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Governo, Meloni a il Messaggero: L’unica scelta possibile è voto subito

Posted by fidest press agency su domenica, 21 luglio 2019

«Non credo che Salvini abbia paura del voto ma del non voto. Siccome la certezza di andare alle urne non c’è e la decisione non dipende da lui, teme che ci possano essere delle alternative. Comprendo la sua prudenza ma penso che occorra andare subito a votare. In caso di elezioni, avremo una maggioranza eletta dagli italiani, compatta e schiacciante. Gli scenari alternativi al voto sono tutti preoccupanti e sono tre: il primo è che resti questo governo che non può dare risposte ai problemi. Il secondo è un governo Pd-m5s e il terzo addirittura un governo tecnico sostenuto da una sorta di patto del nazareno allargato ai grillini. La versione italiana dell’alleanza che ha votato la Van Der Leyen. Quello schema è quanto di più lontano possa esserci dalla volontà popolare degli italiani». Lo ha detto in una intervista al Messaggero il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.
le elezioni subito «Farebbero chiarezza. Bisogna votare, fare una legge di bilancio targata Lega e FdI, che dia risposte ai problemi economici del Paese, tagliando le tasse e dicendo basta alla fregature modello reddito di cittadinanza. Noi e la Lega da soli abbiamo già una maggioranza importante. E con Forza Italia restano molte cose da chiarire. Il Patto del Nazareno europeo conferma tutte le nostre preoccupazioni su quel partito che ha sostanzialmente sostenuto uno del Pd alla guida dell’Europarlamento», ha spiegato Meloni.

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Centralità del pediatra di libera scelta nella cura del bambino e dell’adolescente

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 gennaio 2019

Si chiede: il prolungamento dell’assistenza sanitaria pediatrica sino alla maggiore età, vantaggi derivanti dall’impiego di personale di studio, applicazione e rispetto delle norme contenute negli accordi collettivi nazionali come segno di affidabilità della controparte amministrativa e politica. Sono questi i principali spunti, e allo stesso tempo le richieste messe sul tavolo dai pediatri di famiglia, emersi dal convegno “I pediatri e le sfide del nuovo millennio: denatalità e organizzazione sanitaria”, organizzato dalla sezione regionale Puglia di Simpef – Sindacato Medici Pediatri di Famiglia nel weekend a Bari.
Durante i lavori, che hanno affrontato il tema denatalità e le sue ripercussioni sul sistema delle cure pediatriche, il dibattito tra pediatri di libera scelta, clinici, esperti e decisori politici regionali e nazionali ha fatto emergere alcune proposte che Rinaldo Missaglia, Segretario nazionale Simpef illustra. “In primo luogo – premette il Segretario – è opportuno ricordare come da anni non si sottoscrivono convenzioni rinnovate, nel senso di un adeguamento alle radicalmente mutate condizioni sociali e sanitarie dell’infanzia e dell’adolescenza, ma non solo. Intere parti di sostanza degli Accordi collettivi nazionali vigenti non sono ancora applicate o sono unilateralmente ed improvvidamente disattese dalle amministrazioni regionali. Inoltre, l’ultimo accordo, siglato pochi mesi fa, è scaduto il 31 dicembre; siamo nuovamente in una situazione di vacatio. Ed è per questo che, con grande senso di responsabilità civile oltre che professionale, ci rivolgiamo al rinnovato Comitato di Settore Sanità perché si attivi per avviare le procedure per la riapertura del tavolo di discussione, indicando a SISAC – Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati, nella sua eventualmente rinnovata composizione, di procedere alla relativa convocazione, quanto mai opportuna.”Venendo quindi alle proposte, Missaglia chiarisce: “È sotto gli occhi di tutti, la montante criticità della fase di vita adolescenziale, stretta tra un crescente complesso di inadeguatezza, ansia, ma anche de-responsabilizzazione delle figure adulte di riferimento, compresi i genitori, e stili e condizioni di vita inappropriati, dalla sedentarietà all’abuso di quanto le moderne tecnologie di comunicazione mettono a disposizione. In questa situazione, oggi il ragazzo è di fatto, assistenzialmente, ‘abbandonato a sé stesso’. Andrebbe accolta e perseguita la disponibilità dei pediatri di famiglia ad assicurare la propria competenza assistenziale a tutti gli assistibili, fino al compimento della maggiore età posta, sia scientificamente sia legalmente, al diciottesimo anno di vita. In questo modo si garantirebbero, in maniera appropriata, le cure necessarie in un’età socio-sanitariamente problematica.” Secondo il Segretario nazionale Simpef: “Sotto questo punto di vista, la figura e il ruolo del pediatra, considerato dalle famiglie un punto fermo nella cura e nell’assistenza, sono fondamentali e la nostra attività professionale dovrebbe essere sostenuta e ampliata. Occorrerebbe migliorare e rendere maggiormente efficiente la presa in carico dei piccoli assistibili, grazie soprattutto alla messa a loro disposizione di pediatri di libera scelta che possano avvalersi dell’opera di collaboratori di studio infermieristici ed amministrativi per lo svolgimento della propria attività professionale.” “Nel corso dell’incontro di Bari – conclude Missaglia – su questi temi sono stati sensibilizzati tanto rappresentanti della società civile, di authority a tutela dell’infanzia e adolescenza quanto autorevoli esponenti delle Istituzioni parlamentari, quali l’On. Francesca Galizia e il Sen. Ubaldo Pagano. Tutti hanno condiviso la necessità di approfondire queste problematiche al fine di ottenerne l’opportuna risoluzione. Ci auguriamo che alle parole seguano fatti concreti.”

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Il lavoro part-time? Sì, ma non per scelta

Posted by fidest press agency su martedì, 4 dicembre 2018

Milano. Un tempo il part-time era salutato come una vera manna dal cielo. Era così per la commessa, per la segretaria o per l’operaia che, non volendo trascurare i figli, non desideravano però nemmeno dire addio al mondo del lavoro e a un’entrata fissa. Di certo, però, il part-time non presenta dei vantaggi solo per le madri di famiglia: anche studenti e studentesse possono godere di questo particolare contratto, per pagarsi gli studi universitari e arrivare alla tanto sudata laurea, senza pesare sulle spalle dei genitori.Insomma, a prima vista il part-time sembrerebbe la soluzione giusta per molti, moltissimi lavoratori, i quali avrebbero tante buone ragioni per ambire a questo contratto. Purtroppo, però, non è così.«Nella maggior parte dei casi non è la disponibilità di maggior tempo libero a spingere gli italiani ad abbracciare il part time» spiega Carola Adami, CEO della società di ricerca e selezione del personale Adami&Associati «quanto invece la difficoltà nel trovare un lavoro a tempo pieno».Il contratto a tempo parziale, dunque, sembra aver perso la sua patina originale, per diventare invece un vero e proprio ripiego, del quale è più facile vedere gli svantaggi che i benefici.I numeri Eurostat del resto parlano chiaro: guardando ai dati del 2017, il 63,5% dei lavoratori part-time tra i 15 e i 64 anni ha dichiarato di aver accettato questo contratto per l’impossibilità di trovare un contratto full-time.Certo, questa fetta è diminuita di quasi 2 punti percentuali rispetto al 2016, ma resta pur sempre di molto maggiore rispetto allo stesso dato del 2008: prima della crisi, infatti, il part-time era una scelta ‘obbligata’ e non voluta dal 41,3% degli intervistati. In Europa, attualmente, solo Grecia e Cipro hanno percentuali maggiori, laddove la media dei Paesi UE si ferma al 26,4%.Lontanissima la Germania, dove solo l’11,3% degli intervistati ha accettato un part-time come ripiego. Quel che è certo è che il part-time, in Italia, non viene utilizzato per continuare gli studi: solo il 2,1% degli intervistati spiega il proprio lavorare a tempo parziale come espediente per proseguire il proprio percorso educativo, mentre nel Regno Unito si parla invece di 6 volte tanto, con una percentuale del 12,9%.«Va peraltro sottolineato il fatto per cui l’Italia, tra tutti i membri UE, è anche il Paese in cui i lavoratori part-time sono cresciuti di più negli ultimi anni: si parla infatti di quasi 10 punti in più percentuali tra il 2002 e il 2015» ha spiegato Adami.In un contesto in cui il part-time, sia orizzontale che verticale, viene utilizzato come ripiego, in un frangente in cui la correlazione tra tempo parziale e precariato si fa sempre più accentuata, questo fenomeno non deve passare inosservato. Tutto questo accade del resto mentre determinate aziende continuano a concedere malvolentieri il part-time.«Per questioni puramente organizzative le realtà del manifatturiero e le piccole aziende non sono portate a concedere i part-time ai propri dipendenti, laddove invece il tempo parziale è molto comune nel pubblico» ha evidenziato infine la Adami. (fonte:
ComunicatiStampa.net)

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Il cocomero: per sceglierlo gratta e bussa

Posted by fidest press agency su domenica, 8 luglio 2018

Appartiene alla famiglia delle zucche ed è forse il più caratteristico frutto di stagione. Parliamo del cocomero noto fin dall’antichità, addirittura dal periodo preistorico. Sicuramente il cocomero era mangiato dagli egiziani più di 4000 anni fa. Ne parliamo perche’ il caldo di questi giorni induce ad una maggiore perdita di acqua e sali minerali che devono essere reintegrati. Il cocomero, o anguria, e’ praticamente una bibita, contiene, infatti, il 95% d’acqua e per questo in alcune regioni d’Europa e’ conosciuto come melone d’acqua. Ha un buon contenuto di potassio (che si perde con il sudore) e il sapore dolce e’ dovuto piu’ che agli zuccheri a particolari sostanze aromatiche, il che rende il cocomero un eccellente prodotto per le diete dimagranti, anche perche’ le stesse sostanze aromatiche danno un senso di sazieta’. Insomma mangiare una fetta di cocomero equivale e bere un bicchiere d’acqua. Occorre far attenzione ai semi perche’ contengono
glucosidi che hanno una forte azione purgante, non vanno, quindi, deglutiti interi e tanto meno masticati. Un buon cocomero si riconosce dalla buccia, di color verde scuro o con venature grigie, che alla percussione con le nocche delle dita deve dare un suono “sordo”. Un metodo classico, che si usava tempo, fa era quello di assaggiarne un tassello, una prova concreta insomma, oggi questo non e’ piu’ possibile ma si puo’ ricorrere ad un altro espediente pragmatico: grattare la buccia con l’unghia, se viene via facilmente il cocomero e’ maturo al punto giusto. (Primo Mastrantoni segretario dell’Aduc)

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Polizze mutui: 5 regole per scegliere bene

Posted by fidest press agency su sabato, 1 luglio 2017

casaL’unica assicurazione obbligatoria quando si sottoscrive un mutuo, è bene ribadirlo, è quella contro il caso di scoppio e incendio. Nonostante questo molti istituti, prima della firma, propongono al cliente la sottoscrizione di altre coperture che, se non valutate corettamente possono far salire inutilmente il costo della pratica, fino ad aumentare anche del 12% il costo che il mutuatario deve sostenere. Per questo motivo Facile.it, in collaborazione con l’esperto di mutui Umberto Stivala, ha creato un breve vademecum che consenta, a chi sta per sottoscrivere un mutuo, di muoversi con cognizione di causa fra le varie proposte.
1) Come prima cosa è bene conoscere le sigle e capire a cosa corrispondono.
Il mondo delle assicurazioni legate ai mutui ha molte, forse troppe sigle. Cosa stanno a significare gli acronimi che con assoluta leggerezza alcuni funzionari di banca snocciolano davanti ai clienti? Vediamolo assieme. Le più comuni sono senza dubbio TCM, CPI, ITP, ITT, PI ed RO che, nell’rdine vogliono dire: Temporanea Caso Morte, Creditor Protection Insurance o Assicurazione per la Protezione del Creditore, Invalidità Totale Permanente, Invalidità Totale Temporanea, Perdita Impiego e Ricovero Ospedaliero. Queste, come detto le più diffuse e proposte, ma per queste come per le altre vale la regola del buon senso; se non sapete di cosa vi stanno parlando, chiedete fino a che non lo capirete perché, nel caso, a pagare il premio sarete comunque voi.
2) Prodotti diversi hanno regole, e modalità di utilizzo, diverse.
Tutti i prodotti che vi abbiamo elencato si differenziano tra loro per coperture, durata e nidalità di pagamento del premio così come, peraltro, anche lo stesso tipo di assicurazione può variare in questi parametri da un proponente all’altro. Ricordatevi che se anche volete acquistare una copertura, non siete obbligati a prendere quella che vi propone l’istituto con cui voi state sottoscrivendo il mutuo; se ritenete più adatto alle vostre esigenze il prodotto offerto da un’altra compagnia potete comprarlo e unirlo alla vostra pratica di finanziamento, mentre la Banca con cui state attivando il mutuo non potrà rifiutarsi di accettare l’assicurazione sottoscritta altrove.
3) A cosa prestare attenzione nel ramo vita
Nel momento in cui la polizza che state associando al vostro mutuo è derivante dal cosiddetto ramo vita, verificate con attenzione se il capitale ad essa collegato sia costante o decrescente nel tempo e se l’indennizzo copre il solo caso di morte per infortunio o, invece, anche quello di decesso conseguente a malattia. Considerate anche che, ove la polizza non fosse collettiva e quindi identica per qualunque tipologia di cliente, il costo potrebbe variare notevolmente al variare dell’età del sottoscrivente.
4) A cosa prestare attenzione nel ramo danni
Quando consideriamo coperture aggiuntive che rientrano nel cosiddetto ramo danni, la vera discriminante da considerare è la professione di chi sta stipulando il mutuo. Se si è lavoratori automoni o dipendenti pubblici, la scelta migliore è quella di associare al finanziamento una assicurazione di Invalidità Totale Permanente o Temporanea; se si è dipendenti privati può essere molto utile unire al mutuo anche una polizza contro la perdita dell’ impiego mentre, se si è già in pensione o, anche, non si lavora affatto, bene includere la polizza detta di Ricovero Ospedaliero.
Fatta questa doverosa permessa, è bene comunque capire, per ogni categoria, in quali casi l’assicurazione pagherà e per quanto tempo. Se si considera la copertura contro la perdita dell’impiego, ad esempio, le assicurazioni garantiscono il pagamento della rata per un periodo compreso fra i 12 e i 36 mesi, ma potrebbero rifiutarsi di corrispondere quanto dovuto, se esplicitamente scritto nel contratto, in caso di cassa integrazione o messa in mobilità.
5) Spacchettare può fare risparmiare
Alla luce di quanto sopra è bene capire se l’assicurazione permette di “spacchettare” le coperture in funzione della tipologia d’impiego e/o dell’incidenza del reddito dei richiedenti. Ad esempio, considerando il caso di una coppia di cointestatari in cui il marito è un dipendente privato con reddito mensile di 2.500 euro, la moglie dipendente pubblica con reddito mensile di 1.400 euro, si potrebbe risparmiare e contestualmente avere delle coperture coerenti andando ad assicurare la Perdita Impiego per il marito e una Invalidità Totale Permanente per la moglie; si potrebbe anche valutare di assicurare per un importo maggiore il marito, che ha reddito più consistente e per cui la mancata produzione di reddito avrebbe più impatto sull’economia della famiglia. Insomma, prima di firmare, informatevi bene e scegliete responsabilmente. (foto: casa) (fonte: Facile.it S.p.A.)

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Omeopatia al primo posto nella scelta degli italiani

Posted by fidest press agency su sabato, 11 febbraio 2017

omeopatiaOltre un italiano su 5 (il 21,2% della popolazione) fa uso di Medicinali Non Convenzionali (con un +6,7% rispetto al 2012) e l’omeopatia risulta essere la cura alternativa più diffusa. Quando si decide infatti di non affidarsi alla medicina tradizionale, ci si orienta prima di tutto all’omeopatia (76,1%), seguita dalla fitoterapia (con il 58,7%), l’osteopatia (44,8%), l’agopuntura (29,6%) e, infine, la chiropratica (20,4%).I dati del Rapporto Italia 2017 di Eurispes – rilanciati oggi da AMIOT, l’Associazione Medica Italiana di Omotossicologia – sottolineano una crescita esponenziale che si allinea con i trend europei di diffusione delle Medicine Non Convenzionali. L’aumento della fiducia nei confronti delle cure alternative è stato tale che se si fa un raffronto con i dati storici si scopre che in questi anni sono più che raddoppiati: oggi scelgono, infatti, le Medicinali Non Convenzionali ben 12.861.000 di cittadini, mentre nel 2000 erano poco più di 6 milioni.Il rapporto offre uno spaccato sui comportamenti, gli usi e le tendenze degli italiani nei confronti di un settore che, nonostante la crisi, continua a crescere ed essere utilizzato sempre di più da parte dagli italiani.
“Come rilevato dal rapporto Eurispes l’incremento del ricorso alle Medicine Non Convenzionali è un dato assodato a livello nazionale grazie a una presa di responsabilità sempre più rilevante delle famiglie e degli individui sul proprio stato di salute, all’autodeterminazione della scelta terapeutica, ma soprattutto a modalità relazionali medico/paziente più sensibili alle esigenze del paziente”, ha commentato il Dr. Marco Del Prete, a nome dell’AMIOT – Associazione Medica Italiana di Omotossicologia. “E’ stata recentemente pubblicata la nuova edizione del nuovo volume ‘Low Dose Medicine. Omeopatia e Omotossicologia. Le prove scientifiche’, edito da GUNA Editore, che permette di far conoscere l’efficacia terapeutica dei medicinali non convenzionali sia agli addetti ai lavori sia a coloro che vogliano documentarsi su un argomento di stretta attualità e di interesse pubblico sempre maggiore”, ha concluso Del Prete.
L’Italia, quindi, con questo dato rientra a buon titolo tra i Paesi Europei che hanno maggiormente sviluppato nella popolazione questa consapevolezza: secondo i dati del Consorzio UE CAMbrella, in Europa, non meno di 100 milioni di persone fanno regolarmente uso di prestazioni sanitarie di Medicine Non Convenzionali a livello preventivo e curativo.Dalla ricerca, infine, emerge un altro dato interessante che è quello che riguarda la ricerca delle informazioni che conferma il primato della Rete (con il 47,7%) come mezzo di ricerca sui disturbi della salute: più di tutti (col 64,4%) sono i giovani tra i 18 e i 24 anni a consultare Internet per risolvere i dubbi su questo argomento: soprattutto per capire a che cosa siano dovuti i sintomi/disturbi che si avvertono (91,5%), ma anche sulle buone pratiche/abitudini utili alla salute (79,9%). Il 50,7% usa internet per capire quali esami fare e il 47,4% invece per capire quali farmaci assumere per il proprio disturbo.

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Piario: chiusura punto nascita: scelta assurda

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 dicembre 2016

ospedale-piario“Chiudere il punto nascita di Piario è una decisione politica assurda ed è vergognoso che sia stata tenuta segreta fino a dopo il referendum, dopo mesi di promesse alla montagna. Questa è una delle tante decisioni centraliste del governo PD, che sarebbero state aggravate da una vittoria del sì. Ora i vari esponenti PD e NCD della Val Seriana non vengano a raccontarci che chiudono i battenti per questioni di sicurezza. Sono balle: grazie al loro governo, a decine di futuri genitori dell’Alta Val Seriana e della Val di Scalve toccherà mettersi in macchina, anche in inverno con le strade ghiacciate, e sperare di raggiungere in tempo e senza incidenti Alzano. Nei prossimi giorni dobbiamo organizzare una mobilitazione popolare e chiedere a Maroni che intervenga in tutte le sedi possibili per evitare questa vergogna. Per chi ci governa, la montagna è all’ultimo posto, luoghi sperduti sulla mappa, e non comunità di persone che hanno bisogno di servizi, ma valgono solo quando c’è bisogno dei voti. Capelli e Scandella hanno dimostrato la loro totale inadeguatezza a farsi portavoce presso il loro governo dei bisogni di chi vive la montagna bergamasca”, così Dario Violi, consigliere regionale del M5S Lombardia, sulla chiusura del punto nascita di Piario.

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Parto in casa: è una scelta rischiosa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 dicembre 2016

Maternità.Sono in aumento le donne che decidono di partorire in casa. Una scelta, secondo la Società Italiana di Neonatologia (SIN), che mette a rischio la salute del bambino e della mamma, discussa durante l’ultimo Congresso Nazionale della SIN. Anche se la percentuale è ancora molto bassa rispetto al totale dei neonati (0,1%) la tendenza è in crescita e lo scorso anno si stima siano venuti alla luce tra le mura domestiche circa 500 bambini. Un numero senza dubbio inferiore a quello reale e approssimativo, difficile da determinare per mancanza di dati completi e a cui vanno aggiunti anche le nascite “clandestine”, i bambini di donne di altre etnie, come i Rom, che tradizionalmente partoriscono presso le proprie dimore, donne non in regola con il permesso di soggiorno, ecc.
La maggior parte delle donne sane ha un parto fisiologico e una gravidanza a termine senza problemi, pertanto la gran parte delle nascite potrebbe realizzarsi senza la necessità di interventi medici. C’è sempre però da considerare il fattore rischio. Anche nelle condizioni ideali non è possibile escludere, con assoluta certezza, la possibilità che si presentino delle complicazioni, che metterebbero a rischio la salute di mamma e bambino e che implicherebbero, nel caso del parto a domicilio, un necessario ed immediato trasferimento in ospedale, anch’esso di per sé rischioso. Il trasferimento è un evento particolarmente frequente nelle nullipare con un’incidenza di circa il 40%, meno frequente nelle pluripare (10%). Occorre anche considerare che per quanto il rischio assoluto possa essere basso, per il parto in casa è prevista una variabile associata ad un aumentato rischio di patologie neonatali, se confrontato con parto programmato in ospedale.
Tra le ragioni che spingono a scegliere di partorire in casa, c’è il fatto che l’ambiente domestico è sentito dalla donna come più intimo e confortevole, rispetto a quello ospedaliero, trattandosi di un evento naturale come la nascita. La SIN è da anni impegnata in attività tese a demedicalizzare l’evento parto, per garantire questa “intimità” anche in ospedale così da instaurare sin da subito un contatto tra neonato e genitori. Negli ultimi anni i Centri nascita pubblici e privati hanno fatto grandi passi avanti affinché il parto, sia per la mamma che per il bambino, possa avvenire il più possibile in un ambiente “familiare”, prevedendo la presenza di entrambi i genitori, diminuendo al minimo la permanenza nella struttura sanitaria e mettendo in atto il rooming in.“Il parto è un evento naturale e come tale deve essere vissuto” – afferma la SIN – “condividiamo le ragioni di chi vorrebbe partorire presso la propria casa, ma la situazione del nostro sistema sanitario ci obbliga a sconsigliare vivamente questa scelta. Tra le mura domestiche, infatti, non sono garantite le misure di sicurezza necessarie in caso di problemi che possono subentrare. Ad esempio non c’è una rete capillare di ambulanze e, quando questa è garantita, bisogna fare i conti con la vicinanza e raggiungibilità di Terapie Intensive Neonatali.”
Proprio per questo, in molte aree del mondo, è forte la convinzione che, allo scopo di offrire le migliori
condizioni di sicurezza per la gravida ed il neonato, sia più sicuro partorire in ospedale.Tuttavia, il parto in casa è ancora ampiamente diffuso in diversi paesi come ad esempio l’Olanda in cui, anche con un trend decrescente negli ultimi 10‐15 anni, avviene con una percentuale del 25%.
In Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito diverse associazioni ostetriche e ginecologiche supportano la pratica del parto a domicilio in donne sane, correttamente selezionate, la cui gravidanza siasenza complicazioni ed a basso rischio e se adeguatamente assistite durante il parto. Non ci sono, attualmente, studi definitivi sulla pratica del parto in casa, ma analisi osservazionali che sono
affette da limitazioni metodologiche: piccola dimensione del campione, mancanza di un gruppo di controllo adeguato, difficoltà a distinguere tra parti in casa pianificati e non, l’eterogeneità nelle competenze e nella formazione dell’assistente al parto.
Le donne che vogliono partorire in casa devono essere adeguatamente informate sui rischi e su tutti gli aspetti organizzativi e medici previsti sul loro territorio rispetto ad altre realtà. Risultati derivanti da studi su una specifica popolazione, infatti, non possono essere applicati automaticamente ad altri paesi o regioni, aventi un diverso sistema medico e organizzativo di assistenza alla maternità.
La Società Italiana di Neonatologia (SIN), come l’American Academy of Pediatrics e l’American College of Obstetricians and Gynecologists, continua a sostenere che l’ospedale è il posto più sicuro dove partorire e ribadisce che partorire in casa espone mamma e neonato a rischi maggiori e imprevedibili. Tuttavia, qualora una donna decida di optare per il parto a domicilio, la SIN fornisce delle indicazioni per
affrontare la nascita nelle condizioni di maggiore sicurezza possibile, sulla base anche dell’organizzazione
sanitaria di riferimento.
1. La donna deve essere correttamente informata sui rischi del parto a domicilio e sulla organizzazione
dello stesso nella città dove intende partorire
2. Deve esservi un presidio ospedaliero attrezzato facilmente raggiungibile
3. Deve essere garantito un trasporto rapido in ospedale per mamma e neonato ad opera di personale
esperto ed addestrato nelle manovre di rianimazione
4. Occorre pre‐Allertare l’Ospedale con Terapia Intensiva Neonatale più vicino
5. La futura mamma deve rivolgersi a un’ostetrica con training appropriato nell’assistenza sia in
ospedale sia a domicilio e che abbia documentata capacità nelle manovre rianimatorie neonatali
6. È necessario garantire al neonato ed alla mamma, nelle ore immediatamente dopo il parto, tutti i controlli necessari e di routine.

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Roma è stata scelta dal programma Cities Changing per il 2017

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2016

dscn2140È Roma la metropoli scelta per il 2017 dal programma Cities Changing Diabetes®. E’ l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center con il contributo di Novo Nordisk che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di evidenziare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia.
L’annuncio è stato dato nel corso del convegno “Sustainable cities promoting urban health”, organizzato nella capitale dall’Ambasciata di Danimarca in collaborazione con Ministero della salute, Istituto superiore di sanità, SDU-National Institute of Public Health di Danimarca, ANCI-Associazione nazionale comuni italiani, Health City Institute, Danish Healthy Cities network, sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei ministri. “Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70 per cento. Allo stesso tempo, circa 400 milioni di persone soffrono di diabete e si prevede un aumento fino a 600 milioni nel 2035”, dice Erik Vilstrup Lorenzen, Ambasciatore di Danimarca. Il compito è chiaro: per combattere il diabete è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare ‘città vivibili’. In breve, dobbiamo creare un ambiente urbano che promuova la salute come una parte fondamentale dell’infrastruttura e delle funzioni delle città. In Danimarca, soprattutto a Copenaghen, abbiamo un’ampia esperienza nel rendere la città più vivibile con una particolare attenzione sulla bicicletta come metodo di trasporto per incoraggiare l’attività fisica. Nella sola città di Copenaghen ci sono oltre 360 chilometri di piste ciclabili. Ma favorire la viabilità ciclistica costituisce solo una parte di un approccio multidisciplinare che coinvolge molti stakeholder: la società civile, l’ente di edilizia residenziale pubblica, la scuola, le associazioni di pazienti e tanti altri. Copenaghen riconosce le sfide della salute urbana e ha investito nella necessità di creare ambienti fisici positivi che incoraggiano attivamente il miglioramento della salute e il benessere. A Copenaghen, la salute pubblica costituisce una responsabilità condivisa dell’intera città, e tutte le amministrazioni lavorano per il sostegno della salute e la riduzione dell’ineguaglianza salutare. Tutto ciò coinvolge la pianificazione urbana, ma anche gli asili nido, i programmi doposcuola e le aree sociali e dell’occupazione. Le politiche e le pianificazioni locali e nazionali (educazione, lavoro e settore residenziale inclusi), sono riconosciuti come elementi prioritari nella promozione della salute”. Oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivono oggi in città metropolitane e megalopoli: Tokyo ha 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. 10 anni fa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50% e questa percentuale è in crescita, come indicano le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2030, 6 persone su 10 vivranno nei grandi agglomerati urbani, nel 2050 7 su 10. “Questa è una tendenza che, di fatto, negli ultimi 50 anni sta cambiando il volto del nostro Pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Grandi masse di persone si concentrano nelle grandi città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale, soprattutto nei Paesi medio-piccoli cresce anno dopo anno”, spiega Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute, gruppo di esperti che ha recentemente messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”, per offrire a istituzioni e amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei contesti urbani. Che aspetto avrà dunque il pianeta Terra nel 2050? Come si evolveranno le nostre città? Saranno in grado i governi di rispondere alla crescente domanda di salute? Dobbiamo, infatti, prendere atto che si tratta di un fenomeno sociale inarrestabile e una tendenza irreversibile, che va amministrata ed anche studiata sotto numerosi punti di vista quali l’assetto urbanistico, i trasporti, il contesto industriale e occupazionale e soprattutto la salute. “Le città stesse ed il loro modello di sviluppo sono oggi in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al crescente inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza”, afferma Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale dell’ANCI e Sindaco di Catania. Un filo sottile ma evidente lega il fenomeno dell’inurbamento alla crescita di malattie come il diabete. Esiste infatti una suscettibilità genetica a sviluppare questa malattia, a cui si associano fattori ambientali legati allo stile di vita.Oggi sappiamo che vive nelle città il 64% delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di abitanti, e anche questo numero è destinato a crescere. Inoltre, la maggior parte di loro – l’80% circa – vive in Paesi a basso-medio reddito, dove gli agglomerati urbani si espandono più rapidamente. Il vivere in città è associato ad un peggioramento dello stile di vita: questo rappresenta un fattore chiave dell’aumento di questa e delle altre malattie non trasmissibili – cardiovascolari, obesità, disturbi broncopolmonari, tumori – e studi internazionali evidenziano la connessione fra stile di vita degli abitanti delle aree urbane e prevalenza del diabete.“Ciò significa che nel definire le politiche di lotta a questa malattia si deve tenere conto del contesto urbano in cui essa si manifesta: risulta fondamentale pianificare lo sviluppo e l’espansione delle città in ottica di prevenzione delle malattie croniche, per incoraggiare stili di vita salutari. I dati evidenziano come città che non considerano questi aspetti nell’urbanizzazione finiscano per contribuire alla crescita di patologie croniche, e questa situazione può diventare esplosiva dal punto di vista sanitario soprattutto nelle megalopoli. Vivere in città aumenta da 2 a 5 volte il rischio di sviluppare il diabete”, aggiunge Lenzi.
“L’inurbamento e la configurazione attuale delle città offrono per la salute pubblica e individuale tanti rischi, ma anche opportunità da sfruttare con un’amministrazione cosciente e oculata”, osserva Roberto Pella, Vicepresidente Anci e Presidente Confederazione Città e Municipalità UE. “Ciò può avvenire attraverso un’analisi preventiva dei determinanti sociali, economici e ambientali e dei fattori di rischio che hanno un impatto sulla salute”, prosegue.La principale arma di prevenzione a nostra disposizione, dunque, è eliminare o comunque modificare questi fattori. Per questo motivo Steno Diabetes Center, University College London (UCL) e Novo Nordisk hanno dato vita nel 2014 a Cities Changing Diabetes®.“Il programma non nasce con lo scopo di sostituirsi o di soppiantare il considerevole lavoro già in atto, in tutto il mondo, per affrontare il tema del diabete nelle città. Specialisti, accademici, istituzioni e comunità conoscono molto bene il problema”, chiarisce Federico Serra, Government Affairs and External Relations Director di Novo Nordisk Italia. “L’obiettivo è di dar vita a un movimento di collaborazione internazionale in grado di unire le forze per proporre e trovare attraverso l’analisi delle best practice soluzioni per affrontare il crescente numero di persone con diabete e obesità nel mondo, e il conseguente onere economico e sociale, partendo dal tessuto e dal vissuto urbano che tanta parte sembra avere in questo fenomeno”, dice ancora.Il programma Cities Changing Diabetes® ha visto in questi primi anni il coinvolgimento di sette grandi città: Houston, Copenhagen, Tianjin, Shanghai, Vancouver, Johannesbourg e Città del Messico. Nel 2017 sarà la volta di Roma. “In queste città i ricercatori elaborano dati e svolgono ricerche per identificare chiaramente lo scenario e capire le aree di vulnerabilità. Inoltre, si cerca di comprendere i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete, di identificare le politiche di prevenzione, oltre a comprendere come migliorare la rete di assistenza. In ultima analisi, si vuole individuare e comprendere, tramite case studies, come certi ambienti urbani favoriscano l’insorgenza del diabete di tipo 2 e le sue complicanze”, conclude Serra.

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I bond dei Paesi periferici: la scelta più efficiente in un mondo di rendimenti bassi

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 giugno 2016

graficoA cura di Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm. Diciassette anni dopo l’adozione della moneta unica, permangono ancora notevoli differenze tra i Paesi che hanno deciso di fare dell’euro la loro nuova valuta, divisi sostanzialmente tra un nord Europa economicamente stabile e un sud indebitato che a stento riesce a crescere. Mentre le nazioni del nord come la Germania o la Francia possono giovarsi dell’avanzo delle partite correnti, un basso tasso di disoccupazione e un’economia solida, quelle dell’Europa periferica come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo soffrono tutte di notevoli deficit e di una grossa fetta di popolazione senza occupazione, priva di risorse economiche, quindi risparmi su cui poter contare.Nei mercati finanziari queste divisioni sono rese ancora più visibili dalla differenza nei tassi di interesse che i diversi governi riservano a chi presta loro denaro. Mentre in Germania i tassi sul debito pubblico si aggirano intorno al livello record dello 0%, in Italia si arriva all’1,43% e in Spagna all’1,47%. La Grecia ha raggiunto tassi pari al 18% durante la crisi del debito greco, per poi scendere fino al 7,6% (ancora molto alti se comparati alla Germania).Naturalmente questi tassi così elevati rispetto ai titoli di stato tedeschi, non fanno che riflettere l’alto rischio che caratterizza gli investimenti in aree economiche periferiche.In un mondo di tassi bassi i Titoli di Stato dei Paesi periferici diventano sempre più popolari.
Nonostante l’elevato grado di rischio a cui si va incontro con i titoli di stato dei periferici, gli investitori vedono nel “sud Europa” il giusto equilibrio tra rischio e rendimento se comparato ad altre asset class.
Nulla di sorprendente in realtà. Fino all’ultimo trimestre del 2015, il debole tasso di crescita, il clima di incertezza geopolitica e le politiche monetarie delle banche centrali mondiali, hanno alimentato tra gli investitori la ricerca di soluzioni in grado di generare rendimenti, di asset sicuri, di investimenti di lungo termine e titoli di stato di qualità.A marzo 2016 la BCE ha deciso di estendere il programma di quantitative easing tagliando ancora di piu’ i tassi, portando gli acquisti mensili dei titoli di Stato da 60 a 80 miliardi e inserendo nel piano anche i corporate bond (i bond denominati in euro emessi da società non finanziarie).
grafico1In particolare, per il 2016 l’offerta di nuovi titoli di stato governativi nell’Eurozona dovrebbe attestarsi secondo le stime intorno ai 744 miliardi di euro (meno dei 790 miliardi del 2015), e gli acquisti della BCE potrebbero superare le nuove emissioni, aggiungendo quindi una ulteriore pressione sui rendimenti di titoli di stato come ad esempio quelli dei bund tedeschi.
La BCE non è l’unica banca centrale ad aver adottato un piano di QE per favorire la ripresa della crescita economica, così circa un terzo degli esistenti titoli governativi dell’Eurozona ha già tassi negativi, per un ammontare pari a 10 trilioni di dollari. In questo caso gli investitori che comprano titoli governativi a tassi negativi sanno che portarli a scadenza significa andare in contro ad una perdita, per questo sperano in un profitto dato dalla vendita ad un prezzo più alto o scommettono in genere su movimenti valutari favorevoli.
MoneyFarm SIM S.p.A è una società indipendente di servizi finanziari – iscritta all’Albo Consob n. 281 e al Fondo Nazionale di Garanzia n. SIM 0429. Ad agosto 2012, la SIM è sbarcata sul web con MoneyFarm.com, aprendo la strada alla consulenza indipendente via Internet nel mercato italiano. La società guidata da Paolo Galvani e Giovanni Daprà può contare su un team di 35 professionisti di qualificato background e su oltre 50.000 utenti attivi. La mission di MoneyFarm è quella di permettere alle persone di gestire i propri soldi in maniera semplice ed efficiente e offre un servizio unico in Europa che propone la consulenza personalizzata su ETF e l’attività di trading. (foto: grafico)

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Gigi D’Alessio affida a Soundreef la raccolta dei suoi diritti d’autore

Posted by fidest press agency su domenica, 29 Mag 2016

d'alessioIl cantautore Gigi D’Alessio lascia SIAE (Società Italiana Autori Editori) e si affida a Soundreef per la raccolta dei suoi diritti d’autore. L’accordo è stato firmato oggi tra lo stesso cantante e l’amministratore delegato di Soundreef, Davide D’Atri. D’Alessio, forte di 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e con un repertorio di circa 750 brani (uno dei più grandi della discografia italiana) ha incaricato di riscuotere dall’1 gennaio 2017 i suoi proventi musicali Soundreef, una delle prime società in Europa ad essere riconosciuta dal Governo inglese ai sensi della nuova Direttiva.“Siamo felicissimi – commenta Davide D’Atri, fondatore e amministratore delegato di Soundreef – per l’arrivo di Gigi e questo ci testimonia che siamo sulla strada giusta dell’innovazione, e della necessità di cambiare garantendo meglio tutti, soprattutto i più deboli. Con la direttiva Barnier l’Unione Europea ha preso atto della rivoluzione digitale in corso e della conseguente fine dell’era dei pochi monopoli che ancora resistono come quello italiano della SIAE. Credo che presto assisteremo a un effetto domino. Abbiamo tanti contatti in fase avanzata di artisti che hanno espresso la loro volontà di cambiare, esercitando la libertà che la Direttiva riconosce loro”. “Sono sempre attento alle novità – ha detto il cantante partenopeo – e mi sono accostato con curiosità a Soundreef. Ho cercato di capire meglio e mi ha convinto la trasparenza della rendicontazione al contrario di quella Siae che non è analitica e non chiarisce con esattezza da dove arrivano i proventi. Non era per me una scelta facile ma ho creduto nel progetto di questi giovani e credo nel libero mercato. Laddove c’è il monopolio il mercato non cresce. Sono certo – ha concluso Gigi D’Alessio – che tanti altri colleghi ci seguiranno su questa strada”.La direttiva Barnier dell’Unione Europea (n. 26 del 2014) riconosce a tutti gli autori ed editori europei la libertà di scegliere a quale società di gestione dei diritti affidarsi per tutti o taluni diritti ed apre così un mercato, quello sulla gestione ed intermediazione dei diritti d’autore che in Europa vale circa 5 miliardi di euro.
Mentre, tuttavia, in molti Paesi opera più di una società in concorrenza per la gestione dei diritti,in Italia si continua a difendere l’esclusiva che, da oltre 130 anni, la legge accorda alla SIAE, continuando così a limitare da una parte la libertà di autori ed editori e dall’altra quella di impresa.La Direttiva, infatti, nonostante il termine per il suo recepimento sia scaduto lo scorso 10 aprile, nel nostro Paese, è ancora lontana dall’essere recepita.Ed è proprio per sollecitare il recepimento delle disposizioni europee, che Soundreef e oltre 300 fra imprenditori e investitori, nelle scorse settimane, hanno inviato una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Nella missiva sono illustrate le ricadute positive (nuovi posti di lavoro e innovazione del settore) della liberalizzazione e della fine del monopolio SIAE, che favorisce solo “vecchi privilegi e rendite di posizione”. Ciascun autore potrebbe affidare la gestione dei propri diritti d’autore a qualsiasi società autorizzata, a prescindere dal Paese di residenza.
Con l’utilizzo di sistemi digitali si riducono drasticamente i tempi di rendicontazione e pagamento dei compensi per gli autori, dall’attuale media di 12/24 mesi a quella di una o più settimane. Le somme vengono determinate in maniera puntuale e precisa e non forfettaria come previsto dall’attuale sistema utilizzato dalla SIAE. Il 75% dei concertini viene pagato a campione.
La determinazione puntuale e digitale dei compensi favorirebbe soprattutto i giovani autori, che attualmente non riescono a recuperare neppure le quote di iscrizione a SIAE. Il 60% degli iscritti non recupera nemmeno la quota d’iscrizione. Lo statuto della Società Italiana Autori ed Editori, infatti, attribuisce agli iscritti tanti diritti di voto quanti sono gli euro incassati come diritti d’autore. Con questo meccanismo tutte le decisioni (anche quelle sulla ripartizione dei diritti) sono prese dagli autori ‘più ricchi’, obbligando gli emergenti e quindi la maggior parte degli iscritti (80 mila in tutto) a subirne le scelte.

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Scelta di Berlusconi per Marchini

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 Mag 2016

marchiniAbbiamo raccolto alcune dichiarazioni di area del centro destra per registrare le reazioni che ci sono pervenute dopo la decisione di Berlusconi di abbandonare la candidatura Bertolaso dopo aver negato che ciò potesse accadere sino all’ultimo minuto.“La decisione coraggiosa di Berlusconi di opporsi ai diktat dei populisti per la scelta del candidato sindaco di Roma, si è compiutamente esplicitata con l’appoggio di Forza Italia a Marchini. L’annuncio di oggi non può che farmi piacere e dimostra che al coraggio si accompagna la saggezza politica. La rigenerazione del centrodestra passa dalla riacquistata centralità dei moderati liberalpopolari, da una proposta politica che riparta dalle energie vive della società, scegliere Marchini a Roma e Parisi a Milano ha questo significato”. Lo dichiara Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare.
“Con la definitiva convergenza di Forza Italia su Marchini per amministrative a Roma si dimostra, di fatto, che il patto del Nazareno è vivo, vegeto e continua la sua opera. Berlusconi aveva una sola possibilità per redimere quanto di pessimo ha fatto negli anni. Ha preferito disperdere questa occasione tra le pieghe di un partito ormai al declino. Alla fine, bene così. Terra Nostra è nata anche per questo. Per dare possibilità e speranza a chi non crede più, e forse ha mai creduto, alle logiche di una politica logora e vetusta.Era un passaggio che non mi aspettavo ma mi auspicavo. Oggi, di fatto, Berlusconi segna la sua uscita. Ed avanza quel nuovo che si rinnoverà con un elettorato di destra onesto, etico, trasparente e che si occuperà, come sta già facendo, dei reali bisogni quali lavoro, ambiente e diritti”. È quanto dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, fondatore di Terra Nostra, Walter Rizzetto.
“Bene così. Anzi ottimo. Berlusconi fulminato sulla via del Nazareno, passando attraverso la piazza dei verdiani, alfaniani, renziani e ribaltonisti di ogni specie, non fa che rafforzare la candidatura di Giorgia Meloni. Alfio Marchini, libero dai partiti, ora è il simbolo più plastico della partitocrazia che vuole sopravvivere. Continuate così, fatevi pure del male”. È quanto dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Gaetano Nastri.
C’è però chi afferma: “L’ibrido Renzusconi torna in scena. Peccato che questa volta sia lui, Berlusconi, il principale protagonista di quel teatrino della politica che tanto lo aveva disgustato più di venti anni fa. Con l’aggravante di ‘uccidere’ la sua creatura: Forza Italia e screditare definitivamente Bertolaso, costretto erroneamente a candidarsi, nonostante le riserve degli ex alleati. Mi viene quasi di esprimergli solidarietà per questo trattamento brutale da parte del suo padrino politico. La convergenza su Marchini dimostra come si stia cementando, attorno al giocatore di Polo con interessi nell’alta finanza, un blocco di poteri forti che non lavorano per l’interesse di Roma, dei romani ”. E’ quanto dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Edmondo Cirielli.

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Trapianti di fegato

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 gennaio 2015

istituto tumoriL’Istituto Nazionale dei Tumori, unico ospedale oncologico autorizzato dal Ministero della Salute all’esecuzione di trapianti epatici, è primo nella classifica dei Centri italiani che effettuano questo intervento, sia in termini di percentuali di successo – ovvero di sopravvivenza dei pazienti sottoposti all’intervento (95.4% ad un anno di distanza e 84.4% a 5 anni di distanza dal trapianto) – sia dal punto di vista del funzionamento dell’organo post trapianto (che agli stessi intervalli di tempo è del 92.9% e dell’80%). I dati sono stati diffusi in questi giorni dal Sistema Informativo Trapianti – organo del Ministero della Salute, del Centro Nazionale Trapianti e della Rete Nazionale Trapianti – e prendono in esame l’attività di trapianto di fegato eseguita in Italia nell’arco di 13 anni, dal 2000 al 2012.L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano eccelle anche nella percentuale di soddisfacimento delle lista di attesa, pari al 77.8%: un dato che spicca rispetto alla media nazionale e che conferma l’estrema attenzione dell’Istituto per l’utilizzo ottimale del patrimonio di organi donati e destinati ai pazienti colpiti da tumore.Il trattamento del cancro del fegato, all’Istituto Nazionale dei Tumori è garantito dal team multidisciplinare di Epato-Oncologia, diretto dal dottor Vincenzo Mazzaferro, che ricopre anche la carica di Capo Dipartimento di Chirurgia. “Il nostro è l’unico Centro in cui una struttura ad alta specializzazione in oncologia opera anche nel campo dei trapianti – afferma il dottor Mazzaferro –. I recenti dati del Sistema Informativo Trapianti registrano le buone performance garantite da questa sinergia e rappresentano per noi un ulteriore incentivo all’eccellenza, considerato anche che attualmente, in Italia, la diagnosi di un tumore epatico è presente nel 40% dei pazienti sottoposti al trapianto di fegato. Il trapianto di fegato è infatti l’unico trapianto di un organo solido accettato nel mondo come strumento definitivo di cura di un tumore. Lo sviluppo di questa prospettiva di cura, in circa 20 anni ha fatto del tumore epatico la ragione prevalente di trapianto in tutti i Centri del mondo. I risultati ottenuti dal nostro Istituto, che per ciascuno degli ambiti presi in esame sono superiori di circa il 7% rispetto alla media nazionale, confermano l’efficacia del trapianto di fegato nella cura del tumore primitivo del fegato. Si tratta, del resto, di un metodo – conclude il dottor Mazzaferro – che si è diffuso nel mondo a partire da criteri di scelta, elaborati e per la prima volta applicati nel nostro Istituto e per questo noti come ‘Criteri di Milano’”.I risultati ottenuti attraverso i trapianti si aggiungono a quelli raggiunti dall’Istituto Nazionale dei Tumori con le altre terapie contro i tumori primitivi e secondari del fegato offerte da questa Istituzione di eccellenza dell’Oncologia italiana, grazie all’utilizzo di nuovi farmaci, di nuovi interventi e di nuove tecnologie integrate. Inoltre, l’introduzione sul mercato dei nuovi farmaci contro l’epatite C potrà nel prossimo futuro ulteriormente migliorare questi risultati, e molto probabilmente offrire maggiori opportunità di trapianto e di resezione epatica ai pazienti con tumore.“I risultati di eccellenza fatti registrare dall’Istituto Nazionale dei Tumori sono frutto di una competenza tecnico-scientifica indiscussa, in grado di integrare tutti gli approcci terapeutici disponibili per il trattamento delle diverse patologie neoplastiche, incluso il trapianto. In questo campo, in particolare, un riconoscimento importante deve essere tributato all’azione di programmazione e organizzazione portata avanti dal Coordinamento Trapianti di Regione Lombardia e dal Centro Inter-Regionale di Riferimento del Nord Italia Transplant”, sottolinea il Presidente dell’Istituto Nazionale dei Tumori, Giuseppe de Leo.L’elevato numero di trapianti effettuati da ciascun Centro in Regione Lombardia, la distribuzione e la complessità della casistica, la composizione delle liste di attesa e i criteri comuni di candidatura al trapianto, nonché di scelta del ricevente al momento dell’offerta di un organo, costituiscono infatti i cardini del risultato globale di eccellenza fatto registrare da tutti i Centri lombardi, che complessivamente garantiscono oltre un quarto (il 27%) di tutti i trapianti eseguiti in Italia.

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Dolore: cure “fai da te”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 dicembre 2013

Collegio Borromeo, one of the historical unive...

Collegio Borromeo, one of the historical university residences in Pavia. (Photo credit: Wikipedia)

A quasi 4 anni dall’approvazione della Legge 38, una ricerca commissionata a Doxa dal Centro Studi Mundipharma ha cercato di comprendere se e come sia cambiata la gestione del dolore nella mentalità e nell’effettivo comportamento di pazienti, medici di famiglia e farmacisti. Emergono segnali di apertura verso i farmaci oppioidi, il cui impiego però è penalizzato da disinformazione e paure infondate. Le terapie con antinfiammatori, nonostante gli effetti collaterali, restano ancora le più diffuse, come confermano i dati di mercato: nel periodo ottobre 2012 – settembre 2013, oppiacei a quota 99 milioni di euro, contro 292 milioni spesi per FANS e Coxib (dati IMS Midas).
– In linea di principio, riconoscono nel medico di medicina generale la figura di riferimento per la cura del dolore (91%) ma, alla prova dei fatti, gli italiani decidono in autonomia e ricorrono all’automedicazione (53%) o, più di rado, chiedono consiglio in farmacia (20%). Nei confronti dei farmaci oppiacei, cresce la fiducia degli addetti ai lavori e l’interesse dei pazienti eppure, ogni 10 analgesici prescritti, 1 solo è oppioide mentre 7 sono antinfiammatori non steroidei (FANS), anche per dolori cronici e terapie protratte nel tempo. E’, in sintesi, la fotografia scattata da una recente indagine condotta da Doxa per conto del Centro Studi Mundipharma su un triplice target, allo scopo di sondare i rispettivi approcci al trattamento antalgico: 500 pazienti (25-64 anni) che hanno utilizzato medicinali antidolorifici negli ultimi 6 mesi, 100 medici di famiglia e 100 farmacisti di tutta Italia. Dal dire al fare, un divario da colmare. Potrebbe essere questa la formula che riassume il quadro articolato e, in parte, contraddittorio dipinto dalla survey. “Abbiamo riscontrato un’attitudine positiva verso gli antidolorifici oppioidi e una diffusa consapevolezza della loro efficacia, dichiarata da tutti i target coinvolti nell’indagine”, spiega Massimo Sumberesi, Managing Director di Doxa Marketing Advice. “La maggioranza di medici, farmacisti e pazienti è d’accordo su un loro utilizzo più diffuso. Tale propensione favorevole, tuttavia, non si traduce poi in una reale prescrizione o assunzione di questi farmaci. In sostanza, nel passare dalle parole ai fatti, ci si perde nel labirinto della disinformazione, di preconcetti e timori ingiustificati. Le abitudini consolidate stentano a modificarsi, nonostante il nuovo quadro normativo, e si finisce per privilegiare altre tipologie di analgesici con cui si ha maggiore familiarità, anche quando il loro impiego non sarebbe del tutto appropriato, evitando così di dover confutare eventuali pregiudizi sugli oppiacei manifestati dai pazienti. Dagli stessi malati di dolore, però, arriva un’esplicita richiesta di maggiori informazioni su questi farmaci: le figure di consiglio e i media sono dunque importanti, per contrastare fantasie e credenze errate”.Entrando nel dettaglio della ricerca, scopriamo che il 30% dei pazienti visitati dai medici di famiglia nell’ultimo mese lamenta dolore; nel 66% dei casi, si tratta di una forma cronica. Circa 8 clinici su 10 effettuano personalmente la diagnosi e la prescrizione della terapia ma il fenomeno dell’autocura – confermato anche dai farmacisti – assume dimensioni eclatanti: il 73% dei malati non si rivolge ad alcun medico. Gli analgesici più impiegati? Sempre e comunque FANS: li assume il 95% dei pazienti, li prescrive il generalista al 72% dei suoi assistiti, anche in caso di dolore cronico (1 volta su 2). Per limitare gli effetti collaterali degli antinfiammatori, riferiti dal 20% dei pazienti, si ricorre poi molto spesso ai gastroprotettori, con un evidente aggravio di costi per il SSN.Gli oppioidi, al contrario, compaiono solo nell’11% delle ricette firmate dal medico di famiglia: all’origine vi sono probabili deficit conoscitivi e una scarsa confidenza con queste opzioni terapeutiche, come dimostra il fatto che il 22% dei generalisti intervistati ammetta di non conoscere o non ricordare alcun marchio di farmaco oppiaceo presente sul mercato. Pesano però anche le resistenze dei pazienti: un ostruzionismo che il curante, forse per mancanza di solide basi, non se la sente di affrontare. Il timore che gli analgesici oppioidi possano indurre dipendenza spaventa il 65% dei malati, il 61% li considera per malattie gravi e il 53% crede che la legge ne consenta l’uso solo in casi particolari.“L’indagine Doxa evidenzia un uso improprio di analgesici per la gestione del dolore cronico, nonostante a molti siano noti i gravi effetti collaterali che i FANS possono creare, se impiegati per lungo tempo”, dichiara Massimo Allegri, Dirigente Medico Terapia del Dolore, Fondazione IRCCS Policlinico S. Matteo e Università di Pavia. “Recenti dati di letteratura mostrano che l’uso protratto di antinfiammatori possa causare non solo danni gastrici ma anche problemi cardiovascolari. E’ fondamentale che gli oppioidi vengano considerati un valido strumento per la terapia del dolore cronico moderato-severo. I pazienti a volte pensano possano dare dipendenza. In realtà, le evidenze scientifiche dimostrano che, nei soggetti trattati con oppiacei a scopo antalgico, non sembrano attivarsi le medesime aree cerebrali coinvolte nei meccanismi della dipendenza. Oggi, inoltre, vi sono nuovi farmaci e nuove associazioni farmacologiche, come ossicodone e naloxone (antagonista dell’oppioide) che, per le loro proprietà, oltre a ridurre notevolmente la possibilità di abuso, presentano un ulteriore vantaggio: la riduzione della stipsi, un effetto collaterale frequente con altri oppioidi e che può ridurre l’efficacia della terapia”.Favorevoli a un maggiore impiego di oppiacei, non solo nel dolore oncologico o nelle cure palliative, sono il 64% dei pazienti, il 76% dei farmacisti e il 94% dei medici di famiglia, che in futuro pensano di prescriverne di più (69%). Una tendenza, seppur lieve, confermata anche dai dati di mercato.“Secondo l’ultimo Rapporto Osmed, il trend del consumo di farmaci dispensati dal SSN tra il 2004 e il 2012 evidenzia un lieve ma costante calo dei FANS e un progressivo aumento degli oppiacei”, dichiara Marco Filippini, Direttore del Centro Studi Mundipharma. “Si va verso un modestissimo miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva in ambito dolore; i passi compiuti, però, sono lenti e poco significativi. Gli antinfiammatori continuano a costare molto al sistema sanitario e restano in assoluto i farmaci da banco più acquistati, nonostante gli importanti eventi avversi. Il mercato degli oppioidi, pur supportato dalla Legge 38, quest’anno cresce molto meno e sembra in affanno: da ottobre 2012 a settembre 2013, i dati IMS segnalano +17%, contro un +30% dello stesso periodo nell’anno precedente”.Il 62% dei pazienti ritiene che gli analgesici oppiacei siano poco diffusi perché ancora non se ne parla abbastanza; il 63% non avrebbe problemi ad assumerli, se fosse il medico a prescriverli. Il ruolo del generalista è dunque essenziale per promuovere la conoscenza e l’accettazione di questi farmaci.“Nel percepito dei pazienti, il medico di medicina generale rappresenta una figura cui si guarda con fiducia e deve dunque assolvere a una funzione di rassicurazione e consiglio nella scelta della terapia”, commenta Fiorenzo Corti, Responsabile comunicazione nazionale FIMMG. “Se per piccoli disturbi l’automedicazione può essere indicata, per patologie di rilievo come sindromi artrosiche o infiammazioni osteoarticolari, che richiederebbero una valutazione medica approfondita, le cure ‘fai da te’ possono essere rischiose oltre che poco appropriate. Per quanto riguarda in particolare la scarsa prescrizione di farmaci oppioidi, che colloca l’Italia agli ultimi posti rispetto agli altri Paesi europei, andrebbe fatta una riflessione seria. Occorre migliorare l’informazione e la formazione nella ‘real life’ delle cure primarie, coinvolgendo i medici nelle attività formative sul territorio, utilizzando il web e favorendo un cambio di cultura fra gli stessi cittadini. A questo proposito, FIMMG guarda con attenzione alle esperienze di ‘empowerment’ del paziente, partite l’anno scorso in Lombardia nel contesto della sperimentazione CREG”.“I risultati di questa indagine – conclude Marta Gentili, Presidente dell’Associazione pazienti Vivere senza dolore – mostrano come ci sia assoluta necessità di fare chiarezza tra medici, pazienti e farmacisti sul tema dolore. Quanto emerso è, per certi versi, in contraddizione con quanto accade quotidianamente e con quanto dichiarato nel corso degli ultimi mesi da questi stessi interlocutori. E’ necessario, quindi, che tutte le figure coinvolte nel processo educativo sul tema dolore si comportino responsabilmente, analizzando in maniera corretta lo stato dei fatti ed impegnandosi in maniera propositiva affinché la Legge 38 sia applicata con scrupolo e serietà”.

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Corcolle: scelta poco chiara

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 Mag 2012

Roma “Il Presidente del Consiglio Monti su Corcolle sbaglia due volte. Sbaglia ad avvallare le indicazioni ormai tutt’altro che tecniche del prefetto Pecoraro, e sbaglia a non considerare le fondate opposizioni a questa scelta che sono state espresse, non solo da un vasto movimento di comitati e associazioni, ma dagli stessi ministri Clini e Ornaghi.” Lo dichiarano i senatori del Pd Roberto Della Seta, Francesco Ferrante e Roberto Di Giovan Paolo che continuano – “E’ francamente inaccettabile che il Presidente del Consiglio dia il via libera ad un sito che il Ministro dell’Ambiente ha definito come vulnerabile sotto troppi aspetti, e che il Ministro dei Beni culturali ha bollato come inappropriato per la vicinanza al sito Unesco di Villa Adriana. Dubbi e motivazioni che sono state comunicati a Monti anche con una lettera. Allora la domanda viene spontanea: come è possibile che se un tema così specifico la posizione del Governo prescinde da quella dei due ministri competenti?”

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Farmacia e cosmetica

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 Mag 2012

«L’appuntamento – ha commentato Vincenzo Maglione, presidente del Gruppo Cosmetici in Farmacia di Unipro – ha permesso di chiarire, nello scenario competitivo attuale, l’importanza ed il valore del cosmetico in farmacia. Oggi le dinamiche impongono una scelta di qualità ancora maggiore ed è questo che i clienti chiedono e vogliono quando entrano in farmacia. Il cosmetico in farmacia diviene quindi un ottimo veicolo di salute moderno che risponde alle richieste dei consumatori e supporta il valore scientifico della farmacia in quanto “casa della salute”».«La farmacia, sia perché è facilmente accessibile per la presenza capillare sul territorio, sia per la disponibilità dei farmacisti al dialogo e al confronto con il paziente, da sempre riesce ad avere un rapporto di vicinanza e fiducia con il cittadino, come confermato anche dalla recentissima indagine condotta dall’Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione. In un quadro di grande attenzione all’utente i cosmetici diventano uno strumento in più che la farmacia ha per rispondere alla nuova domanda di salute e benessere psicofisico della popolazione. Un benessere che passa anche per un maggiore interesse verso la cura di sé, perché piacersi è un modo per stare bene con se stessi e con gli altri. Ritengo che il valore aggiunto che la farmacia può dare anche alla cosmesi debba indurre i produttori a investire sul nostro canale per ottenere una sinergia che vada a vantaggio di tutti: dell’azienda che vede adeguatamente valorizzati i propri prodotti, del cittadino che sa di poter trovare in farmacia risposte di qualità, della farmacia stessa che vede riconosciuto anche in questo campo la propria funzione di punto di riferimento per il benessere del cittadino». Questo il commento di Annarosa Racca, presidente di Federfarma.«Il dibattito – ha aggiunto Maglione – ha anche mostrato l’evoluzione del settore distributivo, e in prospettiva, l’apertura delle nuove farmacie previste dal DL Liberalizzazioni che potranno aiutare la corretta espansione del settore cosmetico. A tal proposito Unipro con il Gruppo Cosmetici in Farmacia, insieme a Federfarma e FOFI, si ripromette di lavorare ancor più in congiunzione su tali aspetti migliorando le conoscenze scientifiche e quindi il servizio reso».«La cosmesi oggi rientra a pieno titolo in quella ricerca del benessere che caratterizza la nostra società. Ma proprio per questo diventa centrale la figura del farmacista, capace di guidare la scelta del cittadino in base a criteri scientifici e di offrire una garanzia ulteriore sulla qualità e la sicurezza dei prodotti. Una centralità che viene ulteriormente sottolineata dal progresso registrato in questi anni dal cosmetico stesso, che sempre più spesso presenta funzioni e azioni che vanno al di là dell’estetica pura e semplice» ha ribadito Maurizio Pace, segretario della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani

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Dalla fisica del cioccolato all’influenza del colore nella scelta dei cibi

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 febbraio 2012

La Sapienza - Engineering faculty at Via Eudos...

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Roma 23 febbraio 2012 ore 9.00 aula Capozzi – dipartimento di Scienze odontostomatologiche via Caserta 6, Roma Esperti e studiosi delle maggiori università italiane e istituti di ricerca si danno appuntamento giovedì 23 febbraio alla Sapienza per parlare di alimentazione a 360 gradi, in un percorso culturale e scientifico che abbraccia diversi ambiti disciplinari: dalla biochimica all’igiene degli alimenti, dalla sociologia all’epidemiologia, dalla psicologia alla fisica. Al centro dell’incontro anche temi più curiosi come l’applicazione della fisica alla gastronomia per produrre per esempio un buon gelato al cioccolato o sviluppare nuovi prodotti, l’influenza del colore nelle scelte alimentari, il rapporto tra cibo e comunicazione. Il convegno è dedicato alla figura di Carlo Cannella, docente di Scienza dell’alimentazione alla Sapienza a un anno dalla scomparsa. L’iniziativa è promossa dal dipartimento di Medicina sperimentale in collaborazione con il Ciiscam – Centro interuniversitario di ricerca sulle culture alimentari mediterranee. L’incontro è l’occasione per ricordare, alla presenza di numerosi allievi e colleghi, il rigore scientifico e l’efficace attività di divulgazione di Carlo Cannella.
I lavori della giornata sono articolati in tre sessioni: la prima è dedicata a nutrizione e alimentazione con particolare attenzione alle nuove scienze come la nutrigenomica che indaga come combinare il profilo genetico individuale con i cibi, per definire un’alimentazione protettiva o addirittura terapeutica.
La seconda sessione verte su Psicobiologia e sicurezza alimentare nella ristorazione collettiva. Infine la terza sessione fa il punto sul futuro dell’alimentazione tra ricerca e tradizione con uno sguardo sulle abitudini alimentari degli italiani e sul rapporto tra scienza e industria.

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Segnalare posta elettronica certificata

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 novembre 2011

Mail-mela

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Le società costituite prima del 29 novembre 2008, se non hanno ancora provveduto, devono comunicare al Registro Imprese della Camera di Commercio il proprio indirizzo di posta elettronica certificata entro il prossimo 29 novembre. L’adempimento è completamente gratuito, in quanto esente da imposte di bollo e diritti di segreteria. L’omessa o ritardata comunicazione prevede una sanzione amministrativa in base all’art 2630 del Codice Civile, per un importo che va da 103 euro a 1.032 euro. Oltre ai consueti canali telematici è disponibile in http://www.registroimprese.it un percorso semplificato da utilizzare esclusivamente per la dichiarazione delle Pec da parte del legale rappresentante della società. La scelta del gestore della casella di Pec è libera. I servizi di Pec sono forniti dagli operatori di mercato abilitati dal Centro per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione (Cnipa).

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Dichiarazione di Giuliano Cazzola, deputato del Pdl

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 novembre 2011

Mario monti

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“Sono sempre più convinto, dopo le considerazioni svolte da Silvio Berlusconi, che un governo presieduto da Mario Monti rappresenti l’unica soluzione che, nelle attuali condizioni, sia in grado di dare esecuzione agli impegni assunti con la Ue e il G 20.” lo afferma in una nota dal suo sito internet l’on. Giuliano Cazzola che avvisa “Quanti nel Pdl non condividono tale scelta si troverebbero all’opposizione insieme a quei partiti, la Lega Nord e l’ Idv, che la contrastano solo perche’ intendono sottrarsi, per motivi elettorali, agli obblighi che Berlusconi ha contratto con la comunità internazionale. Da queste forze – prosegue Cazzola – verra’ una opposizione all’insegna della demagogia. Un partito di governo come il Pdl non può stare in questa compagnia, in un momento tanto delicato. Quanto al Pd, avrà sicuramente più problemi di noi a condividere e a sostenere la linea e il programma del governo Monti. In ogni caso – conclude Cazzola – quando la candidatura di Monti sara’ ufficiale si metteranno in moto, a sostegno, forze tanto importanti e situazioni tanto significative, nei mercati finanziari, a cui sara’ difficile opporsi”.

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In Italia Università sempre più costosa

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 luglio 2011

In Italia non ha vita facile chi decide di iscriversi ad un corso universitario, soprattutto se non si possiede un cospicuo portafogli. Secondo ricerche nazionali, gli studenti degli atenei del Nord pagano il 13% in più rispetto alla media nazionale ed il costo complessivo di un corso universitario varia dalla facoltà scelta, decisione influenzata dalle risorse economiche disponibili. “Non avere soldi per finanziare le università perché dilapidati e/o rubati, e di conseguenza dover gravare sulle spalle dei cittadini per tirare avanti – osserva Cesare De Sessa, viceresponsabile per l’Istruzione dell’Italia dei Diritti -, equivale a ripristinare una logica non di merito, come i politici si affannano a dichiarare a gran voce. Piuttosto significa, nella pratica quotidiana, permettere di studiare ai figli delle famiglie economicamente più solide. In buona sostanza – continua De Sessa -, un ritorno al passato peggiore. Insomma, la differenza, ieri come oggi e purtroppo anche domani, nel nostro Paese (più che in altri) la fa il denaro. Né c’è da meravigliarsi, basta riflettere un attimo sugli scandali che, da destra come da sinistra, vedono quotidianamente i nostri politici alla ribalta, il movente è sempre uno: il denaro”. L’Università pubblica italiana sembrerebbe diventare man mano un’esclusiva per ricchi, rispetto ad alcuni Paesi europei, come la Svezia, che offrono un’istruzione elevata a costo zero: “Il fatto che l’istruzione universitaria, meno qualificata di molte europee, costi parecchio di più è uno dei tanti sintomi dell’Italia, affetta da molti, troppi mali – spiega l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro -. Investire sulle nuove generazioni e su un’università economicamente più accessibile è proprio di un Paese che guarda al futuro, perché offre ai giovani delle chance. Se una classe dirigente non riesce dunque ad esprimere altri valori e interessi se non quello dei soldi – conclude De Sessa -, come immaginare che possa pensare ai giovani e al loro futuro in termini diversi da quello che rappresenta la sua sola preoccupazione, il suo unico assillo?”.

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