Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

Posts Tagged ‘rischio’

Riconoscere indennità di rischio a Professioni sanitarie militari

Posted by fidest press agency su sabato, 4 aprile 2020

“Ho presentato un emendamento al dl Cura Italia per tutelare le Professioni sanitarie militari e riconoscergli un’indennità di rischio alla luce dell’enorme impegno e sacrificio che stanno profondendo per contrastare la gravissima emergenza dell’epidemia Covid-19”. A dirlo è la senatrice di Fratelli d’Italia, Isabella Rauti, vicepresidente vicario del gruppo e componente della Commissione Difesa, presentando l’emendamento al decreto ‘Cura Italia’ nel quale viene riconosciuta un’indennità per esposizione al rischio biologico corrisposta al personale militare medico delle Professioni sanitarie e Operatori socio–sanitari.“Fratelli d’Italia una volta di più vuole riconoscere il grande impegno di tutte le Professioni Sanitarie e in particolare di quelle in divisa che scontano l’assenza di una vera rappresentanza in seno alla Federazione Nazionale degli Ordini Professioni Infermieristiche e di un sindacato che li tuteli. Attraverso questo emendamento, su cui mi auspico ci sia la massima condivisione politica, vogliamo dare ai nostri militari un adeguato riconoscimento per chi è impegnato in prima linea e sta dando una grande prova di coraggio anteponendo la vita degli altri alla propria” conclude la senatrice Rauti.

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Didattica a rischio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 aprile 2020

Tra i concorsi sospesi dal Governo a seguito della pandemia del Coronavirus figurano anche quelli per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento e della specializzazione nel sostegno agli alunni disabili: Anief chiede, con un emendamento al DL n. 18 del 17 marzo 2020, proposto alla V commissione del Senato, di attivare “percorsi universitari abilitanti in modalità telematica riservati al personale docente con almeno 24 mesi di servizio con contratto a tempo determinato sulla stessa tipologia di posto, o con contratto a tempo indeterminato al fine di favorire il passaggio di ruolo”. Allo stato attuale, la modalità formativa straordinaria per via telematica chiesta dal sindacato è l’unica misura possibile per mettere a disposizione degli alunni personale docente abilitato e specializzato per esercitare la professione e predisporsi alla stabilizzazione.

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Anziani a rischio: Occorre maggiore protezione

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

Nell’emergenza per il coronavirus, che viviamo ormai da oltre un mese, chiediamo attenzione da parte delle istituzioni nei confronti delle persone più a rischio in assoluto di contagiarsi: gli anziani in istituto. Le più recenti e tragiche cronache di Rsa e case di riposo messe in isolamento per l’alto numero di positivi al test, rivela il fatto che in molti casi non si è messo in sicurezza il personale che li assisteva, ugualmente vittima di questa grave mancanza. Si poteva e si doveva infatti assicurare che i lavoratori di queste strutture fossero protetti per garantire la loro salute come quella delle persone ospitate.Se non si è attivata questa rete di protezione è per una cultura troppa diffusa, quella che nega pari dignità alla vita delle persone più fragili con conseguenze potrebbero essere catastrofiche, come numero di vittime, per il tipo di strutture “chiuse”, in cui gli anziani sono ospitati.Per tutti questi motivi la Comunità di Sant’Egidio chiede al governo e alle regioni di disporre con urgenza una task force di medici e operatori sanitari che controlli la situazione all’interno di istituti come Rsa, case di riposo e altre strutture di ospitalità, prima che sia troppo tardi per chi vi risiede e chi vi lavora.Si sollecita anche, con uguale urgenza, l’invio di mascherine, disinfettanti, ventilatori, bombole di ossigeno e altri dispositivi medici e di protezione – di cui spesso le stesse strutture sono carenti – nonché la sanificazione degli ambienti a rischio.
Ne va della coscienza civile di un Paese che non può assistere impotente all’ecatombe di una generazione che ha dato tanto in lavoro, cultura e benessere a chi è più giovane.

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Quali sono le imprese più a rischio default con l’emergenza Coronavirus?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

Sono quelle con rating intermedio, tra B e BBB, il 65% delle Pmi italiane. Se le prime della classe, le triple A, sono in grado di superare con disinvoltura anche lo scenario più negativo, in cui si ipotizza un calo del fatturato di almeno il 10%, per tutti gli altri rating le probabilità di default sembrano destinate ad aumentare. E per la classe B, che raccoglie imprese equilibrate pure se con margini risicati, la situazione è la più critica: la probabilità di default aumenterebbe di oltre tre volte, passando infatti dallo 0,98% al 3,29%, in caso di scenario gravemente negativo, diventando di gran lunga superiore a quella della tripla C, che oggi è del 2,38%.
Sono alcuni dei risultati degli stress test condotti da modefinance, la prima Agenzia di Rating Fintech d’Europa, attraverso For-ST, tool di simulazione progettato per elaborare proiezioni dell’andamento del bilancio e simulazioni di scenari di stress testing all’interno della piattaforma di Rating-as-a-Service.
Nella simulazione effettuata da modefinance su un campione rappresentativo di 187mila Pmi italiane con un fatturato compreso tra i 2 e i 50 milioni di euro sono stati ipotizzati due possibili scenari (oltre a quello attuale di partenza, definito in figura 4 “PD attuale modefinance”). Il primo è uno scenario moderatamente negativo e ipotizza una contrazione del fatturato del 4% per tutti i settori e le imprese di cui è composto il campione (incluse quelle attività per cui è possibile attivare lo smart working). Il secondo è uno scenario gravemente negativo in cui la contrazione generalizzata del fatturato si attesta in media almeno il 10% per tutte le imprese italiane, a prescindere dal settore. Questo riguarda, quindi, anche le aziende non o meno colpite dall’attuale situazione, come ad esempio la GDO, il settore farmaceutico o, ancora, le imprese che possono attivare lo smart-working.Il campione rappresentativo di Pmi italiane si caratterizza, non sorprendentemente, per un forte sbilanciamento geografico al Nord del Paese (che pesa per il 60% del totale, mentre il restante 40% si divide equamente tra Sud e Centro).Per quanto riguarda i settori, i più rilevanti sono quelli del commercio all’ingrosso e al dettaglio (circa il 30%) e la manifattura (poco più del 28%); le costruzioni rappresentano il 13,44% del totale, seguite da trasporto (5,7%) e attività immobiliari (quasi il 5%).

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Ridurre il rischio per famiglie di medici e infermieri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

“Mi sono confrontato con alcuni medici e infermieri che a Milano, come altrove, in questi giorni fanno turni massacranti per assistere i ricoverati per COVID19. Quando finiscono un turno corrono a casa, solo per dormire qualche ora, e poi rientrano in ospedale. A volte la loro casa è distante dall’Ospedale e stanchi e affaticati, devono percorrere molti chilometri e sprecare parte di quel poco tempo che hanno a disposizione per riposare” sottolinea Andrea Mascaretti capogruppo di FDI a Palazzo Marino “ma non è finita. Molti di loro a casa hanno genitori anziani e una famiglia che non vorrebbero esporre, in nessun caso, al rischio di contagio. Allora, si potrebbero posizionare all’interno dei parcheggi degli ospedali camper e roulotte da assegnare al personale per brevi momenti di riposo, un po’ di ristoro, per cambiarsi gli abiti ecc. La loro assegnazione a medici e infermieri, la pulizia e la disinfezione degli ambienti e il servizio tintoria sarebbero gestiti dagli Ospedali” propone Andrea Mascaretti “abbiamo già contattato alcuni rivenditori di camper e roulotte e ho ricevuto delle belle risposte: sarebbero disposti a metterli a disposizione di medici e infermieri per ringraziarli di quello che stanno facendo per tutti noi, e se non bastassero” conclude Mascaretti “potremmo avviare una raccolta fondi per noleggiarli”

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Rischio contagio nonni che accudiscono nipoti

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

“Credo che, di fronte alle complesse circostanze provocate dalla diffusione del Coronavirus nel nostro paese, dobbiamo ancora una volta ringraziare i nostri insostituibili nonni”, dichiara il Presidente Senior Italia FederAnziani Roberto Messina, “Questa difficile circostanza di tipo sanitario si sta infatti rivelando, per poter essere affrontata, come una situazione con aspetti di emergenza sul piano della nostra vita sociale, per quanto riguarda l’organizzazione quotidiana, e ancora una volta i nonni si dimostrano il grande ammortizzatore senza il quale spesso i figli non potrebbero avere una propria famiglia”.“La chiusura delle scuole, resasi necessaria a scopo preventivo per frenare la diffusione del virus”, prosegue Messina, “ha infatti rafforzato il ricorso proprio all’accudimento da parte dei nonni nei confronti dei nipoti, prassi già comune ed essenziale nella nostra società e, ora, resasi ancora più indispensabile per tutti quei genitori che comprensibilmente, in questa emergenza, non sanno più come gestire l’equilibrio tra famiglia e lavoro. I nonni, baby sitter per gran parte dell’anno, ora sono chiamati a farlo in molti casi praticamente a tempo pieno, aiutando in questo modo figli e nipoti sia sul piano sociale sia su quello economico, dal momento che la spesa per un servizio di baby sitting corrispondente all’intero orario di lavoro sarebbe per molte famiglie insostenibile”“Ci chiediamo però”, prosegue Messina, “se in questo caso non si stia chiedendo ai nonni un sacrificio di certo da loro donato volentieri, ma eccessivo e rischioso. Da una parte le regole di prevenzione prevedono infatti che agli anziani, soprattutto i più fragili, è consigliato di rimanere in casa ed evitare contatti con le altre persone, dall’altro, per forza di cose, gli si chiede di trascorrere tutto il giorno a stretto contatto con i propri nipoti. Se è vero che, da quanto emerge fin qui, i bambini non sarebbero i principali bersagli del Coronavirus, è anche vero, che il mondo scientifico si chiede se possano essere comunque degli importanti vettori del virus stesso, mettendo così in pericolo l’incolumità dei nonni, che invece, soprattutto quando sono più fragili, sono i principali soggetti a rischio” “Per questo”, conclude Messina, “ci sembra strettamente opportuno che si trovi con urgenza la quadra di questo che rischia di essere una sorta di cortocircuito sociale e sanitario. Vanno messe in campo quelle risorse che consentano ai genitori di gestire in questo momento direttamente la cura dei figli senza ricorrere in modo così indispensabile ai nonni, quali l’incentivazione dello smart working e la predisposizione di voucher per il baby sitting. Chiediamo, insomma, la promozione di un atteggiamento di prudenza dell’intera collettività, sostenuta dagli strumenti necessari, per tutelare quelli che sono i principali bersagli del virus. E ai nonni chiediamo, in particolare, di avere pazienza. Sappiamo che per loro è un sacrificio anche quello di tenere le dovute distanze dai propri nipoti, per questo diciamo loro: pazientate e aspettate che questa situazione sia superata. Il rischio, stavolta, ne vale la pena”.

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Scuola: A rischio la continuità didattica e il contrasto del precariato

Posted by fidest press agency su domenica, 8 marzo 2020

Tra le prime istanze del giovane sindacato la possibilità di mantenere nei ruoli il personale che abbia superato positivamente l’anno di prova. Marcello Pacifico (Anief): “La riapertura delle Graduatorie a Esaurimento è la soluzione concreta”La richiesta di un colloquio urgente. È l’oggetto di una lettera inviata da Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, alla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina. Sul tavolo la questione del reclutamento Infanzia e Primaria, alla luce dell’assenza di un concorso straordinario (previsto invece per la scuola secondaria) e soprattutto del contenzioso esistente circa la valutazione e la valorizzazione del titolo di diploma magistrale come della laurea in scienze della formazione primaria ai fini dell’inserimento nei ruoli della pubblica amministrazione.Tra le richieste preventive del giovane sindacato rappresentativo la verifica, da parte del ministero dell’Istruzione, con l’avvocatura dello Stato della possibilità di mantenere nei ruoli il personale (circa 7.000 maestri) che, ad ogni modo, abbia superato positivamente l’anno di prova e sia stato confermato nei ruoli dopo valutazione collegiale dal dirigente scolastico.«Quello dei diplomati magistrale – osserva Marcello Pacifico, leader di Anief – è un allarme che non si può ignorare ulteriormente. La prossima estate, quanti dovessero ricevere sentenza negativa verranno licenziati. Un’opportunità concreta di risoluzione del problema è la riapertura delle Graduatorie a Esaurimento, magari nella finestra di aggiornamento, con lo scioglimento della riserva per chi è inserito»

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Il rischio dell’imbarbarimento culturale

Posted by fidest press agency su sabato, 29 febbraio 2020

Non sembra vi possa essere spazio a quel metodo che si rifaceva al sistema degli “attriti tra contrari”. Esso si dispiegava in una sorta di distributore del sapere per minorenni ignoranti che aspettano l’imbeccata e a precettori che esigevano obbedienza, quasi cieca. Si risolveva in un principio di autorità che imponeva dall’alto e di fuori. Ora niente è imposto di fuori. Qui c’è soltanto da capire.
E’ il punto fondamentale rispetto al principio di totalità. Come funziona una nave? La nave ci parla di esocibernetica: pilota e timone sono due cose diverse. La vita di ciascuno di noi ci parla di endocibernetica. Il pilota, infatti, è di dentro, è fatto di conoscenza e volontà, di esperienza e di parametri d’ordine superiore. Non più eterodiretti, ma autodiretti. Per far questo bisogna aver capito il funzionamento. Non è possibile fermarsi a una sola parte: il motore senza timone. Non si può frammentare il viaggio come Ulisse nella grotta di Circe. Il principio di totalità si rifà al principio di ortogenesi. Tutti abbiamo in testa l’idea della giustezza; e quando pilotiamo la nave tra gli scogli e quando ascoltiamo un motore che perde colpi, dobbiamo ricorrere al confronto con gli altri e con l’ambiente. Dal confronto, dalla dimostrazione razionale e positiva, nasce una convinzione. Convinzione significa che restiamo avvinti, non contro la nostra libertà, ma mediante la nostra libertà. La vita è una serie di problemi da risolvere. Da piccoli si risolvono con l’aiuto e l’insegnamento degli altri. Crescendo, il comando esteriore s’interiorizza sino alla convinzione. E nella convinzione facciamo tutt’uno con la legge. Un tutt’uno felice, nel momento in cui questo tutt’uno si chiama amore. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus: I fumatori rischiano di più

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 febbraio 2020

I dati della ricerca parlano chiaro: non vi è ambito scientifico più studiato dei danni causati dal Fumo all’organismo umano. Si tratta di un danno multidimensionale che coinvolge ogni organo e apparato ma in misura maggiore ne fanno le spese i polmoni e le vie respiratorie. Con buona approssimazione si calcola che fumando 20 sigarette al giorno, in un anno si accumulerebbero nel polmone qualcosa come un etto di condensato, ovvero di catrame. Non si accumula per il fatto che il polmone mette in atto una serie di difese per smaltirlo, come il muco e le ciglia, che agiscono come un nastro trasportatore. Con il catarro perciò si espelle una buona parte di catrame ma alla fine il danno prevale in forme diverse.“E’ ciò che per 18 anni ho insegnato agli studenti di Medicina alla Sapienza”, spiega il prof. Giacomo Mangiaracina, medico specialista in Salute Pubblica, della Società Italiana di Tabaccologia (SITAB) e presidente dell’Agenzia nazionale per la prevenzione (www.prevenzione.info).“I danni al polmone sono strutturali e funzionali. Nei primi si ha la degenerazione carcinomatosa e la lacerazione delle delicate pareti alveolari fino alla creazione di veri e propri buchi dove l’aria rimane imprigionata, una condizione che può evolvere verso l’enfisema”.“Nel danno funzionale da Fumo”, spiega Mangiaracina, “prevale il ristagno di muco catarroso e lo spasmo delle delicate vie respiratorie, prima causa della malattia polmonare cronica ostruttiva (BPCO), che riduce il respiro e può evolvere verso l’insufficienza respiratoria”.Ed è proprio questo aspetto che rende il polmone molto più vulnerabile dall’attacco di agenti patogeni.“La bronchite cronica”, prosegue l’esperto, “è il riscontro più frequente. Ma è il ristagno di muco a trasformarsi in un vero e proprio terreno di coltura per batteri e virus, che possono esitare in broncopolmoniti acute”.“Per questo motivo”, conclude Mangiaracina, “il COVID.19 trova nei soggetti maturi fumatori, un terreno più fertile che con più probabilità fa evolvere un apparente modesto stato influenzale in una polmonite difficile da controllare farmacologicamente”.

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Rischio cardiovascolare, nuove prove di un legame con il consumo di carne

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 febbraio 2020

Mangiare due porzioni di carne rossa, carne lavorata o pollame, ma non di pesce, alla settimana sarebbe legato a un aumento del rischio del 3-7% di malattie cardiovascolari, mentre assumere due porzioni di carne rossa o di carne lavorata, ma non di pollame o pesce, alla settimana, a un aumento del 3% del rischio di morte da tutte le cause. Questo è quanto riferisce un nuovo ampio studio pubblicato su Jama Internal Medicine. «Si tratta di un aumento esiguo, è vero, ma vale la pena provare a ridurre la carne rossa e quella lavorata come salame, mortadella e salumi, anche perché il consumo di carne rossa è costantemente collegato ad altri problemi di salute come il cancro» afferma Norrina Allen, della Northwestern University Feinberg School of Medicine, autrice senior del lavoro. I ricercatori hanno analizzato i dati di 29.682 persone, di età media pari a 53,7 anni al basale, che hanno riferito personalmente i dettagli della propria dieta. Ebbene, l’analisi dei dati ha mostrato, oltre a un aumento del rischio dal 3 al 7% di malattie cardiovascolari e morte prematura per le persone che hanno mangiato carne rossa e carne lavorata, un rischio maggiore del 4% di malattie cardiovascolari per le persone che hanno consumato due porzioni a settimana di pollame, anche se le prove non sono state sufficienti per formulare una chiara raccomandazione sull’assunzione di pollame. Infatti, la relazione potrebbe essere dovuta al metodo di cottura del pollo e al consumo della pelle, piuttosto che alla carne di pollo di per sé. Non è stata invece riscontrata alcuna associazione tra consumo di pesce e malattie cardiovascolari o mortalità. Gli autori sottolineano che lo studio presenta alcuni limiti, come il fatto che la dieta sia stata riferita dai partecipanti e che sia stata valutata una sola volta, mentre i comportamenti alimentari potrebbero essere cambiati nel tempo. Inoltre, non sono stati presi in considerazione i metodi di cottura, ed è noto che l’assunzione di pollo fritto e pesce fritto è positivamente collegata alle malattie croniche. «La modifica dell’assunzione di questi alimenti proteici di origine animale può essere una strategia importante per contribuire a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e la morte prematura a livello di popolazione» concludono gli autori. JAMA Int Med 2020. Doi: 10.1001/jamainternmed.2019.6969 https://doi.org/ 10.1001/jamainternmed.2019.6969 by Doctor 33)

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Con l’attività fisica il rischio di ictus è più basso del 25-30%

Posted by fidest press agency su domenica, 9 febbraio 2020

Svolgere attività fisica in modo intelligente non significa necessariamente allenarsi per partecipare alle Olimpiadi: significa che ognuno di noi deve trovare il tempo, ogni giorno e in mezzo alle mille attività di ciascuno, da dedicare all’esercizio fisico, ciascuno in funzione delle proprie possibilità e caratteristiche. Più attività significa più salute per il cuore, il cervello, le arterie e le vene: non solo, ma migliora la salute delle ossa, dei muscoli e l’umore. Queste le raccomandazioni di ALT- Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, rappresentante in Italia di EHN – European Heart Network alla luce del report Physical Activity Policies for Cardiovascular Health sulla relazione fra attività fisica e salute cardiovascolare https://urly.it/346t6
Essere pigri significa moltiplicare la probabilità di andare incontro prima o poi a Infarto, Ictus, Trombosi, Embolia, diabete, ipertensione, aumento dei livelli di colesterolo nel sangue e conseguente aterosclerosi e demenza. Dovremmo saperlo tutti: eppure 25 donne su 100 e 22 uomini su 100 sono assolutamente pigri e non svolgono alcun tipo di attività fisica. Non serve esagerare: svolgere attività fisica in modo organizzato e costante fa bene a tutti, a coloro che sono in buona salute e si credono invincibili, e a coloro che hanno già avuto un incontro ravvicinato con un problema cardiovascolare e si sentono fragili.Il report di EHN, network europeo nel quale ALT rappresenta l’Italia, dimostra chiaramente che nei Paesi nei quali non esistono leggi che rendano l’ambiente favorevole a una attività fisica moderata le persone si muovono meno e si ammalano di più. 150 minuti alla settimana di attività fisica moderata, o 75 minuti alla settimana di attività fisica intensa: sono le raccomandazioni indicate dal rapporto europeo.
Il report sottolinea quanto sia fondamentale che i pazienti che hanno già avuto un evento cardio o cerebrovascolare, come una Trombosi, un Infarto, un Ictus cerebrale, che hanno subito un bypass o un’angioplastica o un intervento di chirurgia vascolare, o che soffrono di diabete o ipertensione o hanno livelli di colesterolo alti troppo a lungo nel tempo o aterosclerosi già diagnosticata abbiano bisogno di decidere di scegliere un programma di attività fisica strutturata in modo organizzato, perchè ne hanno “bisogno”: un programma che ovviamente deve essere compatibile con le fragilità e le caratteristiche di ognuno, che si aggiunga alla riabilitazione guidata da professionisti fisiatri o fisioterapisti. Per ogni persona “un abito su misura”: è questa, per fortuna e finalmente, la strada che sta riprendendo la medicina, non solo in termini di prevenzione ma anche di cura: perchè ognuno di noi può essere classificato in funzione delle caratteristiche generali (genere, peso, precedenti, farmaci e malattie in corso) in un gruppo, ma rimane comunque speciale e non tutti gli abiti calzano nello stesso modo su tutte le persone del gruppo.

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Il colesterolo non-HDL è utile per la stratificazione del rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Secondo i risultati di uno studio appena pubblicato su The Lancet, primo autore Fabian Brunner del dipartimento di Cardiologia all’University Heart & Vascular Center di Amburgo, le concentrazioni nel sangue di colesterolo non-HDL si associano in modo significativo al rischio a lungo termine di eventi cardiovascolari.«L’importanza delle concentrazioni di lipidi nel sangue e della terapia ipolipemizzante nella prognosi a lungo termine delle malattie cardiovascolari non è del tutto chiara» scrivono i ricercatori, che per meglio valutarla hanno messo a punto un semplice strumento in grado di stimare con buona approssimazione le probabilità di sviluppare una malattia cardiovascolare all’età di 75 anni. «L’algoritmo, utilizzando l’età, il genere e i fattori di rischio di ogni paziente, calcola la riduzione del rischio cardiovascolare ipotizzando una diminuzione del 50% dei valori di colesterolo non-HDL» spiega il ricercatore.
Per metterlo a punto gli autori hanno utilizzato i dati provenienti da 19 paesi riguardanti 398.846 persone. Dell’intera popolazione oggetto di studio, 199.415 soggetti sono stati inclusi nella coorte di derivazione e 199.431 in quella di validazione. «Durante un follow-up massimo di 43,6 anni si sono verificati 54.542 eventi cardiovascolari» scrivono i ricercatori, che usando la curva di incidenza hanno scoperto che l’aumento delle categorie di colesterolo non-HDL si associa a percentuali di eventi cardiovascolari progressivamente più alte a partire dai 30 anni di età. Ma non solo: anche i risultati dell’analisi multivariata indicano una correlazione significativa tra concentrazione di colesterolo non-HDL e malattie cardiovascolari. «I livelli di colesterolo non HDL nel sangue sono fortemente associati al rischio a lungo termine di malattie cardiovascolari aterosclerotiche. Questi dati potrebbero essere utili per la comunicazione medico-paziente sulle strategie di prevenzione primaria» conclude Brunner. (fonte Doctor33)

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Le diete proteiche aumentano il rischio di malattia renale cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Secondo uno studio olandese e uno coreano pubblicati su Nephrology Dialysis Transplantation, le diete ricche di proteine, oggi in voga per chi vuole dimagrire e aumentare la massa muscolare, sarebbero dannose per i reni in soggetti con funzionalità renale apparentemente normale. Nello studio olandese, Kevin Esmeijer, del Leiden University Medical Center, e il suo gruppo di lavoro, hanno raccolto i dati alimentari di 4.837 pazienti di età compresa tra 60 e 80 anni con una storia di infarto miocardico. L’età media della coorte era di 69 anni e la velocità di filtrazione glomerulare media stimata (eGFR) era di 82 mL/min/1,73m2. Per l’intera coorte, l’assunzione totale media di proteine è stata di 71 g/die, di cui circa due terzi da proteine animali e un terzo vegetali. L’analisi dei dati ha mostrato che, nella popolazione considerata, le persone che hanno assunto più proteine hanno subito un declino più rapido della funzione glomerulare.
Nello studio coreano, il gruppo di lavoro di Jong Hyun Jhee, della Yonsei University di Seoul, ha analizzato l’effetto che una dieta ricca di proteine ha avuto sull’iperfiltrazione renale e sulla riduzione della funzionalità renale in 9.226 individui, con età media di 52 anni. I pazienti sono stati classificati in quartili in base all’assunzione giornaliera di proteine, valutata tramite un questionario, e la prevalenza dell’iperfiltrazione renale è risultata essere significativamente più alta tra quelli nel più alto quartile di apporto proteico. Anche in questo studio, inoltre, la diminuzione media annua di eGFR è stata maggiore nelle persone posizionate nel quartile più alto di assunzione giornaliera di proteine. «Questi risultati ci portano a dedurre che un maggiore apporto di proteine possa essere un fattore di rischio indipendente per l’iperfiltrazione renale, che può accelerare il deterioramento della funzione renale» concludono gli autori. «I dati emergenti in individui e popolazioni suggeriscono che l’iperfiltrazione glomerulare associata a una dieta con alto contenuto di proteine possa portare a un rischio maggiore di sviluppare una malattia renale cronica o possa accelerare la progressione di una patologia esistente» scrivono in un editoriale di accompagnamento Kamyar Kalantar-Zadeh, della University of California, e alcuni colleghi.
(fonte: doctor33)

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Rischio cardiovascolare, risultati incoraggianti dal congresso Aha 2019. Le novità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

In occasione del congresso dell’American Heart Association (AHA) svoltosi a Philadelphia sono stati presentati i risultati di 2 analisi combinate di 4 studi clinici di fase 3 sull’acido bempedoico, indicato per le persone con ipercolesterolemia e alto rischio cardiovascolare (CV) che non raggiungono livelli target di colesterolo LDL (C-LDL). Il farmaco, la cui richiesta all’immissione in commercio è in corso di valutazione, aggiunto alla massima dose tollerata di statine, ha ridotto il C-LDL e, nei pazienti diabetici trattati per 12 settimane, ha ridotto l’emoglobina A1c rispetto al trattamento con placebo.«Ci sono evidenze che dimostrano che alcuni trattamenti ipolipemizzanti possano aumentare il rischio di diabete, quindi è incoraggiante per noi osservare che l’acido bempedoico, in aggiunta a terapie preesistenti, riduce il colesterolo senza tuttavia influenzare negativamente il controllo glicemico» ha affermato Wolfgang Zierhut, della Daiichi Sankyo Europa. Nel corso di un’altra presentazione, che ha riguardato un’analisi dello studio FOURIER, sono stati mostrati i vantaggi del trattamento con evolocumab nei pazienti colpiti da infarto nell’anno precedente, che sono a rischio di successivo evento CV maggiore rispetto a quelli colpiti tempo prima. Il farmaco, approvato in più di 70 paesi, ha ridotto il rischio in misura maggiore nei pazienti con infarto recente. Inoltre, non ha avuto ripercussioni sulla funzione cognitiva riportata dai pazienti con malattia CV stabile anche se con livelli di C-LDL molto bassi. Nuove analisi anche per lo studio di fase III PARAGON-HF condotto su pazienti affetti da insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata (HFpEF). Alcuni sottogruppi potrebbero trarre benefici dal trattamento con sacubitril/valsartan, approvato per l’insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione, rispetto al solo valsartan. È stata osservata una riduzione del rischio del numero di ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e mortalità da cause CV soprattutto nelle donne e nei pazienti sottoposti a screening durante il ricovero o entro 30 giorni dopo. L’analisi aggregata dei dati di PARAGON-HF e di PARADIGM-HF mostra benefici massimi in caso di pazienti con valori frazione di eiezione ventricolare sinistra inferiore al 60%. «I dati aiutano a capire meglio la natura eterogenea della HFpEF e il potenziale beneficio di sacubitril/valsartan per chi ha ancora bisogno di un’opzione terapeutica» ha dichiarato Scott Solomon del Brigham and Women’s Hospital negli Stati Uniti. (fonte doctor33)
In occasione del congresso dell’American Heart Association (AHA) svoltosi a Philadelphia sono stati presentati i risultati di 2 analisi combinate di 4 studi clinici di fase 3 sull’acido bempedoico, indicato per le persone con ipercolesterolemia e alto rischio cardiovascolare (CV) che non raggiungono livelli target di colesterolo LDL (C-LDL). Il farmaco, la cui richiesta all’immissione in commercio è in corso di valutazione, aggiunto alla massima dose tollerata di statine, ha ridotto il C-LDL e, nei pazienti diabetici trattati per 12 settimane, ha ridotto l’emoglobina A1c rispetto al trattamento con placebo.«Ci sono evidenze che dimostrano che alcuni trattamenti ipolipemizzanti possano aumentare il rischio di diabete, quindi è incoraggiante per noi osservare che l’acido bempedoico, in aggiunta a terapie preesistenti, riduce il colesterolo senza tuttavia influenzare negativamente il controllo glicemico» ha affermato Wolfgang Zierhut, della Daiichi Sankyo Europa. Nel corso di un’altra presentazione, che ha riguardato un’analisi dello studio FOURIER, sono stati mostrati i vantaggi del trattamento con evolocumab nei pazienti colpiti da infarto nell’anno precedente, che sono a rischio di successivo evento CV maggiore rispetto a quelli colpiti tempo prima. Il farmaco, approvato in più di 70 paesi, ha ridotto il rischio in misura maggiore nei pazienti con infarto recente. Inoltre, non ha avuto ripercussioni sulla funzione cognitiva riportata dai pazienti con malattia CV stabile anche se con livelli di C-LDL molto bassi. Nuove analisi anche per lo studio di fase III PARAGON-HF condotto su pazienti affetti da insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata (HFpEF). Alcuni sottogruppi potrebbero trarre benefici dal trattamento con sacubitril/valsartan, approvato per l’insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione, rispetto al solo valsartan. È stata osservata una riduzione del rischio del numero di ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e mortalità da cause CV soprattutto nelle donne e nei pazienti sottoposti a screening durante il ricovero o entro 30 giorni dopo. L’analisi aggregata dei dati di PARAGON-HF e di PARADIGM-HF mostra benefici massimi in caso di pazienti con valori frazione di eiezione ventricolare sinistra inferiore al 60%. «I dati aiutano a capire meglio la natura eterogenea della HFpEF e il potenziale beneficio di sacubitril/valsartan per chi ha ancora bisogno di un’opzione terapeutica» ha dichiarato Scott Solomon del Brigham and Women’s Hospital negli Stati Uniti. (fonte doctor33)

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Ciclo di incontri sul tema del rischio

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

Parma Martedì 19 novembre, alle 17.30, nell’Aula Bandiera del Palazzo Centrale dell’Università di Parma, si terrà il primo dei tre incontri organizzati da Centro Studi in Affari Europei e Internazionali – CSEIA per illustrare i risultati del contest rivolto ai ricercatori dell’Ateneo di Parma sul tema del rischio.Nei mesi scorsi CSEIA, centro di ricerca multidisciplinare che raggruppa gli studiosi dell’Università di Parma che lavorano su tematiche europee e internazionali, ha indetto un concorso rivolto ai ricercatori dell’Ateneo al fine di fornire un supporto nella pubblicazione dei risultati della loro ricerca. CSEIA si impegnava a contribuire al finanziamento della pubblicazione, in forma open access, di review della letteratura o di saggi su riviste scientifiche nazionali o internazionali, o la pubblicazione di monografie, su temi legati al concetto di rischio, nelle sue varie declinazioni. Ciò allo scopo di contribuire alla diffusione dell’attività di ricerca scientifica dell’Università di Parma su tematiche di rilievo per CSEIA, riducendo gli oneri a carico del personale docente e ricercatore e favorendo pubblicazioni di elevato livello. Il bando ha riscosso un notevole successo tra i ricercatori dell’Ateneo: sono state numerose le proposte ricevute dagli organizzatori, e solo le migliori sono state selezionate da un board di esperti nazionali.Tra i requisiti per poter presentare la domanda, il tema inerente al “rischio”, la prospettiva europea o internazionale e l’originalità della proposta. Il bando OPEN-UP (Outgoing Publications, Essays and Networks – University of Parma) è stato ideato da CSEIA proprio con l’obiettivo di “aprire” la ricerca UNIPR sia alla cittadinanza sia alla più ampia comunità scientifica internazionale. Gli studiosi che hanno pubblicato i risultati del loro progetto con il contributo finanziario di CSEIA sono pronti a presentarli alla cittadinanza attraverso una serie di incontri, che si terranno in Ateneo e in altre location suggestive della città: ad aprire il programma sarà Stefano Rossi del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, che martedì 19 novembre alle 17.30 (Aula Bandiera del Palazzo Centrale dell’Università), descriverà l’impatto delle nanoparticelle sulla funzionalità cardiaca. Sarà poi la volta di Giovanni Ceccarelli (Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali) che parlerà del sistema assicurativo nella Firenze rinascimentale (martedì 10 dicembre, ore 17.30, Sala APE – Parma Museo di Via Farini 32/A). Chiuderà questo primo ciclo di incontri Luca Dellafiora, del Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco, che illustrerà gli effetti delle micotossine negli alimenti (martedì 17 dicembre, ore 17.30, Gastronomy Hub, ex Palazzo della Provincia, piazza della Pace 1). Diversi altri progetti sono ancora in corso (su Big Data, realtà aumentata, rischio idrogeologico, lotta alla povertà e su altri temi). Una volta conclusi, tutte le ricerche verranno presentate alla cittadinanza in analoghe iniziative.

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Gomme e catene da neve: 1,7 milioni di italiani a rischio multa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 novembre 2019

Dal 15 novembre al 15 aprile scatta l’obbligo di montare pneumatici invernali o di avere a bordo catene da neve; ma gli italiani rispettano questa regola? Secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research, nell’ultimo anno 1,2 milioni di automobilisti hanno guidato senza dotarsi dei dispositivi prescritti dalla legge e, più in generale, la platea di automobilisti a rischio multa potrebbe essere addirittura più ampia, arrivando a 1,7 milioni di persone.È questo il numero di automobilisti che alla domanda “come ti comporti prima di partire per un viaggio in auto al di fuori della tua città” hanno dichiarato di mettersi tranquillamente al volante senza essere in regola con la norma. Limitandoci al solo ultimo anno, però, per quale motivo così tanti italiani non hanno guidato con dispositivi di sicurezza tanto fondamentali? L’8% ha detto di essersene dimenticato, il 7% ha dichiarato di non poterselo permettere economicamente e il 6% ha addirittura ammesso che non si è adeguato perché ritiene questi dispositivi di poca utilità. Eppure, i rischi nel non utilizzare gomme adatte alle intemperie o catene da neve sono molto alti; non solo per la propria incolumità, ma anche per l’RC auto, che potrebbe perdere di validità in caso di sinistro.

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Prevenzione del rischio cardiovascolare nelle persone con diabete

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

Milano, 14 novembre 2019 – ore 10.00 Belvedere 39° piano – Palazzo Lombardia – Nucleo 1 Piazza Città di Lombardia, 1 In occasione della giornata mondiale del diabete, arriva a Milano la campagna di informazione nazionale “Al Cuore del diabete”, realizzata con il patrocinio di SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, in connessione con il progetto internazionale Cities Changing Diabetes per informare le persone con diabete sulla gestione della malattia al fine di ridurre le complicanze ad essa correlate. Questo evento sarà un’occasione di confronto tra rappresentanti di Istituzioni, società scientifiche, professionisti sanitari e associazioni di pazienti per delineare azioni efficaci per arginare la crescente diffusione del diabete e per sensibilizzare sull’importanza del controllo glicemico, del peso corporeo e di tutti gli altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo di complicanze, in particolare di quelle cardiovascolari, che rappresentano la principale causa di morte e disabilità nelle persone con diabete tipo 2.

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Cristiani a rischio nella Siria Nord orientale

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 ottobre 2019

«Almeno trecento cristiani hanno lasciato le città di Ras al-Ain, Derbasiyah, Tall Tamr ed una parte di al-Malikiyah e temiamo che se gli scontri proseguiranno, un esodo perfino maggiore di fedeli potrebbe interessare anche Qamishli, dove attualmente vivono 2300 famiglie cristiane». È il racconto disperato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre di monsignor Nidal Thomas, rappresentante episcopale della Chiesa caldea ad Hassaké.Il sacerdote descrive una situazione critica. «Non sappiamo quanto sta succedendo. Ogni ora sentiamo parlare di vittime e di dispersi nelle dichiarazioni di curdi, turchi, americani e russi. Ma noi non conosciamo la verità. L’unica certezza è che i bombardamenti e soprattutto i massacri commessi dai turchi contro la nostra comunità, spingono sempre più cristiani a fuggire». Al momento sono poche le famiglie di fedeli che si sono rifugiate nel Kurdistan iracheno, ma monsignor Thomas ritiene che difficilmente i cristiani in fuga potrebbero scegliere come meta la regione semi-autonoma nel nord dell’Iraq. «La vita lì è troppo costosa per i poveri cristiani siriani. Senza contare che il popolo iracheno non ha fatto nulla per evitare il drammatico scenario che purtroppo si è concretizzato in Siria. Nel nostro Paese c’erano migliaia di famiglie cristiane. Nessuno ha cercato di difenderci».
Oggi i cristiani nella Siria nordorientale, nonostante la conferma dell’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi, temono anche un ritorno del jihadismo. «È purtroppo un’eventualità con la quale dobbiamo fare i conti», afferma monsignor Thomas, secondo il quale molti degli uomini di ISIS sarebbero ora riuniti nell’Esercito libero siriano che è entrato nella regione di Ras al-Ain. Il sacerdote, tramite Aiuto alla Chiesa che Soffre, si appella quindi alla comunità internazionale per chiedere un sostegno a nome della propria comunità. «Abbiamo bisogno di aiuto. Noi cristiani siamo il popolo che più ha sofferto a causa di questo interminabile conflitto. Siamo l’anello debole, perché vogliamo vivere in pace e rifiutiamo la guerra. Due terzi dei cristiani hanno lasciato il Paese e il restante terzo rischia di non sopravvivere. E nel frattempo i Paesi occidentali si scontrano tra loro per spartirsi la Siria, ridotta in ginocchio anche a causa delle sanzioni internazionali».

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Europa occidentale: a rischio la stabilità finanziaria delle aziende secondo Atradius

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 ottobre 2019

In aumento quest’anno i casi d’insolvenza in Europa occidentale, dopo anni di sostanziale stabilità. Si prevede che il 2019 si chiuda con un incremento delle insolvenze al 2,7%, un trend di crescita che dovrebbe confermarsi anche nel 2020.ll rallentamento della crescita economica globale, il protrarsi della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, nonché l’incertezza relativa ai futuri rapporti tra Regno Unito ed Unione Europea sono considerati i fattori principali alla base di un atteso aumento dei casi d’insolvenza in Europa occidentale.Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha dichiarato: “Per quest’anno non s’intravede la fine della difficile situazione congiunturale, e anche per il prossimo anno le previsioni non sono positive. Il contesto economico globale è peggiorato, e dovrebbe rimanere instabile nei prossimi mesi. Le previsioni indicano un ulteriore aumento delle insolvenze nel 2020, che metterà a dura prova la stabilità finanziaria delle imprese”.Secondo quanto emerge dall’edizione 2019 del “Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento a livello internazionale – Focus: Europa Occidentale”, le transazioni commerciali tra aziende vedono un più frequente ricorso alla concessione di credito commerciale rispetto allo scorso anno, verosimilmente per sostenere la crescita della domanda interna e rimanere competitive sui mercati esteri.In media, il 60,4% del valore totale delle transazioni commerciali tra aziende in Europa occidentale è stato effettuato a credito (lo scorso anno il dato si attestava al 41,4%). Questo dato raggiunge il 67,2% in Europa orientale, il 50,9% nelle Americhe e il 55,5% in Asia-Pacifico (passando rispettivamente dal 38,8%, 45,8% e 48,1% dello scorso anno).Nel dettaglio, le aziende danesi sono le più propense a concedere credito ai propri clienti (75,5% di vendite a credito) e quelle francesi le meno convinte (44,6%). Nel mezzo il dato relativo alle vendite a credito degli intervistati italiani pari al 52,9% del totale delle vendite tra aziende, al di sotto della media europea del 60,4%.Restano sostanzialmente stabili le tempistiche medie concesse dai fornitori ai clienti per saldare le fatture. Non sorprende il fatto che la continua incertezza sulle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione Europea abbia sensibilmente acuito la percezione del rischio di credito da parte delle aziende del Regno Unito (dilazioni di pagamento medie concesse pari a 20 giorni, rispetto ai 24 giorni dello scorso anno) e dell’Irlanda (28 giorni, rispetto ai 31 giorni di un anno fa). Restano, invece, superiori alla media per l’Europa occidentale (pari a 34 giorni) le dilazioni di pagamento medie concesse dalle aziende italiane, che si attestano a 51 giorni dalla data di emissione della fattura.Per quanto riguarda i crediti insoluti, circa il 30% del valore totale delle fatture B2B emesse dagli intervistati in Europa occidentale nell’ultimo anno è rimasto non pagato alla scadenza. Il dato sale al 35,1% nel Regno Unito, si attesta al 31,3% in Italia, e tocca il minimo al 20,3% in Danimarca.
La valutazione della solvibilità degli acquirenti, unitamente all’invio di solleciti di pagamento, sono le attività di gestione del credito commerciale più frequentemente utilizzate in Europa occidentale. La Grecia è la più attiva in tal senso (39% di media degli intervistati) mentre l’Italia si posiziona al 42%, contro una media del 35% per l’Europa occidentale.
L’edizione di ottobre 2019 del “Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento tra imprese a livello internazionale – Focus: Europa occidentale” è il risultato del sondaggio condotto in Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Spain, Svezia, Svizzera, Olandai e Regno Unito. I report possono essere scaricati dal sito web Atradius all’indirizzo https://group.atradius.com (sezione Publications/Payment Practices Barometer).

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La Fed arranca di fronte a un sistema bancario sempre più a rischio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 ottobre 2019

Giorni fa un pericoloso corto circuito ha messo in crisi il sistema finanziario e bancario americano. Improvvisamente è venuta a mancare una grande quantità di liquidità, facendo, di conseguenza, alzare a oltre il 10% il costo del denaro a brevissimo termine, il cosiddetto overnight. In situazioni normali non si discosta di molto dal tasso di sconto applicato dalla Federal Reserve che in quel momento era di 2,15-2,30%. La Fed, inoltre, per la prima volta dopo gli anni della Grande Crisi, ha iniziato a muoversi sul mercato interbancario con operazioni cosiddette repo (repurchase agreement operation). In generale trattasi di strumenti del mercato monetario, di “pronti contro termine”, in cui il venditore cede, in cambio di denaro, un certo numero di titoli a un acquirente che s’impegna a riacquistarli a un determinato prezzo e a una determinata data. Sono, di fatto, una specie di crediti a brevissimo termine che servono a coprire mancanze monetarie per soddisfare pagamenti urgenti. L’accaduto è stato riportato dalla stampa come un evento speciale, sorprendente. Ma, perché si è verificata una tale scarsità di dollari? Vi sono forse nuovi e più grandi rischi per il sistema? Queste domande, purtroppo, non sono state poste.
Il presidente della Fed di New York, che è dovuta intervenire urgentemente con 75 miliardi di dollari al giorno, aumentati poi a 100 miliardi, si è limitato a dire che la colpa è delle grandi banche americane. Esse, pur essendo piene di liquidità, non l’avrebbero messa a disposizione. Ha ammesso, però, l’esistenza di falle nel sistema. Ha aggiunto che “il problema non è il livello delle riserve della Fed, ma il funzionamento del mercato”. Affermazione pesante. Però, in realtà si stima che alla Fed mancherebbero almeno 400 miliardi di dollari di riserve. E’ proprio questo livello a determinare le tensioni sul mercato del credito overnight. Tali tensioni si verificano soprattutto nei giorni precedenti la chiusura del trimestre, quando la domanda di liquidità aumenta significativamente. Ma è compito della Fed anticipare i flussi di liquidità e sapere se e perché le banche non la mettano a disposizione. Non si può scherzare con il gioco delle responsabilità quando il sistema finanziario, come nel nostro caso, è da tempo in fibrillazione. Com’è stato recentemente documentato, le politiche monetarie americane hanno, infatti, generato grossi problemi economici, commerciali e valutari soprattutto nei paesi emergenti che, per proteggersi da eventuali evoluzioni negative, hanno dovuto aumentare le loro riserve in dollari. Ora ci sembra rilevante capire in particolare perché le banche “too big to fail” abbiano concentrato nelle loro mani crescenti quantità di liquidità. Che cosa temono e per quale evenienza? Si ricordi che una delle cause del fallimento della Lehman Brothers e del grave rischio d’implosione del sistema bancario americano fu proprio la mancanza di liquidità, necessaria per coprire le perdite generate dai derivati finanziari speculativi in sofferenza, soprattutto quelli legati al settore immobiliare. Si è cercato di spiegare che la riluttanza a concedere i crediti fosse dovuta alla qualità dei titoli dati in garanzia. Ma i titoli usati sono solitamente obbligazioni del Tesoro Usa e garantiti, quindi, dallo Stato. Una spiegazione plausibile sarebbe, invece, la paura di concedere crediti ad altre banche e imprese considerate a rischio. Infatti, ci sono molti settori in difficoltà, quali, per esempio, quello del debito corporate, quello del credito al consumo e quello dell’energia ottenuta dalle scisti bituminose, il cosiddetto shale gas. Si consideri che solo il corporate debt, il debito delle imprese americane, ai margini di rischio, sarebbe di oltre 7.500 miliardi di dollari. Intanto la Banca dei Regolamenti Internazionali ha evidenziato come la prolungata politica dei tassi d’interesse zero abbia destabilizzato l’intero sistema finanziario con effetti nuovi, senza precedenti. Ha quantificato a livello mondiale intorno a 17.000 miliardi di dollari i titoli pubblici e privati con un tasso negativo. E’ circa il 20% del pil mondiale! Inoltre, negli Usa e in altri paesi i tassi d’interesse a lungo termine sono addirittura inferiori a quelli a breve. Mai successo nella storia economica. Adesso ci si aspetta che, dopo gli annunci della Bce, anche la Fed inizi il suo nuovo Quantitative easing, comprando almeno 15 miliardi di dollari di obbligazioni del Tesoro Usa al mese attraverso l’immissione di nuova liquidità. Purtroppo, secondo noi, a livello globale lo spazio di manovra delle politiche monetarie si sta ristringendo ulteriormente e i rischi di nuove crisi aumentano. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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