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Scompenso cardiaco, la disfunzione diastolica aiuta a predire il rischio di eventi avversi e morte

Posted by fidest press agency su domenica, 16 Maggio 2021

Bergamo. Lo studio è stato di recente pubblicato su International Journal of Cardiology, una rivista scientifica influente in campo cardiovascolare. I risultati dello studio suggeriscono di aggiornare le linee guida che i cardiologi di tutto il mondo seguono per predire i ricoveri per scompenso cardiaco o il rischio di decesso nei pazienti con scompenso cardiaco, la seconda causa di morte in Italia ogni anno. Nel corso della vita, una persona su cinque è a rischio di sviluppare questa condizione cardiovascolare, che consiste nell’incapacità del cuore di pompare quantità di sangue sufficienti nell’organismo. Oggi gli specialisti cardiologi riescono a classificare, per ciascun paziente, una stima approssimativa della prognosi negli anni a venire, grazie ad algoritmi predittivi che si basano su alcuni parametri, i cosiddetti ‘score di rischio’ prognostico. Secondo questo studio, gli algoritmi andrebbero ora aggiornati, comprendendo la disfunzione diastolica, un parametro che può essere sempre rilevato dagli esami ecocardiografici di controllo. “Con i colleghi ricercatori di Boston abbiamo valutato la probabilità di eventi avversi, tenendo in considerazione i fattori di rischio usati nella pratica clinica, di 1.155 pazienti affetti da scompenso cardiaco a ridotta frazione di eiezione – ha spiegato Mauro Gori della Cardiologia del Papa Giovanni e ‘principal investigator’ dello studio -. I nostri dati dimostrano come proprio la disfunzione diastolica rappresenti il primo fattore da usare per stratificare il rischio di questi pazienti, meglio di quanto si possa fare con parametri di uso comune, quali i peptidi natriuretici. In tutti i sottogruppi, la disfunzione diastolica si è rivelata un grande fattore prognostico indipendente di scompenso cardiaco o decesso in pazienti con frazione di eiezione ridotta. Questo apre a una considerazione utile per noi specialisti. Va tenuto in considerazione questo dato quando si valutano le condizioni di un paziente per stabilire il programma terapeutico più efficace”. Lo studio è nato dal vivace rapporto di collaborazione scientifica tra l’ospedale di Bergamo ed i ricercatori del Dipartimento Cardiovascolare del Brigham and Women’s Hospital (BWH) di Boston, tra cui il direttore della Cardiologia non invasiva Scott David Solomon, professore alla Harvard Medical School. “Il Papa Giovanni è centro di riferimento per lo scompenso cardiaco in fase avanzata o acuta e per pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico, sia a funzione sistolica ridotta che preservata. Trattiamo i pazienti con terapie multifarmacologiche individualizzate, sistemi di assistenza respiratoria e/o di circolo, tecniche di ultrafiltrazione o di dialisi, terapia elettrica, impianti di assistenza ventricolare – ha sottolineato Michele Senni, direttore della Cardiologia e direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. Studi come questo hanno una ricaduta clinica immediata. Inseriremo infatti fin da subito nei nostri protocolli la misurazione della disfunzione diastolica come elemento da considerare per la definizione della prognosi e delle terapie per i nostri pazienti”. “Tra il nostro ospedale e quello di Boston è in atto da tempo una relazione che si basa sulla ricerca clinica in campo cardiovascolare e su esperienze di fellowship negli Stati Uniti di nostri medici specialisti – ha commentato Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. E’ da collaborazioni come questa che scaturiscono risultati importanti per individuare le cure più efficaci per i nostri pazienti”. International Journal of Cardiology, “Combining diastolic dysfunction and natriuretic peptides to risk stratify patients with heart failure with reduced ejection fraction” Mauro Gori, Brian Claggett, Michele Senni, Dorit Knappe, Ann-Catherine Pouleur, Scott D. Solomon DOI: https://doi.org/10.1016/j.ijcard.2021.04.028

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Scompenso cardiaco, ecco i sintomi precoci da non perdere

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2020

Chi viene ricoverato in ospedale con una diagnosi di scompenso cardiaco (Sc) potrebbe aver manifestato in passato sintomi precoci dell’incombente evento acuto che non sono stati tempestivamente riconosciuti dai medici, almeno secondo quanto conclude uno studio che ha messo a confronto tre coorti, ciascuna di oltre 26.000 pazienti ricoverati in ospedale per Sc di nuova diagnosi o stabile oppure per broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco).«Il numero di visite ambulatoriali, di ricoveri per altri motivi o la frequenza di accessi al pronto soccorso ha iniziato a salire costantemente durante l’anno precedente, molto più tra le persone che hanno successivamente ricevuto una diagnosi di Sc o Bpco» esordisce Kim Anderson, dell’ospedale Regina Elisabetta II di Halifax, Nuova Scozia , Canada, coautrice dell’articolo appena pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure, precisando che l’incremento di prestazioni sanitarie è stato particolarmente marcato tra i pazienti con scompenso cardiaco rispetto a quelli con Bpco. «Molti soggetti che sviluppano gradualmente uno scompenso di cuore ricevono la diagnosi solo dopo un ricovero in ospedale e molteplici interazioni con il proprio sistema sanitario» scrivono gli autori, aggiungendo che un aumento della frequenza di contatti con i medici, dato un profilo di sintomi coerente, potrebbe essere considerato un vero e proprio avvertimento. «Gli attuali sistemi sanitari sono ben attrezzati per reagire in modo appropriato agli eventi acuti, ma sfortunatamente sono meno proattivi nell’identificare i sintomi che nel tempo possono portare a un ricovero in ospedale» riprende Anderson. E in un editoriale di commento Harlan Krumholz, della Yale School of Medicine, New Haven, Connecticut, commenta: «Questi risultati suggeriscono, specie ai medici di cure primarie e ai colleghi di pronto soccorso, che è necessario porre un sospetto di scompenso cardiaco ogni qual volta si presenta un paziente con sintomi come dispnea, affaticamento o con edemi agli atri inferiori». (fonte: Cardiologia33)

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Lo ‘scompenso cardiaco’ o ‘insufficienza cardiaca’ è uno dei big killer della cardiologia

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 ottobre 2020

In Italia si stimano più di 1 milione di pazienti, 5,7 milioni negli USA e 15 milioni in Europa. La prevalenza della malattia aumenta di circa il 2% per ogni decade di età sino a raggiungere almeno il 10% nei pazienti over 70. Lo scompenso cardiaco cronico è gravato da un elevato tasso di mortalità: oltre il 25% muore entro un anno dalla diagnosi e circa la metà entro 5 anni ed è stato stimato che ogni ricovero ospedaliero correlato allo scompenso triplichi il rischio di morte entro 12 mesi. Ne hanno parlato esperti e diretti interessati nel 6° INCONTRO NAZIONALE ANNUALE dal titolo “LA GESTIONE DELLO SCOMPENSO CARDIACO NELL’ERA POST COVID-19: PARLIAMONE CON I PAZIENTI” che si è svolto al Senato a Roma. Nel saluto introduttivo la Presidente dell’Associazione AISC, Porzia De Nuzzo ha rivolto un caloroso saluto ai pazienti presenti e a quelli collegati via streaming ricordando che la pandemia non ha fermato il lavoro dell’associazione che anzi è ancora più motivata a trovare vigore e stimoli per assolvere alla mission di essere vicina al paziente e rendere la sua vita il più possibile normale “Mi riferisco” ha dichiarato la Presidente “non solo ai soggetti con scompenso che rientrano tra i soggetti fragili ma a quelli cronici e affetti da malattie rare che oggi sono presenti con i loro rappresentanti a dimostrazione che il mondo del volontariato ha una risposta univoca alle necessità dei pazienti”.La pandemia di Covid-19 ha rappresentato una sfida impegnativa per la medicina territoriale ma ha avuto in qualche modo un aspetto positivo: il recupero dell’idea che la telemedicina e i teleconsulti potessero mantenere il prezioso filo delle comunicazione con pazienti cronici o a rischio senza metterli in pericolo nel recarsi in ospedale o dal proprio medico. Il sistema di telemonitoraggio domiciliare durato sei mesi ha preso in carico 780 pazienti tra cui sono stati selezionati 325 soggetti positivi al Covid-19 con comorbidità quali diabete ed obesità. Di questi solo 24 hanno avuto bisogno di cure urgenti che sono state erogate tempestivamente e hanno permesso di evitare il ricovero in Terapia Intensiva. “E’ ormai chiaro che un intervento tempestivo nei soggetti covid 19 si traduce in un outcome migliore” sottolinea il Professor Di Somma.A conclusione dell’evento, Maria Rosaria Di Somma, Consigliere Delegato AISC, ha posto l’accento sulla necessità che il sistema sanitario adotti un nuovo modello di cura, basato sulla presa in carico e l’assistenza continuativa. “Un modello di HOME CARE che non deve essere pensato solo per le fasi emergenziali ma inserito in un processo di gestione integrata e interdisciplinare (che comprenda medici di medicina generale, specialisti, infermieri, farmacisti e non ultimo il mondo delle associazioni.) Il mosaico è pronto per essere composto grazie a modelli scientifici e linee guida nazionali. Siamo pronti ad aprire un tavolo di confronto con gli organi decisori che tenga conto della voce del paziente e lo metta al centro del Sistema Sanitario per utilizzare al meglio le risorse derivanti dal recovery Fund e ottenere contestualmente un risparmio di risorse pubbliche.“ By Dr.ssa Johann Rossi Mason

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Nasce primo Centro Scompenso Cardiaco affidato ad AISC

Posted by fidest press agency su martedì, 10 aprile 2018

Roma La presa in cura del paziente affetto da scompenso cardiaco segna oggi un importante passo in avanti. Grazie alle convenzioni siglate oggi da AISC – Associazione Italiana Scompensati Cardiaci con l’Ospedale Vannini e con l’IRCCS San Raffaele Pisana prende il via un nuovo modello di gestione del paziente che permetterà una reale presa in carico di quanti sono affetti da una patologia che è ancor oggi poco considerata, pur rappresentando la seconda causa di morte in Italia. Nel 2015, sono stati oltre 17.000 i pazienti che nel Lazio sono dovuti ricorrere ad un ricovero ospedaliero a causa dello scompenso cardiaco, con una degenza media vicina ai 10 giorni (9,4). Nel corso della vita una persona su cinque è a rischio di sviluppare scompenso cardiaco ed è più frequente che questa patologia si presenti in età avanzata, con un’incidenza progressivamente maggiore in relazione all’invecchiamento.Con l’apertura di una struttura dedicata presso il Poliambulatorio di Via Arce – afferente all’Ospedale Vannini – e la firma della convenzione con una realtà di eccellenza per la riabilitazione come il San Raffaele, sarà possibile assicurare ai pazienti affetti da scompenso cardiaco la miglior soluzione in ogni fase della loro patologia, migliorando l’aderenza alle terapie e garantendo una gestione coordinata dei diversi specialisti. Per i pazienti AISC è inoltre previsto uno specifico protocollo diagnostico. Presso il Centro di Scompenso Cardiaco – affidato per la prima volta all’Associazione Pazienti – saranno assicurate anche attività di informazione, ricerca e formazione e presto la collaborazione con l’Ospedale permetterà anche l’istituzione di un master di primo livello per la formazione di personale infermieristico dedicato alla gestione del paziente scompensato.
A rendere ancora più significativa la giornata è la Tavola Rotonda “Un nuovo modello per la gestione ottimale dello scompenso cardiaco in Italia: tra esigenze del paziente, realtà assistenziali e Istituzioni” a cui partecipa anche la Regione Lazio con cui AISC ha da tempo avviato un rapporto di proficua collaborazione per la messa a punto dei Percorsi Diagnostico Terapeutico Assistenziali (PDTA) dedicati ai pazienti scompensati che troppo spesso sottovalutano sintomi ed il progredire della loro malattia privandosi così delle cure necessarie. Centri dedicati come quello nato oggi, renderanno più facile riconoscere per tempo la patologia e soprattutto prevenirla, in particolar modo ora che le nuove soluzioni terapeutiche oggi disponibili permettono una significativa riduzione della mortalità.
Il Prof. Salvatore Di Somma, Direttore Scientifico dell’AISC ha concluso – “Nonostante la varietà dei quadri sintomatologici diversi che il paziente può avvertire, tutte le forme di scompenso cardiaco acuto dovrebbero essere gestite in modo uniforme con l’intento di consentire un inquadramento completo delle condizioni cliniche del paziente e soprattutto per prevenire la morte o la reospedalizzazione a breve termine. Purtroppo, ancora molti sono i casi di riammissione/anno in ospedale per riacutizzazioni cliniche da scompenso cardiaco; da qui nasce l’esigenza di creare un percorso unico per i sempre più numerosi pazienti affetti da questa patologia che inizi dal medico di Pronto Soccorso fino al medico di Famiglia passando attraverso le fasi di ricovero in ospedale e quindi in riabilitazione in strutture idonee. Sono quindi molto contento che si intraprenda oggi questa fase di organizzazione innovativa presso centri selezionati per i pazienti AISC ove potersi avvalere del supporto di percorsi assistenziali condivisi con il nostro comitato scientifico e appositamente studiati per le esigenze complesse dei pazienti con scompenso cardiaco”.

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Scompenso cardiaco prima causa di ricovero per gli over 65: dal 2 al 10 maggio campagna in 24 città italiane

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2015

cuoreItalia in prima linea nelle Giornate europee dello scompenso cardiaco, promosse dalla Società Europea di Cardiologia (European Society of Cardiology – ESC) e dalla Heart Failure Association (HFA) of the ESC: attività e incontri in 24 città con il patrocinio del Ministero della Salute per migliorare prevenzione e diagnosi di questa patologia che in Italia colpisce 600.000 persone ed è la prima causa di ospedalizzazione per gli over 65. Affanno, difficoltà di respiro, senso di stanchezza sono i sintomi più frequenti dello scompenso cardiaco, la cui incidenza è in aumento a causa degli stili di vita, dell’aumentata sopravvivenza dopo un infarto e dell’invecchiamento della popolazione. Il 30% dei pazienti muore a un anno dalla diagnosi, il 50% a 5 anni.
Oltre 600.000 persone colpite, 500 ricoveri ogni giorno per un totale di 165.000 all’anno, una durata media di degenza che supera i 10 giorni con un totale di 1.650.000 giornate di ricovero all’anno. I numeri dello scompenso cardiaco sono quelli di una vera e propria emergenza sanitaria e sociale. Contro questa patologia si mobilita anche l’Italia: dal 2 al 10 maggio si svolgeranno, con il supporto di Novartis, le Giornate europee dello scompenso cardiaco, declinazione italiana dell’European Heart Failure Awareness Day, campagna europea di sensibilizzazione e informazione promossa dal 2010 dalla Società Europea di Cardiologia (European Society of Cardiology – ESC) e dalla Heart Failure Association (HFA) of the ESC. Grazie al coinvolgimento di Centri di riferimento cardiologici in 24 città di dieci Regioni, da Nord a Sud, cardiologi e personale sanitario, pazienti e familiari, volontari e istituzioni parteciperanno a open day negli ambulatori, incontri educazionali, attività di sensibilizzazione nelle piazze. Capofila della campagna a livello nazionale, la AUSL di Piacenza, la prima istituzione ad aver promosso lo scorso anno questa iniziativa in Italia, con una serie di attività che per la loro efficacia si sono guadagnate il riconoscimento di campagna di maggiore successo a livello europeo.
«Le Giornate europee dello scompenso cardiaco sono una campagna paneuropea che ha l’obiettivo di aumentare la conoscenza di questa patologia, principale causa di ricovero dopo il parto e prima patologia per giornate di ricovero – afferma Massimo Piepoli, membro del Board di HFA e Responsabile Ambulatorio Scompenso e Cardiomiopatie, Ospedale di Piacenza – Siamo lieti che la campagna abbia avuto in Italia il patrocinio del Ministero della Salute, perché lo scompenso ha pesanti ripercussioni in termini di qualità di vita, costi sociali e costi sanitari. La diagnosi tempestiva insieme al controllo dei fattori di rischio permettono di rallentare il decorso della patologia. I progressi compiuti negli ultimi anni ci permettono di intervenire con efficacia, migliorando la sopravvivenza. E per il prossimo anno aspettiamo l’arrivo di nuove terapie farmacologiche che ci auguriamo possano migliorare la prognosi del paziente».

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Scompenso: italiano il calcolatore online dell’indice prognostico

Posted by fidest press agency su martedì, 12 febbraio 2013

Un ampio studio multicentrico coordinato dalla Fondazione Monzino di Milano ha permesso – attraverso la combinazione di test da sforzo cardiopolmonari con dati clinici, laboratoristici ed ecocardiografici routinari – di ottenere un punteggio prognostico molto affidabile di rischio di morte cardiovascolare o di urgente trapianto cardiaco entro 2 anni: il Mecki (Metabolic exercise cardiac kidney index) score. L’algoritmo di calcolo è stato inoltre trasformato in un applicativo on line utilizzabile in forma anonima sia dai curanti – cardiologi o medici di famiglia – sia dai pazienti per ottenere in tempo rea le il risultato (in quest’ultimo caso si raccomanda il supporto del medico per il corretto inserimento dei parametri e l’interpretazione dei risultati, ma anche per la gestione di eventuali reazioni d’allarme nell’assistito o nei parenti). Una volta collegati alla pagina web, non occorre fare altro che riempire i campi obbligatori, corrispondenti a 6 parametri, indicati sul sito mediante sigle internazionali – peak Vo2, Ve/Vco2 slope, Hemoglobin, Na+, Lvef, Mdrd – corrispondenti nell’ordine a picco di consumo d’ossigeno (% rispetto all’atteso), efficienza ventilatoria, emoglobinemia, sodiemia, frazione d’eiezione ventricolare sinistra (valutata ecocardiograficamente) e stima della funzione renale (secondo l’equazione dello studio Modification of diet in renal disease). Sono proprio questi 6 parametri su cui si basa il Mecki score, apparsi correlati in modo indipendente allo scompenso cardiaco in base ai risultati della ricerca coordinata da Piergiuseppe Agostoni del Centro cardiologico Monzino, che ha coinvolto 2.716 pazienti scompensati, seguiti in 13 centri italiani per un follow-up medio di 1.041 giorni, considerando un endpoint combinato di morte cardiovascolare e trapianto cardiaco urgente, al termine di un’analisi di regressione di Cox per i rischi proporzionali con selezione graduale delle variabili e procedura di validazione incrociata.(fonte cardiologia33)

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Scompenso cardiaco acuto: endpoint raggiunti con serelaxina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 novembre 2012

La terapia dello scompenso cardiaco acuto con serelaxina, ossia relaxina-2 ricombinante umana (un ormone peptidico vasoattivo), determina sollievo dalla dispnea e provoca altri miglioramenti clinici, ma non riduce i tassi di riammissione ospedaliera. Il trattamento comunque è sicuro, e si è dimostrato capace di ridurre la mortalità a 180 giorni. Lo dimostrano i dati del Relax-Ahf, un trial internazionale, controllato in doppio cieco con placebo, che ha coinvolto 1.161 soggetti ricoverati per insufficienza cardiaca acuta, randomizzati al trattamento, in aggiunta alla cura standard, con infusioni en dovenose di serelaxina (30 ug/kg/die; n=581) o placebo (n=580) per 48 ore, entro 16 ore dalla presentazione. Gli endpoint primari di valutazione del miglioramento della dispnea erano le modificazioni rispetto al basale della area sotto la curva della visual analogue scale (Vas Auc) al 5° giorno e la quota di pazienti con miglioramento della dispnea moderata o marcata misurata con la scala Likert entro le prime 24 ore. La serelaxina ha migliorato l’endpoint primario della dispnea valutata con Vas Auc rispetto al placebo, ma non ha mostrato effetti significativi sugli altri endpoint primari, come la Likert Scale. Una stuazione analoga a quest’ultima si è verificata per gli endpoint secondari di morte cardiovascolare o riammissione ospedaliera per scompenso cardiaco o insufficienza renale o riguardo ai giorni vissuti fuori dell’ospedale fino al 60° giorno. Il trattamento con serelaxina si è però associato a una riduzione significativa di altri endoint prespe cificati aggiuntivi, tra cui il minore numero di decessi al 180° giorno. Lancet, 2012 Nov 7. [Epub ahead of print]

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Scompenso cardiaco e insufficienza mitrale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 novembre 2010

L’insufficienza mitralica – condizione in cui la valvola mitralica diventa incontinente e determina un rigurgito di sangue dal ventricolo sinistro all’atrio sinistro – è presente nel 90% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco e nelle forme di grado moderato o severo colpisce il 10% della popolazione con più di 70 anni. Per ridurre la probabilità di sviluppare scompenso cardiaco e migliorare la sopravvivenza del paziente, l’opzione chirurgica risulta essere la più efficace. Recentemente, grazie all’introduzione di tecniche innovative, alla chirurgia valvolare protesica, si è affiancata la chirurgia riparativa mininvasiva, più accettata dai pazienti giovani e in grado di ridurre i rischi operatori per quelli anziani affetti da patologie concomitanti.
“La terapia più recente per la riparazione della valvola mitralica prevede l’utilizzo di una clip – afferma Francesco Maisano, Responsabile dell’Unità Funzionale Trattamento Transcatetere delle Valvulopatie dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano – Si tratta di una metodica che riproduce una tecnica chirurgica introdotta dal Professor Alfieri nel 1991 (edge to edge), attraverso un approccio percutaneo, mininvasivo, che non necessita di circolazione extracorporea e di apertura delle camere cardiache e che comporta l’inserimento di una clip mitrale che permette alla valvola di chiudersi in maniera corretta”. “Attraverso un accesso dalla vena femorale – continua Maisano – viene inserito il sistema di rilascio e controllo del dispositivo nell’atrio sinistro. Sotto guida ecografica, in corrispondenza del segmento responsabile dell’insufficienza mitralica, viene posizionata la clip che, riproducendo il gesto chirurgico della sutura, cattura i lembi danneggiati e li stabilizza. Se necessario, la clip può essere riaperta e riposizionata. Essendo poco invasivo, questo intervento può essere utile soprattutto per quei pazienti che non potrebbero superare un intervento chirurgico tradizionale”.
Ad oggi, nel mondo, più di 2.200 pazienti sono stati trattati con questa procedura, di cui 1.260 in Europa e 154 in Italia (48 presso il San Raffaele). I primi interventi sono stati realizzati negli USA nel 2003 e in Europa nel 2008, in seguito all’assegnazione del marchio CE, con risultati incoraggianti.
La chirurgia percutanea per la riparazione valvolare giocherà nei prossimi anni un ruolo determinante nel trattamento dello scompenso cardiaco, pertanto, la diffusione responsabile di questa tecnologia renderà sempre più cruciale l’identificazione dei pazienti, in cui potrà esprimere al meglio le proprie potenzialità per evitare dispersione di risorse e insuccessi clinici.

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Scompenso cardiaco

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 novembre 2010

Milano 22 novembre 2010 alle ore 10,30 presso il Centro Congressi San Raffaele Aula Caravella S. Maria Via Olgettina, 58.   Lo scompenso cardiaco colpisce in Italia circa 1 milione di persone (300 mila delle quali di età inferiore ai 60 anni), ed è diventata negli ultimi anni la prima causa di ricovero ospedaliero (200.000 ricoveri l’anno) dopo il parto naturale. Lo sviluppo di tecnologie innovative per il trattamento di patologie invalidanti come lo scompenso cardiaco offre nuove opportunità di cura ma anche importanti sfide soprattutto riguardo l’appropriatezza e la sostenibilità dell’innovazione stessa. Innovazione che si esprime con l’applicazione di nuovi approcci terapeutici che hanno valore solo se eseguiti nel rispetto delle indicazioni, da operatori esperti nell’ambito di un percorso di cura che ponga il “paziente al centro”. Da qui l’esigenza di un nuovo metodo multidisciplinare che richiede, oltre a nuove soluzioni terapeutiche, l’integrazione di diverse competenze specialistiche che permettano di trovare la soluzione migliore per ciascun paziente. In questo contesto si inserisce una nuova tecnica operatoria, nata da un’idea sviluppata dall’equipe del professor Ottavio Alfieri, Direttore del Dipartimento Cardio-Toraco-Vascolare dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano per il trattamento dell’insufficienza mitralica con rischi notevolmente inferiori rispetto alla chirurgia tradizionale, per la quale si può presentare un sostanzioso bilancio. L’incontro sarà anche l’occasione per prendere in esame gli aspetti economici delle terapie e dei trattamenti rivolti ai pazienti affetti da scompenso cardiaco, una delle patologie croniche a più alto impatto sulla sopravvivenza, sulla qualità di vita dei pazienti e sull’assorbimento di risorse.

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Battito del cuore e scompenso

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2010

Stoccolma. La lotta allo scompenso cardiaco acquista oggi una nuova, potentissima, arma. È l’ivabradina, una molecola innovativa, frutto della ricerca italiana, che agisce in maniera specifica per ridurre i battiti del cuore e cambierà radicalmente la storia di questa malattia. I risultati dello studio SHIFT, sono stati presentati al Congresso Europeo di Cardiologia (ESC) di Stoccolma, suscitando lo straordinario interesse dei circa 30.000 esperti presenti. “Dopo 20 anni dall’avvento degli ACE-inibitori e 10 dai beta-bloccanti, abbiamo oggi un nuovo farmaco salvavita – conferma il prof. Michel Komajda, coordinatore dello SHIFT. Questa patologia è estremamente diffusa, impedisce al muscolo cardiaco di lavorare correttamente e quindi la circolazione del sangue è insufficiente. Fra le principali cause, l’infarto, ma anche un’ipertensione trascurata. Sempre più frequenti i malati in età lavorativa, nel 30% dei casi colpisce ultra 65enni. In Italia la spesa totale per lo scompenso assorbe l’1,4% della spesa sanitaria nazionale. Dal 2003 rappresenta la prima causa di ospedalizzazione nel nostro Paese (dopo il parto naturale), con 200.000 ricoveri all’anno, in costante aumento (per il 2010 ne sono stimati oltre 230.000). “Ma purtroppo l’8% muore durante la prima degenza, il 15% a un semestre dalla dimissione e il 16% dopo 12 mesi – spiega Ferrari –, con ivabradina possiamo invece salvare centinaia di migliaia di pazienti, farli vivere meglio e ottenere un significativo risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale. Ecco perché questa ricerca ha un’importanza determinante, riconosciuta dall’intera comunità scientifica”. Lo SHIFT (Systolic Heart Failure Treatment with If inhibitor Ivabradine Trial), pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista Lancet, è il più ampio studio al mondo mai condotto sullo scompenso, ha coinvolto 6.500 persone in 37 paesi, Italia compresa. Tutte soffrivano di questa patologia in grado moderato o severo e presentavano una frequenza cardiaca superiore a 70 battiti al minuto, considerata il valore soglia.
L’ESC, per la prima volta presieduta da un italiano è la più grande società scientifica al mondo, rappresenta 56 nazioni e collabora direttamente con le Istituzioni europee per diminuire l’incidenza e il prezzo delle malattie cardiovascolari nel continente. Le cifre sono impressionanti: nel 2006 circa 192 miliardi di euro, dovuti per il 57% (circa 110) ai costi sanitari, per il 21% alla produttività persa e per il 22% all’assistenza (82 miliardi). Le spese dirette ammontano a circa 223 euro all’anno pro capite: sono le patologie che hanno oneri economici, oltre che umani, più elevati d’Europa. Anche il nostro Paese non fa eccezione: per il solo scompenso, il costo di ricovero medio è di 3.236 €, e un paziente può richiedere fino a 3 ospedalizzazioni l’anno, per una media di 9 giorni per volta. Altra malattia estremamente dispendiosa è l’ictus, terza causa di morte nel nostro Paese, responsabile del 10%-12% del totale dei decessi e principale motivo d’invalidità. Qui lo sforzo dei cardiologi è concentrato sulla lotta alla fibrillazione atriale, che porta allo stroke in gran parte dei casi. Vanno scelti con cura gli ingredienti (olio d’oliva, cereali, pesce azzurro, frutta e verdura, ecc.) ma vanno controllate attentamente anche le quantità e le modalità di cottura, limitando al massimo ad esempio i fritti. Per evitare il paradosso tutto italiano per cui sono proprio le regioni bagnate dal “mare nostrum” a mostrare i più alti tassi di obesità infantile: il record va alla Campania con un tasso pari al 21%, seguono Sicilia e Calabria, con una media del 12%. Per fornire un aiuto concreto l’ESC presenta a Stoccolma il primo libro di cucina realizzato dalla società scientifica”.

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Prognosi: scompenso e diabete

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 luglio 2010

Nei pazienti di età pari o superiore a 70 anni con scompenso cardiaco, la presenza di diabete mellito si associa a una prognosi peggiore. Inoltre l’efficacia di un betabloccante vasodilatatore come nebivololo risulta inferiore nei soggetti con diabete e insufficienza cardiaca rispetto a pazienti con scompenso cardiaco ma senza diabete e di età pari o superiore a 70 anni. È uno dei risultati di Seniors (Study of effects of nebivolol intervention on outcomes and rehospitalization in seniors with heart failure), trial condotto in vari centri europei, tra i quali quello per la Ricerca clinica e di base dell’ospedale San Raffaele di Roma, con lo scopo di verificare se i ben noti benefici effetti dei betabloccanti nei pazienti giovani con scompenso, si mantengano in età senile. Sono stati analizzati 2.128 pazienti, 555 dei quali (26%) avevano diabete mellito. Di questi ultimi, 223 (40,2%) sono andati incontro a morte per tutte le cause o a ospedalizzazione cardiovascolare (outcome primario) contro 484 (30,8%) dei 1.573 non diabetici. Tra i pazienti senza diabete, il tasso di raggiungimento dell’outcome primario con placebo rispetto a nebivololo è stato di 33,7% e 27,8%, rispettivamente (hazard ratio: 0,78). Nella sottopopolazione con diabete, lo stesso tasso si è attestato sul 40,3% nel gruppo placebo e sul 40,1% in quello nebivololo (Hr: 1,04). I livelli basali di glucosio nei soggetti non diabetici non ha influito significativamente sugli esiti. L’effetto del diabete mellito sull’outcome è risultato indipendente dalla frazione d’eiezione ventricolare sinistra ed è apparso più pronunciato nei soggetti con scompenso cardiaco a eziologia non ischemica. (fonte doctor news)

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Scompenso cardiaco e degenze brevi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2010

I ricoveri per scompenso cardiaco (Hf) avvenuti in Spagna negli ultimi 14 anni hanno fatto registrare una riduzione della durata delle degenze e della mortalità intraospedaliera, una meno marcata diminuzione della mortalità a 30 giorni e modifiche nelle disposizioni alle dimissioni accompagnate da un aumento delle riammissioni entro 30 giorni. È quanto riportano Héctor Bueno e collaboratori dell’Ospedale generale universitario Gregorio Marañon di Madrid in uno studio osservazionale condotto su quasi 7 milioni di pazienti ospedalizzati per Hf dal 1993 al 2006 nell’ambito di un servizio di assistenza privata a pagamento per servizio (fee-for-service). Obiettivo della ricerca: verificare se il calo dei tempi di degenza dei soggetti con Hf fosse associato a modificazioni degli outcome a breve termine. Lungo l’intero periodo analizzato, la durata media dei ricoveri è diminuita da 8,81 a 6,33 giorni. La mortalità intraospedaliera è scesa dall’8,5% del 1993 al 4,3% del 2006, quella a 30 giorni da 12,8% a 10,7%. Le dimissioni all’abitazione del paziente o con assistenza domiciliare integrata sono calate da 74,0% a 66,9%, mentre l’affidamento a strutture infermieristiche professionali è aumentato da 13,0% a 19,9%. Sono cresciute anche le frequenze di riammissione a 30 giorni: da 17,2% a 20,1%. Infine, il rapporto tra rischio di mortalità a 30 giorni nel 2005-2006 rispetto al 1993-1994 è risultato di 0,92, quello di riammissione a 30 giorni di 1,11. (fonte doctor news)

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Scompenso, utili visite precoci post dimissione

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 Maggio 2010

I pazienti con scompenso cardiaco che vengono visitati da un medico entro una settimana dalla dimissione ospedaliera hanno una minore probabilità di essere nuovamente ricoverati entro trenta giorni. Lo rivela uno studio svolto da Adrian F. Hernandez, della Duke university school of medicine di Durham, North Carolina, e collaboratori. Un dato che va nella direzione della tesi, già avanzata da vari clinici, che un follow-up precoce dopo la dimissione permette di diminuire la frequenza dei nuovi ricoveri. Sono stati analizzati i dati relativi a 30.136 pazienti (età>/=65anni), ricoverati per insufficienza cardiaca tra il 2003 e il 2006 e inviati al domicilio dopo un periodo mediano di 4 giorni. 6.483 soggetti (21,3%) sono stati riammessi in ospedale entro i primi 30 giorni dall’uscita dal reparto. Si è così verificato che il follow-up precoce (entro una settimana) non rappresentava la norma: a livello ospedaliero, soltanto il 38,3% dei pazienti aveva incontrato un medico per la valutazione post-ricovero. Gli ospedali che ricorrevano in modo più rilevante al follow-up precoce, però, presentavano tassi inferiori di nuovi ricoveri; in particolare, il tasso di riammissione entro 30 giorni è risultato più alto (23,3%) tra i pazienti ricoverati in ospedali compresi nel quartile inferiore di ricorso al follow-up precoce, contro il 20-21% di quelli nel quartile superiore. Infine, rispetto ai tassi rilevati nel quartile inferiore degli ospedali con follow-up precoci, le hazard ratio aggiustate per nuovo ricovero entro 30 giorni o per mortalità sono state, nei pazienti dimessi da ospedali nel secondo, terzo e quarto quartile, rispettivamente 0,85, 0,87 e 0,91.

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