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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘sacralità’

Etica della sacralità della vita

Posted by fidest press agency su sabato, 12 marzo 2011

Lettera al direttore. Ogni volta che sento parlare di etica della sacralità della vita, non posso fare a meno di riandare con la mente ad una fotografia impressionante di un bambino irrimediabilmente malato, divulgata da padre Aldo Trento, missionario in Paraguay, il quale riferiva: «Il piccolo Victor di un anno… geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah… La sua testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio… Attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta l’acqua della testa…l’altro giorno gli è scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di tutto…Victor, il mio bambino, non solo è un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno di cannucce che entrano ed escono dal corpo…Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza, che soffre, che geme…Lo bacio, lo bacio sempre…i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna…e sento che accarezzo Gesù». Padre Trento aveva il suo piccolo cristo in croce che soffriva per lui e al posto suo. Per noi e al posto nostro. Il piccolo Gesù agonizzante da baciare e coccolare. E così giunse a pensare che quei tubicini, quegli apparati sofisticati per tenerlo in vita per forza, in continua agonia, erano voluti da Dio, che era Dio ad aver deciso di non volerlo subito in cielo. Doveva restare ancora sulla terra a soffrire. Per farci sentire meglio. Il missionario, in calce all’articolo aggiungeva: «Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati». Gli scrissi, invano, affinché si ravvedesse. Era il settembre del 2008. Si sarà ravveduto? (Miriam Della Croce)

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La sacralità della vita

Posted by fidest press agency su martedì, 11 agosto 2009

Lettera al direttore. Per Benedetto XVI quella cultura che esalta la libertà individuale e rifiuta la sacralità della vita, è commisurabile alla follia hitleriana. Se accostiamo il discorso del Papa  (domenica 9 agosto), a quanto scriveva il suo predecessore nell’Enciclica Evangelium vitae, possiamo costatare che i due Pontefici hanno commesso lo stesso errore. Papa Ratzinger ha affermato: “I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa e’ bene e che cosa e’ male, di dare la vita e la morte”. Ecco il passo dell’Enciclica: “Il fratello uccide il fratello…Come nel primo fratricidio, in ogni omicidio viene violata la parentela spirituale che accomuna gli uomini in una grande famiglia…Non poche volte viene violata la parentela della carne e del sangue…come avviene con l’aborto o quando…viene favorita o procurata l’eutanasia” (cf cap. 1). L’errore gravissimo è di ignorare che all’origine del delitto di Caino c’erano la gelosia e l’ira, così come all’origine dell’olocausto c’erano odio feroce, e disprezzo e gelosia ad un tempo, sentimenti che non sono all’origine dell’aborto e dell’eutanasia. Riguardo al breve discorso del Papa c’è anche da osservare che un credente, sostenendo la necessità, in particolari casi ovviamente, dell’aborto e dell’eutanasia, non rifiuta la sacralità della vita, non dimentica Dio, e non si sostituisce a Lui nel decidere che cosa è bene e che cosa è male, bensì alla gerarchia ecclesiastica, la quale pretende di essere la sola in grado di interpretare la volontà divina. Ma anche un non credente favorevole all’aborto e all’eutanasia è in contrasto col pensiero della Chiesa, ma può non esserlo col Vangelo. Infine non si comprende perché il Dio della vita sia considerato anche il Dio della morte. E’ una contraddizione. (Renato Pierri)

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L’era ghedaffiana

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2009

(seconda parte) La democrazia occidentale ci ha insegnato che l’uomo è libero di esprimere la propria opinione.  Eppure non sono pochi, gli incarcerati per le idee sostenute. La democrazia occidentale ci ha insegnato che la giustizia è uguale per tutti ma, se non si hanno i soldi per pagarsi un avvocato, un povero Cristo finisce invariabilmente alla gogna, anche se gli promettono un difensore d’ufficio. La democrazia occidentale ci ha insegnato che il welfare è un diritto inalienabile, ma se si diventa vecchi o ci si ammala o si nasce handicappati o se accade in seguito, l’assistenza pubblica e la previdenza diventano una riserva di caccia solo per chi ha una cospicua rendita. La democrazia occidentale ci ha insegnato che la vita umana è sacra, ma è ancora più se in suo nome uccidiamo il nostro simile per difendere la patria, quell’entità astratta dentro la quale navigano gli egoismi e gli interessi di pochi. La stessa democrazia, che ha bandito il colonialismo, il razzismo, lo schiavismo, permette che interi continenti soggiacciano ad altre forme di dominio pagandolo con la corruzione, i governi fantoccio, con il ricatto economico, alimentare ed energetico.E’ un occidente che predica bene, ma razzola male, anzi malissimo. E’ un modo per affermare, se lo fa, i diritti inalienabili dei cittadini per poi negare gli stessi diritti agli altri che albergano di là dei suoi confini. E’ questo è il terreno sul quale è andata maturandosi la rivolta d’interi popoli, di estese etnie. E’ stato, in parecchi casi, purtroppo, un concetto d’indipendenza e di libertà che con il tempo si è trasformato e si è corrotto. A questo punto le rivoluzioni sono servite a volte per confermare lo status quo, per consolidare i privilegi, per annientare i nemici, per favorire i corrotti, per dare mano libera ai genocidi. La rivoluzione è stata, ancora una volta, un espediente per gettare in pasto all’opinione pubblica, frustrata e tiranneggiata, una speranza per raggiungere tempi migliori. Come dire: tutto cambiare per nulla cambiare. Fu il prezzo di una cultura gattopardesca che l’Occidente ha fatto sua per garantirsi una continuità, nelle novazioni, senza sussulti. Così mentre l’Occidente dopo le immani distruzioni della seconda guerra mondiale continua a incontrare enormi difficoltà ad armonizzare alcuni elementi strutturali della sua economia che si fonda da un lato sulla scarsità e, dall’altro, tende a un progressivo pieno soddisfacimento dei bisogni, gli altri paesi, che sono stati appena sfiorati dalle follie belliche, cercano di ritrovare una via autonoma per la loro identità politica e sociale.  Vorrei, ora, che questo stimolo innovativo fosse purgato dalle nebbie delle passioni, dagli interessi particolari, dai calcoli d’amici interessati e da nemici viscerali e poco lucidi nei loro giudizi, e apparisse chiaro, nella sua luce naturale, che le grandi cose non nascono senza grossi traumi, senza ideali, senza utopie. Se vogliamo a questo punto soffermarci a una riflessione di carattere generale possiamo asserire che dal XIX secolo in poi vi è stata una sistematica ricerca da parte dei paesi europei di punta: Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio, Germania e, poi, anche dell’Italia nel trasformare prima in colonie, poi in protettorati e infine con governi”fantocci” i vari paesi africani e asiatici. Il fine era chiaro. Da una parte era necessario “approvvigionare” sempre di più di materie prime l’apparato dei grandi potentati industriali e, nello stesso tempo, renderlo esclusivo e sommamente remunerativo a danno degli altri. Per assicurare la tenuta di questi “privilegi” occorreva esercitare un potere politico e amministrativo diretto o garantirsi che, per interposta persona, si ottenessero similari risultati. La seconda soluzione poteva soddisfare di più l’irredentismo nazionale e creare la suggestione di essere ritornati liberi dal giogo straniero. Tali “dittature” locali non erano, comunque, prive di rischi giacché si reggevano su un autoritarismo e uno sfruttamento delle masse di là d’ogni ragionevole controllo. La corruzione era imperante ed anche lo sperpero del pubblico denaro e degli illeciti arricchimenti, con il trasferimento d’ingenti somme all’estero, provocava inenarrabili disagi alle popolazioni soccombenti. Con questo sistema l’Occidente Europeo e gli U.S.A. reputarono di aver trovato la soluzione ottimale per continuare ad esercitare il loro controllo sui territori ricchi di risorse energetiche e di materie prime, di imporre i loro prezzi senza per questo veder scaricare su di loro la rabbia di quanti erano oppressi, emarginati ed immiseriti. Dopo di tutto a governarli vi erano cittadini della loro stessa terra e non uno straniero. Questi, semmai, si teneva ben celato nell’ombra e continuava a fare la parte del burattinaio muovendo i pupazzi a suo piacimento. Erano rivolte per lo più pilotate la cui parte di rischio diventava molto limitata, se non nulla. A volte questo stratagemma si rendeva opportuno per mettere allo scoperto ambizioni personali e gruppi di nostalgici che vivevano nella clandestinità e diventavano inafferrabili. Poi vi era, come in Libia un’obiettiva necessità di un ricambio per l’imbarazzo che di continuo si veniva a creare con un potere politico giunto ai massimi livelli di corruzione e di abusi. Vi era, anche, una questione politica considerando che nell’area “navigavano” non solo le cannoniere russe ma anche le ideologie e diventava il male minore dare spazio a un certo integralismo islamico in luogo di un altro di stampo marxista. Si aggiungeva un aspetto di maggiore tranquillità nel lasciare le briglie sciolte ai giovani ufficiali libici, in quanto la situazione politica generale vedeva nell’area il consolidarsi del patto Atlantico con un’Italia politicamente più sicura, con una Grecia meno a rischio di bolscevizzazione e con la Jugoslavia di Tito più malleabile. Inoltre gli interessi degli americani si stavano spostando verso l’Arabia Saudita, l’Irak e i vari emirati locali, mentre quelli inglesi stavano perdendo interesse per un Mediterraneo più facilmente gestibile dai Francesi, dagli Italiani e dagli Spagnoli di Franco.In proposito ritengo sia il caso d’aprire una parentesi per tracciare un profilo, pur sommario, di questo luogo, il Mediterraneo, di scambi e d’incontri tra le popolazioni e le civiltà di tre continenti. (continua)

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