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Posts Tagged ‘rivoluzioni’

Le rivoluzioni dell’evo moderno e della nostra contemporaneità

Posted by fidest press agency su martedì, 14 agosto 2018

Nella grande rivoluzione, quella francese della fine del XVIII secolo, si era affermata una diversa classe sociale: quella borghese e sostenuta, a sua volta, dal proletariato con funzioni subalterne. Quest’ultimo, infatti, non ne aveva tratto un gran giovamento. Occorreva la revisione storico-dialettica di Marx, definita nel “Capitale”, per fissare nuovi paletti a quella società di “emergenti” che un po’ tutti non trovavano di meglio che bistrattare.
Diciamo, quindi, che, alle soglie del Ventesimo secolo il socialismo aveva inglobato una dottrina marxista che i rivoluzionari francesi non potevano conoscere perché fu successiva al loro tempo. La stessa industrializzazione aveva subito un ulteriore sviluppo e i conflitti sociali si rendevano più acuti per l’ansia, da una parte, di facili arricchimenti e, dall’altra, quella di considerare il lavoro umano una condizione da sfruttare come un dovere civico, ma senza riconoscerne i più elementari diritti alla salute, alla previdenza e, in una parola, al welfare.
Per molti occidentali la rivoluzione russa fu vista come una prova generale di ciò che poteva accadere al resto del mondo se non si correva, in qualche modo, ai ripari. D’altra parte la stessa industrializzazione aveva subito un successivo sviluppo portandosi dietro non poche contraddizioni e disuguaglianze sociali. Il fascino, se non l’ansia, che taluni mostravano, per i facili arricchimenti, provocava, sull’altro versante, un appiattimento dei diritti fondamentali dei lavoratori dipendenti.
Ciò si riduce anche nella considerazione che al bisogno vitale dell’umanità di identificarsi in un equilibrio istituzionale la stessa società tende a sbarrare il cammino alla naturale soddisfazione di questo bisogno. Ciò si osserva un po’ ovunque: nella giustizia, nel sociale, nell’istruzione e nella politica. (Riccardo Alfonso)

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Le rivoluzioni sono una panacea necessaria o ci lasciano l’amaro in bocca?

Posted by fidest press agency su martedì, 14 agosto 2018

Dipende, probabilmente proprio da questo motivo se la prima grande rivoluzione sul finire del XVIII secolo, e che ha trovato il suo sbocco finale in quello successivo, ha lasciato molti dubbi sia tra i contemporanei sia da parte dei posteri. Con tale eredità, non del tutto confortante, c’imbattemmo, nel XX secolo, in un’altra rivoluzione. Eravamo nel 1917, nel pieno di una grande guerra mondiale che vide dispiegarsi il confronto tra due imperialismi: quello russo e quello austro-tedesco. La pace separata voluta dai russi, sia per contenere i rovesci militari, sia per cercare di controllare la situazione interna che stava precipitando in una rivolta di popolo, siglò l’inizio di un cambiamento degli equilibri istituzionali interni. Il tutto accadde in maniera traumatica, per i lutti e le distruzioni che generarono prima una guerra non voluta e non preparata, se non dalle alte gerarchie militari e dai potentati aristocratici e borghesi russi, e poi da una rivoluzione che si scatenò per ogni dove nell’immenso impero russo provocando genocidi ed enormi atti di vandalismo.
Se dovessimo brevemente monitorare la rivoluzione d’ottobre dei marxisti-leninisti, che ha lasciato una profonda traccia di sé nei tre quarti del XX secolo, potremmo limitarci con il dire che essa è uscita da tale ruolino di marcia, pur avendo una sua intrinseca validità, poiché ha, di fatto, disatteso la volontà delle masse dopo averle portate a illudersi di riuscire finalmente ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
Il socialismo reale che, per altro, si volle esportare come un modello di governo valido per tutti quei paesi a democrazia non compiuta o che soggiacevano al dominio di dittature non solo illiberali, com’è ovvio che lo siano state per loro stessa definizione ma feroci, per l’esercizio sistematico della violenza fisica e del sopruso, e quindi negatrici dei più elementari diritti dell’uomo, mostrò anch’esso il volto disumano di un’ideologia diventata aberrante.
Va, però, subito precisato che gli errori del comunismo sono stati determinati, in massima parte, dall’impudenza politica di coloro che ne furono i leader più autorevoli, e, quindi, non tanto dalla sua caratura ideologica. Questa, per contro, aveva vigorosi motivi per reggere il confronto con i sistemi ai quali si opponeva ivi compreso il capitalismo di stampo occidentale. Nello specifico il giudizio critico dei marxisti-leninisti era dotato di validi motivi di contrasto per quel grado di cinismo e logiche affaristiche di cui si permeava la società capitalistica rendendo sempre più conflittuale il rapporto con i più deboli e gli emarginati.
In altri termini il marxismo-leninismo ebbe la pretesa di rimettere in gioco gli emarginati dal nuovo credo capitalistico. E, si badi bene, tale disagio proveniva sia dai paesi emergenti, e da poco affrancati dal colonialismo occidentale, che dagli stessi paesi che avevano scelto una forma di democrazia che potremmo definire, in qualche modo, “compiuta” com’è stato per l’Italia. Non a caso, in questo Paese, operava stabilmente il più forte partito comunista dell’Occidente. Il male comune era costituito dalle logiche consumistiche del capitalismo. Queste avevano confinato la classe operaia e, più in generale i proletari di tutto il mondo, riducendoli a un meccanismo produttivo senza volontà e capacità decisionali. La risposta, ovviamente, poteva essere duplice: culturale e politica o rivoluzionaria.
Quest’ultima avrebbe avuto, semmai, una maggiore capacità d’incidere sulla vita collettiva dei popoli che aveva liberato, come accadde in Russia, nei confronti del regime zarista, se si fosse avvalsa di un valido supporto culturale.
Divenne, invece, ben presto uno strumento repressivo legando la fedeltà a un’ideologia non digerita ma imposta, non coltivata naturalmente, ma in vitro. Questa voluta diversa risposta dei marxisti, nei confronti del capitalismo, partì dal convincimento di Lenin che non era possibile una scelta valida se non quella rivoluzionaria. Fu anche un motivo di divisione per la sinistra. Le altre tre rivoluzioni che seguirono, in Italia, in Germania e in Spagna, e che tecnicamente potremmo definire dei colpi di Stato, in un certo senso legittimati da un sia pur modesto consenso popolare nella sua fase iniziale e solo, in seguito, rinvigoriti da un più convinto sostegno popolare, pensiamo alla Germania nazista, furono la risposta “capitalista” alla rivoluzione marxisista-leninista che la contrastava in nome di un’altra parte: quella sociale dei lavoratori-dipendenti. Si riesumava, in questo modo, uno stato di conflitto sempre latente tra le parti sociali: i patrizi di una volta diventati ora il “padronato” e, dall’altra, i plebei trasformati ora in operai delle fabbriche, poste a ridosso delle grandi città formicaio, e dei braccianti, del mondo rurale, sparsi nelle campagne. In questo dualismo sembravano tagliati fuori la piccola e media borghesia confusa com’era dall’essere e non essere alleata degli uni in opposizione agli altri. Qui, forse inconsapevolmente, maturò una rivoluzione che definiamo di “destra” in dissenso con quella di “sinistra” dei marxisti, proprio perché i sostenitori delle avverse parti radicalizzarono la lotta e la trasformarono in classista.
A questo punto la borghesia dei “colletti bianchi” si sentì “espulsa” o solo tollerata dalla famiglia dei lavoratori siano essi dipendenti o autonomi e non trovò di meglio che mettersi al servizio del “padronato”. In tale misura si arrivò a un’accentuazione delle diverse posizioni, mentre la stessa maggioranza dei cittadini avrebbe preferito un collocamento più equidistante, diciamo al “centro” delle rispettive assegnazioni determinate dalla propria colorazione ideologica. Forse per questo motivo non si contarono le scissioni di destra e di sinistra. Esse divennero tantissime. (Riccardo Alfonso)

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Le rivoluzioni che hanno attraversato l’evo moderno e la contemporaneità

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

E’, probabilmente, una riflessione in più sul significato delle rivoluzioni che nascono, a volte giuste, per le motivazioni addotte, come quella per l’indipendenza degli Stati Uniti, e altre che vanno, in seguito, corrompendosi proprio perché il loro spirito è calpestato dal primo imbonitore di turno, sia durante e sia dopo la “cura”. E’ il caso della Russia con la rivoluzione d’Ottobre e ancor prima di quella francese. Quest’ultima nei suoi due primi anni vide la vittoria della borghesia: Diritti dell’uomo e costituzione del 1791, libertà individuale e uguaglianza dei diritti, liberalismo economico. Per l’individuo e per l’umanità era l’alba della felicità.
Così il francese si sentiva cittadino del mondo e voglioso di portare all’universo intero i principi capaci di sostenere il piacere dell’uomo. Qui nacque la prima grossa frattura tra la preponderanza borghese, la libertà e l’uguaglianza e quella parte dell’Europa monarchica che ne respingeva i presupposti timorosi che si potessero trasformare in una valanga che tutto avrebbe potuto travolgere. Gli stessi timori si nutrirono con l’avvento del socialismo reale. Si può quindi convenire che da entrambe queste esperienze, a distanza di un secolo e poco più l’una dall’altra, il mondo delle idee esce sconfitto proprio perché non è stato capace, affidandosi al guerriero, di trasformarlo in un saggio e al popolo di capire, di là d’ogni possibile ed umano dubbio, che la rivoluzione non si esprime nel momento in cui “esplode”, ma vive giorno dopo giorno e può costituire un sacrificio ed una rinuncia, se pensiamo alla perdita dei nostri interessi corporativi. Le rivoluzioni, mi pare ovvio costatare a questo punto, non sempre si vivono realisticamente da chi le provoca e dal popolo che le accetta come una specie di male minore, nel senso che determinati eventi si subiscono prima ancora di capirli o, in un certo qual modo, di determinarli. Sono proprio questi i limiti di una rivoluzione. Essa sovente non vive, quotidianamente, la consapevolezza di doversi confrontare criticamente con i principi che sostiene e con gli uomini che la governano. E’ facile trascendere, andare oltre misura, corrompersi.
Probabilmente lo dobbiamo al fatto che i grandi eventi sono stati, per lo più, provocati e portati a compimento, da una ristretta minoranza. Sta a essa farsi interprete dello stato d’animo collettivo, diventare forza dirompente verso uno sbocco auspicato da molti, ma da pochi interpretato in maniera traumatica e risolutiva. Probabilmente dipende dal fatto che questa carica, agitata nelle piazze delle piccole e grandi città tra le comunità borghesi e contadine e tra i proletari, continua a restare divisa tra opposte passioni e gruppi d’interesse. La rivoluzione rappresenta, per costoro, solo un momento nel quale vanno a coincidere la convenienza che essi avvertono, in un rimescolamento delle carte, dopo le quali poter riprendere l’impegno di sempre con padroni più disponibili ai loro traffici e, nel frattempo, rivalersi, nei confronti di una concorrenza, che non sono riusciti a piegare diversamente. Parliamo quindi di rivoluzione intesa come un atto in sé violento per imporre una ragione in sé necessaria da introdurre per spezzare le catene della conservazione e della stagnazione culturale. E’, in pratica, una forma di rottura degli schemi in auge e si distingue dalle guerre proprio perché non tende a consolidare l’esistente offrendo al più forte solo l’opportunità di trarne un vantaggio territoriale, industriale e commerciale. E’ stata, sotto questo profilo, una rivoluzione quella ateniese del V secolo a. C., lo è stata, per certi versi, la predicazione di Cristo in Palestina, lo è stata quella francese e quella russa e quella di Gandhi il profeta laico del nostro tempo.
La prova l’abbiamo con i loro comuni principi conduttori. Hanno avuto l’audacia e la forza di affermare nella ragione umana la fonte della legittimità e quindi della facoltà di comando politico e della sovranità, in un mondo in cui non si riconosceva fonte di legittimo potere all’infuori degli dei. A questo riguardo chiaro fu il messaggio di Gesù di Nazareth nell’affermare di “dare a Dio quel che è di dio e a Cesare quel che è di Cesare”.
Dobbiamo, se non altro, essere grati agli ateniesi per essere stati i primi a darci l’idea e a spiegarci il significato di una rivoluzione frutto di una ricerca intellettuale della verità e della giustizia. Fu il primo tentativo volto a coniugare lo stato e la sovranità sulla ragione umana, non sul timore del trascendente e degli dei ignoti, ma per l’essere umano, per rispettarne l’individualità e i diritti, per riconoscergli un animo e una coscienza, una volontà e una vita morale. Questa rivoluzione non ebbe successo così come fu travagliata quella prospettata da Cristo se riandiamo a tutta quanta la storia del cristianesimo, alle sue contraddizioni, alle sue chiusure ideologiche, al suo potere temporale, agli arbitrii espressi nelle inquisizioni impropriamente dette sacre.
Un aborto fu anche la rivoluzione francese, tradita da Napoleone e quella russa da Stalin. Ciò non di meno vi resta il profondo carattere umano e razionale della rivoluzione diventato per le generazioni del poi un patrimonio non alienabile per tutta l’umanità e un insegnamento magistrale sul quale continuiamo a riflettere e a confrontarci. Oggi possiamo avvalerci di surrogati costruendo modelli di democrazia ai quali aggiungiamo sovente, come rafforzativo, la parola “compiuta” per significare che non basta dichiararsi democratici per esserlo di fatto. Bisogna esserne conseguenti.
In questo senso Montesquieu ci ha indicato un modo, per rendere meno necessaria la rivoluzione e più valida la democrazia, con la famosa divisione dei poteri tra quello legislativo, l’esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere giudiziario che dipende dal diritto civile. Partendo da questa considerazione Montesquieu traccia la teoria della separazione dei poteri affermando categoricamente che il potere legislativo e quello esecutivo non possono mai essere accomunati sotto un’unica persona o corpo di magistratura, perché in tale caso potrebbe succedere che il monarca oppure il senato facciano leggi tiranniche e le eseguano, di conseguenza, tirannicamente.
Neanche il potere giudiziario può essere unito agli altri due poteri: i magistrati non possono essere contemporaneamente legislatori e chi applica – con l’incarico di magistrati – le leggi. Così, ovviamente i legislatori non possono essere contemporaneamente giudici: avrebbero un immenso potere che minaccerebbe la libertà dei cittadini.
In tal modo mentre le democrazie riescono a mediare le opposte esigenze di una società interclassista, la rivoluzione si assume il carico di spezzare equilibri anomali e abusi d’ogni genere provocando, nel bene e nel male, un rimescolamento delle rispettive posizioni. E’ ovvio rilevare, a questo punto, che la maggiore difficoltà di governo viene proprio dagli atti rivoluzionari conseguenti la presa del potere. Significa gestire questo coacervo di sentimenti, in un momento di così elevate tensioni e riuscire, nello stesso tempo, ad ampliare il consenso e la condivisione dell’azione intrapresa e senza, soprattutto, scadere negli eccessi. (Riccardo Alfonso)

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L’uso perverso delle guerre e delle rivoluzioni e il male “oscuro” delle democrazie

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 maggio 2018

La “rivoluzione” va interpretata in due modi: attraverso la legge e chi cerca una strada più breve e immediata con l’uso della violenza e delle armi. Il primo è il frutto della ragione e dell’intelligenza e può fare dei martiri solitari e il secondo della barbarie generando degli eroi aguzzini. Se ci collochiamo temporalmente a partire dalla rivoluzione francese per finire ai giorni nostri dobbiamo prendere atto che la modernità ci ha offerto una forma di organizzazione politica passando da un potere unitario alla sovranità di molti con una pluralità di idee, di interessi e dalla percezione di una realtà che per Georges Burdeau significa “costruire l’unità a partire dal molteplice”. Posta in questi termini la questione dovremmo capire il perché una democrazia rappresentativa ad un certo punto del suo percorso non riesca più a cogliere, nella loro pienezza, i bisogni emergenti della società nell’ambito di una visione nell’interesse generale. Una ragione potremmo riscontrarla nell’incapacità di chi ci governa nel discernere i limiti dei vantaggi di parte nel perseguire il bene comune. In altri termini una certa corrente politica subisce il fascino del prestigio e dei privilegi ascrivibili a una classe dominante e ai suoi interessi corporativi e nonostante siano minoritari riesce, in qualche modo, a confondere le carte sul piano elettorale ottenendo più consensi del dovuto. A questo punto si instaura un circolo vizioso dove si annida il tentativo di chi tende nel dare una risposta attaccandosi al populismo e a tutti i fondamentali che possono far leva sui sentimenti e sulle emozioni di un popolo. Queste due distinte posizioni, che non sempre rispecchiano una scelta di campo maggioritario, in termini elettoralistici, a causa di una propaganda disinformante, rendono un pessimo servizio alle istituzioni democratiche a partire da quelle più rappresentative: parlamento, governo, organi di garanzia. E’ quanto sta accadendo oggi in Italia e il tentativo di Lega e Pentastellati di formare un governo con i sapori di “populismo” inevitabilmente genera reazioni di chi teme di perdere i privilegi acquisiti e non trova di meglio che scatenare veleni e calunnie di ogni genere per screditare l’avversario e suscitare dubbi e timori nell’elettorato che ha osato votare in favore degli attuali vincenti. In questo modo non facciamo un servizio alla democrazia ma l’affossiamo. (Riccardo Alfonso)

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Rivoluzioni in corso

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 luglio 2011

Roma 21 luglio p.v., alle ore 18, nella Sala San Pio X, in Via della Conciliazione, 5 (ingresso Via dell’Ospedale, 1).incontro sul tema “Rivoluzioni in corso: primavera araba o inverno mediterraneo?”, Interverranno Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni – Narni – Amelia, e l’On. Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia e delle Finanze.

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L’oro dell’Africa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 maggio 2011

I diritti umani nel mondo non hanno più una tutela. Le minoranze e gli individui vulnerabili sono stritolati da una macchina che produce business e specula sulla povertà, sulla guerra, sulle rivoluzioni. Il vero e più feroce dittatore è questo sistema in cui tutto è in vendita, purché generi profitto e potere. Anche la vita umana, anche il futuro del mondo. L’Africa è quotidianamente torturata un po’ dal mondo “democratico”, un po’ da se stessa. Anche i poveri e i disperati, come carne da macello, fanno parte di questo mercato globale. Su di loro fioriscono organizzazioni, progetti, raccolte fondi. E quando non rientrano in questi meccanismi perversi, si ritrovano sul mercato degli schiavi, su quello della prostituzione, su quello – atroce – degli organi umani. L’uomo è lupo per l’uomo, ma i moderni alchimisti sanno come trasformare carne, sangue e lacrime in oro. Chi si oppone a questo inferno sulla tera, viene aggredito, screditato, crocifisso, perché il macchinario delle guerre e delle crisi non deve mai fermarsi e ogni ingranaggio deve costringere l’altro a funzionare. C’è oro per tutti, dai presidenti graditi alla “comunità internazionale” ai solerti funzionari, dai paladini della democrazia alle ong “per i diritti umani”, fino a chi fa il “lavoro sporco”: faccendieri, trafficanti, mafiosi. C’è oro per tutti, meno che per i profughi, i perseguitati, i senzaterra: inconsapevole, dolente “materia prima” dell’industria delle crisi umanitarie (Roberto Malini)

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Marxismo e rivoluzioni borghesi

Posted by fidest press agency su sabato, 29 agosto 2009

Editoriale fidest. Dal XVIII secolo al XX la storia si è caricata di eventi che hanno mostrato le diversità culturali e civili di popoli che si sentivano più proiettati ad una idea di libertà che non avrebbe tollerato i vari legacci che l’avevano imprigionata ideologicamente entro logiche ora capitalistiche, ora religiose, ora anarchicheggianti. Credo che Carlo Marx abbia voluto con la sua monumentale opera “Il Capitale” riequilibrare le sorti di quel proletariato schiacciato tra l’idea nobile e borghese della rivoluzione francese e gli antichi e mai domi privilegi della nuova e arrogante borghesia industriale. Da allora ad oggi molti si sono ispirati alle sue idee o le hanno estrapolate per gettare le basi di una rivoluzione come quella di ottobre in Russia che fondava il suo pensiero guida nel riscattare a pieno titolo i servi della gleba delle campagne e il proletariato delle fabbriche. Oggi sappiamo, dopo settanta anni di ubriacatura ideologica, che non avrebbe funzionato. E continua a restarci l’amaro in bocca. D’altra parte la ricerca di una società perfetta, dove l’essere umano è identificato come il centro di tutti valori esprimibili e capace d’irradiarsi per ogni dove per portare il suo messaggio di uguaglianza, di solidarietà e di civiltà, è miseramente fallita. E’ stato un fallimento ancora più sofferto poiché ci siamo serviti delle belle parole per farne un uso ipocrita e dissoluto. Vale un esempio su tutti. Pensiamo al colonialismo, allo sfruttamento da negrieri di terre e di uomini fuori dai propri confini nazionali mentre in patria si predicava la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. E il vizietto non lo perdemmo anche quando abbiamo rinunciato alle colonie. Le abbiamo furbescamente, affidate a governanti fantoccio, corrotti e avidi e preda di mercanti senza scrupoli. Ora dopo questi reiterati saggi di malgoverno, di ingiustizie, di cinismo, di genocidi, saremo in grado nel XXI secolo di dare un segno capace d’imprimere una svolta decisiva per la costruzione di una società egualitaria? Oggi, purtroppo, non scorgendo nemmeno in lontananza segnali di fumo, dobbiamo rifarci a quel detto mai domo: ai posteri l’ardua sentenza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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