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Scontro tra treni nel Salento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 giugno 2017

scontro ferroviarioBari. La tragedia sfiorata nel Salento, riporta ai tristi giorni dello scontro ferroviario di Corato. Sembra una tragica replica di una questione d’affrontare in modo ampio, serio e approfondito. Per questo non posso condividere la caccia alle streghe che i soliti populisti della mobilità ferroviaria hanno scatenato dopo l’incidente tra i due treni delle Ferrovie Sud Est sulla tratta Lecce-Otranto. Siamo alle solite. Da qualche parte della Puglia si piange o si soffre e qualcuno specula per ritagliarsi un consenso adulterato dall’emergenza. L’assessore Giannini non è il colpevole, ma è il ritardo accumulato negli anni, nell’ammodernamento della rete ferroviaria, il vero imputato.
I processi, tuttavia, non si fanno sui giornali o con i lanci di agenzia, ma programmando una seria politica della mobilità ferroviaria regionale, non più da considerarsi figlia di un dio minore, ma parte integrante del sistema viario pugliese. Il lavoro avviato dalla giunta regionale e dall’assessore Giannini sul rilancio della rete ferroviaria pugliese non può finire sotto esame di qualche processo mediatico, frettolosamente istruito dalle opposizioni, ma dev’essere valutata nell’obiettivo di creare un sistema integrato gomma-ferro che, come è ovvio, non avviene in tempi rapidi, ma ha bisogno di concertazione, collaborazione, progettazione, per questo non servono indici puntati, ma lavoro puntuale e pianificazione degli interventi per rendere la rete ferroviaria sicura ed evitare tragedie come quella registrata in Salento. (n.r. Ciò che ci sorprende in questo comunicato è che si continua a parlare di “rilancio della rete ferroviaria pugliese” come se si trattasse di un problema dei giorni nostri dimenticando, e speriamo in buona fede, che queste stesse parole sono state usate in più riprese negli anni passati. Per chi ha buona memoria si tratta di una colossale beffa sulla pelle dei morti di ieri e dei feriti di oggi. Su tutto ciò i media fanno bene a parlarne).

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NoTAP: Il Tar respinge il ricorso, le comunità non si piegano

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 aprile 2017

no tapTap: “I lavori possono ricominciare.” Il Tar Lazio, dopo giorni di ritardo, si è pronunciato respingendo il ricorso della Regione Puglia che chiedeva l’annullamento delle note ministeriali che autorizzavano il Tap all’eradicazione degli ulivi nell’area di cantiere nelle campagne di Melendugno. Il responso del Tar di ieri è un nuovo tradimento all’esito del Referendum del 4 Dicembre circa le competenze stato regione, visto che la decisione sullo spostamento degli ulivi era di competenza regionale e non ministeriale. In barba alla volontà popolare, alla contrarietà di 94 sindaci su 97 della Provincia di Lecce, alla Regione Puglia, all’attivismo del Comitato No Tap che da sei anni cerca insistentemente di far luce sugli impatti ambientali, sanitari e sociali dell’opera oltre che sugli interessi nascosti dietro l’opera, il Tap tornerà sull’area di cantiere per proseguire i lavori. Ad attenderli c’è un presidio permanente che da settimane sta cercando di ostacolare con i propri corpi la deturpazione di uno dei lembi di costa più belli del territorio salentino. (fonte: http://www.asud.net)

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TAP in Salento: Nessuno vieti le contestazioni pacifiche, ma sono necessarie queste contestazioni?

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

salentoOgni protesta pacifica è legittima. Chi pensa che sia legittimo usare la forza, la violenza, si pone al di fuori della legittimità, senza possibilità di obiezioni. Nelle polemiche dei NoTap, il movimento che si oppone alla costruzione del gasdotto nel Salento, spesso compare la parola “democrazia”, sottintendendo che i cittadini che manifestano sono rappresentanza di una democrazia che viene violata e che TAP stia agendo contro il sentire democratico.
Nei giorni della morte di Sartori viene facile ricordare che scriveva come si faccia difficoltà definire cosa sia una democrazia, ma che generalmente siamo in grado di dire cosa NON è una democrazia. La mancanza di procedure certe, riconosciute, slegate (almeno nella forma, certo) dalla volontà del potere esecutivo in carica, è caratteristica proprio di regimi autoritari, dove l’esercizio del potere è in mano ad un’oligarchia e si esplicita in modo totalitario. Quindi, un’importante caratteristica di un regime democratico è il riconoscimento e la codificazione di procedure, perché garantiscono la certificabilità dei passaggi e la responsabilità della catena di potere.
Chi pensa che la democrazia consista nel “si fa quello che dico io”, sia pure che quell’io sia costituito da centinaia di cittadini, sbaglia. Chi pensa che la legge venga piegata ad interessi superiori solo perché non condivide un’opera regolarmente autorizzata, sbaglia. La democrazia è rispetto delle procedure. I diritti dei singoli e delle comunità sono codificati: se si crede che ve ne siano degli ulteriori, bene si fa a rivendicarli, nel rispetto delle regole democratiche (quindi, di nuovo, delle procedure). Non esiste democrazia al di fuori delle procedure, almeno negli stati moderni così come li conosciamo: sembrerà formalismo, ma è semplicemente garanzia che un gruppo di potere, economico come di forza, nel piccolo di una località balneare come nel grosso di un paese, si sostituisca agli organi democraticamente eletti e sovverta le procedure, sostituendo la volontà dei singoli con quella generale. Per i dettagli, vi rimando a Sartori.
Non sosterrò le ragioni di TAP, che non mi interessano, ma vorrei trarre un quadro della situazione, con delle osservazioni su ciò che più mi compete. La produzione di energia elettrica in Italia (2015) si è attestata a 283 TWh, a fronte di un consumo complessivo di 317 TWh. Produciamo 192 TWh grazie a fonti combustibili fossili, principalmente il gas (60%), rispetto ad un recente passato in cui predominavano petrolio e, soprattutto, carbone. Circa 109 TWh sono stati prodotti grazie a fonti di energia rinnovabile: idroelettrico in primis, poi eolico, geotermico, e negli ultimi anni c’è stata l’impennata di fotovoltaico (che ormai rappresenta la terza fonte per energia rinnovabile prodotta) e biomasse.E il rimanente necessario a coprire il nostro fabbisogno? Lo importiamo, essenzialmente dalla Francia e dalla Svizzera, di origine nucleare soprattutto. L’Italia è il primo paese al mondo per importazione di energia elettrica: produciamo meno di quello di cui abbiamo bisogno. Da notare che importiamo un po’ di più della semplice differenza tra produzione e consumo, ed esportiamo qualcosina di ciò che produciamo: questo perché gli scambi tra paesi vicini possono essere più convenienti rispetto al trasporto di energia verso zone del paese meno infrastrutturate o troppo lontane dagli impianti di produzione.
Attenzione: quando scrivo che “produciamo” energia elettrica significa che trasformiamo combustibili acquistati altrove: il carbone (ne produciamo pochissimo in Sardegna) lo importiamo tramite navi tanto dal nord che dal sud america, dal Sud Africa, Australia, Russia e Cina. Il petrolio proviene da molti paesi per tramite dei tanti oleodotti (ed un po’ per via navale), principalmente paesi dell’est (Russia, Azerbaijan) e nordafrica. Discorso analogo per il gas: tolto un po’ dai paesi nordafricani, qualcosa dal Qatar (GNL, per tramite di navi gasiere), il grosso viene dalla Russia.
Produciamo un pochino di gas (soprattutto offshore) e petrolio (sia offshore che onshore, ad esempio in Basilicata): siamo circa in rapporto 1:10 con quello che importiamo, e parte della produzione nazionale viene esportata (per un discorso analogo a quello scritto sopra: può essere più conveniente esportarlo).
Quindi siamo un paese pressoché esclusivamente dipendente dall’estero per la produzione di energia elettrica e per i combustibili per la locomozione.
Veniamo alla Puglia. La mia regione produce circa 31.000 GWh di elettricità, tra centrali termoelettriche (a Brindisi soprattutto) e fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico. In particolare, quasi il 20% dell’energia rinnovabile prodotta in Italia viene dalla Puglia, grazie soprattutto all’eolico. La Puglia produce da 2 a 3 volte l’energia elettrica che consuma. Non mi sono mai appartenute le fisime nazional-localistiche: ogni territorio (città, regione, nazione, continente) produce quel che può secondo quel che ha. Non c’è alcun dubbio che il meridione d’Italia sia stato oggetto di uno scellerato piano di industrializzazione statale finalizzato a distorcere l’economia di mercato e sostenere occupazione e consumi a discapito di altre risorse e delle conseguenze ambientali.La conseguenze ambientali e per la salute in Puglia sono gravi. E’ così per ogni territorio in cui insistono grossi impianti industriali, è a maggior ragione vero in quelle zone d’Italia dove la politica ha creato la domanda e pianificato l’espansione, derogando al suo ruolo di controllore. Ed in questo giogo occupazionale/inquinante si sono tenuti per decenni i cittadini inermi, spesso inconsapevoli. Non solo in campo energetico: vale per la metallurgia, vale per i prodotti chimici, vale per molte altre industrie che hanno fatto del meridione un po’ la discarica d’Italia (non riguarda SOLO il meridione, ma riguarda soprattutto il meridione).
Anche lo sviluppo delle energie rinnovabili non è stato “green”: a dispetto di una vulgata ambientalista che vuole tutto ciò che è carbon-free bello e salubre, lo sviluppo dell’idroelettrico ha depauperato le risorse dei fiumi, creando danni a pesca ed agricoltura, modificando le falde, riducendo l’apporto di nutrienti a valle. Eolico e fotovoltaico non sono migliori: a queste due fonti, in gran parte a causa degli incentivi fiscali (ancora una volta la politica si sostituisce all’imprenditore), hanno conosciuto uno sviluppo esponenziale in una deregulation de facto. Nella maggior parte del meridione i campi agricoli sono stati convertiti a campi fotovoltaici, con danni alla produzione agricola e al paesaggio; le pale eoliche rappresentano un problema paesaggistico e di disturbo all’avifauna, in particolare se nelle vicinanze delle rotte migratorie (e la Puglia è una ragione importantissima per la convenzione Ramsar sulle aree umide di sosta delle specie migratorie). Sono un grande fautore delle energie rinnovabili e le cose potevano ovviamente essere fatte bene: ovviamente, da italiani le abbiamo fatte male. Molto male. Manca un approccio strategico, sia nazionale che regionale, mancano procedure di valutazione che siano realmente efficaci e vincolanti, mancano strumenti di coordinazione locale, mancano strumenti di coinvolgimento dei cittadini. O meglio, mi correggo: tutti questi strumenti sulla carta esistono, ed anzi sono innumerevoli, ma spesso inefficaci ed aggirabili.
Detto tutto questo, davvero non riesco a concepire il fatto che si ricorra a costrutti autarchici: i pugliesi che non vogliono produrre più energia si scontreranno con i romagnoli che non vorranno esportare salami? I lombardi che faranno, cacceranno tutti i loro ingegneri e camerieri pugliesi? Dalla brexit alla pugliexit? Stupidaggini. Colossali stupidaggini. Non solo perché basate su una competizione ed un odio tra regioni che non ha motivo d’essere, ma perché totalmente controproducente per chiunque sia coinvolto. La società umana, da quando esiste il fuoco, è progredita per scambi con popolazioni vicine, scambi culturali, tecnologici, commerciali. Le riletture parziali ed autocommiseratorie di certa letteratura meridionalista revanchista sono come la pizzica: divertenti ma a furia di sentirle in ogni contesto hanno perso ogni attrattiva. Se i pugliesi stanno meglio rispetto a cento anni fa (sì, stanno meglio) lo devono allo sviluppo del nord; se il nord è riuscito ad esplodere economicamente lo deve ai suoi vicini esteri ma anche al mercato interno ed alla domanda di lavoro del Sud; questo vale per quasi ogni regione e parte d’Italia, vale per Venezia come per Palermo, vale per la montagna come per la costa, vale per la pianura padana come per il Tavoliere. Vale in tutto il mondo: arrendetevi, siete circondati dal progresso.
Veniamo quindi alla TAP. Il Trans Adriatic Pipeline è un importante asse di fornitura di gas naturale dall’Arzeibajian attraverso Grecia e Albania per arrivare in Italia e rifornire tanto il nostro paese (come detto, abbiamo sempre bisogno di gas) tanto il resto d’Europa, e che potrà essere alimentato anche da altri paesi. In parallelo, si sta procedendo allo studio di un secondo gasdotto che da Israele, attraverso Cipro, approderebbe a Otranto per unirsi alla medesima infrastruttura terrestre (capacità permettendo). Non è certo una novità: come detto, siamo pieni di gasdotti. Chi paventa esplosioni, pericoli, tragedie imminenti dovrebbe ricordarsi che l’Italia è attraversata in lungo ed in largo da migliaia di km di gasdotti – e la cronaca non mi pare abbia riportato incidenti e tragedie. (Alessandro Pomes, collaboratore Aduc)

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Archeologi della Sapienza scoprono a Malta un’agata con iscrizioni cuneiformi del II millennio a.C

Posted by fidest press agency su sabato, 19 novembre 2011

Satellite image of Malta

Image via Wikipedia

Nel corso degli scavi condotti dalla missione archeologica della Sapienza diretta da Alberto Cazzella, con la collaborazione dell’Università di Foggia (Giulia Recchia), è stato rinvenuto un manufatto in agata frammentario con iscrizione cuneiforme. L’iscrizione cuneiforme, interpretata da padre Werner Mayer del Pontificio Istituto Biblico di Roma, risale al XIII secolo a.C. ed è riferibile alla città di Nippur, in Mesopotamia. Si tratta quindi di una presenza del tutto eccezionale in quanto costituisce l’iscrizione cuneiforme del II millennio a.C. trovata più a occidente – come sottolinea la docente di Storia del Vicino oriente Antico, Maria Giovanna Biga. La presenza di un manufatto esotico in agata nel santuario di Tas-Silg negli ultimi secoli del II millennio (tarda età del Bronzo), sicuramente considerato di valore sebbene con una scritta presumibilmente non comprensibile a chi l’aveva ottenuta, fa comunque pensare che il santuario potesse già costituire un punto di riferimento cultuale più ampio rispetto a una scala strettamente locale, come fu poi sicuramente in età fenicia e romana. L’agata, non reperibile in Mesopotamia, doveva essere considerato un materiale prezioso ed è comunque eccezionale il suo uso per realizzare un oggetto votivo. Non sono ancora disponibili analisi sulla sua provenienza, ma i possibili luoghi di estrazione del materiale si trovano sia a oriente della Mesopotamia (India), sia a occidente: è forse solo una coincidenza che nell’antichità fosse conosciuta un’area di estrazione nella Sicilia sud-orientale, presso il fiume Dirillo, dal cui nome greco Achates deriva il termine stesso che ancora utilizziamo per indicare l’agata. Resta comunque aperto il problema di come l’oggetto sia arrivato a Malta: verosimilmente uscì dal tempio di Nippur in seguito a un saccheggio da parte di un popolo in guerra con i babilonesi ed è probabile che da questo arrivò nelle mani di mercanti ciprioti o micenei, che in quel periodo intrattenevano intense relazioni di scambio con la Sicilia e il Mediterraneo centrale in genere; e che questi mercanti abbiano portato l’oggetto dal Vicino Oriente a Malta. Nell’iscrizione un gruppo di persone dedica il prezioso oggetto a forma di crescente lunare, considerato un’immagine del dio della luna Sin, a una divinità della città di Nippur (Ninurta). Ninurta fu per un lungo periodo la divinità principale di Nippur, in seguito sostituita da Enlil, e secondo una tradizione Ninurta era il figlio del dio della luna. Nippur fu un’importante città santa, con molti templi, tra cui quello dedicato a Ninurta, denominato Eshumesha, su cui abbiamo dai testi numerose informazioni. La città fu anche sede di una rinomata scuola di scribi, ai quali dobbiamo numerosi testi letterari. Le ricerche sono rese possibili dalla piena disponibilità della Superintendence of Cultural Heritage di Malta, diretta dal Dott. Anthony Pace. Il santuario di Tas-Silg rappresenta un caso non comune di uso continuativo di un edificio di culto dal III millennio a.C. fino all’età bizantina. Fu tempio megalitico del Neolitico tardo, di cui si conservano tracce rilevanti; fu poi trasformato nella cella di un santuario fenicio-punico, dedicato ad Astarte, come scoprirono le archeologhe della Sapienza Antonia Ciasca e Maria Giulia Amadasi che per prime scavarono il sito negli anni ’60; divenne poi un luogo di culto romano dedicato a Giunone, e infine in epoca bizantina un battistero. Quella di Tas-Silg è una storia di eccezionale longevità paragonabile, dal punto di vista della lunga continuità d’uso di un edificio sacro, al caso della moschea degli Omayyadi a Damasco: quest’ultimo il tempio di un dio della tempesta del I millennio a.C. divenne un luogo di culto dedicato a Giove in età romana, poi una chiesa cristiana e infine una moschea.

I livelli storici del santuario di Tas-Silg sono stati portati alla luce per la prima volta dagli scavi degli anni ’60 della Missione Archeologica Italiana a Malta della Sapienza e dell’Università Cattolica di Milano. Dal 2003 sono stati avviati gli scavi della Sapienza finalizzati all’indagine dei livelli preistorici (III e II millennio a.C.), nell’ambito di una ripresa delle ricerche sul terreno insieme con altre sedi universitarie, che si occupano delle fasi storiche (Maria Pia Rossignani, Università Cattolica di Milano; Grazia Semeraro, Università del Salento).

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Il Salento rilancia: vogliamo 7 ministeri

Posted by fidest press agency su martedì, 21 giugno 2011

Gira voce che delle persone vogliano spostare alcuni Ministeri da Roma al nord. Pare anche che le stesse persone abbiano detto che non è un progetto esclusivo, nel senso che altri Ministeri possono spostarsi nel sud. Ora ci chiediamo, come funzione la cosa? Chi prima chiede più ottiene? Se così fosse, il Salento, area a sud della Puglia, mette subito le opzioni sui seguenti 7 ministeri:
Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Il Salento è noto per essere una delle aree in cui natura e mare siano ancora rimaste intatte, dimostrando una particolarissima e unica sensibilità verso la tutela dell’ambiente
Ministero delle Politiche Agricole e Alimentari I vigneti, gli uliveti e le altre coltivazioni salentine sono al top per qualità. E’ capitale naturale della Dieta Mediterranea
Ministero della Salute La qualità della vita nel Salento è tra le più alte in Italia. L’aria buona, il mare, il clima e lo stile di vita sono un toccasana
Ministero del Turismo Il Salento è tra le pochissime aree in Italia in assoluta controtendenza. Ogni anno registra incrementi sempre più importanti e sta diventando un “modello” di riferimento
Ministero per i Beni e le Attività Culturali Quasi superfluo fare l’elenco dei beni (arte barocca, musei, …) e delle attività culturali (musica, arte, teatro, cinema, ..) con cui il Salento si è saputo e sa distinguersi
Ministero dell’Istruzione. E’ nel Salento la scuola più premiata d’Italia
Ministero della Gioventù Pace, musica, arte, sport, ambiente, sicurezza stradale, …i giovani salentini si distinguono per dinamismo, inventiva e savoir faire

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Viaggio nel Salento

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 settembre 2010

Maria Brandon Albini, una delle protagoniste di maggior rilievo della letteratura meridionalista del secondo dopoguerra, ci racconta il suo “Viaggio” nel Salento con una scrittura dall’andamento leggero e brioso, tanto che si ha quasi l’impressione di leggere degli appunti, delle notazioni di viaggio prese giorno per giorno. L’autrice s’immerge in un universo composito dove convivono antiche credenze e istanze della contemporaneità, dove le leggende s’incrociano con storie di santi e il mondo magico e rituale della cultura contadina non è in contraddizione con il sindacalismo e le leggi di difesa operaia. L’Albini si sofferma sulla condizione delle donne nel Sud, registra il persistere di tradizioni popolari che sopravvivono agli assalti della modernità, la pratica della lamentazione funebre, la lingua grika e il tarantismo, pagine queste ultime di estremo interesse da un punto di vista della documentazione storica: scopriamo infatti che un anno prima del suo viaggio in Salento, era stata proprio l’Albini a inviare nell’Italia del sud un amico francese, il fotografo Andrè Martin. Come è noto, saranno proprio le foto di Martin a spingere Ernesto de Martino a occuparsi del tarantismo salentino. In questa realtà variegata e complessa l’autrice si lascia orientare da guide sapienti, giovani studiosi, intellettuali e non solo: la sua, quindi, non è una conoscenza libresca, ma è un approccio critico che tiene conto delle situazioni e dei problemi reali. Questo breve resoconto di viaggio redatto con uno stile a metà strada tra reportage e cronaca, storia e antropologia, politica e religione è l’istantanea preziosa di un mondo colto alle soglie del grande mutamento  e l’Albini sembra chiedersi se il rinnovamento della società demolirà o meno la cultura tradizionale imperniata sul dialetto e sul folclore. Sergio Torsello è giornalista pubblicista, studioso di storia locale e cultura popolare.

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Salento senza treni per Roma

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 aprile 2010

“La situazione che si è creata è a dir poco stravagante”. Così Roberto Soldà, vicepresidente dell’Italia dei Diritti, commenta il disagio che ha colpito la popolazione pugliese per i 34 giorni di interruzione della linea ferroviaria Roma – Lecce causata della frana di Monataguto (Avellino). “E’ noto che l’Italia è a rischio idro-geologico – aggiunge l’esponente del movimento guidato da Antonello De Pierro –  e per questo dovrebbe esistere una strategia per la ripresa degli eventuali servizi danneggiati, altrettanto veloce quanto la solita carrellata di dichiarazioni scarica-barile da parte delle istituzioni coinvolte. Questa volta tocca ai pugliesi caricarsi sulle spalle i disservizi provenienti da una dannosa disorganizzazione”, conclude Soldà.

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Acaya: corteo storico nel borgo medioevale

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 agosto 2009

Acaya (Lecce) 16 Agosto. E’ un borgo medioevale (Acaya era l’antico nome di una famiglia nobile di origine greca, alla quale fu affidata la gestione del feudo, nel 1294, da Re Carlo II D’Angiò). Situata nel comune di Vernole, vicinissima al mare ed a pochi km dal Capoluogo, è l’unica città fortezza rimasta quasi intatta al sud d’Italia ed in passato fu il primo punto di difesa della città di Lecce. Acaya, anticamente chiamata Segine, fu fatta fortificare nel 1535 dal Regio Ingegnere militare Gian Giacomo dell’Acaya, su indicazione del re Carlo V, con lo scopo di renderla punto difensivo, utilizzandola a mo’di “scudo” di fronte alle continue minacce dei Turchi, (questi ultimi nel Salento si macchiarono di atroci delitti, in particolari si ricordi l’eccidio dei Santi Martiri di Otranto). Il borgo è composto da lunghe mura perimetrali a forma rettangolare con tre baluardi, sopra le quali un tempo lontano passeggiavano le ronde di guardia; su tre di quattro angoli delle mura si ergono dei robusti bastioni mentre nel restante angolo, quello sud-ovest per la precisione, fu costruito il Castello (1535-1536). La struttura di quest’ultimo è di forma trapezoidale, munita di un ponte di collegamento alla terra ferma, circondata da mura fortificate (delimitate a sud ed a nord da due torri) e composta da un’area dove si trovavano il forno, il mulino e la cappelletta. Oltre agli ambienti situati al piano terra, attraverso ad una scala, si poteva accedere ai piani superiori dove erano situate le stanze dei nobili. Il barone Gian Giacomo dell’Acaya fece inoltre edificare, all’interno del borgo, il convento dei Minori Osservanti, dedicato a Sant’Antonio e fece ricostruire la chiesa della Madonna della Neve, sulla base di quella preesistente. Purtroppo queste strutture sono ad oggi diroccare e della chiesa rimangono solo la sacrestia ed il campanile. Dopo la morte del Barone progettista, iniziò un lungo periodo di decadenza e con l’assedio Turco del 1714, il borgo di Acaya ebbe il suo colpo di grazia. Ai nostri tempi Acaya è tornata a risplendere e grazie alla manifestazione che, domenica 16 agosto, richiama migliaia di persone ad assistere al Corteo Storico. Questo scenario viene reso molto suggestivo grazie all’abilità e all’impegno degli artigiani che riproducono fedelmente i costumi d’epoca. Ovviamente non manca l’aspetto culinario; infatti, durante la manifestazione, si possono degustare i prodotti tipici locali. Vi consigliamo quindi di trascorrere una serata di agosto in modo fiabesco, mantenendo viva la tradizione che corre nel sangue di tutti noi.

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