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Posts Tagged ‘scolastico’

Non bastavano le classi pollaio create dal dimensionamento scolastico

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 ottobre 2021

Nei nostri istituti ci sono anche quelle create direttamente delle scuole, che per motivi organizzativi interni si ritrovano a dividere gli studenti in gruppi, senza rendersi evidentemente conto che vi sono limiti legati alla sicurezza e alla didattica che non possono essere superati.“Da lunedì – ha detto la madre di uno studente alla Gazzetta di Modena – l’insegnante di spagnolo è assente. Nella classe di mia figlia normalmente sono 29. Nell’ora di spagnolo i ragazzi vengono divisi tra chi studia spagnolo e francese. I primi, che sono sedici, vengono a loro volta divisi. Per fare un esempio, otto di loro sono stati inseriti in un’altra classe che conta 28 alunni, andando a formare un nucleo di 36 persone”. Considerando i due insegnanti che fanno lezione in aula, quello curriculare e l’esperto, si arriva alla presenza in un’aula di 38 individui.Invece, da parte della scuola, stando a quanto riferito dal giornale, il sovraffollamento non desta alcuna preoccupazione, visto che la classe, nei momenti in cui si arriva al numero di alunni citato, è stata allestita all’interno di una grande aula che favorisce non solo il distanziamento richiesto ma anche il ricambio d’aria. Addirittura, l’assembramento in una mega-aula viene considerata un’occasione di arricchimento per gli studenti e le studentesse. Intanto il dibattito, scrive Orizzonte Scuola, si è trasferito sul web, con prese di posizione favorevoli e critiche: “Ma 36 in una classe cosa possono mai imparare? Ottimo sapere che sono rispettate le norme anti Covid, ma il diritto all’istruzione è egualmente rispettato?”, ci si chiede da una parte. È invece “un regresso da parte degli insegnanti che non sanno insegnare e non riescono a reggere tanti alunni tutti insieme”, è la critica di segno opposto: “Troppi compiti da correggere, scherziamo?”, ci si chiede da un’altra prospettiva, decisamente poco riconoscente verso il lavoro dei docenti.

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Il libro scolastico: mercato e intervento pubblico a sostegno

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 ottobre 2021

Torino sabato 16 ottobre alle ore 13.15, in Sala Magenta. Il libro scolastico: una porta per la lettura. Strategie di sostegno tra mercato e intervento pubblico è il titolo del convegno che si tiene al Salone internazionale del Libro. Il convegno, in cui interverranno il presidente del gruppo educativo dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Paolo Tartaglino e il presidente dell’Associazione Librai Italiani – Confcommercio Paolo Ambrosini, moderati da Mario Baudino (La Stampa), è una tappa del confronto aperto tra le due associazioni che mira a superare le criticità e a rafforzare tutta la filiera produttiva, le librerie per la loro diffusione ed editori in primis. “I libri di testo rappresentano un’importante leva per la crescita della lettura: riconoscere il ruolo fondamentale dei testi scolastici nei processi di apprendimento e a sostegno della scuola è il primo passo per individuare le strategie, pubbliche e private, per rendere il nostro settore ancora più efficiente” dichiarano Tartaglino e Ambrosini.

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Libro scolastico, l’impegno dell’Associazione Italiana Editori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 ottobre 2021

Il libro scolastico al centro dell’impegno dell’Associazione Italiana Editori (AIE): “Come Associazione – ha spiegato il presidente Ricardo Franco Levi – siamo impegnati a far sì che il diritto allo studio sia effettivamente riconosciuto a tutti. Governo e Parlamento si sono mossi in questo senso con un emendamento al Family Act che aumenta i fondi per garantire l’acquisto dei libri di testo da parte delle famiglie meno abbienti e rende i criteri di erogazione più semplici. Il libro di testo resta il fondamentale strumento per la trasmissione di un sapere certificato, autorevole, di qualità, anche a contrastare il preoccupante aumento dell’abbandono scolastico”. AIE ricorda che gli editori hanno continuato con grande sforzo ad attuare una politica di stabilità dei prezzi pur con i tetti di spesa invariati dal 2012, senza limitare in alcun modo l’aumento della qualità e anzi incrementando l’offerta di contenuti digitali integrativi (oltre due milioni di proposte), di piattaforme per lo studio e l’apprendimento, di strumenti per l’inclusione e per l’innovazione didattica a disposizione dei docenti. Questi strumenti, durante l’emergenza della DaD, sono stati messi gratuitamente a disposizione di docenti, studenti e famiglie e hanno consentito di proseguire l’attività didattica. Il nuovo anno scolastico, però, si è aperto con nuove sfide e difficoltà: “Quest’anno l’emergenza Covid ha gravato in modo significativo su tutti gli elementi della filiera – ha spiegato il presidente del gruppo educativo dell’AIE Paolo Tartaglino –: il posticipo della comunicazione delle adozioni, l’approvvigionamento della carta, i problemi tecnici di alcuni stampatori, la difficoltà dei trasporti e della logistica hanno causato, in particolare per la scuola primaria, alcune difficoltà nel rispondere puntualmente alle richieste della rete distributiva e, per alcuni titoli, una non completa ed immediata disponibilità. Questa situazione eccezionale ha visto gli editori fortemente impegnati, nel mese di settembre, per indirizzare le diverse problematiche e migliorare la situazione, che ad oggi risulta sostanzialmente normalizzata, con le difficoltà largamente superate. In questo senso abbiamo accolto favorevolmente la dichiarazione del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi di anticipare in futuro la chiusura delle adozioni rispetto alla data di quest’anno. Nel rassicurare le famiglie circa la piena disponibilità dei libri di testo, stiamo lavorando con i librai per migliorare i servizi del sistema distributivo”.

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Giovani, partecipazione e abbandono scolastico

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 settembre 2021

La pandemia ha reso ancora più bassa la partecipazione degli studenti nei luoghi di confronto della scuola superiore. Già prima dell’emergenza Covid19 per un alunno su due le assemblee di istituto e di classe si tenevano solo poche volte l’anno o mai, mentre le assemblee di classe vedevano la partecipazione attiva di 6 studenti su 10, e solo 4 su 10 partecipavano con interesse a quelle di istituto. Con lo scoppio della pandemia e l’avvio della DAD, il dato diventa ancora più preoccupante: solo per un quinto si sono svolte assemblee di classe e di istituto online come prima. È il quadro che emerge dall’indagine “Gli studenti e la partecipazione” svolta su circa 800 studenti delle superiori nella fascia d’età 14-19 anni, condotta da Ipsos per ActionAid, in collaborazione con Unione degli Studenti. La ricerca ha fotografato le opinioni delle ragazze e dei ragazzi adolescenti alla vigilia del secondo rientro in classe dall’inizio della pandemia e in vista del PNRR, per verificare il valore della partecipazione degli studenti alla governance scolastica, delle collaborazioni con il terzo settore, e delle sfide dell’istruzione in Italia secondo lo sguardo dei protagonisti.I dati Ipsos: come è cambiata la scuola con la pandemia. Dall’indagine risulta che la scuola è un luogo di crescita personale, al di là dell’apprendimento nozionistico, per quasi 8 studenti su 10; sono il 60% degli intervistati a pensare che la scuola li aiuti a sviluppare fiducia in sé stessi. A mostrare un più forte interesse e partecipazione sono le ragazze, inoltre gli studenti al Sud hanno una maggiore frequenza delle assemblee sia di classe che di istituto. Tra coloro che hanno un buon rendimento scolastico cresce la partecipazione e l’interesse. Le differenze sono notevoli anche tra chi frequenta il Liceo e gli istituti professionali, dove si registra minore partecipazione. Per la grande maggioranza degli intervistati (7 su 10) la pandemia ha dato un duro colpo alla socialità e le conseguenze negative dureranno nel tempo, per il 40% ci saranno risvolti negativi anche sulla partecipazione degli studenti ad attività extrascolastiche. Tuttavia, una quota considerevole tra gli alunni (4 su 10) pensa che la pandemia sia un potenziale motore dell’attivismo giovanile.Gli studenti hanno chiaro quali debbano essere le priorità degli investimenti per la propria scuola: con lo stesso ordine di importanza è necessario investire in dotazioni tecnologiche per la didattica e connettività e messa in sicurezza gli edifici, formare docenti con metodi più efficaci di insegnamento e sistemi di valutazione innovativi e partecipati, in attività extrascolastiche (laboratori, esperienze pratiche) e progetti proposti dagli studenti stessi.“Come si vede dal sondaggio, i giovani esprimono idee attente e precise sui bisogni della scuola. Per questo i progetti che arriveranno nelle scuole grazie al PNRR chiediamo che siano a lungo termine e senza discriminazioni territoriali, per realizzare davvero la scuola come luogo inclusivo di sapere, di conoscenza e di esperienza, centro propulsore di una comunità: investire sulla riqualificazione strutturale degli istituti scolastici per trasformarli in luoghi di apprendimento sicuri, ma anche inclusivi, flessibili e aperti all’incontro con la comunità locale. Una cura particolare dovrà essere messa nella destinazione degli investimenti più ingenti, co-costruendoli con chi la scuola la fa: ad esempio, l’investimento nella scuola 4.0 dovrà non solo “digitalizzare” la scuola ma trasformarla secondo le esigenze reali degli studenti” spiega Katia Scannavini.PNRR e scuola, come combattere le diseguaglianze? Secondo ActionAid, i singoli investimenti e le riforme specifiche proposte nel PNRR vanno inserite in un disegno organico che abbia effetti concreti e duraturi nella diminuzione del fallimento formativo e della dispersione. Di fondamentale importanza sarà promuovere la reale costruzione di comunità scolastiche, tramite dei patti educativi sostenibili e formalmente riconosciuti, che prendano in carico i bisogni dei ragazzi e delle ragazze nell’arco di tutti gli anni di crescita. Nell’attuazione dei progetti del Piano sarà necessario un maggiore protagonismo degli enti locali al fianco delle scuole, insieme ad azioni di sostegno mirate per le famiglie e collaborazioni continuative con associazioni del terzo settore per interventi organici di contrasto alle diseguaglianze con programmi ad alta densità educativa. Dall’indagine sugli studenti emerge infatti che solo 4 su 10 frequentano una scuola che ha creato collaborazioni con enti del terzo settore. Più di 6 studenti su 10 non partecipa ad attività o corsi di questo tipo, o perché non ci sono o perché la scuola non è in grado di coinvolgere a sufficienza gli studenti. Ma tra coloro che sono coinvolti, quasi 8 su 10 ne ha tratto benefici e 7 su 10 sono molto interessati.A fare la differenza per il futuro della scuola saranno, quindi, le misure di supporto ai ragazzi e alle ragazze più fragili da un punto di vista socio-economico e a rischio dispersione scolastica, come ad esempio l’individuazione di figure professionali dei servizi sociali che in continuo dialogo tra istituzione scolastica, minori e famiglie, enti del terzo settore prendano in carico in modo integrato le persone a rischio. Come dimostrato dai progetti sul campo, quando si dedica tempo ed energie a ragazzi e ragazze in difficoltà, i risultati sono evidenti e costituiscono il vero antidoto alla crescita dell’esclusione e della disuguaglianza. Un impegno che ActionAid porta avanti insieme a più di 24.000 bambini e bambine, studenti e giovani a livello nazionale ed europeo, in più di 300 istituti scolastici.

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Test antigenici rapidi al personale scolastico non statale

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 aprile 2021

“Nonostante sia stato previsto per tutto il personale scolastico, sia statale che paritario, ci giungono diverse segnalazioni da parte di dirigenti di scuole non statali che evidenziano come il proprio personale non riesca da giorni ad iscriversi al portale regionale per effettuare i test antigenici rapidi. Regione e ufficio scolastico regionale intervengano, è importante che questi percorsi di sicurezza funzionino per tutte le scuole” ha dichiarato Gabriele Toccafondi, deputato fiorentino di Italia Viva. “Il progetto ‘Scuole Sicure’, strumento utilissimo, prevede per tutto il personale scolastico un programma di screening gratuito e volontario. La Toscana offre, quindi, la possibilità a quei lavoratori che lo desiderano di prenotarsi attraverso il portale web regionale per poi effettuare il test antigenico rapido presso i drive through. Mentre per quanto riguarda lo screening degli studenti tutto è andato per il meglio e viene effettuato sia sui ragazzi delle scuole statali che su quelli delle paritarie, per gli insegnanti qualcosa sta andando storto. Sembra, infatti, che i codici meccanografici, necessari all’iscrizione e forniti dal nuovo portale regionale al personale non statale, non vengano riconosciuti dal sistema” ha continuato il deputato. “È importante che questi percorsi di screening siano fatti per tutti gli studenti e per tutti i docenti, indipendentemente dal fatto che frequentino o lavorino in scuole statali o paritarie” ha concluso Toccafondi.

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La campagna di vaccinazione del personale scolastico

Posted by fidest press agency su domenica, 4 aprile 2021

Nel corso della campagna di vaccinazione del personale scolastico con il vaccino AstraZeneca abbiamo letto e ascoltato osservazioni, commenti e critiche che hanno cercato di fare apparire il mondo della scuola poco sensibile al tema se non addirittura oppositivo all’opportunità della tutela della salute attraverso la vaccinazione. Addirittura abbiamo letto autorevoli tweet e opinioni che hanno insinuato il sospetto sulla circostanza secondo la quale molti docenti (il riferimento era a quelli siciliani!) abbiano preso a pretesto la vaccinazione per un’assenza di massa nei giorni successivi al vaccino. Ebbene, con un sondaggio lanciato sui social è stato chiesto di rispondere e provare a fare un quadro della situazione fondato su dati corrispondenti all’esperienza di ciascun “operatore scolastico”. Con il sondaggio – al quale hanno risposto 1616 persone e che ovviamente non ha alcuna pretesa scientifica – si è cercato di rappresentare l’esperienza vaccinale di ciascuno di noi (organizzazione della vaccinazione e reazioni al vaccino). Dal report realizzato nel periodo compreso tra l’8 marzo e il 31/3 emergono dati lusinghieri e onorevoli per il sistema paese, per chi si è fatto carico di organizzare la campagna a livello regionale e provinciale e per gli stessi cittadini che hanno accolto la proposta della vaccinazione nonostante le iniziali criticità e le incertezze soprattutto connesse ai tempi della permanenza dell’immunizzazione individuale.

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Scuola: Mancano all’appello 20 mila posti da collaboratore scolastico

Posted by fidest press agency su domenica, 7 marzo 2021

La scuola ha bisogno di innalzare il numero di docenti, ma anche di lavoratori Ata. Lo sa bene l’Anief, che ha appena partecipato a un incontro per la mobilità del personale amministrativo della scuola, in particolare per il personale che proviene dalle cooperative: si tratta di 20mila lavoratori socialmente utili (LSU) che sono stati assunti come lavoratori a tempo indeterminato.“Quando sono state fatte queste assunzioni – ha detto Marcello Pacifico, presidente del sindacato Anief, intervistato dall’agenzia Teleborsa – quei posti in organico dovevano essere aggiuntivi rispetto ai posti che ordinariamente venivano utilizzati dai collaboratori scolastici con contratti a tempo determinato. È quindi arrivato ora il momento di incrementare l’organico ATA, inserendo questi 20 mila posti, e di procedere alle immissioni in ruolo a tempo indeterminato di tutto il personale precario che ha svolto per tanti anni il lavoro nella scuola italiana. Va poi ricordato che dal 2008 l’organico ATA si è ridotto del 25%, a volte lasciando non in sicurezza le scuole: è arrivato il momento, grazie anche all’utilizzo dei fondi del Recovery Plan, di garantire in pieno il diritto allo studio, ma anche di potenziare l’organico ATA, attivando tutti i profili professionali”.

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Scuola: Emergenza precariato scolastico

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

Sono numeri importanti quelli dell’emergenza precariato scolastico, ancora più gravi rispetto a quelli che sono stati resi noti fino a poche settimane fa: a fornire i dati aggiornati sugli attuali docenti in organico nelle scuole, specificando l’alto numero di supplenti, è stato il nuovo ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi durante l’incontro con le organizzazioni sindacali. Attualmente sono 695.262 mila i docenti titolari a cui si aggiungono 213 mila a tempo determinato; di questi, 104 mila sono insegnanti di sostegno; oltre 25 mila i ‘docenti Covid’.“Se non si interviene in modo efficace – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – a settembre ci ritroveremo ancora peggio, perché andranno in pensioni altri 35 mila docenti e non è detto che con le modalità di reclutamento tradizionali vengano rimpiazzati con altrettanti colleghi precari. Molte delle graduatorie per le assunzioni risultano ormai svuotate, come pure le GaE, e i concorsi ordinari risultano in alto mare, anche per via del Covid19. E pure il riservato della secondaria, che dovrà attendere le suppletive, non è detto che porti in cattedra i vincitori entro pochi mesi. Bisogna assolutamente cambiare le regole del concorso straordinario, trasformando la selezioni per esami in una procedura per titoli e servizi. Se poi si reintrodurrà pure il doppio canale, riaprendo finalmente le graduatorie a esaurimento allora avremo davvero pratico quella svolta di cui abbiamo bisogno”.
Sui precari potrebbero esserci importanti novità in arrivo. L’obiettivo del neo-ministro dell’Istruzione, riporta oggi la stampa specializzata, è fare il possibile per avere i docenti titolari in cattedra dal 1° settembre 2021 senza più andare incontro allo spiacevole e deleterio “balletto” dei supplenti da protrarre per mesi e mesi.Anief prende atto dalla volontà del neo ministro Patrizio Bianchi di soffermarsi sul precariato, che viene evidentemente e giustamente considerato uno dei mali più pericolosi della scuola pubblica italiana. Se calcoliamo che i supplenti Covid sono in realtà almeno il doppio rispetto a quelli indicati, seppure evidentemente con una quantità di ore di insegnamento settimanale inferiore a quello che va a costituire le cattedre, già ora ci ritroviamo con una quantità di maestri e insegnanti precari senza precedenti.

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Scuola: Draghi vuole allungare l’anno scolastico

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

L’allungamento del calendario scolastico per recuperare le ore di lezioni in presenza perse, citato oggi dal neo presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi al Senato, deve essere inteso come un atto volontario e da includere come attività aggiuntiva con compenso ulteriore: così replica Marcello Pacifico, presidente Anief, all’apertura del premier sull’esigenza di andare a scuola anche al pomeriggio, nei weekend, d’estate. “In dad si è lavorato”, commenta a caldo a Orizzonte Scuola il leader dell’Anief. “Se il recupero – dice il sindacalista – è inteso come attività aggiuntive retribuite e in maniera volontaria, un po’ come avvenuto a settembre, saranno di volta in volta gli insegnanti a decidere in consiglio di classe, in base alla certificazione delle competenze sviluppate dagli studenti, e gli apprendimenti raggiunti. Se invece questo recupero va inteso che il lavoro che si sta facendo in questo momento non viene preso in considerazione, ma non mi sembra si tratti di questo, allora non siamo d’accordo”.Il nazionale presidente Anief ha tenuto a ricordare al neo premier “che c’è un contratto integrativo firmato dalle Organizzazioni sindacali e dal ministero sulla didattica integrata. Il contratto disciplina quello che la legge prevedeva, cioè il fatto che tutta la didattica a distanza fatta sia valutabile ai fini degli scrutini finali”. Pacifico ha anche ricordato che “la pandemia ha portato il mondo della scuola a confrontarsi con la tecnologia. La dad dovrà essere sempre considerato uno strumento funzionale e integrativo all’attività didattica in presenza. Sembrerebbe un controsenso quindi rispetto alla volontà di allungare il calendario scolastico”.Mario Draghi ha fatto cenno anche alla formazione dei docenti per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. “Certo – ha replicato ancora Pacifico – così come bisogna allineare gli stipendi alla media europea. Allineare l’età pensionabile, in Europa a 63 anni, allineare l’età di accesso, in Europa a 25 anni rispetto ai 40 in Italia. Noi abbiamo gli insegnanti più formati in Europa e con più titoli. Bisogna semmai snellire le procedure di reclutamento, evitare il precariato, stabilizzare i precari esistenti, adeguare l’organico di fatto all’organico di diritto. E poi riconoscere il burnout e quindi cercare di svecchiare con delle finestre ad hoc per le pensioni degli insegnanti, cercando di svecchiare la classe docente”.

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Scuola: Ipotesi nuovo calendario scolastico

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 febbraio 2021

Marcello Pacifico, presidente Anief, interviene su uno dei punti principali illustrati dal presidente incaricato Mario Draghi ai partiti politici durante il secondo giro di consultazioni in vista della formazione del Governo: “pensare di allungare l’anno scolastico per recuperare le carenze formative derivanti dal lockdown e dai problemi didattici che ha creato la pandemia non ci trova d’accordo: la didattica a distanza è stata regolarizzata e va considerata alla pari delle lezioni in presenza”. Il presidente del sindacato rappresentativo Anief ritiene dunque che le priorità da attuare siano altre: “Bisogna intervenire subito, avvalendosi anche dei fondi del Recovery plan, sulla cancellazione di 20mila classi pollaio, sui plessi scolastici dismessi a seguito dello scellerato dimensionamento Tremonti-Gelmini, oltre che sugli organici da stabilizzare il prima possibile, perché a settembre si rischia seriamente di toccare un altro record di cattedre assegnate a personale precario che andava assunto in ruolo da tempo, come ci chiede la Commissione europea da oltre 20 anni”.

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Ad un mese dall’inizio dell’anno scolastico il Referente scolastico Covid in prima linea contro l’invisibile nemico

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 novembre 2020

Nel Rapporto dell’Istituto Superiore di sanità del 21 agosto scorso è stata prevista la figura del Referente scolastico Covid 19. Una novità nell’organigramma della scuola covidiana che ha imposto una approfondita riflessione sulle “caratteristiche” professionali richieste. Una nuova figura che contrattualmente non è regolamentata (d’altronde come le altre figure della governance scolastica!) lasciando – nell’emergenza pandemica – alle autonome Istituzioni scolastiche l’individuazione, le modalità di incarico, i compiti (gestione, comunicazione ed informazione), le responsabilità e la specifica formazione. Dalle indicazioni operative non è stata esclusa la possibilità che la funzione di referente scolastico per COVID-19, ove non si tratti dello stesso dirigente scolastico, possa essere svolta da un docente o personale ATA individuato ad essere un costante riferimento per il dipartimento di prevenzione e per le altre analoghe figure delle scuole che per ragioni diverse sono in contatto (alunni dello stesso nucleo familiare frequentanti scuole diverse, docenti in cattedra oraria, ecc.). Se un bilancio può essere fatto in questo primo periodo di scuola in presenza, si può affermare che il Referente scolastico Covid 19 è stato impegnato – a partire dalla opportuna formazione di base – tutti i giorni e per un numero di ore indefinibile a progettare e sviluppare protocolli interni utili all’azione di segnalazione e monitoraggio dei casi con sintomatologia (possiamo chiamarla azione preventiva), all’attività di informazione al personale e alle famiglie, a ricevere segnalazioni di soggetti che risultassero contatti stretti di un caso di Covid positivo, a concertare una sorveglianza degli alunni con fragilità. Nella gestione dei casi COVID 19 di questi due primi complicati e per tante ragioni imprevedibili mesi di scuola, i compiti prevalenti del Referente scolastico si sono concentrati nella comunicazione con il Dipartimento di prevenzione competente, nella verifica e revisione del protocollo di monitoraggio dei casi verificatesi all’interno e fuori i locali scolastici, di informazione, tracciabilità e interconnessione con i Referenti Covid delle altre scuole ed i Referenti Covid dei Dipartimenti di Prevenzione. Per tutto questo imponente carico di lavoro aggiuntivo, per quanto riguarda il riconoscimento economico – determinato nella contrattazione di Istituto ai sensi dell’art.88 del CCNL 2006/2009 – si deve fare ricorso alle risorse del Fondo per il MOF. ANCoDiS è sicura che la saggezza di chi siede al tavolo della contrattazione condurrà ad una ragionevole ed equilibrata valutazione del lavoro svolto e della conseguente determinazione economica. In caso contrario, sarebbe l’ennesima violazione dell’art. 36 della Costituzione Italiana che non potrà essere accettato. Per Ancodis Prof. Rosolino Cicero

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L’infermiere scolastico nel Lazio

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 settembre 2020

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti ha firmato l’ordinanza per l’attivazione immediata da parte delle Asl delle procedure per ricercare i medici, gli infermieri e gli assistenti sanitari da dedicare all’attività di prevenzione e controllo dell’infezione da SARS-CoV 2 nelle scuole e per i servizi educativi nel Lazio. Si tratta di professionisti da acquisire anche attraverso la stipula di specifici contratti libero professionali e attraverso l’utilizzo delle graduatorie delle procedure concorsuali già in corso.Si cercano soluzioni ad hoc per consentire agli studenti di ogni età di riprendere le normali attività di istruzione nella massima sicurezza. Finalmente anche la FNOPI, che rappresenta gli Ordini degli infermieri e che è anche ente sussidiario dello Stato, ammette la necessità indispensabile della presenza di infermieri nelle scuole, soprattutto nei primi momenti, a tempo pieno, per creare e supportare un percorso di conoscenza, sensibilizzazione e intervento immediato a supporto degli studenti di ogni età.
Ma ancora una volta, osserva De Palma, presidente del Sindacato Infermieri si parte dai casi singoli come quello della regione Lazio mentre ci troviamo di fronte a un atteggiamento politico assolutamente incomprensibile.Prima di tutto, continua De Palma, non esiste un confronto con i sindacati, il Governo dialoga “con gli enti sussidiari dello Stato”, che tuttavia non hanno la competenza di legge nell’affrontare e risolvere specifiche problematiche inerenti la realtà di lavoro ed organizzativa degli infermieri.Qualcuno forse non vuole capire, o più semplicemente fa finta di non comprendere: il problema è che stiamo parlando di scelte delicate, che comportano riflessi diretti ed indiretti sull’inquadramento giuridico contrattuale che attiene alla nostra categoria professionale, ambiti questi di stretta competenza dei datori di lavoro e dei sindacati. Alla luce di tutto ciò non condividiamo in alcun modo, sotto il profilo sindacale, anche l’avanzata ipotesi resa pubblica dalla FNOPI, ma che tuttavia sembra essere stata accantonata anche da parte dalla Regione Lazio, che pare aprire ad un possibile impiego, tout court, dei circa 9 mila infermieri previsti dal decreto rilancio, quindi parliamo degli infermieri di famiglia e di comunità, per attribuirgli il ruolo di infermiere scolastico. Stiamo parlando di una attività che, per l’impegno richiesto, dovrebbe essere svolta a tempo pieno, almeno all’inizio. Per il Nursing Up, invece, gli infermieri scolastici dovranno essere figure distinte, individuate attraverso l’assegnazione di nuove e specifiche risorse economiche, beninteso, senza escludere la possibilità che una parte degli infermieri di famiglia possa essere utile nelle scuole, che sono parte integrante della comunità, ma non certo attraverso un loro impiego a tempo pieno ed in forma esclusiva.

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L’infermiere scolastico è una proposta ragionevole?

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 settembre 2020

“Il Governo durante l’esame DL proroghe a Montecitorio ha accolto la mia proposta per l’introduzione dell’infermiere scolastico. Istituire questa figura, con Il Covid che ancora spaventa, è necessario per poter tornare a scuola in totale sicurezza e garantire il rispetto del diritto alla salute degli alunni e del personale scolastico. All’interno delle scuole c’è bisogno di una figura che svolga attività di controllo sanitario e l’infermiere scolastico potrebbe assolvere a questi compiti. Gli infermieri sono professionisti che hanno dato prova di grande coraggio durante il periodo di emergenza sanitaria ed hanno le competenze per gestire perfettamente questa delicata fase. La figura dell’infermiere scolastico, infatti, oltre alle funzioni di supporto sanitario, potrebbe occuparsi del monitoraggio sulla corretta applicazione delle misure anti-COVID per prevenire i contagi, dei bisogni assistenziali degli alunni (con particolare attenzione ai portatori di disabilità) allertando e attivando in caso di necessità il medico del dipartimento di prevenzione a cui l’istituto scolastico fa riferimento. (by Moira Perruso)

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No al medico scolastico

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 settembre 2020

“Abbiamo abbandonato la figura del medico scolastico con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, oltre 40 anni fa. Non torniamo indietro e soprattutto non creiamo confusione di ruoli a scapito di bambini e genitori. Dentro quelle classi ci sono i nostri pazienti ed è impensabile affidare ad altre figure professionali non specialistiche, compiti che si collocano tra le nostre responsabilità. Non c’è bisogno di un altro medico. Piuttosto, come indicato nel documento dell’Istituto Superiore di Sanità sulla gestione dei contagi nelle scuole, occorre che i Dipartimenti di Prevenzione individuino figure di raccordo, come gli Infermieri di Comunità”. Questa la posizione della FIMP, Federazione Italiana Medici Pediatri, espressa dal Presidente Paolo Biasci in un incontro col Ministro della Salute, Roberto Speranza.“Quanto alla prevenzione – afferma Biasci – siamo disposti a dare il nostro contributo nella Scuola con Attività Territoriali che peraltro il nostro Accordo Collettivo Nazionale già contempla e ci stiamo impegnando a partecipare attivamente alla Campagna di Vaccinazione per l’Influenza. Il Pediatra di Famiglia è in grado di assolvere questi compiti senza che si debbano “inventare” novità rispetto a quanto già previsto: spetta alle Regioni coinvolgerci. Il SSN deve sfruttare al meglio le risorse di cui dispone, soprattutto se specialistiche, che hanno già dimostrato di essere efficaci nella gestione dell’emergenza, ma anche nella semplificazione della vita quotidiana di bambini, famiglie e mondo della Scuola. E le famiglie ci apprezzano anche per questo”. “Facciamo tesoro del rapporto fiduciario che abbiamo costruito nel tempo e da lì ripartiamo – conclude Biasci – consapevoli che la scuola non solo garantisce la didattica, ma è anche ambito di apprendimento della socialità e della convivenza, luogo dove con bambini e adolescenti devono lavorare in sicurezza educatori, insegnanti e personale. Con un doveroso senso di responsabilità da parte di tutti, dobbiamo dare a questo equilibrio una solida sostenibilità. Come Pediatri di Famiglia siamo pronti a fare la nostra parte”.

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Screening personale scolastico, su adesioni Mmg vs insegnanti

Posted by fidest press agency su martedì, 8 settembre 2020

Medici di famiglia divisi su mancati compensi «Un terzo dei docenti diserta lo screening». «Non è vero, dal medico di famiglia ci andiamo ma ci rifiuta il test dicendo che non serve, o che ha paura del contagio o gli mancano i dispositivi di protezione». Tra medici di famiglia e personale scolastico è tempo di accuse. Beninteso, sia per chi lo pratica sia per chi vi si sottopone, l’adesione al test sierologico pungi-dito volto a verificare l’incidenza del coronavirus a scuola è volontaria. Dopo Ferragosto, molti docenti e personale ATA hanno chiamato il curante per un appuntamento senza aspettare una sua telefonata, ma un 30-35% manca all’appello. Quanto ai medici di famiglia, la richiesta del Ministro della Salute Roberto Speranza e del commissario all’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri di uno screening gratuito entro il 7 settembre ha spaccato la categoria: ha detto sì il sindacato maggioritario Fimmg per «garantire ai cittadini la migliore assistenza possibile di una medicina generale pubblica nel suo senso di appartenenza al Servizio sanitario nazionale». No invece da Snami e Smi. E rilievi da Fismu-Intesa sindacale, sigla il cui il segretario Francesco Esposito invita ad effettuare i test a scuola, assumendo medici precari. Il resto dei sindacati si divide su gratuità, oneri, rischi.
Niente retribuzione – A livello nazionale, lo screening non comporta compensi, né è previsto in convenzione. Angelo Testa, presidente Snami, osserva che «non si lavora gratis, ed eventuali nuove incombenze vanno concordate nei tavoli istituzionali. Per noi, i test sierologici per il Covid vanno effettuati dall’igiene pubblica e dai laboratori di analisi». Snami però denuncia anche in queste ore che in alcune regioni (Sardegna) sarebbero arrivati esposti alle Asl contro i medici non aderenti. «In caso di contenzioso la posizione del medico sarà difficilmente difendibile per violazione del codice deontologico… ma che “ci azzecca” il codice con una libera scelta individuale?» Snami chiede al presidente degli Ordini Filippo Anelli di prendere posizione. Peraltro, il sindacato degli operatori scolastici Anief, denuncia che qualche medico dopo aver aderito starebbe chiedendo un compenso per l’attività reputandola extra convenzionale.Costi burocratici – E’ vero che i kit sono forniti dai Distretti o direttamente ai Mmg aderenti alla campagna spesso tramite i coordinatori delle aggregazioni che li distribuiscono insieme ai dispositivi di protezione. Ora, già sulla fornitura dei DPI ci sarebbero disparità tra regioni, denunciate dal presidente degli ordini Filippo Anelli («mi è stato raccontato di pacchi di guanti da 100 divisi e contati, uno ad uno, nella distribuzione a medici di famiglia, come se si temesse di eccedere»). Quanto ai test, sulla carta il Ministero della Salute quantifica in una decina di unità i test sierologici che ogni singolo medico dovrebbe effettuare . Bisogna però farli a tutti gli interessati. Il medico di famiglia può “convocare” lui gli assistiti. Nei programmi in uso è inserita l’opzione “test sierologici” che consente di scaricare i nominativi dei propri assistiti operativi nelle scuole e di salvarli in un file, per richiamarli. Il segretario Fimmg Silvestro Scotti nota un certo successo nei re-calling telefonici che potrebbero alla fine contribuire a dimezzare i mancati contatti. Pina Onotri leader Smi ricorda però che questi oneri portano via tempo prezioso di fronte all’ondata dei pazienti no-Covid che stanno recuperando gli esami, e spesso al medico di famiglia chiedono approfondimenti e terapie.Oneri imprevisti – Un ulteriore allarme lo lancia lo stesso Scotti. A regola, il medico – che può leggere l’esito del test in un quarto d’ora – non sarebbe tenuto a comunicare i risultati del test pungi-dito all’Asl, se non per il fatto che in caso di positività attiva la procedura per chiedere il tampone. Il segretario Fimmg avverte però oggi che «molti Mmg stanno ricevendo una richiesta discutibile; gli si chiede di rendicontare anche l’esito dei test negativi per rispondere a un fantomatico “debito informativo”». I medici Fimmg «non rendiconteranno due volte lo stesso dato; quando abbiamo inviato i risultati sui test fatti al Sistema TS o sistemi regionali e attivato il tampone per i pazienti con esito positivo basta fare una sottrazione e le Asl sapranno i negativi. Tutti i dati viaggiano collegati ai codici fiscali, quindi età e genere sono facilmente ricavabili dai servizi Asl».
Rischi tecnici – All’argomento secondo cui effettuare il test porrebbe a rischio contagio gli operatori dello studio e i pazienti, il numero 2 Fimmg Domenico Crisarà replica duro: «A chi lo dice andrebbe ritirata la laurea, o è in malafede o è ignorante. Stando al ragionamento, non si dovrebbe più visitare nessuno visto che molti pazienti sono asintomatici». Altro tema: il test non rileva il virus ma gli antigeni che indicano se il paziente è stato a contatto con il Covid-19. Giungono testimonianze dirette come quella del chirurgo Roy De Vita di come i test sierologici negli aeroporti stiano dando percentuali non irrisorie di falsi negativi. Anche qui da Fimmg si ribatte: lo screening mira a capire quanto ha inciso ed incide fin qui il virus nel mondo della scuola, ma non significa che i docenti & co non verranno più monitorati. Per i quesiti degli iscritti, Fimmg mette a disposizione un servizio mail all’indirizzo criticitasierologia@fimmg.org Mauro Miserendino (Fonte: Doctor33)

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COVID-19: coinvolgere i farmacisti nello screening del personale scolastico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

“L’allarme sulla difficoltà di far eseguire negli ambulatori i test sierologici per il personale della scuola, lanciato ancora ieri dai medici di medicina generale milanesi, segnala una indubbia criticità” dice Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani. “Di fronte a queste difficoltà è il caso di coinvolgere nello screening i farmacisti, che nel pieno dell’emergenza COVID-19, hanno espresso sul territorio una risposta efficace ed efficiente ai bisogni della popolazione. Ricordo che nelle farmacie è possibile dal 2009 eseguire test di prima istanza e problematiche quali lo smaltimento di materiali e dispositivi non rappresentano quindi un ostacolo, come non lo rappresenta un maggior afflusso di persone, visti gli orari di apertura e la capillarità dei presidi. In questo senso” prosegue Mandelli ”andrebbe seguito l’esempio della Provincia autonoma di Bolzano, che ha coinvolto i farmacisti nell’esecuzione dello screening sul personale scolastico. Peraltro, questo screening” aggiunge Mandelli “non è il solo appuntamento importante di qui all’autunno: l’avvio della prossima campagna vaccinale contro l’influenza propone analoghi problemi di accesso alle prestazioni e anche in questo caso le farmacie possono contribuire in modo decisivo, come accade da tempo in diversi paesi europei: Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Svizzera e altri ancora. Come abbiamo più volte sostenuto” conclude il presidente della FOFI “questa non è una situazione normale e per affrontarla adeguatamente occorre applicare soluzioni innovative, per le quali abbiamo già dato la nostra piena disponibilità”.

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Scuola: Negli organici degli istituti la figura sanitaria è l’infermiere scolastico

Posted by fidest press agency su sabato, 29 agosto 2020

L’Europa non ha dubbi: ferme restando tutte le misure sanitarie dei singoli Paesi, la Scuola, per la sua riapertura indicata anche dal Governo italiano tra le priorità assolute, deve avere un’organizzazione in grado di prevenire e assistere eventuali problemi degli alunni che riprenderanno le lezioni a settembre. Siano essi legati alla pandemia o no. E per farlo l’ECDC (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ha già messo a punto un documento con precise indicazioni valide per tutti, con ciò che servirà che la scuola preveda al suo interno per far fronte alla problema.
Secondo il documento lo staff delle scuole deve includere ovviamente insegnanti, amministratori e dirigenti, custodi, personale delle pulizie e della cucina e altri adulti che lavorano in ambienti educativi e di assistenza all’infanzia e che siano opportunamente preparati. E infermieri scolastici, che non servono solo alla prevenzione di COVID-19, ma anche al controllo dei bambini con problemi di cronicità, diabetici, asmatici, epilettici ecc., compito questo che fa già parte delle caratteristiche proprie della professione infermieristica a cui si aggiunge ora la indispensabile tutela della salute nella pandemia.
Sottolinea ECDC, se una scuola è servita da un professionista sanitario (e fa l’esempio proprio dell’infermiere scolastico), questo dovrebbe avere accesso a dispositivi di protezione individuale (DPI) appropriati e aver ricevuto formazione per il loro uso rispetto a sintomi compatibili con COVID-19. Sarebbe anche prudente che gli amministratori scolastici e gli operatori sanitari che operano nella scuola prendano accordi preventivi per inviare possibili casi di COVID-19 a una struttura sanitaria per i test e / o il trattamento.“Il riorientamento dell’offerta assistenziale per garantire efficaci strategie preventive e pro-attive – spiega la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli – deve garantire la ‘continuità assistenziale’. L’equilibrio si ottiene definendo nuove regole organizzative e delineando attitudini professionali, competenze trasversali degli attori del sistema. Significa mettere in campo una ‘sanità di iniziativa’ e dare il via in tutte le Regioni e in modo uniforme all’infermiere di famiglia e comunità, perché la scuola è esempio evidente di comunità”.“Per raggiungere l’obiettivo – prosegue – già l’OMS dal 1999 (documento “Health 21”) ha evidenziato il bisogno di maggiore integrazione nelle cure primarie introducendo la figura dell’infermiere di famiglia/comunità, previsto nel Patto per la Salute 2018-2021 e nel decreto Rilancio, come primo punto di contatto con la popolazione in collaborazione con il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta. Bisogna far presto e affrontare un cambiamento che altro non è se non la naturale crescita del Sistema sanitario”.
“Come Federazione – conclude Mangiacavalli che in questo senso ha scritto come presidente FNOPI una lettera al premier Conte, al ministro della Salute Speranza, Bonaccini e Icardi (Regioni), Azzolina (Scuola) e al CTS – siamo a disposizione di Governo e Regioni per disegnare nuovi modelli di assistenza che vadano in questo senso e che garantiscano, grazie all’uso appropriato di tutte le professionalità, la salute e la prevenzione ai cittadini”.

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Scuola: Immissioni in ruolo personale scolastico

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2020

Secondo il sindacato l’atto dovrebbe valere prima di tutto per i maestri di Infanzia e Primaria, ma poi essere esteso a tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado che, a domanda, vogliano garantire la continuità didattica specialmente alla luce dell’emergenza da COVID-19 e delle misure adottate per il recupero degli apprendimenti dal primo settembre. Anief, a questo scopo, ha inviato una specifica richiesta al ministero affinché intervenga o attraverso un’integrazione alla contrattazione integrativa, fino ad oggi invece ignorata dai sindacati firmatari di contratto, oppure con un’espressa deroga del legislatore al ministro dell’Istruzione.Per questo motivo, il sindacato chiede espressamente alla ministra Azzolina la pubblicazione di un’ordinanza che dia seguito alla richiesta formulata: Anief annuncia sin d’ora, inoltre, che si farà tramite per presentare in Parlamento un emendamento legislativo specifico per attuare quanto richiesto, sempre per consentire la conferma o l’utilizzazione legittima dei docenti assunti dal concorso riservato nella stessa scuola dove si è titolari con riserva. “Ad ogni modo – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – l’organizzazione sindacale chiederà al Parlamento nel decreto agostano un nuovo intervento del legislatore sulla materia per eliminare il blocco quinquennale se ostativo a tale procedura”.
Nei giorni “caldi” della scuola, con le immissioni in ruolo che si apprestano ad entrare nel vivo, il sindacato Anief sostiene la necessità di confermare nella sede di titolarità, con modalità straordinaria, i docenti assunti a pieno titolo in altra scuola. Una necessità che dovrebbe essere adottata per i Diplomati magistrale come per i docenti di ogni ordine scolastico. Il sindacato, su questo punto, aveva già espresso, nel mese di luglio, l’esigenza del rinnovo dell’integrazione al CCNI utilizzazioni e assegnazioni provvisorie del 12 luglio 2019 che aveva previsto l’utilizzazione straordinaria nella stessa scuola di titolarità dell’anno precedente.Si tratterebbe, infatti, di una norma che garantisce la continuità didattica, fondamentale soprattutto dopo il complicato anno scolastico che ci stiamo lasciando alle spalle e in considerazione dell’incertezza che ancora accompagna l’avvio del prossimo. Ecco perché il sindacato ha chiesto che la norma sia rinnovata per un altro anno o che si disponga, a richiesta degli interessati, conferma nella stessa scuola di precedente titolarità a beneficio di tutti coloro che sono stati assunti nell’anno scolastico 2019/20 da graduatorie di merito e che non hanno ottenuto il trasferimento nella scuola di precedente titolarità e di tutti coloro che saranno assunti in ruolo dal 1° settembre 2020 e che saranno costretti a scegliere una scuola diversa da quella in cui hanno prestato finora servizio di ruolo con clausola rescissoria.

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Introdurre nelle scuole l’infermiere scolastico?

Posted by fidest press agency su sabato, 4 luglio 2020

Dal Nursing Up, Sindacato Infermieri Italiani, arriva una proposta lungimirante per il Governo: aprire le porte delle scuole agli infermieri, accanto ai bambini, accanto agli studenti, come una figura strutturata, con un ruolo specifico, non solo di supporto sanitario ma anche come figura di educatori per le nuove generazioni, per i cittadini del domani.«Siamo sempre pronti a nuove battaglie, esordisce De Palma, non ci fermiamo mai, e allora alla luce di quanto è accaduto e sta accadendo, riteniamo che già da settembre qualcuno dovrebbe preoccuparsi di introdurre, gradualmente, nelle scuole primarie e secondarie, la figura dell’infermiere. L’infermiere scolastico, dice De Palma, non è certo una novità assoluta. All’estero è presente da tempo, ci sono molti paesi che hanno nel corpo docente un infermiere professionista. Non ci dimentichiamo che i nostri hanno tanto di laurea, non hanno nulla da invidiare a tanti colleghi europei, e il loro livello culturale, oltre che le loro conoscenze in materia sanitaria, li metterebbero nella condizione di svolgere funzione docente e supportare gli istituti nelle attività di educazione sanitaria e prevenzione a 360 gradi.E’ più che coerente, continua De Palma, che accanto all’infermiere di famiglia venga implementata e sostenuta quella dell’infermiere scolastico, da impiegare nelle attività educative destinate ai giovani. E’ qui, nelle scuole, “teatro” non solo di apprendimento ma di crescita sociale, che sarebbe opportuno introdurre una figura chiave come quella dell’infermiere, e lo si potrebbe fare già da settembre, sia per supportare gli studenti nella loro ripresa delle attività, dopo mesi di isolamento, seguendoli passo per passo in un percorso di formazione e conoscenza di tutte le regole di contrasto al diffondersi delle principali tipologie di malattie contagiose e diffusive, sia per fornire una vera propria formazione in educazione sanitaria, quella che manca negli istituti scolastici, quella che è fondamento per diventare cittadini informati e responsabili. Mi riferisco alle norme basilari di pronto soccorso, alla civica responsabilità sociale che ognuno di noi ha nel tutelare la propria salute e quella collettiva, cose che si dovrebbero apprendere dai primi anni di vita. Mi immagino una Italia dove finalmente l’infermiere, al pari del medico, insegni ai ragazzi la “cultura della salute”.Da tempo chiediamo ai Governi che si sono susseguiti nel tempo, di modificare le regole e i contenuti dei programmi di studio e i criteri di reclutamento del corpo decente nelle scuole di ogni ordine e grado, e che ancora oggi, incomprensibilmente, non colgono l’opportunità di impiegare gli infermieri con laurea di primo livello in ruoli di insegnamento confacenti rispetto alle loro conoscenze. Penso poi ai bambini in difficoltà, ai portatori di handicap, agli studenti con patologie croniche: avere il supporto di un infermiere anche in ambito scolastico, vorrebbe dire tutelare e difendere il loro diritto allo studio», conclude De Palma.

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Orientamento scolastico: tra chi prosegue gli studi e chi lascia

Posted by fidest press agency su sabato, 2 Maggio 2020

Chi prosegue gli studi, chi li abbandona e perché. L’identikit dello studente italiano ambizioso, desideroso di formarsi al meglio, pronto al sacrificio e con lo sguardo rivolto al mondo del lavoro, è tracciato dal Rapporto 2020 sulla Condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria di secondo grado, realizzato da AlmaDiploma e dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea.L’indagine studia un circolo vizioso per capire come trasformarlo in un ciclo virtuoso. Fotografa le scelte formative e lavorative compiute dai diplomati a un anno e a tre anni dal conseguimento del titolo: oltre 88 mila studenti (circa 47 mila del 2018 e 41 mila del 2016) sono stati contattati per una valutazione dell’esperienza scolastica e delle scelte maturate dopo il diploma.Si iscrivono all’università soprattutto i liceali. Gli studenti del 2018 iscritti all’università, dopo un anno dal diploma, sono il 66,9%: il 51,4% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,5% frequenta l’università lavorando. L’87,0% dei diplomati del 2018 che avevano dichiarato, alla vigilia dell’Esame di Stato, di volersi iscrivere all’università ha successivamente confermato le proprie intenzioni. È però vero che l’8,3% degli studenti ha poi cambiato idea. La quota di chi ha rivisto le proprie scelte è più consistente tra i diplomati professionali (24,4%) e tecnici (13,3%) rispetto ai liceali dove la quota dei ripensamenti è praticamente irrilevante (5,2%); i primi due profili, infatti, subito dopo il conseguimento del titolo possono contare su maggiori chance lavorative.Altro aspetto importante è il contesto socio-economico e culturale della famiglia che influenza la scelta di proseguire gli studi (fra i diplomati del 2018 sono il 75,1% le iscrizioni all’università di diplomati in contesti più favoriti, rispetto al 56,7% dei giovani provenienti da famiglie meno favorite). Anche il titolo di studio dei genitori influenza le scelte formative dei giovani (iscrizione all’università per l’82,2% dei diplomati con un genitore laureato, il 66,5% con genitori in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado e il 51,1% con genitori non diplomati). Ma a un anno dal titolo per il 15,3% dei diplomati la scelta universitaria non si è dimostrata vincente. il 6,6% ha deciso di abbandonare l’università, l’8,7% ha cambiato ateneo o corso di laurea.Per prevenire gli abbandoni e rendere le carriere universitarie più brillanti è importante il ruolo giocato dalle attività di orientamento, soprattutto se ben strutturate. Il percorso AlmaOrièntati è stato ideato da AlmaLaurea proprio con l’obiettivo di rendere disponibile ai giovani uno strumento di ausilio alla scelta universitaria.L’attività di Orientamento è fondamentale già per la scelta del percorso di scuola secondaria di secondo grado, che avviene in un momento molto delicato della vita dello studente. È a questa età che si rischia il circolo vizioso da trasformare in ciclo virtuoso. La famiglia e gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado esercitano dunque un ruolo di fondamentale importanza nella scelta del percorso da compiere.Alla vigilia del diploma il 55,5% dei diplomati del 2018 dichiara che, potendo tornare indietro, sceglierebbe lo stesso indirizzo/corso nella stessa scuola, mentre il restante 44,3% compierebbe una scelta diversa.
Dopo un anno dal diploma il quadro si modifica leggermente: la quota di intervistati che replicherebbe esattamente il percorso scolastico compiuto sale al 59,8% degli intervistati mentre scende al 39,9% la percentuale di chi varierebbe la propria scelta .A un anno dal diploma il 15,5% dei diplomati del 2018 frequenta l’università lavorando, il 20,3% lavora senza proseguire gli studi. A questi si aggiunge il 51,4% che, come già visto all’inizio, ha optato esclusivamente per lo studio. A tre anni dal diploma lavora, senza contemporaneamente studiare, il 25,7% dei diplomati del 2016, il 20,3% studia e lavora; resta elevata, e pari al 46,5%, la quota di diplomati che risulta iscritto a un corso di laurea. L’indagine rileva un altro dato molto interessante per gli “Studenti 4.0”. A un anno dal titolo, tra i diplomati del 2018, il 18,9% di quanti hanno svolto l’alternanza scuola-lavoro (ora percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) è stato successivamente richiamato dall’azienda in cui ha svolto tale attività. Tra quanti hanno svolto attività di alternanza scuola-lavoro durante gli studi e risultano occupati a un anno dal diploma, il 32,5% dichiara di lavorare nell’azienda presso cui ha svolto tale esperienza. A un anno dal diploma è più diffuso il lavoro non standard (prevalentemente a tempo determinato), mentre a tre anni il contratto a tempo indeterminato. Il lavoro a tempo pieno coinvolge il 46,0% degli occupati a un anno e il 50,0% a tre anni dal diploma. I diplomati del 2018 che lavorano a tempo pieno (senza essere contemporaneamente impegnati nello studio universitario) guadagnano in media, a un anno dal diploma, 1.125 euro mensili netti. A tre anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta, dei diplomati del 2016, è pari in media a 1.262 euro.Le competenze apprese durante la scuola non sempre sono utilizzate al massimo nel lavoro. A un anno dal termine degli studi, il 20,7% degli occupati dichiara di utilizzare le competenze acquisite durante il percorso di studi in misura elevata, il 41,5% in misura ridotta e il 37,1% ritiene di non sfruttare per nulla le conoscenze apprese.

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