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Sahara occidentale: Dopo 29 anni fallisce il cessate il fuoco

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2020

Dopo il fallimento del cessate il fuoco in vigore da 29 anni nel Sahara occidentale, l’Associazione per i POpoli Minacciati (APM) ha messo in guardia dalle conseguenze di una guerra nell’ex colonia spagnola. L’organizzazione per i diritti umani teme una catastrofe umanitaria in Nord Africa, poiché più di 100.000 rifugiati del Sahara occidentale già vivono in gran parte indifesi nel sud dell’Algeria. L’Unione Europea (UE) deve urgentemente intensificare gli sforzi di pace e il Consiglio di Sicurezza deve affrontare l’escalation del conflitto in una riunione d’emergenza. Una nuova guerra avrebbe conseguenze disastrose per la popolazione civile della regione, che già soffre per la crescente destabilizzazione del Sahara. Se, dopo Mali, Burkina Faso e Niger, anche il Sahara occidentale va a fuoco, questo incendio alimenterà altri flussi di profughi e miseria in Nord Africa.Il Fronte Polisario, che sostiene l’indipendenza del Sahara occidentale, occupato dal Marocco in violazione del diritto internazionale, ieri ha dichiarato il cessate il fuoco ormai fallito dopo che le truppe marocchine sono entrate in una zona cuscinetto garantita dai soldati dell’ONU e hanno quindi violato l’accordo di cessate il fuoco.L’UE ha una responsabilità speciale nel prevenire una nuova guerra nel Sahara occidentale. La Spagna, in veste di ex potenza coloniale, non doveva rimanere a guardare mentre i diritti umani venivano ignorati nel Sahara occidentale e il Marocco creava costantemente nuovi incidenti per assicurare la sua occupazione del Sahara occidentale. La Francia nel frattempo ha anche sistematicamente potenziato l’esercito marocchino dopo la firma del cessate il fuoco nel 1991. La Germania si è comportata in maniera simile con il Fronte Polisario partner dell’Algeria, in modo che se le tensioni si fossero intensificate ulteriormente, gli armamenti sviluppati in Germania si sarebbero potuti utilizzare contro i sistemi d’arma francesi.L’APM ha chiesto un impegno urgente per trovare una soluzione politica al conflitto. Ad esempio, l’UE ha dovuto premere per la nomina di un nuovo inviato speciale dell’ONU per il Sahara occidentale. L’ex presidente tedesco Horst Köhler, nella sua funzione di mediatore dell’ONU per il Sahara occidentale, si era dimesso per motivi di salute nel maggio 2019, e da allora il posto è rimasto vacante.

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Coltivare nel Sahara è possibile: le origini dell’agricoltura nel deserto libico

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

Un nuovo studio condotto dalla “Missione Archeologica nel Sahara” della Sapienza, in collaborazione con il Department of Antiquities di Tripoli e le università Milano e Modena-Reggio Emilia, ha permesso di scoprire l’esistenza di tecniche di coltivazione realizzate dai Tuareg nelle aree montane del deserto del Sahara. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Antiquity
Il clima arido del Sahara impedisce oggi ogni forma di agricoltura permanente, ma le ricerche condotte dalla “Missione Archeologica nel Sahara” diretta da Savino di Lernia del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza, in collaborazione con il “Department of Antiquities” di Tripoli e le università di Milano e Modena-Reggio, raccontano una storia diversa. Le attività di coltivazione normalmente praticate nelle oasi sahariane, erano del tutto sconosciute in ambienti montani. Evidenze e testimonianze mostrano però come in occasione di piogge particolarmente abbondanti e durature, alcune aree del massiccio montuoso del Tadrart Acacus, in Libia sudoccidentale, venivano completamente inondate e le popolazioni Tuareg dei Kel Tadrart sfruttavano le acque raccolte in piccoli bacini, le “etaghas” (pozzanghere, nella lingua locale): qui la conformazione del territorio mantiene le polle di acqua per un periodo sufficiente alla coltivazione di grano, orzo, sorgo e altre piante.
La ricostruzione etnoarcheologica ed etnografica dei Tuareg Kel Tadrart ha permesso di tracciare l’uso agricolo di queste aree a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, evidenziando le modalità e i tratti caratteristici. Le indagini archeologiche, geoarcheologiche e archeobotaniche hanno inoltre permesso di comprendere come queste pratiche agricole fossero in realtà ben più antiche e probabilmente risalgono già al Neolitico Tardo, circa 5500 anni fa. A questo sembrano infatti ricondurre le analisi al radiocarbonio di ritrovamenti sul luogo, nonché aspetti della cultura materiale e raffigurazioni di piante coltivate nelle pitture rupestri, che consentono di scattare un’istantanea dell’inizio dell’agricoltura nel Sahara. Il deserto del Sahara ha assunto le forme attuali proprio dalla fine del Neolitico: i cambiamenti climatici e ambientali costrinsero i gruppi umani della preistoria ad adottare nuove strategie e modificare le loro abitudini, utilizzando queste aree allagate periodicamente come appezzamenti agricoli. Lo studio multidisciplinare della “Missione Archeologica nel Sahara” ha permesso di identificare un cambiamento radicale nelle modalità di sfruttamento di queste risorse idriche imprevedibili: nella tarda preistoria, con un clima umido su base stagionale, le coltivazioni agricole dovevano svolgersi sui margini di aree paludose via via che l’acqua si ritraeva (una pratica conosciuta con il nome di flood-recession agriculture), mentre nelle fasi storiche contemporanee l’agricoltura è svolta unicamente in presenza di pioggia (rain-fed agriculture). Questa attestazione, già nota e accreditata nella zona del Sahel, sembra essere l’unica del Sahara centrale.Nello scenario attuale, caratterizzato da cambiamenti climatici e riscaldamento globale, la scoperta di antichissime tradizioni di coltivazione in ambienti aridi e in progressiva desertificazione, oltre a rappresentare un utile strumento per ricostruire la preistoria e la storia antica del Sahara, ha anche implicazioni importanti sulle forme di sviluppo sostenibile da praticare in ambienti marginali o desertici. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Antiquity, è stata finanziata dai “Grandi Scavi di Ateneo” della Sapienza Università di Roma, e dal Ministero degli esteri e della Cooperazione Internazionale (DGSP – VI).

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Il Sahara era verde e popolato: la storia dell’evoluzione umana raccontata dal genoma

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 marzo 2018

La storia dei movimenti umani attraverso il Sahara, è racchiusa non solo nei reperti archeologici riconducibili ad antichi insediamenti sahariani, ma anche nel nostro genoma.
Questa nuova prospettiva, che finora non era mai stata analizzata, è stata adottata dal team di ricerca internazionale coordinato da Fulvio Cruciani del Dipartimento di Biologia e biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza di Roma, evidenziando che il pool genetico maschile di popolazioni nord-africane e sub-sahariane è stato plasmato da antiche migrazioni umane trans-sahariane.Lo studio, pubblicato dal gruppo sulla rivista Genome Biology, costituisce un importante contributo al progresso conoscitivo sull’evoluzione umana e in particolare sul ruolo del cosiddetto “Green Sahara” nel popolamento dell’Africa.Durante l’optimum climatico dell’Olocene (tra 12 mila e 5 mila anni fa), il Sahara era una terra fertile (da cui “Green Sahara”) e dunque non rappresentava una barriera geografica per eventuali sposamenti umani tra l’Africa sub-sahariana e le coste mediterranee del continente. Per analizzare il popolamento di questa regione i ricercatori si sono avvalsi di una tecnica innovativa (next-generation sequencing) per sequenziare circa 3,3 milioni di basi del cromosoma Y umano in 104 individui maschi, selezionati mediante uno screening di migliaia di campioni.
Lo studio della distribuzione geografica dei diversi cromosomi Y permette di fare inferenze riguardo eventuali eventi demografici del passato a carico della nostra specie. Mediante questa analisi, sono state individuate 5966 varianti geniche (di cui il 51% mai descritte in precedenza). Studiando la variabilità genetica di queste varianti in 145 popolazioni africane ed eurasiatiche è stato possibile evidenziare massicce migrazioni umane avvenute sia attraverso il deserto del Sahara (prima della desertificazione) che attraverso il bacino del Mediterraneo.
“Il cromosoma Y – precisa Eugenia D’Atanasio, primo autore condiviso della ricerca – viene trasmesso dal padre ai soli figli maschi, fornendo quindi una prospettiva solo “al maschile” dell’evoluzione umana recente. Il confronto dei dati dell’Y con quelli relativi al DNA mitocondriale (trasmesso lungo la linea materna) e agli autosomi (trasmessi da entrambi i genitori) ha evidenziato differenze dei due sessi nel plasmare la variabilità genetica del Nord Africa, con un contributo femminile recente riconducibile alla tratta araba degli schiavi e un contributo maschile più antico, che risale principalmente al periodo del “Green Sahara”.
“Questa analisi – aggiunge Beniamino Trombetta, co-autore della ricerca – ha anche evidenziato massicci spostamenti avvenuti attraverso il bacino del Mediterraneo, che hanno coinvolto antichi movimenti di popolazioni umane dall’Europa all’Africa e viceversa, mostrando come i contatti tra queste due regioni siano sempre avvenuti fin dai tempi preistorici”.In questo studio, per la prima volta, si trova la traccia genetica di migrazioni umane trans-sahariane che erano state sino a ora ipotizzate soltanto mediante l’analisi di cultura materiale. Gli scenari proposti contribuiscono a una migliore comprensione dell’evoluzione umana recente e aprono la strada a nuove linee di ricerca riguardo la nostra storia.

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Aumento della violenza nel Sahara

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 luglio 2010

L’aumento della violenza e le conseguenze della lotta al terrorismo statale mettono in serio rischio la sopravvivenza del popolo Tuareg del Sahara. Da quando l’organizzazione terroristica nordafricana “Al Qaeda Maghreb” (AQMI) ha iniziato a rapire turisti e viaggiatori, il turismo nel Sahara è drasticamente calato, privando così i Tuareg di una delle loro principali fonti di guadagno. Per i nomadi Tuareg, che da anni ormai sopravvivono proponendosi come guide turistiche e vendendo il proprio artigianato ai turisti e che in Niger e in Mali sono minacciati anche dalla drastica perdita di bestiame a causa della siccità, il calo del turismo ne mette seriamente in pericolo la sopravvivenza.
E’ di ieri l’annuncio di AQMI di aver giustiziato l’ostaggio francese Michel Germaneau. Il 78-enne ingegnere in pensione che aveva lavorato nell’industria petrolifera algerina è stato rapito il 19 aprile 2010 in Niger. Secondo il comunicato di AQMI, l’esecuzione di Michel Germaneau sarebbe una vendetta per la morte di sei terroristi, uccisi durante il fallito raid di liberazione dell’ostaggio compiuto lo scorso 22 luglio dalle forze mauritane con il supporto tecnico e logistico di mezzi militari francesi. Dal 2000 ad oggi oltre 50 persone sono state rapite nel Sahara da AQMI e da sue organizzazioni collegate. Con eccezione del cittadino britannico Edwin Dyer, ucciso nel 2009, e di Michel Germaneau, gli ostaggi vengono solitamente liberati dopo il pagamento di un riscatto.
In considerazione della scarsa effettività della lotta al terrorismo nel Sahara, ci si chiede se gli stati della regioni siano realmente interessati ad eliminare AQMI. In maggio 2010 l’Algeria aveva addirittura annunciato di voler destinare entro il 2012 complessivamente 75.000 uomini alla lotta al terrorismo nel Sahara. Per i Tuareg ciò non significa nulla – la crescente violenza e la militarizzazione della regione sono di fatto una minaccia crescente per la loro vita e sopravvivenza.

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Sahara il passato,il presente e le prospettive

Posted by fidest press agency su martedì, 15 giugno 2010

Bergamo 19 giugno 2010 presso la CISL di Bergamo, in via Carnovali ,88 sabato il (sala Riforniste) convegno sul tema sul conflitto del Sahara il passato,il presente e  le prospettive.

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Grido d’allarme dei nomadi del Sahara

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 marzo 2010

La mancanza di pioggia e la conseguente carestia minaccia oltre dieci milioni di allevatori e contadini del deserto del Sahel. Particolarmente colpiti saranno 7,8 milioni di persone del Niger, due milioni di abitanti del Ciad, 500.000 Tuareg e altri nomadi del Mali nordorientale. Il culmine della catastrofe della carestia è attesa per giugno. I rappresentanti dell’organizzazione di allevatori Billital Maroobé si sono rivolti con un appello urgente ai presidenti africani che domani parteciperanno al vertice dei paesi del Sahel a N´Djamena (Ciad). Nella lettera aperta inviata ai politici, essi dichiarano che gli allevatori non sono più in grado di nutrire le mandrie e si vedono costretti a vendere gli animali a prezzi irrisori. Gli allevatori non solo hanno bisogno di aiuti alimentari, ma anche di un sostegno a lungo termine per il mantenimento del loro bestiame. I Tuareg, i Peulh, i Toubou, i Bella e molti altri gruppi etnici che da secoli sopravvivono nel deserto del Sahel sono ora gravemente minacciati dalla fame. Nonostante le difficili condizioni di vita, questi popoli hanno sempre saputo adattarsi ai cambiamenti naturali ma la velocità dei cambiamenti climatici e delle conseguenti condizioni di vita non permette loro di sviluppare adeguate strategie di adattamento. Il mancato raccolto costringe semi-nomadi e contadini a vendere il proprio bestiame per poter acquistare alimenti. Ma la macellazione in massa del bestiame e/o la moria degli animali per mancanza di pascoli mette in serio pericolo tutte quelle popolazioni per cui pecore, capre, mucche e cammelli rappresentano la base alimentare e da cui non ricavano solo carne, ma anche latte, burro e formaggi. Attualmente circa 50 milioni di nomadi e circa 200 milioni di semi-nomadi vivono dell’allevamento di bestiame nelle zone aride dell’Africa orientale e nordoccidentale, ma la mancanza di piogge crea crescenti problemi di rifornimento anche nelle zone settentrionali del Burkina Faso e della Nigeria. La carestia del 2005 aveva sterminato centinaia di migliaia di capi di bestiame in Niger e Mali, con conseguenze tragiche per circa 3 milioni di nomadi. L’attuale carestia colpisce non solo le popolazioni nomadi ma anche i contadini che lamentano una riduzione dei raccolti del 30% circa. Molti abbandonano la propria terra per cercare lavoro nei paesi vicini, dove la situazione però è altrettanto tragica.

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