la crescita media nominale era del 3%.Edoardo Cesarini, conclude: “Se nel 2015 avevamo notato qualche segnale di robusta crescita delle retribuzioni per alcuni ruoli e settori di nicchia, il 2016 sembra essersi riallineato agli anni immediatamente precedenti: anche le previsioni per il 2017, a fronte di un’inflazione marginalmente positiva, ci confermano una dinamica piuttosto piatta”. (foto: edoardo cesarini)

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Dipendenti pubblici su stipendi: dal 2010 persi 4.049 euro in termini reali

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2016

In termini di retribuzione lorda pro capite, i dipendenti pubblici, per via del blocco della contrattazione, hanno perso in media, dal 2010 al 2015, 4.049 euro in termini reali. E’ quanto emerge dallo studio dell’UNC che ha elaborato i dati Istat sui Conti ed aggregati economici delle amministrazioni pubbliche.
In termini nominali, senza tener conto dell’aumento del costo della vita, la retribuzione lorda è passata, in media, da 34.662 del 2010 a 33.763 del 2015, con una riduzione di 899 euro. Ma se si considera l’erosione dovuta all”inflazione (1,5% nel 2010, 2,8% nel 2011, 3% nel 2012 e 1,2% nel 2013, 0,2% nel 2014 e 0,1% nel 2015), allora la perdita in termini reali supera i 4000 euro, attestandosi a 4.049 euro.
I più danneggiati sono i dipendenti delle amministrazioni locali. Se dal 2010 al 2015 si è passati in termini correnti da 36.205 a 34.854, con una riduzione secca di 1.351 euro, considerando l’andamento dei prezzi la perdita sale a 4.641 euro. Un record.
“E’ evidente che un incremento medio di 85 euro per il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego è insufficiente per far recuperare ai lavoratori quanto hanno realmente perso in questi anni” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

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Donne medico meno retribuite degli uomini, lo studio Usa conferma la realtà italiana

Posted by fidest press agency su domenica, 24 luglio 2016

donna medicoPersistono i divari di reddito fra le donne medico e i loro colleghi maschi: negli Usa vengono certificati da uno studio comparso su Jama, secondo cui tra i medici che lavorano nelle strutture accademiche le donne guadagnano 20 mila dollari all’anno in meno. E in Italia persiste, a parità di funzione e inquadramento, una disparità retributiva fra i generi che cresce con il titolo di studio e l’età, assicura Annarita Frullini, medico donna, esperta in comunicazione e cultura di genere. Dalle dichiarazioni presentate nel 2011, elaborate dal Servizio studi della Fondazione Enpam, emerge che le donne medico guadagnano meno, soprattutto nel caso delle libere professioniste. «Nel 2006 – riferisce Frullini – fu presentato un lavoro sulle differenze di reddito fra i dipendenti dell’Aso S. Giovanni Battista di Torino riferita al quadriennio 1999/2002, da Gabriella Tanturri e altre colleghe. Emerse che le donne, presenti al 67,5% sull’intera popolazione lavorativa, percepivano il 42% del totale degli stipendi erogati dall’azienda. Sul totale delle retribuzioni il reddito femminile era il 71% di quello maschile. Escludendo le variabili congedo per maternità e rapporto di lavoro part time, il reddito femminile saliva al 75% circa. Nella dirigenza sanitaria le donne erano il 43% e le differenze salariali di genere, assenti fra i dirigenti sanitari di secondo livello, diventano statisticamente significative fra i dirigenti medici di primo livello».
Il World economic forum (Wef) ha spesso sottolineato la necessità di investire in formazione, individuando nuovi talenti femminili, perché le diversità per sesso, età, origini, sono ricchezza nel lavoro. «Rivolta a uomini e donne insieme, – spiega l’esperta – la specifica formazione dovrà approfondire competenze trasversali, “soft skills”. A fine giugno il Wef ha identificato dieci competenze fondamentali. Fra queste l’imparare a svolgere il proprio ruolo in una rete costruita su ritmi lavorativi, esigenze, tempi, regole; la capacità di negoziazione; la flessibilità di risposta; l’intelligenza emotiva e la creatività, per essere capaci di trovare soluzioni, semplificando situazioni complesse». (fonte Doctor33) (foto: donna medico)

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Lavoro: Istat, aumento retribuzioni 0,6%, ai minimi da 1982

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2016

opportunita-lavoroSecondo i dati Istat resi noti oggi, a maggio 2016 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta dello 0,6% nei confronti di maggio 2015.”Gli aumenti degli stipendi continuano ad essere i più bassi da 34 anni a questa parte. Inevitabile, visto che nessun nuovo accordo è stato recepito in questo mese” afferma Massimiliano Dona, Segretario dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Gli stipendi bloccati sono la diretta conseguenza del peggioramento relativo agli indicatori di tensione contrattuale. In particolare l’attesa media della vacanza contrattuale per l’insieme dei dipendenti raggiunge il record storico di 24,9 mesi, in rialzo del 2,5% rispetto al precedente primato di aprile (24,3 mesi) e del 20,3% rispetto ad un anno prima (20,7 mesi)” prosegue Dona.
Non aumenta rispetto ad aprile 2016 la quota di dipendenti in attesa di rinnovo, pari al 64% per l’insieme dell’economia, ma rispetto a dodici mesi prima, quando erano il 40,3%, si tratta di un rialzo record del 58,8%. “Dati raccapriccianti che indicano la violazione dei diritti dei lavoratori” conclude Dona.

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In Francia 1.400 euro in più ad ogni insegnante che già oggi guadagna più di un preside italiano

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2016

scuola-digitale-casnati-como-800x500_cPerché il nostro Governo è fermo a 17 euro d’incremento? Grazie ad un investimento di un miliardo, promosso dal ministro della pubblica istruzione transalpino, Najat Vallaud-Belkacem, la busta paga dei docenti d’Oltralpe presto arriverà in media a 3.900 euro lordi: una cifra vicina a quanto dovrebbe essere assegnato ai tre milioni di dipendenti pubblici italiani, se solo si allineassero gli stipendi alla metà degli aumenti dell’inflazione cresciuti negli ultimi otto anni. Con i salari dei docenti, fermi a 1.300-1.500 euro, scivolati sotto pure a quelli degli impiegati. Per questo, Anief ribadisce la necessità di ricorrere al giudice del lavoro per ottenere giustizia. Marcello Pacifico (presidente Anief e segretario confederale Cisal): si tagliano i fondi per adeguare gli stipendi, fermi dal 2009, al costo della vita e per diversi anni si blocca pure la progressione di carriera (tanto che nel DEF 2016 l’indicizzazione dell’indennità di vacanza contrattuale viene bloccata almeno sino al 2018 e forse anche fino al 2021), salvo poi mettere nel piatto delle briciole frutto di ulteriori risparmi e tagli che dovrebbero premiare solo alcuni dimenticando il lavoro di tutti.

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Pensioni: E’ possibile cambiare sistema?

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2011

baby pensionato al lavoro

Image by giuseppesavo via Flickr

Per il Centro studi della Fidest, area previdenziale, la risposta è affermativa. La previdenza può coabitare con un contributo mensile che non sia più indicato sotto la voce “pensioni” bensì in quella di “rendite”. Il vantaggio è indubbio in quanto il tutto andrebbe ancorato ad un progetto “assicurativo” che permetterebbe ogni 10 anni di incassare una somma corrispondente al 20% della media delle retribuzioni percepite nello stesso periodo. In questo modo eviteremmo, tra l’altro, i limiti di età e i disagi derivanti da periodi di disoccupazione, sotto occupazione, ecc. E con l’aggiunta della possibilità che nel corso dell’attività lavorativa si possano individuare, in base all’età, le prestazioni più idonee. L’esempio tipico è dato dal giocatore di calcio. Di solito a 35 anni appende gli scarpini al chiodo ma non per questo diventa automaticamente un pensionato. Si cercherà un altro lavoro. Se, invece, si inserisce un elenco delle professioni e dei mestieri tendenzialmente più adatti alla propria condizione fisica si può intervenire in tempo utile per una rimodulazione del proprio impegno lavorativo. Ed è proprio di questi giorni la protesta dei sindacati di polizia riguardo gli agenti cinquantenni che sono stati chiamati ad interventi in servizi d’ordine pubblico e posti a confronto di giovanissimi manifestanti. Per loro potrebbe essere disponibile, con carattere di opzione volontaria, una serie di lavori “sedentari” (in attività amministrative o di supporto in altri compiti d’istituto). Sul fronte assistenziale il rapporto andrebbe modificato passando dall’assistenza universale alla “prevenzione universale” modificando la filiera che porta i pazienti dal medico di base ad altre forme terapeutiche. Il tutto non solo non comporterebbe costi aggiuntivi per l’erario ma faciliterebbe il risparmio, razionalizzandolo, della spesa pubbica. A questo punto è appena il caso di soggiungere che questa proposta (ovviamente molto dettagliata nella sua versione originale) ha trovato consensi tra i tecnici ma diffidenze tra i politici poiché si ridurrebbero le loro interferenze essendo il metodo proposto in grado di facilitare i controlli incrociati e permettere di seguire il decorso assistenziale in automatico attraverso un chip del paziente che viene aggiornato in tempo reale dal medico di base e tanto da consentire, ad esempio, che non si ripetano i controlli medici, l’uso inappropriato di farmaci e le analisi durante i ricoveri, e consentire l’utilizzo del proprio sangue nel caso di un intervento chirurgico progranmnato anzitempo. Ora ci chiediamo perché gli addetti ai lavori non ne parlano? Perché insistono sull’esistente? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Pensioni? Abolirle

Posted by fidest press agency su martedì, 23 agosto 2011

pensionati

Image by ego_or_es via Flickr

Si, proprio così, ma solo con una variante. La vera riforma delle pensioni sta proprio nella loro abolizione per sostituirla con un meccanismo assicurativo. Lo studio di fattibilità è stato condotto già anni fa dai Centri studi della Fidest. Risulta l’unico e più efficace sistema per disinnescare questa sorta di bomba ad orologeria ereditata dai nostri antenati. La ricetta è semplice. Ogni dieci anni di contributi assicurativi e previdenziali si può erogare una rendita pari al 20% della media delle retribuzioni percepite durante tale periodo. Un meccanismo che si ripete allo scadere di ogni decennio senza soluzione di continuità ma offrendo al tempo stesso la possibilità ai lavoratori di scegliersi, nel corso d’opera, il lavoro che è più congeniale. In altri termini se un giovane (come un giocatore di calcio) può affrontare un lavoro idoneo per la sua età si deve pur ritenere che con il prosieguo degli anni altre scelte lavorative possono essere più adatte al suo status fisico.
Non solo. Si possono contemperare corsi di formazione professionale per cambiare lavoro e adattarsi a quello nuovo e anche scegliere la possibilità, dopo i 30 anni di contributi assicurativi, di svolgere un’attività all’estero presso quelle che sono state chiamate “cittadelle del sapere” dove le proprie conoscenze possono essere trasmesse ai giovani secondo un programma di studio predefinito. Ciò per consentire nelle aree poco o nulla sviluppare una presenza qualificata di esperti che possono fare da tutor o anche da insegnanti ai giovani autoctoni per avviarli a mestieri e professioni qualificate.
Questa, a nostro avviso, è una riforma rivoluzionaria in quanto cancella dalla nostra visuale un modello di società che fissa uno spartiacque, al raggiungimento di una certa età, ovvero l’immagine del pensionato condannato a scaldare le panchine dei giardini pubblici. Finchè si ha vita si può lavorare, sentirsi utili, continuare ad impegnarsi per qualcosa fosse anche un hobby lasciato dormire nel cassetto del proprio comodino. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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