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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘riserve auree’

Senato discuta mozione FdI su riserve auree

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 febbraio 2019

“Fratelli d’Italia chiede che sia discussa con urgenza in Aula la mozione che abbiamo presentato, che stabilisce che le riserve auree detenute dalla Banca d’Italia sono di proprietà dello Stato italiano e non di Bankitalia, e che quelle ancora detenute all’estero ritornino in Patria. E questo anche per riempire il vuoto normativo esistente e stabilire l’effettiva titolarità delle riserve”. A dirlo in Aula al Senato il vicepresidente vicario del gruppo di Fratelli d’Italia, Isabella Rauti.”Riteniamo che alla luce del dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sia necessario e urgente che l’Aula discuta e si confronti nel merito, e questo anche per fugare definitivamente qualsiasi ipotesi di disporre liberamente di queste riserve auree. L’oro è degli italiani, rappresenta un patrimonio della nostra Patria, e nessuno può pensare di utilizzarlo per correggere le disastrose politiche economiche del governo o, peggio ancora, per finanziare le proprie promesse elettorali”, conclude la senatrice Rauti.

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La Fed stampa dollari. I Brics comprano oro

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2013

The Federal Reserve: The Biggest Scam In History

The Federal Reserve: The Biggest Scam In History (Photo credit: CityGypsy11)

Se bastasse creare dal nulla liquidità per rilanciare l’economia e uscire dalla crisi, saremmo da tempo nel paese di bengodi, soprattutto negli Usa. Ma così non è. Pertanto la recente decisione assunta della Federal Reserve di continuare ad immettere nel sistema nuova liquidità rivela semplicemente che essa non è più in grado di staccare la spina dell’alimentatore di risorse ad un sistema sempre più “drogato”. Certo le borse hanno risposto in modo vivace con l’aumento dei listini, ma non è detto che ciò sia un reale segnale positivo. Infatti la stessa Fed, dopo il meeting del suo Open Market Committee, ha dovuto ammettere che “se dovesse continuare l’irrigidimento delle condizioni finanziarie (con l’aumento dei tassi di interesse), osservato nei mesi recenti, il processo di miglioramento dell’economia e del mercato del lavoro potrebbe rallentare.” L’inevitabile conseguenza di tale “filosofia”è che negli Usa si proseguirà con la “politica monetaria accomodante”, immettendo 85 miliardi di dollari al mese per comprare nuovi titoli del Tesoro e derivati asset-backed-security. Anche il governatore Bernanke, il cui mandato sta per scadere, ha ribadito che i “quantitative easing” continueranno fino a che negli Usa il tasso di disoccupazione non scenderà sotto il 6,5%. E questo si spera avvenga entro la fine del 2014, nel frattempo avremmo però circa 1.500 miliardi di nuovi dollari sui mercati internazionali. Anche il bollettino trimestrale della Banca dei Regolamenti Internazionali di settembre solleva forti dubbi sugli “effetti benefici” dei “quantitative easing” e dettaglia invece le sue riverberazioni nefaste in particolare nelle economie emergenti.La BRI ricorda che quando lo scorso maggio la Fed ventilò appena l’ipotesi di un cambiamento di politica monetaria, gli interessi obbligazionari ebbero un’impennata con effetti negativi in molti settori finanziari e in varie parti del mondo. Vi fu una “corsa alla svendita” di titoli con una conseguente caduta dei prezzi. Il ritiro di capitali dai mercati emergenti provocò, come noto, una forte svalutazione di alcune loro monete. L’analisi della Bri sottolinea che, anche dopo le assicurazioni date dalla Fed, dalla Bce e dalla Bank of England lo scorso luglio, l’aumento dei tassi di interesse di lungo periodo è continuato in quanto i mercati si attendevano una stretta nelle condizioni finanziarie a livello mondiale. La situazione è estremamente volatile. Nonostante questo aumento già di per sé destabilizzante, gli interessi a lungo termine restano comunque bassi e spingono la finanza a cercare prodotti e operazioni ad alto rischio. Di conseguenza è cresciuta l’immissione di bond e di prestiti nei settori finanziari più esposti e rischiosi. Proprio come accadde subito prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale. Ad esempio, la percentuale dei “leveraged loans”, crediti molto simili ai subprime, e cioè quelli concessi a creditori già altamente indebitati e di dubbia affidabilità, ha già raggiunto il 45% del mercato dei “finanziamenti in pool” (quelli elargiti da un gruppo di banche). Si noti che tale percentuale è superiore del 10% rispetto ai precedenti massimi registrati prima del crac della Lehman.In contro tendenza, in verità bisogna osservare che le politiche monetarie dei Paesi del Brics e di altri importanti Paesi emergenti mirano ad aumentare le proprie riserve auree.Si stima che nel 2013 la sola Cina dovrebbe comprare almeno 1.000 tonnellate di oro. Cina, Russia e India assieme potrebbero quindi acquistare circa il 70% di tutto l’oro prodotto nel 2013. Si rammenti che già nel 2012 la Russia ha aumentato le sue riserve aure dell’8,5% portandole ad un totale di circa 1.000 tonnellate. Non si tratta di una strana infatuazione per il metallo prezioso, ma di una coerente strategia monetaria e geo-economica. La maggioranza dei Paesi del mondo sa che il dollaro diventa ogni giorno più debole e instabile proprio per la continua creazione di nuovi biglietti verdi. Siamo alla resa dei conti? Si arriverà in tempi brevi al famoso paniere di monete e di oro proposto dai Brics in sostituzione del dollaro? E l’Europa cos’ha da dire? (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi e Paolo Raimondi Economista)

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Crisi del dollaro e nuove monete regionali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2009

Da Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi, economista  “Oltre che per gli effetti della crisi finanziaria e della conseguente recessione che investe l’economia reale, il commercio mondiale naviga a vista sempre “in balia” del dollaro. Il sistema di Bretton Woods, già profondamente indebolito dalla decisione del 15 agosto 1971, di sganciare il dollaro dal valore delle riserve auree, è stato nei passati 12 mesi definitivamente sotterrato dalla crisi finanziaria sistemica. Si calcola che in questi passati mesi il governo americano e la Federal Reserve, con i provvedimenti di salvataggio delle banche, i pacchetti di stimolo economico e le varie immissioni di liquidità, abbiano iniettato nel sistema finanziario americano una cifra pari a 13.000 miliardi di dollari, di poco inferiore al PIL USA.   Da più parti però ci si interroga sul valore effettivo del dollaro, sul rischio di svalutazione e sulla sua incidenza sul commercio mondiale.  Le preoccupazioni sono fortissime e visibili in tutte le capitali del mondo. L’Europa è ovviamente molto preoccupata anche se l’EU può operare in euro, la moneta regionale per eccellenza, sul suo gigantesco commercio interno. Molti stati, a partire dai produttori di petrolio, hanno voluto in passato ovviare al pericolo di una dipendenza troppo asfissiante dal dollaro cercando agganci con l’euro, ma poi hanno desistito per  il timore di innescare un conflitto molto rischioso per la stabilità dell’intero sistema monetario e dei pagamenti internazionali.  Oggi sono le potenze economiche emergenti, cioè il BRIC (Brasile, Russia India e Cina) che vorrebbero sperimentare soluzioni alternative.  He Yafei, vice ministro degli Esteri cinese, recentemente ha detto che il dollaro non è da buttare a mare e che lo yuan non può diventare una moneta di riserva nel prossimo futuro, ma la moneta cinese può avere un ruolo importante nei rapporti tra i 4 del BRIC. Infatti la Cina ha già stipulato contratti “swap” in yuan contro gas e materie prime con la Russia e il Brasile ed è in trattativa per simili accordi con l’India. Ha già fatto scambi commerciali in yuan con una dozzina di stati per una valore totale di 650 miliardi di yuan, circa 100 miliardi di dollari. In queste delicate operazioni per il momento la Cina sfrutta l’esistenza del cambio fisso con il dollaro, giocando quindi di sponda, senza sfidare frontalmente l’America. Recentemente il Financial Times ha riportato che la Construction Bank, la seconda banca cinese, sta offrendo linee di credito denominate in yuan per rendere la moneta cinese maggiormente usata a livello internazionale.   Si ricorda che alla vigilia del G20 di Londra dello scorso aprile il presidente della Banca Centrale cinese rivendicò un possibile ruolo di riserva dei Diritti Speciali di Prelievo, che è l’unità di conto del FMI basata su un paniere di varie monete. E’ evidente che la Cina voglia essere protagonista attiva nella definizione di un nuovo ordine economico mondiale e dei compiti delle istituzioni finanziarie internazionali. Finora essa, pur essendo la terza economia mondiale, non fa parte del G8 e nel FMI detiene una quota di voto inferiore a quella del Belgio.   La Russia sta andando nella stessa direzione. Il recente Economic Forum di San Pietroburgo ha infatti posto al centro della discussione il ruolo del rublo come futura moneta internazionale. Lo stesso presidente Dmitry Medvedev vorrebbe fare della capitale russa un centro finanziario internazionale e perciò rendere il rublo una forte moneta regionale di scambio, stabilendo i prezzi del petrolio, del gas, ecc. in rubli e non più in dollari. In pratica l’eccessiva dipendenza dell’economia mondiale dal dollaro è ritenuta da più parti una delle cause principali della crisi attuale. Medvedev, come è noto, chiede un nuovo sistema di riserva basato su un paniere di monete differenti, dove abbiano un ruolo anche i Diritti Speciali di Prelievo e l’oro.  Cina e Brasile hanno già incominciato a sperimentare commerci in monete nazionali. Brasile e Russia stanno per raggiungere un accordo di principio per sviluppare il loro commercio senza passare attraverso l’intermediazione del dollaro. Questo stesso tema ha avuto ampia risonanza nel seminario internazionale svoltosi lo scorso dicembre a Curitiba, nello stato brasiliano del Paranà, cui hanno partecipato anche gli scriventi.  I paesi del BRIC cercano quindi un’alternativa al dollaro.  Nei prossimi incontri del G20 riteniamo che questo problema, insieme a quello delle regole finanziarie, non possa essere ignorato. La rifondazione del sistema finanziario non può prescindere da  quello del sistema monetario, altrimenti queste spinte verso le monete regionali, nel contesto di una crisi epocale del dollaro, potrebbero generare un’anarchia monetaria che sarebbe esiziale per il commercio mondiale e globalizzato”.

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