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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘ribellione’

La ribellione delle imprese

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 giugno 2019

In libreria per Rubbettino il nuovo pamphlet di Francesco Delzio “La ribellione delle imprese. In piazza. Senza PIL e senza partiti”. Un manifesto della libertà d’impresa nell’era del populismo.
In Italia è in atto una pericolosa rottura tra imprenditori e politica, o meglio tra l’intero mondo della produzione e del lavoro, e la politica e la società. È una rottura che potrebbe portare a conseguenze inedite, come il primo sciopero congiunto organizzato dai sindacati dei lavoratori e degli imprenditori: uno sciopero della Produzione contro la Rendita. Lo scrive Francesco Delzio, executive vice president di Atlantia, docente universitario ed editorialista, autore di alcuni fortunati pamphlet (come “Generazione Tuareg”) sulla società italiana. Lo fa nel suo nuovo libro appena edito da Rubbettino, dal titolo assai significativo “La ribellione delle imprese. In piazza. Senza Pil e senza partiti” appena uscito in libreria. Un saggio profondo, provocatorio e profetico.
Il libro è una sorta di “manifesto” della libertà d’impresa nell’era del populismo, nella quale imprenditori piccolissimi, piccoli, medi e grandi si ritrovano ad essere emarginati dalla società e privi di rappresentanza politica. Dipinti non più come datori da lavoro ma come un’élite da contrastare, gli imprenditori italiani – che nel 95% dei casi non sono magnati della finanza ma guidano piccole e medie imprese in cui la distanza tra chi produce e chi detiene il comando è spesso annullata – si ritrovano, per la prima volta dal secondo dopoguerra, a fronteggiare una serie di fenomeni che rendono ostile l’ambiente in cui operano: la vittoria della Rendita sulla Produzione, il trionfo dell’incompetenza sul sapere scientifico, la perdita di valore del lavoro a favore dell’assistenzialismo, l’emarginazione sociale degli imprenditori che non sono più considerati il punto di riferimento delle comunità in cui operano. Si tratta in gran parte di fenomeni che stanno caratterizzando l’intero mondo occidentale, ma che in Italia si materializzano oggi con una radicalità ed una pericolosità nettamente superiori.
Delzio non si limita però a dipingere (a tinte fosche e in modo originale) l’attuale scenario italiano ma propone anche alcune possibili vie d’uscita che, partendo dalle specificità dell’industria italiana, ne esaltino gli elementi positivi: una scossa fiscale a favore di imprese e lavoratori, la possibile sostituzione della politica (inerte) da parte dell’impresa per favorire la natalità e migliorare la qualità della vita dei lavoratori, la costruzione di un nuovo Umanesimo italiano, la coltivazione dello spirito creativo e anti-dogmatico tipico di Leonardo da Vinci. Sono strade da percorrere subito per evitare la “ribellione delle imprese” o la loro fuga dal nostro Paese.
Francesco Delzio è Executive Vice President del gruppo Atlantia come Direttore Relazioni Esterne, Affari Istituzionali e Marketing. È inoltre Presidente della concessionaria pubblicitaria AD Moving, Direttore della piattaforma TV My Way e del magazine Agorà. È impegnato sul fronte delle start up innovative come socio fondatore di Maestro e Digital Horizon. Editorialista di “Avvenire”, RTL 102.5, “Prima Comunicazione” e “InPiù”, è membro del Consiglio Generale di Unindustria Roma e Lazio. http://www.rubbettinoeditore.it

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La banalità del nostro piccolo male

Posted by fidest press agency su sabato, 22 gennaio 2011

Lettera al direttore. Su Il fatto Quotidiano del 20 gennaio è apparsa una breve lettera dal titolo forse non del tutto appropriato: “Libertà di ribellione”. Lettera a mio parere oltremodo interessante. L’autore, infatti, anche se non lo dice esplicitamente, dà una spiegazione del perché Silvio Berlusconi continui ad avere tanti consensi. Certamente l’autore aveva in mente il libro di Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, e probabilmente non lo ha citato per non creare equivoci. Il male, infatti, del quale parlava Arendt, nulla ha da spartire col male cui allude l’autore della lettera: il “comportamento licenzioso” (cito da lui)  del presidente del Consiglio, e l’accanimento d’alcuni “cinici conduttori televisivi” su tristi vicende di cronaca nera. Nulla da spartire. Ma c’è un’analogia tra l’incapacità di giudicare di tanti tedeschi al tempo di Hitler, e l’incapacità di giudicare di un “numero ben consistente d’italiani” (cito sempre dalla lettera). E questo perché il nostro male, infinitamente piccolo in confronto al grande male del nazismo, pure è diventato “banale”. Così, può accadere che un giornalista possa tenere in mano presunti strumenti con i quali sarebbe stata fracassata (provo fastidio nello scrivere queste parole, ma è necessario) la testina di un bambino, e parlarne tranquillamente, senza battere ciglio. Può accadere che un giornalista in televisione si chieda con disinvoltura se una ragazzina dopo essere stata uccisa è stata violentata subito o dopo qualche ora, e parlare della tragedia ogni giorno per mesi. Può accadere che moltissime persone li ascoltino, senza provare nessun disgusto. Ed accade che moltissime persone trovino “normale” il comportamento di Silvio Berlusconi, giacché hanno perso la capacità di riflettere, e quindi la capacità di giudicare. A rendere “banale” il grande male in Gemania, fu la violenza della dittatura, a rendere “banale” il nostro piccolo male sono stati i mezzi di comunicazione di massa. (Renato Pierri)

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Il Mito della Ribellione: Mostra collettiva

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 settembre 2010

Roma dal 25 settembre al 6 ottobre Inaugurazione: sabato 25 settembre ore 18.30 Casa Internazionale delle Donne (Sala Atelier) Via della Lungara 19, (dal lunedì al venerdì 9.00-19.00, sabato 9.00-13.00) Curatrici: Linda Filacchione e Marina Zatta e le collaborazioni di Gloria Ceschin, Gemma Guirado Robles, Yasmin Mohamed Samir,  Alessandra Parrella, Mara Valente.
La Casa Internazionale delle Donne è un luogo storico del femminismo romano sito in via della Lungara nel noto quartiere Trastevere. La casa Internazionale delle Donne è posta in un magnifico ex convento rinascimentale ed è provvista di spazi per conferenze e riunioni, bar, ristorante, negozio equo solidale, foresteria e la sala Atelier progettata come sala espositiva. I miti dell’antica Grecia erano concepiti per simboleggiare i diversi caratteri dell’animo umano. Come rappresentazioni della ribellione femminile al potere maschile, gli antichi hanno elaborato i miti di Medea ed Antigone.
Chi erano Medea ed Antigone? Entrambe figure della mitologia greca rappresentano, ciascuna con tratti diversi, due caratteri di grande personalità, due donne indomite, incapaci di sottomettersi al potere maschile e capacissime di ribellarsi con grande potenza.
Medea arriva ad uccidere i suoi figli per ribellarsi a Giasone che, dopo aver trascorso con lei una vita e generato due figli, per mere brame di potere politico decide di ripudiarla per aprirsi un varco verso un matrimonio regale. Antigone invece non si ribella per motivi di orgoglio, la sua disubbidienza è verso il potere maschile ed al contempo politico, verso un Re despota che nega la sepoltura alle spoglie di suo fratello, un’ingiustizia che Antigone vive non solo come sofferenza sul piano personale, ma in una più vasta visione etica del mondo nella quale il culto dei morti è sacro e và rispettato.
A queste figure femminili, né sante né puttane, Soqquadro dedica questa mostra, in un momento storico in cui le battaglie femministe sembrano cosa passata ed al contempo si rinnova una visione della donna centrata sulla sua “femminile grazia” o “procace sensualità” che in nulla rispetta la vera e potente essenza dell’anima delle donne, capaci di costruire con lacrime, sudore e sangue grandi pagine di Storia. http://www.soqquadro.eu  (vincent, flavio, elena, cinzia)

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Memoria e tempo

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2010

Sono due aspetti legati al concetto del tempo. Le società storiche sono fondate sulla memoria. Il loro corpus vi riconosce il tempo storico e sociale. E nella memoria che si collega al passato noi vi costruiamo i modelli del futuro. La memoria appartiene al soggetto della storia. Alimenta la consapevolezza e ne rimargina le ferite, ristabilisce la dignità ed innesca le rivolte. Ci sono memorie storiche come la schiavitù e l’olocausto, “orrore dimenticato”, che bisogna mantenere e trasmettere, esse investono la mente, la psiche, l’anima, la coscienza di sé. La memoria è vita in divenire, è uno strumento potente di ribellione e di liberazione. Rappresenta la storia dei poveri della terra e per questo può diventare un progetto di liberazione e di giustizia, ma anche essere sovversiva per quel bisogno potente di ribellione e di liberazione che genera la sua sete di verità. L’identità personale per Locke è il centro di memoria e di responsabilità. Le cose del passato, egli scrive, spesso “vengono destate e scagliate fuori dalle loro cellule oscure, alla luce del giorno, da passioni turbolente e tempestose; giacché le nostre affezioni portano alla memoria idee che altrimenti sarebbero rimaste quiete e non avvertite” (saggio sull’intelletto umano, Utet, Torino 1971). Ma cosa ci rappresentano questi atti della memoria? Ricordo o dimenticanza del passato? Un passato che non si vuole perdere o del quale si vuole rimuovere una rimembranza spiacevole? Sta di fatto che sia a livello d’inconscio sia a quello di conscio noi ci confrontiamo di continuo con il passato e diamo alla memoria un tempo infinito nel quale in forte sintesi noi tendiamo a riassumere gli eventi e a dare ad essi una risposta confacente al nostro essere e divenire. E la storia ci serve per rinfrescare la memoria e a fermarla nel tempo e a dare quello che R. Koselleck definisce “spazio delle aspettative” e mostra che il contrarsi del primo termine rispetto all’espansione del secondo interviene a modificare le forme politiche che non sono più intuizioni cristallizzate con lenta evoluzione ma si caricano di attese, di programmi per il futuro. E’ è “un futuro passato”.

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La giornata del clandestino

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 luglio 2010

Nel settembre 2009 in 60 città 500 organizzazioni diedero vita al Clandestino Day proposto da Carta. I motivi e le modalità che spinsero alla riuscita di quella giornata sono ogni giorno più validi e spingono a proporre il Clandestino Day anche per il 2010. Per il 24 settembre 2010, quindi, si propone, una giornata nazionale in cui animare le più diverse e creative forme di protesta e di stare insieme. Un giorno nel quale ognuno si dichiara clandestino. Cene, proiezioni, concerti, partite di pallone, lezioni all’aperto, manifestazioni, presidi, presentazioni di libri, azioni, mostre fotografiche, assemblee, feste, spettacoli teatrali… Il tema è libero, chi vuole porterà il Clandestino Day a scuola. Il movimento proponente osserva: “La rivolta di Rosarno e le ribellioni sempre più frequenti nei Centri di detenzione per migranti ci parlano di un’emergenza sempre più pressante per cambiare le leggi italiane. I movimenti italiani contro il razzismo sono in profonda trasformazione, hanno saputo parlarsi e trovare momenti comuni molto importanti, come la grande manifestazione del 17 ottobre 2009 e come la giornata del primo marzo 2010. Nella differenza queste due giornate ci segnalano un nuovo protagonismo dei migranti e la capacità di reinventare il lessico dell’antirazzismo. Il Clandestino Day vuole essere una giornata a disposizione di tutti, per intrecciare e allargare reti, per dare visibilità a tutti e a ognuno con le proprie forme e i propri linguaggi”. “Quest’anno – ci dicono – abbiamo pensato di suggerire un tema e un luogo sui quali concentrare l’immaginazione del Clandestino Day: la formazione e la scuola. Migliaia di insegnanti, dalle materne alle superiori, fanno ogni giorno un lavoro prezioso per far crescere e vivere insieme la prima generazione italiana compiutamente meticcia. Questo lavoro è sempre più minacciato dalle campagne mediatiche e dalle riforme che propone il ministro Mariastella Gelmini, dai tagli alla scuola di ogni ordine e grado all’istituzione del tetto per i figli dell’immigrazione. Per questo pensiamo che oggi sia fondamentale difendere la scuola come luogo decisivo, dove costruire un altro modo di vivere insieme”.

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Il poeta

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2009

(Edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Quella lenta inesorabile regressione nel tempo, la giovinezza che si perde tra i trastulli, non poco si è appagata davanti allo stupore di versi che sublimano un momento, l’hanno reso elettrizzante nell’istante in cui l’abbiamo asservito alla nostra quotidianità. Ora per saggiare la nostra cultura, ora per mostrarci più bravi agli occhi del maestro, ora per stupire noi stessi, ora per mille altre cose. La mente è così indotta verso l’altare edificato fra i mirti e gli allori nelle ombrosità liturgiche di robuste querce, dove nel ciborio mistico delle sue rivelazioni è custodita l’ostia sacra della verità e della beatitudine. Agostino d’Ippona le intese piegando lo spirito mansueto alle tenerezze delle cose e intendendone il simbolico linguaggio, rivolse la contemplazione alla Natura armonica e la disse somigliante ad un carme immenso: velut magnum carmen.  E’ un carme di rime inesauribili che, le docili facoltà umane, traggono da tutti i tempi e diventano con lui una cosa sola e inseparabile. Si dischiude una polla facendo scaturire le dolcissime comparazioni, le evidenti figurazioni, le semplici e poetiche, i pensamenti benigni e chiari, i linguaggi, le armonie, i simboli, le limpidezze della fantasia, l’indirizzo e la suprema idealità della vita. Sembra quasi, riandando all’opera Cosmos di Humboltt, dove l’autore sostiene che il grande carme risponde a un quadro fisico della natura che si arresta ai limiti ove comincia la sfera dell’intelligenza, ove lo sguardo si inabissa in un mondo diverso. La poesia è un complesso di passioni e di stimoli d’ordine morale suscitati nello spirito umano dalla percezione sensitiva e intellettiva, dallo studio degli oggetti esterni, dall’incli-nazione all’amore per l’universo sensibile e ai sensi e all’intelletto dell’essere umano. Nel segreto inviolabile di tale comprensione vivono insieme la natura e l’intelli-genza. Dall’armonia di questo vincolo, fluisce la prodi-giosa sorgente delle sensazioni e si traccia lo spettacolo del mondo diverso, che sa abbracciare a modo suo le meraviglie della natura con le credenze, le necessità e i bisogni del cuore. La natura e l’intelletto compiono le loro operazioni in corrispondenza con le idee, con le persuasioni, con i ragionamenti, con le credenze e con le necessità. Operazioni rapide come l’attimo, riflessioni profon-de come gli abissi. Nell’esaltazione biblica degli affetti, la natura è compresa come quella unica tutelare valida a dar luce e virtù al pensiero. Il verso è l’orto opulento dove il cantore siede nella contemplazione ieratica del pensiero, dell’affetto e della natura: “Io sono la rosa di Saron il giglio delle convalli. Qual è il giglio tra le spine, tale è l’amica mia tra le fan-ciulle. Qual è il melo tra gli alberi di un bosco, tale è il mio amico tra i giovani”. Qui si confina l’idealità comprensiva della natura con una ingenuità che potrebbe apparire ardimento se non fossimo convinti che non vi è alcun limite alla divagazione per chi si accinge a plasmare con i segni grafici il proprio pensiero. Da qui i temi di un passaggio che si può riassumere con le fasi delle stagioni: “Ecco il verno è trascorso, il tempo delle grandi piogge è mutato ed è andato via, i fiori apparvero sulla terra, il momento del cantare e giunto e si ode la voce della tortora, nella nostra contrada, il fico ha prolificato e le viti fiorite rendono odore.”. E’ questo il ricordo per il vecchio. In una sera, alla luce indistinta di una face posta lì nel camino, quasi per caso, egli rivede i momenti “antichi” della sua vita. Vede le stagioni che si avvicendano, e negli anni che maturano le speranze, rendono certezze e delusioni, e ancora altre speranze e altre più numerose delusioni. Gli resta la poesia del Maestro: “O sposa, il tuo bellico è una tazza rotonda nella quale non manca giammai beveraggio; il tuo ventre è un mucchio di grano attorniato di gigli; le tue mammelle paiono due cavrioletti gemelli”. Tutto dell’immenso carme si è fatto legame con l’anima umana. Esso supera le logiche del tempo e della stessa eternità. Sono parentesi che si delineano come un’iride d’amore, dalla colomba all’aquila, dalla goccia all’oceano, dall’arena al monte, dall’issopo al cedro, dal fiore alla stella. Per quali altre argomentazioni, se non per la comprensione della natura, noi guardiamo alla giovi-nezza come la primavera della vita e compariamo la verginità del giglio, la bellezza della rosa, e vogliamo verde la speranza, fiammante l’amore, e ghirlandiamo con l’edera l’amicizia, e la morte con i crisantemi d’oriente, e i misteri della fede li raffiguriamo con le ariste e con i grappoli di uva e la gloria con il lauro? Angelo Poliziano nelle stanze cominciate per la giostra del magnifico Giuliano di Piero dei Medici così si esprimeva apostrofando il grande albero:
E tu ben nato Laur, sotto il cui velo
Fiorenza lieta in pace si riposa
Né teme i venti o il minacciar del cielo
O Giove irato in vista più crucciosa;
accogli all’ombra del tuo grande stelo
la voce umil tremante e paurosa
principio e fin di tutte le mie voglie
che sol vive d’odor delle tue foglie.
Le purissime salmodie della natura hanno le più spiccate convergenze nell’anima pastorale e benigna come la luce mattutina di Giovanni Pascoli. Per lui un volo di rondine, un poco di pioggia, un grillo nell’aia, un nido sotto la gronda, una chioccia, un sentiero deserto, una foglia arida, un cielo azzurro, la vitalba, il bianco spino, le siepi, narrano un’infinità di cose delicate che egli com-prende fino in fondo e colorano di soavi sfumature le sue ispirazioni. L’educata raffinatezza comprensiva ha potuto suggerire pagine mai raggiunte, le quali riproducono alla sensazione le incantevoli magnificenze delle fate leggen-darie. Nel vecchio si avvertiva il palpito di una nuova vita legata alla giovinezza, ai versi, ai sogni di un virgulto appena spuntato dalla terra cremosa per aver raccolto abbondanti piogge. Tutto ciò proviene dalla natura in armonia con l’anima. L’uomo sensibile pur confondendosi quasi con gli elementi adirati e sconvolti, per udire le ribellioni furibonde e i muggiti del mare, si fa legare all’albero della noce e assiste impavido allo spettacolo di un uragano; lo spirito s’inclina alla natura in assidua vigilanza, e di tutte le ore nella quiete di un mattino di rosa, nella pace di un vespro di viole, nel riposo di un meriggio solenne, nel silenzio di una notte illune, nei brontolii del tuono, nei rapidi incendiamenti dei lampi nello scrosciar della pioggia, nel simbolo dei venti volge l’intuizione acuta per comprendere le arcane sinfonie, i misteri sublimi. Queste cose solo il vecchio può vederle e capirle. I giovani sono distratti e svagati. Gli uomini nella loro maturità sono troppo intenti a lavorare, a soddisfare il contingente per accorgersi delle sfumature, dell’arte e della bellezza che la natura, nelle sue cose, vi ripone. E’ sempre l’occhio della natura a tenere dietro il vastissimo programma di Dante. Nel suo viaggio ideale nel suo immaginato regno d’oltre la vita egli prende a guida la natura. Non si allontana un sol momento da lei. La scruta ed è scrutato con occhio indagatore e attraverso lei ogni cosa intende. Dalla selva selvaggia e aspra e forte, dalla buia campagna, dai luoghi d’ogni luce muti, egli prevede un’incontenibile gioia, e pare che noi sottoponga alla pena del ritardo di giungere finalmente alle cose belle che il cielo porta per un pertugio tondo, inseguendoci con le desolazioni e le carestie di una natura inviluppata nelle trame paurose delle tenebre e della morte. Ma poi, un poco alla volta, la speranza è refrigerata, nel sangue resuscitano le vigorie dell’amore e nel poeta, finalmente, arriverà l’augurale sostegno della natura.
“Dolce color d’oriental zafiro
che d’accoglieva nel sereno aspetto
dell’aere puro infino al primo giro,
agli occhi miei ricominciò diletto
tosto ch’io uscii fuor dall’aura morta
che m’avea contristato gli occhi e il petto.”.
E per divina e non mai tentata comprensione di natura, nel beatifico regno indurrà ai nostri cuori le sorprese grandiose di una luce abbagliante e insostenibile.  Al cospetto dei cieli doviziosi di grazia imperitura, dove le porte di Adamante sono custodite dai serafini osannanti dove beatamente per colloqui celestiali Bea-trice lo accosta alle arcane onnipotenze della gloria soprasensibile, dove il salmodiare della Musa d’Israele è tenuto sempre in onore dalle spiritiche coorti. Dante, in questo modo, paleserà la sopra eccelsa immagine delle cose, sublimando, smaterializzando la materiale natura. E’ ancora la natura a comunicare all’immagina-zione di Dante tutti i suoi misteri, a eleggerlo suo levita, a introdurlo nei suoi fioriti ombracoli per mostrargli, nudo, il secondo grembo, a favorirlo per un amplesso tenace, a soggiogarlo con i suoi incanti molteplici e proteiformi, a insegnargli le sibilline parole delle cose, a posare sulla sua bocca il bacio della predilezione come una passionale amante. Nell’intelletto di Dante la natura ebbe un suo ruolo insostituibile. Gli impresse i tangibili segni della più sottile comprensione, alimentò in lui un continuo sostanziale nutrimento dedotto da ogni bellezza ascosa, d’ogni bellezza rivelata, ed ebbe la virtù di condurlo per un tramite difficile, attraverso i rivolgimenti delle passioni umane, sulla cima del monte, e di collocarlo Dio della poesia fra le inestinguibili luminazioni secolari. Nell’esaltazione biblica degli affetti l’ulivo diventa l’espressione del quieto e mite sentimento di fiducia. Lo avverte Dante allorché con elevatezza di artista e con semplicità formale, vincendo il classico  ricercamento di Virgilio, là dove dice: “paciferaeque manu ramum praetendit olivae”, dichiarò in questa tenera maniera:
a messagger, che porta olivo,
tragge la gente per udir novelle  (Purg.)
E’ la natura a trovare nel poeta l’interprete fedele, la sua vocazione a essere rappresentata nei nostri sentimenti più teneri e dolci. Riverbera i suoi momenti più belli nel Cantico dei Cantici, una fioritura orientale di poesia mistica, offrendoci l’immagine d’immense aiuole di loto ondulante, di un orto opulento, dove il cantore siede nella contemplazione ieratica del pensiero, dell’affetto e della natura. L’uomo indubbiamente è portato a riposare in tutto ciò che è incluso nell’ordine armonizzante con le necessità della natura, ed è spinto a scostarsi da tutto quell’ordine che deturpa. Da qui quel sentimento diviene imperioso, ribelle quanto più elevata la comprensione della natura e dal quale con violenza è dominato. E’ quel sentimento che fu detto nostalgia e che si vivifica con il volgere del tempo invece di armonizzarsi e attutirsi. E’ una dolcezza desiderosa e uguale, impara-gonabile a ogni altra dolcezza, questa mestizia indefinibile e inquieta, che mette in tumulto le affettività del cuore e corrobora un passionale desiderio, che risuscita sino all’evidenza i più remoti contorni della dimora e molto di più e che fa languire con un crescendo al quale è impossibile il rimedio, ha dedotto stupende pagine al Manzoni, per esempio, chi non ricorda: “Addio monti, sorgenti delle acque…”. E’ il momento in cui il vecchio cerca di catturare le parole che altri posero a testimoniare il ricordo, le volitive tendenze dell’anima per assumere poetiche pitture per la sua narrazione, le affascinanti eleganze di bellezza, le illusioni vaporose di sogno, le armonie di verità, la musica di cose, gli orrori di creature in contraddizione, nello svelare gli arcani, nell’inabissarsi dentro i vortici del misticismo e delle evidenze. Parole altrui per esprimere un comune sentimento. Per manifestarlo con più forza e penetrazione. Per dargli un impulso determinato e conclusivo. E’ per arricchire le sensazioni più umane poste alla presenza delle cose belle. E’ la meraviglia a dominare, a volte, la comparsa dei tanti miracoli della natura. Vale, poi, su ogni cosa, la riflessione sulla caducità della propria esistenza. E’ l’ora più dubbia di un tramonto ambiguo che si riflette nelle parole del poeta e che noi possiamo intendere nel senso della vita che si conclude:
Lo giorno se ne andava, e l’aer bruno
Toglieva gli animai che sono in terra
Alle fatiche loro….
E’ questa la facoltà magica della comprensione, una specie di fachirismo spirituale perciò l’anima si obbliga a rimanere immobile e fissa sugli svolgimenti della natura per servire al dio pensiero. Noi siamo trastulli nelle mani della natura.  Siamo obbligati a volere ciò che lei vuole, perché vuole confondere in noi la sua volontà con il consenso del Divino al quale soggiace alla pari di tutti noi. Le allegorie, le somiglianze, le similitudini, le comparazioni, i pastelli migliori, le luminazioni prodigiose, le efficaci narrative, i concetti delicatissimi, le figure animate e la trasumanazione dell’essere, sono venuti dal precipuo intendimento delle cose dell’universo. Questa comprensione è nel vecchio. Questo suo indugiare sulle apparizioni della natura, i suoi arcani e i misteriosi disegni, gli consentono di penetrare le più minute cose, di diventare l’osservatore vigile ed instancabile di un mondo che si piega su se stesso.
Era già l’ora che volge al desio
Ai naviganti e intenerisce il cuore
Io di che han detto ai dolci amici addio;
E che lo novo peregrin d’amore
Punge se ode squilla di lontano
Che pare il giorno pianger che si muore.
Una delle sensazioni più umane alla presenza delle cose belle e allo svolgersi di qualche avvenimento che sia fuori dalla cerchia comune è la meraviglia, la quale, venuta in possesso della nostra anima, ci costringe al giogo di un’esaltazione che trova un po’ di tregua solamente nello slancio comunicativo. La meraviglia per la natura, per ogni sua parte, per quel cielo stellato con i suoi puntini luminosi contiene la gioia e sospinge il poeta a rivolgere una tenera invocazione di rimpianto per quell’emisfero che è fonte del suo stupore:
Io mi volsi a man destra e posi mente
All’altro polo, e vidi quattro stelle
Non viste mai fuor ché alla prima gente.
Goder pareva il di di lor fiammelle
O settentrional vedovo sito
Perché privato sei di mirar quelle!
Con lui diventiamo adoratori infaticabili dei più impenetrabili segreti, indagatori delle ombre più dense e più lontane valendoci della natura che ci circonda e con essa esprimiamo la gioia, l’amore, la pace, l’illusione, lo sconforto, il pianto e il dolore, il ribrezzo e la ribellione.

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