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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Posts Tagged ‘rischio’

Covid-19: Basso rischio di diffusione da bambino a bambino e rara la trasmissione da bambino ad adulto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 settembre 2020

A tranquillizzare insegnanti e genitori in occasione della riapertura del nuovo anno scolastico è l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) che in un articolo pubblicato su JAMA Pediatrics1 mette in evidenza come nei bambini la suscettibilità all’infezione da SARS-CoV-2 sia dimezzata rispetto agli adulti e come essi non ricoprano un ruolo di rilievo nella circolazione del nuovo coronavirus.
A fotografare l’impatto psicofisico che la chiusura della scuola ha avuto sui bambini e ragazzi è un’indagine tutta italiana condotta su un campione di 2.064 studenti tra gli 11 e 19 anni. Angoscia e tristezza sono stati causati da un sentimento di solitudine avvertito dal 42,5% degli intervistati di sesso femminile e dal 32,5% di sesso maschile, per un totale del 75% dei casi. Altro fattore che ha tinto di grigio le giornate di bambini e adolescenti è stata la mancanza di senso di comunità, tipicamente generato dalla scuola, emersa nel 42,5% dei casi (26,5% femmine; 16% maschi) e lo stop delle attività sportive svolte a scuola nel 20% dei casi (6,7% femmine; 13,4% maschi). L’abbassamento del tono dell’umore non pare, invece, essere legato al virus: solo il 4%, infatti, ha dichiarato di sentirsi triste per paura della malattia.Inoltre, il 48,7% delle femmine ha riferito di piangere durante il giorno (13,4% nei maschi). Non solo tristezza: ansia e agitazione hanno colpito quasi il 40% degli intervistati (24.6% femmine; 14,6% maschi) a causa della separazione dai propri compagni, mentre oltre il 27% ha sviluppato sintomi di ansia per timore di non riuscire a stare dietro allo studio. La chiusura delle scuole ha, inoltre, provocato disturbi del sonno: a dormire meno il 43% delle femmine, mentre la percentuale di maschi che ha fatto le ore piccole si attesta al 24%. Il senso di affaticamento era più significativamente frequente nelle femmine (49%) rispetto ai maschi (35,3%) e nel gruppo di 14-19 anni.Disturbi emotivi di rilievo, dunque, quelli causati dalla chiusura della scuola a bambini e adolescenti, ancor di più se di sesso femminile. Da ultimo, il 51,5% delle femmine e il 44,7% dei maschi desidererebbe parlare di COVID-19 con un medico, informazione importante anche per i programmi formativi scolastici su tematiche relative alla salute.Secondo l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive gli istituti scolastici possono e devono rimanere aperti in virtù dello scarso ruolo del bambino nella trasmissione della malattia, sebbene con il mantenimento di tutte le misure igieniche e di distanza fisica per la prevenzione delle infezioni respiratorie e un monitoraggio epidemiologico continuo della circolazione di SARS-CoV-2.
Quanto all’uso delle mascherine, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fornito alcune precise indicazioni: da zero a 5 anni non deve essere indossata e la motivazione è da ricercarsi nel ruolo minore del bambino piccolo nella diffusione della malattia e nella sua scarsa capacità di utilizzare in modo appropriato una mascherina; da 6 a 11 si valuta a seconda della situazione epidemiologica scolastica o cittadina e, quindi, se è presente una trasmissione diffusa di SARS-CoV-2 nell’area in cui risiede il bambino. Ai bambini di età pari o superiore a 12 anni è richiesto di indossare la mascherina come agli adulti, in particolare quando non possono garantire una distanza di almeno 1 metro dagli altri. In ogni caso, è importante assicurarsi che la mascherina sia della misura giusta per coprire naso e bocca, non toccarne la parte anteriore e non tirarla sotto il mento o nella bocca. Una volta sfilata dal volto, la mascherina deve essere riposta in una borsa o in un contenitore e non deve essere condivisa con altri o gettata per terra. È importante che insegnanti e genitori educhino il bambino che utilizza la mascherina e ne correggano comportamenti errati ogni qualvolta sia necessario.

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Il rischio dell’imbarbarimento culturale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

Non sembra vi possa essere spazio a quel metodo che si rifaceva al sistema degli “attriti tra contrari”. Esso si dispiegava in una sorta di distributore del sapere per minorenni ignoranti che aspettano l’imbeccata e a precettori che esigevano obbedienza, quasi cieca. Si risolveva in un principio di autorità che imponeva dall’alto e di fuori. Ora niente è imposto di fuori. Qui c’è soltanto da capire.
E’ il punto fondamentale rispetto al principio di totalità. Come funziona una nave? La nave ci parla di esocibernetica: pilota e timone sono due cose diverse. La vita di ciascuno di noi ci parla di endocibernetica. Il pilota, infatti, è di dentro, è fatto di conoscenza e volontà, di esperienza e di parametri d’ordine superiore. Non più eterodiretti, ma autodiretti. Per far questo bisogna aver capito il funzionamento. Non è possibile fermarsi a una sola parte: il motore senza timone. Non si può frammentare il viaggio come Ulisse nella grotta di Circe. Il principio di totalità si rifà al principio di ortogenesi. Tutti abbiamo in testa l’idea della giustezza; e quando pilotiamo la nave tra gli scogli e quando ascoltiamo un motore che perde colpi, dobbiamo ricorrere al confronto con gli altri e con l’ambiente. Dal confronto, dalla dimostrazione razionale e positiva, nasce una convinzione. Convinzione significa che restiamo avvinti, non contro la nostra libertà, ma mediante la nostra libertà. La vita è una serie di problemi da risolvere. Da piccoli si risolvono con l’aiuto e l’insegnamento degli altri. Crescendo, il comando esteriore s’interiorizza sino alla convinzione. E nella convinzione facciamo tutt’uno con la legge. Un tutt’uno felice, nel momento in cui questo tutt’uno si chiama amore. (Riccardo Alfonso)

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L’Australia si conferma una meta a rischio per gli attacchi di squali sugli uomini

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2020

È vero, i più non sono letali, ma anche oggi, poco prima delle 14.00, ora australiana, una donna di 35 anni che stava facendo surf è stata gravemente ferita in un attacco di squali sabato a Shelley Beach, vicino a Port Macquarie, sulla costa orientale dell’Australia ea nord di Sydney. Lo riferisce ha dettol’agenzia Australian Press AAP e diversi media locali.La giovane donna è stata colpita dalla parte inferiore della gamba destra. Un surfista è intervenuto nell’attacco ed è saltato sulla schiena dell’animale e gli ha dato un pugno finché non ha lasciato andare la sua preda, secondo un racconto di Steven Pearce, capo del servizio di soccorso per surfisti, al quotidiano Daily Telegraph. “Lo squalo non voleva liberarla, quindi un surfista le è letteralmente saltato sulla schiena e l’ha picchiata per liberarla”, ha spiegato.La donna ha subito gravi lacerazioni alla gamba inferiore destra ed è stata ricoverata in ospedale. Le sue condizioni sono ora stabili. Secondo i testimoni, responsabile di questo attacco è uno squalo bianco. Gli squali seguono la migrazione delle balene che si muovono lungo l’Australia orientale dall’Oceano Antartico. Quest’anno, sei persone sono state uccise in attacchi e altre sei sono rimaste gravemente ferite, secondo i dati del Taronga Zoo di Sydney. Il 2020 è uno degli anni peggiori per gli attacchi di squali. Una nuova conferma della pericolosità delle acque australiane e, quindi, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti.” della necessità di prestare la massima attenzione da parte di chi viaggia nelle località dove c’è meno vigilanza e decide di fare una battuta di pesca subacquea o surfare.

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Vendemmia a rischio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

Col fisco 4.0 e lo smart working degli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate, servono 15 giorni per dotare di codice fiscale i lavoratori stranieri da contrattualizzare per la vendemmia. Negli anni passati bastava un’ora per sbrigare la pratica. E’ questo l’allarme lanciato da Cia-Agricoltori Italiani, a ridosso del periodo di raccolta delle uve. Le imprese agricole dopo aver presentato via e-mail la modulistica precompilata devono aspettare tempi troppo lunghi per il rilascio del codice, essenziale all’assunzione dei braccianti esteri per un regolare rapporto di lavoro.La lunga procedura non ha riscontri con il passato e suscita molti dubbi sull’efficienza delle piattaforme digitali della Pubblica Amministrazione, che in tempi di crisi come questo dovrebbero, invece, velocizzare le pratiche burocratiche per agevolare il rilancio dell’economia del Paese. Rispetto all’era pre-Covid, la digitalizzazione della richiesta dovrebbe essere persino più snella per gli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate, perché permette di bypassare ogni difficoltà di incomprensione linguistica con il lavoratore straniero, che prima era costretto a recarsi personalmente a eseguire la pratica. Un altro problema per le aziende riguarda l’indicazione degli sportelli digitali di non effettuare richieste di codici fiscali cumulativi: massimo dieci per singola e-mail. Cia ricorda come questi ostacoli si aggiungano alla difficoltà di reclutamento di manodopera straniera dopo l’esplosione della pandemia e si augura che la PA in smart working riesca a meglio utilizzare le risorse offerte dalla tecnologia, per dare un servizio davvero efficiente alle imprese agricole e vitivinicole italiane.

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Biodiversità: insetti a rischio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2020

Non può esserci agricoltura senza biodiversità, per questo bisogna agire in modo rapido per proteggere i nostri ecosistemi – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. La crisi del coronavirus ha mostrato la nostra vulnerabilità e l’importanza di ripristinare il giusto equilibrio tra natura e attività umana. Le prove dell’impoverimento della biodiversità e degli effetti dei cambiamenti climatici sono già evidenti. Una delle conseguenze più preoccupanti è la diminuzione degli insetti impollinatori, come le farfalle e le api, messe in pericolo da cattive pratiche quali l’uso indiscriminato di pesticidi e l’abbandono delle colture.Gli insetti sono i piccoli braccianti che la natura mette a disposizione dei coltivatori: senza di loro l’agricoltura non potrebbe produrre frutti. L’innalzamento delle temperature sta inoltre causando la scomparsa di alcune specie adatte ai climi freddi, a favore di altre che preferiscono temperature più calde – spiega Tiso.La nuova Strategia sulla Biodiversità 2030 dell’Unione Europea ha l’obiettivo di proteggere la natura e invertire il degrado degli ecosistemi. Per arrestare il declino degli uccelli e degli insetti si raccomanda in particolare di ridurre l’uso dei pesticidi chimici in genere, dimezzando quali più pericolosi.
Pochi giorni fa, tuttavia, la Corte dei conti europea ha avvertito che le attuali politiche non sono sufficienti per proteggere gli insetti impollinatori, sempre più a rischio per colpa dei pesticidi, mentre gli Stati membri fanno pressione per ridurre ulteriormente i vincoli ambientali. Ci troviamo ancora una volta di fronte al paradosso di un’Europa che si impegna a fare dell’agricoltura biologica una priorità, mentre gli Stati membri remano in direzione contraria rifiutando di adottare misure più stringenti. Per tradurre in realtà gli obiettivi della nuova strategia europea per la biodiversità, c’è bisogno di un deciso cambio di passo e di mentalità.

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Le statine si associano a un ridotto rischio di morte tra gli anziani

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2020

Uno studio su Jama firmato dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e VA Boston Healthcare System getta nuova luce sul ruolo che le statine possono svolgere negli anziani che non hanno avuto un infarto, un ictus o altri eventi cardiovascolari. Nella loro analisi retrospettiva dei dati dei Veterans Health Administration Services e dei Centers for Medicare & Medicaid Services, gli autori hanno osservato che il rischio di morte per qualsiasi causa era inferiore del 25% tra i veterani che usavano statine rispetto ai non trattati. Ma non solo: le probabilità di morire per eventi cardiovascolari, come un infarto o un ictus, era più bassa del 20%.«Le statine sono comunemente prescritte negli adulti di mezza età, ma sottovalutate nelle persone sopra i 75 anni» afferma la coautrice Ariela Orkaby del Brigham and Women’s Hospital, sottolineando che dai risultati dello studio emerge la persistenza del beneficio delle statine indipendentemente dall’età più anziana o più giovane e dalla presenza di condizioni come la demenza. I ricercatori hanno esaminato i dati sui veterani che hanno utilizzato i servizi Veterans Administration tra il 2002 e il 2012, che avevano 75 anni o più e che non avevano avuto in precedenza infarti, ictus o altri eventi cardiovascolari. Degli oltre 300.000 partecipanti, gli autori ne hanno identificati più di 57.000 che assumevano statine. «Nel complesso, l’assunzione di statine risulta significativamente legata a un minor rischio di morte per eventi cardiovascolari o per qualsiasi causa, con benefici persistenti anche nei veterani in età avanzata, compresi quelli che avevano 90 anni o più» riprende Orkaby, aggiungendo che i tassi di mortalità restavano bassi anche nei soggetti anziani affetti da patologie neurologiche come la demenza, esclusi da studi precedenti. «Analizzando ulteriormente i dati abbiamo scoperto che anche l’avvio del trattamento con statine si associa in modo significativo a un minor rischio di eventi cardiovascolari come infarti e ictus, ed è stato particolarmente interessante vedere un marcato declino del tasso di ictus tra i partecipanti neri» concludono gli autori. (fonte Doctor33)

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E’ la Sicilia, la regione italiana a maggiore rischio di desertificazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 luglio 2020

Lo afferma il Consiglio Nazionale delle Ricerche (C.N.R.). Questa eventualità incombe sul 70% dell’isola e tale dato è ora confermato dall’analisi dei dati diffusi dall’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche.Ad accentuare il pericolo, infatti, non sono solo i quantitativi pluviometrici, ma l’andamento delle piogge con forti differenziazioni territoriali.L’andamento pluviale di Maggio è esemplificativo: la media regionale è stata pari a 9,88 millimetri, ma si va da mm. 65,6 caduti in località Ziriò di Saponara, nel messinese, a mm.0,1 a Ramacca, comune in provincia di Catania; altri rilevamenti, testimoni dell’estremizzazione atmosferica, sono il comune di Floresta, nel messinese (mm. 43,2) ed il capoluogo Messina (mm. 42,2) contrapposti alla diga don Sturzo sul lago di Ogliastro, in provincia di Enna (mm.0,2) ed al comune di Misilmeri, nel palermitano (mm.0,3).“Tali dati fortemente diversificati fra aree dell’isola confermano la fondamentale importanza di bacini, che raccolgano le acque di pioggia, quando arrivano per utilizzarle nei momenti di bisogno idrico – sottolinea Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – In Sicilia, purtroppo, la rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interrimenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi.”Ad aggravare la situazione c’è l’attuale stagione particolarmente siccitosa: nel solo mese di Maggio, il deficit idrico nei bacini siciliani si è aggravato di oltre 16 milioni di metri cubi, passando da – 53,8 milioni di metri cubi a -69,9.“Anche in Sicilia, come nel resto d’Italia – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – mettiamo a disposizione delle autorità competenti, l’esperienza e le capacità tecniche, presenti nei Consorzi di bonifica ed irrigazione. Ribadiamo, però, la necessità di una loro ristrutturazione secondo principi di efficienza e sostenibilità economica, riconsegnandoli all’ordinario regime democratico, fondato sui principi di autogoverno e sussidiarietà; da troppi anni, infatti, una mal interpretata funzione della politica ne condiziona l’operatività a servizio del territorio, possibile nell’isola come già avviene nel resto d’Italia.”

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I miei soldi sul conto corrente sono a rischio prelievo forzoso?

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 giugno 2020

Dopo che da più parti è giunta l’ennesima domanda su come evitare un “imminente” (???) prelievo forzoso dei soldi sul proprio conto corrente è bene scrivere un articolo per rimandare tutte le prossime domande ad un link che mi evitasse di ripetere per la trecentesima volta la stessa pappardella.
Sono ormai anni che in rete si diffondono contenuti digitali (video, blog, podcast) che prospettano una riproposizione della tanto odiata tassazione sui conti correnti che nel 1992 fece il governo Amato (allora fu dello 0,6%) e che ha talmente scioccato gli italiani da non essere più stata dimenticata. Periodicamente questa bufala torna e ritorna. Le ragioni sono sostanzialmente due:
1) far leva sulla paura porta tante visualizzazioni sui propri contenuti digitali. Oggi avere queste visualizzazioni è il primo metro di successo al quale la follia dell’attuale mondo dominato dal marketing ha abituato praticamente tutti. Una cosa “vale” se è vista da tante persone. Non importa se la cosa sia priva di senso e se ogni sapiente di ogni epoca semplicemente proverebbe un misto di ilarità e compassione nei confronti di questo assurdo comportamento (come facciamo quando guardiamo un gatto rincorrere la propria coda).
2) la paura di una tassazione è un eccellente motivazione per spostare i soldi da una parte all’altra ed in giro ci sono un mare di persone che guadagnerebbero un po’ di soldini (sicuramente di più dell’importo dell’improbabile patrimoniale) facendovi spostare i soldi attraverso la leva della paura della tassazione. “Sei mica matto che ti vuoi far mettere le mani in tasca dal governo, vero? Certo che no!” La soluzione proposta implica che le mani in tasca non le metta il Governo ma colui che ti propone “la soluzione”… (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Scuola: per la ripresa rischio caos di fronte ai primi sintomi Covid

Posted by fidest press agency su martedì, 9 giugno 2020

La Federazione Italiana Medici Pediatri, sindacato maggioritario dei pediatri di famiglia, ha presentato ai Ministri di Istruzione e Salute un documento in otto punti per la ripresa delle lezioni scolastiche a settembre. E ha posto un problema preciso: intercettare i bambini con coronavirus per impedire un boom di contagi e un nuovo lock-down non è semplice se non dà al pediatra del territorio un ruolo nel prescrivere tamponi e nell’ottenere gli esiti in tempi rapidi. Nelle classi che tornano a ripopolarsi, studenti asintomatici o quasi potrebbero essere in realtà vettori di coronavirus, esiziale per docenti, personale ATA, altri genitori. Sul certificato medico per la riammissione a scuola dopo assenze per malattia dell’alunno di oltre 5 giorni esiste un problema. Il Covid-19 ha impattato su un panorama in cui avevano abolito l’incombenza sette regioni e due province autonome e altre 12 regioni lo avevano tenuto; il 1° marzo un decreto legge ha imposto il certificato a tutte le regioni per le sole assenze dovute a malattia infettiva soggetta a notifica obbligatoria: morbillo, pertosse, rosolia, orecchioni ma anche Covid. Questo per tutta la durata dell’emergenza, fino al 31 luglio. E dopo? «Dopo, bisognerà avere le idee chiare se mantenere l’obbligo o no, e legiferare a livello nazionale perché la malattia non ha frontiere e colpisce tutti allo stesso modo», spiega Paolo Biasci, Presidente Fimp. «Innanzi tutto va fatta assoluta chiarezza sulla necessità del certificato».
L’obbligo di certificare la malattia era stato imposto nel 1967 dal decreto del presidente della Repubblica numero 1518. Nel 1994 il Testo Unico della Pubblica Istruzione n.297 lo tolse: stare a casa un giorno in più non sempre contribuisce a far tornare il bambino a scuola meno contagioso. «Di fatto può accadere che pur di evitare il viaggio dal pediatra la famiglia faccia tornare il minore a scuola un giorno prima, dopo 4 di assenza, ancora non guarito», avverte Biasci. «C’è però da tener presente che in caso di Covid anche da guariti per giorni si resta potenzialmente contagiosi. Allora è il governo che deve fare una riflessione: il certificato di riammissione è necessario o no? Se è necessario, anche solo per il coronavirus, si deve imporre a livello nazionale, non è ammissibile che in una regione si chieda e in un’altra no». Ma la questione non si chiude con il confronto stato-regioni. «Una volta si decidesse che il certificato serve – sottolinea Biasci – il pediatra di libera scelta deve avere la diagnosi. In particolare, fermo restando che tutte le infreddature andrebbero trattate come sospetti Covid, perché la malattia nel bambino può manifestarsi con lievi sintomi di raffreddore, per fare la certificazione servono sia la constatata guarigione clinica, sia l’accertamento di non contagiosità attraverso tampone con esito negativo. Non solo noi pediatri di libera scelta dobbiamo poter prescrivere i tamponi, e al momento non possiamo, ma dobbiamo avere l’esito in tempi utili, 24-48 ore. Oggi si attende sul territorio in media una settimana, molto minore è l’attesa in ambiente ospedaliero. Questi tempi devono diminuire».
Biasci sottolinea come le politiche del territorio più recenti non siano andate in direzione del potenziamento. «Fimp non è stata invitata all’Osservatorio sulla scuola, un tavolo dove dovrebbe esserci: tutta la patologia da Covid-19 nei minori è stata gestita sul territorio con ottimi esiti, e rappresentiamo oltre il 50% dei pediatri italiani. Ciò detto, abbiamo visto in questi mesi come, per evitare i contagi, le Asl abbiano chiuso i servizi vaccinali e nessuno ci abbia ascoltati quando ci siamo fatti avanti noi per sostituirle, vaccinando i bambini nei nostri studi. Le famiglie ci chiedono perché le vaccinazioni sono rinviate, perché l’immunizzazione non si può fare da noi e da nessun’altra parte, perché bisogna aspettare».
Nella proposta di strategie assistenziali ed organizzative per l’anno scolastico 2020-21 consegnata al governo, Fimp prevede altre sette misure per ridurre il rischio contagi: orari scaglionati di ingresso ed uscita, misurazione della temperatura con termo-scanner, attenzione all’igiene delle mani, no a giochi da casa o scambio di materiali tra alunni, buona aerazione degli ambienti, mascherina solo se non è possibile rispettare la distanza di almeno un metro. Inoltre, «tutti gli alunni devono essere in regola con il calendario vaccinale ed è raccomandato che, dai 6 mesi di vita, siano sottoposti a vaccinazione contro l’influenza stagionale. Opportuni anche requisiti strutturali: ampiezza dei locali rispetto al numero di bambini e adeguata aerazione, arredi e giochi idonei dal punto di vista igienico, sanificazione con procedure codificate e verificate con regolarità. Prima di inizio anno ogni scuola dovrebbe disporre momenti formativi per il personale». (fonte Doctor33)

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Il cammino dei mammiferi: a rischio la sopravvivenza di molte specie

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

Un nuovo studio del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin della Sapienza ha valutato l’impatto delle attività umane sull’estinzione locale dei mammiferi negli ultimi 50 anni. Solo poche specie sono riuscite a trarre vantaggio dalla convivenza con l’uomo colonizzando nuove aree. Il lavoro è pubblicato su Nature Communications. L’impatto delle attività umane sull’ambiente, che ha avuto un notevole incremento a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso con la terza rivoluzione industriale, sta alterando sensibilmente i processi ecologici alla base della vita sulla Terra. Uno degli effetti principali dell’intensificarsi delle attività antropiche è la progressiva scomparsa di alcune specie autoctone, con risvolti drammatici sugli equilibri ecosistemici a esse associati. I mammiferi, in particolare, sono stati oggetto di importanti diminuzioni, con il 25% delle specie viventi ritenuto oggi a rischio di estinzione. In un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, il team di ricercatori coordinato da Michela Pacifici del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin ha confrontato le distribuzioni di un campione rappresentativo di mammiferi terrestri negli anni ‘70 e oggi, riscontrando che circa il 75% di queste ha subito cambiamenti. I ricercatori hanno inoltre individuato i fattori associati al declino e all’espansione dell’areale, ovvero della superfice normalmente abitata da una specie, includendo tra queste variabili sia quelle di natura antropica sia quelle legate alla biologia delle specie, come il peso e le strategie riproduttive. Comprendere quali variabili siano implicate nel declino dei mammiferi è fondamentale per focalizzare le azioni di conservazione necessarie, specialmente in considerazione delle molteplici minacce alle quali i mammiferi sono soggetti, incluso il cambiamento climatico.“Studi precedenti – commenta Carlo Rondinini, coautore dello studio e coordinatore del Global Mammal Assessment, una partnership tra Sapienza e l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) – evidenziano che le uniche specie in grado di spostarsi abbastanza velocemente per seguire il clima che cambia sono i grandi mammiferi. Da questo studio si evidenzia che proprio i grandi mammiferi hanno maggiormente sofferto l’azione diretta dell’uomo. Resta quindi fondamentale, per evitare la scomparsa dei grandi mammiferi, mettere in atto tutte le misure per consentire il loro spostamento naturale alla ricerca di ambienti adatti”.Per quanto riguarda l’espansione di areale, i risultati dello studio evidenziano che le specie che ne hanno beneficiato sono in numero inferiore e che le variabili determinanti sono maggiormente legate alle caratteristiche intrinseche, favorendo le specie con tassi riproduttivi veloci, dieta generalista e massa corporea inferiore.

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Coronavirus, fase 3: ridurre al minimo rischio seconda ondata

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

«Dai dati disponibili – spiega Cartabellotta – emergono tre ragionevoli certezze: innanzitutto, il via libera del 3 giugno è stato deciso sulla base del monitoraggio relativo a 2-3 settimane prima; in secondo luogo l’attitudine alla strategia delle 3T è molto variabile tra le Regioni e non esistono dati sistematici sugli screening sierologici; infine, rispetto al battage mediatico della fase 1, la comunicazione istituzionale si è notevolmente indebolita, alimentando un senso di falsa sicurezza che può influenzare negativamente i comportamenti delle persone». «La Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – ribadisce la necessità di non abbassare la guardia perché il Paese non può permettersi nuovi lockdown: il rischio di una seconda ondata dipende, oltre che da imprevedibili fattori legati al virus, dalle strategie di tracciamento e isolamento dei casi attuate dalle Regioni e dai comportamenti individuali. Se tuttavia l’improrogabile scelta di riaprire per rilanciare l’economia si è basata solo sull’andamento dei ricoveri e delle terapie intensive, è giusto dichiararlo apertamente ai cittadini con un gesto di grande onestà e responsabilità politica».Il monitoraggio GIMBE dell’epidemia di COVID-19 è disponibile a: https://coronavirus.gimbe.org

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A rischio default il 15,5% delle imprese italiane in caso di nuove ondate di Covid19

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 maggio 2020

Il 15,5% delle imprese italiane a rischio di fallimento nel caso di nuove ondate del Covid19, con ulteriori lockdown che potrebbero durare fino a sei mesi. La probabilità di questo scenario è “bassa”, secondo gli analisti di Cerved Rating Agency, ma gli effetti potenzialmente molto pesanti: con un peggioramento così marcato dello scenario macroeconomico e un elevato rischio Paese, la probabilità di default triplicherebbe (dal 4,9% attuale al 15,5%), con punte del 22% nelle costruzioni, del 19,1% in hotel e ristorazione, del 18,9% nei servizi.
Sono i risultati dello studio “Evolution and impacts of the COVID-19 pandemic emergency on Italian non-financial corporates” di Cerved Rating Agency, agenzia di rating del Gruppo Cerved tra le prime in Europa che attribuisce il merito creditizio alle imprese sul territorio nazionale, su un campione di 30 mila società. Un’analisi che aggiorna in senso peggiorativo la precedente, rilasciata a febbraio, in cui a rischio fallimento nel caso più drastico era un’azienda italiana su dieci.Secondo lo scenario più pessimistico, i settori con la più alta probabilità di default sarebbero le costruzioni (22%), i servizi di alloggio e ristorazione (19,1%) e le attività di supporto al settore turistico (18,9%). Viceversa, quelli più resilienti, dunque con un rischio più basso, risulterebbero farmacie (6,5%), l’industria alimentare (6,8%), il commercio al dettaglio alimentare (7,9%). La percentuale aumenterà in misura maggiore per le imprese piccole (dal 10,7% al 21% per le microimprese) e meno strutturate (28% per le imprese individuali); dal punto di vista geografico, la probabilità di default è attesa in forte crescita in tutta la Penisola, con un picco del 17,8% nel Mezzogiorno (dal 9,3%).
Per tenere conto di questa incertezza, gli analisti di Cerved Rating Agency hanno elaborato tre diversi scenari correlati allo sviluppo della pandemia e dello scenario macroeconomico. Secondo lo scenario “soft”, al quale gli analisti attribuiscono una probabilità “alta”, non ci saranno nuove ondate di contagi e l’economia italiana riprenderà anche grazie a un’efficace azione di politica economica. In base a quello “intermediate” (probabilità media), il sistema produttivo potrebbe affrontare una seconda ondata di contagi, che richiederebbe ulteriori lockdown (fino a 4 mesi) e che frenerebbe il recupero dell’attività produttiva. Infine, stando allo lo scenario più pessimistico, “hard” con una probabilità bassa, i lockdown potrebbero durare fino a sei mesi, con effetti depressivi sull’economia e un aumento del rischio Paese.In generale, è atteso un deterioramento complessivo dei profili di rischio, come conseguenza diretta di un livello di redditività più basso e un peggioramento della struttura finanziaria delle aziende. L’applicazione degli scenari negativi determina uno spostamento delle entità valutate verso le classi di rating peggiori, con migrazione da posizioni di investment grade a speculative grade dal 16% nel caso soft, fino al 42% nello scenario hard. L’innalzamento del rischio si traduce in un aumento dei default attesi. In base alla gravità dello scenario, e stimando alle condizioni attuali una probabilità di default pari a 4,9%, si sale, nell’ipotesi soft, al 7,7%, al 9,7% in quella intermedia e arriva al 15,5% nello scenario hard.

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“Il rischio legato al debito sovrano dopo il virus”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 maggio 2020

A cura di Andres Sanchez Balcazar, Head of Global Bonds e Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management La crisi sanitaria globale scatenata dalla pandemia di Coronavirus ha saldamente puntato i riflettori sul modo in cui i Paesi saranno in grado di gestire il fardello del salvataggio delle economie da un tracollo senza precedenti. La domanda che gli investitori nel reddito fisso si pongono è quali Paesi sopravvivranno meglio alla tempesta e se seguirà una crisi del debito sovrano. I deficit dei governi spuntano da tutte le parti, trainati da due forze. Innanzitutto, sono stati istituiti imponenti programmi fiscali per sostenere le famiglie e le aziende in un momento in cui molti hanno visto i propri redditi e ricavi precipitare per via del lockdown globale. In secondo luogo, il gettito fiscale dei governi è stato duramente colpito dalla scarsità dell’attività economica, sia interna sia internazionale.Finora i governi hanno annunciato programmi di stimoli fiscali in risposta alla crisi del Coronavirus per importi pari al 4,1% del PIL globale potenziale, quasi metà dei quali proverrà dai soli Stati Uniti. Nell’eurozona, i programmi di stimolo rappresentano il 3% del PIL, mentre in Giappone equivalgono al 10%. Questa spesa necessita di ingenti volumi di emissione di debito governativo. Le banche centrali dei Paesi meglio posizionati, come gli Stati Uniti, che beneficiano dello status di valuta di riserva, possono assorbire gran parte, se non tutto, il nuovo debito attraverso i loro programmi di acquisto di attivi. Il bilancio della Fed statunitense è stato aumentato da 4.000 a 6.500 miliardi di dollari solo negli ultimi due mesi, e prevediamo che raggiungerà quota 8.000 entro fine anno. Nel Regno Unito, la Bank of England sta portando avanti un programma di acquisto di attivi ancora più aggressivo, acquistando obbligazioni direttamente dal Tesoro sotto forma di monetizzazione del debito – una politica che per lungo tempo è stata fuori discussione. Ma se il lockdown dei Paesi dovesse durare più di due trimestri, si dovranno adottare nuove misure fiscali, con conseguenti problemi di solvibilità per alcuni Paesi già fortemente indebitati. Riteniamo che il debito statunitense crescerà dal 108% del PIL a una cifra compresa tra il 133% e il 145% in seguito al programma di stimoli pari a circa il 7% del PIL, in base alla forza di ripresa dell’economia. Nel caso peggiore, potrebbe raggiungere il 165% del PIL entro la fine del 2022. Nel complesso, maggiori livelli di debito potrebbero far suonare alcuni campanelli d’allarme – vale la pena di ricordare che durante la crisi del debito sovrano dell’eurozona, la Grecia ha rischiato di essere espulsa dall’eurozona dato che il suo debito superava il 150% del PIL.
I punteggi di rischio sovrano di Pictet Asset Management indicano quali Paesi sono stati più vulnerabili alle pericolose dinamiche di debito causate dalla crisi del Coronavirus. Il criterio di valutazione è basato su come ogni Paese sta in relazione agli altri e al suo trend storico secondo tre dimensioni: quanto è conveniente il suo debito esistente, quanto è in grado di finanziarlo e a quale livello il debito scenderà, naturalmente se la sua economia riprenderà a crescere.
La nostra analisi indica che la Grecia aveva di gran lunga la condizione peggiore a livello di sostenibilità del debito a fine 2019, seguita da Italia, Giappone, Belgio e Regno Unito. All’altra estremità dello spettro, Svizzera, Paesi Bassi e Irlanda occupavano le posizioni più invidiabili. La mappatura delle condizioni del debito a breve termine dei Paesi rispetto ai loro punteggi strutturali conferma che Grecia, Italia e Giappone evidenziano le peggiori dinamiche di debito, sebbene anche la Francia desti una certa preoccupazione. Per contro, altri Paesi del Nord Europa e della Scandinavia sono in una buona posizione.
La BCE, tuttavia, deve affrontare una difficile operazione di riequilibrio nel decidere come comportarsi nei prossimi mesi, e dovrà mostrarsi abile nell’applicare la “teoria dei giochi”. Desidera evitare un’altra crisi del debito sovrano, ma desidera anche eliminare del tutto la pressione sugli esponenti politici dell’eurozona affinché si raggiunga un accordo di qualche tipo sulla mutualizzazione del debito. Se la Banca Centrale fosse troppo accomodante e comprimesse troppo gli spread delle obbligazioni di Stato dei Paesi europei del sud, indebolirebbe la necessità da parte dei governi dell’eurozona di mettersi d’accordo su come procedere. Una preoccupazione ancora più immediata è che alcune economie dei mercati emergenti siano già rimaste senza spazio di manovra in termini monetari. L’inflazione non sarebbe un problema per un certo periodo nelle economie sviluppate, in quanto una domanda depressa e deboli prezzi del petrolio trascinano verso il basso i prezzi al consumo in generale, a prescindere dall’intervento aggressivo della Banca Centrale. In alcune economie emergenti, tuttavia, le politiche delle banche centrali stanno già funzionando per trascinare al ribasso le rispettive valute in quello che potrebbe trasformarsi in un altro ciclo di svalutazione/inflazione. Un dato che preoccupa è che alcune grandi economie in via di sviluppo – come Turchia, Brasile, Sudafrica – stanno andando in questa direzione. La pandemia globale è destinata a esacerbare le tensioni che già esistono nell’economia globale e a creare nuovi problemi. Il modo in cui i governi sono entrati nella crisi sarà fondamentale per capire come ne usciranno.

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“Rischio Coronavirus, eliminare i Test d’Ingresso Universitari”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

Il Coordinatore Politico dell’Udc Sicilia, Responsabile Nazionale Enti Locali dell’Udc Italia, On. Decio Terrana, ha trasmesso una nota al Ministro dell’Università e della Ricerca Prof. Gaetano Manfredi per richiedere la sospensione dei Test d’Ingresso Universitari per il prossimo anno accademico.“Abbiamo richiesto di sospendere la selezione nazionale per i Test di Medicina e di estendere la stessa sospensione a tutti i test per l’accesso alle Università Italiane – comunica l’On. Decio Terrana – L’emergenza Covid-19 non permette la dovuta sicurezza nello svolgimento delle prove di selezione. Abbiamo altresì proposto di inserire comunque un filtro di selezione al termine del primo anno accademico, considerando un numero minimo di CFU obbligatori da conseguire per potere accedere al secondo anno. Se, come sembra, si è orientati a svolgere telematicamente le lezioni del prossimo anno accademico, decade uno dei principi dell’imposizione del numero chiuso”.Alla richiesta dell’Udc Italia ha dato la propria adesione la Docente di Ingegneria dell’Università degli Studi di Palermo, Professoressa Patrizia Livreri.“La nostra facoltà di Ingegneria a Palermo ha già abolito da tempo il numero chiuso, con grande beneficio per la qualità degli allievi iscritti – trasmette la Professoressa di Ingegneria Elettronica – Ho accolto e sottoscritto la proposta dell’Udc Italia per l’abolizione dei test d’ingresso all’Università. Esistono diverse soluzioni alternative e più produttive; iniziare da questo momento di emergenza diventa quasi un obbligo, per evitare un eccessivo stress degli studenti già fortemente provati da mesi di insegnamento con formazione a distanza e dall’incertezza di un esame di maturità dal carattere straordinario”.L’ abolizione del numero chiuso è anche una delle battaglie portate avanti dall’Udc Italia.
“Abbiamo inserito la Libera Università tra i punti fondamentali del nostro programma politico – continua il Coordinatore Politico dell’Udc in Sicilia – Abbiamo anche iniziato una raccolta firme per l’Abolizione del Numero Chiuso, al momento sospesa per la situazione contingente. Per il momento, è possibile firmare la nostra petizione online per la Libera Università. Questo momento di emergenza può divenire occasione per dimostrare l’errore concettuale del Numero Chiuso Universitario e valutare alternative che permettano il libero accesso dei nostri ragazzi al percorso di studi più gradito, senza restrizioni né vincoli di alcuna natura”.

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“Si'” alla “strategia di mitigazione massima del rischio”

Posted by fidest press agency su martedì, 12 maggio 2020

E’ la misura adottata in Italia per la “fase due”, “no” a “riaperture sciagurate” altrove in Europa, che metterebbero a rischio non solo le popolazioni locali ma anche i Paesi partner: e’ la linea fissata in un’intervista con l’agenzia Dire da Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms).
Rispetto alle decisioni dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, con la ripresa oggi delle attivita’ per circa quattro milioni e mezzo di lavoratori, il giudizio e’ positivo. “Credo che il governo abbia scelto una strategia di mitigazione massima del rischio anche rispetto alla mobilita’, ai trasporti e alla vita sociale attorno alle strutture produttive” dice Guerra. “La parola chiave e’ progressivita’ in sicurezza; e’ stata percepita come valida la raccomandazione di garantire un periodo di incubazione di due settimane tra una riapertura e l’altra”.
Secondo il direttore dell’Oms, oggi “si riapre tutto cio’ che ci possiamo permettere di riaprire mantenendo la soglia di replicabilita’ del virus inferiore a uno, che e’ la soglia da osservare per non far riesplodere l’epidemia”. Guerra sottolinea che nelle prossime due settimane “sara’ possibile capire l’impatto delle riaperture” e definisce “storico” che il governo abbia fatto proprio “tutto cio’ che la scienza e’ stata in grado di raccomandare”.
Uno sguardo poi alle priorita’ della fase due. “Il sistema sanitario, pur nella sua regionalizzazione, deve saper identificare in tempi rapidissimi l’insorgenza anche di micro-focolai a livello familiare che potrebbero accompagnare le riaperture” evidenzia Guerra. “Deve essere in grado di diagnosticare entro le 24 ore con tamponi mirati i possibili nuovi positivi, disponendo quarantene con un rafforzamento non solo delle strutture ospedaliere ma anche dei dipartimenti di prevenzione sul territorio che rappresentano il presidio fondamentale per la capacita’ di risposta nella fase due”. Essenziale sarebbe poi “mettere in linea la medicina generale”, definita dal direttore dell’Oms “per ora la grande esclusa rispetto alla risposta di sistema”. La premessa, infatti, e’ che “il medico di medicina generale puo’ garantire una sorveglianza attiva verso i suoi assistiti con una tempestivita’ che nessuna altra struttura in Italia riesce ad assicurare”. Ci sarebbero stati, in questo senso,
segnali incoraggianti. “C’e’ un livello di assunzioni senza precedenti nella storia di ultimi 30 anni” sottolinea Guerra. “Il ministro Roberto Speranza ha garantito l’assunzione di 25.000 nuovi medici, infermieri e operatori del sistema, con quel rafforzamento significativo raccomandato dall’Oms”. L’analisi si fa europea. “C’e’ grande soddisfazione del fatto che il governo italiano abbia intrapreso questo tipo di percorso” dice Guerra. Che avverte: “Riaperture sciagurate in altri Stati metterebbero a rischio non solo le popolazioni locali ma anche i Paesi partner, perche’ esiste una mobilita’ transfrontaliera; dobbiamo ricordarci che il virus in Italia non e’ arrivato dalla Cina ma da altri Stati dell’Ue”. (fonte:newsletter.dire.it)

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Covid-19 e fase 2: Quando si rischia di tornare al lockdown

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

Si stima che la nostra economia non ce la farebbe a reggere a un secondo lockdown, ma almeno il governo si va predisponendo a reggere all’impopolarità di una chiusura, eventuale, in caso di ripresa dei contagi da coronavirus. Tale evenienza andrà valutata con attenzione sulla base dei criteri statistici enunciati da una circolare delle Direzioni generali del Ministero della Salute Programmazione e Prevenzione, che propongono dapprima indici per monitorare l’andamento dei contagi e quindi algoritmi di valutazione del rischio che dicono se ci sono basse o alte probabilità di ripresa dell’onda infettiva. Gli indicatori sono di tre tipologie: la prima processa le capacità del sistema di sorvegliare l’andamento della pandemia, la seconda la capacità di accertamento diagnostico da parte del sistema, la terza l’andamento di due segni di buon contenimento: stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari. Sei gli indicatori sulla capacità di monitoraggio: non c’è allerta e si può continuare con la fase 2 inaugurata ieri se sono indicati in miglioramento almeno il 60% dei nuovi casi sintomatici (calcolati in relazione ai sintomatici censiti), il 60% dei nuovi ricoverati in infettivologia o pneumologia e il 60% dei nuovi ricoverati in terapia intensiva e rianimazione. Deve essere in miglioramento anche il 60% dei nuovi casi censiti per comune di residenza sul totale dei casi censiti: in pratica, non basta il miglioramento dell’indice quantitativo, serve anche la tendenza della qualità di vita. Le regioni devono inoltre avere un miglioramento dei trend clinici nel 50% delle Rsa e se riscontrano criticità non solo non si può superare la soglia del 30% di strutture in cui tali criticità si presentano ma per non “chiudere” tutto serve avere il trend in miglioramento.
Ci sono poi gli indicatori di processo: le cose vanno bene finché nei vari setting – territorio, ospedale, Rsa – resta in diminuzione la percentuale dei tamponi positivi in rapporto ai tamponi complessivi e finché non passano più di 3 giorni di attesa mediana tra il manifestarsi dei sintomi e la diagnosi Covid/no-Covid. Le regioni devono avere numeri di personale adeguato per il contact-tracing, per l’esecuzione di tamponi, di positivi censiti ai quali si è associato un censimento idoneo dei contatti stretti. Infine, gli indicatori di risultato: si resta in Fase 2 innanzi tutto se c’è stabilità di trasmissione, se cioè non si registra un aumento del numero di casi positivi riportati alla Protezione Civile, se il tasso di contagio R0 resta inferiore a 1, se non aumentano i casi settimanali registrati alla rete sentinella Covid.net né i casi giornalieri. Peraltro, nei primi 15-20 giorni dal 4 maggio è atteso un aumento dei casi, quindi questi ultimi due indicatori da soli non funzionano ma, per giustificare un lock-down, vanno valutati insieme all’aumento in regione del numero dei casi segnalati alla Protezione civile, già citato, e del numero dei nuovi focolai di trasmissione. Un focolaio si verifica quando si accertano 2 o più casi collegati tra loro o un aumento inatteso del numero di casi in un tempo ed in una località definiti. Oltre il 90% delle strutture residenziali deve essere Covid-free. Altri due indicatori di stabilità di contagio sono la stabilità dei nuovi casi non associati a catene di infezione note (con questo familiarizzeremo quando parte la tracciatura blue-tooth) e il fatto che gli accessi di pazienti con sintomi Covid non aumentino in più del 50% dei pronti soccorso. Importantissimi i due indicatori di tenuta dei servizi sanitari: non deve essere occupato da pazienti Covid più del 30% dei letti di terapia intensiva e del 40% dei letti in pneumologia od infettivologia.
A questo punto la circolare ipotizza degli scenari individuando algoritmi di valutazione che mettono insieme le combinazioni degli indici citati che possono far propendere per scenari pessimistici ed esemplifica due situazioni. La prima si materializza quando crescono almeno due indici su tre fra aumento dei casi Covid, indice di contagiosità R0 superiore ad 1 e aumento del numero o della taglia dei focolai; in presenza di trasmissione diffusa la probabilità di rischio è alta e si chiudono le città. La seconda si materializza al coincidere tra l’insorgenza di nuovi focolai, ad esempio nelle Rsa, e dei primi segni di sovraccarico delle strutture del servizio sanitario pubblico.
(fonte Doctor33)

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Pandemia e rischi sulle imprese

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

La pandemia in atto impone una riflessione sui rischi attualmente gravanti sulle imprese esposte, da un lato, ad evidenti problemi di natura sanitaria, e, dall’altro, ai possibili fenomeni di organizzazione criminale. Sul tema, il Consiglio e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti hanno pubblicato il documento “Vigilanza e modello di organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/2001 nell’emergenza sanitaria”, nel quale forniscono alcune indicazioni operative ai Commercialisti componenti di organismi di vigilanza che, nelle imprese dotate di modelli organizzativi ai sensi del D.Lgs. 231/2001, sono tenuti a monitorarne la corretta attuazione e il loro stato di aggiornamento.Nelle imprese che hanno adottato un modello organizzativo la vigilanza sui protocolli si fa, infatti, più serrata e i rischi devono essere costantemente monitorati: non solo quello epidemiologico, che evidentemente è il più rilevante in questa fase, ma anche quello di infiltrazione criminosa. Nel documento dei commercialisti si sottolinea che in tale fase diviene ancor più pregnante il ruolo dell’Organismo di vigilanza, chiamato a monitorare costantemente l’osservanza dei protocolli preventivi (in primis quelli di sicurezza sanitaria) da parte delle imprese e a comunicare agli amministratori le eventuali criticità riscontrate, sollecitandone il tempestivo intervento.Il documento individua sinteticamente i principali “rischi 231” connessi all’emergenza sanitaria e fornisce ai professionisti e agli organi societari una check-list esemplificativa delle attività di vigilanza che si rendono opportune in questa fase. Il tutto tenendo ben presente la circostanza che, non essendo munito di poteri di intervento, l’Organismo di vigilanza non potrà in alcun modo essere chiamato a rispondere in caso di omessa adozione da parte dell’impresa delle misure suggerite.

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Coronavirus: a rischio i diritti umani e la protezione dei rifugiati nel lungo periodo, avverte UNHCR

Posted by fidest press agency su sabato, 25 aprile 2020

La pandemia da coronavirus ha aggravato la condizione delle persone in fuga da guerre, conflitti e persecuzioni. In una fase in cui i Paesi di tutto il mondo lottano per proteggere i propri cittadini e le proprie economie, le norme fondamentali di diritto in materia di rifugiati e diritti umani sono a rischio.“I principi fondamentali in materia di protezione dei rifugiati attualmente sono messi a dura prova – tuttavia, a coloro che sono costretti a fuggire da conflitti e persecuzioni non deve essere negata la possibilità di mettersi in salvo e ottenere protezione col pretesto, quand’anche si tratti solo di un effetto collaterale, della lotta contro il virus”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stima che siano 167 i Paesi che, ad oggi, hanno imposto la chiusura totale o parziale delle proprie frontiere al fine di contenere la diffusione del virus. Gli Stati che non stanno ammettendo eccezioni a favore delle persone in cerca di asilo sono almeno 57.Nonostante guerre e violenze in diverse aree del mondo continuino, tali misure stanno di fatto sospendendo il diritto di chiedere asilo. Le persone in cerca di sicurezza e rifugio sono respinte ai confini di terra o in mare e ricondotte o trasferite verso altri Paesi nei quali potrebbero essere esposte a minacce gravi alle loro vite o alle loro libertà. Le misure adottate a livello nazionale per contrastare la diffusione del virus stanno producendo effetti su vasta scala. Osserviamo un utilizzo sproporzionato della detenzione quale strumento di gestione dell’immigrazione, un aumento dei rischi di esposizione a violenza sessuale e di genere, restrizioni discriminatorie all’accesso ai servizi sanitari e sociali e una perdita drastica in termini di mezzi di sostentamento che stanno spingendo numerosi rifugiati e altre persone ai margini della società, in condizioni di profonde povertà e indigenza.L’UNHCR ha rivolto ripetuti appelli agli Stati affinché gestiscano l’imposizione di restrizioni alle frontiere in modo da garantire, allo stesso tempo, il rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati, anche mediante l’implementazione di misure quali la quarantena e i controlli medici.Le domande di asilo possono essere prese in carico ed esaminate anche a distanza laddove le restrizioni correlate ai rischi sanitari dovessero vietare lo svolgimento di colloqui di persona. È possibile adottare anche altre misure di protezione, quali quelle che prevedono l’estensione automatica della validità dei badge identificativi o dei permessi di soggiorno per garantire a rifugiati e richiedenti asilo accesso ad assistenza sanitaria e altri servizi.“Se, nella pratica, gli approcci per rispondere alle esigenze della realtà odierna possono essere adeguati, il diritto di cercare asilo può e deve essere difeso anche nel corso di questa crisi di salute pubblica di portata globale”, ha affermato Filippo Grandi.“Diversamente, il rischio è che il rispetto di norme, leggi e politiche in materia di diritti umani, tanto fondamentali per assicurare protezione ai rifugiati disperatamente in cerca di sicurezza, potrebbe essere pregiudicato al punto da richiedere diversi anni per riacquistare valore”

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Rischio malattia dell’occhio secco

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2020

Oggi, con scuole e università chiuse durante questa emergenza sanitaria globale senza precedenti, il tempo di esposizione agli schermi si è moltiplicato in maniera esponenziale e le attività di smart-schooling sono divenute obbligatorie per il proseguimento della didattica scolastica ed universitaria. Gli esperti internazionali della Società Scientifica americana TFOS (Tear Film & Ocular Surface Society) hanno deciso di realizzare un breve e allegro video, destinato proprio agli studenti ed ai loro genitori in isolamento, per insegnare loro a fare delle pause dalla visione di fronte agli schermi e riposare gli occhi con la regola 20-20-20. Il video è disponibile su YouTube per la diffusione libera: https://youtu.be/HMg0TSRJ89c Come afferma il Prof. Stefano Barabino, responsabile del Centro Superficie Oculare e Occhio Secco dell’Ospedale L. Sacco di Milano: “L’esposizione prolungata a schermi digitali determina una più rapida evaporazione del film lacrimale, quel sottile strato di liquido che riveste la superficie oculare. Il motivo risiede nello scarso o incompleto ‘ammiccamento’,‘blink’ in inglese: gli occhi vengono strizzati meno di frequente e questo rallenta la diffusione del film lacrimale sulla superficie dell’occhio con conseguenze che vanno dall’affaticamento al bruciore, dall’irritazione al dolore. Se lo stimolo persiste a lungo questo provoca una infiammazione che può diventare cronica. Studi hanno dimostrato che la visione di fronte a schermi digitali determina una diminuzione del rateo di ammiccamento del 40%”. Sbattere le palpebre serve a mantenere intatto il film lacrimale, un sottile strato di acqua e lipidi (grassi) sulla superficie dell’occhio che ci fa vedere nitidamente e ci protegge da corpi estranei e sostanze irritanti. Fissare gli schermi per periodi prolungati di tempo significa sbattere le palpebre meno frequentemente e aumentare il rischio di sviluppare i sintomi della malattia dell’occhio secco.
La malattia dell’occhio secco colpisce milioni di persone in tutto il mondo ed è una delle principali cause di visita oculistica. Questa malattia sintomatica è caratterizzata da un film lacrimale instabile e più concentrato (chiamato iperosmolare), che porta ad un aumento dell’infiammazione con conseguenti danni alle strutture e ai nervi degli occhi. La secchezza oculare da moderata a grave può alterare la qualità della vita e può essere associata a dolore agli occhi, limitazioni nell’esecuzione di attività quotidiane (ad esempio lettura, guida, uso di dispositivi digitali), privazione del sonno, riduzione dell’energia, cattiva salute generale e spesso depressione. Ulteriori informazioni su TFOS sono disponibili su http://www.tearfilm.org.

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“Aggiornamento multi-asset mensile: arginare la volatilità in un contesto di premi al rischio elevati”

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

A cura di Maya Bhandari, Gestore Multi-asset di Columbia Threadneedle Investments. I costi complessivi legati al Covid-19 per la sanità pubblica e l’economia sono al momento impossibili da quantificare. Nella scelta del loro approccio sanitario, le autorità hanno dovuto soppesare i costi umani legati alla saturazione delle unità di terapia intensiva e quelli generati dall’aumento della disoccupazione, dal crollo degli investimenti e dalla distruzione della domanda dovuti alle misure di distanziamento sociale. Com’è comprensibile, i governi hanno scelto di mettere la salute dei cittadini davanti agli interessi economici.Tuttavia, governi e banche centrali hanno anche cercato di utilizzare i propri bilanci per attuare misure di allentamento senza precedenti, volte a preservare la struttura delle rispettive economie nel breve termine. Tra questi provvedimenti figurano prestiti agevolati alle imprese, incentivi alle PMI e alle famiglie, la creazione di massicci veicoli a sostegno del credito per grandi datori di lavoro e l’assicurazione di un sostegno salariale ai lavoratori.La prima è che le valutazioni sono molto più basse. Gli spread del credito societario sembrano ricompensare gli investitori per i tassi di insolvenza nettamente superiori a qualunque massimo registrato in questo secolo: i differenziali delle obbligazioni investment grade sono ad esempio triplicati a oltre 300 pb quest’anno. Nel frattempo, i listini azionari presentano quotazioni pari o prossime ai rispettivi valori contabili, il che suggerisce un incremento asimmetrico dei rendimenti in futuro.Sappiamo anche che le autorità politiche hanno reagito in tempi sorprendentemente rapidi con provvedimenti di enorme portata. Anche se le politiche monetarie e fiscali non permettono di curare il Covid-19, queste misure possono gestire e in ultima analisi risolvere le distorsioni osservate nei mercati del reddito fisso, garantendo il buon funzionamento del sistema finanziario. Questi interventi possono inoltre gestire il rischio di un incremento vertiginoso della disoccupazione, che con ogni probabilità non farebbe altro che aggravare e prolungare la crisi.La terza cosa che sappiamo è che lo shock per l’attività economica sarà molto forte nel breve periodo, in quanto diversi settori hanno di fatto interrotto la propria attività. Molti degli indicatori che seguiamo non rispecchiano ancora l’improvviso arresto dell’attività economica, ma ciò che più conta è come il mondo reagirà nel 2021-2022.Continuiamo a considerare la pandemia di Covid-19 come uno shock grave ma temporaneo e siamo dell’avviso che, pur non essendo in grado di preservare perfettamente il funzionamento dell’economia globale, le autorità si sono dimostrate determinate ad evitare che questa crisi della sanità pubblica sfoci in una crisi finanziaria più profonda.
Sia le azioni che le obbligazioni societarie offrono premi al rischio considerevoli. Tuttavia, anche la volatilità assoluta dei mercati delle obbligazioni societarie appare elevata, al punto tale da aver causato un netto incremento delle correlazioni con le azioni. Pertanto, pur restando esposti al reddito fisso e alle azioni, a marzo abbiamo anche aumentato progressivamente la quota di liquidità, fino a raggiungere un livello senza precedenti del 10,5%. Oltre che ad arginare la volatilità del fondo, questa modifica ci fornisce anche “munizioni” liquide che cercheremo di impiegare non appena scorgeremo segnali che il peggio è passato.Stiamo inoltre sfruttando la nostra strategia basata su opzioni call coperte, che rappresenta un’importante fonte di reddito e ci permette di controllare la volatilità del portafoglio. A seguito dei forti aumenti della volatilità implicita e realizzata, le opzioni call di marzo sono state vendute out-of-the-money di circa il 10% (a fronte dell’1,5% in condizioni di mercato “normali”), ma hanno comunque permesso di catturare da tre a quattro volte i premi medi, tenendo conto degli obiettivi di reddito, crescita del capitale e di controllo della volatilità del fondo.

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