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Posts Tagged ‘sanità’

Sanità: Foad Aodi(Amsi), presentato manifesto “Buona Sanità internazionale” a Sileri

Posted by fidest press agency su martedì, 11 settembre 2018

L’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) , il Movimento Uniti per Unire e la Confederazione Internazionale Unione Medica Euro-Mediterranea (UMEM) hanno incontrato Pierpaolo Sileri, senatore del Movimento 5 Stelle e presidente della Commissione Igiene e Sanità. Al centro dell’ incontro la presentazione e la discussione del progetto la “Buona Sanità Internazionale”, un’ iniziativa che tende a “tutelare il diritto universale alla salute e promuovere campagne di prevenzione e sensibilizzazione sulle patologie emergenti per incentivare l’aggiornamento professionale, gemellaggi universitari e una collaborazione sul fronte della ricerca e dell’aggiornamento professionale”.
E ancora: gli altri punti focali del Manifesto sono “risolvere la questione dei concorsi per i professionisti della sanità di origine straniera con la deroga di poter sostenere i concorsi per chi ha esercitato regolarmente in italia per 5 anni vista la carenza dei medici e degli infermieri in Italia, programmare i posti presso le facoltà di medicina e delle scuole di specializzazione in base ai fabbisogni del mercato di oggi e della carenza dei medici che e’ in aumento sia a livello italiano che europeo, combattere le discriminazioni e le aggressioni contro i professionisti della sanità in Italia, intervenire sulla fuga dei cervelli e dei giovani laureati all’estero promuovendo di più il loro ingresso nel mercato del lavoro compensando il numero alto dei medici che vanno in pensione.
“Sì a gemellaggi universitari – ha commentato Sileri -, sì a una collaborazione sul fronte della ricerca e dell’aggiornamento professionale. In un mondo globalizzato, in continuo cambiamento, anche la sanità deve fare la sua parte. È fondamentale combattere le aggressioni contro i medici nei pronto soccorso, colmare le lacune sulla mancanza dei medici ed eliminare qualsiasi discriminazione nel mondo sanitario, allargare gli orizzonti per offrire ai cittadini professionisti migliori sul campo puntando solo alla meritocrazia”.
Il Fondatore dell’Amsi e del Movimento Uniti per Unire Prof.Foad Aodi nonché consigliere dell’OMCEO Roma ha illustrato e discusso il Manifesto la “Buona Sanita’ internazionale” con il Presidente Sileri apprezzando la sua grande disponibilità ad ascoltare e approfondire i punti proposte nel manifesto dall’Amsi ,Uniti per Unire ,UMEM insieme all’Ong Emergenza Sorrisi e le Comunita’ del mondo arabo in Italia e tutte le comunita’ ed associazioni italiane e di origine straniera aderenti al Movimento Uniti per Unire. “E’ un momento molto delicato per il SSN e l’esercizio della professione dei medici, infermieri, fisioterapisti, farmacisti, odontoiatri e gli altri professionisti della sanità per la grave mancanza di medici ed infermieri, per le continue aggressioni contro i professionisti della sanità, l’aumento del costo della medicina difensiva, le cure fai di te e l’allarmismo che si crea sulla salute dei cittadini di origine straniera e dei migranti”. L’Amsi, aggiunge, “nei primi 8 mesi dell’anno ha ricevuto più di 200 richieste di medici e professionisti della sanità di origine straniera per poter esercitare presso le strutture sanitarie pubbliche e private e tali richieste sono in continua crescita. Ci preoccupa molto anche perché le domande da parte dei medici italiani giovani sono altrettanto in crescita all’Amsi per poter esercitare all’estero. Bisogna lavorare in questo senso per rendere la professione medica sempre più internazionale”.

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Servizi digitali innovativi nella sanità

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 settembre 2018

Il software solution provider parmigiano, con un aumento di capitale di 2 milioni di euro e il conferimento della controllata IG Consulting s.r.l., ha dato vita a una realtà tra le più grandi nel settore dei servizi di accoglienza delle strutture sanitarie con un fatturato di circa 6 milioni di euro. Maps Group è stata assistita in questa operazione dall’advisor Thymos Business & Consulting.Artexe è leader nello sviluppo di soluzioni tecnologiche innovative a supporto delle strutture sanitarie, in particolare per la gestione dell’accoglienza e delle attese. L’obiettivo di questa operazione è creare un’azienda specializzata nel settore ICT per il mercato sanità, con un piano industriale che prevede investimenti per oltre 3 milioni di euro nei prossimi tre anni e l’apertura ai mercati internazionali.Maps Group intende far crescere la nuova realtà, che conserva il nome Artexe, attraverso investimenti, un piano industriale e una vision per il futuro, che prevede per il mercato sanitario nazionale la nascita di nuovi attori o la profonda modifica di quelli attuali, verso una sanità più efficiente e più attenta ai bisogni del paziente. Secondo questa vision il paziente non è un malato, ma si andrà sempre di più verso un percorso di umanizzazione in cui al centro della cura vi è prima di tutto la persona. Tale cambio di paradigma comporterà un adeguamento delle esigenze di gestione dei rapporti tra paziente e struttura sanitaria e di conseguenza una maggiore attenzione sulla qualità e la tempestività dei servizi sanitari. La mission della nuova realtà sarà quella di offrire i supporti tecnologici e consulenziali alle strutture sanitarie, al fine di contribuire alla loro trasformazione in data-driven company sostenibili per gestire la relazione con i loro pazienti in un’ottica di servizi a misura d’uomo. Nel futuroArtexe si avvantaggerà delle esperienze R&D, gestionali e commerciali di Maps; potenzierà un’offerta basata su consulenza e tecnologie per la gestione della relazione tra paziente e struttura sanitaria, mediante strumenti per l’analisi dei dati (semantica, IA) e sistemi di supporto alla governance e alla comunicazione della struttura stessa; rafforzerà ulteriormente il suo ruolo di player di riferimento, per questo tipo di offerta, nel mercato italiano.

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Ridurre i ritardi della sanità meridionale è possibile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

“La sanità al Sud: best practices e nuovi scenari, non solo sprechi”: è stato il titolo del convegno nazionale del Sindacato dei medici italiani (Smi) tenutosi a Bari cinque anni fa e dove è emersa, tra l’altro, una situazione sanitaria nel meridione diversa da come spesso viene dipinta.
Da allora ad oggi è forse cambiata qualcosa? Diremmo proprio di no. Se lasciamo parlare i medici di allora ci accorgeremo ben presto che le loro parole continuano ad essere d’attualità.
Secondo lo Smi, condizione necessaria per combattere la malasanità è che siano messe a disposizione risorse adeguate e che si attui una programmazione che permetta di ridurre gli sprechi esistenti; occorre estendere le pratiche virtuose e sottrarre il governo delle Asl alla mala politica. Il segretario nazionale Smi, Salvo Calì, era convinto che sia possibile eliminare gli sprechi e le logiche clientelari: “Basta premiare la competenza e dialogare con chi opera in prima linea nel Ssn, cioè i medici.”
Il messaggio che cogliamo nella sua interezza è che nel sud esiste buona sanità ma è schiacciata dal clientelismo. Vi sono esperienze in settori sensibili e strategici per l’offerta di servizi sul territorio che sanno incontrare il gradimento dei cittadini e che contribuiscono a intercettare le mutate domande di salute di una popolazione che affronta problemi diversi rispetto a trenta anni fa, innanzitutto il nodo della cronicità e dell’invecchiamento della popolazione. In buona sostanza possiamo dire che se la domanda di prestazioni di un certo tipo aumenta non vi corrisponde, a livello istituzionale, una risposta adeguata e meno che mai nel suo approccio sul territorio. Vi sono nosocomi nel sud che presentano delle eccellenze in determinate discipline mediche ma difettano in personale medico ed infermieristico, in dotazione di fondi e nella logistica. Occorre concentrarsi sull’organizzazione dei servizi, nel seguire i malati anche dopo il dimissionamento ospedaliero e nel tenere aperto il dialogo con i medici di base. (Servizio Fidest)

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“Rivoluzione digitale in sanità”

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Sappiamo bene che la spesa sanitaria è in continua crescita in Italia e che non è facile gestirla. Ad aggravare il tutto vi sono gli sprechi, le pratiche burocratiche oltre il dovuto e più in generale la mala sanità. Eppure posiamo incominciare ad adottare espedienti che ci permettano una riduzione dei costi utilizzando i progressi tecnologici presenti. Penso ai 25 milioni di certificati l’anno gestiti online con il risultato di un risparmio per la collettività di 40 milioni di euro l’anno oltre al fatto che sono stati evitati errori nell’immissione dei dati e consentito la disponibilità in tempo reale dei dati trasmessi. Da qui la considerazione che è un primo step verso una sanità più paperless “per tagliare le spese improduttive al fine di recuperare le risorse per le cure mediche e, al tempo stesso, di dotarsi di strumenti di controllo della spesa sempre più accurati”. Se seguiamo questo ragionamento, gli steps successivi vanno, a mio avviso, percorsi su due distinti fronti.
Il primo è di passare dalla “medicina universale” alla “prevenzione universale” per consentire a tutti la possibilità di controlli sistematici della salute allo scopo di individuare per tempo talune malattie che per la loro caratteristica sono, lungo un loro percorso iniziale, asintomatiche o poco riconoscibili. Il secondo è quello d’offrire al medico di base, o di famiglia a dir si voglia, di diventare il primo attore di un rapporto con i pazienti che vada oltre la sua funzione burocratica. Oggi, infatti, è frequente che di là di una visita specialistica, richiesta per il proprio paziente, il medico di base si ritrovi a gestire unicamente la richiesta dello specialista di accertamenti diagnostici e di prescrizioni di farmaci. Questo discorso potrebbe valere anche nel rapporto con lo specialista, i laboratori di analisi e quanto altro. A questo punto tralasciando l’aspetto tecnico, che va considerato per realizzare tali passaggi, si deve porre l’accento sugli effetti pratici dei vari collegamenti che si possono attuare e i dati e le informazioni che ne deriverebbero. Penso ad esempio a un chip contenuto nella tessera sanitaria dove possa essere trascritto l’anamnesi del paziente. In questo caso il vantaggio è indubbio in specie per un ricovero urgente e anche per il fatto che non sempre gli interessati ricordano la loro storia sanitaria in specie se anziani.
A conclusione possiamo dire che esiste un diverso modo di praticare l’assistenza sanitaria e questo discorso dovremmo già porcelo per valutarne in maniera approfondita i suoi vari aspetti e i mutamenti che ne deriverebbero. E’ tempo che si riconosca la necessità di stabilire un diverso approccio degli addetti ai lavori e dei pazienti con la medicina e la sua pratica nell’interesse generale della salute per un migliore benessere collettivo. Questo percorso è ben chiaro, sia agli addetti ai lavori sia al grosso pubblico, è stato già dibattuto in tutte le sedi sia istituzionali sia nelle assisi congressuali. E tale è restato per l’incapacità della politica di esserne conseguente con opportuni atti legislativi. Manca la forza per vincere le resistenze corporative orientate dal timore che la lasciare la via vecchia per la nuova si sa quel che si ha ma non certo ciò che potrebbe derivarne in termini di profitti e d’interessi settoriali.
Quest’etica civile e religiosa che noi cerchiamo di tenere in piedi per restituire dignità all’uomo la vediamo, purtroppo, perdere mordente anche in ambienti dove dovrebbe essere più alta e solenne la sua tenuta. Non scendo nei dettagli né indico i luoghi di tali devianze, ma chi mi legge può trarne le dovute riflessioni e riferimenti nella cronaca di tutti i giorni e nelle inchieste che riescono, almeno per una breve frazione di tempo, a rivelarci tali e tanti segreti prima di essere di nuovo ammantate dalle logiche perverse della disinformazione. (Riccardo Alfonso)

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Il Piano Nazionale di Governo delle Liste d’attesa

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 luglio 2018

(PNGLA) 2010-2012, approvato con l’Intesa Stato-Regioni del 28 ottobre 2010, ha definito 58 prestazioni tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici per cui ASL ed ospedali devono garantire i tempi massimi di attesa. A seguito del recepimento del PNGLA, a Regioni e Province Autonome spettava di pubblicare il loro Piano regionale di governo delle liste d’attesa ed, entro 60 giorni, ogni Azienda sanitaria era tenuta ad adottare il proprio programma attuativo, garantendone adeguata diffusione ai cittadini. «Le analisi dell’Osservatorio GIMBE – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dimostrano che, a parte la rilevazione effettuata da Agenas nel 2010, non è disponibile alcun monitoraggio nazionale aggiornato sui recepimenti regionali del PNGLA e sulla redazione dei piani aziendali, né tantomeno sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa, oggetto solo di indagini a campione effettuati da varie organizzazioni: CREA Sanità, Censis, Cittadinanzattiva, Eurispes. Per tale ragione abbiamo deciso di finanziare con la borsa di studio “Gioacchino Cartabellotta” lo studio “Governance delle liste d’attesa: analisi recepimenti regionali del PNGLA e valutazione dei piani attuativi aziendali».
Lo scorso 14 giugno, in vista della predisposizione del nuovo PNGLA, la neo Ministra Giulia Grillo ha inviato a Regioni e Province autonome una circolare mirata a raccogliere informazioni capillari sulle modalità di gestione delle liste di attesa e dell’attività libero-professionale intramuraria. «Considerato l’interesse del nuovo Esecutivo per la spinosa questione dei tempi di attesa – puntualizza il Presidente – la Fondazione GIMBE ha deciso di rendere noti i risultati preliminari del monitoraggio indipendente sugli adempimenti di Regioni e Province autonome». Preme sottolineare chetali informazioni, secondo quanto previsto dal cosiddetto “decreto trasparenza” (Dlgs 14 marzo 2013, n. 33), dovrebbero essere rese pubblicamente disponibili a tutti i cittadini con l’obiettivo di favorire il controllo diffuso sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.In questa prima fase dello studio, la ricerca dei documenti è stata effettuata sia tramite la consultazione diretta dei siti web istituzionali di Regioni e Province autonome sia tramite ricerche Google utilizzando varie parole chiave: “liste di attesa”, “liste d’attesa”, “tempi di attesa”, “tempi d’attesa”.
Piani Regionali. Tutte le Regioni e Province autonome rendono disponibili sia le delibere di recepimento del PNGLA 2010-2012 sia i Piani Regionali per il governo delle liste di attesa. Dopo la pubblicazione della prima versione, tali piani sono stati variamente aggiornati e/o integrati dal dal 2010 al 2018.Rendicontazione pubblica dei tempi di attesa. Dai siti istituzionali emerge un quadro molto eterogeneo:
• Campania, Molise e Toscana non rendono disponibile alcun report.
• Calabria, Lombardia e Umbria rimandano ai siti web delle aziende sanitarie, senza effettuare alcuna aggregazione dei dati a livello regionale.
• 9 Regioni e una Provincia autonoma rendono disponibile solo l’archivio storico sui tempi di attesa con range temporali e frequenza degli aggiornamenti molto variabili: Provincia autonoma di Trento dal 2013 al 2017, Abruzzo dal 2013 al 2014, Friuli-Venezia Giulia dal 2009 al 2014, Liguria dal 2017 a marzo 2018, Marche da settembre 2014 a maggio 2018, Piemonte dal 2009 al 2017, Puglia da aprile 2012 a ottobre 2017, Sardegna da ottobre 2014 ad aprile 2018, Sicilia solo ottobre 2013, Veneto da gennaio 2017 ad aprile 2018.
• Solo 5 Regioni offrono sistemi avanzati di rendicontazione pubblica sui tempi di attesa:
La Provincia autonoma di Bolzano riporta per le 58 prestazioni i tempi di attesa nelle aziende sanitarie riferiti ad un preciso giorno di riferimento del mese precedente (30 maggio 2018).
La Valle d’Aosta riporta i tempi di attesa nelle aziende sanitarie per oltre 100 prestazioni riferite al mese precedente (giugno 2018).
L’Emilia-Romagna, tramite un portale ad hoc, permette di conoscere per 50 prestazioni il numero e la percentuale di prenotazioni erogate dalle aziende sanitarie entro i tempi massimi previsti. I report sono elaborati a cadenza settimanale dal gennaio 2016 e sono disponibili anche report storici dal gennaio 2015. Il sistema permette anche di confrontare le performance per singola prestazione tra differenti aziende sanitarie.
Il portale della Regione Lazio offre per 44 prestazioni le stesse modalità di rendicontazione dell’Emilia Romagna, ma non permette di confrontare le performance per singola prestazione tra differenti aziende sanitarie. I dati sono elaborati a cadenza settimanale a partire dal 21 maggio 2018, ma non è disponibile alcun archivio storico.
La Basilicata, tramite un portale ad hoc, permette di conoscere in tempo reale i tempi di attesa per le prestazioni erogate da ciascuna azienda sanitaria e di consultare l’archivio storico 2014-2018 dei tempi medi di attesa per tutte le prestazioni in tutte le strutture sanitarie. Non consente, invece, di confrontare in tempo reale i tempi di attesa per singola prestazione tra differenti strutture.I risultati preliminari dello studio GIMBE dimostrano pertanto che la trasparenza sui tempi di attesa, di fatto prevista per legge, rimane in larga parte disattesa da Regioni e Province autonome: accanto ad alcuni sistemi avanzati di rendicontazione che permettono di conoscere in tempo reale i tempi di attesa per ciascuna prestazione in tutte le aziende sanitarie, vi sono addirittura Regioni che non rendono disponibile alcun dato, nonostante qualcuna sia in pole position nella “classifica” degli adempimenti LEA.

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“Positive le dichiarazioni del Ministro Grillo sulla Sanità”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 giugno 2018

Apprendiamo positivamente le dichiarazioni del Ministero della Salute Grillo rilasciate a margine della commissione salute della Conferenza Regioni. Lo dichiara in una nota il Segretario Generale UIL FPL Michelangelo Librandi.
Da anni – prosegue Librandi – il nostro sindacato denuncia la situazione in cui riversa la sanità. In Italia, ad oggi, sono in continuo aumento il numero di cittadini che a causa delle difficoltà economiche ed il costo elevato dei ticket hanno rinunciato ad effettuare prestazioni sanitarie o a rinviarle. Chi invece ha potuto permetterselo ha scelto la sanità privata che, sempre più spesso, offre servizi a costi identici, se non più bassi, rispetto al pubblico.
Il Ssn – prosegue Librandi – è stato sottoposto negli ultimi anni a notevoli restrizioni che hanno prodotto effetti preoccupanti sulla capacità di erogare i servizi e sul funzionamento stesso contribuendo ad alimentare le gravi disomogeneità presenti tra le varie Regioni e di conseguenza l’equità del sistema. Inoltre, se da un lato vi è stata una maggiore attenzione alla prevenzione e alle cure, cosi come suggerito da sempre dalla nostra organizzazione sindacale UIL FPL, che ha ridotto l’incidenza di malattie e mortalità, dall’altro riscontriamo una differenza sostanziale tra regioni in tema di qualità dell’assistenza sanitaria.Pertanto accogliamo positivamente la volontà del Governo di voler ridare ossigeno alla sanità pubblica, con la speranza di soddisfare tutti i livelli essenziali di assistenza e soprattutto nel tentativo di ridurre questo divario insopportabile per una società civile.A tutto questo deve seguire una seria politica volta a: migliorare l’aspetto organizzativo dei servizi; investire in infrastrutture e strumentazioni; rafforzare le reti territoriali. Questo deve essere accompagnato da una implementazione in tecnologie ed informatizzazione per ridurre la carenza di comunicazione che riteniamo essere tra le cause di principali di errori sanitari.
Ed infine occorre risolvere il problema principale, che ha messo in ginocchio la sanità, ossia la carenza di personale infermieristico e medico. Ricordiamo – continua Librandi – che mancano all’appello 10.444 professionisti sanitari. Per questo occorre porre fine al blocco del turn over e togliere la norma che fissa il tetto alle spese per il personale.E’ doveroso comunque ricordare che se la nostra sanità è tra le migliori al mondo, lo si deve agli addetti ai lavori capaci di operare con professionalità nonostante le tante criticità e difficoltà.Pertanto ci aspettiamo dal Ministro alla Salute Grillo un confronto per trovare soluzioni condivise che risolvano tali problematiche e per riconoscere la competenza dei lavoratori della sanità a partire dalle professioni sanitarie, a partire dal rinnovo del contratto in scadenza il 31.12.2018.

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Sanità Lazio: appalti illegali di manodopera per centinaia di milioni

Posted by fidest press agency su domenica, 10 giugno 2018

Nonostante la sentenza del Consiglio di Stato 1571/2018 dello scorso 12 marzo censuri il ricorso agli appalti di manodopera illegalmente fatti passare per acquisto di beni e servizi, le ASL regionali e le Aziende Ospedaliere continuano a indire gare e ad affidare appalti alla vecchia maniera.L’ultimo caso è il bando emesso dal Policlinico Umberto I per quasi 23 milioni di euro, rinnovabile sino ad oltre 45 milioni, per un anno di fornitura di supporto infermieristico, in pratica infermieri e ausiliari per il policlinico.La ragione è presto detta, contrabbandare manodopera per acquisto di beni e servizi costa mediamente il 20% in più di quanto si spenderebbe aggiudicandoli in modo legittimo. Chi si aggiudica l’appalto quindi si arricchisce più di quanto sia consentito a scapito di tutti gli utenti.Fa specie il silenzio di Zingaretti. Dei sindacati legati alle cooperative, maggiori fruitori di questi appalti meglio tacere. Nonostante l’USB che rappresenta centinaia di lavoratori del settore già all’indomani della sentenza avesse chiesto un incontro al riguardo, per avviare un processo certo di reinternalizzazione dei servizi appaltati e dei lavoratori coinvolti in essi da decenni, lo stesso Governatore e Commissario alla Sanità non solo rifiuta di interloquire con l’USB, ma di fatto non interviene in nessun modo e così facendo avalla comportamenti dei vari Direttori Generali che disconoscono l’importante sentenza.Come USB chiediamo un’immediata convocazione alla Commissione Sanità della Regione. Se necessario ci rivolgeremo alla Corte dei Conti e alla magistratura penale. All’Anticorruzione la pratica illegale è già stata segnalata da tempo. (fonte: Unione Sindacale di Base)

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Individuare i fattori chiave per il futuro della sanità in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 giugno 2018

Milano Lunedi 4 Giugno, ore 9.30-13.30, Aula Magna, Via Gobbi 5 si svolgerà il Convegno Nazionale “Valutare Aziende, Processi di cura e di ricerca” dell’Academy of Health Care Management and Economics, partnership nata nel 2010 su iniziativa di Novartis e SDA Bocconi.
L’appuntamento ha l’intento di proporre un focus su alcuni aspetti cruciali per il futuro della salute in Italia, per la stabilità e sostenibilità del sistema e per la sua efficacia nel rispondere alle esigenze di pazienti e cittadini. Con l’occasione, saranno illustrati i dati del lavoro condotto in questi otto anni di collaborazione, che ha coinvolto 40 aziende sanitarie e 10 regioni, durante i quali sono stati sperimentati con successo sul campo gli strumenti sviluppati dall’Academy.L’evento rappresenterà un’occasione di confronto per manager della sanità pubblica, accademici e rappresentanti delle istituzioni politico-sanitarie nazionali e regionali.

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Prevenzione over 60

Posted by fidest press agency su sabato, 12 maggio 2018

Una grande alleanza per mettere in campo percorsi ottimali di prevenzione delle patologie più comuni nella terza età: è quella che è nata oggi tra Senior Italia FederAnziani e 20 società scientifiche, riunite nell’evento Punto Insieme Sanità. Un lavoro comune, questo, che coinvolgerà i medici di medicina generale, gli infermieri, i farmacisti e, come promotori e insieme fruitori, gli stessi pazienti. I protagonisti del comparto sanitario, riuniti in due giorni di lavoro a Roma, presso il Rome Marriott Park Hotel, in Commissioni Tecniche dedicate alle diverse aree patologiche, hanno lavorato per individuare linee idonee per la prevenzione e la diagnosi precoce che ciascun paziente o soggetto in età avanzata dovrà adottare alfine di tutelare al meglio la propria salute. I risultati dei lavori nelle 13 aree, che saranno raccolti in un documento guida che costituirà un vero e proprio Manifesto per la Prevenzione degli over 60, sono stati presentati alla presenza delle istituzioni, rappresentate dai Direttori Generali del Ministero della Salute Marcella Marletta (Dispositivi Medici e Servizio Farmaceutico) e Claudio d’Amario (Prevenzione), dal Presidente dell’AIFA Stefano Vella, in rappresentanza anche del National Center for Global Health dell’Istituto Superiore di Sanità, dal Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Riccardi, intervenuto con un video messaggio, e da Ranieri Guerra, Assistant Director General OMS, in video collegamento. I rappresentanti istituzionali hanno espresso il loro plauso e il loro forte sostegno verso il Manifesto della Prevenzione e la nuova alleanza nata oggi.Il Manifesto avrà l’obiettivo di contribuire alla costruzione di una concreta cultura della prevenzione, attraverso l’indicazione agli anziani dei passi da compiere per identificare precocemente le malattie o le condizioni di particolare rischio che devono essere seguite da un immediato intervento terapeutico efficace, in modo da potersi curare al meglio, vivendo più a lungo e in salute e facendo risparmiare il Servizio Sanitario Nazionale. Dai lavori svoltisi in questa due giorni nasce quindi un percorso comune e concreto che vedrà la scienza e i pazienti uniti e che giungerà fino al banco di prova del VII Congresso della Corte di Giustizia Popolare per il Diritto alla Salute (Rimini, 30 novembre – 2 dicembre 2018), dove i medesimi attori si ritroveranno per fare il punto sulle strategie messe in campo nei prossimi mesi.

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Sanità: Nuovi lea e fisioterapia

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Cambia la sanita’, cambia l’assistenza ai cittadini, cambia di conseguenza anche il ruolo del fisioterapista. Non piu’ soltanto uno specialista della riabilitazione, ma anche l’attore principale quando si tratta l’argomento prevenzione, sempre piu’ d’attualita’ con le trasformazioni della societa’ e l’insorgenza sostenuta di malattie croniche tipiche di una aumentata aspettativa di vita. Una discussione che procede di pari passo con quella relativa all’introduzione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza, definiti con l’introduzione del Dpcm del 12 gennaio 2017 ma ancora sulla difficile strada del recepimento e dell’attuazione.
“Serve lo sviluppo di nuovi modelli che differiscano dall’unica risposta conosciuta finora, ovvero quella della cura all’acuzie”, spiega il presidente dell’AIFI, Mauro Tavarnelli, durante il convegno sul tema che si e’ tenuto a Bologna nell’ambito di Exposanita’, la mostra internazionale della sanita’ e dell’assistenza. La discussione, organizzata dalla sede dell’Emilia-Romagna dell’Associazione italiana fisioterapisti, e’ servita dunque a ribadire “la necessita’ di un accesso diretto alla nostra figura tramite il superamento del modello ospedalocentrico”, tiene a sottolineare Tavarnelli. E invece “una visione di tipo burocratico sta penalizzando l’approccio multidisciplinare nel trattamento dei pazienti, con il risultato di parcellizzare le cure”, rincara Vincenzo Manigrasso, dirigente delle Professioni sanitarie della riabilitazione al Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.
Dunque come sta proseguendo la discussione? Due sono i livelli di analisi, che tengono conto sia delle esigenze e delle richieste dei cittadini, sia dei rilievi di tecnici e politici.
“Stiamo scontando enormi ritardi nel recepimento dei nuovi Lea- spiega Tonino Aceti, coordinatore nazionale di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato- Oltretutto esiste un problema di disponibilita’ di risorse economiche, derivata anche dalla mancata determinazione delle risorse”. Questo si ripercuote in una “situazione disomogenea tra regione e regione”: al contrario, sarebbe auspicabile “ancorare il percorso riabilitativo dei pazienti in base al loro reale bisogno e non alle risorse erogate”. Dunque per Aceti “ben venga l’accesso diretto al fisioterapista, che potrebbe abbattere i costi delle cure e i tempi di applicazione. Credo infatti che potrebbe salvarci il poter utilizzare al meglio le risorse interne di cui disponiamo, mettendole al servizio della collettivita’”.
Comprese le persone con disabilita’, a patto che anche loro possano essere coinvolte “nel confronto quando si tratta di prendere provvedimenti per la qualita’ della vita dei cittadini”, rivendica Vincenzo Falabella, presidente Fish. “E’ un obbligo per lo Stato, eppure questo coinvolgimento e’ mancato anche nel confronto per l’introduzione dei nuovi Lea. Qui il ruolo del fisioterapista e’ centrale in un concetto riabilitativo che non deve essere piu’ considerato come un risarcimento ma come raggiungimento di un benessere necessario a inserire la persona nel contesto sociale lavorativo e affettivo in cui vive, in modo da garantire i suoi diritti”.
IL PUNTO DI VISTA DEI POLITICI – Dall’altra parte del tavolo interviene chi ha messo la propria firma o ha lavorato sull’introduzione dei nuovi Lea. E’ il caso della deputata del Pd, Elena Carnevali, relatrice del Dpcm. “Con i fisioterapisti abbiamo sempre collaborato e in me hanno anche trovato una sponda per la battaglia dell’istituzione dell’Ordine professionale. I Lea sono stati un grande traguardo ma ora dobbiamo fare in modo che sulla continuita’ assistenziale ci sia una evoluzione mettendo in risalto, rispetto alla parte sanitaria, il benessere complessivo” della persona. “In questo senso il fisioterapista puo’ svolgere un grande ruolo per la valutazione degli ausili e delle protesi ma anche per l’assistenza e la riabilitazione: il dibattito va ripreso e aggiornato”.
Molto diretta la senatrice dell’Udc, Paola Binetti, secondo la quale il fisioterapista ha bisogno “non soltanto di avere piu’ responsabilita’, ma anche piu’ spazio” per quanto riguarda il tema della prevenzione. Abbiamo un bisogno enorme di fisioterapia e a chiederlo e’ il nostro stesso stile di vita, costretto a fare i conti per la maggior parte con sedentarieta’ e sovrappeso, in persone comunque considerate sane”. Secondo Binetti “il vero tema e’ che il fisioterapista dovrebbe entrare nella vita degli anziani e delle persone con malattie croniche e di quelle con disabilita’, raggiungendole a casa con l’assistenza domiciliare o sul posto di lavoro: e’ li’ che va fatta l’opportuna opera di rieducazione e riabilitazione per ridurre il danno a favore dell’autonomia personale e sociale, che ha una ricaduta non solo sotto il profilo del risparmio economico ma soprattutto nel garantire la dignita’ di vita”.
La discussione nazionale si riverbera sulle regioni e sull’effettivo recepimento del decreto da parte loro. “Quella del fisioterapista, intesa come figura autonoma inserita all’interno di una presa in carico globale del paziente, puo’ essere molto importante”, sostiene Raffaella Sensoli, consigliere dell’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna. “Dobbiamo sostenere con forza il cambio di paradigma, da un sistema incentrato sulla sanita’ a uno basato sulla salute: con l’aumento dell’eta’ e delle cronicita’, dobbiamo concentrarci sul mantenimento dello stato di salute perche’ una popolazione in salute e’ ricca sotto tutti i punti di vista, fisico, morale, mentale ed economico, perche’ si generano risparmi sul Servizio sanitario nazionale”. Ed e’ proprio questo cambio di passo a vedere impegnati in prima linea i fisioterapisti. “Da tempo stiamo portando avanti il concetto che la presa in carico diretta da parte del fisioterapista crei vantaggi ai cittadini- evidenzia Tavarnelli- In minor numero di visite, minori costi derivati da ticket e diminuzione delle liste d’attesa, generando benefici di conseguenza anche al Sistema nazionale grazie a una vera razionalizzazione delle risorse”. Per questo “crediamo che la vera sfida e l’atto di coraggio che deve compiere la politica oggi vadano in questa direzione. Il fisioterapista puo’ diventare una figura cardine nel passaggio tra presa in carico in ospedale e sul territorio: noi la chiamiamo fisioterapia d’iniziativa e vede il cittadino e il fisioterapista collegati direttamente, come deve avvenire ad esempio nelle Case della Salute. L’arma vincente- conclude il presidente di AIFI- e’ dunque avvicinarsi ai bisogni dei cittadini, evitare la fase acuta e gestire la cronicita’”.

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Sanità, un occhio per chi non ci vede, ecco OrCam Eye 2.0

Posted by fidest press agency su martedì, 24 aprile 2018

BOLOGNA – Una minuscola telecamera da attaccare agli occhiali. Che registra tutto ciò che ha davanti e aiuta i non vedenti a ‘vedere’. Non solo può dare indicazioni sulla strada o leggere un menù al ristorante, ma anche memorizzare fino a 100 volti, in modo da informare subito le persone di chi si trovano di fronte. E’ un dispositivo rivoluzionario quello messo a punto dall’azienda israeliana Orcam Techonology e presentato oggi a ExpoSanità a Bologna.
Questo piccolo apparecchio si chiama “Orcam My eye 2.0” ed è un dispositivo di visione assistita per aiutare le persone non vedenti, ipovedenti e dislessici nelle loro attività quotidiane, in modo che possano vivere con più indipendenza possibile. E’ appena stato immesso in commercio in Italia.A spiegare l’utilità e il funzionamento di questa nuova tecnologia è Rotem Geslevich, responsabile aziendale per Italia, Spagna e Portogallo di Orcam Techonology: “Pesa solo 28 grammi, consiste di una camera e un altoparlante: la camera riprende tutte le informazioni visuali (testi, menù, segnali stradali) e poi le traduce in parole, che vengono espresse in modo discreto all’utente”. Orcam My Eye 2.0 (versione più avanzata del precedente Orcam My Eye) si può attaccare a qualsiasi paio di occhiali con l’aiuto di calamite in modo molto facile e intuitivo e può leggere qualsiasi tipo di testo stampato o su schermo. Tra le altre funzioni, poi, c’è quella di riconoscere le persone: il dispositivo può memorizzare fino a 100 volti quindi gli si può ‘insegnare’ a riconoscere i volti di amici, parenti e conoscenti. “Può anche memorizzare i prodotti, o riconoscere le banconote- racconta ancora Geslevich- e ‘leggere’ i codici a barre: una persona andando in negozio e prendendo in mano il prodotto può sapere esattamente cos’è, ad esempio una bottiglia d’acqua, o la marca”.Orcam My Eye 2.0 sa riconoscere anche i gesti delle persone, ed è in grado di “dire che ore sono facendo solo il gesto con la mano, senza neppure avere l’orologio”, racconta ancora Geslevich. La ‘mission’ di questo dispositivo è dunque quella di aiutare le persone nello svolgimento delle loro attività quotidiane, riconoscendo velocemente familiari e amici, ma anche di affrontare senza problemi attività che per un non vedente potrebbe essere non così banali, come sapere ora e data esatta, ordinare nel ristorante e leggere i libri. OrCam Technologies è un’azienda israeliana fondata da due innovatori e scienziati israeliani esperti nella visione artificiale (sono anche i creatori di Mobileye, un sistema di assistenza alla guida per la prevenzione degli incidenti stradali acquisito da Intel). I due esperti hanno sviluppato OrCam MyEye nel 2010, ma il primo prodotto è stato venduto solamente nel 2015: i primi cinque anni sono stati dedicati esclusivamente allo sviluppo della tecnologia.
“Praticamente è come insegnare a un bambino a leggere, riconoscere volti e prodotti”, dice ancora Geslevich. L’azienda OrCam Technologies è presente in 25 paesi (e sviluppa la tecnologia in 15 lingue diverse). Il costo del dispositivo, appena entrato sul mercato italiano, è di 4.500 euro più Iva, per chi è interessato può trovare sul sito l’elenco dei distributori.

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“Basta divario nord – Sud. Occorre inversione di tendenza”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 aprile 2018

I dati sulla sanità emersi nella XV edizione del Rapporto Osservasalute, nei quali si evidenzia un netto divario tra nord e sud sono molto gravi.Lo dichiara in una nota il Segretario Generale UIL FPL Michelangelo Librandi. Se da un lato una maggiore attenzione alla prevenzione e alle cure, cosi come suggerito da sempre dalla nostra organizzazione sindacale UIL FPL, ha ridotto l’incidenza di malattie e mortalità, dall’altro è inammissibile una differenza cosi marcata tra regioni in tema di qualità dell’assistenza sanitaria.E’ urgente una inversione di tendenza – prosegue Librandi – e questo può verificarsi solo attraverso un potenziamento del welfare, partendo da un maggior a sostegno al ceto meno abbiente e alle famiglie. Purtroppo ancora oggi i divari di salute sono particolarmente preoccupanti quando sono cosi legati allo status sociale, poiché i fattori economici e culturali influenzano direttamente gli stili di vita e condizionano la salute delle future generazioni.Occorre migliorare l’aspetto organizzativo dei servizi; sbloccare concretamente il turn over; investire in infrastrutture e strumentazioni; rafforzare le reti territoriali. Il tutto deve essere accompagnato da una implementazione in tecnologie ed informatizzazione: in particolare, strumenti digitali progettati e realizzati specificamente per rendere più facile e efficiente lo scambio di informazioni con i pazienti e tra le diverse strutture sanitarie e non. Ricordiamo infatti che tra le cause di principali di errori sanitari vi è la carenza di comunicazione. Ed infine occorre valorizzare il personale impiegato in sanità, ricordando come questi grandi professionisti siano stati in grado in questi anni di lavorare in condizioni di estrema criticità a causa appunto dei problemi sopraesposti; un primo passo è stato fatto attraverso la firma delle preintese CCNL Sanità e Funzioni Locali, che di fatto hanno ridato dignità sotto l’aspetto economico e normativo ai lavoratori, ma non basta. La UIL FPL – conclude Librandi – continuerà il proprio lavoro volto a salvaguardare i lavoratori del Pubblico Impiego, tutelare i cittadini e proporre alle Istituzioni e alla Politica soluzioni concrete per migliorare la nostra sanità, sino a qualche anno fa fiore all’occhiello in tutta Europa.

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Sanità: Le famiglie rischiano di indebitarsi per cure attraverso strutture private

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 aprile 2018

Sono circa 35 milioni gli italiani che nel 2016 hanno dovuto pagare di tasca propria le spese per un totale di 35 miliardi di euro. A ricorrere sempre di più ai propri risparmi sono gli anziani, che spendono in media una volta e mezzo in più rispetto alla popolazione generale, e circa 13 milioni di italiani hanno difficoltà a far fronte alla spesa sanitaria.Il dato è stato riportato dagli esperti della School di Padova 2018 in occasione di un evento organizzato da Motore Sanità. Il Segretario Nazionale di Codici Ivano Giacomelli ha dichiarato “Oggi sono molti gli italiani che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e una spesa improvvisa, come una multa o delle spese sanitarie possono diventare veramente un grande problema – prosegue il Segretario Nazionale del Codici – In tali condizioni aumentano le categorie di persone che versano in condizioni di povertà”. Secondo le cifre presentate, in 7,8 milioni hanno usato tutti i risparmi per fronte alle spese sanitarie. La spesa sanitaria privata nel 2017 si è attestata su circa 35 miliardi e solo 5 miliardi sono stati intermediati da forme sanitarie integrative, con 12 milioni di italiani che fanno ricorso alla ‘spesa intermediata’ di cui il 55% sono dipendenti e il 14% autonomi, e tale settore gestisce circa 5 milioni della spesa (2%). A questo scenario si accosta inevitabilmente una generale contrazione delle prestazioni e una forte sofferenza sociale.
La sanità pubblica e la sanità privata non dovrebbero entrare in competizione, ma anzi dovrebbero riuscire a collaborare, ognuna attraverso le proprie specifiche competenze.

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Emergenza sanità nel Lazio

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2018

Nonostante l’indagine della società Demoskopika diffusa della Regione Lazio stabilisca che l’indice di performance sanitaria collochi il Lazio come prima tra le Regioni in piano di rientro, il problema delle lunghe liste d’attesa nel settore della sanità pubblica non è risolto. Per effettuare visite mediche in strutture pubbliche l’attesa media è ancora di 65 giorni, a fronte di un’offerta privata ben più rapida, circa 7 giorni di attesa per una visita e costi sempre meno distanti tra pubblico e privato.È quanto emerge dallo studio ‘Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi sanitari Regionali’, condotto da Crea, commissionato dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni, che prende a riferimento un arco temporale che va dal 2014 al 2017. L’indagine, presentata a Roma, è stata effettuata su un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% della popolazione totale, perché condotta sulla popolazione residente di 4 regioni: Lombardia, Veneto, Lazio e Campania; la ricerca prende in considerazione esclusivamente le prestazioni mediche senza esplicita indicazione di urgenza.
Nonostante i numerosi proclami politici della Regio Lazio e il fatto che sia uscita dal commissariamento, il cittadino si ritrova ancora a scontrarsi con tempi d’attesa eccessivamente lunghi. Ad esempio, per fare un ecocardiogramma o una ecografia alla tiroide bisogna attendere fino a quattro mesi. Ricorrendo al privato, dietro pagamento, le attese diventano di pochi giorni.Nel dettaglio delle prestazioni, i giorni di attesa della sanità pubblica sono estremamente lunghi: si va da 22,6 giorni per una Rx articolare a 96,2 per una colonscopia. Le stesse prestazioni registrano attese invece in intramoenia di 4,4 (Rx articolare) e 6,7 (colonscopia), privato convenzionato rispettivamente di 8,6 e 46,5; infine, privato a pagamento di 3,3 e 10,2.
Il fatto che i tempi di attesa per effettuare una visita medica attraverso il Sistema sanitario nazionale siano così lunghi, comporta inevitabilmente una maggiore spesa nella sanità privata, che è salita a 35,2 miliardi di euro, da quanto riporta l’ultimo Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute. Inoltre, il Report sulla sanità in Italia rivela che, nell’ultimo anno 12,2 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie, ovvero 1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente. Dato ancor più preoccupante è che per potersi curare si ricorra all’indebitamento o si dia fondo ai propri risparmi.Il diritto alla salute è un diritto fondamentale che va preservato ad ogni costo, soprattutto in ragione alle tasse che paghiamo, al diritto alla prevenzione che quindi non può essere rimandato per mesi.
CODICI, oltre ad assistere i cittadini con le varie campagne sulla sanità “Indignamoci”, “Riprendiamoci la salute”, “Piaghe da decubito”, ha aperto uno sportello dedicato alla malasanità dove gli utenti si potranno recare e presentare il loro caso.

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La chiave per mantenere la sanità accessibile a tutti

Posted by fidest press agency su sabato, 31 marzo 2018

A cura di: Marie-Laure Schaufelberger, Product Specialist del fondo Pictet-Health di Pictet Asset Management. Spostando l’attenzione dalla cura delle malattie alla loro prevenzione, possiamo ridurre i costi sanitari e migliorare la qualità della nostra vita.La spesa per la sanità incide più del 10% 1 sul bilancio europeo di 14.800 miliardi di euro 2. La crescita e l’invecchiamento della popolazione stanno rendendo difficile controllare i costi sanitari sempre in aumento. In tutto il mondo, queste spese sono destinate ad aumentare ad oltre 7.000 miliardi di euro nel 2020, secondo le stime della società di consulenza Deloitte3.
Marie-Laure Schaufelberger, Product Specialist del fondo Pictet-Health, sottolinea che i costi delle medicine sono solo una piccola parte delle spese totali: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato più grande per servizi e prodotti sanitari. Solo il 10% della spesa complessiva riguarda i farmaci con prescrizione4. Ospedali, medici e case di cura concorrono per più della metà della spesa sanitaria. Ma la riflessione principale che emerge da questi dati è che l’80-90% della spesa totale è destinato a curare persone che sono già malate o disabili. Spostando l’attenzione sulla prevenzione di questi disturbi, si ottengono evidenti benefici.”
La prevenzione può assumere tante forme. “Inizia con uno stile di vita sano”, spiega Schaufelberger. “Che comprende comportamenti legati al buon senso, come smettere di fumare, mantenere il peso forma e tenere sotto controllo il colesterolo. La sfida consiste nel fornire incentivi a chi segue queste buone pratiche. A questo riguardo, le aziende svolgono un ruolo importante.”
Negli Stati Uniti, spesso le società offrono iniziative volte alla promozione della salute che forniscono incentivi monetari a chi mantiene uno stile di vita sano. In un recente intervento alla Commissione del Senato americano su salute, istruzione, lavoro e pensioni, il CEO di Burd Health ha dichiarato che la sua società è riuscita ad abbattere i costi sanitari di circa il 40% e quello dei dipendenti del 10% grazie a un programma per il benessere fisico dei collaboratori. Solo il 15% dei dipendenti non ha aderito al programma.“La consapevolezza del proprio stile di vita può contribuire a diminuire i costi di trattamento e a promuovere una qualità della vita migliore.”Secondo Schaufelberger, i governi dovrebbero impegnarsi di più per prevenire le malattie. “Ad esempio, circa il 40% dei pazienti affetti da Alzheimer ha anche problemi di udito. Per questo motivo è più probabile che si sentano isolati, il che aumenta il processo degenerativo. Identificando questo sintomo in fase iniziale e migliorando la disponibilità di apparecchi acustici, i pazienti potrebbero vivere più a lungo con cure meno intensive e quindi meno costose. Inoltre, in questo modo si potrebbe migliorare il benessere di questi pazienti. Un’attenzione crescente alla prevenzione invece che al trattamento costituirebbe uno sviluppo positivo per tutti. Ovviamente il risparmio in termini finanziari sarebbe enorme. Tuttavia il guadagno maggiore sarebbe una migliore qualità della vita per grande parte della popolazione.”Questo articolo fa parte di una serie di articoli che analizzano i temi che guidano i nostri fondi tematici dedicati al tema “Healthy Living”: quattro fondi azionari globali a gestione attiva.
Concentrandosi sulle forze strutturali che modellano il nostro mondo, i nostri gestori degli investimenti cercano di offrire un rendimento interessante rettificato al rischio nel lungo termine.

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Sanità: Report Fp Cgil, cresce attesa visite nel pubblico, media 65 giorni

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 marzo 2018

Sempre più lunghi i tempi di attesa per effettuare visite mediche nella sanità pubblica, con una media di 65 giorni, a fronte di un’offerta privata ben più rapida, circa 7 giorni di attesa per una visita, e costi sempre meno distanti tra pubblico e privato. È quanto emerge dallo studio ‘Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali’, condotto da Crea, commissionato dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni, che prende a riferimento un arco temporale che va dal 2014 al 2017. Un’indagine effettuata su un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% della popolazione totale, perché condotta sulla popolazione residente di 4 regioni: Lombardia, Veneto, Lazio e Campania; prendendo in considerazione esclusivamente le prestazioni mediche (11) senza esplicita indicazione di urgenza. Tempi di attesa – Ma entriamo nel merito dei dati emersi dallo studio. Il primo dato evidente, relativo all’anno 2017, è che i tempi medi di attesa per effettuare una visita medica attraverso il Sistema Sanitario Nazionale sono nettamente maggiori rispetto a quelli dell’offerta privata: 65 giorni nel pubblico a fronte di 6 nell’intramoenia, 7 nel privato e 32 per il privato convenzionato. Nel dettaglio delle prestazioni, i giorni di attesa della Sanità pubblica sono estremamente lunghi: si va da 22,6 giorni per una Rx articolare a 96,2 per una Colonscopia. Le stesse prestazioni registrano attese invece in intramoenia di 4,4 (Rx articolare) e 6,7 (Colonscopia), privato convenzionato rispettivamente di 8,6 e 46,5; infine, privato a pagamento di 3,3 e 10,2. Un altro elemento appurato dai dati dello studio Crea e Fp Cgil è relativo all’aumento dei tempi di attesa nell’arco degli anni. Infatti, una visita oculistica nel pubblico richiedeva nel 2014 dei tempi di circa 61 giorni a fronte degli attuali 88 (+26 giorni in 3 anni) mentre nel privato a pagamento, sempre lo scorso anno, si registravano soli 6 giorni di attesa. Quanto invece alla stessa visita oculistica condotta in intramoenia l’attesa lo scorso anno era di 7 giorni mentre nel privato convenzionato 55. Per una visita ortopedica nel pubblico invece i giorni di attesa nel 2014 erano 36, oggi sono 56 (+20 giorni); nel privato a pagamento, guardando al solo 2017, 6 giorni, anche in intramoenia 6 nel privato accreditato 27. Infine per una colonscopia nel pubblico nel 2014 avremmo dovuto attendere 69 giorni, oggi 96 (+27 giorni); guardando allo scorso anno per la stessa prestazione nel privato a pagamento l’attesa aera di 10 giorni, in intramoenia 7 e nell’accreditato 46. “Emerge dunque con evidenza come il privato – si legge nel rapporto – riduca drasticamente i tempi di attesa per prestazioni mediche e come anche il privato convenzionato garantisca un servizio notevolmente più rapido a quello del sistema pubblico degli ultimi anni”.
Costi – Per quanto riguarda i costi sostenuti dai pazienti, rilevati solo per intramoenia e privato a pagamento, dallo studio Crea e Funzione Pubblica Cgil emerge che “essi risultano mediamente abbastanza consistenti ma in molti casi non molto distanti dal costo del ticket pagato nelle strutture pubbliche e private accreditate”. Un aspetto interessante da notare è come i costi del privato talvolta siano persino inferiori a quelli dell’intramoenia. Per una visita oculistica in sanità privata, lo studio rileva come nel 2017 si siano spesi circa 97 euro a fronte dei 98 euro dell’intramoenia. Lo stesso vale per la visita ortopedica che nel privato ha un costo di circa 103 euro contro i 106 euro dell’intramoenia.
“La sanità privata fa riferimento all’offerta pubblica per calibrare la propria e rendersi competitiva, puntando sul rapporto qualità/prezzo e dunque accorciando notevolmente, con prezzi di poco superiori al ticket, i tempi di attesa”, osserva la Fp Cgil a commento dei dati che emergono dal report. Quanto alle prestazioni in regime Ssn, spiega la Fp Cgil, queste hanno “tempi di attesa molto alti e in incremento negli anni, laddove per quelle a pagamento i tempi di accesso sono al contrario molto ridotti”; mentre i costi, al contrario, “risultano molto vicini tra pubblico e privato”. Infine, la tempestività di accesso “sembra una condizione garantita dal Sistema sanitario nazionale solo per le prestazioni urgenti, mentre è ‘a pagamento’ nei casi restanti”.

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Sanità: presentazione studio su tempi attesa e costi

Posted by fidest press agency su sabato, 17 marzo 2018

Roma lunedì 19 marzo dalle ore 10 alle ore 13 nella sede della Cgil Nazionale in corso d’Italia 25 studio condotto sui Tempi di attesa e costi delle prestazioni sanitarie nei sistemi sanitari regionali. Il focus è stato condotto da Crea (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata), commissionato dalla Funzione Pubblica Cgil e della Fondazione Luoghi Comuni. Diversi gli interventi previsti alla presentazione di questo primo rapporto: parteciperanno al dibattito Federico Spandonaro, professore dell’Università di Tor Vergata e presidente del Crea Sanità; Carla Collicelli, professoressa e ricercatrice senior associata Cnr-Itb; Rossana Dettori, segretaria nazionale della Cgil; Serena Sorrentino, segretaria generale della Funzione Pubblica Cgil.Lo studio si concentra prevalentemente sui tempi di attesa e sui costi per effettuare prestazioni sanitarie nel Sistema sanitario nazionale, con un approfondimento sul confronto con l’offerta della sanità privata. Intende inoltre analizzare l’andamento del fenomeno nel corso degli anni. Lunedì 19 marzo a Roma alle ore 10 nella sede nazionale della Cgil in corso d’Italia la presentazione dell’indagine Crea fornirà un quadro chiaro e ricco di approfondimenti dell’andamento della sanità pubblica degli ultimi anni.

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PA: Con la Sanità si chiude il cerchio sui contratti del pubblico impiego

Posted by fidest press agency su sabato, 24 febbraio 2018

Secondo il giovane sindacato, il rinnovo di un contratto per dei dipendenti, ancora più perché fermo da quasi dieci anni, va accolto con favore. Tuttavia, ci sono molti aspetti che vanno approfonditi. Ad iniziare dall’esiguità delle risorse che, in assoluto, continuano a mancare per i lavoratori che operano per lo Stato. Ma fa riflettere, soprattutto, la mancata assegnazione dei fondi più cospicui a chi detiene gli stipendi minori: il settore scolastico, visto che a quasi parità di aumenti, i docenti e gli Ata percepiscono in media 10mila euro in meno del comparto sanitario. Sovvertendo anche gli accordi Aran-Sindacati, dell’autunno 2016, il comparto della Scuola è giunto a questa tornata di rinnovi buono ultimo tra tutti quelli della PA. Anche dietro alle Regioni e agli Enti Locali. Ora, di fronte a certi dati ufficiali, ci si sarebbe aspettati un incremento di finanziamenti per chi detiene buste paga vicine alla soglia di povertà. Invece, con il rinnovo contrattuale della scuola, sottoscritto all’Aran il 9 febbraio, si è deciso di corrispondere una manciatina di euro netti al mese, trovando un accordo che assicura a coloro che percepiscono gli stipendi più bassi della Scuola una “copertura” per raggiungere gli 85 euro medi mensili, ma solo fino al prossimo mese di dicembre. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Il personale docente e Ata rimane fortemente sottopagato rispetto al loro prezioso operato quotidiano: gli aumenti ridicoli corrisposti con il contratto del 9 febbraio rimangono due volte sotto l’inflazione, con gli arretrati dell’ultimo biennio che corrispondono ad una mancia e dopo aver dimenticato gli ultimi quattro mesi del 2015, come invece aveva detto il giudice: alla fine della fiera, il milione e 200 mila dipendenti del comparto Scuola si ritrova con 190 euro mensili in meno nel 2018, più altri quasi 3mila euro sottratti per il periodo che va dal 1° settembre 2015 al 28 febbraio 2018. Così, mentre Flc-Cgil, assieme agli altri sindacati Confederali, spende anche parole di soddisfazione per il risultato raggiunto e sottoscritto, il nostro giovane sindacato si rivolge a chi non vuole soccombere a queste ingiustizie, rimanendo impassabile alla sottrazione dei propri diritti: per costoro l’unica strada rimane quella del tribunale e dei ricorsi che continuiamo a patrocinare, a partire dallo sblocco dell’indennità di vacanza contrattuale che farebbe recuperare un bel po’ di soldi.

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Elezioni 2018. Regione Lazio. Sanità. Analisi e proposte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 febbraio 2018

Roma. Il 4 marzo, oltre alle elezioni nazionali, si svolgeranno anche quelle nella Regione Lazio. Ci sembra opportuno fare un’analisi della situazione. La sanità del Lazio dispone di un finanziamento di circa 10,7 miliardi di euro (anno 2016) come parte del Fondo Sanitario Nazionale. La sanità costituisce circa i tre quarti del bilancio regionale. Per comprendere l’attuale situazione della sanità del Lazio è necessario accennare sinteticamente alla sua storia a partire dagli anni ’90/2000.
A seguito della riforma sanitaria del 1992-93 alle Regioni è stata affidata la gestione dei servizi sanitari ma, contestualmente, è stato imposto di essere responsabili dei propri costi.
Il Lazio già in partenza (anni 90) aveva un surplus di letti e ospedali (specialmente privati e religiosi) e degenza media sensibilmente più alta della media italiana; dunque avrebbe avuto bisogno di interventi incisivi e lungimiranti, anche se è vero che il debito sanitario è passato dai 5.678 miliardi del 2000-2005 ai 163 miliardi del 2016. La progressiva diminuzione del deficit dipende anche dal fatto che a partire dal 2007 leggi sanitarie nazionali hanno portato al commissariamento della sanità del Lazio per eccesso di deficit. La prossima Giunta regionale dovrà essere molto attenta a non sprecare l’occasione che si offre a partire dalla seconda metà del 2018 (fine del Commissariamento), quando tornerà in possesso di tutti gli strumenti di governo della sanità regionale.Alcuni suggerimenti ci appaiono utili:
* Continuare con maggiore decisione nella ristrutturazione degli ospedali e dei posti letto, senza rimanere prigionieri degli interessi consolidati all’interno della sanità ma con decisioni che tengano conto solo ed esclusivamente degli interessi della salute dei cittadini; avere ben presente che le nuove esigenze demografiche e dell’invecchiamento richiedono meno servizi per acuti e più servizi per malati cronici e disabili.
* Affrontare il “buco nero” dei Policlinici universitari che scaricano i loro costi sulla sanità laziale.
* Incrementare i servizi extra-ospedalieri (assistenza domiciliare, centri di cura primaria, medici di base, centri diurni Alzheimer, ecc..)
* A livello generale, spostare risorse dal sistema ospedaliero (cure per acuti) a quello per la cura e assistenza della cronicità e disabilità. Tale diversa allocazione delle risorse andrà fatta progressivamente nell’ambito della legislatura regionale; ad esempio, spostare 100milioni di euro ogni anno per arrivare a fine legislatura a uno movimento di 500 milioni di euro l’anno (su un totale di 10,7 miliardi di spesa)
* Controllare alcuni centri; ad esempio l’ospedale Bambino Gesù (peraltro ottima struttura) di proprietà del Vaticano, riceve ogni anno, in aggiunta al rimborso da parte della regione Lazio delle prestazioni erogate, circa 80 milioni dal Bilancio dello Stato.
* Controllare a tappeto le numerose strutture sanitarie private (religiose e non) accreditate o con accreditamento provvisorio, selezionando solo quelle realmente utili e con servizi di qualità.
* Predisporre un’operazione trasparenza sulla spesa sanitaria, sui servizi utili e quelli inappropriati, sulle nomine e sugli appalti, rendendo accessibili i dati a tutti.
* Impostare una generale opera di valutazione di tutti i servizi e le strutture; dosare finanziamenti e strategie in base agli esiti delle valutazioni; rendere pubblici e comprensibili a tutti (operatori, utenti, cittadini) i risultati delle valutazioni.
* Per le liste di attesa, controllare l’attività intramoenia degli operatori (attività a pagamento in regime privato all’interno della struttura pubblica, effettuata dai dipendenti della struttura) introducendo la regola che l’attività intramoenia è sospesa quando e se le liste di attesa del servizio pubblico superano valori “accettabili”. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Dagli amministratori della sanità italiana: le nuove sfide che dovrà affrontare il Ssn

Posted by fidest press agency su domenica, 28 gennaio 2018

chiostro comoComo. Migliorare la prevenzione delle malattie e l’efficienza delle strutture sanitarie, ridurre le disparità tra le prestazioni, definire una politica sanitaria nazionale integrata con le priorità industriali del Paese e semplificare la burocrazia. Queste sono le nuove sfide che dovrà affrontare il Servizio Sanitario Nazionale di fronte allo straordinario progresso tecnologico, alla crescita della domanda di prestazioni sanitarie dei cittadini (che vivono più a lungo rispetto al passato) alla gestione della cronicità (che in Italia interessa il 30 per cento della popolazione) fino ai vincoli e ai limiti delle risorse economiche che hanno un peso sempre maggiore nei processi decisionali.I due temi affrontati nel corso della prima giornata Winter School 2018 di giovedì 25 gennaio sono stati il futuro della sanità italiana e la sostenibilità e revisione del farmaco e dei dispositivi in Italia. Quale modello sanitario potrà rispondere al diritto alla salute dei cittadini? I massimi esperti della sanità presenti alla tavola rotonda di Como hanno cercato di rispondere al quesito proponendo modelli di sostenibilità che rispondono a concetti chiave,come semplificazione (a dispetto di una burocratizzazione del sistema salute nel suo complesso), centralismo versus federalismo e lavoro in rete tra Asl e all’interno delle stesse; un buon strumento possono essere i Dipartimenti interaziendali diffusi sul territorio. La ricomposizione, altra necessaria chiave di volta, è intesa come omogeneizzazione di gestione, programmazione ed integrazione dei servizi e dei professionisti che operano nel campo della cronicità al fine di ottenere una unica modalità di approccio nei confronti del paziente cronico. Risulta essere determinante nel processo di cambiamento anche la sinergia tra gli attori del sistema, nonché modelli organizzativi (che non dimentichino, però, il rapporto paziente-medico e paziente-infermiere), la richiesta di autonomia differenziata e la proposta di una sanità integrativa. Se la tecnologia è un potenziale driver di cambiamento (si pensi, ad esempio, alla prospettiva di sviluppo della robotica nella domiciliazione delle cure) e fattore di crescita, resterà fondamentale il ruolo del medico di famiglia e dei farmacisti sul fronte della cura sul ‘territorio’, della prevenzione e nell’educazione sanitaria.Altro tema di rilievo affrontato è stato quello della legge Gelli-Bianco: se ha ampliato l’ambito di tutela del diritto alla salute ricomprendendovi la sicurezza delle cure, le strutture sanitarie, socio-sanitarie e gli esercenti la professione, proprio per salvaguardare tale diritto, dovranno adottare risorse strutturali, tecnologiche ed organizzative adeguate, tra le quali deve ricomprendersi necessariamente anche il rispetto della normativa sulla privacy. Infine, considerando la necessità di delisting, la rimozione dal prontuario dei farmaci e dei dispositivi obsoleti, anche strumenti digitali innovativi all’interno della sanità hanno un ruolo strategico: servono non solo per portare l’innovazione nel servizio digitale al cittadino oppure la telemedicina, ma anche per raccogliere le informazioni e supportare i processi decisionali in campo farmaceutico e generale, come prescrivere e somministrare i farmaci in ospedale o impiegare protesi e dispositivi in tempo reale per il cittadino.

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