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Posts Tagged ‘rischio’

Miopericardite, ecco il livello di rischio dopo vaccino anti-Covid

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 Maggio 2022

Il rischio di miopericardite dopo vaccino contro COVID-19 è basso, non maggiore, ma in alcuni casi addirittura inferiore, a quello osservato dopo altre vaccinazioni. Ecco quanto conclude Ryan Ruiyang Ling, studente della Yong Loo Lin School of Medicine dell’Università Nazionale di Singapore, che assieme ai colleghi ha valutato su The Lancet Respiratory Medicine i dati di quattro database internazionali.«Fino a marzo 2022 sono state somministrate nel mondo oltre 10 miliardi di dosi di vaccini contro COVID-19 e, nonostante gli effetti collaterali siano generalmente lievi e autolimitanti, la miopericardite è un evento avverso sempre più segnalato» scrivono i ricercatori, che hanno svolto una revisione sistematica e una meta-analisi confrontando l’incidenza di miopericardite dopo la vaccinazione contro COVID-19 con quella successiva al vaccino per altre malattie.Lo scopo era esplorare il rischio di miopericardite negli individui vaccinati per COVID-19 e quantificare l’incidenza di miocardite e pericardite dopo aver ricevuto altri vaccini. Oltre alle vaccinazioni anti-COVID-19 (395 milioni, di cui 300 a mRNA), sono stati esaminati di i dati relativi al vaccino contro il vaiolo (2,9 milioni), l’influenza (1,5 milioni) e altre malattie infettive (5,5 milioni) somministrati tra gennaio 1947 e dicembre 2021. E tirando le somme, l’incidenza totale di miopericardite per milione di dosi di vaccino contro COVID-19 è risultata di 18 casi, un tasso significativamente inferiore rispetto ad altri vaccini per i quali la media era di 56 casi per milione di dosi, con un picco a 132 casi per milione della vaccinazione contro il vaiolo. «Va segnalata un’incidenza di miopericardite leggermente superiore nei maschi con età media di 25 anni, specie in associazione ai vaccini mRNA» riprende Ling, precisando che l’analisi ha incluso una bassa percentuale di persone sotto i 12 anni, cosa che mette in discussione la trasferibilità dei risultati per questa fascia di età.E in un editoriale di commento Margaret Ryan, professore di sanità pubblica all’Università di California San Diego, scrive: «Le probabilità di sviluppare la malattia, comunque, non sembrano maggiori per i vaccinati con più di 12 anni rispetto ad altri vaccini e i benefici superano di molto il rischio di miopericardite che, anche con altri vaccini, potrebbe dipendere una reazione infiammatoria post-vaccinale, che in rari casi può colpire il cuore». (fonte doctor33)

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Teologia e rischio

Posted by fidest press agency su domenica, 15 Maggio 2022

In apparenza sembrano argomenti lontani tra di loro. Ma non è così. Il teologo padre Francesco Giordano e il valutatore del rischio Professore Luigi Pastorelli hanno voluto gettare un ponte intellettuale tra due discipline ritenute erroneamente distanti, contrastanti, per comprendere ed esaminare la realtà nelle sue varie configurazioni. Dal punto di vista della teoria del rischio serve recuperare e utilizzare un approccio teologico e al tempo stesso l’approccio di teoria del rischio potrebbe permettere di dare nuovo slancio agli studi di teologia. Una conversazione tra due intellettuali che può stimolare il dibattito sulla crisi e su come affrontarla.Il Padre Giordano e il professor Pastorelli hanno proposto argomenti di un’attualità incredibile. Hanno riportato l’uomo al centro. Un incontro tra discipline diverse che può generare una concezione dell’economia sana e solidale.Francesco Giordano, prete diocesano, dal 2015 è direttore di Human Life International (ufficio di Roma), organizzazione per la difesa della vita umana e della famiglia. Docente di Teologia alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma.Luigi Pastorelli, esperto di analisi e valutazione dei rischi, è direttore tecnico del Gruppo Schult’z, società di Risk Management. Svolge attività accademica presso diverse università in qualità di docente incaricato di Teoria del Rischio.Cantagalli 2022 | pp. 96 | euro 12,00 Edizioni Cantagalli

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Covid-19, rischio di reinfezione con Omicron è alto

Posted by fidest press agency su martedì, 5 aprile 2022

Il rischio di reinfezione esiste anche con tre dosi di vaccino. Un fatto accertato da tempo per dovuta alla variante Alfa e Delta, ma anche con Omicron il rischio è significativo fino a 10 volte maggiore che con la variante delta. È quanto si evince dall’indagine intitolata “Covid-19 Infection Survey” e condotta dall’Ufficio Nazionale di Statistica (Ons) britannico. Gli esperti hanno stimato le reinfezioni avvenute nel Regno Unito tra Giugno 2020 e 20 marzo 2022. È emerso che tra 20 dicembre 2021 e 20 marzo 2022 – quando la variante Omicron è divenuta dominante – il rischio di reinfezione è stato 10 volte più alto rispetto al periodo in cui era dominante Delta, grosso modo da metà maggio 2021 al 19 dicembre. L’immunità al SARS-CoV-2, sia naturale sia indotta dai vaccini, declina nel tempo. Omicron si è dimostrato molto più capace di altre varianti di eludere il sistema immunitario. “Il rischio di reinfezione da omicron è di gran lunga maggiore rispetto alle precedenti varianti, e coloro che non sono vaccinati sono molto più a rischio di essere infettati nuovamente rispetto ai vaccinati”, ha dichiarato Sarah Crofts dell’Ons. Per quel che riguarda i dati italiani, nell’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità si evidenzia un aumento del rischio di reinfezione — a partire dal 6 dicembre 2021, data considerata di riferimento per l’inizio della diffusione della variante Omicron — nei non vaccinati o vaccinati con almeno una dose da oltre 120 giorni. La possibilità di riammalarsi è maggiore nelle donne. Questo viene attribuito alla maggiore presenza di insegnanti di sesso femminile in ambito scolastico dove viene effettuata un’intensa attività di screening. Anche le fasce di età più giovani, 12-49 anni, rischiano maggiormente di contrarre di nuovo la malattia probabilmente a causa di comportamenti meno controllati. (fonte Doctor33)

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In Italia un’azienda su tre è a rischio “infinanziabilità”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 marzo 2022

La situazione delle imprese italiane mostra non solo ombre ma anche luci. Dall’analisi effettuata dalla società di consulenza finanziaria Hoshin Corporate Finance, sui bilanci di un campione di 28.341 aziende italiane con un fatturato superiore a dieci milioni di euro, emerge che se da un lato una parte ha visto migliorare il proprio profilo finanziario, dall’altro molte aziende si sono trovate ad affrontare importanti cali di marginalità. Le imprese in difficoltà nel 2020, ovvero quelle con un rating negativo e quindi a rischio “infinanziabilità”, rappresentano ben il 33% del totale[1], un dato in linea con l’anno precedente. E la quota di quelle maggiormente in affanno, che hanno un Ebitda totalmente negativo, sono aumentate dal 2019 al 2020 del +48%, passando dal 6% al 9% sul totale delle imprese analizzate. Se si guarda al settore, la percentuale più alta di aziende infinanziabili si registra nelle “Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione”, pari al 54% sul totale del comparto. Seguono “l’Agricoltura, silvicoltura e pesca” (47%) e “Sanità e assistenza sociale” (46%). Dal punto di vista quantitativo, invece, il numero più alto di aziende critiche si registra nell’industria manifatturiera (13,1%), seguito dal commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli (10,3%). Eppure, le imprese italiane sono veramente in difficoltà? Nonostante i quasi €289,6 mld di debiti accumulati verso il sistema bancario -di cui quasi €153,3 mld a breve termine e quasi €136,3 mld a medio lungo termine-, che rendono difficilmente finanziabile la loro attività, queste imprese vantano un capitale “positivo” importante da poter sfruttare, pari a €240,1 mld di crediti verso i loro clienti. In altre parole, debiti verso le banche e crediti verso clienti quasi si equivalgono, e gli imprenditori, potendo contare sulle risorse dei crediti, avrebbero così nel complesso la soluzione teorica per ridurre consistentemente la propria esposizione con il sistema bancario e migliorare il proprio profilo finanziario. Come? Attraverso il factoring, uno strumento già storicamente utilizzato dalle grandi aziende più strutturate ma che nel tempo si sta trasferendo anche alle imprese di piccole e medie dimensioni. Una soluzione che permette agli imprenditori di potersi finanziare a costi inferiori e indipendentemente dal loro rating, adatta quindi a tutte le imprese, sia con profili finanziari positivi, dove il factoring è comunque utile, sia negativi, dove invece è necessario.In cosa consiste? Il factoring permette di ottenere liquidità immediata semplicemente cedendo a una società specializzata i crediti verso i propri clienti. E questo vale non solo per le aziende “virtuose” senza o con pochi debiti (da loro già ampiamente utilizzato) che vogliono ulteriormente migliorare il proprio profilo finanziario, ma anche per le imprese considerate “meno meritevoli”, in quanto si valuta il valore dei crediti dei clienti e non dell’impresa in sé come avviene invece normalmente attraverso il canale bancario con l’anticipo fattura.In sintesi, la banca guarda il bilancio dell’azienda, le società di factoring, invece, il portafoglio clienti. Ma il factoring ha anche altri vantaggi: spesso ha minori costi, si pagano le commissioni e gli interessi solo se si utilizza la linea di credito e permette di abbassare i debiti con un miglioramento del rating.

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Covid-19, ecco come funziona il rischio di trasmissione familiare

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2022

Secondo uno studio condotto in Tennessee e Wisconsin (Stati Uniti), sia i bambini che gli adulti di tutte le età possono trasmettere il SARS-CoV-2 e sono suscettibili all’infezione.Una suscettibilità che, come mostrano i dati, non varia tra le diverse età. Ciò che appare un po’ diversa invece, è la probabilità di un ulteriore contagio nel nucleo familiare, e cioè il rischio di trasmissione a seconda dei membri della famiglia infettati. In breve, se a infettarsi è un adolescente (12-17 anni), le probabilità di un ulteriore contagio sono le più basse osservate, se invece il primo caso di infezione è una persona anziana (65 anni o più), le probabilità sono le più alte.«Questo studio prospettico ha esaminato l’associazione dell’età con la trasmissione domestica di SARS-CoV-2, affrontando sia l’età del caso primario (rischio di trasmissione) sia le età dei contatti domestici (suscettibilità)» scrivono i ricercatori su Pediatrics. Nello studio, effettuato tra aprile 2020 e aprile 2021, sono stati identificati 226 casi primari di infezione da SARS-CoV-2, seguiti per 14 giorni per valutarne i sintomi e gli eventi di trasmissione secondaria. In seguito ai casi primari, si sono verificate 198 altre infezioni tra i 404 contatti familiari. Si è osservato che quando si ammalava un adolescente tra i 12 e i 17 anni, le probabilità che il virus si diffondesse, e cioè il rischio di infezione secondario (SIR), erano del 26%. Quando il contatto primario era una persona di 65 anni o più, le probabilità arrivavano al 76%. Il SIR nei contatti familiari era significativamente più basso quando il caso primario aveva tra i 12 e i 17 anni rispetto a quando aveva tra i 18 e i 49 anni (risk ratio 0,42). Non sono state osservate differenze significative nel SIR a seconda dell’età dei contatti. Il SIR variava dal 36%, tra i contatti con età di almeno 65 anni, al 53%, tra quelli di 5-11 anni. Inoltre, vi erano probabilità maggiori che il contagio avvenisse tra coetanei che tra individui con diversa età. Infine, la frequenza e la durata dei sintomi risultava simile tra i gruppi di età considerati.«Abbiamo osservato che bambini e adulti di tutte le età possono trasmettere e sono suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2. Non c’erano differenze significative nella suscettibilità al SARS-CoV-2 a seconda del gruppo d’età, dai bambini in età prescolare agli adulti anziani» scrivono gli autori, i quali ammettono i diversi limiti dello studio. «Sono necessarie ulteriori ricerche per capire i comportamenti e le interazioni correlate all’età nei nuclei familiari in relazione alla probabilità di trasmissione per età concludono. (Fonte Doctor33)»

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E’ possibile predire il rischio di gravi complicazioni neonatali?

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2022

È possibile predire il rischio di gravi complicazioni neonatali nei bimbi nati dopo ipossia intrapartum? Questa la domanda all’origine di uno studio condotto dal gruppo di ricerca della Clinica ostetrica dell’Università di Parma, con il coordinamento di Tullio Ghi, docente di Ginecologia e Ostetricia.Utilizzando un approccio innovativo nell’analisi dei tracciati del cuore fetale registrati in sala parto, è stato dimostrato che se il feto giunge al parto in condizioni di buona ossigenazione ha la capacità di tollerare molto bene un’eventuale ipossia del travaglio di parto, e pur se presenta acidosi metabolica alla nascita il rischio di danni cerebrali o di morte è molto basso. Viceversa, il bimbo nato con ipossia e acidosi sul cordone che presentava sul tracciato di ammissione al travaglio dei segnali di ridotta ossigenazione ha una probabilità molto più alta di andare incontro a gravi complicazioni dopo la nascita. Questo studio rappresenta un importante passo avanti nella comprensione dei meccanismi responsabili della tolleranza del feto alla grave ipossia intrapartum, un’evenienza che si realizza in circa 2 parti su 1000 e che può essere responsabile della morte o della paralisi cerebrale infantile.Per prevenire queste gravi complicazioni i feti durante il parto vengono sottoposti a controllo della frequenza cardiaca mediante registrazione continua, ma la lettura del tracciato con i sistemi classificativi tradizionali non è semplice e non consente di identificare con accuratezza i casi che presentano realmente un’ipossia, e tra questi quelli che sono a maggior rischio di complicazioni.Una recente classificazione dell’analisi dei tracciati cardiotocografici basata sulla conoscenza della fisiologia del cuore e del cervello fetale sembra più accurata nell’identificazione dei bimbi che presentano una sofferenza ipossica durante il parto. Lo studio multicentrico condotto dal gruppo coordinato dal prof Ghi, pubblicato sulla più importante rivista internazionale di Ostetricia (“BJOG: An International Journal of Obstetrics and Gynaecology”), dimostra che grazie a questa nuova classificazione è possibile predire gli esiti dei bimbi nati con ipossia e fornire importanti informazioni prognostiche ai genitori e ai neonatologi. L’ampia casistica “arruolata” (più di 400 neonati) e la partecipazione di alcuni tra i più importanti punti nascita italiani (oltre a Parma, Torino e Varese) sono tra i punti di forza del lavoro.Inoltre la collaborazione clinica e scientifica tra ginecologi, neonatologi e neuropsichiatri infantili del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma è un esempio virtuoso di come la trasversalità delle competenze sui temi di salute più importanti porti al raggiungimento di traguardi di rilievo. Sul tema dell’ipossia intrapartum e della sua prevenzione mediante l’uso della cardiotocografia la Maternità di Parma è tra i centri all’avanguardia in Europa, sia per i risultati clinici (bassissimo numero di bimbi con complicazioni da grave ipossia e bassa percentuale di tagli cesarei) sia per l’attività scientifica (numerose pubblicazioni su riviste di alto impatto e organizzazione di master, corsi e congressi di respiro nazionale e internazionale).

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Coronavirus. Covid: a rischio cardiaco chi lo ha avuto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 marzo 2022

Lo studio è imponente e non lascia alcun dubbio: coloro che sono stati infettati dal Coronavirus (Sars-Cov2) rischiano patologie cardiovascolari. L’indagine, pubblicata su Nature Medicine, è stata condotta su 150 mila persone guarite dal Covid, confrontate con 5 milioni di persone che non lo hanno avuto. Il risultato è che i positivi hanno il 72% di probabilità in più di avere scompensi cardiaci e il 52% in più di avere un ictus. Il problema riguarda anche persone al di sotto dei 65 anni e senza fattori di rischio noti (diabete, obesità). La correlazione Covid-scompensi cardiaci-ictus era già stata evidenziata nel 2020 da uno studio dei ricercatori della Università della California (USA) e pubblicato dalla rivista scientifica Stoke. Ora la conferma. Per molti italiani il Covid era poco più di una influenza, bastava un fazzoletto e una soffiata di naso. Non proprio. Primo Mastrantoni, Aduc

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Florovivaismo: Cia, 30% imprese a rischio “switch-off”

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 marzo 2022

Contro costi di produzione insostenibili per l’impennata dei prezzi delle materie prime e, soprattutto, per il caro energia, serve accelerare l’ammodernamento della coltivazione floricola in serra che, sul territorio nazionale, è rappresentata da quasi il 50% della superficie totale del settore che è di circa 30 mila ettari. Così, non solo si avvia una reale transizione ecologica del florovivaismo italiano puntando sulle energie rinnovabili, ma si scongiura il rischio “switch-off” per il 30% delle 24 mila aziende del settore, uscite già penalizzate da due anni di pandemia. Sono queste le sollecitazioni di Cia con l’Associazione Florovivaisti Italiani, lanciate a Milano dal convegno promosso a Myplant & Garden 2022 per cogliere le opportunità di PNRR e Green Deal Ue sul fronte delle agroenergie. La primavera è alle porte, fanno presente Cia e Florovivaisti Italiani, ma i fiori che fanno gran parte del mercato di stagione, dai tulipani alle azalee, comprese le orchidee, fino ai gerani e alle piante ornamentali per il verde pubblico, potrebbero non rispondere in tempo alla domanda, forte di un trend positivo del gardening con stime di crescita media annua del 2,3%. Questo accade, sottolineano Cia e Florovivaisti Italiani, perché tenere in piedi l’attività e, in particolare, accese le serre per riscaldamento e illuminazione costa sempre di più. La spesa energetica è salita del 50% e potrebbe aumentare ancora, andando a compromettere pure la fase di raffrescamento artificiale nei mesi più caldi e che incide fino al 15% sui consumi energetici totali. A questi si aggiungono gli aumenti del 10% su torbe e prodotti fitosanitari, del 30% su imballaggi e trasporti. Le serre, dunque, un tempo strategia lungimirante per essere competitivi, senza rinunciare a sostenibilità e prodotti di eccellenza per il Made in Italy, adesso non bastano più, strette tra climate change e crisi economica. Occorre, sottolineano Cia e Florovivaisti Italiani, incentivare con rapidità lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili per la gestione colturale e climatica, favorendo la riduzione dell’impatto sull’ambiente e il passaggio a strutture di produzione e di condivisione dell’energia.Il richiamo di Cia e Florovivaisti Italiani è alle potenzialità del fotovoltaico senza consumo di suolo e, quindi, alle risorse per la misura “Parco Agrisolare” con il bando da 1,5 miliardi di euro in pubblicazione entro il 31 marzo, come anche a tutti gli interventi per l’efficientamento energetico del settore primario con incidenza via via totale sulla bolletta.

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Gestione del rischio a favore degli agricoltori

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 febbraio 2022

“Dal 2022 gli agricoltori potranno contare sia sulle polizze agevolate a copertura dei rischi climatici e delle fitopatie, infestazioni parassitarie ed epizoozie sia sugli strumenti per la stabilizzazione dei prezzi in caso di fluttuazioni di mercato nonché sull’innovativo ‘Fondo di Mutualizzazione nazionale’ a copertura delle avversità catastrofali, gelo, brina, alluvioni e siccità attivato con il prelievo del 3 per cento a valere sugli aiuti diretti. Come ho sempre fortemente richiesto, tale fondo entra in vigore già quest’anno con un finanziamento di ben 621,5 milioni di euro, in anticipo su quanto previsto con la nuova Politica Agricola Comune (PAC). Queste risorse si aggiungono ai 250 milioni delle assicurazioni agevolate e ai 50 milioni destinati alle Regioni per coprire gli anticipi a valere sul credito di soccorso. Le imprese agricole potranno così essere sostenute con maggiore celerità, efficacia e immediatezza, in modo tale da non dover affrontare con forze proprie le avversità atmosferiche che mettono a repentaglio le produzioni e la redditività”. Lo dichiara il deputato Filippo Gallinella, presidente della commissione Agricoltura, durante il XIV Convegno Nazionale Gestione del Rischio in Agricoltura organizzato da Ce.S.A.R. (Centro per lo Sviluppo Agricolo e Rurale), ISMEA, Università degli Studi di Perugia (Dipartimento di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali) e ASNACODI Italia (Associazione Nazionale dei Consorzi di Difesa) a cui ha partecipato con Chiara Gagnarli, capogruppo M5S in commissione Agricoltura, e al ministro Stefano Patuanelli (Mipaaf).“I fondi di mutualizzazione – prosegue – dovranno coprire i rischi non assicurati dalle compagnie per l’assenza di informazioni sufficienti alla quantificazione del rischio e integrare le coperture quando siano solo parzialmente assunte dalle compagnie. L’introduzione dello standard value sulla misura assicurativa, invece, ha al contempo permesso di ridurre i tempi di istruttoria, facendo sì che il Ministero delle Politiche agricole possa liquidare quasi il 90 per cento degli importi richiesti e riducendo in maniera considerevole le anticipazioni finanziarie dei Condifesa e dei singoli agricoltori. Se i valori assicurati dalle aziende rientrano nello standard value, non sarà necessario presentare documenti per dimostrare la veridicità dei valori assicurati”.“Infine, il Mipaaf, che ringrazio per l’operato, è già al lavoro con Agea sulla possibilità di istruire digitalmente le circa 160mila domande annuali, agevolando ulteriormente gli agricoltori” conclude Gallinella.

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Inflazione: “Rischio corto circuito tra aumento dei costi e consumi in stallo”

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 febbraio 2022

Nel corso dell’ultimo anno i prezzi nel settore della ristorazione sono cresciuti del 4,1%, meno rispetto all’aumento complessivo che, complice l’impennata dell’energia, ha raggiunto il 4,8%. Un dato messo in luce dall’Ufficio Studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, che ha rielaborato i dati diffusi oggi dall’Istat.“Le imprese della ristorazione continuano a mantenere un profilo inflazionistico accorto anche per accompagnare una ripresa dei consumi – sottolinea la Federazione – che stenta a decollare. Tuttavia anche sui listini di bar e ristoranti cominciano a scaricarsi le tensioni sui prezzi di acquisto delle materie prime e dell’energia che da qualche mese hanno toccato livelli record. Con i locali che faticano a riempirsi e bollette quasi raddoppiate, gli imprenditori sono allo stremo. Occorre anzitutto dare un impulso ai consumi allentando le maglie della burocrazia sanitaria e dall’altro intervenire subito per attenuare i rincari dei costi per le aziende”. “Se poi si guarda ai dati sull’inflazione degli ultimi 20 anni – prosegue la Fipe – si scopre che il luogo comune secondo il quale ristoranti e bar hanno per lungo tempo gonfiato i prezzi altro non era se non una fake news. Da quando è entrata in vigore la moneta unica, infatti, nella ristorazione i prezzi sono cresciuti più o meno in linea con l’inflazione generale.”

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Causa Covid a rischio la chirurgia programmata

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 gennaio 2022

“Sono trascorsi due anni di pandemia senza individuare adeguate soluzioni per garantire l’assistenza ai pazienti più fragili come quelli oncologici, cardiologici e ematologici. Siamo molto preoccupati per il blocco, di fatto, dell’attività chirurgica programmata determinato dalla nuova ondata pandemica causata dalla variante Omicron. Questa paralisi rischia di provocare gravi danni ai nostri pazienti, che sono circa 11 milioni in Italia. Ricordiamo infatti che il rinvio degli interventi chirurgici può favorire lo sviluppo di tumori in fasi più avanzate, con minori possibilità di guarigione. Serve un’urgente ridefinizione del Sistema sanitario nazionale, modernizzando e rafforzando gli ospedali, rifondando la medicina territoriale, con una netta separazione fra ospedali, ambiti di cura e assistenza per pazienti Covid e non Covid”. È l’appello di FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi), che esprime forte preoccupazione per uno scenario che sembra ricalcare quello dei primi mesi del 2020. “In questi due anni abbiamo proposto documenti operativi alle Istituzioni con continui confronti, ma non è stato realizzato nulla per proteggere i pazienti fragili – spiega Francesco Cognetti, Presidente FOCE -. Nel 2020 sono stati oltre 1,3 milioni i ricoveri in meno rispetto al 2019, sono saltati anche quelli urgenti. I ricoveri di chirurgia oncologica hanno visto una contrazione vistosa ed una diminuzione di circa il 50-80% dell’attività elettiva, cioè programmata, come comunicato dalla Società Italiana di Chirurgia”. Nel 2021 era stata recuperata una parte di queste attività. Ma la situazione attuale segna una drammatica regressione. Anche in ambito cardiovascolare nel 2020 il calo dei ricoveri è stato di circa il 20% (per impianti di defibrillatori, pacemaker ed interventi cardiochirurgici rilevanti) e ancora maggiore per infarto del miocardio con aumento della mortalità. La Società Italiana di Cardiologia (SIC) sta realizzando un’indagine per aggiornare questi dati, ma ad un’analisi preliminare sembra che la situazione non sia migliorata. “Abbiamo più volte chiesto anche il riavvio degli screening anticancro su tutto il territorio nazionale – afferma il prof. Cognetti -. Nel 2020 rispetto al 2019, sono stati eseguiti circa 2 milioni e mezzo di screening in meno. La riduzione degli esami è stata pari al 45,5% per lo screening colorettale (-1.110.414 test), al 43,4% per quello cervicale (-669.742), al 37,6% per le mammografie (-751.879). Nell’autunno 2020 alcune Regioni sono riuscite ad erogare più test rispetto al 2019. Mancano però i dati del 2021 per fotografare lo stato dei programmi di prevenzione secondaria. Serve un aggiornamento almeno semestrale per capire in tempo reale le criticità da affrontare. Gli screening sono fondamentali per individuare le neoplasie in fase iniziale e migliorare la sopravvivenza”. Nel 2019 i posti letto di degenza ordinaria erano 314 per 100mila abitanti, rispetto a una media europea di 500, collocando il nostro Paese al 22° posto in Europa per questo parametro. Anche per i posti letto in terapia intensiva esisteva un gap molto evidente, con 9 posti letto ogni 100mila abitanti in Italia, rispetto, ad esempio ai 33 della Germania. Poco o nulla è cambiato in questi due anni. “Le carenze del settore ospedaliero, come spiegato nel documento programmatico stilato dalle società scientifiche riunite nel ‘Forum Permanente sul Sistema Sanitario Nazionale nel post Covid’ – conclude il prof. Cognetti -, sono tra le cause principali che stanno provocando effetti estremamente dannosi durante la pandemia. Serve quanto prima una revisione del DM 70 sugli standard ospedalieri. È necessario assegnare più risorse all’assistenza nosocomiale, attingendo anche dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e non solo”.

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Scuola: Ritorno ad alto rischio contagio

Posted by fidest press agency su martedì, 11 gennaio 2022

“I presidi – dichiara Pacifico a Italia Stampa – dicono che non ci sono le condizioni, i sindaci sono pronti a interdire l’uso degli edifici qualora si utilizzino per la didattica in presenza, anche gli studenti vogliono le lezioni da casa perché sanno di essere collocati in classi sovraffollate” e si rendono conto dei rischi che questo comporta. La verità, secondo il sindacalista autonomo, è che “il Governo non ha fatto niente in tal senso: gli spazi delle aule sono sempre gli stessi, avrebbe dovuto investire 10 miliardi, invece” con la Legge di Bilancio “sono stati stanziati appena 40 milioni”. “Intanto – continua Pacifico – rispetto all’anno scorso l’organico Covid è stato addirittura dimezzato, come se la vaccinazione del 95% del personale e la sospensione dal servizio del 5% restante potesse risolvere il problema del possibile contagio nelle scuole. Non è così, le scuole non sono sicure e qualcuno dovrà spiegare agli italiani perché i loro figli non sono sicuri rientrando a scuola e sempre qualcuno dovrà assumersi le responsabilità del personale che si contagerà al rientro dalle vacanze natalizie”.

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Dirigenti scolastici: Rischio burnout

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 dicembre 2021

I presidi italiani sono sempre più oberati da mansioni e responsabilità. Ne ha parlato anche il ministro dell’istruzione; infatti, Patrizio Bianchi ha affermato, come rileva la rivista specializzata Orizzonte scuola, che bisogna riconoscere la Scuola come istituzione. “Nella legge di Bilancio sono stanziati 240 mln e altri 18 mld nel PNRR, di cui 13 mld per l’edilizia e 5 mld per la riorganizzazione. Il 30 novembre, con il presidente del consiglio, presenteremo il programma di 5 mld, di cui 3 mld destinati ad asili e infanzia, 900 mln per le persone, 400 mln per creare delle scuole innovative, digitali e sostenibili e 500 mln per le ristrutturazioni. I fondi ci sono e la scuola è tra i 4 pilastri fondamentali per il Paese”.Come ha riportato Tutto scuola, “la scuola italiana sta affrontando un’emergenza di cui non si parla”, che è rappresentata dal livello di stress e di disagio tra chi lavora nella scuola”. Tale fenomeno è in salita; infatti il 52% del personale ha un alto rischio di esaurimento emotivo e il 23% di depersonalizzazione”. Del problema aveva fatto riflettere Tutto scuola attraverso il documentato dossier “La scuola che soffre/1. DIRIGENTI, CHE STRESS. Allarme presidi: troppi alunni e troppe incombenze”.Il sindacato Udir da sempre lotta affinché il ruolo dei dirigenti scolastici sia valorizzato, che vengano riconosciute le giuste tutele, a partire dallo scudo penale. Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Udir, ha ribadito come “in tema di sicurezza c’è un problema grande che riguarda anche la responsabilità dei dirigenti scolastici, che Udir ha sempre denunciato e sempre visto come un problema non risolto. Sin dalla sua fondazione – spiega il leader del sindacato – Udir ha presentato delle proposte di modifica del testo unico sulla sicurezza, perché il dirigente scolastico è un datore di lavoro, ma non ha ancora oggi i poteri di spesa. E in un momento come questo, con la pandemia ancora nelle nostre vite, è evidente che i rischi diventano maggiori”.

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Agricoltura:Incentivare una gestione del rischio omogenea su tutto il territorio nazionale

Posted by fidest press agency su sabato, 27 novembre 2021

“Nonostante l’escalation di eventi estremi in Italia, il numero di aziende agricole assicurate appare in marginale flessione. Sebbene nel 2020 siano aumentate le risorse per la gestione del rischio, le variazioni operate dalle regioni sono prevalentemente in diminuzione, poi compensate dagli incrementi di spesa di due sole regioni: Emilia-Romagna e Sicilia. Per questo riteniamo importante che si intervenga per adottare ogni iniziativa utile a garantire una diffusione uniforme sul territorio nazionale degli strumenti di polizza assicurativa a copertura delle perdite di produzione causate da eventi atmosferici avversi nel settore agricolo, anche considerando l’importanza sempre maggiore di strategie di prevenzione dei rischi, sia climatici sia economico-finanziari, da cui larga parte dipende la crescita stessa del sistema Paese”. Lo dichiara il deputato Dedalo Pignatone (M5S), primo firmatario di un question time sulla gestione del rischio nel comparto primario che sarà discusso domani in commissione Agricoltura a Montecitorio. “Secondo il rapporto Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare del Ministero delle Politiche agricole – aggiunge -, il primato delle assicurazioni spetta alle regioni settentrionali dove si registra il 79,5% del totale nazionale dei valori assicurati, lo 0,6% in meno rispetto all’anno precedente. La graduatoria nazionale vede in testa il Veneto (20%), seguito da Emilia-Romagna (17,3%), Lombardia (15%), Trentino-Alto Adige (11,4%) e Piemonte (11%): le prime quattro regioni concentrano il 60% del mercato. Al Sud il primato resta alla Puglia (5%), seguita a distanza da Sicilia, Abruzzo e Campania, che insieme cumulano il 3,5%”.“Auspichiamo che il Mipaaf possa intervenire per invertire questa tendenza, facendo in modo tale che lo strumento assicurativo si diffonda in maniera uniforme sul territorio nazionale” conclude.

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Evergrande: rischio idiosincratico o sistematico?

Posted by fidest press agency su sabato, 6 novembre 2021

A cura di Mario Amabile, Investment Specialist di Pictet Asset Management. La recente stretta normativa da parte delle autorità cinesi su telecomunicazioni, istruzione e settore immobiliare ha innescato una fase di forte vendite sui mercati finanziari cinesi, in particolare tra le attività più rischiose. Le dimensioni complessive dell’intervento governativo e il suo impatto sulle prospettive di crescita dei settori menzionati sono ancora difficili da prevedere, ma pare chiaro che l’aumento del controllo normativo abbia a che fare con l’intenzione delle autorità cinesi di raggiungere l’obiettivo di lungo termine di trasformarsi in una “economia socialista moderna”. Dopo 30 anni di riforme economiche, infatti, la Cina è ora entrata in una nuova fase di sviluppo che enfatizza la “prosperità comune” (la fase precedente potrebbe essere definita come “prima di tutto lasciare che la popolazione si arricchisca” e ha portato all’eliminazione pressoché totale della povertà).Il recente cambio di direzione non implica una repressione delle imprese private, considerate parte integrante dell’economia, ma indica che le autorità cercheranno di trovare un migliore equilibrio tra crescita e uguaglianza. In tal senso, le istituzioni cinesi potrebbero aver osservato le loro controparti sviluppate e capito che affidarsi esclusivamente a sistemi convenzionali come la tassazione per affrontare la disuguaglianza sociale non è sufficiente. Hanno deciso, invece, di imporre rigide micropolitiche per indurre le aziende ad assumersi responsabilità sociali. Una scelta che potrebbe rivelarsi controproducente nel breve termine ma dovrebbe portare sicuri benefici a lungo termine. Internamente, la Cina si trova a dover fare i conti con il basso tasso di natalità e l’invecchiamento della popolazione, mentre le tensioni con gli Stati Uniti e alcuni altri Paesi sviluppati continuano a rappresentare problemi esterni strutturali. Di fronte a queste sfide, le autorità hanno compreso che la via da percorrere consiste nel migliorare i mezzi di sussistenza e il benessere della popolazione in modo tale che la struttura demografica migliori e la stabilità sociale venga mantenuta. Da questa impostazione di fondo deriva la decisione di regolamentare settori chiave per il benessere della massa di persone, come telecomunicazioni, istruzione e settore immobiliare. Oltre a ciò, le autorità introdurranno sempre più politiche volte a sostenere le tecnologie verdi, motivo per cui gli investitori dovrebbero sviluppare un quadro ESG applicabile in modo specifico alla Cina.Uno dei potenziali effetti positivi del contesto attuale è che, visto l’impatto negativo che la stretta normativa ha avuto sul sentiment degli investitori e, almeno nel breve termine, sulla crescita, ci sono oggi meno probabilità di un inasprimento aggressivo delle politiche economiche.Al contrario, le autorità hanno preparato le misure per contrastare il vento economico contrario nel caso in cui la crescita dovesse ulteriormente deteriorarsi in modo significativo. Con l’accelerazione nell’emissione di titoli dei governi locali, la spesa fiscale dovrebbe sostenere gli investimenti infrastrutturali nei prossimi trimestri. Nel frattempo, la politica monetaria rimarrà accomodante e utilizzerà anzi più strumenti per sostenere l’economia reale (sono stati già tagliati i tassi di riserva obbligatoria, RRR).La regolamentazione introdotta, inoltre, porterà alla riduzione della leva finanziaria in alcuni settori, il che nel lungo periodo avrà l’effetto di migliorare i fondamentali di credito delle aziende che ne fanno parte.Sul fronte azionario, invece, le difficoltà per i titoli cinesi quotati all’estero potrebbero portare a un maggiore sostegno agli investimenti diretti nella Cina onshore, ad esempio tramite la continua apertura del settore bancario/assicurativo o con la quotazione delle aziende tech sui listini domestici o di Hong Kong. Infine, come nota di colore politico, il controllo sulle aziende cresciute “in misura eccessiva” a beneficio dell’intera popolazione e in favore di una maggiore uguaglianza non fa altro che incrementare la popolarità del Partito Comunista Cinese, aumentando la stabilità sociale e politica del Paese.

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Rischio inflazione. Fipe: “Servono controlli per evitare speculazioni”

Posted by fidest press agency su martedì, 26 ottobre 2021

“Registriamo con preoccupazione le forti tensioni inflattive che riguardano materie prime, energia utenze e servizi vari, che rischiano di pregiudicare la ripresa economica in atto con pericolose ripercussioni sui prezzi dei listini delle attività di pubblico esercizio. In una situazione in cui il Paese sta correndo per tornare al punto di partenza, e cioè ai livelli di consumi pre-Covid, queste tensioni minano la fiducia dei consumatori e riducono il potere d’acquisto delle famiglie. È necessario, quindi, che il Governo attivi presidi di monitoraggio e controllo, soprattutto per contrastare le forti componenti speculative che stanno pericolosamente alimentando gli aumenti su prodotti e servizi e che, se non contrastati, produrranno una inevitabile e forte crescita dei prezzi.” Così il Presidente di Fipe-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, sui rischi legati all’inflazione e al conseguente aumento dei prezzi al consumo.

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La gestione proattiva del rischio COVID-19 mitiga l’impatto sul business

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

Studio “Global Risk Landscape” realizzato da BDO su un campione di 500 C-level in tutto il mondo (e 200 in Europa) per capire come abbiano gestito durante lo scorso anno la prolungata situazione di incertezza causata dalla pandemia, quali siano stati gli adattamenti effettuati sul loro modello di business per adeguarsi alle circostanze eccezionali e quali ostacoli abbiano dovuto superare per garantire continuità alle loro attività. Queste le principali evidenze: A livello globale, il 53% delle aziende che hanno deciso di affrontare i rischi derivati dalla crisi pandemica ha registrato impatti minori sul business rispetto a chi ha preferito evitarli Solo poco più della metà (il 53%) dei rispondenti nel 2020 contemplava una “crisi sanitaria globale” all’interno dei fattori di rischio e, di questi, il 58% ha affermato che questo è stato di aiuto nella gestione della pandemia. In ogni caso, ben il 90% dei rispondenti ha ammesso che quanto accaduto lo scorso anno ha portato a una rivalutazione complessiva dei fattori di rischio per l’azienda. Il Covid-19 ha portato a un aumento degli investimenti aziendali nella trasformazione digitale (per il 57% del campione) e a una maggiore focalizzazione sugli aspetti ESG: il 24% dei rispondenti ha infatti migliorato le proprie performance di sostenibilità ambientale, per esempio riducendo la loro “carbon footprint”, mentre il 20% ha ridefinito l’impatto sulla comunità del proprio business, diventando maggiormente responsabile dal punto di vista sociale. Nel prossimo futuro, il rischio maggiore è quello di un rallentamento dell’economia e di una ripresa più lenta del previsto, indicato dal 41% degli intervistati In Europa, il 25% dei manager coinvolti ha dichiarato un impatto della pandemia “minore” o “molto minore” rispetto alle stime iniziali, ma solo il 52% delle aziende prevedeva una crisi sanitaria tra gli scenari di rischio La tecnologia è stata indicata come un fattore importante per prevedere future fonti di rischio: tuttavia solo il 16% delle aziende in Europa utilizza questo tipo di strumenti. Per questo motivo, il 34% del campione ha aumentato gli investimenti in nuove tecnologie e nella trasformazione digitale, accompagnando questa strategia ad altri cambiamenti come l’adattamento del proprio modello di business al nuovo scenario (per il 30%) e il consolidamento della supply chain (per il 27%).https://www.bcw-global.com/

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Evergrande, un altro mattone nel muro del rischio?

Posted by fidest press agency su martedì, 28 settembre 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. I mercati finanziari sono stati questa settimana un po’ in agitazione per Evergrande, società immobiliare cinese, esplosa sulla cresta del boom del Dragone. È molto grande, molto indebitata (circa 300 miliardi di dollari, secondo le notizie) e possiede una squadra di calcio, il che di certo suggerisce qualcosa sul suo approccio agli investimenti e sulle ragioni per cui oggi si trova in una posizione finanziaria scomoda. La società sta avendo alcuni problemi di flusso di cassa e potrebbe essere insolvente, almeno per quanto riguarda una parte del suo debito. Si tratta di un tipico caso di mala gestione aziendale sfociata in una crisi di liquidità. Nell’ultimo esercizio di mercato la società aveva fatto registrare profitti ragguardevoli. Adesso, complice un eccessivo ricorso ai prestiti, qualche investimento sbagliato e gli effetti della pandemia, il colosso potrebbe essere in difficoltà a ripagare parte dei suoi debiti e ciò porterebbe la società al fallimento per mancanza di liquidità. La storia poi è condita dall’emissione incontrollata dei titoli di debito a privati e aziende finanziarie, alcuni dei quali rifilati anche a fornitori e comuni cittadini che rischiano ora di doversi mettere in fila per sperare di vedere ripagati i propri crediti. I bond dell’azienda sono già di fatto considerati come carta straccia e vengono scambiati per cifre vicine ai 20 centesimi al dollaro, i valori di un’azienda praticamente in default. Insomma, in questa storia sembrano darsi appuntamento tanti dei vizi strutturali del capitalismo cinese: In primis un settore immobiliare cresciuto in maniera ipertrofica e diventato troppo grande anche rispetto alle dimensioni abnormi dell’economia cinese.Il tutto in un contesto in cui il governo di Xi sta intervenendo per ridefinire la scala di potere tra pubblico e privato e cercare di porre rimedio agli eccessi della crescita economica, ponendo anche limiti regolamentari alla possibilità di crescere a debito. Negli ultimi mesi abbiamo visto lo Stato agire contro, tra le altre cose, l’istruzione privata, i videogiochi e la cultura della celebrità. Nel caso del settore immobiliare, lo Stato ha agito per cercare di frenare l’eccessiva leva finanziaria attraverso una serie di regole. Si potrebbe obiettare che Evergrande sia un banco di prova per l’efficacia di tali regole.Tutte queste decisioni hanno avuto un impatto negativo sui prezzi delle azioni in vari settori dell’economia cinese (aziende private operanti nel settore dell’educazione, casinò di Macao), ma soprattutto le grandi aziende tecnologiche. Anche lato obbligazionario avevamo cominciato a notare della turbolenza e a fine agosto avevamo messo in evidenza la vicenda di ​​Huarong. A questo substrato di incertezza regolamentare si è aggiunto il tema del rallentamento di un’economia che ha bisogno di continuare a correre a tutta velocità per non ingolfarsi nei rischi, piccoli e grandi, legati inevitabilmente al suo processo di maturazione.Al di là delle considerazioni macroeconomiche generali, ciò che veramente preoccupa i mercati nel breve sono, in primo luogo, il potenziale valore sistemico di un eventuale fallimento di Evergrande e, in secondo luogo, i segnali che questa crisi industriale ci manda sulla salute dell’economia cinese.Per quanto riguarda il primo punto, molti commentatori si sono spinti a immaginare un paragone con la vicenda di Lehman Brothers: ci sembra un confronto azzardato per vari motivi. Primo fra tutti le dimensioni dell’esposizione (300 miliardi contro gli oltre 500 miliardi della banca d’affari americana). Secondo, la maggior interdipendenza del sistema finanziario americano nei confronti del sistema industriale cinese, ricordando l’effetto perverso degli strumenti strutturati che servirono a mandare in tilt il sistema finanziario. Il clima politico, con un governo – quello cinese – che ha oggi molte più opzioni e una maggiore capacità di agire del governo Usa nel 2008. Anche se, proprio ieri, il governo centrale cinese è apparso poco incline a salvataggi in grande stile e ha chiesto ai funzionari locali nel Paese di prepararsi a una “possibile tempesta”. Dal canto suo, in una nota, il presidente e fondatore Hui Ka Yan ha assicurato che «l’azienda farà del suo meglio per riprendere lavoro e produzione». Evergrande ha 20 miliardi di obbligazioni emessi in dollari in circolazione ed è il più grande emittente di obbligazioni in dollari high yield in Asia. Per quanto riguarda il mercato onshore l’azienda ha circa 7 miliardi di euro di bond in circolazione. Evergrande è poi esposta per oltre 50 miliardi di dollari verso il sistema bancario cinese. Si tratta di una quota relativamente piccola rispetto alla posizione debitoria totale nel quale la fanno da padrone debiti commerciali verso fornitori. In questo senso, i rischi maggiori potrebbero riversarsi più sull’economia reale che sul sistema finanziario.Evidentemente qualsiasi evento che possa rallentare l’economia cinese è per tutti gli investitori un motivo di preoccupazione. L’incertezza Evergrande si inserisce giá in un quadro che vede l’attività del settore real estate rallentare nel secondo semestre, insieme al resto dell’economia, che dopo aver superato meglio di altri Paesi il 2020, si trova in uno stato di affaticamento. Da parte nostra continuiamo dunque a ritenere, nonostante un outlook positivo per l’economia cinese, che una scommessa decisa sull’azionario del Dragone sia ancora prematura. D’altra parte continuiamo a restare soddisfatti dell’andamento dell’obbligazionario governativo che abbiamo incluso nei nostri portafogli a gennaio e che si è mosso in controtendenza rispetto all’aumento del rischio di mercato (agendo come un porto sicuro) a ulteriore riprova della maturità di questa asset class. In generale, anche alla luce del posizionamento del mercato con valutazioni relativamente alte, il caso di Evergrande è un altro mattone che va ad arricchire il muro del rischio. Sicuramente sarà un elemento da considerare nel posizionamento dei portafogli da qui in avanti.

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“Rischio patrimoniale con la riforma del catasto”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 settembre 2021

“La riforma del catasto, che ci chiede l’Europa, è illogica per almeno quattro motivi. Il primo: l’aumento degli estimi catastali coinciderebbe, per paradosso, con il lungo periodo di crollo del valore delle abitazioni e soprattutto dei locali commerciali, sempre più danneggiati dal commercio elettronico; il mercato immobiliare, che in futuro soffrirà anche il decremento strutturale della popolazione, e il Molise ne sa qualcosa, ne uscirebbe ulteriormente a pezzi e ciò renderebbe più poveri gli italiani, per i quali il mattone resta la primaria ricchezza. Il secondo motivo: aumentare la tassazione sugli immobili, a cominciare dall’Imu sulle seconde case detenute da un italiano su cinque, accentuerebbe la desertificazione dell’entroterra e delle zone montane del nostro Paese, Molise compreso, dove le abitazioni nei paesi d’origine rappresentano già un costo insostenibile di cui moltissimi italiani si vorrebbero liberare. Sappiamo come in tantissimi comuni molisani, ridotti a meno di mille abitanti, ci sono oltre un centinaio di abitazioni in vendita, vedi Capracotta, Frosolone o Sant’Elena Sannita, come mi fanno sapere dall’associazione “Forche Caudine” qui a Roma; un fenomeno che avrebbe ricadute negative anche sul turismo. Il terzo: l’aumento del prelievo fiscale penalizzerebbe le nuove generazioni che ereditano immobili di cui spesso non sono in grado di provvedere economicamente persino alla loro gestione e manutenzione; è noto, infatti, come oggi, a differenza degli anni Sessanta, molti figli non riescano ad eguagliare i genitori per qualità del lavoro e reddito. Quarto motivo: l’aumento della tassazione cadrebbe in una crisi economica determinata dal periodo pandemico che mostra ancora evidenti ferite economiche e sociali; con la riforma catastale varierebbe anche l’Isee, con pesanti ripercussioni sociali, si pensi alla mensa scolastica o alle tasse universitarie ”.È quanto spiega Domenico Mamone, presidente del sindacato datoriale Unsic con oltre tremila uffici in tutta Italia, a proposito della riforma del fisco, che comprende anche quella del catasto, inserita nel cronoprogramma del Pnrr. L’ultima variazione del valore catastale degli immobili risale al 1989, cioè in un periodo ben diverso per il mercato immobiliare. Nei giorni scorsi contro l’aumento della tassazione sulle case si è scagliato anche Giuseppe De Rita, fondatore del Censis ed ex presidente del Cnel, affermando che “l’abitazione è il fondamento della convivenza, della stabilità e del radicamento, per cui è anche un tabù: guai a chi la tocca. L’Imu è la tassa più odiata, una patrimoniale di fatto”. Il sociologo ha ricordato che per riequilibrare la distanza tra poveri e ricchi la casa è un elemento ormai desueto: “Questa distanza passa ormai per il digitale, per la finanza internazionale, per i risparmi collocati all’estero”.

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Pillola ‘multi-tasking’ per trattare il fattore di rischio ‘occulto’

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2021

La scarsa aderenza alla terapia va considerata come un vero e proprio fattore di rischio cardiovascolare. Ma è un fattore di rischio ‘occulto’, del quale il medico spesso non si rende conto. Si tende infatti a non considerare l’eventualità che il paziente possa non prendere i farmaci o non li assuma regolarmente. “Una possibile soluzionecontroil fattore di rischio ‘occulto’ è la polipillola – afferma il professor Massimo Volpe, Presidente della SIPREC – cioè una combinazione fissa di farmaci appartenenti a diverse categorie (ad esempio antipertensivi, anti-colesterolo, magari anche con l’aggiunta di aspirina) all’interno di un’unica pillola. Numerosi studi e una recentissima metanalisi di Lancet hanno dimostrato come la terapia di combinazione inserita in una polipillolapossa garantire un’efficace protezione cardiovascolare,determinando una riduzione di quasi il 40% degli eventi e mortalitàcardiovascolari nei pazienti in prevenzione primaria”. “Può sembrare lapalissiano – afferma il professor Giovambattista Desideri, direttore Cattedra di Geriatria Università de L’Aquila, ordinario di Medicina Interna e Geriatra – ma il cuore del problema è che i farmaci funzionano solo in chi li prende. Se parliamo ancora di problema dell’aderenza è perché la non adeguata osservanza da parte del paziente della prescrizione del medico, in termini di numero di farmaci e di tempi di assunzione, rappresenta ancora uno dei principali determinanti del non completo successo terapeutico degli interventi di prevenzione. Si stima che meno della metà dei pazienti con problematiche croniche, quali ipertensione o dislipidemia,sia adeguatamente aderente ai trattamenti prescritti e, dopo un anno dalla prima prescrizione, meno del 50% dei pazienti continui ad assumere con regolarità il trattamento, come dimostrano i dati l’Osservatorio sull’Uso dei Farmaci in Italia.Ma la ‘colpa’ non è certo solo del paziente. Oltre alla scarsa disponibilità e convinzione del paziente, c’è anche la scarsa disponibilità del medico a spiegare l’importanza di un’adeguata prevenzione e la sua inerzia nell’adeguare il trattamento. “Solo una parte, una quota insoddisfacente, dei nostri pazienti– ammette il professor Desideri – raggiungere il target di trattamento. In Italia, dove si contano 18 milioni di ipertesi, molti non assumono alcun farmaco e molti altri sono trattati in maniera non soddisfacente;mediamente nel nostro Paese circa il 60% dei pazienti ipertesi raggiunge l’obiettivo terapeutico (inferiore a 140/90 mmHg). Stesso discorso vale per la colesterolemia,meno diun terzo dei pazienti ad alto rischio raggiunge il target terapeutico (inferiore a 70 mg/dl di colesterolo LDL)”.Il terzo determinante della mancata aderenza, forse il più importante, è la complessità dello schema farmacologico. “Se mettiamo il paziente in condizione di dover assumere una manciata di farmaci al giorno – riflette il professor Desideri – è piuttosto improbabile che possa seguirelo schema con precisione”. Ma la novità degli ultimi anni è la possibilità di avere all’interno della stessa compressa farmaci di categorie di diverse, come quelli che riducono la pressione e la colesterolemia. E questo è il concetto di polipillola. “Queste combinazioni di farmaci di classi diverse (antipertensivi e ipolipemizzanti)– afferma il professor Desideri – hanno ormai profonde evidenze di efficacia e semplificano la gestione terapeutica del paziente. Dunque una soluzione ottima, ma non per tutti. Nonpossiamo trattare un paziente che non abbia mai assunto un farmaco antipertensivo o ipolipemizzante con unapolipillola; questa è invece un’ottima soluzione per i pazienti che stiano già assumendo quei principi attivi; riunire quei farmaci nella stessa compressa, semplificalo schema terapeutico e garantisce una maggior aderenza. I risultati di una meta-analisi presentata all’ultimo congresso della European Society of Cardiology e pubblicata su Lancetdimostrano che una polipillolacontenente almeno 2 farmaci antipertensivi, una statina ed eventualmente aspirina a basse dosi, riduce del 48% il rischio di infarto miocardico, dell’ictus del 41% e della morte per cause cardiovascolari del 35% in prevenzione primaria (cioè in soggetti che non avevano ancora avuto eventi cardiovascolari).

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