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Pillola ‘multi-tasking’ per trattare il fattore di rischio ‘occulto’

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

La scarsa aderenza alla terapia va considerata come un vero e proprio fattore di rischio cardiovascolare. Ma è un fattore di rischio ‘occulto’, del quale il medico spesso non si rende conto. Si tende infatti a non considerare l’eventualità che il paziente possa non prendere i farmaci o non li assuma regolarmente. “Una possibile soluzionecontroil fattore di rischio ‘occulto’ è la polipillola – afferma il professor Massimo Volpe, Presidente della SIPREC – cioè una combinazione fissa di farmaci appartenenti a diverse categorie (ad esempio antipertensivi, anti-colesterolo, magari anche con l’aggiunta di aspirina) all’interno di un’unica pillola. Numerosi studi e una recentissima metanalisi di Lancet hanno dimostrato come la terapia di combinazione inserita in una polipillolapossa garantire un’efficace protezione cardiovascolare,determinando una riduzione di quasi il 40% degli eventi e mortalitàcardiovascolari nei pazienti in prevenzione primaria”. “Può sembrare lapalissiano – afferma il professor Giovambattista Desideri, direttore Cattedra di Geriatria Università de L’Aquila, ordinario di Medicina Interna e Geriatra – ma il cuore del problema è che i farmaci funzionano solo in chi li prende. Se parliamo ancora di problema dell’aderenza è perché la non adeguata osservanza da parte del paziente della prescrizione del medico, in termini di numero di farmaci e di tempi di assunzione, rappresenta ancora uno dei principali determinanti del non completo successo terapeutico degli interventi di prevenzione. Si stima che meno della metà dei pazienti con problematiche croniche, quali ipertensione o dislipidemia,sia adeguatamente aderente ai trattamenti prescritti e, dopo un anno dalla prima prescrizione, meno del 50% dei pazienti continui ad assumere con regolarità il trattamento, come dimostrano i dati l’Osservatorio sull’Uso dei Farmaci in Italia.Ma la ‘colpa’ non è certo solo del paziente. Oltre alla scarsa disponibilità e convinzione del paziente, c’è anche la scarsa disponibilità del medico a spiegare l’importanza di un’adeguata prevenzione e la sua inerzia nell’adeguare il trattamento. “Solo una parte, una quota insoddisfacente, dei nostri pazienti– ammette il professor Desideri – raggiungere il target di trattamento. In Italia, dove si contano 18 milioni di ipertesi, molti non assumono alcun farmaco e molti altri sono trattati in maniera non soddisfacente;mediamente nel nostro Paese circa il 60% dei pazienti ipertesi raggiunge l’obiettivo terapeutico (inferiore a 140/90 mmHg). Stesso discorso vale per la colesterolemia,meno diun terzo dei pazienti ad alto rischio raggiunge il target terapeutico (inferiore a 70 mg/dl di colesterolo LDL)”.Il terzo determinante della mancata aderenza, forse il più importante, è la complessità dello schema farmacologico. “Se mettiamo il paziente in condizione di dover assumere una manciata di farmaci al giorno – riflette il professor Desideri – è piuttosto improbabile che possa seguirelo schema con precisione”. Ma la novità degli ultimi anni è la possibilità di avere all’interno della stessa compressa farmaci di categorie di diverse, come quelli che riducono la pressione e la colesterolemia. E questo è il concetto di polipillola. “Queste combinazioni di farmaci di classi diverse (antipertensivi e ipolipemizzanti)– afferma il professor Desideri – hanno ormai profonde evidenze di efficacia e semplificano la gestione terapeutica del paziente. Dunque una soluzione ottima, ma non per tutti. Nonpossiamo trattare un paziente che non abbia mai assunto un farmaco antipertensivo o ipolipemizzante con unapolipillola; questa è invece un’ottima soluzione per i pazienti che stiano già assumendo quei principi attivi; riunire quei farmaci nella stessa compressa, semplificalo schema terapeutico e garantisce una maggior aderenza. I risultati di una meta-analisi presentata all’ultimo congresso della European Society of Cardiology e pubblicata su Lancetdimostrano che una polipillolacontenente almeno 2 farmaci antipertensivi, una statina ed eventualmente aspirina a basse dosi, riduce del 48% il rischio di infarto miocardico, dell’ictus del 41% e della morte per cause cardiovascolari del 35% in prevenzione primaria (cioè in soggetti che non avevano ancora avuto eventi cardiovascolari).

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Il meeting BCE e il rischio pandemico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 settembre 2021

A cura di Fabio Castaldi, Investment manager di Pictet Asset Management. Nonostante il recente incremento dell’inflazione e le esternazioni di alcuni falchi del board della BCE come Holzmann e Weidmann, riteniamo che possano ancora prevalere le colombe del direttorio (almeno nella riunione della settimana prossima), nel contesto di un potenziale aumento del rischio pandemico in autunno. Il rafforzamento dell’Euro sulla scia di un possibile annuncio di tapering da parte della BCE (in anticipo su quello ancora incerto della FED), rappresenterebbe peraltro un rischio non gradito in questa fase iniziale di ripartenza dell’economia. La fiammata inflazionistica, con ogni probabilità di natura transitoria, osservata nei mesi recenti non rappresenta infatti un elemento che possa giustificare un cambio di rotta durante la riunione di giovedì prossimo. Per quanto riguarda il PEPP, si tratta di un programma specifico creato per fronteggiare la crisi innescata dalla Pandemia. Fintanto che i “dowside risk” legati al Covid 19 e alle sue varianti non siano superati, gli argomenti per definire il termine di tale programma sono prematuri. La fase invernale sarà sicuramente decisiva per valutare se i rischi legati alla Pandemia si possano descrivere come superati e, pertanto, una valutazione circa la possibile conclusione del PEPP a marzo prossimo potrà essere fatta solo in prossimità di tale scadenza. Gli acquisti della BCE sotto il programma del Pepp (“generosi” per i Paesi periferici) rappresentano una variabile importante anche per i mercati obbligazionari europei. Altrettanto importante sarà l’esito delle elezioni di fine settembre in Germania. Dovesse prevalere una maggioranza di centro-sinistra (come i recenti sondaggi sembrano indicare), politiche fiscali espansive in Germania ed altrove spingerebbero i rendimenti al rialzo in assoluto, ma con spread periferici in restringimento. Questo scenario, accompagnato da un PEPP ancora a pieno regime, andrebbe a premiare posizioni in acquisto della periferia europea (BTP in testa) e in vendita di Bund tedeschi.

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Covid-19, la variante Delta raddoppia il rischio di ricovero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

La variante Delta di Sars-CoV-2 raddoppia il rischio di ricovero per Covid-19 rispetto alla variante Alfa. A confermarlo è un nuovo studio britannico, il più ampio finora condotto, che ha analizzato più di 40mila casi confermati dal sequenziamento in Inghilterra tra il 29 marzo e il 23 maggio 2021. La probabilità di aver bisogno di visite di emergenza o di ricovero ospedaliero era anche 1,5 volte maggiore per le persone infette dalla Delta rispetto a quelle colpite da Alfa. I risultati del lavoro suggeriscono che le epidemie sostenute da questa variante, ormai prevalente in Europa, “possono portare a un onere maggiore sui servizi sanitari” rispetto a quelle provocate dal mutante Alfa ormai scalzato dalla sua posizione dominante, “in particolare nelle persone non vaccinate e in altre popolazioni vulnerabili”, è l’allarme lanciato dagli autori dello studio. I ricercatori mettono in guardia soprattutto dall’aumento del rischio di ospedalizzazione tra le persone non vaccinate o parzialmente vaccinate, poiché questi costituivano la maggior parte dei casi esaminati nello studio. La variante Delta è stata segnalata per la prima volta in India nel dicembre 2020 e i primi studi avevano subito rilevato che è fino al 50% più trasmissibile rispetto alla variante Alfa, identificata per la prima volta nel Kent, Regno Unito. Ora questo lavoro conferma un rischio di ricovero all’incirca doppio per i contagiati da Delta rispetto a chi si è infettato con l’Alfa. Anche il rischio di andare in ospedale per cure di emergenza o di essere ricoverati entro 14 giorni dall’infezione è una volta e mezzo maggiore rispetto alla variante Alfa (1,45 volte).Questo nuovo studio si basa sui casi “confermati da sequenziamento dell’intero genoma, che è il modo più accurato per determinare la variante virale”. Le sue conclusioni sono in linea con risultati precedenti, arrivati per esempio da uno studio preliminare condotto in Scozia che già aveva segnalato un raddoppio del rischio di ospedalizzazione e supportava il sospetto che la Delta fosse associata a una malattia più grave. “La maggior parte dei casi inclusi nell’analisi erano non vaccinati – precisa Gavi Dabrera, del National Infection Service, Public Health England (Phe), uno degli autori principali dello studio -. Sappiamo già che la vaccinazione offre un’eccellente protezione contro Delta e poiché questa variante rappresenta oltre il 98% dei casi di Covid nel Regno Unito, è fondamentale che coloro che non hanno ricevuto due dosi di vaccino lo facciano il prima possibile. È comunque importante in caso di sintomi rimanere a casa e fare un tampone il prima possibile”. Durante il periodo di studio, ci sono stati in totale 34.656 casi della variante Alfa (80%) e 8.682 casi della Delta (20%). Ma la proporzione di casi Delta è andata crescendo fino ad arrivare a pesare per circa i due terzi dei nuovi casi nella settimana a partire dal 17 maggio 2021 (65%, 3.973/6.090), e segnando il sorpasso sull’Alfa in Inghilterra. Circa un paziente su 50 è stato ricoverato in ospedale entro 14 giorni dal primo test positivo (2,2% dei casi Alfa, 2,3% dei Delta). E, tenendo conto di tutti i fattori noti per influenzare la suscettibilità a Covid grave, hanno calcolato un rischio più che raddoppiato di ricovero con la variante Delta (2,26 volte più alto). In questo studio solo l’1,8% dei casi (con entrambe le varianti) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino; il 74% non era vaccinato e il 24% aveva solo una dose. Gli autori fanno notare che non è quindi possibile trarre conclusioni statisticamente significative su come il rischio di ospedalizzazione differisca tra le persone vaccinate che successivamente sviluppano infezioni Alfa e Delta. I risultati di questo studio ci parlano quindi principalmente del rischio di ricovero ospedaliero per coloro che sono non vaccinati o parzialmente vaccinati. “La nostra analisi evidenzia che, in assenza di vaccinazione, qualsiasi epidemia Delta imporrà un onere maggiore all’assistenza sanitaria rispetto a un’epidemia di Alfa”, conclude Anne Presanis, statistico senior dell’università di Cambridge e uno degli autori principali dello studio, che è stato condotto da ricercatori della Public Health England e dell’Università di Cambridge e finanziato da UK Research and Innovation, Medical Research Council, Department of Health and Social Care del governo britannico e National Institute for Health Research. (fonte: DoctorNews33)

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Rischio d’inflazione oppure no?

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio. La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali. L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che “per la prima volta dagli anni ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva”. E’ la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa e non solo. I lockdown hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. I dati raccolti dal 2019 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre del 2021 e dovrebbe azzerarsi all’inizio del 2022. Sia chiaro. Nessuno mette in discussione il fatto che i governi e le banche centrali intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri senza compromettere lo sforzo fatto finora. Il livello d’inflazione tollerabile è, quindi, cruciale. Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali, tanto che da marzo 2020 a giugno 2021 il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro e quello della Fed è raddoppiato, passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari. E’ vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si finanzieranno i disavanzi? Si rischia una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato avrebbe effetti preoccupanti per l’economia. Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Federal Reserve hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente “transitorio”. Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, “transitorio” è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare. Se la Fed si sbaglia nel ritenere che l'attuale aumento dell'inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità nei loro mercati, con tassi più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. I debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi. C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di “inflazione controllata” del 4-6 % annuo per diversi anni per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta». Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose. Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista.

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L’assistenza medica di base è già a rischio

Posted by fidest press agency su domenica, 11 luglio 2021

“Da Palermo ad Agrigento, passando per Trapani, si assiste ad uno scenario surreale. Quasi la metà delle guardie mediche ordinarie sono senza medici titolari e quelle turistiche senza medici, mettendo a serio rischio l’assistenza sanitaria di base. E’ uno degli effetti della mancata rimodulazione e smantellamento delle Unità speciali di continuità assistenziale del territorio (Usca) deciso in solitudine dall’assessorato regionale della Salute e dal commissario per l’emergenza Costa. Personale Usca peraltro in esubero rispetto alle percentuali ministeriali stabilite per numero di abitanti”. Lo hanno detto il segretario regionale generale Fimmg Sicilia Luigi Galvano e il segretario Ca Luigi Tramonte, ascoltato ieri pomeriggio in Commissione Sanità dell’Ars sulle criticità della riorganizzazione delle Usca. “Pensare di tracciare i positivi – hanno spiegato i rappresentanti regionali della Federazione italiana dei medici di famiglia – concentrando all’hub alla Fiera del Mediterraneo tutti i medici, sanitari e amministrativi dei distretti di un’area metropolitana così grande come quella della provincia di Palermo, significa spogliare la medicina del territorio e costringere le persone a percorrere anche più di 150 chilometri di strada per arrivare ad un hub, oggi semivuoto e dove già operano circa 1200 operatori contrattualizzati”.“Una rimodulazione delle Usca così centralizzata – secondo la Fimmg – sconfessa ancora una volta il tracciamento di prossimità dei positivi e dei contatti stretti stabilito dal Commissario Figliuolo. Il risultato è che ad oggi la Sicilia resta inchiodata all’ultimo posto per copertura vaccinale e, al di là delle piccole oscillazioni giornaliere, quasi sempre resta la prima regione del Paese per nuovi casi di contagio. Tutto questo, in un momento in cui cresce e preoccupa, soprattutto nelle zone turistiche, la variante Delta, già diffusa in Italia per oltre il 25%, e l’aumento dei contagi per la crescita dei contatti sociali, viaggi e l’allentamento delle restrizioni sociali”.

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“Le valutazioni aggiornate sul rischio di default delle imprese italiane”

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 giugno 2021

“Esse evidenziano un impatto severo della pandemia, soprattutto in alcuni settori, ma con un quadro migliore rispetto a quello previsto negli scorsi mesi. Il miglioramento riflette il buon ritmo della campagna vaccinale, che ha ridotto l’incertezza sui tempi di una piena riapertura della nostra economia. Sono i risultati di elaborazioni condotte su un campione molto ampio di 640 mila società di capitali non finanziarie, indebitate per 846 miliardi di euro con il sistema finanziario nel 2019, impiegando le valutazioni del Cerved Group Score, un indice di rischio ampiamente utilizzato sul mercato per valutare la probabilità di default delle controparti e proiezioni dei bilanci per il 2020. Secondo le analisi, quasi la metà delle imprese analizzate (il 49,5%) ha avuto un downgrade del proprio score dopo la pandemia, la quota più alta registrata dal 2009. Il numero di società “rischiose”, con un’alta probabilità di default a 12 mesi, è passato da 75 mila nel 2019 (l’11,8% del campione) a 120 mila (il 18,7%). In uno scenario severo, la quota di imprese rischiose salirebbe al 20,7%, una percentuale sensibilmente più bassa rispetto al 32,3% stimato lo scorso anno, quando l’incertezza sull’evoluzione della pandemia, sui suoi effetti sulle imprese e sul successo delle misure emergenziali per mitigarne l’impatto era molto maggiore. Secondo le proiezioni sui bilanci del 2020, ka liquidità garantita immessa nel sistema ha fatto aumentare i debiti finanziari delle società analizzate di oltre 90 miliardi, portandoli a 937 miliardi di euro (+10,7%). Questo è coinciso con uno spostamento delle imprese verso le classi più rischiose, con il risultato che il volume di debiti finanziari nelle società a maggiore rischio di default è più che raddoppiato, passando da 63,2 miliardi di euro (il 7,5%) a 135 miliardi (il 14,4%).Secondo le proiezioni sui bilanci del 2020, la liquidità garantita immessa nel sistema ha fatto aumentare i debiti finanziari delle società analizzate di oltre 90 miliardi, portandoli a 937 miliardi di euro (+10,7%). Questo è coinciso con uno spostamento delle imprese verso le classi più rischiose, con il risultato che il volume di debiti finanziari nelle società a maggiore rischio di default è più che raddoppiato, passando da 63,2 miliardi di euro (il 7,5%) a 135 miliardi (il 14,4%). Il rischio è aumentato in tutte le dimensioni di impresa, ampliando ulteriormente il gap tra le imprese minori e quelle più grandi: la quota di società rischiose scende dal 20,5% delle microimprese al 14,5% delle piccole, al 12,1% delle medie fino all’8,3% delle grandi società. Le società di maggiore dimensione sono le più solide, ma anche quelle che ricorrono più al mercato finanziario ed è tra queste che si concentra il volume maggiore di debiti con più alta probabilità di insolvenza: nei bilanci di 515 grandi società ad alto rischio i debiti finanziari nel 2020 ammontano infatti a 56,5 miliardi di euro, una cifra che supera i debiti a rischio delle micro (32 miliardi), delle piccole (22) e delle medie (24) a più alta probabilità di default. La particolare natura asimmetrica della crisi indotta dal Covid-19 ha determinato effetti fortemente diversificati tra i settori. A livello aggregato, gli impatti sono stati più forti nel settore dei servizi alle imprese e alle famiglie; conseguenze solo marginali nella filiera agroalimentare e soprattutto nella chimico-farmaceutica. Le quote più alte di debiti finanziari nei bilanci di imprese rischiose, nel 2020, si osservano nel comparto dei servizi B2B e B2C (25,3%) e nel real estate (30%). Un’analisi di maggiore dettaglio indica che in alcuni settori gli impatti del Covid rischiano di essere devastanti. La quasi totalità dei debiti finanziari delle società che organizzano fiere e convegni (il 95%) sono nei bilanci di imprese “rischiose”, in aumento dal 17,3% del periodo pre-Covid. Situazione difficile anche per le agenzie di viaggio e per i club sportivi, per cui i debiti a rischio ammontano circa all’80%; nel caso dei club sportivi, pesano soprattutto le difficoltà delle società di serie A. In forte crescita anche il numero di imprese rischiose nella ristorazione, con una percentuale che è passata dal 17,3% al 43,1% (pari a circa 14 mila ristoranti). Il rischio di default è aumentato in tutta la Penisola, con un ulteriore ampliamento dei divari territoriali, dovuto alla maggiore presenza di società di minore dimensione nel Centro-Sud. La quota di società rischiose è più bassa in Friuli Venezia Giulia (13,3%), Veneto (13,5%) e Trentino (13,7%), mentre supera il 20% nel Lazio e in tutte le regioni meridionali, tra le quali le quote risultano particolarmente elevate in Calabria (28%), Molise (26,8%) e Sardegna (26,2%).” Così nel report “Up&Down – Come cambia il rischio delle imprese” rilasciato nel Giugno 2021 da Cerved.

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Tumore al polmone: ridotto del 28% il rischio morte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 giugno 2021

Nei pazienti colpiti dalla forma più comune di tumore del polmone, quella non a piccole cellule, l’immunoterapia associata a cicli limitati di chemioterapia, cioè due invece dei “classici” quattro, riduce del 28% il rischio di morte e del 33% il rischio di progressione della malattia. Non solo, il 38% dei pazienti che hanno ricevuto la duplice terapia immuno-oncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con 2 cicli di chemioterapia, era vivo a due anni rispetto al 26% di quelli trattati con la sola chemioterapia. Sono i dati principali dello studio di fase 3 CheckMate -9LA, presentato oggi in una sessione orale al Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO), in corso fino all’8 giugno in forma virtuale.“Nel 2020 in Italia sono state stimate quasi 41.000 nuove diagnosi di tumore del polmone – afferma Cesare Gridelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda Ospedaliera ‘Moscati’ di Avellino -. È una neoplasia particolarmente difficile da trattare, perché circa il 70% dei casi è scoperto in fase avanzata. E la sopravvivenza a 5 anni per le persone con carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico non supera il 6%. Da qui l’importanza di nuove opzioni terapeutiche. Lo studio CheckMate -9LA ha coinvolto più di 700 pazienti ed ha un disegno innovativo. Innanzitutto la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, consente di ottenere un meccanismo d’azione completo e sinergico, perché diretto verso due diversi checkpoint (PD-1 e CTLA-4). L’ulteriore vantaggio di questo schema terapeutico è rappresentato dall’utilizzo di cicli limitati di chemioterapia, che permette di ridurre gli effetti collaterali. Si tratta di un grande beneficio per i pazienti, anche da un punto di vista psicologico, perché la chemioterapia fa ancora paura. Il paziente, in meno di un mese, termina la chemioterapia e prosegue il trattamento con l’immunoterapia”. “La duplice terapia immuno-oncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con due cicli di chemioterapia, in prima linea nel tumore metastatico – spiega il Prof. Gridelli -, ha evidenziato miglioramenti sia nella sopravvivenza globale che in quella libera da progressione di malattia. In particolare, a un follow up esteso a due anni, l’associazione ha continuato a mostrare un miglioramento duraturo della sopravvivenza globale nel confronto con la sola chemioterapia, con una mediana di 15,8 mesi rispetto a 11 mesi. Anche la durata della risposta ha raggiunto 13 mesi rispetto a 5,6 mesi con la sola chemioterapia. E questi benefici si sono mantenuti indipendentemente dal livello di espressione di PD-L1 e dall’istotipo, squamoso o non squamoso”. Proprio oggi l’ASCO premia il Prof. Gridelli con il “B.J. Kennedy Award for Scientific Exellence in Geriatric Oncology”, prestigioso riconoscimento che attesta il contributo decisivo nella ricerca, diagnosi e trattamento dei tumori negli anziani. Cesare Gridelli dedica la sua lettura alla gestione del tumore del polmone non a piccole cellule avanzato nel paziente anziano. Il valore della produzione scientifica del Prof. Gridelli è testimoniato da un parametro molto elevato, che si basa sul numero di pubblicazioni e di citazioni ricevute (H-index pari a 69).

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Yemen: si amplia il sostegno del WFP nelle aree a rischio carestia

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 Maggio 2021

L’agenzia ONU World Food Programme (WFP) sta aumentando il ivello di assistenza alimentare nei luoghi di maggiore fame in Yemen nello sforzo di prevenire una devastante carestia. Tuttavia, rimane incerta la capacità dell’agenzia di mantenere questo livello di risposta fino alla fine dell’anno a causa delle limitate previsioni di finanziamento.“La continua fragilità in Yemen, associata ai fattori persistenti alla base dell’insicurezza alimentare, ha messo lo Yemen in condizioni di acuta vulnerabilità ad un peggioramento dei livelli della fame, e delle condizioni per la carestia”, ha detto Laurent Bukera, Direttore WFP in Yemen. “L’escalation del conflitto, il declino economico, l’aumento dei prezzi mondiali dei beni e il COVID-19 hanno tutti insieme contribuito all’allarmante aumento della fame acuta nell’ultimo anno”.Quasi 50.000 persone vivono già in condizioni simili alla carestia e 5 milioni di persone vi sono pericolosamente vicine, con un bambino che muore ogni 10 minuti per malattie prevenibili come la diarrea, la malnutrizione ed infezioni del tratto respiratorio.Per rispondere a questi bisogni acuti, il WFP a febbraio ha ripreso le distribuzioni mensili per 350.000 persone in 11 distretti che vedono condizioni simili alla carestia (livello 5, il massimo, dell’Integrated Phase Classification*).Ad aprile e maggio di quest’anno, dopo la conferma di nuovi finanziamenti, il WFP ha iniziato ad aumentare l’assistenza a circa 6 milioni di persone nei 9 governatorati con i tassi più alti di “insicurezza alimentare emergenziale” (IPC4): Hajjah, Al Jawf, Amran, Al Hodeidah, Raymah, Al Mahwit, Sa’ada, Dhamar e Taiz. A partire da giugno, queste persone riceveranno di nuovo razioni alimentari complete ogni mese.Il WFP sostiene un totale di 12,9 milioni di persone con assistenza alimentare in Yemen, dando priorità alle aree con i tassi più alti di insicuezza alimentare e fornendo sostegno rapido a famiglie sfollate a causa del conflitto, come nel governatorato di Marib. Tuttavia, ad aprile 2020, in un contesto operativo difficile e tenuto conto dei ridotti finanziamenti, il WFP è stato costretto a fornire assistenza ogni due mesi invece che ogni mese, nelle aree settentrionali dello Yemen.Quest’anno, i donatori hanno finora contribuito con quasi 947 milioni di dollari agli sforzi del WFP nella prevenzione della fame in Yemen, incluso un forte sostegno da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Germania e Unione europea. Il servizio di monitoraggio del WFP della sicurezza alimentare, che registra i consumi di cibo, la varietà alimentare e strategie di adattamento a livello alimentare, mostrerà presto l’impatto del graduale potenziamento dell’assistenza, come già successo con il significativo aumento di assistenza nel 2019 nel momento dell’ultima minaccia di carestia.“Inizieremo a vedere gli effetti nei prossimi mesi, ma i primi miglioramenti saranno fragili”, è l’allarme di Bukera. “La capacità del WFP di mantenere una risposta di questo livello fino alla fine dell’anno rimane incerta. Sono necessari, immediatamente, finanziamenti continuati, prevedibili e flessibili, altrimenti vedremo sfumare ogni progresso fatto e i bisogni cresceranno rapidamente in quello che è un contesto operativo difficile ed imprevedibile”.La fame è aumentata in Yemen con il deteriorarsi del conflitto, che costringe le famiglie ad abbandonare le proprie case per la terza o addirittura la quarta volta con la guerra che entra nel suo settimo anno. Con gli aumenti dei prezzi alimentari – fino al 200 per cento rispetto a prima del conflitto –il cibo è fuori dalla portata per milioni di persone. In aggiunta, una seconda mortale ondata di Covid-19 sta attraversando il paese e il sistema sanitario non riesce a farvi fronte.Come chiaramente espresso nella Risoluzione 2417 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – votata esattamente tre anni fa – il ciclo corrosivo di fame e conflitti segnala come solo la pace può essere una soluzione duratura alla crisi della fame in Yemen. Fino a quando ciò non avverrà, l’assistenza umanitaria sarà vitale mentre devastanti potrebbero essere, per i yemeniti, le conseguenze di un altro deficit di finanziamenti.

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La gestione del rischio legato al cambiamento climatico: considerazioni e ostacoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

A cura di Chris Wagstaff, Responsabile pensioni ed educazione all’investimento di Columbia Threadneedle Investments. Cosa devono chiedersi i proprietari di attivi prima di adottare una politica efficace di gestione del rischio legato al cambiamento climatico? Quali sono gli ostacoli da superare in fase di attuazione? Il cambiamento climatico è un rischio sistemico globale che riveste un ruolo sempre più importante ai fini della gestione del rischio. Ma nel formulare e quindi adottare una politica di gestione del rischio legato al cambiamento climatico, i proprietari di attivi devono porsi alcune domande chiave e considerare una serie di aspetti fondamentali. Tra questi figurano: Capire a che punto del processo di costruzione del portafoglio vanno inglobate le considerazioni sulla gestione del rischio legato al cambiamento climatico e se queste debbano costituire input primari o secondari. In molti casi, la gestione del rischio legato al cambiamento climatico è parte integrante della selezione dei gestori ma probabilmente secondaria rispetto a fattori quali il tasso di rendimento richiesto, i parametri di rischio, la diversificazione e la liquidità nel determinare l’asset allocation strategica, che possono incidere in maniera significativa sul profilo di rischio/rendimento, sulla diversificazione e sulle caratteristiche di liquidità del portafoglio.Se allineare o meno i portafogli agli obiettivi dell’Accordo di Parigi,come hanno cominciato a fare molti titolari di attivi, anche in vista di una probabile evoluzione in tale direzione del quadro normativo. Non si tratta di un compito facile in quanto non esiste un unico approccio riconosciuto per misurare e valutare l’allineamento delle temperature e, di fatto, la stessa intensità di carbonio di un portafoglio. Per non parlare dei percorsi di transizione delle posizioni di un portafoglio avendo a disposizione dati per lo più circoscritti ad azioni, obbligazioni societarie e titoli di Stato. Fortunatamente, la pubblicazione della Paris Aligned Investment Initiative dell’IIGCC aiuterà i gestori patrimoniali e i proprietari di attivi ad adottare politiche d’investimento in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi fissa un obiettivo di lunghissimo termine a cui ambire, ma i proprietari di attivi guarderanno inevitabilmente al proprio gruppo dei pari per un primo confronto di base e per monitorare in corso d’opera i parametri climatici prescelti. Perché tale raffronto funzioni, tutte le parti in gioco dovranno aumentare il livello di trasparenza e fissare traguardi intermedi realistici.Tenendo presente quanto sopra, i proprietari di attivi (coadiuvati dai loro consulenti d’investimento e gestori patrimoniali) devono aggirare tre grandi ostacoli per valutare l’esposizione al carbonio e alle emissioni di gas serra dei loro portafogli. Si tratta di: scarsità di analisi dei dati di qualità sulle emissioni di gas serra di Ambito 1, 2 e, soprattutto, 3; disomogeneità dei dati ESG (ambientali, sociali e di governance), nell’ambito dei quali il rischio climatico è un fattore di rischio chiave della componente “E”; infine le informative carenti delle aziende sulle emissioni di gas serra. L’ultimo punto compromette fortemente l’accuratezza sia dei dati ESG che di quelli sulle emissioni di gas serra compilati dai fornitori di dati e quindi analizzati dai gestori patrimoniali. Misurare le emissioni non è una scienza esatta. In particolare, le emissioni Scope 3 hanno una definizione vaga, sono per lo più stimate e soggette al rischio del doppio conteggio, inoltre il modo in cui i fornitori di dati raccolgono le informazioni varia enormemente in quanto ognuno utilizza metodologie diverse e adotta una visione differente dello stesso fattore. Malgrado queste limitazioni, gli investitori stanno utilizzando i dati a disposizione (principalmente di Ambito 1 e 2 ma anche di Ambito 3, spesso dopo aver apportato qualche correzione discrezionale) per decidere quali sono le società che si stanno impegnando per potenziare le proprie credenziali di sostenibilità e usare questi dati per monitorarne i progressi nel corso del tempo.Adottando idealmente target basati sulla scienza e allineati agli obiettivi di Parigi, i gestori e i proprietari di attivi potranno sostenere in maniera più efficiente i “vincitori”, ossia le imprese dotate delle tecnologie e dei vantaggi competitivi atti a prosperare grazie alla transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio. Potranno inoltre utilizzare queste informazioni per prendere decisioni informate sull’esclusione o l’allontanamento del portafoglio da determinati settori o titoli.Le esposizioni del portafoglio a questi rischi vengono tipicamente riportati sotto forma di impronta di carbonio. La TCFD raccomanda ai proprietari di attivi di comunicare l’intensità di carbonio media ponderata dei loro portafogli (per ogni titolo in portafoglio) sulla base delle emissioni di Ambito 1 e 2 (quelle che esulano dal controllo dell’organizzazione) ed espresse in tonnellate di CO2 equivalenti (tonnellate di emissioni di CO2)/fatturato in milioni di USD). Tuttavia, nei rapporti preparati per i titolari di attivi, e in particolare per i portafogli azionari, molti gestori forniscono parametri supplementari, come le emissioni di carbonio (tonnellate di emissioni di CO2/milioni di USD investiti) e le emissioni di carbonio totali (tonnellate di emissioni di CO2).Parimenti, l’analisi del rischio fisico può essere condotta da diverse angolature. Per esempio, se gli attivi di un portafoglio sono “geolocalizzabili”, è possibile misurare l’esposizione al rischio fisico associato al cambiamento climatico usando direttamente gli strumenti di modellizzazione del rischio catastrofale, analizzando i rischi fisici del portafoglio dovuti a pericoli come inondazioni, terremoti e incendi. Ciò, a sua volta, può far scattare analisi più dettagliate su come gestire o assicurare tale esposizione al rischio. Ad integrazione di questa analisi del rischio – benché si tratti di un’area ancora sperimentale, e fermi restando i tre limiti appena discussi – i gestori e i proprietari di attivi stanno cercando di potenziare la gestione del rischio legato al cambiamento climatico sviluppando indicatori basati sul Value-at-Risk (VaR) delle esposizioni climatiche del portafoglio al fine di stimare le perdite potenziali in un dato scenario climatico. (abstract da http://www.columbiathreadneedle.it)

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Rivascolarizzazione miocardica ad alto rischio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 aprile 2021

Tra alcuni giorni sarà mostrato e discusso in diretta un caso di rivascolarizzazione miocardica ad alto rischio (high risk PCI) gestita con l’utilizzo (per la prima volta in Italia) di Impella CP SmartAssist, un sistema munito di fibre ottiche per un monitoraggio ancora più preciso dei segnali pressori, nel corso del webinar- promosso e organizzato dalla Fondazione De Gasperis – che si terrà in modalità FAD asincrona giovedì 22 aprile dalle 17 alle 19:30. La partecipazione al convegno, accreditato presso la Commissione Nazionale ECM per l’acquisizione di 2 crediti formativi per la figura di medico chirurgo, è gratuita, previa iscrizione al sito http://www.victoryproject.it/eventi.php per poter ricevere le credenziali di accesso alla piattaforma. «Fino ad oggi la tipologia di pazienti CHIP (higher-risk and clinically indicated patients), ovvero una categoria di persone ad alto rischio per comorbidità, disfunzione ventricolare sinistra e/o valvulopatia ed infine severa coronaropatia, non poteva essere trattata per l’elevato rischio di mortalità periprocedurale. La persistenza di una disfunzione della pompa cardiaca espone il paziente ad un maggior rischio di riospedalizzazioni e di mortalità a distanza ma anche ad una peggiore qualità di vita» spiega il direttore di S.C. Cardiologia 1- Emodinamica, Unità di Cure Intensive Cardiologiche del Dipartimento Cardiotoracovascolare “A. De Gasperis”, Fabrizio Oliva, che aprirà il meeting virtuale. «Oggi il trattamento è possibile grazie al miglioramento delle tecniche e dei device come il sistema di supporto temporaneo al circolo Impella, una pompa microassiale intracardiaca che supporta il ventricolo sinistro, che si può posizionare facilmente per via percutanea attraverso un accesso 14F e permette di ottenere una gittata fino a 4.3L/min. Oggi, dunque, per la prima volta in Italia sarà utilizzato il sistema Impella CP SmartAssist, un sistema munito di fibre ottiche, per un monitoraggio ancora più preciso dei segnali pressori e quindi una migliore gestione clinica del paziente ad alto rischio» aggiunge Jacopo Oreglia, responsabile della S.S. Emodinamica del Dipartimento “A. De Gasperis”, sostenuto dalla fondazione De Gasperis.

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L’ipercolesterolemia rappresenta uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 marzo 2021

(Basti pensare che delle 224.000 morti per malattia cardiovascolare, circa 50.000 sono da ascrivere al mancato controllo del colesterolo) ma è ormai annoverata anche tra i fattori di rischio modificabili per l’ictus ischemico. Più della metà della popolazione europea ha livelli di colesterolo troppo elevati e su oltre un milione di persone a potenziale alto rischio, più di 8 su 10 hanno valori di colesterolo superiori a quelli indicati dalle linee guida europee. Sono diversi i fattori che possono determinare alti livelli di colesterolo, tra questi una dieta poco sana (caratterizzata da grandi quantità di grassi saturi), la presenza di diabete mellito, la sedentarietà e una storia familiare di elevati valori di colesterolo. Su alcuni di questi fattori, possiamo intervenire in modo semplice. Il colesterolo è una sostanza grassa che circola nel sangue, viene prodotta prevalentemente dal fegato, e solo in minima parte introdotta con l’alimentazione; in quantità normali, svolge un compito fondamentale per alcuni processi biologici (ad esempio è un costituente delle membrane cellulari e partecipa alla produzione della vitamina D), ma, se si superano i valori standard, diventa un fattore di rischio per ictus e infarto. È necessario innanzitutto distinguere tra colesterolo “buono” e colesterolo “cattivo”, nomi che comunemente si danno rispettivamente alle lipoproteine HDL (High Density Lipoproteins) e alle lipoproteine LDL (Low Density Lipoproteins): in individui sani, il valore di colesterolo totale è considerato corretto se inferiore ai 200 mg/dl. I livelli di HDL, il colesterolo “buono”, non devono essere inferiori ai 40 mg/dl; il valore ottimale di LDL, il colesterolo “cattivo”, è invece tra i 100 e i 130 mg/dl. La ricerca scientifica di questi anni ha consentito di dimostrare come il valore di LDL sia direttamente correlato al rischio di ictus e deve pertanto essere mantenuto basso nei soggetti ad alto rischio. Per ottenere questo risultato, il medico ha oggi a disposizione una serie di trattamenti farmacologici, per programmare una terapia preventiva “su misura” della persona. È quindi di particolare importanza l’aderenza terapeutica, seguire cioè scrupolosamente le indicazioni di trattamento prescritte dal proprio medico. Oggi i medici hanno a disposizione diverse opzioni terapeutiche efficaci nel mantenere sotto controllo il colesterolo, ma obiettivo di A.L.I.Ce. Italia è quello di sensibilizzare le persone su due elementi fondamentali che costituiscono un’arma molto potente nelle mani di ciascuno di noi: la prevenzione, che passa attraverso una modifica al proprio stile di vita (non fumare, fare attività fisica costante, non abusare di alcol, seguire una dieta sana ed equilibrata) e la diagnosi precoce (fare gli esami del sangue una volta all’anno per controllare i valori del colesterolo può evitare l’insorgenza improvvisa di patologie gravi come ictus e infarti).

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Il rischio dell’imbarbarimento culturale

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 marzo 2021

Non sembra vi possa essere spazio a quel metodo che si rifaceva al sistema degli “attriti tra contrari”. Esso si dispiegava in una sorta di distributore del sapere per minorenni ignoranti che aspettano l’imbeccata e a precettori che esigevano obbedienza, quasi cieca. Si risolveva in un principio di autorità che imponeva dall’alto e di fuori. Ora niente è imposto di fuori. Qui c’è soltanto da capire.E’ il punto fondamentale rispetto al principio di totalità. Come funziona una nave? La nave ci parla di esocibernetica: pilota e timone sono due cose diverse. La vita di ciascuno di noi ci parla di endocibernetica. Il pilota, infatti, è di dentro, è fatto di conoscenza e volontà, di esperienza e di parametri d’ordine superiore. Non più eterodiretti, ma autodiretti. Per far questo bisogna aver capito il funzionamento. Non è possibile fermarsi a una sola parte: il motore senza timone. Non si può frammentare il viaggio come Ulisse nella grotta di Circe. Il principio di totalità si rifà al principio di ortogenesi. Tutti abbiamo in testa l’idea della giustezza; e quando pilotiamo la nave tra gli scogli e quando ascoltiamo un motore che perde colpi, dobbiamo ricorrere al confronto con gli altri e con l’ambiente. Dal confronto, dalla dimostrazione razionale e positiva, nasce una convinzione. Convinzione significa che restiamo avvinti, non contro la nostra libertà, ma mediante la nostra libertà. La vita è una serie di problemi da risolvere. Da piccoli si risolvono con l’aiuto e l’insegnamento degli altri. Crescendo, il comando esteriore s’interiorizza sino alla convinzione. E nella convinzione facciamo tutt’uno con la legge. Un tutt’uno felice, nel momento in cui questo tutt’uno si chiama amore. (Riccardo Alfonso)

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Sostenere imprese a rischio default

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 marzo 2021

“Iniziano ad emergere, con chiarezza, i numeri della crisi lato imprese. Quello che più ci deve preoccupare in questo frangente, secondo me, è l’aumentare vertiginoso del peso del debito che hanno contratto, anche a causa della pandemia.La domanda, per le imprese che saranno riuscite a non chiudere, proseguendo nella loro attività, è: quanti anni in più di cash flow (differenza costi ricavi) varrà l’indebitamento delle imprese, dopo che saremo usciti dal Covid? Nel 2021 le stime dicono che le aziende del commercio, per esempio, che pre-crisi avevano un debito mediamente corrispondente a 2 anni di ricavi meno costi, nel 2021, avranno un debito che potrebbe arrivare a rappresentare oltre 11 anni di cash flow. In altri settori questa stima porta a dati più bassi ma tutti i settori duplicano, almeno, il livello di debito in relazione al cash flow.Se osserviamo le imprese, e sono oltre un milione, affidate al Fondo centrale di garanzia negli ultimi anni e fino a gennaio 2021, il 70% di loro oggi risulta vulnerabile, o a rischio, rispetto ad un eventuale default. Delle circa 500 mila imprese classificate come sicure, prima della pandemia, quasi due quinti sono passate ad un profilo di rischio più alto. Circa 166 mila imprese, invece, che erano già vulnerabili, prima del Covid, sono invece diventate rischiose. Cosa fare, dunque? Tre sono le priorità:
1. intervenire sul debito fiscale, mettendo a punto strumenti come il “saldo e stralcio”, la cancellazione del magazzino e una nuova rottamazione;
2. intervenire sulle norme del diritto fallimentare, prevedendo – per le imprese che hanno visto un aggravamento della crisi a causa del Covid – tempi più lunghi per i concordati e i piani di riequilibrio;
3. prorogare quelle le misure, introdotte lo scorso anno con il Decreto Liquidità, che sono state più proficuamente accolte dal sistema, sia per la parte prestiti che per la parte sostegno alle ricapitalizzazioni.
Sono temi su cui, come MoVimento 5 Stelle, stiamo lavorando da tempo e che porteremo avanti nel confronto con la maggioranza di Governo”. Lo scrive, in un post, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli.

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Covid, Gelli “Rischio terza ondata dietro l’angolo”

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

“Bene Speranza nella sua informativa a richiamare alla prudenza. Purtroppo non possiamo permetterci di abbassare la guardia in un momento molto delicato dal punto di vista epidemiologico. La curva dei contagi sta tornando a salire, e le varianti iniziano a diffondersi sempre più sull’intero territorio nazionale. Il rischio terza ondata è dietro l’angolo. Nel prossimo Dpcm si dovranno mantenere chiusure mirate e tempestive, magari anche a livello sub-regionale, per contrastare in maniera decisa la comparsa di queste varianti, in particolar modo quella brasiliana e sudafricana”. Così Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute.”Anche le notizie emerse questa mattina dal confronto tra Governo e Regioni sembrano confortanti. L’intento è quello di mantenere il sistema di classificazione del rischio a ‘colori’, evitando nuove rischiose aperture nell’attuale contesto epidemiologico. Trovo inoltre molto condivisibili diversi punti della relazione di maggioranza approvati ieri in Parlamento. Tra questi segnalo la possibilità di deroga sui brevetti per liberalizzare la produzione dei vaccini contro il Covid in modo da renderli universalmente disponibili a tutti, e la possibilità di vaccinare familiari e caregiver dei pazienti fragili in modo da proteggerli a 360°. Il primo obiettivo della campagna deve essere quello della salvaguardia della vita e della protezione dei più deboli”, conclude Gelli.

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Scuola: Gli uffici Inail riconoscono l’infortunio da Covid ma non l’indennità da rischio biologico

Posted by fidest press agency su domenica, 21 febbraio 2021

Anche gli uffici dell’Inail non fanno più resistenze: il diritto dei lavoratori ad avere riconosciuto l’infortunio sul lavoro in occasione di lavoro o in itinere nei casi di contagio per coronavirus è ormai assodato. Dalle sezioni regionali dell’Istituto nazionale di previdenza giungono delle note esplicative piuttosto chiare: le ultime sono state prodotte dall’Inail Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Inoltre, lo stesso istituto ha pubblicato delle FAQ sul tema ammettendo anche che “l’infezione da Covid-19 tutelabile può essere derivata anche da infortunio in itinere”. A tal proposito, oggi Orizzonte Scuola scrive che “nella scuola, luogo a rischio, e non meno rischioso di altri luoghi di lavoro, visto il fatto che l’INAIL riconosce l’esistenza dell’infortunio sul lavoro non ci sono ragioni che non possano determinare l’indennità di rischio biologico per il personale scolastico che in presenza svolge ed ha svolto la propria attività”. Ci si domanda, quindi, per quale motivo al personale scolastico non venga invece riconosciuta l’indennità di rischio biologico, come rivendicato dall’Anief dalla scorsa estate.Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief: “Durante la pandemia da Covid-19 il personale della scuola ha confermato tutto il suo attaccamento agli alunni e alla professionale, si è continuamente esposto al rischio Covid-19, quindi a minacce per la salute derivanti da scambi ravvicinati di contatti con decine di individui, soprattutto alunni. Ecco perché sono diversi mesi che chiediamo con insistenza di assegnare un forfait di 10 euro al giorno a questi dipendenti che si sottopongono a rischi e stress notevoli, all’interno di istituti scolastici che nella metà dei casi sono stati costruiti prima del 1971, risultano quasi sempre privi di aeratori e di aria condizionata, spesso pure fatiscenti e in perenne ristrutturazione. Per operare in queste condizione, il minimo che si possa fare è riconoscere loro questa indennità, tra l’altro da collocare a stipendi letteralmente divorati dall’inflazione, tanto da essere ormai sotto di 9 mila euro rispetto alle media europea e legati a un contratto scaduto da 26 mesi”.Per quale motivo i lavoratori della scuola non percepiscono compensi per il rischio biologico a cui sono sottoposti professionalmente? L’interrogativo, dopo le ripetute denunce del giovane sindacato, comincia a prendere consistenza. Del resto, scrive la stampa specializzata, “i principali riferimenti legislativi vigenti in tema di prevenzione e protezione del rischio biologico nei luoghi di lavoro sono normati dal D. Lgvo 81/2008”, con l’articolo 267 che ben definisce da tempo “cosa si intenda per agente biologico, microrganismo e coltura cellulare ed è l’articolo 268 quello più interessante che è dedicato alla classificazione degli agenti biologici”.

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Agricoltura: Crisi economica e rischio infiltrazioni mafiose

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 febbraio 2021

Tra le conseguenze della crisi economica c’è anche l’avanzata della criminalità organizzata, che grazie a grandi disponibilità di liquidità e al potere esercitato in alcune aree del Paese minaccia le piccole e medie imprese agricole – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. Proprio in questi giorni, le denunce della Direzione Investigativa Antimafia e gli arresti nelle province di Caltanissetta e Agrigento hanno acceso i riflettori su un fenomeno che non è certo nuovo, ma che rischia di aggravarsi in un momento delicato come quello attuale.L’agricoltura sana, che si prende cura del territorio e funge da motore del nostro sistema economico, va salvaguardata con tutti i mezzi a disposizione soprattutto ora – continua Tiso. Le istituzioni sono perciò chiamate a vigilare con la massima attenzione, coinvolgendo la magistratura e le forze dell’ordine affinché le infiltrazioni della malavita siano stroncate sul nascere e sia garantita la piena libertà d’impresa. L’attività di repressione tuttavia non basta. Bisogna proteggere le imprese più fragili, quelle più a rischio di diventare preda della criminalità, con sussidi mirati. Altrettanto indispensabile è la promozione della cooperazione tra i piccoli agricoltori attraverso le Organizzazioni dei produttori e altre forme di mutualità, che permettano loro di difendersi non solo dalle insidie del mercato ma anche da una malavita che ha messo da tempo nel mirino l’agricoltura e i suoi lavoratori.

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Vaccini Covid e rischio infertilità

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 gennaio 2021

Non ci sono prove che i vaccini contro il Covid-19 causino infertilità. Eppure, questa preoccupazione ha portato diversi professionisti sanitari negli Stati Uniti a essere riluttati verso la vaccinazione. Una reazione non sorprendente, secondo Jill Foster, della University of Minnesota, in quanto alcune persone credono che il Covid-19 non esista o che non sia peggio dell’influenza e hanno diffuso teorie di complotto all’uscita dei vaccini. Pare che l’idea che i vaccini contro il Covid-19 causino infertilità arrivi da Wolfgang Wodarg, medico ed epidemiologo tedesco, che insieme a un ex impiegato della Pfizer ha chiesto all’Ema con una petizione (diffusa su blog e siti anti-vaccinisti e social media poi rimossa da Facebook) di ritardare lo studio e l’approvazione del vaccino Pfizer/Biontech.
Alla base della richiesta il fatto che un componente importante della placenta dei mammiferi, la proteina sincitina-1, ha tratti genetici simili a una parte della proteina Spike. Se si formano anticorpi contro la sincitina-1, secondo Wodarg, il corpo la attacca rendendo la donna non fertile. Ma, come spiega Foster, le due proteine non condividono sufficiente codice genetico per renderle appaiabili (match). Non ci sono inoltre dati che avvalorino la tesi di Wodarg negli studi del vaccino Pfizer condotti su oltre 37.000 persone, in cui le donne incinte sono state escluse e dove 23 hanno concepito, 12 nel gruppo che aveva ricevuto il vaccino e 11 in quello placebo, tuttora seguite. Per Paul Offit, del Children’s Hospital of Philadelphia, bisogna considerare che 70 milioni di americani, il 20% della popolazione, hanno contratto l’infezione e dalle statistiche di infertilità non risulta la produzione dei suddetti anticorpi. «Se l’infezione naturale non altera la fertilità, perché dovrebbe farlo un vaccino?» ha affermato Offit, che ha spiegato come per alcuni vaccini è ciò che accade: per esempio quello contro il morbillo può portare la rottura di piccoli vasi sanguigni rotti, come la malattia. Si ammette però la mancanza di dati di sicurezza a lungo termine, anche se fino ad oggi sembra che il peggio possano essere le gravi reazioni allergiche, rare e trattabili. Motivo per cui i Cdc consigliano di evitare di vaccinarsi alle persone allergiche a qualche componente, come il polisorbato e il Peg. Resta poco chiaro se la sindrome di Bell, che negli studi si è manifestata leggermente più spesso nei vaccinati, sia un effetto del vaccino, a seguito del quale si sa che, per la reazione dell’organismo, si può avere affaticamento e febbre. (fonte Doctor33)

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“In questo momento riaprire le scuole è un rischio”

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato rappresentativo Anief, in diretta al Tgcom24, si è espresso sul tema del rientro a scuola. Il sindacalista autonomo ha affermato che, “così come detto già a metà dicembre, non è possibile tornare in classe senza screening obbligatori per personale e studenti. Ad agosto lo abbiamo fatto su base volontaria e a maggior ragione oggi, con picchi anche di 20mila contagi al giorno, deve essere previsto un periodo ‘cuscinetto’ in cui procedere coi test e valutare di aprire in sicurezza a febbraio. Le scuole di per sé sono luoghi sicuri, abbiamo firmato i protocolli di sicurezza, ma sappiamo per certo che la curva dei contagi è aumentata durante le vacanze, all’interno delle nostre famiglie, dunque riaprire in questo momento gli istituti è un rischio”. Sulla questione dei vaccini, Pacifico ha detto che “bisognerebbe prevederli per l’ambito scolastico, poiché oltre alla sanità è l’unico luogo in cui si concentrano circa 9 milioni di persone. È necessario dare priorità alla vaccinazione”. Sui trasporti, Pacifico ha affermato che “spesso i piccoli comuni non hanno le risorse da destinare a corse pensate solo agli studenti. Ma i problemi sono anche altri: le scuole sarebbero ancora più sicure se ci fossero più organici e se scomparisse il fenomeno delle classi pollaio”. In conclusione il presidente dell’Anief ha ricordato come anche ad agosto si sia appellato a un “patto educativo tra famiglie e scuola, affinché il distanziamento sociale sia rispettato e onorato pure fuori dalle classi. Se durante le vacanze natalizie gli adolescenti si sono riuniti per festeggiare, eludendo le regole da rispettare, non possono tornare a scuola senza che prima si abbia la percezione di quello che è successo. Dovrà poi essere l’istituto, dati alla mano, a decidere di aprire o meno la scuola”.

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Le varianti del Cov-19 che possono costituire un rischio per la salute umana

Posted by fidest press agency su sabato, 2 gennaio 2021

A partire dalla fine del mese di settembre si è diffusa nel sud-est della Gran Bretagna una nuova variante del virus denominata VUI-202012/01 o B.1.1.7, che ha causato allarme e indotto il governo inglese ad assumere significative misure di contenimento nell’area, dove questa nuova variante si è diffusa in misura notevole sino a rappresentare a dicembre oltre il 50% dei nuovi casi, e dove in contemporanea l’incidenza dei casi positivi è aumentata in maniera significativa. Secondo un modello matematico elaborato dalla London School of Hygyene and Tropical Medicine, questa nuova variante sarebbe tra il 50% e il 74% più trasmissibile rispetto agli altri ceppi più diffusi. Sempre nel mese di dicembre, il Sudafrica ha segnalato un’altra variante della SARS-CoV-2, designata come 501.V2, anch’essa potenzialmente preoccupante. Questa variante è stata osservata per la prima volta in campioni prelevati nel mese di ottobre, e da allora più di 300 casi con la variante 501.V2 sono stati confermati dal sequenziamento del genoma virale in Sud Africa, dove è diventata la forma dominante del virus e dove, secondo analisi preliminari, anche questa variante avrebbe una maggiore trasmissibilità. Alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che varianti come la B.1.1.7 possano essersi originate da pazienti immunocompromessi con un’infezione di lunga durata11, che permetterebbero al virus di evolversi più a lungo all’interno dell’ospite umano. Un recente studio ha analizzato il caso di un paziente oncologico trattato con un farmaco che riduce la produzione di linfociti B, deceduto 101 giorni dopo aver contratto l’infezione. Per i primi due mesi dall’infezione il virus si è replicato senza significative mutazioni. Dopo un ciclo di trattamento con plasma di convalescente, tuttavia, il virus ha sviluppato significative mutazioni, una delle quali è presente anche nella variante “inglese” B.1.1.7. In una corrispondenza alla rivista New England Journal of Medicine13 è documentato un caso simile, un paziente immunocompromesso deceduto dopo 154 giorni dall’infezione, che durante il decorso clinico è stato trattato tra l’altro con corticosteroidi, idrossiclorochina, remdesivir, immunoglobuline per endovena e un cocktail sperimentale di anticorpi monoclonali. L’analisi filogenetica dei campioni prelevati al paziente ha evidenziato una evoluzione accelerata del virus, con la maggior parte delle mutazioni intervenute nella proteina spike, alcune delle quali presenti anche nella variante B.1.1.7. Una terza case history14, riguardante una paziente oncologica che ha risolto l’infezione dopo 105 giorni, ha confermato la presenza di numerose variazioni genetiche sviluppate all’interno dell’ospite umano tra due isolamenti virali effettuati al giorno 49 e al giorno 70 dell’infezione, prima che il paziente ricevesse due infusioni di plasma di convalescente.(fonte: Istituto Nazionale Malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” IRCCS – Roma a cura di Salvatore Curiale)

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Cerved, cresce il pericolo di riciclaggio: ristoranti a rischio

Posted by fidest press agency su sabato, 12 dicembre 2020

Sono circa 9.000 i ristoranti che le restrizioni dovute alla pandemia da Covid19 hanno reso vulnerabili alle infiltrazioni criminali, e vanno ad aggiungersi ai 6.000 che già prima del lockdown erano molto fragili finanziariamente: in tutto 15.000 imprese della ristorazione, quasi la metà delle 33.000 che operano come società di capitale. Ed è una stima prudente. In cifra assoluta, i ristoranti oggi a rischio si trovano soprattutto nel Lazio (2.116), in Lombardia (1.370) e in Campania (1.098), mentre in percentuale le regioni più colpite sono Calabria (40%) e Sicilia (38%), dove maggiori sono le infiltrazioni della criminalità organizzata. La percentuale di mancati pagamenti nel comparto, infatti, ha raggiunto il 73% contro il 45% di media (nel picco di maggio) del resto delle PMI, e secondo le stime i ricavi subiranno quest’anno un crollo del 56%. A dirlo è Cerved, tra i principali operatori italiani nel fornire ad aziende e istituzioni strumenti e competenze per lo sviluppo del business e la gestione del rischio di credito, che rafforza la propria offerta di servizi di antiriciclaggio attraverso l’acquisizione di Hawk, società già partner di Cerved specializzata in soluzioni modulari per soddisfare tutti i requisiti previsti dalla normativa italiana.La combinazione dei dati e delle conoscenze di Hawk e di Cerved ha permesso di mappare i ristoranti che potrebbero avere maggiori problemi di liquidità ed essere dunque più facile preda di usurai e di organizzazioni dedite al riciclaggio di denaro sporco. Cerved può infatti contare su un database di informazioni e di analytics per monitorare il tessuto imprenditoriale italiano anche in ottica antiriciclaggio, rilevando segnali di allarme dalle variazioni anomale nelle strutture societarie, dalle verifiche sul titolare effettivo e da altri database, come quello relativo a individui politicamente esposti (PEP o PIL) o blacklist e watchlist che includono persone indicate da autorità giudiziarie o agenzie governative nazionali e internazionali (Crime). Forte del know how dei suoi team specialistici, dell’enorme database di cui dispone e di una infrastruttura tecnologica sempre più sofisticata, Cerved ha infatti implementato le suite Hawk AML e un service BPO dedicato all’attività di KYC, studiati per adempiere a tutti gli obblighi antiriciclaggio previsti dalla normativa in vigore. Modulari, personalizzabili e integrabili con i sistemi aziendali, le suite Hawk e il service BPO permettono di verificare i dati dichiarati dal cliente con una fonte affidabile e indipendente e di effettuare il monitoraggio continuo previsto dalle norme, segnalano operazioni sospette (SOS), inviano segnalazioni all’Agenzia dell’entrate, gestiscono work flow autorizzativi, consentono di predisporre la relazione annuale di autovalutazione dei rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo e di adempiere agli obblighi di costituzione, gestione e mantenimento dell’Archivio Unico Informatico. I servizi sono erogati da team composti da specialisti di prodotto ed esperti antiriciclaggio, con specifiche competenze di tipo normativo.

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