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Sanders e il salario minimo: sconfitto ma non si arrende

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 marzo 2021

By Domenico Maceri, PhD. “Vorrei proprio sentire da qualcuno in questo gruppo che potrebbe vivere con sette dollari l’ora”. Ecco come Bernie Sanders, senatore liberal del Vermont, ha sfidato nell’aula del Senato i suoi colleghi per incoraggiarli a votare a favore della proposta di aumentare il salario minimo federale da 7,25 a 15 dollari l’ora. Lo stipendio annuale dei senatori di questi giorni è 174mila dollari annui quindi notevolmente superiore al salario minimo federale. Da aggiungere inoltre che non pochi dei senatori attuali sono milionari.Sanders non è riuscito a convincere 60 dei suoi colleghi ad approvare il suo emendamento di includere la clausola dell’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora come parte della proposta di legge sullo stimolo. Tutti i senatori repubblicani e 8 dei democratici hanno votato contro. La parliamentarian, la garante delle regole al Senato, aveva indicato che l’aumento al salario minimo non poteva fare parte del disegno di legge di 1900 miliardi mediante la manovra della “reconciliation” che solo richiede una semplice maggioranza per l’approvazione. Il salario minimo è stato tolto e poco dopo il pacchetto di stimolo è stato approvato (50 sì, 49 no) ed è ritornato alla Camera dove è stato approvato anche lì con voti esclusivamente democratici (220 sì, 211 no). Biden firmerà la legge a breve.Nonostante la sconfitta in questo round Sanders non si arrende ed ha promesso di continuare la battaglia che per lui è divenuta una sorta di crociata iniziata anche prima delle primarie del 2016 e continuata in quelle del 2020. Il presidente Joe Biden aveva indicato che anche lui appoggiava l’aumento a 15 dollari l’ora ma il paladino dell’aumento è stato ovviamente Sanders.Il bisogno di aumentare il salario minimo viene spesso citato da Sanders come indispensabile a coloro che lo percepiscono. Influirebbe positivamente su 32 milioni di lavoratori, il 60 percento dei quali sono in grande misura lavoratrici di colore. Questo è un gruppo di persone che tipicamente vota per i democratici, riconoscendosi nelle politiche supportate da Sanders. Si tratta di individui che con frequenza guadagnano così poco che qualificano per sussidi governativi. In uno studio del governo richiesto da Sanders si viene a sapere che i dipendenti di Wal-Mart e McDonald’s sono le aziende più grosse con le più alte percentuali di lavoratori che ricevono sussidi a causa dei bassi stipendi.Il salario minimo è rimasto congelato a 7,25 dollari l’ora dal 2009, il che vuol dire che il potere di acquisto attuale equivale solo 5,97 dollari. Ecco perché 20 Stati e 32 città americane lo hanno già aumentato. L’aumento proposto da Sanders si applicherebbe a tutti gli Stati e beneficerebbe direttamente 17 milioni di lavoratori che adesso guadagnano meno di 15 l’ora. Inoltre altri 10 milioni che al momento guadagnano poco più di 15 dollari l’ora ci guadagnerebbero per la pressione verso l’alto su tutti i salari. Il 60 percento degli americani è favorevole all’aumento del salario minimo anche in alcuni Stati dominati dai repubblicani. In Florida, per esempio, Stato vinto da Trump nel 2016 e nel 2020, i cittadini hanno approvato l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora mediante un referendum nella scorsa elezione. Storicamente, però, la filosofia dei repubblicani è sempre stata quella di salari sempre più bassi, lasciando al mercato e non al governo il compito di determinare i costi, incluso quello del lavoro. I legislatori repubblicani continuano ad essere contrari all’aumento come hanno dimostrato recentemente nell’emendamento di Sanders. Ciononostante alcuni si sono resi conto della popolarità dell’idea ed hanno cominciato ad offrire alternative. Il senatore Tom Cotton, (Arkansas) ha proposto un aumento a 10 dollari, includendo l’indicizzazione al Consumer Price Index (Indice di prezzi di consumo) ogni due anni. Il senatore Josh Hawley del Missouri ha proposto 15 dollari, limitando però la sua idea solo alle aziende con entrate di un miliardo di dollari.Si tratta però di proposte teoriche fatte solo per dare l’impressione di essere sensibili ai poveri. Aprono però all’idea che forse qualcuno dei repubblicani potrebbe accettare un aumento a meno di 15 dollari l’ora. Incoraggia anche quei pochi senatori democratici come Joe Manchin (West Virginia) e Kyrsten Sinema (Arizona) ad avvicinarsi alla posizione di Sanders. Il caso di questi due senatori è di vitale importanza poiché una delle strategie legislative dei democratici consiste di eliminare il “filibuster”, la regola al Senato di ottenere 60 consensi per procedere ai voti. Considerando che nessuno dei senatori repubblicani ha votato per lo stimolo si è iniziato a parlare di eliminare il filibuster o almeno di renderlo più difficile di applicarlo. Manchin ha dichiarato che i continui rifiuti di cooperazione dei colleghi repubblicani lo stanno convincendo ad alcune modifiche per ridurre il potere di 40 senatori di bloccare l’agenda legislativa del presidente Biden. Con il filibuster ancora in vigore, la strada aperta alle nuove proposte di legge rimane quella della manovra di reconciliation, limitata a questioni di bilancio, che solo richiede una semplice maggioranza. Un’altra manovra di reconciliation è già prevista per affrontare la questione delle infrastrutture nella quale Sanders e i democratici potrebbero tentare di nuovo l’inclusione dell’aumento al salario minimo. Il traguardo dell’aumento sarebbe utile non solo per i beneficiari ma anche dal punto di vista politico per i democratici i quali lo potrebbero usare nelle prossime elezioni di midterm del 2022.Alla fine, come ha dichiarato il senatore democratico Ron Wyden (Oregon), dato che la maggioranza degli americani favorisce l’aumento del salario minimo in qualche modo si farà. “Non lo abbiamo potuto fare entrando dalla porta principale né dalla porta di dietro, quindi lo dovremo compiere da una finestra” ha continuato Wyden. La “finestra” potrebbe riferirsi alla prossima reconciliation oppure l’eliminazione del filibuster.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Sanders capolista e i timori del Partito Democratico

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 marzo 2020

“Non piace a nessuno e nessuno vuole lavorare con lui”. Così Hillary Clinton in una recente intervista al Hollywood Reporter mentre commentava Bernie Sanders, il quale le diede filo da torcere nelle primarie democratiche del 2016. Adesso, la Clinton è in grande misura fuori dalla politica dopo essere stata sconfitta da Donald Trump nel 2016, ma la sua voce rimane sempre potente.
La Clinton sbaglia però come ci indicano le tre recenti primarie democratiche e i sondaggi nazionali che piazzano Sanders al primo posto per la nomination e l’eventuale sfida a Trump nel mese di novembre. Nel caucus dell’Iowa Sanders è arrivato secondo dopo Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend, Indiana, per quanto riguarda i delegati, ma primo nel voto popolare. Nel secondo test in New Hampshire Sanders è uscito vincitore e nel recentissimo caucus in Nevada la sua vittoria è stata schiacciante (46 per cento dei consensi). Inoltre il senatore indipendente del Vermont che adesso corre come democratico ha fatto notevoli progressi per le primarie del South Carolina tra gli afro-americani che dovrebbero essere la roccaforte di Joe Biden, il quale è in caduta libera. Che Sanders si sia già guadagnato il ruolo di “front-runner” (capolista) ce lo conferma l’ultimo dibattito nel quale è stato attaccato da quasi tutti gli altri sei avversari a Charleston pochi giorni prima delle primarie del South Carolina.Gli attacchi sono emersi da tutti gli altri sei candidati, cinque centristi, e da Elizabeth Warren, caso a parte poiché lei auspica un’ideologia molto simile a quella di Sanders. Per i centristi preoccupa l’identificazione di Sanders con il socialismo e il suo linguaggio spesso colorato da termini come “rivoluzione” alle urne per potere mettere in pratica la sua agenda. Ciò include in sintesi aumenti alle tasse dei benestanti, Medicare for All (sanità nazionale per tutti), aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, università pubblica gratis, e una linea di politica internazionale che verte a sinistra. Costi troppo alti, secondo alcuni centristi come Buttigieg che ha definito l’agenda di Sanders come “castelli in aria”.Le differenze di opinione con Sanders sono emerse dal fatto che solo la menzione del termine socialismo sarà un problema a novembre poiché Trump lo attaccherebbe ferocemente. Questa presa di posizione dimentica che l’attuale inquilino alla Casa Bianca attaccherebbe anche Madre Teresa se lei dovesse vincere la nomination del Partito Democratico. Un’accusa dunque senza fondamenta anche se, Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l’economia e autorevole opinionista del New York Times, sostiene senza tutti i torti, che il termine socialista ingrandisce il bersaglio per gli assalti di Trump. Krugman riconosce che i giovani non sono spaventati dal termine socialismo ma reitera l’indispensabilità di voti dei meno giovani per il successo a novembre.
Sanders al dibattito di Charleston si è difeso reiterando che il suo uso di socialismo democratico non corrisponde a quello fallimentare immaginato dai centristi e della destra, ossia dell’Unione Sovietica o Venezuela, ma un tipo di socialismo democratico evidenziato nei Paesi Scandinavi. Si tratta di Paesi capitalisti con programmi sociali elaborati che temperano gli eccessi e gli abusi del capitalismo sfrenato, offrendo un tenore di vita più equanime alla società. Ha ragione, ovviamente, ma la paura che Sanders possa vincere la nomination e condurre il partito a una sconfitta alle presidenziali di novembre e di conseguenza anche della maggioranza nella legislatura è forte. I grandi donatori democratici rimangono dunque a bordo campo e non vogliono investire in caso di una vittoria di Sanders alle primarie. Da non dimenticare anche che Sanders non vuole niente a che fare con grossi contribuenti, preferendo giustamente piccole donazioni che fino ad adesso lo hanno supportato in maniera molto efficace con più di 130 milioni di dollari.
Gli attacchi a Sanders sono però anche venuti da “fuoco amico” rappresentati da Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, la quale offre un programma politico molto simile a quello di Sanders. Esistono però alcune differenze di non poca importanza. La Warren non si è autodefinita socialista ma bensì capitalista, diminuendo un eventuale bersaglio ad attacchi della destra. Inoltre la senatrice si differenzia da Sanders nel fatto che il suo programma di sanità nazionale non aumenterebbe le tasse alla classe media come farebbe Sanders. Il senatore del Vermont ha fatto però notare che il suo piano costerebbe meno di quello attuale e coprirebbe tutti invece di lasciare 80 milioni di americani senza assicurazione medica o con copertura inefficace. La Warren dissente anche da Sanders sulla questione delle armi da fuoco, punto alquanto debole di Sanders il quale proviene da uno stato rurale, dove il possesso di armi da fuoco è popolare. Finalmente per quanto riguarda la questione di implementare l’agenda una volta conquistata la Casa Bianca, la Warren favorisce l’eliminazione del filibuster al Senato che richiede 2 terzi dei voti per fare approvare nuove leggi. Questa regola concede il potere a un’eventuale minoranza repubblicana di bloccare l’agenda di un presidente democratico. Sanders invece manterrebbe il filibuster poiché secondo lui la “rivoluzione” elettorale lo neutralizzerebbe.Il fatto che Sanders si trovi al primo posto nei risultati e nei sondaggi nazionali ha avuto l’effetto di scrutini ampliati incluso le sue attività e dichiarazioni su alcuni aspetti positivi di dittatori come Fidel Castro. Ciò ovviamente presenta il rischio di dipingere Sanders come amante del sistema di Cuba e altri regimi autoritari di sinistra nonostante i chiarimenti del senatore del Vermont e le sue dovute distanze espresse categoricamente.Le imminenti primarie in South Carolina e soprattutto quelle del Super Tuesday il 3 marzo con 14 Stati alle urne (40 percento della popolazione americana) potrebbero dare conferme sull’inevitabilità di Sanders vittorioso della nomination. In questo caso l’establishment del Partito Democratico dovrà sviluppare una strategia non solo per assistere Sanders ma di usare la sua efficacia politica al servizio degli altri candidati democratici nelle elezioni locali, statali e federali. Non sarà facile, ma nemmeno impossibile.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Il portabandiera della sinistra: Warren o Sanders?

Posted by fidest press agency su martedì, 24 dicembre 2019

By Domenico Maceri. “Bernie ed io abbiamo una visione diversa di come pagarla, ma siamo chiari: Bernie ed io remiamo nella stessa direzione”. Con queste parole Elizabeth Warren ha cercato di minimizzare le differenze sulla copertura del suo piano per il “Medicare for All”, la sanità per tutti gli americani, con quello di Bernie Sanders.Ambedue i piani offrirebbero copertura sanitaria a tutti gli americani con una lieve differenza. Sanders aumenterebbe le tasse ai benestanti ma anche alla classe media riducendo però il costo totale delle spese mediche all’americano medio. La Warren invece costringerebbe le aziende a contribuire al governo i fondi che adesso spendono per la sanità dei loro lavoratori. Per il resto i due programmi sarebbero molto simili, incluso ovviamente aumenti notevoli ai benestanti.Se la Warren ha cercato di minimizzare le differenze rispetto al suo collega del Vermont ciò non vuol dire che i due candidati alla nomination del Partito Democratico abbiano visioni politiche completamente uguali. Ambedue si sono piazzati alla sinistra del loro partito e in non poche situazioni durante i dibattiti hanno fatto fronte comune, confrontandosi con Joe Biden ed altri centristi come Pete Buttigieg. Ciononostante, sia Warren che Sanders si stanno facendo la concorrenza per i consensi dell’ala sinistra del Partito Democratico anche se in modo completamente amichevole come se avessero firmato un patto di non aggressione. Questo atteggiamento è basato soprattutto sulle loro cortesi personalità ma in modo speciale sulla comunanza di vedute. Ambedue hanno optato per finanziare le loro campagne mediante contributi di piccoli donatori con notevole successo. Sia Sanders che Warren hanno dichiarato una sorta di guerra alle disuguaglianze economiche, supportano l’aumento del salario minimo, auspicano università gratis per tutti, ed altri programmi sociali per beneficiare le classi più basse.Le differenze fra i due tuttavia esistono e fino ad oggi pochi analisti le hanno rilevate in modo preciso. La prima, come si è già detto, la si riscontra nell’indicazione delle tasse per la copertura di “Medicare for All”. Inoltre Sanders ha una lunghissima carriera di politica progressista e infatti si è persino dichiarato un democratico socialista. La Warren, forse più politicamente astuta, ha optato per etichettarsi “capitalista dentro e fuori” anche se è riuscita a farsi inimicare dai miliardari come Bill Gates. Il fondatore di Microsoft ha detto che con Warren presidente lui perderebbe quasi tutta la sua fortuna mentre in realtà si tratta solo del 5 percento.Anche il rapporto dei due personaggi con il Partito Democratico presenta anche diversità. Sanders ha avuto una relazione tutt’altro che amichevole con l’establishment del Partito Democratico, specialmente nell’elezione del 2016. La Warren ha invece mandato segnali che se eletta coopererebbe con l’establishment per mettere in atto le sue politiche. Questa differenza potrebbe rivelarsi un grande vantaggio poiché approvare leggi richiederebbe la collaborazione dalla legislatura. Sanders ha invece parlato della necessità di una rivoluzione per creare il clima necessario che metterebbe in atto i suoi piani. Sanders continua a rappresentare il Vermont come senatore indipendente mentre la Warren rappresenta il Massachusetts come senatrice democratica. Ciononostante la Warren era registrata repubblicana fino a 23 anni fa e ha abbracciato l’idea del “Medicare for All” solo 9 anni fa. Le loro età sono anche diverse. Sanders ha 77 anni e la Warren 70. Ambedue cercano di farsi vedere dai media in modo energico soprattutto Sanders il quale ha recentemente subito un infarto cardiaco dal quale si è ripreso completamente.I loro sostenitori sono anche molto simili ma in grande misura quelli di Sanders rappresentano la classe operaia mentre quelli di Warren tendono a rappresentare i bianchi, bene istruiti, e di classe media. Le loro similarità si riflettono anche nella preferenza della loro seconda scelta in caso uno di loro dovesse gettare la spugna. Una grande maggioranza di loro non avrebbe difficoltà a votare per la seconda scelta nonostante si sia creato un mito che quelli di Sanders vogliono solo lui e non si recherebbero a votare se il suo nome non apparisse nelle schede elettorali.Gli ultimi sondaggi ci dicono che Biden continua al primo posto con Sanders e Warren vicinissimi fra di loro, contestandosi la seconda posizione. L’unione delle forze fra Sanders e Warren creerebbe una potenza notevole ma non si prevede che nessuno dei due abbandoni la corsa almeno nel vicino futuro, considerando i contributi finanziari che i due continuano a ricevere. Alcuni analisti hanno suggerito che i due candidati di sinistra dovrebbero ripetere quello che fecero Bill Clinton e Al Gore nel 1992. Questi due candidati, ambedue centristi del Sud, si unirono in un unico ticket che li portò alla conquista della Casa Bianca per due mandati. Nel caso di Warren e Sanders ciò sarebbe al momento difficile perché determinare il numero 1 e 2 sarebbe quasi impossibile.
Le piattaforme politiche di Sanders e Warren sono molto simili ma bisogna dare credito al senatore del Vermont per averle legittimate nell’elezione del 2016 quando diede filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination. Gli elettori democratici dovranno però decidere se vogliono ricompensare Sanders per i suoi contributi oppure vedono Warren come l’erede più competente di Sanders. Le iniziali elezioni primarie in Iowa e nel New Hampshire nel mese di febbraio ci daranno qualche indizio. Ciononostante i rapporti amichevoli fra questi due candidati potrebbero essere un esempio di una campagna elettorale basata sulla cordialità invece di quella di Donald Trump che fa perno sugli attacchi personali di tutti i suoi rivali. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.)

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I miliardari contro Warren e Sanders: fra egoismo e giustizia sociale

Posted by fidest press agency su domenica, 17 novembre 2019

“Alcuni credono che la migliore maniera di affrontare l’accumulazione della ricchezza sia di permettere al governo di prendersela tutta”. Così ha risposto Mark Zuckerberg all’idea di Bernie Sanders di eliminare i miliardari.Sanders, come si sa, è uno dei principali candidati alla nomination del Partito Democratico con tendenze alla sinistra, come suggerisce la sua scelta di dichiararsi socialista democratico. Anche Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, l’altra candidata tendente a sinistra con idee molto simili a Sanders, ha fatto dichiarazioni che hanno suscitato l’interesse e la preoccupazione degli ultra ricchi. Ambedue Sanders e Warren aumenterebbero le tasse a questi benestanti.La Warren userebbe questi aumenti per finanziare in buona parte il suo piano di Medicare-for-All, la sua riforma sanitaria, che coprirebbe tutti gli americani. Bill Gates, il fondatore e padrone di Microsoft, ha come Zuckerberg, espresso costernazione al piano della Warren dichiarando che gli costerebbe 100 miliardi, una buonissima parte della sua fortuna.La Warren ha giustamente corretto l’imprenditore, chiarendo che il suo piano costerebbe solo 6 dei 107 miliardi di dollari del patrimonio di Gates, ossia il 6 percento circa. Una cifra simile dovrebbe essere sborsata da Jeff Bezos, padrone di Amazon, il cui patrimonio è valutato a 111 miliardi. Il “povero” Zuckerberg dovrebbe invece contribuire 4,2 miliardi alle casse del tesoro. La senatrice del Massachusetts sarebbe disposta a incontrarsi con Gates e forse anche con gli altri miliardari e spiegare loro in persona che gli effetti del suo piano li toccherebbero relativamente poco.Gates però non si preoccupava solo della sua situazione personale ma ha anche detto che gli aumenti alle tasse causerebbero “meno crescita” e sarebbero una cattiva idea non solo per gente come lui ma anche per l’economia americana. Un editoriale del New York Times ci fa notare però che quando Gates fondò la sua azienda l’aliquota massima era del 70 percento, anche se molti pagavano di meno a causa di tante detrazioni disponibili ai benestanti. Non è stato un problema per Gates di fondare la sua compagnia e di avere moltissimo successo.Le tasse sono diminuite notevolmente negli ultimi decenni con le vittorie repubblicane al livello federale. I più ricchi americani pagano solo il 33 percento del loro reddito mentre anni fa la cifra era del 51 percento. I tagli apportati dalla più recente riforma fiscale dal presidente Donald Trump però non hanno avuto un effetto positivo sull’economia secondo l’International Monetary Fund. Hanno avuto però un effetto molto positivo per i conti in banca degli ultra ricchi come Trump. Il 45esimo presidente lo ha riconosciuto quando ha ricordato ai suoi amici benestanti in un discorso nella sua resort di Mar-a-Lago in Florida che con la sua legge sono “divenuti molto più ricchi”. I tagli alle tasse approvati dai repubblicani beneficiano in grandissima maggioranza i ricchi e spesso aumentano il deficit oltre che ridurre programmi sociali per la classe media e i poveri.Pagare miliardi di dollari non fa piacere a nessuno ma quando a uno gliene rimangono in tasca molti altri non dovrebbe essere un grosso sacrificio. Si tratta infatti di giustizia sociale. La Warren spiegò perché i benestanti dovrebbero pagare di più in un suo memorabile discorso nel 2011 quando considerava la sua corsa per il Senato. Dopo essere stata accusata di causare una “guerra di classe” per le sue idee fiscali progressiste Warren rispose dicendo che se uno ha costruito “una fabbrica di successo” lei gli offre i suoi complimenti. Il successo dell’azienda, però, sarebbe stato impossibile senza le strade costruite dai contribuenti, senza i dipendenti istruiti dalla società, senza la sicurezza pagata dalla società e senza i mercati messi a disposizione della società. Quindi una parte dei profitti dovrebbero essere indirizzati alla società stessa che ha favorito e permesso il successo dell’azienda. Si tratta solo di giustizia, secondo Warren.Questa idea di responsabilità fiscale fu ripresa anche dal presidente Barack Obama da candidato presidenziale nella campagna del 2012 per spiegare anche lui le sue idee progressiste. Obama usò in un discorso un linguaggio che echeggia esattamente quello della Warren. L’allora candidato Obama disse che i ricchi “hanno il dovere di contribuire” alla società perché dopotutto il loro successo è dovuto non solo al loro talento ma anche agli “aiuti ricevuti” dai loro maestri e altri. Hanno ricevuto aiuto dalla società che ha creato “l’incredibile sistema americano” che ha permesso al talento imprenditoriale di fiorire. Il successo non è dovuto solo all’individuo, continuò Obama, ma anche al fatto che le cose si fanno in gruppo.Negli ultimi decenni le disuguaglianze economiche fra ricchi e poveri sono aumentate in maniera stratosferica. I miliardari non dovrebbero affatto protestare quando Warren o Sanders segnalano loro l’importanza di contribuire di più per aiutare a mantenere e migliorare il sistema americano che gli ha permesso di creare la loro fortuna. Attaccare Warren o Sanders rappresenta anche un strategia perdente per gli ultra ricchi poiché li fa apparire piccoli e egoisti in confronto a questi due candidati politici che lottano per ridurre la disuguaglianza e creare programmi che beneficino la società. Ovviamente Gates, Bezos, Zuckerberg preferiscono dare una parte della loro fortuna in beneficenza il che li farà sentire psicologicamente felici. Quando pagano al governo invece perdono il loro controllo e questo beneficio psicologico. Una piccola perdita per aiutare a creare una società più giusta come propongono Sanders e Warren. (by Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Warren erede di Sanders?

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 luglio 2019

“L’agenda progressista è l’agenda dell’America”. Parole che sarebbero potute uscire dalla bocca di Bernie Sanders, senatore del Vermont e attuale candidato alla nomination del Partito Democratico. Infatti, le ha dette Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, anche lei candidata alla nomination dello stesso partito. L’editorialista del New York Times Frank Bruni ha recentemente scritto che i due cantano la stessa canzone per conquistarsi i consensi della sinistra del Partito Democratico. Per Bruni, però, la Warren canta meglio.Sanders ha il merito di avere messo in evidenza l’agenda progressista nell’elezione del 2016, creando entusiasmo nell’ala sinistra del partito, specialmente tra i giovani. Adesso la Warren gli fa la concorrenza per gli stessi elettori e i presagi ci fanno credere che alla fine la senatrice avrà la meglio.Le idee di questi due senatori sono simili e includono una svolta a sinistra della politica americana verso un socialismo stile Canada o Paesi scandinavi anche se la Warren sta lontana dall’uso del termine socialista. La senatrice del Massachusetts eliminerebbe la sanità privata sostituendola con una statale, renderebbe l’università pubblica gratis, revocherebbe i debiti studenteschi, ridurrebbe i conglomerati di agricoltura e il quasi monopolio dei giganti tecnologici, investirebbe notevolmente sulle infrastrutture, e aumenterebbe il salario minimo. La Warren incentiverebbe le imprese a entrare nel mercato dell’energia rinnovabile e moltiplicherebbe gli investimenti pubblici nella ricerca. Un’agenda ambiziosa che verrebbe pagata da aumenti alle tasse dei ricchi, incluso una patrimoniale per i beni superiori a 50 milioni di dollari.Non si tratta solo di parole poiché la Warren, classica “secchiona”, ha un programma specifico per tutte queste iniziative. Ogni qual volta le viene fatta una domanda il suo ritornello viene a galla: “ho un programma per quello che mi chiede”. Difatti, la sua campagna si basa su programmi disegnati con notevole specificità. Si tratta di un’agenda in un certo senso populista che vede i poveri e la classe media da una parte e i benestanti dall’altra, quelli senza voce contrapposti alle corporation e i banchieri di Wall Street che controllano il sistema produttivo e finanziario.
La Warren ne sa qualcosa e la sua vita lo testimonia. Nata in Oklahoma da famiglia di modeste condizioni economiche, ricorda spesso in campagna elettorale gli stenti dei suoi genitori. Ricorda con frequenza il fatto che il padre subì un infarto cardiaco e per molti anni non potè lavorare. La madre, all’età di 50 anni, fu costretta a iniziare a lavorare per mantenere la famiglia ottenendo un posto di centralinista a Sears. Dopo non poche difficoltà la Warren riuscì a laurearsi e insegnò in una scuola pubblica del New Jersey. Conseguì la laurea in giurisprudenza alla Rutgers University alla quale seguirono l’insegnamento all’Università del Texas e eventualmente alla Harvard University. Un successo dovuto alle sue capacità ma anche al sistema americano che lei cita spesso con riconoscimento e gratitudine.La Warren vede però la situazione attuale di grande beneficio ai ricchi e quelli che contano. Nel recentissimo dibattito fra i candidati alla nomination del suo partito ha dichiarato, con il suo tipico stile battagliero, che l’economia attuale non funziona più per i lavoratori, i cui salari, tenendo presente l’inflazione, non aumentano dal 1978. Per l’1 per cento dei più ricchi, invece, ha continuato la senatrice, tutto va a gonfie vele. Ecco some si spiega il divario astronomico fra ricchi e poveri. L’attuale economia funziona per i ricchi e le corporation che spesso non pagano tasse federali come hanno riportato recentemente i media nel caso di Amazon. Se l’economia funziona solo per i benestanti si tratta realmente di “corruzione” pura e semplice, per la senatrice del Massachusetts.La Warren si è dunque dichiarata paladina dei poveri vedendo i nemici nelle corporation e Wall Street, alleati naturali del Partito Repubblicano. Ci vuole un nemico per creare entusiasmo nei candidati politici. Trump lo ha trovato negli stranieri che secondo lui invadono il Paese, commettono reati, e rubano i posti di lavoro agli americani. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha attaccato questi nuovi arrivati, spesso di colore di pelle non bianca o religione diverse, dichiarandosi difensore dei valori americani “tradizionali”, cioè bianchi, facendo uso di pregiudizi che hanno sfociato in dichiarazioni di legittimità a gruppi suprematisti.
Trump divide i poveri, usando la classe, l’etnia e la razza, sostenendo di difendere i lavoratori, principalmente quelli bianchi. La Warren invece attacca i ricchi e sostiene di mantenere l’unione dei poveri e la classe media contro i veri nemici che controllano il sistema finanziario e produttivo. Crede nel sistema capitalistico ma solo quando non dimentica quelli meno fortunati come la madre che all’età di 50 ha dovuto trovarsi un lavoro per mantenere la sua famiglia. Si tratta di giustizia economica, per Warren. A coloro che hanno avuto successo in America lei ricorda che al di là della dovuta ammirazione per le loro capacità non dovrebbero dimenticare il loro dovere. Dopotutto, la Warren insiste, il successo ottenuto è stato possibile perché il Paese ha fornito strutture, mercati, strade, istruzione, trasporti, eccetera senza i quali nulla sarebbe stato possibile. Quindi lei vede questi contributi fiscali dei benestanti come patriottismo economico per offrire simili opportunità al resto della società.Al dibattito del Partito Democratico il trentottenne parlamentare californiano Eric Swalwell ha chiesto a Joe Biden, 76 anni, capolista nei sondaggi, di passare la torcia ai giovani. Biden ha detto di no, ma Sanders, 77 anni, ha risposto, che l’età è solo una delle caratteristiche da considerare nella scelta degli elettori. Ha ragione. I più recenti sondaggi che prendono in considerazione il recente dibattito riflettono un calo per Biden, e uno più lieve per Sanders. La Warren è in ascesa. Alla fine Sanders sarà costretto a passarle la torcia dell’ala sinistra del partito verso una vittoria per la nomination e la prima conquista della Casa Bianca da parte di una donna?
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Stand Together and Deion Sanders Surprise Shoppers who “Make It Count” with Holiday Donations at Dallas Mall

Posted by fidest press agency su domenica, 25 novembre 2018

Stand Together and NFL Hall of Famer and Network Analyst Deion Sanders this morning launched Stand Together’s Make It Count initiative, asking shoppers to donate the difference of their Black Friday savings to nonprofits that are transforming lives and helping people in Dallas and across the country out of poverty. Stand Together, a social change organization committed to breaking the cycle of poverty, kicked off the national campaign at Stonebriar Centre in Frisco, where Sanders surprised shoppers who donated on the spot. Through Giving Tuesday on Nov. 27, Stand Together will match all donations made through the campaign platform standtogetheragainstpoverty.org. In 2017, Dallas ranked among the top five most generous cities in the nation and local organizations have been working to leverage Giving Tuesday to become the top city.“This holiday season, I ask people to consider the impact their shopping savings could have on the 39 million people who are living in poverty across America,” Sanders said. “I am partnering with Stand Together again for the Make It Count campaign, which takes the guesswork out of where to go to make a difference in communities across the country. They have a network of organizations who have made it their mission to fight poverty in the most effective ways.” The campaign spotlights more than 50 organizations across the country that Stand Together has recognized for demonstrating their ability to help solve the nation’s toughest problems and help people improve their lives.In the network is Cafe Momentum, a Dallas-based, restaurant and culinary training facility transforming the lives of young people who have spent time in juvenile facilities. Chad Houser, founder and CEO of Café Momentum, leads an operation to provide the kids a positive environment, paid internship that involves intensive culinary, job and life-skill training, as well as continued mentorship and support.Americans are expected to spend more than $7 billion this Black Friday. On Cyber Monday, Stand Together will call on online shoppers to also donate a portion of their purchase savings. In 2017, online transactions in the U.S. reached a record $6.59 billion on Cyber Monday. That same year, on Giving Tuesday, initiatives raised more than $274 million from more than 2.5 million contributions. Stand Together hopes to build on these successes as the Make It Count campaign continues through Giving Tuesday.

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“Clinton e le Primarie 2016: un incontro con Matthew Montavon”

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2016

hillary clintonIn tale occasione, il dott. Montavon, rappresentante dei Democrats a Roma, sollecitato anche dagli interventi del Questore della Camera, on. Dambruoso, dell’on. Gigli, della Sen. Fasiolo, dell’on. Causin e del dott. Martino, ha illustrato la campagna elettorale dei Democratici americani e le politiche che essi vogliono porre in essere.In particolare, il dott. Montavon ha sottolineato che “Clinton ha chiaramente dimostrato di avere sia il sostegno che il numero di delegati necessario per essere nominata come nostra candidata; il Partito – ha detto – si unificherà fortemente in suo sostegno. Abbiamo verificato che c’è unità”.E poi, parlando di Sanders, ha precisato che “la partecipazione di Sanders nella primaria democratica ha rappresentato una vera sfida per Clinton. Sanders ha presentato idee interessanti nella propria campagna come: l’istruzione universitaria gratuita, l’assistenza sanitaria nazionale e un aumento del salario minimo. Queste sono le idee che – secondo Montavon – influenzeranno la piattaforma democratica per le elezioni presidenziali” sottolineando che Sanders, anche se non ha manifestato il suo appoggio a Clinton, “riconoscendo l’importanza di fare fronte unito con il partito contro l’elezione di Trump, ha di fatto confermato il suo sostegno”.
Parlando della candidata Hillary Clinton, Montavon ha evidenziato che lei attraverso la sua attività, durante tutta la vita, ha dimostrato la sua “ dedizione al mantenimento e ampliamento del servizio pubblico in vista del bene comune”. La Signora Clinton – secondo Montavon – è “potenzialmente la persona più qualificata per esercitare le funzioni di Presidente degli Stati Uniti”.
Inoltre, il dott. Montavon è entrato nel merito delle politiche formulate dalla Clinton evidenziando il suo impegno per l’energia pulita, l’istruzione, le infrastrutture, l’ampliamento del sistema sanitario, l’immigrazione, i diritti dei lavoratori, l’accesso all’istruzione universitaria sostenibile e le battaglie contro le disuguaglianze.Si è parlato anche del secondo emendamento e del possesso di armi che il Partito Democratico vorrebbe ridimensionare mentre Trump è un forte sostenitore della difesa personale con armi da fuoco.Il dibattito è stato intenso e fruttuoso ed arricchito da molte domande. Senza dubbio, le elezioni americane avranno una ripercussione anche sull’Europa e sull’Italia per l’intensità di rapporti che si sono da tempo instaurati; a noi il compito di ribadire l’amicizia del nostro Paese e il leale sostegno degli italiani d’America a chiunque sarà il vincitore, ma anche sottolineare che la politica estera, nello scenario attuale, va fatta insieme, da buoni amici, altrimenti verrebbe meno quel processo virtuoso, win- win, che ci può aiutare a rendere il mondo più giusto.

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