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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 255

Posts Tagged ‘riforme’

Governo. Il Piano Nazionale di Riforme: un elenco in contraddizione

Posted by fidest press agency su martedì, 4 agosto 2020

Facile fare l’elenco della spesa, difficile fare la spesa e, soprattutto, occorre, prima, stabilire quanto si vuole spendere per la spesa.Possiamo sintetizzare così il nostro parere sul Piano Nazionale di Riforme presentato dal governo Conte (sostenuto da M5S e PD), che dovrebbe essere la base per acquisire i fondi comunitari.Il Piano riguarda: digitalizzazione; sicurezza ed efficienza delle infrastrutture; sostegno alla formazione, alla ricerca e all’innovazione; maggiore efficienza dell’amministrazione e della giustizia; transizione ecologica; inclusione sociale e territoriale e parità di genere.Argomenti interessanti ma che rischiano di rimanere sulla carta.Lo diciamo noi che facciamo analisi e verifiche delle proposte governative e non?No, lo dice la Banca d’Italia.Vediamo.In audizione alla Camera dei deputati, sul Piano Nazionale di Riorme, la Banca d’Italia rileva che:
a) La lista degli interventi è lunga e vaga.
b) L’impegno finanziario non è quantificato.
Basterebbe questo per rimandare il Piano al Governo.C’è un altro aspetto che vogliamo ricordare: il Governo si è mosso in direzione opposta a quanto propone con il Piano.Facciamo un esempio per chiarire.Nel Piano si prevede “maggiore efficienza dell’amministrazione e della giustizia”.Atteniamoci alla giustizia.La durata media dei processi è di 8 anni.Uno degli elementi ostativi all’impegno delle imprese, soprattutto straniere, è proprio la lungaggine dei procedimenti giudiziari. Che cosa ha fatto il governo Conte? Ha allungato la durata dei processi.Come? Abolendo la prescrizione, il che significa fine processo mai.Qualcuno direbbe che la prescrizione favorisce chi delinque e conta sulle lungaggini della giustizia.
Vediamo.Oltre il 70% (leggasi settanta percento) dei procedimenti giudiziari andava in prescrizione prima dell’inizio del processo, cioè in fase istruttoria, vale a dire che la difesa non toccava palla e il ritardo era dovuto all’amministrazione giudiziaria.Ma, direbbe sempre il qualcuno, la corruzione dilaga e il corruttore la fa franca. Il nostro qualcuno non sa che il reato di corruzione andava in prescrizione, cioè era annullato, dopo ben 15 anni tra indagini e sentenze.
Non bastano 15 anni per fare un processo per corruzione? E, se poi, il presunto corrotto è dichiarato non colpevole? Lo si assoggetta alla gogna per 15 anni?Questo per documentare che il Governo dice di fare una cosa ma fa il contrario.Non va bene. Però, l’importante è che il popolo ci creda… (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Diamoci una mossa per le riforme strutturali

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2020

Per stemperare il clima di così severa “austerità” è stata fatta circolare la possibilità di realizzare a breve una riforma fiscale che avrebbe potuto alleviare la situazione resa sempre più gravida d’incognite per via delle voci come quella delle bollette della luce, del gas, dell’acqua, e dei rifiuti che tendono ad assorbire una grossa fetta dei nostri redditi che tra l’altro, nonostante la bassa inflazione, tendono a perdere potere d’acquisto in modo significativo. A questo punto sappiamo bene che l’unica arma che rimane nelle mani del contribuente è di “evadere” e sembra che lo facciano molto bene soprattutto chi non ha introiti tassabili alla fonte come gli artigiani, i commercianti, i professionisti. Un governo che come il nostro si dice votato all’interesse generale del paese e costituito da “tecnici” che, tradotto in termini “volgari”, vuol dire saperne di più sia dei politici sia dell’uomo della strada, dovrebbe rendersi conto che se la riforma del fisco richiede tempi lunghi vi è un’altra strada ben più breve e altrettanto efficace che è delle detrazioni d’imposta. Questa leva è stata già adottata all’estero da anni e funziona molto bene (pensiamo ai paesi anglosassoni ma anche alla Germania ecc.) Questi sgravi, per essere validi, devono focalizzarsi su tre direttrici: vitto, servizi, alloggio. In pratica si devono riconoscere e sostenere quelle parti che sono da considerarsi beni di prima necessità e ai quali l’accesso deve essere garantito a tutti, a prescindere dalle rispettive disponibilità economiche. Se percorressimo questa strada noi lanceremmo un forte segnale a quella fetta della società che misura l’azione governativa in rapporto alle risposte che sa dare in tempo reale e per non rendere più sentita la contrarietà di chi si è visto ridurre la pensione e lo stipendio nel giro di qualche giorno mentre per gli altri provvedimenti, promessi per indorare la pillola del sacrificio, se ne discute ancora e molti pensano che alla fine vadano a brodo di giuggiole. “La potenza scrive Honoré de Balzac non consiste nel colpire forte o spesso, ma nel colpire giusto”. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: Quanto vale la “caduta di un muro?”

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Ma cosa avvenne in Russia dopo il disfacimento politico e ideologico del comunismo che fu già di Lenin e di Stalin? Il tutto incominciò nel 1992. Il tentativo fu quello di voler mantenere l’influenza globale nonostante le sue difficoltà economiche e la svolta nell’operare le necessarie riforme per adeguare il paese al superamento della propria antiquata struttura industriale. Questo processo di transizione da un’economia di tipo comunista a una simil-capitalista non fu indolore anche sotto l’aspetto della sua leadership politica e istituzionale. In questo contesto non dobbiamo dimenticare che la Russia restava e resta un paese molto sviluppato nei settori chimico, petrolchimico, militare e meccanico, aero-mobile e spaziale e se il suo gap nel settore alimentare si fece sentire, costringendola ad importare grandi quantità alimentari, restò, comunque, tra i maggiori produttori al mondo di cereali e tra i mercati ittici più abbondanti. Da qui partì la rimonta della Russia e la liberalizzazione e stabilizzazione della sua economia secondo un modello occidentale ma con stile russo e con essa il nuovo processo politico e di leadership del Paese con una nuova costituzione e una “presidenza” forte. Ma la fase che fu in grado di avviare il processo di stabilizzazione della Russia avvenne dopo la crisi finanziaria del 1998. Si susseguirono i primi ministri Evgenij Maksimovič Primakov Sergej Stepašin e per finire, si arrivò a Vladimir Putin. Questi era uomo dell’apparato, già direttore dei servizi segreti (Fsb ex Kgb) sconosciuto ai più ma capace di ricucire l’unità del paese, nel tenere a bada gli stati più recalcitranti della Federazione russa e nel tessere una solida trama di amicizie e alleanze che se in apparenza innocue, come quella con Silvio Berlusconi, si rivelò, ai più attenti osservatori, come un progetto capace di riallacciarsi alla visione che era stata abbozzata in quel lontano 1989 in un appartato ufficio di una torre del Cremlino.
Putin seppe accrescere notevolmente, e continua a farlo, il suo prestigio internazionale e la sua economia riportando la Russia al rango di potenza globale. È stato il primo passo per far acquistare affidabilità al ruolo di un paese guida per una nuova svolta negli equilibri internazionali del potere stabilendo nuove alleanze e nel tentare di sfaldare quelle esistenti per incrinare sempre di più il predominio capitalistico degli U.S.A. e dei suoi alleati, ovunque essi si trovassero. (Riccardo Alfonso)

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Il lamento del guerriero

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2020

Partendo da questa premessa entriamo nella fattispecie pratica della governance italiana. La fotografia la facciamo ora e ci rendiamo conto che il primo aspetto che possiamo rilevare è che l’opinione pubblica è “allergica” alle attese ed ha tutte le ragioni dalla sua. Per anni, se non per “decenni” le riforme sono state spiattellate in tutti i modi possibili con convegni, dibattiti, studi e ricerche per poi svanire nel nulla salvo riprenderle con rinnovato vigore di parole, ma rigorosamente limitandosi a quest’ultime. Oggi, ad esempio, tocchiamo con mano e non solo, ciò che significa una giustizia che non funziona con l’arroganza di chi commette un reato patrimoniale o di altro genere e sa di poterla fare franca tra rinvii, prescrizioni, condoni e affini. La credibilità di uno Stato non si gioca solo con la capacità del legislatore di legiferare ma anche in quella d’offrire alla comunità gli strumenti per stabilire regole precise e sanzioni adeguate e tempestive, per chi sgarra. Ed invece, se stiamo, ad esempio, alla notizia di questi giorni sulle offerte di telefonia mobile veniamo a sapere che si pagano prestazioni non richieste e questi taglieggiamenti durano da anni e quel che è peggio anche dopo essere stati colti con le mani nella marmellata continuano a comportarsi allo stesso modo. E ora veniamo a sapere che abbiamo un governo che funziona e che le riforme da anni attese sono oramai in dirittura d’arrivo mentre i “chiacchiericci” sui rinvii, gli incontri fiume e le discussioni a non finire da parte del governo non sono altro che le fantasie del cronista politico e le false notizie provenienti dalle opposizioni. Ma i fatti dove li mettiamo? Perché continuiamo a farci del male con la danza del dire senza fare? Non ci basta lo screditamento della politica e delle istituzioni per renderci conto che abbiamo toccato il fondo e che ora è in gioco la stessa tenuta del sistema paese? È forse troppo pensare a un presidente del Consiglio che oggi e non domani ci dica che i cantieri per le opere pubbliche sono aperti, che la riforma della giustizia è all’esame del Parlamento per il voto finale, che la scuola e la sanità hanno cambiato passo, che abbiamo messo a punto un progetto intermodale per i trasporti di merci e di persone e che stanno iniziando i lavori per il prolungamento dell’alta velocità da Salerno per il Sud? Se tutto questo è impedito dalla litigiosità dei partiti sia proprio il presidente del Consiglio a denunciarlo pubblicamente e non a prendersela con i “chiacchiericci”. (Riccardo Alfonso)

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Le opposizioni attendono al varco il governo per riforme condivise

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 giugno 2020

Il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha scritto su Facebook: «Ora che è finito l’evento esclusivo di dieci giorni a Villa Pamphilj, aspettiamo di ricevere dal Governo il documento che ha realizzato per rilanciare l’economia italiana. Saremo ben lieti di discutere con il Governo di cose concrete, partendo proprio dalle proposte che avrà messo nero su bianco su un documento. Confidiamo che non saremo invitati a Palazzo Chigi solo per un tè coi biscottini prima che il Governo si sia chiarito le idee sul da farsi».
Questo breve comunicato è pervenuto in redazione qualche ora fa ed è stato già catturato dai media nei loro dibattiti d’opinione con politici, imprenditori e giornalisti. Da parte nostra ci è parso di leggere tra le righe una nota critica nei confronti dell’esecutivo e che proviamo a riassumere così: Il governo per farsi un’idea su ciò che accade in Italia ha dovuto mettere in piedi una convention a più voci sulla società civile mentre noi, che il programma per la rinascita del Paese lo abbiamo già pronto, nero su bianco, non abbiamo bisogno di perdere altro tempo. Cosa significa in pratica? Che non ne sortirà nulla di buono perché ognuno resterà nelle sue posizioni in quanto sono due le visioni che vorremmo concretizzare per un’Italia che deve uscire dal pantano in cui si trova. Ma è per noi una condizione di stallo che non possiamo più permetterci. Per troppo tempo abbiamo avuto un paese ingessato e incapace, colpevole in primis la classe politica, ma non solo, di non avere un’idea del futuro che ci attende e che la globalizzazione e la corsa sfrenata di alcuni Stati all’accaparramento delle risorse energetiche mondiali hanno reso sempre più conflittuale. La verità è che per uscire dalle secche dobbiamo immaginare un’Italia tecnologicamente avanzata, con una rete intermodale integrata e potenziata, con filiere produttive corte saltando passaggi spesso eccessivi e farraginosi, una giustizia che abbia come principale obiettivo d’essere rapida e risolutiva, sia nel civile sia nel penale, una sanità dove si privilegi l’assistenza territoriale e una scuola profondamente riformata. Sul piano sociale devono essere perseguiti i due diritti fondamentali che è quello della vita e del vivere. Per farlo i politici devono mettere da parte i loro interessi di bottega, di natura elettorale e alla ricerca di facili consensi, e mostrarsi monolitici nel contrastare le spinte corporative e gli interessi di parte. Giorgia Meloni è una donna che ha in sé un pragmatismo che le fa onore e siamo convinti saprà farne un buon uso per scrivere una nuova pagina nella storia tanto tormentata dell’Italia anche se le sirene intorno a lei suonano in maniera tanto assordante da stordirla. Questa è una partita che forse non darà, in chiave elettoralistica, risultati clamorosi per chi li cerca facili e immediati, ma avrà sicuramente un impatto positivo per quegli italiani che riescono a vedere al di là del proprio naso. Riflettete, gente. Riflettete. (Riccardo Alfonso)

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La pandemia e l’obbligo delle riforme

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

By Mario Lettieri già sottosegretario all’economia e Paolo Raimondi economista. Non covid-bond, chiamamoli Eurobond. Sono, del resto gli strumenti più importanti e virtuosi che l’Unione europea deve per un lungo periodo mettere in campo, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio del sistema produttivo e industriale europeo che è stato, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia.. Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza. L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai cittadini. Dai Paesi del G20, con gli Stati Uniti in testa, dovrebbero arrivare 5.000 miliardi di dollari di sostegni alle economie. A loro volta le banche centrali, oltre ai tassi di interesse a zero, hanno annunciato enormi iniezioni di liquidità nel sistema. La Bce metterebbe 870 miliardi di euro, equivalente al 7,3% del pil della zona euro, per comprare dal settore bancario titoli di stato e abs (titoli legati a traballanti asset sottostanti). La Federal Reserve, a sua volta, si dice pronta a garantire liquidità illimitata con lo stesso intento. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha affermato che “con le nostre operazioni di finanziamento stiamo mettendo a disposizioni fino a 3.000 miliardi di euro di liquidità”.Governi e banche centrali, inoltre, sottolineano che, se la situazione lo richiedesse, gli interventi potrebbero essere ampliati. Lo stesso si sta facendo in tutti gli altri Paesi del mondo, Cina compresa. A questo punto riteniamo che sia necessario fare un po’ di chiarezza proprio sul fronte economico e finanziario. Per bloccare la circolazione del contagio del virus è stato deciso di fermare le attività di importanti settori economici, E’ certamente doveroso che i governi facciano tutto ciò che è necessario, dal punto di vista organizzativo e finanziario, per sostenere economicamente le popolazioni costrette a stare in casa ed evitare che le imprese di tutte le dimensioni falliscano per ragioni che evidentemente non sono solo economiche. La quantificazione del sostegno sarà variabile rispetto alla durata dell’emergenza e alla dimensione dell’impatto economico nelle singole realtà nazionali.Cosa diversa è la politica monetaria annunciata dalle banche centrali. Esse hanno proposto nuovamente le stesse misure decise per far fronte alla Grande Crisi del 2008: acquistare obbligazioni pubbliche e altri titoli di più dubbio valore in loro possesso con la promessa che le banche beneficiarie facciano rifluire la liquidità verso gli investimenti produttivi e facciano prestiti alle famiglie e in particolare alle Pmi per supportarne le produzioni e i consumi. L’esperienza del passato decennio, purtroppo, ci dice che queste promesse non sono state mantenute. Al contrario, gli interventi delle banche centrali sono serviti soprattutto a stabilizzare situazioni compromesse delle banche too big to fail. Questa volta esse “non appaiono” come quelle che chiedono di essere salvate. Tutto passa, s’intende, sotto l’emergenza provocata dal coronavirus.Oggi, e lo abbiamo più volte ripetuto anche sulle pagine di questo giornale, il sistema bancario e in particolare quello ancora più potente e nebuloso dello shadow banking si trovano globalmente in una situazione molto più rischiosa di un decennio fa. Basti un dato per comprenderne la gravità: il debito pubblico e privato globale (senza il settore finanziario) è salito al 250 % del pil mondiale. Era del 200% nel 2008. Il gestore di questa enorme e complessa disponibilità finanziaria è ovviamente l’attuale sistema finanziario.Noi sosteniamo che sia arrivato il momento che gli Stati intervengano e non siano passivi spettatori, ma attivi e responsabili decisori. Se si è deciso che centinaia di milioni di persone restino chiuse in casa, che le fabbriche debbano fermarsi e che persino le chiese sospendano le loro funzioni, non è tollerabile che i mercati continuino ad avere mano libera come se non fosse successo assolutamente niente. Del resto, essi non sono i nuovi dei dell’Olimpo che possono decidere delle sorti del pianeta.Occorre che lo Stato intervenga nei mercati. Perché non bloccarli quando sono in preda ad un’irrazionalità incontrollata e speculativa? Che senso ha vedere le borse perdere il 10-15% in pochi minuti e poi affermare che deve essere così in quanto lo dice la legge suprema, “divina”, del liberismo economico? La domanda da porsi è quanto mai inquietante: è più importante la vita delle persone, delle imprese e l’economia reale oppure la finanza e il suo mercato?
Non si tratta di mettere alla berlina le banche. Anzi, il sistema creditizio è essenziale per il funzionamento dell’economia, dei commerci e delle nazioni. Ecco perché adesso occorre guidare la finanza verso una sua profonda revisione.
Lasciare mano libera ancora una volta alla finanza speculativa e continuare a operare as usual sarebbe esiziale e significherebbe ripetere lo stesso errore compiuto dieci anni fa. E’ il momento che gli Stati impongano unitariamente una forma di “amministrazione controllata” sull’intero sistema bancario e finanziario, nel quale salvare la componente sana e liquidare quella malata e speculativa. Perciò è inevitabile la separazione tra le banche commerciali e quelle d’investimento. I risparmi delle famiglie e i depositi delle imprese non dovranno più essere usati o messi a garanzia di operazioni speculative di tutti i tipi, a cominciare dai derivati finanziari otc.O gli Stati interverranno oppure il sistema, il mercato con le sue pseudo regole attuali, presto o tardi provocherà altre catastrofi economiche e sociali. Di solito, dopo le grandi catastrofi o le terribili pandemie non si ritorna alle pratiche del passato, ma ci si impegna a riformare le legislazioni e il modus operandi ritenuti errati e dannosi.

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Pensioni e finte riforme

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 gennaio 2020

Lunedì 27 gennaio Cgil Cisl Uil e il governo, nella persona del ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, si esibiranno nella solita sceneggiata della riforma delle pensioni. Produrranno un ritocco estetico di aspetti marginali, senza arrivare all’essenza del problema.Il governo del doppio cambiamento punta tutto sul collateralismo di Cgil Cisl Uil, rifiutando il confronto con organizzazioni come l’Unione Sindacale di Base. Una chiusura propedeutica a una legge sulla rappresentanza e sulle relazioni sindacali che legittimi il monopolio di Cgil Cisl Uil, impedendo forme di organizzazione sindacale indipendente. È questo che vogliono imporci in nome di una presunta e inverosimile lotta alla destra.Per questo motivo il 27 gennaio anche USB sarà davanti al Ministero del Lavoro, con le sue proposte e le sue richieste: non siamo sardine ma non saremo neanche tonni, al contrario di Cgil Cisl Uil che continuano a subordinare gli interessi dei lavoratori alle politiche governative direttamente ispirate da Ue, Ocse, Bce ecc. Dopo aver taciuto, in evidente connivenza, sulla riforma Monti-Fornero, ora fingono di scoprire a parole la necessità del suo superamento, mantenendo nei fatti l’essenza della riforma, vale a dire sistema contributivo, allungamento dell’età pensionabile, negazione del diritto alla pensione per i giovani.Quando si parla di pensioni bisogna ricordare che stiamo parlando, oltre che di lavoratori, di una parte consistente della ricchezza sociale a disposizione delle famiglie. Perché il 21,9% delle famiglie ha come unica fonte di reddito il pensionato. Non solo ma con il prelievo fiscale di ben 56 miliardi ogni anno, 3,73 punti percentuali del loro Pil, i pensionati danno vita a una manovra con i contributi espropriati dallo Stato, senza sapere che fine fanno. Stiamo parlando del più grande ammortizzatore sociale della storia la cui consistenza monetaria fa gola a fondi pensione, assicurazioni, banche, governo e così via.Ma quali sono le vere priorità del sistema previdenziale? Premesso che riproduce le disuguaglianze presenti nel modo del lavoro, è sicuramente possibile correggerne gli effetti sulle pensioni e sulla vita dei lavoratori in quiescenza. In che modo?Separando previdenza e assistenza, utilizzata per alzare i presunti costi delle pensioni sul Pil, ma senza trasformare quest’ultima in merce da abbandonare sul mercato privato e senza privare i cittadini dei loro diritti, vedi reversibilità, invalidità ecc.Aumentando le pensioni minime che sono spesso al di sotto della soglia di povertà.Stabilendo un’età pensionabile certa e modulata sui lavori usuranti senza trasformare questa opportunità in farsa che si traduce o in assalto alla diligenza, o individuando professioni e lavori vicini all’estinzione.Decidendo che il calcolo della pensione non può essere contributivo a fronte di una strutturale discontinuità del lavoro, e per lo stesso motivo non può più essere retributivo a fronte di retribuzioni frammentarie e inadeguate, vedi il lavoro povero.Abolendo la vergogna dell’assenza di futuro per i giovani, ai quali si promette di andare in pensione a 70 e più anni senza però garantire loro un lavoro stabile.È evidente che di materie da riformare ce ne sono a iosa, ma parliamo di un sistema autofinanziato che ha al suo interno le risorse per potersi riformare. Stiamo parlando dei 56 miliardi di contributi sottratti ogni anno sotto forma di Irpef.
Altro che ritocchetti: lunedì 27 gennaio ricorderemo a governo, Cgil Cisl e Uil che si può costruire un sistema previdenziale di grande impatto sociale e in linea con il dettato costituzionale.

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Il Mes e le riforme della finanza

Posted by fidest press agency su sabato, 28 dicembre 2019

Pur essendo intervenuti più volte negli anni passati su molti argomenti relativi alla finanza, alle banche a al debito anche a livello internazionale, nella scorse settimane, invece, abbiamo volutamente deciso di astenerci da ogni commento sulla questione del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità detto anche fondo salva stati. La ragione è stata quella di non essere ingoiati nei giochi elettorali dei vari attori in campo. La questione, però, è di grande importanza e merita di essere affrontata senza clamori e artifizi mediatici.
Il MES è operativo dal 2012. In discussione è la sua riforma. Forse se ne è parlato troppo superficialmente. Il primo aspetto della riforma è la possibilità che il Mes possa affiancare il Fondo di risoluzione unico per le banche in caso di una qualche grave crisi bancaria.
Dal 2015, il Fondo è lo strumento operativo del Comitato di risoluzione unico (SRB, l’acronimo in inglese) dell’Unione bancaria europea. E’ costituito dai capitali provenienti dal sistema bancario europeo, non dagli Stati. Il suo compito è garantire la ristrutturazione ordinata delle banche in seria difficoltà e ridurne l’impatto negativo sull’economia reale e sulle finanze pubbliche. Oggi lo SRB vanta attivi superiori a 22 miliardi di euro. La Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca non ne hanno potuto beneficiare perché si è ritenuto che “il loro fallimento non avrebbe rappresentato una minaccia alla stabilità finanziaria”. Nella riforma si prevede che il Fondo possa chiedere aiuto al Mes in caso di mancanza delle risorse necessarie per affrontare eventuali situazioni di grave emergenza, come avvenne negli Usa nel 2008 con la bancarotta della Lehman Brothers. La stabilità del sistema bancario è nell’interesse di tutti gli europei, non solo della Germania. Certo, alcune banche tedesche e francesi sono considerate too big to fail e quindi sistemiche. Non è questo il caso della Popolare di Bari che dovrebbe essere di esclusiva pertinenza del governo e del sistema bancario italiano.
Un altro aspetto della riforma riguarda l’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà per l’eccessivo debito pubblico. Il Mes potrà dare il suo sostegno a condizione che il debito e la capacità di rimborso siano sostenibili. A questo proposito le valutazioni saranno compiute dalla Commissione europea di concerto con la Bce e il Mes e, ove possibile, insieme al Fmi. Il Mes può decidere una ristrutturazione parziale del debito. Non vi è, però, nessuna ristrutturazione automatica. Per una votazione d’urgenza si richiede la maggioranza di 85% dei voti e l’80% dei voti per procedure a maggioranza qualificata. La quota dell’Italia è del 17,9%. E’ quasi un potere di veto, quindi.
Si ricordi comunque che il Paese che si rivolge al Mes per accedere ai crediti precauzionali deve soddisfare tre condizioni: un disavanzo pubblico inferiore al 3% del pil, un debito pubblico inferiore al 60% del pil oppure dimostrare che nei due anni precedenti la richiesta, era già impegnato a ridurre la parte eccedente il menzionato 60% a un tasso medio di un ventesimo l’anno. Per l’Italia ciò vorrebbe dire una riduzione del debito eccedente pari a 3,5% annuo. Qualora questi requisiti non fossero rispettati, è prevista una certa discrezionalità per l’erogazione di una linea di credito a condizioni rafforzate, sempre che vi siano una situazione economica e finanziaria solida e un debito pubblico sostenibile. Una lettura attenta della riforma del Mes induce in ogni caso a delle riflessioni. Prima di tutto, gli interventi previsti sono di fatto delle “misure tampone” a fronte di una crisi conclamata. Per cui non tanto il Mes, ma l’Europa e i governi interessati dovrebbero preventivamente intervenire per correggere le cause delle distorsioni finanziarie. Per quanto riguarda il settore bancario, il maggiore fattore di rischio è sicuramente la crescita esagerata, esponenziale, dei prodotti finanziari derivati, in particolare degli over the counter (otc). Infatti, l’ultimo rapporto dell’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, evidenzia che a fine 2018 il mercato europeo dei derivati aveva un valore nozionale di 735mila miliardi di euro (con un aumento dell’11% in un anno!), di cui 90% otc. La preoccupazione riguarda soprattutto le banche europee too big to fail. A cominciare dalla Deutsche Bank che avrebbe in pancia derivati per un valore nozionale di ben 43.500 miliardi di euro. A questo proposito, non è più rinviabile la separazione tra le banche d’investimento e quelle commerciali. Le autorità europee dovrebbero vietare a quest’ultime le operazioni speculative, elevare i depositi di garanzia per le operazioni rischiose e, comunque, limitare le vendite allo scoperto. A nostro avviso il vero nodo delle economie europee più fragili è quello di ridurre il rapporto debito/pil e promuovere la crescita attraverso una politica d’investimenti e di sostegno, anche da parte dell’Europa, alle produzioni e ai commerci. Perciò sembra strano che si preveda che il Mes possa accedere ai mercati di capitale con l’emissione di titoli e obbligazioni per proteggere il sistema bancario e i Paesi con una difficile situazione debitoria. Non si comprende, però, perché le istituzioni europee, con gli stessi strumenti e nelle dimensioni necessarie, non garantiscono nuovi crediti e capitali per gli investimenti, le infrastrutture, la ricerca e l’innovazione. Da troppo tempo si parla di euro bond per la crescita ma manca l’effettiva volontà di realizzarli. Perché? (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Polizia penitenziaria e riforme

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 dicembre 2019

“Bonafede è molto bravo con le chiacchiere. Ma gli agenti della Polizia Penitenziaria sono stanchi delle prese in giro di M5S e Pd”. Lo dichiara il Questore della Camera Edmondo Cirielli (FdI) rispondendo alle dichiarazioni del ministro della giustizia: “Sostiene che gli agenti penitenziari non sono di serie B. Bene. Allora – aggiunge Cirielli – lo dimostri con concretezza e serietà: aumenti l’organico, migliori le condizioni economiche e sociali dei componenti del Corpo e vari una riforma complessiva che ridefinisca le funzioni e le competenze tra i dirigenti della Polizia Penitenziaria e i direttori delle carceri. E, contemporaneamente, dia la possibilità di fare carriera agli agenti di custodia in modo che possano diventare dirigenti trasferendo maggiori poteri al comandante di Polizia Penitenziaria”. Infine, il parlamentare di Fratelli d’Italia rilancia una sua storica proposta: “Bonafede sospenda la vigilanza dinamica, il cosiddetto regime delle celle aperte, introdotto dal Governo dei suoi alleati del Pd, che rappresenta la principale causa della scarsa sicurezza all’interno dei penitenziari italiani. La cancellazione della vigilanza dinamica sarebbe un primo passo verso una seria riforma dell’ordinamento penitenziaria che dovrà porre al centro la sicurezza degli agenti che, ogni giorno, subiscono minacce e violenze dai detenuti. Il ministro della giustizia passi dalle parole ai fatti” conclude Cirielli.

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Presentazione di «Craxi, le riforme e la governabilità (1976 – 1993)»

Posted by fidest press agency su martedì, 26 novembre 2019

Milano sabato 30 novembre alle ore 11 Circolo Edmondo De Amicis di Milano, in via De Amicis 17 presentazione di «Craxi, le riforme e la governabilità (1976 – 1993)». Il libro è un’antologia di scritti e discorsi di Craxi opportunamente inquadrati attraverso un saggio introduttivo di ampio respiro e in puntuali contestualizzazioni individuali. Costituisce la terza uscita della Piccola Biblioteca del Riformismo socialista, iniziativa editoriale promossa dalla Fondazione Filippo Turati. Intervengono Carlo Tognoli, Ugo Finetti e Maurizio Punzo, oltre a Nicola Cariglia (presidente Fondazione Turati Onlus) e ai due autori, Edoardo Tabasso e Zeffiro Ciuffoletti. Presiede il dibattito Mario Artali, presidente del Circolo E. De Amicis. Questa Antologia di scritti e discorsi di Bettino Craxi offre un’accurata analisi dei cambiamenti sociali e culturali che dopo il ’68 trovarono nel leader socialista uno degli interpreti più coerenti.Craxi cercò di superare il sistema consociativo che costituiva oramai un ostacolo al ricambio politico e un peso crescente per le finanze pubbliche.Tutto questo in un contesto internazionale di progressivo sfaldamento degli equilibri della Guerra Fredda e l’ emergere delle tensioni degli “ani di piombo” in un Paese cerniera come l’Italia.Il disegno riformista di Craxi trovò un ostacolo insormontabile nel PCI e anche nell’aggregare le forze dei partiti laici, andando incontro alla crisi del sistema politico al momento del crollo del Muro di Berlino. Crisi culminata con l’esplosione di Tangentopoli che travolse il sistema dei partiti di governo e il PSI che ne era uno dei pilastri.Da quegli anni cominciarono anche il declino della politica, dell’economia e delle istituzioni repubblicane.”La storicizzazione di Mani Pulite non sarà facile – scrive lo storico Zeffiro Ciuffoletti nel saggio introduttivo all’Antologia – Il peso del giustizialismo è ancora più forte che mai. Per questo bisognerà ripensare la figura e il ruolo di Bettino Craxi con la serietà e l’obiettività che merita….Il terrore all’italiana non fu molto diverso da quello francese del 1789, se non nella grandezza della Rivoluzione che il crescendo giacobino del 1793 stravolse in Dittatura dei Virtuosi. Il paragone con il 1793 può sembrare una forzatura”, prosegue Ciuffoletti. Anche se “sulla scena italiana – precisa – gli ingredienti del terrore c’erano tutti: le folle fanatizzate, le piazze che applauduvano ad ogni arresto, persino i procuratori-persecutori e l’uso smisurato e intimidatorio della carcerazione preventiva.”

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La via delle “grandi riforme”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 agosto 2019

Essa è stata ostacolata non dalla nostra più profonda sincerità, ma dalla nostra più sottile forma d’ipocrisia. La società non tollera nessuna forma d’eroismo e di genio, semmai è costretta a subirli, ma pronta ad annullarli alla prima occasione.
Anela invece a una forma mediocre d’esistenza che possa nei secoli perpetuarsi senza contrasti, senza esaltazioni. Ciò potrebbe essere accettabile se non ci fosse la logica evolutiva della specie che include anche i suoi aspetti sociali e istituzionali. La ragione, probabilmente, si può spiegare nel fatto che non è il nostro io intimo a vivere, ma quello della comunità, in altre parole un io assolutamente anti individuale, falso, piccolo, meschino. Riluttare è opera spesso vana. Chi rifiuta si bandisce dal consorzio umano. Chi non conserva l’apparenza, spasima e soffre terribilmente la realtà: ingannare il mondo non è oramai nella pratica quotidiana un’azione disonesta. I maestri anzi in quest’arte di sottigliezze sono i vincitori. Quando uno è giunto alla vittoria nessuno si domanda come vi sia pervenuto. Il trionfo si adora e non si discute. La storia è piena dei patimenti di tutti che, alle consuetudini, riluttarono indomiti e vissero in carestia e sofferenza quanto non in rischio e in battaglia. Dante, esule è proclamato barattiero, Tasso, Amleto in perpetua lotta con se stesso, e infiniti altri minori, testimoniano validamente quanto tragico è il contrasto tra il mondo interiore dei sentimenti ed il mondo esterno fatto di parole e d’eventi mediocri.
Da qui ebbero origine altre risposte “rivoluzionarie” rispetto a quella marxista-leninista, ma di segno opposto: il nazismo, il fascismo e, buon ultimo, il franchismo per parlare di quelle più note. Le nazioni coinvolte furono, nello specifico una rivoluzione, quella marxista-leninista e poi stalinista, sempre più votata all’internazionalizzazione del suo progetto ideologico per una concezione statuale del ruolo guida nell’economia dei paesi in opposizione a quello capitalistico e logicamente portato alla privatizzazione dei mercati e al loro libero scambio e con uno Stato sempre più limitato nei suoi interventi di politica economica. Nello stesso tempo, man mano che questa visione prendeva corpo, taluni Stati, tra quelli considerati i più deboli ed esposti al fascino di un’ideologia accattivante per le masse tenute emarginate dai poteri vigenti, adottarono delle contromisure ritenute più valide e radicali di quanto non si potesse fare con le regole richieste da una democrazia compiuta. Da qui l’idea di una rivoluzione di segno opposto: destra contro sinistra. D’altra parte era necessario farlo anche perché le rivoluzioni non si nutrono solo di principi liberatori per le masse angariate, ma diventavano anche uno strumento di potere e di dominio interno ed internazionale. Alla fine tutto poteva trasformarsi in una sorta di “artificio” per giustificare un ricambio radicale della classe dirigente e non “scaricabile” in altro modo. Si poteva anche intenderla come una semplice operazione di potere nel senso: fino ad ora ci sei stato tu, ora anche a me fai godere gli stessi privilegi.
La rivoluzione, così interpretata, si poteva capire solo se riusciva a farci nascondere il corpo e l’anima sotto un unico frac. Diventava un modo per coprirsi, con un’elegante abilità, del velo rivoluzionario per la conservazione dei privilegi legati al padronato. Pur con questi limiti, le rivoluzioni, nella loro generalità, cercarono di esprimere un qualcosa che si voleva puro e originale e sperare che tale aspirazione ideale potesse imboccare, alla fine, la strada giusta. (Riccardo Alfonso)

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“Economia e Fisco alla sfida delle riforme”

Posted by fidest press agency su martedì, 23 ottobre 2018

Si è tenuto, presso il Senato della Repubblica, il seminario “Economia e fisco alla sfida delle riforme”, organizzato da DLA Piper, il principale studio legale internazionale presente in Italia. L’evento, nel corso del quale è stata presentata in anteprima una ricerca dello stesso studio legale sulle misure fiscali adottate da 41 Paesi, è il primo di una tre giorni di incontri alla presenza anche dei Soci Tax provenienti da tutto il mondo. Il Senato è stata la cornice di uno stimolante dibattito con istituzioni, accademici e operatori su argomenti di attualità economica e tributaria, rivolto principalmente a realtà societarie e finanziarie italiane e internazionali. L’Italia si trova in un momento storico particolarmente delicato, dove, alla non più procrastinabile necessità di realizzare riforme economiche e fiscali ambiziose si unisce un’attenzione sempre più alta ai conti pubblici.
“Scenario macroeconomico italiano e fattibilità delle riforme tra debito pubblico e Euro, i modelli economici per cambiare esistono?” è stato il tema dell’intervento di apertura di Antonio Mele (Professore ordinario di Finanza, USI, Senior Chair, Swiss Finance Institute), a dialogo con Alessandro Galimberti (Presidente Ordine Giornalisti Lombardia e UNCI, Il Sole 24 Ore). “I modelli quantitativi su cui lavoro da tempo, e che ho il piacere di presentare oggi – ha affermato Antonio Mele – suggeriscono meccanismi virtuosi di crescita economica ed anche di abbattimento del debito pubblico nel caso in cui si decida di ridurre razionalmente la pressione fiscale. Questo a patto che tali interventi di riduzione avvengano quando il rapporto debito/PIL è ancora inferiore a valori soglia di circa il 140%.”
Sono successivamente state approfondite le “novità della manovra tra economia e fisco, impatti domestici e internazionali” nella prima tavola rotonda, a cui hanno partecipato Carlotta Benigni (Tax Real Estate and Financial DLA Piper), Donatella Conzatti (Senatrice Forza Italia, 6a Commissione Finanze e Tesoro), Antonio Longo (Tax and Private Clients Sector, DLA Piper), Alessandro Pagano (Deputato Lega, VI Commissione Finanze), moderati da Bepi Pezzulli (Presidente Select, autore del libro “L’altra Brexit”).
“Riformare il sistema fiscale con effetti concreti sul piano economico – commenta Antonio Longo, Tax and Private Clients Sector, DLA Piper – significa anche razionalizzare le misure per l’attrazione del capitale umano in Italia e gli incentivi per il sostegno alle PMI.
L’introduzione di forme di compliance fiscale per le persone fisiche dovrebbe essere il naturale sviluppo dell’annunciato processo di “pacificazione fiscale” in particolare nel contesto attuale caratterizzato dal passaggio generazionale delle imprese e dei patrimoni familiari.”
“L’attale quadro internazionale – ha affermato Federico Pacelli, Head of Transfer Pricing, DLA Piper – è caratterizzato da una forte reazione di contrasto, da parte di molti Paesi, nei confronti della pianificazione fiscale aggressiva attuata su scala internazionale. In questo contesto, per le imprese multinazionali risulta sempre più importante, anche per motivi reputazionali, non solo rispettare formalmente le leggi dei Paesi in cui operano ma anche contribuire, in maniera equa, alle relative entrate tributarie. In quest’ottica, una corretta corporate governance impone una gestione del rischio fiscale in ottica preventiva, attraverso un rapporto di partnership e trasparenza con l’Amministrazione finanziaria.”

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Legg Mason: “Il segreto della crescita economica indiana? Le riforme”

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 giugno 2018

LONDRA. Da quando è entrato in carica nel 2014, il governo del primo ministro indiano Narendra Modi ha prodotto molteplici riforme con l’obiettivo di rafforzare le infrastrutture e i fondamentali economici.In particolare, le restrizioni agli investimenti diretti esteri sono state ridotte o eliminate in un’ampia gamma di settori, quali la difesa, l’immobiliare, l’aviazione civile e l’edilizia. In conseguenza di ciò, nel 2017 l’India ha ricevuto afflussi record dagli investitori stranieri, risultando di nuovo tra i paesi con maggiori investimenti diretti esteri nel 2017, avendo ricevuto durante l’anno investimenti per circa 45 miliardi di dollari USA. Da notare come metà delle nazioni di questo elenco provengano dai mercati emergenti, e come in molti casi l’aumento degli investimenti esteri possa essere ricollegato a specifici interventi di riforma.
Senza dubbio, l’anno scorso la riforma che ha fatto più notizia nel mondo emergente è avvenuta in India.“L’introduzione della Goods and Services Tax (GST) nel Luglio 2017 ha segnato una nuova era nell’economia dell’India, sostituendo oltre una dozzina di tasse federali e statali” spiega Kim Catechis, Head of Emerging Markets di Martin Currie (gruppo Legg Mason) “Nel fare ciò, ha unificato un’economia da 2 trillioni di dollari e 1,3 miliardi di persone in uno dei mercati comuni più grandi al mondo”.Semplificando la struttura fiscale, la riforma mira a facilitare l’attività economica, ridurre il peso fiscale e aumentare i consumi. Allo stesso tempo, con la GST il governo indiano ha cercato di ridurre l’evasione fiscale, aumentare le entrate statali e, potenzialmente, aumentare il PIL.Ma forse l’esempio migliore dei grandi propositi del programma di riforme indiano è Aadhar – il più grande database di identificazione biometrica al mondo – che punta a dare a tutti i cittadini un’identità ufficiale e verificabile (fino a poco fa circa metà della popolazione indiana non aveva nemmeno un certificato di nascita).Da quando si è insediato al potere, nel 2014, il primo ministro Modi ha cominciato a realizzare questo sistema, e lo ha rapidamente affiancato con un programma di inclusione finanziaria chiamato Jan Dhan, che ad oggi ha creato oltre 300 milioni di nuovi conti bancari low-cost proprio grazie alle identità schedate attraverso Aadhar. A completare il quadro, l’implementazione di un app per i pagamenti in tempo reale che utilizza l’United Payments Interface realizzata dal governo.Le possibilità di digital banking tramite Aadhar sono dunque immense. A seguito del processo di demonetizzazione avvenuto nel 2016 (quando circa l’86% del denaro contante del paese fu rimosso dalla circolazione), la rimonetizzazione del paese è sempre più caratterizzata da uno spostamento verso le transazioni online, preparando così la strada per un boom dei pagamenti digitali e dell’e-commerce.
Lo slancio positivo proveniente dalle riforme è evidente non solo in India, ma in molti altri paesi emergenti. Tuttavia, le varie iniziative riformatrici sono molto diverse l’una dall’altra, e i benefici che ne derivano non vengono sfruttati da tutti i paesi e da tutte le aziende. “Ridurre le barriere commerciali, favorire i flussi di capitali, migliorare le infrastrutture e l’assetto istituzionale: con riforme come queste si producono cambiamenti sociali ed economici durevoli” conclude Catechis “Crediamo dunque che un approccio di investimento attivo, basato sull’analisi fondamentale focalizzata sui titoli, sia il miglior modo per individuare e cogliere le opportunità del momento”.

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Ue: Italia assente in fondamentale partita per agenda europea

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2018

“Il Consiglio europeo del 28-29 giugno deciderà le cosiddette raccomandazioni specifiche agli stati che riguardano le riforme che l’Unione europea chiede ai Paesi membri.Questa delibera nel Consiglio europeo dei capi di stato e di governo si fonda sulle proposte della Commissione e che tengono conto dell’esame di tutti i piani nazionali delle riforme (Pnr) che ciascun paese deve inviare a Bruxelles insieme al Def entro il prossimo 10 aprile.
Queste raccomandazioni che saranno approvate a fine giugno dal Consiglio europeo, condizioneranno sia la politica economica, sia la più generale attività di tutti i governi dei paesi dell’Unione.
Ad esempio, già da qualche anno si chiede all’Italia di agire sul mercato del lavoro per ridurne concretamente le inefficienze, di riformare il sistema fiscale, di ridurre il carico delle procedure amministrative, di rendere più spediti i procedimenti giudiziari, di migliorare il sistema della pubblica istruzione, di contenere il deficit annuale e di ridurre lo stock del debito.Come sta andando il nostro Paese verso questo fondamentale appuntamento di fine giugno in Europa? Purtroppo, complice anche il periodo elettorale, a mani nude. Vediamo perché.In primo luogo, bisogna considerare che i contatti preliminari fra gli Stati e le istituzioni europee sono già in corso e in fase estremamente avanzata, ed è quindi fondamentale che il Governo Gentiloni sia intelligentemente attivo e ne dia immediata, costante informazione al Parlamento e alle forze politiche, cosa che fino ad ora non è avvenuta.In secondo luogo, è evidente che al fine di influire sulle ‘raccomandazioni’, abbiamo bisogno di predisporre un idoneo Def e un dettagliato Pnr, non un ‘mini Def’ e nessun Pnr, come si sta ipotizzando. Sarebbe puro autolesionismo.In terzo luogo è palese, che le recenti notizie del peggioramento dei saldi dei nostri conti pubblici, su deficit e debito a causa degli interventi sulle banche venete, contrariamente a quanto era stato previsto dal governo uscente fino a poche settimane fa, rende tutto più difficile e sta creando forte allarme presso i nostri partner e le istituzioni Ue. Insomma piove sul bagnato.In un quadro di questo genere, fortemente a rischio, con i mercati preoccupati ancorché silenti, occorrerebbero due decisioni fondamentali per l’interesse nazionale: la prima è di procedere verso la formazione di un governo di forze politiche credibili, con personalità in grado di interloquire positivamente e costruttivamente con l’Europa; la seconda di fare presto, senza inutili dilazioni, con idee chiare, senza perdersi in invenzioni estemporanee di politica economica e sociale, più da campagna elettorale che da responsabilità di Governo, in un momento delicato come questo a livello internazionale.
Sempre al Consiglio Europeo di fine giugno, i leader dovranno inoltre pronunciarsi ulteriormente sul pacchetto di proposte fatto dalla Commissione UE nel dicembre 2017 sull’evoluzione dell’unione economica e monetaria.In questo pacchetto sta l’intero futuro della governance dell’Eurozona (Fondo Monetario Europeo, Ministro delle finanze europeo, recepimento del Fiscal Compact nel diritto UE, completamento dell’Unione bancaria). Molte di queste proposte sono tali da preoccupare il nostro Paese e ledere i suoi interessi, in particolare quelli del Mezzogiorno. Questa semplice ricognizione dell’agenda europea dovrebbe consigliare a tutti i leader consultati al Quirinale, saggezza e realismo. Ne va della sovranità del nostro Paese”. Lo afferma, in una nota, Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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La giustizia che non si vuole riformare

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 febbraio 2018

Quante volte abbiamo sentito dai nostri politici che è loro intenzione portare avanti una seria riforma della giustizia? Tante, tantissime sino al punto di aver perso il conto delle volte che questa fatidica parola è stata pronunciata. Qualcuno ingenuamente potrebbe chiedersi e chiedere perché non si riesce nell’intento? A costoro potremmo addurre non una ma decine di ragioni ma per contenere la risposta al nocciolo potremmo dire che fa comodo soprattutto a chi si prende beffa della giustizia e può fare i suoi comodi certo che nella mala parata vi sarà, alla fine del percorso processuale, nei suoi vari gradi di giudizio, una provvidenziale prescrizione per decorso dei termini. In questo modo abbiamo due cammini giudiziari dove il primo non riesce a colpire i super dotati di poteri politici e clientelari e l’altro che fa scendere la sua mannaia sul povero Cristo che è finito sotto i suoi ingranaggi per aver rubato un tozzo di pane per fame. Il primo avrà nella peggiore delle ipotesi un processo lungo fino alla prescrizione e l’altro sarà condannato per direttissima. Si aggiunge poi alla beffa lo scorno quando un solerte poliziotto che arresta un borseggiatore in flagranza di reato lo porta in commissariato per le misure di competenza. Il solito ingenuo mi dirà: sarà processato per direttissima e condannato con tanto di pena, ed invece no. Si prendono i suoi estremi e viene rilasciato nel giro di poche ore. Così è probabile che lo stesso poliziotto se lo rivedrà in giro per continuare a commettere lo stesso reato, se non peggio.
Oggi sta diventando molto rischioso persistere con questo andazzo perché la gente è arcistufa di una giustizia ad orologeria e finisce con il prendersela proprio con chi nella filiera giustizia è il più esposto, ovvero il poliziotto. Dove abbiamo imparato che la giustizia è una cosa seria? Probabilmente sul pianeta Marte. Ma la giustizia, per chi lo avesse dimenticato è davvero una cosa seria, anzi serissima e allora perché non la facciamo funzionare? Qui non si tratta di ledere i diritti della difesa e i doveri dei magistrati tra giustizialismo e garantismo ma significa semplicemente che quando nella convivenza civile si stabiliscono delle regole o si rispettano sino in fondo, senza sconti partigiani, o si dichiara forfè e si scade nell’anarchia. Cosa vogliamo fare? (Riccardo Alfonso)

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Le riforme promesse e le toppe praticate: parliamo di pensioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 febbraio 2018

Da quando è uscita la legge Fornero sulle pensioni, diversi anni fa, le conseguenze che sono derivate sul fronte del lavoro si avvertono ancora oggi generando forti contrasti tra i partiti tra chi vorrebbe cancellarla del tutto e chi si limiterebbe a un ritocco qua e là. La realtà, in effetti, ci indica un percorso diverso. Ricordo uno studio approfondito condotto dal Centro studi politici e sociali della Fidest una trentina di anni fa dove si avanzava la proposta di rivedere totalmente il sistema previdenziale e assistenziale in Italia. Fu un lavoro collegiale con il supporto, tra gli altri, di un docente universitario in matematica attuariale. Non potendo in questa sede scendere nei dettagli posso dire che avevamo previsto una forma assicurativa con cadenza decennale con un contributo previdenziale e assistenziale dei lavoratori tale da poter loro assicurare diciamo al valore attuale, al termine del decennio, una rendita media a vita intorno alle 350 euro mensili elargibile da subito o ricaricabile nel decennio successivo e così di seguito. Da qui un’altra variabile che riconosceva ai fini del calcolo pensionistico i lavori in part time dei giovanissimi e anche i modesti compensi negli stage lavoro-scuola. Non vi era, tra l’altro un limite pensionistico. Era, semmai, previsto, nel corso degli anni la possibilità di apprendere un altro lavoro con la stessa logica dell’anno sabbatico per dare la possibilità di un naturale ricambio generazionale in determinati settori. Ad esempio si pensava a un giocatore di calcio professionista che intorno ai 35-38 anni appendeva gli scarpini al chiodo e doveva guardarsi intorno per ritagliarsi una nuova attività. Lo stesso può accadere per i lavori usuranti. Nello studio era prevista anche l’individuazione di quei lavori sedentari per assegnarli a personale più anziano, in chiave volontaristica, come potrebbe capitare a un poliziotto che per anni è impegnato nelle volanti e che è intenzionato a passare a lavori d’ufficio. Il tutto fu portato a conoscenza dei politici e di là degli elogi per un studio così ben congegnato non se ne fece nulla. Perché, ci dissero, i tempi non erano maturi per tali cambiamenti e un altro obiettò, con un certo cinismo, che se risolviamo tutti i problemi cruciali che ci affliggono i politici che ci stanno a fare? Non era, beninteso, una questione economica, poiché nella peggiore delle ipotesi il costo sarebbe stato per le casse dello Stato di almeno il 20% in meno di quanto si spende oggi. (Riccardo Alfonso)

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Quali riforme in Italia e nel mondo?

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

maternitaNella cultura occidentale di questi ultimi tempi sta facendo capolino sempre di più la convinzione che la civiltà cosiddetta capitalistica stia esaurendo la sua spinta e che è opportuno un nuovo giro di boa. Le ragioni sono tante e non solo, quindi, di natura economica. E’ che stiamo toccando un punto di non ritorno per errori del passato e che fanno sentire forte la loro eredità ai giorni nostri. Pensiamo, ad esempio, alla natalità. Aver toccato e superata la soglia dei sette miliardi di abitanti è un dramma sociale da non sottovalutare. La logica del “crescete e prolificate” si sta ritorcendo contro gli stessi estimatori. Da parte mia, e da anni che lo sostengo, ritengo sbagliato ancorare il diritto alla vita senza impegnarsi a sostenere un altro diritto parimenti importante che è quello del diritto a vivere. Dimentichiamo troppo di frequente che dare la vita non è sufficiente e che abbisogna assicurarne la tenuta. Tutto questo se non vogliamo che decine di milioni di bambini ogni anno nel mondo muoiono di fame, per mancanza di cure e che i sopravvissuti vivano di stenti, di malattie debilitanti o che rabbiosamente si riscattano esercitando la violenza contro i loro simili nella logica fisica che uno spazio occupato da un corpo non può essere preso, contemporaneamente, da un altro. Significa così che chi vive deve industriarsi a far si che dal diritto alla vita si passi automaticamente al diritto a vivere garantendo al nuovo venuto il diritto ad alimentarsi, ad avere assistenza sanitaria adeguata, ad avere un’istruzione confacente, un lavoro e ad essere affrancato dalla povertà nella vecchiaia. Se avessimo percorso questo tragitto virtuoso di certo non saremmo oggi in sette miliardi e forse saremmo in uno o due miliardi, ma in compenso avremmo più risorse, meglio distribuite e minori conflitti tribali e arrampicatori sociali. Forse non avremmo il progresso tecnologico odierno, ma in compenso saremmo più tutelati e sereni. Ma oggi come dobbiamo fare per limitare i danni derivanti da questo eccesso di natalità? La risposta è culturale. Non si deve, infatti, insegnare ad avere figli come un bene assoluto ma ad averli responsabilmente per ciò che possiamo dare ad essi nel loro diritto a vivere. La risposta è religiosa perché la fede non deve ignorare la solidarietà generazionale e a rendersi conto che si può esprimere solo nell’offrire entrambi i diritti e non uno solo. La risposta è economica. La produzione dei beni non è regolata all’infinito perché le risorse naturali e quelle di trasformazione o da laboratorio hanno un limite e sta a noi calibrarle con oculatezza. La risposta è etica. Dobbiamo rispettare l’essere umano e la natura che lo circonda come una parte di un tutto che merita considerazione in ogni sua componente grande o piccola che sia. La risposta è sanitaria. Dobbiamo sconfiggere la convinzione che la sofferenza è inevitabile e non un male da evitare. E che la farmacopea deve curare e non creare dipendenza o effetti collaterali debilitanti. (Riccardo Alfonso)

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Il commento di Fullgoal Asset Management sul taglio del rating del debito cinese di Moody’s

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

pechinoPechino. Il Paese si sta facendo strada tra il debito in crescita, la svalutazione della valuta e l’incertezza riguardo i risultati delle riforme. La Cina è un caso unico, in cui c’è un conto capitale chiuso e un forte controllo governativo sulla maggior parte dei settori chiave. Questa caratteristica dà alla Cina un livello di tolleranza del debito più alto rispetto ad altri Paesi. Il declassamento di Moody’s arriva in contemporanea con i risultati sul primo trimestre dell’economia cinese, che mostrano un buon inizio, la regolamentazione del debito degli enti locali, l’eliminazione dell’eccesso di capacità produttiva dal lato dell’offerta e la riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie sotto la soglia di rischio. Consapevoli delle sfide e dei rischi che il governo cinese deve affrontare, manteniamo un outlook relativamente ottimista sull’economia cinese, dal momento che molte politiche positive sono ancora in atto.Il declassamento del debito cinese avrà un impatto sul mercato obbligazionario, ma fino a un certo punto. Quando gli investitori internazionali allocano la parte di portafoglio in bond, devono rispettare dei parametri di rating. Tuttavia, l’impatto del downgrade sarà molto limitato, perché i principali attori del mercato obbligazionario cinese sono gli investitori domestici. Al contrario di quelli internazionali, gli investitori locali valutano il mercato obbligazionario domestico seguendo il proprio quadro analitico e alcuni parametri principali, come i fondamentali economici, il tasso d’inflazione e le politiche di regolamentazione, che sono variabili imprescindibili. Invece di scendere, oggi (25 maggio) il mercato obbligazionario ha chiuso in rialzo, confermando le nostre osservazioni.

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Referendum: E la data?

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 agosto 2016

la-costituzione-della-repubblica-italianaDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Durante la capigruppo di Montecitorio ho chiesto al ministro per le Riforme e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, l’orientamento del governo in merito alla scelta della data del referendum costituzionale che dovrà tenersi, probabilmente, nel prossimo autunno. La mia è stata una richiesta di trasparenza e chiarezza nei confronti dei cittadini italiani, che saranno chiamati ad esprimersi su un tema così importante e delicato, ma anche di funzionalità in relazione alla normale attività del Parlamento e quindi al calendario dei nostri lavori e delle nostre attività.La ministra Boschi non è stata in grado di darmi una risposta accettabile. Capiamo che il primo passo per l’iter di convocazione del referendum confermativo spetta alla Cassazione, ma il governo potrebbe e dovrebbe comunicare alle opposizioni e all’opinione pubblica il suo orientamento in merito al timing che ritiene perseguire.
Vuole utilizzare o meno tutti i 60 giorni disponibili dopo l’ok della Cassazione prima della convocazione di un apposito consiglio dei ministri? E una volta convocato il Cdm aspetterà solo 50 giorni o riterrà di doverne aspettare 70 (il massimo)?
Il governo, potenzialmente, ha la possibilità di indire il referendum in una data tra domenica 9 ottobre e, paradossalmente, il 25 dicembre, la domenica di Natale. Un margine di due mesi e mezzo. Vorremmo solo chiarezza e rispetto per i cittadini e per il Parlamento. Non è ammissibile che la data del referendum sia perennemente appesa ad un filo che oscilla in avanti o indento in ragione dei sentimenti opportunistici del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Su questo, magari, non sarebbe male sentire la saggia opinione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”.

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Riforme e maggioranza incostituzionale

Posted by fidest press agency su sabato, 30 luglio 2016

montecitorio

“La legge elettorale con la quale è stato eletto questo Parlamento ha avuto un piccolo problema con la Corte costituzionale, ai primi di gennaio del 2014: la Consulta ha sancito l’incostituzionalità del premio di maggioranza del Porcellum. Il che vuol dire che il Parlamento – questo Parlamento, soprattutto per i 130-140 deputati che ha avuto la sinistra e in particolar modo il Pd grazie proprio al premio di maggioranza – è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionali”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, ai microfoni di “Radio Anch’io”, su Radio Uno.“Mi sembra un po’ strano che un Parlamento così delegittimato e una maggioranza così delegittimata dalla sentenza della Corte cambi un terzo degli articoli della Costituzione da sola, senza nessuna altra forza, mettendo fiducie notturne, come ha fatto Renzi per approvare la riforma costituzionale, e magari con l’aiutino di 50 senatori, comprati politicamente al Senato, che erano stati eletti nel fronte avversario.Una riforma così può essere approvata con una tale violenza, con una tale pochezza di basi elettorali? Ma proprio per questo c’è il referendum che i nostri padri costituenti hanno previsto dentro l’articolo 138 della Costituzione, perché ci vuole comunque il parere del popolo che voti ‘sì’ o ‘no’, soprattutto in una situazione come l’attuale dove si è forzata la Costituzione”, ha aggiunto Brunetta.

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