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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘rialzo’

Carburanti: Unc, prosegue corsa al rialzo

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 giugno 2021

Secondo i dati settimanali del ministero dello Sviluppo Economico pubblicati ora, rincarano ancora i prezzi dei carburanti, che si attestano, in modalità self service, a 1,614 euro al litro per la benzina e a 1,474 euro per il gasolio. “Non c’è pace per chi vuole andare in vacanza. Non si arresta, infatti, la corsa dei carburanti. Dopo aver sfondato settima scorsa la quota di 1,6 euro, cosa che non succedeva da due anni, dal 10 giugno 2019, la benzina ora sale ancora toccando 1,614 euro al litro. Anche il gasolio raggiunge il valore massimo dal 27 gennaio 2020, quando si attestò a 1.482 euro al litro, quasi un anno e 5 mesi fa” denuncia Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Dall’inizio dell’anno, dalla rilevazione del 4 gennaio, in poco più di 5 mesi, un pieno da 50 litri è aumentato di 8 euro e 65 cent per la benzina e di 7 euro e 76 cent per il gasolio, con un rincaro, rispettivamente, dell’12% e dell’11,8%. Su base annua è pari a una stangata ad autovettura pari a 208 euro all’anno per la benzina e 186 euro per il gasolio” prosegue Dona. “In un anno solare, ossia dalla rilevazione del 22 giugno 2020, quando la benzina era pari a 1.385 euro al litro e il gasolio a 1.273 euro al litro, un pieno da 50 litri costa 11 euro e 45 cent in più per la benzina e 10 euro e 6 cent in più per il gasolio, con un rialzo, rispettivamente, del 16,5% e del 15,8%. Un rincaro che, su base annua, produrrebbe una mazzata teorica pari a 275 euro all’anno per la benzina e a 241 euro per il gasolio” conclude Dona.

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Covid, disoccupazione giovanile in rialzo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 gennaio 2021

Stando a un rapporto Istat pubblicato il luglio scorso, l’Italia è il terzo peggior Paese europeo per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. Guardando ai dati del 2019 si scopre infatti che in Europa la media della disoccupazione giovanile, tenendo in considerazione i giovani tra i 15 e i 29 anni, è del 12,5%; in Italia questa percentuale è del 22,2%, con punte del 53,6% in Sicilia e in Campania. “La situazione di partenza non era rosea per i giovani italiani, ed è peggiorata ulteriormente con la pandemia sanitaria” spiega Carola Adami, co-fondatrice di Adami & Associati, società italiana di head hunting che offre anche servizi di CV writing e di consulenza alla carriera. “Se il tasso di disoccupazione negli ultimi mesi è risultato stabile, va sottolineato che quello relativo alla disoccupazione giovanile è invece cresciuto, arrivando al 30,3% in base alle ultime rilevazioni”.Sono quindi tantissimi i giovani in cerca di lavoro.Molto seguita sui social la Adami & Associati è tra le realtà più importanti a livello nazionale non solo per la selezione dei talenti, ma anche per la consulenza alla carriera e per il servizio di ottimizzazione di curriculum vitae e profilo LinkedIn.A frenare le persone in cerca di lavoro è quindi molto spesso non la mancanza di competenze o di esperienze professionali, quanto invece la poca efficacia degli strumenti con i quali ci si candida presso le aziende: l’importanza della prima impressione, data dal curriculum vitae, non va mai sottovalutata.

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La corsa al rialzo degli affitti universitari

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 agosto 2019

Non sembra conoscere battute d’arresto: dopo il +4% dello scorso anno, nel 2019 i canoni di locazione delle camere singole sono cresciuti del 6%, con incrementi significativi soprattutto nelle città universitarie principali: Milano (+2%), Roma (+6%), Firenze (+12%) e Torino (+25%). È quanto emerge da un’analisi di Solo Affitti, rete immobiliare specializzata nella locazione con 300 agenzie in Italia.“Per una camera singola – spiega Isabella Tulipano, dell’ufficio studi di Solo Affitti – si pagano mediamente 312 euro al mese, contro i 218 euro a persona richiesti per un posto letto in doppia. I prezzi di queste stanze sono in aumento soprattutto nelle grandi città, dove i canoni medi delle singole sono più alti, inducendo gli studenti a ripiegare sulla condivisione della camera”.
Le stanze singole. Con un canone medio di 575 euro mensili, Milano si conferma la città italiana dove si paga di più per affittare una stanza singola. I prezzi diventano più abbordabili a Roma (399 euro/mese), nonostante i canoni siano cresciuti di circa 20 euro. Secondo l’analisi di Solo Affitti gli universitari a Torino pagano circa 360 euro al mese per una camera, 73 in più rispetto allo scorso anno. A seguire Firenze (358 euro), dove l’esborso mensile è cresciuto di circa 40 euro, e Bologna (350), invariata rispetto allo scorso anno. I canoni di locazione presentano una certa dinamicità anche a Padova (335 euro /mese, con prezzi in crescita di 35 euro), Genova, Pavia (300 euro ciascuna), dove l’aumento è compreso tra i 50 e i 75 euro. Le quotazioni delle singole sono più a “misura” delle tasche degli studenti a Siena (300 euro), che si conferma sugli stessi livelli dell’anno scorso, Napoli (283 euro), dove i canoni sono calati del 19%, e a Parma (275), con prezzi in diminuzione di circa il 12%. Chi vuole avere una camera tutta per sé pagherà in media 250 euro al mese a Cagliari e Catanzaro, dove i prezzi sono cresciuti di 20 euro rispetto al 2018, 230 euro a Bari (-6%) ; 225 euro a Pescara (-6%) e 200 euro nella più economica Perugia, con canoni stabili rispetto allo scorso anno.
Le stanze doppie. I prezzi mensili delle stanze doppie sono cresciuti mediamente di 14 euro (+7%), con il capoluogo meneghino (+11%) che anche in questo caso è in cima alla classifica delle città più care d’Italia: 395 euro/mese a persona per un posto letto in doppia. Quotazioni più basse di un terzo a Bologna e Rimini (270 euro ciascuna), dove i canoni per questa tipologia di camere sono più alti che a Roma (258 euro/mese, +5% rispetto al 2018). Solo Affitti rileva prezzi in crescita anche a Torino (+2%), Firenze (+7%) e Padova (+25%), dove un universitario alla ricerca di un posto letto in stanza doppia paga circa 250 euro. In controtendenza Napoli, dove i canoni medi si sono ridotti di 10 euro (-5%) rispetto allo scorso anno, attestandosi attorno ai 190 euro, poco più che a Parma (180), dove il calo dei prezzi è stato di 20 euro. Le camere doppie sono più a buon mercato a Genova, Bari (150 euro ciascuna) e Pescara (130 euro).
Le tipologie contrattuali. I contratti agevolati trovano larga applicazione soprattutto nelle città dove gli accordi territoriali tra comune e associazioni di proprietari e inquilini sono stati aggiornati di recente o risultino comunque sufficientemente allineati ai valori di mercato degli affitti, come ad esempio a Roma, Firenze e Napoli (93% ognuno). La percentuale di utilizzo dei contratti a canone calmierato è praticamente totale a Genova, Modena, Pavia e Rimini. Solo Affitti evidenzia come, invece, i contratti agevolati stentino a decollare in alcune città nonostante il recente aggiornamento degli accordi territoriali: a Milano, ad esempio, sono utilizzati solo nel 22% dei, casi perché i canoni calmierati sono troppo distanti da quelli di mercato e i proprietari, di conseguenza, non trovano conveniente utilizzarli.Nella ricerca dell’alloggio gli studenti privilegiano la vicinanza alla facoltà (62,3%) e, a pari merito, un’adeguata presenza di mezzi pubblici. Solo Affitti ha rilevato che, soprattutto nelle città dove il costo dei posti letto è più elevato, gli studenti sono, ancor più quest’anno rispetto al passato, disposti a rinunciare alla vicinanza alla sede universitaria per una casa meno costosa ma ben collegata alla facoltà con i mezzi pubblici. Restano inoltre molto sostenute le richieste di stanze singole (60,4%). Infine, vista la crescita dei prezzi degli affitti e l’esigenza conseguente di condividere la stanza o l’appartamento con altri studenti, aumenta la richiesta di immobili in cui alloggino persone dello stesso sesso (15,1%).

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Federal Reserve e andamento rialzo tassi

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 settembre 2018

LONDRA.La Federal Reserve (Fed) potrebbe a breve mettere in pausa il suo programma di rialzo dei tassi, dando finalmente tregua ai mercati emergenti e potenzialmente suscitando un ‘rally da sollievo’. A sostenerlo è Carl Eichstaedt, fixed income portfolio manager di Western Asset, affiliata Legg Mason.Quest’anno i mercati emergenti sono stati messi sotto pressione dai timori sulle effetti di una guerra commerciale e dal rafforzamento del dollaro, con ingenti perdite soprattutto per le valute emergenti, a causa della fuga degli investitori da questa asset class.Secondo Eichstaedt, manager del fondo Legg Mason Western Asset US Core Plus Bond, la maggior parte di queste pressioni potrebbe dissolversi con la fine del ciclo di rialzi della Fed, che potrebbe arrivare prima di quanto il mercato si aspetti.“Le ultime minute della Fed sono state a nostro parere piuttosto dovish” spiega Eichstaedt “ci aspettiamo un altro rialzo in questa riunione, ma dopodiché, per ora, non ce ne saranno altri.”
“La formulazione delle prossime minute sarà fondamentale. In particolare, se la Fed dovesse rimuovere la parola accomodante dalla sua dichiarazione ufficiale, ciò potrebbe significare che il ciclo di rialzi verrà messo in pausa. E, a nostro parere, non riprenderà nemmeno con la riunione di dicembre: potremmo dunque avere un ‘rally da sollievo’ nella parte a breve termine della curva dei rendimenti: sarebbe un’ottima notizia sia per i mercati emergenti che per il credito corporate.”Eichstaedt, che è entrato in Western Asset nel 1994 e ha oltre vent’anni di esperienza nei mercati obbligazionari, sostiene dunque che il debito dei mercati emergenti fosse rappresentato in maniera eccessiva nel budget di rischio del team.“Se guardiamo all’attuale crisi dei mercati emergenti confrontandola con quelle passate, vediamo che oggi questi mercati sono in una posizione completamente diversa” afferma il gestore.“Nel complesso i mercati emergenti hanno fatto un ottimo lavoro nel ridurre la loro dipendenza dal debito in dollari, e a nostro parere rispetto alle crisi passate il problema è molto minore.” “Per questo, dal nostro punto di vista, questa asset class continua ad avere lo stesso appeal di sempre, nonostante ci siano dei rischi idiosincratici.”
Tra i rischi in questione ci sono punti nodali come Tuchia e Argentina: “La Turchia, come ci si aspettava, ha appena alzato i tassi al 24%” spiega Eichstaedt “ e l’Argentina sta attuando le giuste manovre, pur non ottenendo al momento risultati positivi. Ma altre aree restano attraenti.”Tra le posizioni che il team preferisce in portafogli come quello del fondo Legg Mason Western Asset US Core Bond ci sono paesi come Messico, Brasile, Russia e Indonesia.“Molti dei ribassi sui mercati emergenti sono stati eccessivi. Il peso messicano, ad esempio, è la nona valuta più liquida al mondo, mentre la Russia ha oggi valutazioni molto attraenti e gli investitori sono più che compensati per il rischio” conclude Eichstaedt. (by punto di vista di Western Asset (affiliata Legg Mason) sulla riunione della Fed)

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Europa: possibili effetti del rialzo dei tassi di interesse sui mercati azionari

Posted by fidest press agency su domenica, 11 marzo 2018

By Paul Casson, gestore del Fondo Artemis Pan-European Absolute Return. Lo sconquasso è arrivato principi di febbraio quando, dopo un anno ai minimi storici, la volatilità è aumentata di quasi il 100% in un giorno, con un impatto istantaneo (e doloroso) sulle classi di attivo più sensibili a questi sbalzi. I primi a crollare sono stati i prodotti a “bassa volatilità”, un’area esoterica del mondo degli investimenti in cui si negoziano derivati legati all’andamento del VIX. L’uso di questi prodotti ha consentito di realizzare rendimenti costanti negli ultimi anni ma il rischio che gli stessi comportano o non è stato capito o è stato ignorato. Il risultato, nell’arco di appena due giorni, è stato la perdita di quasi tutto l’investimento e il ritiro dal mercato dei prodotti da parte degli operatori che li avevano promossi. Si stima che siano stati bruciati addirittura 5 miliardi di dollari. Quando la volatilità è schizzata verso l’alto agli inizi di febbraio, sono state attivate le vendite, che hanno accentuato la pressione verso il basso dei mercati azionari nel corso della settimana seguente. Le vendite degli ETF sono seguite a ruota e in men che non si dica sono stati azzerati tutti i guadagni messi a segno dalle azioni europee negli ultimi 12 mesi. Il mercato è sceso di oltre il 10% e la caduta è stata ufficialmente definita una “correzione”, richiamando alla memoria le giravolte del 2013, con il c.d. “taper tantrum”, e la crisi dei debiti sovrani europei del 2011.
In un certo senso gli investitori hanno avuto vita facile negli ultimi anni. Le prospettive economiche favorevoli, un’inflazione limitata, i bassi tassi di interesse e il quantitative easing hanno nel complesso prodotto un effetto soporifero. I mercati sono saliti, le valutazioni sono diventate sempre più elevate e nessuno si è preoccupato troppo di come e quando sarebbero cambiate le cose. Ma ora la situazione è cambiata. I tassi di interesse stanno risalendo, grazie all’impulso della Federal Reserve e della Banca d’Inghilterra che hanno ritoccato verso l’alto i propri tassi di riferimento. La BCE dovrà seguire. Gli acquisti di titoli da parte di queste tre banche centrali diminuiranno. Inoltre, l’inflazione sta cominciando a fare capolino, prima nei prezzi delle materie prime, poi nei salari e, prima o poi, nei prezzi che paghiamo per i beni. Tutto ciò non è necessariamente un male; stiamo semplicemente ritornando ad un regime che prima era la norma.
La buona notizia per il medio termine è che i tassi di interesse non sono abbastanza alti per l’attuale livello di crescita del PIL in Europa. La domanda di beni e servizi si sta rafforzando in tutta Europa. Gli investimenti, depressi per anni, stanno ritornando. Anche la Spagna, che ha dovuto sopportare una recessione e un’alta disoccupazione, è disposta a spendere di nuovo per soddisfare la domanda. Di conseguenza, le previsioni di crescita del PIL sono state riviste costantemente al rialzo per tutto il 2017. I tassi di interesse sono sensibili a queste variabili e reagiranno. Ci sono altri motivi per cui i tassi di interesse saliranno. Il primo è che un giorno dovremo affrontare una nuova recessione. I banchieri centrali lo sanno e, per tutta risposta, dovranno tagliare i tassi di interesse. Poiché al momento non c’è nulla da tagliare, è necessario che questi ultimi risalgano prima di poterli riabbassare. Il secondo è che la diminuzione degli acquisti di obbligazioni con il quantitative easing rimuove dal mercato un compratore di ultima istanza. Quindi, in assenza di altri mutamenti, per riportare la domanda e l’offerta in equilibrio si dovrà offrire ai compratori rimanenti un incentivo maggiore sotto forma di tassi di interesse più elevati. Infine, dopo anni caratterizzati dalla preoccupazione per la deflazione, sono riemerse le prospettive inflazionistiche.
Dopo la crisi finanziaria globale si era indebolito il potere contrattuale dei lavoratori europei. Una crescita dei salari di appena il 2% ha consentito ai consumatori di tenere a malapena il passo in termini reali. D’altro canto, ultimamente abbiamo assistito ad un forte aumento di imprese che denunciavano carenza di manodopera. Presumibilmente c’è un’assenza ancora più pronunciata di manodopera qualificata. Date le circostanze, o le aziende scoprono una grossa riserva di lavoro inutilizzata o aumentano i salari. Noi siamo pronti a scommettere su quest’ultima alternativa. Infatti, non molto tempo fa il sindacato tedesco IG Metall ha ottenuto un aumento salariale del 4% per i prossimi due anni. Visto che le società cercheranno di compensare questo aumento dei costi con un aumento dei prezzi, le conseguenze in termini di inflazione dovrebbero essere chiare.
In passato i mercati si preoccupavano che i banchieri centrali non sarebbero stati abbastanza solleciti ad aumentare i tassi di interesse a fronte di un rialzo dell’inflazione, per poi alzarli più rapidamente per recuperare. L’inevitabile conseguenza di una tale manovra era la recessione. Il fatto che i banchieri centrali non abbiano dimenticato questo rischio è un altro motivo per cui i tassi di interesse devono salire.
In questo momento è opportuno pensare all’impatto di un rialzo dei tassi di interesse sulle valutazioni azionarie e, in particolare, sui vari settori. Un aumento del tasso di attualizzazione degli utili futuri comprimerà i prezzi delle azioni e farà cadere il rapporto prezzo/utili. Per contro, le società che non vedono aumenti di domanda per i loro prodotti in fase di crescita economica non hanno modo di bilanciare gli effetti di un tasso di attualizzazione più elevato. Molte di queste azioni sono anche costose, quindi vulnerabili a tassi di interesse più alti e all’inflazione.
Anche il ritmo del cambiamento è importante. Ci vorranno pochi anni perché i tassi si normalizzino rispetto agli attuali bassi livelli. Quindi, nonostante il panico che ha di recente caratterizzato i mercati azionari, non crediamo che un graduale rialzo dei tassi di interesse sarà sufficiente a compromettere la crescita economica. Un altro aspetto delle vendite di febbraio è che sono stati coinvolti anche investimenti tradizionalmente sicuri come i titoli di stato. Si è venduto di tutto: azioni, materie prime e obbligazioni. Un andamento molto diverso da quello degli ultimi anni, dove ogni shock spingeva gli investitori verso i titoli di stato. A nostro avviso, questa è un’altra prova di un cambiamento nel regime di mercato e che le forze che deprimono i tassi di interesse si stanno attenuando. La dimensione e la rapidità della recente correzione sono state notevoli e il processo è stato indubbiamente esacerbato dalle negoziazioni automatizzate e dagli afflussi nei fondi passivi. In anni recenti abbiamo assistito a diversi episodi di vendite massicce: Brexit, i timori sulla crescita della Cina all’inizio del 2016, la crisi dei debiti sovrani nell’eurozona nel 2011. La fase iniziale è spesso simile. Tutto crolla senza la benché minima differenza fra azioni o fra settori buoni e cattivi Anche stavolta è andata così. In ultima analisi, ci aspettiamo una nuova caduta delle correlazioni fra azioni, consentendo ai fondamentali di riaffermarsi.Durante queste correzioni, facciamo affidamento sulle posizioni scoperte per ridurre la nostra esposizione alla caduta dei mercati. In fase di panico, le posizioni scoperte spesso raggiungono i nostri prezzi obiettivo per motivi diversi da quelli previsti. Abbiamo approfittato di questa situazione per ricoprire gli scoperti nei beni di largo consumo, nelle telecomunicazioni, negli industriali e nei servizi di supporto. Una frustrazione che abbiamo avuto negli ultimi anni è stata la mancanza di volontà del mercato di punire le società deboli e quelle con un debito eccessivo. La nostra impressione è che le cose stiano cominciando a cambiare e, a tal fine, manteniamo le nostre posizioni scoperte in questi titoli. L’effetto congiunto delle ricoperture tattiche e degli ulteriori investimenti in altre aree ha determinato una piccola riduzione delle posizioni scoperte. Ciò aiuterà ad alleggerire il portafoglio per la fase di rimbalzo.Per concludere, siamo consapevoli della rapidità con cui il panico può prendere piede nei mercati azionari. Tale condizione potrà durare per un po’. Eppure il ritmo del cambiamento nel regime economico sarà molto più lento. L’economia globale sta crescendo bene e in maniera sincronizzata. Quello che si vede al momento nel mercato è il ridimensionamento di un indebitamento eccessivo fondato su bassa volatilità e bassi tassi di interesse. Questa tendenza è positiva e il risultato dovrebbe essere un’attività di investimento più ponderata e differenziata, qualcosa che da cui speriamo di trarre vantaggio in termini sia di posizioni lunghe sia di posizioni scoperte. (abstract)

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Preoccupa rialzo beni energetici

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 gennaio 2017

istatSecondo i dati provvisori resi noti oggi dall’Istat, nel 2016 l’inflazione, in media d’anno, si porta a -0,1%. “Il fatto che l’Italia è in deflazione e che questo non accadeva da oltre mezzo secolo, ossia dal 1959, dimostra che, nonostante la recessione sia tecnicamente finita, il Paese è ancora in piena crisi e la domanda stenta a ripartire” sostiene Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Ci preoccupa, in prospettiva, il rialzo mensile dei beni energetici non regolamentati (+1,1%), dovuto non certo ad una ripresa della domanda interna. In un solo mese si sono avuti aumenti dei prezzi di tutti i carburanti, dal gasolio per mezzi di trasporto (+1,5%) alla Benzina (+1,0%). Anche il Gasolio per riscaldamento è salito dell’1,8%. Se a questo si aggiunge che l’Istat non ha ancora incorporato la stangata di gennaio, +0,9% per la bolletta della luce e +4,7% per quella del gas, con un aggravio di spesa annua, per la famiglia tipo, di 52,50 euro, 4,5 euro per la luce e 48 euro per il gas, ecco che il quadro diventa allarmante” prosegue Dona.
“Per questo, il Governo Gentiloni dovrebbe intervenire almeno sulle imposte sul gas, pari al 38,18% e mettere mano agli oneri di sistema sull’elettricità, pari al 20,36%” conclude Dona.

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Prezzo dell’oro, per i bookie il 2011 chiude al rialzo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2011

Il prezzo dell’oro verso i 2.300 dollari l’oncia nel corso del 2011. È quanto sostiene Frank Holmes, amministratore delegato della società di investimenti finanziari US Global Investor. La valutazione del metallo più prezioso viene analizzata anche dai bookmaker internazionali che, riferisce Agipronews, bancano il prezzo all’oncia per la fine del 2011. Secondo Stan James una valutazione sopra i 1.700 dollari (e quindi vicina alle previsioni di Holmes) è data a 3,50. L’ipotesi più probabile è sempre al rialzo rispetto ai 1495 dollari di valutazione attuali. Si gioca a 2,75 che l’oro sarà valutato fra i 1600 e i 1700 dollari a fine 2011. Un assestamento sui valori attuali (fra 1400 e 1500) vale 4 volte la scommessa, si scende a 3,25 per una forbice fra i 1500 e i 1600 dollari. Difficile che l’oro possa scendere fra i 1400 e i 1300 euro (opzione a 7,00) o che possa addirittura andare giù fino a 1200 euro (un’ipotesi da 13,00).

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Olio d’oliva: quotazioni in rialzo

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 febbraio 2011

Il terzo trimestre del 2010 ha visto un aumento del prezzo dell’olio di oliva extravergine e di sansa, mentre le quotazioni dell’olio di oliva vergine hanno registrato una sostanziale stabilità. Le prime quotazioni di prodotto nuovo di qualità superiore (extra-vergine acidità massima 0,8%) hanno mostrato una tendenza al rialzo sin dal mese di ottobre, proseguita anche nei mesi successivi sulle principali piazze di scambio nazionali. Il trend rialzista delle quotazioni dell’olio extravergine monitorato attraverso il FINC – Fixing Indicativo Nazionale Camerale – ha portato il prezzo medio sulla soglia dei 3 €/kg nelle ultime settimane dell’anno, con l’incremento maggiore nel mese di dicembre (+5,8%). Anche per l’olio di sansa di oliva, dopo una flessione registrata nel mese di ottobre (-3,2%), le quotazioni hanno registrato una tendenza al rialzo in particolare nel mese di dicembre (+4,9%). Tali rialzi hanno portato le quotazioni dell’extra-vergine e del sansa ad attestarsi, nel mese di dicembre, su livelli più alti (rispettivamente +15,5% e +5,5%) rispetto a quelli registrati nello stesso mese della scorsa campagna. Resta negativo, invece, per l’olio vergine il confronto rispetto alla precedente campagna: -7,8% nel mese di dicembre

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Cereali: in forte rialzo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 gennaio 2011

Chiusura d’anno in netto rialzo per i prodotti cerealicoli sulle principali piazze nazionali. Il mese di dicembre ha visto un generalizzato incremento dei prezzi dei frumenti, sia del prodotto nazionale che di quello estero. Il frumento duro nazionale fa registrare l’incremento più consistente con una variazione positiva, rispetto alle quotazioni del mese di novembre, superiore al 15%.I prezzi delle varietà panificabili di frumento tenero nazionale sono aumentati del 13,8% su base  congiunturale; la varietà estera North-Spring ha fatto registrare, sempre rispetto al mese precedente, un aumento del 6,3%. In aumento anche le quotazioni camerali del granoturco nazionale che fanno registrare un incremento medio mensile del 9,4% sulle principali piazze di scambio. Le variazioni rispetto allo stesso periodo della campagna precedente (2009/2010) sono fortemente  positive, in particolare per quanto riguarda il frumento tenero nazionale ed il mais (rispettivamente  +86,1% e +65,2%). Nel mese di dicembre, peraltro, i prezzi del frumento tenero nazionale e del mais hanno raggiunto, di fatto, valori in linea con i livelli record toccati nella prima parte del 2008.

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Italiani in vacanza

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 settembre 2010

Da un’indagine condotta dall’Adoc risulta che solo il 35 per cento degli italiani è andato in vacanza, anche a causa dei rincari per spostamenti e alloggio. Secondo l’associazione un biglietto aereo in media e’ costato il 18 per cento in più della scorsa estate, un viaggio in treno il 13 per cento in più e l’automobile ha comportato un esborso maggiore di oltre 20 euro per due pieni. I pacchetti vacanza tutto compreso hanno subito un rialzo del 4,3 per cento e l’alloggio in un albergo a mezza pensione per una settimana è costato l’1,2 per cento in più.

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