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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘scuola’

Scuola: Concorsi inutili

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 luglio 2019

A poco serviranno le proroghe per non far decadere le graduatorie triennali: per colpa di regole sbagliate sul reclutamento, si procede, infatti, all’immissione in ruolo di poche centinaia di docenti l’anno, pur in presenza di diverse migliaia di posti vacanti e disponibili. Nel territorio campano, le procedure concorsuali per complessivi 17.299 posti nella scuola primaria, indicate nel decreto Miur del 23 febbraio 2016, procedono con una lentezza disarmante: dei 1.604 candidati vincitori più il 10% previsto, quindi dei 1.765 canditati collocati nella graduatoria di merito del 16 giugno 2017, a tutt’oggi ne risultano immessi in ruolo solo 413. Marcello Pacifico, presidente Anief: “Di questo passo, non si completeranno di certo le assunzioni di tutti coloro che dopo avere investito nel concorso, vincendolo, si ritrovano oggi ancora incredibilmente fuori dai giochi, pur in presenza di tante cattedre senza titolare. Nemmeno le proroghe, introdotte dal Governo per ‘calmare gli animi’, non serviranno per assicurare il ruolo a tutti. È una situazione incresciosa che si registra in Campania, in Sicilia e in diverse altre regioni e province italiane. Ecco perché secondo Anief bisogna immediatamente ricorrere al giudice del lavoro, in modo da ottenere l’assunzione a tempo indeterminato”. Più si scava e più scoprono le nefandezze della macchina di reclutamento del Miur: con 150 mila posti vacanti, due cattedre su tre destinate alle immissioni in ruolo che anche quest’anno andranno deserte e le regioni già in allarme perché decine di migliaia di posti andranno a precari senza esperienza, dal Miur ci si permette il lusso di non assumere nemmeno i vincitori ed idonei de concorsi pubblici. Anief lo aveva denunciato qualche mese fa, rendendo pubblici i numeri della Sicilia, dove oltre 500 docenti vincitori del concorso a cattedra, dopo essersi abilitati all’insegnamento e aver superato più prove concorsuali, non sono mai stati immessi in ruolo. Ed ora rischiano di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, a seguito del decadimento della graduatoria di merito. La stessa disavventura kafkiana si sta verificando in Campania, dove, sempre a seguito delle procedure concorsuali per complessivi 17.299 posti nella scuola primaria, indicate nel decreto Miur del 23 febbraio 2016, dei 1.604 candidati vincitori più il 10% previsto, quindi dei 1.765 canditati collocati nella graduatoria di merito del 16 giugno 2017, a tutt’oggi ne risultano immessi in ruolo appena 413. E siccome dalle stime dei sindacati locali sembrerebbe che anche le prossime assunzioni a tempo indeterminato non portino più di 200 immissioni in ruolo – anche per via del decreto legislativo 59/2017, conseguente alla Legge 107/2015, che, nel regolare le immissioni in ruolo dei vincitori del nuovo concorso a cattedra e ai precari attualmente non abilitati ha introdotto delle percentuali decrescenti di assegnazione dei posti vacanti, fino ad appena il 20% – ne consegue che dal prossimo mese di settembre rimarranno nelle graduatorie di merito campane ancora 1.100 vincitori di concorso.

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Scuola: Precariato, sarà un’estate da incubo

Posted by fidest press agency su martedì, 16 luglio 2019

Sul reclutamento l’amministrazione scolastica ha sbagliato tutto. Ed ora paga il conto. Perché invece di assorbire tutto il precariato storico e coprire gli oltre 150 mila posti vacanti e disponibili, ha prima puntato sui concorsi ordinari, poi si è rinsavita aprendo alle procedure riservate e a nuovi Pas, ma nel frattempo la situazione delle cattedre libere è sfuggita di mano. E a poco serve avere chiesto al Mef di assumere 58 mila nuovi docenti: perché l’anno scorso, con maggiori candidati precari, su 57 mila cattedre autorizzate per, solo il 40% venne assegnata ed appena il 12% sul sostegno, con le carenze più alte ravvisate al Nord, dove moltissime GaE sono da tempo esaurite e però si concentrano due posti disponibili su tre.Quest’anno la storia si ripete. In alcune regioni con numeri che parlano da soli. I posti in tutti i gradi scolastici senza titolare, dal 1° settembre, quest’anno in Veneto saranno 9.421, compresi quelli liberati da chi ha aderito a Quota 100. Solo che “a causa delle graduatorie vuote, molti di questi posti andranno coperti dai 7.821 docenti ancora precari”, fa notare la rivista Orizzonte Scuola. L’unica buona notizia è che si stanno per completare le graduatorie del concorso straordinario infanzia e primaria e quindi nel primo ciclo si potrà tamponare leggermente la situazione. Resta il fatto, spiega la dirigente dell’Usr Veneto, che “la scopertura è nell’ordine piuttosto grande. In Veneto sono sempre stati tanti i precari perché i posti sono tanti. La legge sulla Buona Scuola aveva messo in ruolo i precari. Poi questi in buona parte, quelli che avevano delle tutele di legge, se ne sono tornati a casa loro. E quindi siamo tornati alla situazione di precariato, è sempre stato così”.

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Scuola: gli alunni vanno male per colpa della didattica sbagliata e non dei territori sfavorevoli

Posted by fidest press agency su martedì, 16 luglio 2019

Pur di fare la volata allo scellerato disegno di legge sull’autonomia differenziata, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti è disposto a dimostrare l’impossibile: è arrivato a dire che “gli esiti negativi dell’Invalsi non dipendono da differenze territoriali ma dalla didattica”. Secondo Bussetti, i numeri preoccupanti delle prove Invalsi, secondo i quali in regioni come Campania, Calabria e Sicilia oltre la metà degli studenti arriva alla maturità con l’insufficienza sia in italiano che in matematica, “confermano che il vero gap si origina già dalla scuola primaria e in alcuni casi si amplifica: non è una questione Nord-Sud ma di didattica”. Replica Marcello Pacifico (Anief): “Non si possono travisare le cose in questo modo, perché oggi un bambino che nasce nell’entroterra di una provincia minore del Sud ha molte meno possibilità di diventare un alunno brillante rispetto a un coetaneo che nasce a Trento, in Val d’Aosta o a Cuneo. Pensare che sia solo un problema di didattica, significa non volere ammettere la realtà. Ovvero che la povertà territoriale incide in modo sensibile sulla formazione delle nuove generazioni”.
Pur di non ammettere la realtà, ovvero che nelle aree del Paese più disagiate e con pochi servizi a disposizione del territorio, gli alunni raggiungono in media risultati scolastici meno soddisfacenti, sono più inclini a lasciare gli studi prima del tempo e hanno anche alte possibilità di diventare Neet, Bussetti arriva a mettere in dubbio le capacità d’insegnamento dei docenti. E tiene a far sapere all’opinione pubblica che l’amministrazione centrale sta lavorando in questa direzione.Il ministro prosegue poi affermando che si sta lavorando per migliorare le competenze didattiche dei docenti e che i risultati si vedranno con il tempo: “Abbiamo impostato un lavoro per migliorare la didattica dei nostri docenti – ha aggiunto – i risultati si vedranno col tempo. Gli insegnanti, oggi, sono chiamati a lavorare in campi diversi da quello alunno-docente, gli insegnanti sono impegnati sotto tanti profili; ci sono tante agenzie educative intorno ai nostri ragazzi”. “Nelle parole del ministro dell’Istruzione – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – si coglie anche la volontà di andare a trovare nei docenti la causa del mancato raggiungimento degli obiettivi minimi da parte di tanti alunni. Vorremmo ricordare a Bussetti che anche nel Nord-Ovest dell’Italia, dove le prove Invalsi ci dicono che gli alunni raggiungono competenze su livelli allineati con gli altri Paesi avanzati, insegnano docenti del Sud, come nel Meridione”.“Nella scuola pubblica italiana – continua il sindacalista autonomo – la percentuale di insegnanti delle regioni del Sud è particolarmente elevata. In tutto il territorio nazionale, tanto è vero che la Lega tenta da anni di istituire i concorsi su base regionale e ora sta facendo di tutto per fare approvare il domicilio professionale come elemento imprescindibile per partecipare al nuovo reclutamento. Quindi, considerando che i docenti hanno la medesima estrazione culturale e metodologica, poiché gli artefici della didattica solo proprio gli insegnanti, come si fa a sostenere che il territorio non incide sui livelli di formazione acquisita?”.“Noi, come Anief, continuiamo a pensare che il contesto, il territorio, la situazione socio-economica locale e familiare, siano alla base del successo formativo della stragrande maggioranza degli studenti”.

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Scuola: Regionalizzazione e la Costituzione

Posted by fidest press agency su martedì, 16 luglio 2019

Secondo il leader del giovane sindacato scolastico, l’intenzione del presidente della Regione Lombardia è chiaramente quella di assumere più personale o pagarlo di più con i soldi della Regione Lombardia. Bene, lo faccia allora; noi siamo pronti a sostenerlo, sempre che i docenti non diventino impiegati regionali, peraltro assunti con concorsi regionali e obbligati a svolgere un nuovo orario di lavoro maggiorato. Nel frattempo, però, gli suggerisco di studiare tutte le sentenze della Corte Costituzionale e non sono i periodi a lui più congeniali.Sull’autonomia differenziata la Lega ha scommesso tantissimo. Trascurando anche il fatto che i suoi ministri, per rispettare il ruolo che ricoprono e il giuramento fatto davanti al Capo dello Stato, a difesa di tutti gli italiani, non possono uscire più di tanto allo scoperto.
Le affermazioni di circostanza di Marco Bussetti hanno però lasciato scontento il governatore della Lombardia: intervenuto subito dopo il ministro, ha scritto Orizzonte Scuola, secondo il presidente della regione Bussetti si è dimostrato “ancora meno realista del re”, ha detto il governatore, citando una sentenza della Corte Costituzionale, la 13 del 2004, la quale afferma che “il compito di organizzare la scuola può essere demandato alle Regioni, così come succede per la sanità”. Quindi, “le graduatorie regionali le facciamo lo stesso” ha detto ancora Fontana. “È un falso problema, in consiglio regionale sia il PD che i 5 Stelle hanno votato per l’autonomia, mi sembrano tutti un po’ confusi”. Poi ha concluso “è come per la sanità, spero lo capiscano o invocherò la sentenza, che vale per tutte le Regioni”.
Secondo Anief in confusione è invece chi ha chiesto di trasformare la scuola pubblica italiana in un servizio da gestire a livello locale. E se i Comuni riescono a farlo ben venga. In caso contrario, certe regioni si arrangino pure. Perché nelle intenzioni di Lombardia e Veneto, spetta alle regioni prendere una serie di decisioni, accollandosi anche gli oneri finanziari e organizzativi: bandire concorsi e trasformare i docenti in impiegati regionali; aumentare i fondi per le scuole con risorse regionali; diminuire il numero di alunni per classe; regionalizzare gli USR; integrare gli stipendi dei docenti regionali con fondi della Regione, gestire anche la mobilità dei docenti, con la possibilità di aumentare gli anni di permanenza a più di 5 dopo l’assunzione in Regione.
Proposta di legge che, secondo alcune indiscrezioni, oltre a destare molte perplessità in diversi parlamentari, ha visto in questi giorni non a caso una diminuzione da 16 a 4 punti di gestione dell’autonomia scolastica. E chi lo ha fatto, a differenza del governatore della Lombardia, ha avuto i suoi motivi. Probabilmente, a differenza del governatore Fontana, ha letto a fondo i tentativi passati andati tutti sistematicamente a vuoto sulle proposte di regionalizzazione in Trentino, peraltro dopo le sentenze della Consulta n. 107/2018 (sulla L. Regione Veneto) e la n. 6/2017 e 242/2011 sulla Legge Trento 5/2006, anch’esse tutte negative.

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Scuola: Autonomia si… Regionalizzazione no!

Posted by fidest press agency su martedì, 16 luglio 2019

E’ in corso il dibattito sul tema della autonomia differenziata ed, in particolare, della cosiddetta regionalizzazione del sistema scolastico italiano. Si tratta di un dibattito che trova le origini nel contratto di governo nel quale al paragrafo 20 si legge “Sotto il profilo del regionalismo l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione”.E continua “Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse…”.
Dunque già dalla nascita del governo Conte le parti contraenti avevano sottoscritto un accordo che faceva presagire alle odierne conseguenze.
E’ inoltre da ricordare che la Regione Veneto ha approvato una legge nella quale è scritto “Con legge regionale, nel rispetto dei principi fondamentali delle leggi dello Stato, la Regione istituisce i ruoli del personale delle istituzioni scolastiche e formative regionali e ne determina la consistenza organica” (invitiamo ad andare a vedere quali partiti hanno votato a favore!).Adesso tutti cadono dalle nuvole e si risveglia in tanti un senso di unità nazionale del sistema scolastico italiano che fa pensare che né le forze politiche né le OO.SS. hanno analizzato attentamente quanto scritto nel contratto e quali conseguenze avrebbe potuto generare.Ancodis nello scorso mese di marzo, proprio a 20 anni dalla promulgazione del DPR 275 sull’autonomia scolastica scrisse “Fu vera autonomia?… o piuttosto nei fatti è un’autonomia “germinale” alla quale – volutamente in questo ventennio – sono stati posti limiti, vincoli e paletti che ne hanno condizionato la vera portata innovativa fino al tentativo di sottoporla OGGI ad un’autentica “eutanasia”?
Comprendemmo proprio che era in corso un tentativo lungo almeno 10 anni di indebolimento dell’autonomia scolastica per giustificarne il fallimento e prospettare la nuova visione: la regionalizzazione. Nulla di più falso! Nulla di più mistificante! Nulla di più demagogico! L’autonomia scolastica ha subìto colpi (fuoco amico) che l’hanno indebolita ma non abbattuta ed occorre dire a chiare lettere che l’alternativa della regionalizzazione determina quel virus di diversità che farà distinzione in aree regionali di serie A e di serie B, in una visione duale e differenziata del sistema scolastico italiano.
Non possiamo passare dal sistema dell’autonomia scolastica seppur ferita di oggi a quella delle autonomie regionalizzate e poi confliggenti! Per Ancodis, invece, occorre davvero dare forza al DPR 275 – dalla autonomia didattica a quella organizzativa, da quella di ricerca a quella finanziaria – per fare esprimere la vera potenzialità dell’autonomia scolastica finalizzata alla costruzione di un sistema scolastico NAZIONALE, MODERNO, EFFICIENTE, SOLIDALE. Per questa ragione, Ancodis sostiene convintamente la lettera aperta di uomini e donne della scuola che hanno aderito al nascente movimento Stati generali della scuola contro la proposta di regionalizzazione partendo dal principio che “La Repubblica ha il dovere di garantire pari opportunità a tutti e necessita che siano une e indivisibili le proprie istituzioni” e rispondendo favorevolmente all’invito per un confronto costruttivo con le Istituzioni, forze politiche, OO.SS. associazioni.
Restiamo convinti, quali Collaboratori dei DS, che la moderna scuola ha bisogno di una visione moderna ma UNITARIA, legata alle radici culturali e storiche del nostro Paese ma che guardi ai bisogni contemporanei delle nuove generazioni, che offra a tutti pari opportunità ma non ponga un freno a quanti vogliono fare emergere le loro professionalità e competenze, che consenta a tutti – alunni, personale e famiglie – di poter dire con orgoglio di frequentare e lavorare nella scuola ITALIANA! (fonte: Ancodis)

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Scuola: Sostegno disabili, altro scandalo italiano

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 luglio 2019

A fronte di ben oltre 50 mila cattedre di sostegno senza titolare, dopo avere organizzato una selezione per pochi posti e pure maldistribuiti, ora l’amministrazione scolastica centrale si permette il lusso di lasciare fuori dai corsi specializzanti circa 5 mila docenti reputati idonei, anche con votazioni d’eccellenza. Costringendo, a settembre, i dirigenti scolastici ad assegnare i tanti posti liberi a personale precario nemmeno abilitato all’insegnamento e spesso anche alla prima esperienza, con conseguente danno agli alunni con disabilità. Per questi motivi, Anief si è rivolta al Tar del Lazio, che ha chiesto al ministero dell’Istruzione l’istruttoria sul rispetto dei criteri di determinazione dei posti a numero chiuso.Marcello Pacifico (Anief): “Risulta fondamentale incrementare il numero di accessi ai corsi di sostegno, prima di tutto per via dell’ampia disponibilità di cattedre vacanti. Ma, soprattutto, per dare giustizia ai 5 mila idonei Tfa sostegno, che dopo aver superate le selezioni – la preselettiva, lo scritto e l’orale – si ritrovano incredibilmente esclusi dai corsi specializzanti del quarto ciclo. Ancora di più perché sul sostegno siamo all’emergenza totale e presto tantissimi presidi saranno costretti ad assegnare diverse migliaia di cattedre a docenti precari non specializzati e nemmeno abilitati all’insegnamento. Non possiamo accettare che un comparto così importante della nostra scuola, che deve garantire il diritto allo studio degli alunni più ‘deboli’, sia travolto dall’inefficienza e dalla burocrazia: chiediamo al Miur, pertanto, che tutti coloro che sono risultati idonei al Tfa sostegno vengano collocati sin da subito all’interno dei corsi di specializzazione organizzati delle Università accreditate. In caso contrario, sarà ancora il tribunale a dire come fare perché ciò avvenga”.Sul sostegno agli alunni disabili non ci siamo proprio. Tra poche settimane, il prossimo 1° settembre, entrerà in vigore il decreto legislativo n. 66/2017, conseguente alla Buona Scuola di Renzi, con le insufficienti modifiche realizzate dall’attuale Governo, sulle quali l’Anief si è espresso presentando ai parlamentari una serie di emendamenti ulteriori indispensabili: adeguare l’organico di fatto all’organico di diritto, inserire il tetto di 20 alunni per classe, potenziare l’organico Ata del 10%, stabilizzare l’organico addetto ai servizi di assistente all’autonomia e alla comunicazione, attribuire le ore di sostegno indicate nel Pei, garantire l’iscrizione all’ultimo anno della scuola secondaria, valutare il servizio pre-ruolo svolto su posti di sostegno nei vincoli relativi alla mobilità volontaria.In attesa di una risposta dai deputati e senatori che stanno esaminando il testo da modificare, il ministro dell’Istruzione continua a pavoneggiarsi per aver previsto la specializzazione di 40 mila docenti in tre anni. Anche su questo fronte, Anief ha molto da ridire. Il primo ciclo di selezioni, riservato a 14.224 docenti e autorizzati con il decreto n. 92/2019, è risultato infatti del tutto fallimentare, sia dal punto di vista dell’impostazione generale che da quello organizzativo e dei numeri. Su quest’ultimo fronte, in particolare, considerando che vi sono ben oltre 50 mila cattedre prive di titolare e che gli attuali 280 mila alunni con disabilità risultano in progressivo aumento, il sindacato ha sempre reputato del tutto insufficienti i posti banditi per il primo ciclo Tfa sostegno: per questo motivo, si è rivolto al Tar del Lazio.

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Formazione Scuola: termina la prima edizione del progetto di PayTipper

Posted by fidest press agency su domenica, 14 luglio 2019

Si è conclusa la prima edizione del progetto Formazione Scuola ideato e realizzato da PayTipper, Istituto di Pagamento con sedi a Milano e a Cascina (Pisa), in collaborazione con l’ITIS Marconi di Pontedera.Presso gli uffici di Cascina, PayTipper ha previsto l’attivazione di uno stage di sei mesi con prospettiva di inserimento, per due studenti del 5° anno, selezionati tra i partecipanti al progetto di alternanza scuola – lavoro.
Angelo Grampa, AD di PayTipper, ha dichiarato: «Il progetto nasce dall’esigenza di formare dei giovani in grado di apprendere un mestiere relativamente nuovo, spendibile nella nostra Società e, più in generale, nel settore del digital payment.Siamo felici di aver avviato una collaborazione professionale con dei giovani della provincia di Pisa, dove la nostra società sta crescendo in maniera significativa anche attraverso importanti investimenti. Grazie a questo progetto abbiamo fornito basi concrete per facilitare l’accesso dei giovani diplomati al mondo del lavoro. Visto il successo di questo primo modulo stiamo già pensando alla prossima edizione».Il progetto Formazione Scuola di PayTipper è finalizzato a formare giovani interessati a conoscere il settore in forte crescita dei pagamenti digitali e a colmare il fenomeno del digital mismatch, ovvero la differenza tra le conoscenze digitali dei lavoratori e quelle ricercate dalle aziende.
Nell’ambito dell’iniziativa, si sono succeduti corsi teorici ed esercitazioni pratiche, rivolti agli studenti del 4° e del 5° anno. A una prima fase di formazione dei docenti ha fatto seguito quella rivolta agli studenti, da parte dei professori della scuola e dei referenti di PayTipper. Le lezioni si sono svolte presso l’ITIS Marconi e presso la sede di Cascina.

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Scuola: Le due “Italie”

Posted by fidest press agency su sabato, 13 luglio 2019

Nella Sicilia a Statuto speciale fin dai primi anni della Repubblica non si è mai realizzata il passaggio del personale della scuola alla Regione mentre in Lombardia e Veneto a Statuto ordinario lo si chiede in nome dell’autonomia differenziata. Ma il vero problema sono i fondi assegnati dallo Stato e la sua redistribuzione tra le aree del Paese. Ecco perché i sindacati sono contrari e l’ennesimo vertice di maggioranza si deve interrompere in attesa delle risposte del MEF. Marcello Pacifico (Anief): Andremo contro ogni progetto di secessione mascherata che mini l’unità del Paese e l’interesse nazionale.
Mentre la discussione nel Governo sulla regionalizzazione si sposta sul reclutamento dei docenti e sull’incostituzionalità, giustamente evidenziata dal M5S, di assumere docenti con concorsi regionali, pagandoli in questo modo qualcosa in più ma decidendo per loro un nuovo orario di lavoro naturalmente maggiorato, spuntano le ultime bozze sull’ipotesi di autonomia differenziata che comportano il trasferimento di alcune competenze dello Stato a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: in base a quel testo, i dirigenti e docenti (precari e nuovi assunti) diventeranno impiegati regionali. Ma dove sono i soldi?
Non tutti i parlamentari aggirano il problema della supplentite, sostenendo che è un fenomeno ineludibile con il quale dovremmo imparare a convivere. È di queste ore l’intervista alla senatrice Bianca Laura Granato, del Movimento 5 Stelle, da parte di Orizzonte Scuola, a seguito del via libera della VII Commissione, Cultura, a Palazzo Madama sulla proposta di legge che vuole cancellare la sciagurata chiamata diretta dei docenti del Governo Renzi. La senatrice Granato ritiene che “l’unico modo sensato per risolvere i problemi del precariato è quello di assegnare ai ruoli effettivamente tutti i posti vacanti e disponibili, cosa che purtroppo non sempre si fa, convertire l’organico di fatto in organico di diritto quando questo superi ovviamente una certa percentuale dei posti disponibili su quel tipo di insegnamento, mi riferisco ovviamente al sostegno”.
Le dichiarazioni della senatrice pentastellata sono pienamente avallate dall’Anief, l’unico sindacato che in Italia, da oltre dieci anni, chiede senza sosta di immettere in ruolo su tutti i posti vacanti, compresi quelli nascosti su organico di fatto per non pagare ai supplenti i mesi estivi e, soprattutto, per non dare loro possibilità di entrare in ruolo, fare ricostruzione di carriera e percepire stipendi maggiori. Il tempo dell’attesa gratuita infinita, però, potrebbe essere non più compatibile con le sentenze che fanno giurisprudenza: ad essere interessati alla stabilizzazione, che non è una concessione ma un diritto sacrosanto, sono tutti i precari con titolo che hanno svolto 36 mesi di servizio, gli abilitati all’insegnamento, i vincitori di concorso e idonei, a partire dalla procedura del 2016, che ancora attendono di essere assunti.

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Scuola: Fondazioni lirico-sinfoniche

Posted by fidest press agency su sabato, 13 luglio 2019

A seguito della sentenza Sciotto della Corte di giustizia europea sull’abuso dei contratti a termine, dopo un anno l’Italia corre ai ripari con una norma ad hoc che introduce il risarcimento dei danni per la violazione di norme imperative, la responsabilità dirigenziale, nuovi possibili concorsi per assumere, il limite di 48 mesi ai contratto a tempo determinato. Anief ne chiede la conversione a tempo indeterminato con emendamenti specifici alla VII Commissione del Senato. Marcello Pacifico (Anief): Chiediamo al presidente Pittoni di essere coerente con la proposta di legge, Ddl 335, che ha già presentato per i precari della scuola. Il Governo giallo-verde intende riformare alla svelta le fondazioni lirico-sinfoniche, dopo la sentenza Sciotto della CGUE, e tenta di costruire un corpus normativo ad hoc anche per esse, dopo la Buona scuola seguita alla sentenza Muscolo sempre della CGUE: l’intenzione dell’Esecutivo sarebbe quella di sbloccare le immissioni in ruolo nel 2020, approfittando dei finanziamenti che dovrebbero arrivare con la prossima Legge di Bilancio. Si tratta di un passaggio legislativo importante, perché con la Legge Bray tutte le fondazioni che “non raggiungano il pareggio economico e il tendenziale equilibrio patrimoniale e finanziario” vengono automaticamente poste in liquidazione amministrativa obbligatoria. Anief ha predisposto alcuni emendamenti al decreto-legge 28 giugno 2019, n. 59, attraverso i quali chiede esplicitamente la “conversione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato” dei supplenti che rientrano in determinati parametri.
Anche nelle fondazioni lirico-sinfoniche si fa un utilizzo smodato e ingiustificato del precariato: la reiterazione dei contratti a tempo determinato è la norma e non importa che la Commissione Europea dice, da oltre 20 anni, che chi svolge oltre 36 mesi di lavoro su un posto vacante e disponibile va immesso automaticamente in ruolo. Ben venga, quindi, l’iniziativa legislativa, di cui si sta discutendo in questi giorni presso le commissioni parlamentari di competenza, ma manca sempre un tassello fondamentale: la volontà dello Stato italiano di applicare nel settore pubblico le regole vigenti nel settore privato relative alla stabilizzazione dei precari. Oggetto del confronto è ancora una volta una norma speciale che tenta di arginare gli effetti delle sentenza della Corte di giustizia europea: il Decreto Legislativo del 29 giugno 2019 n° 59, Misure urgenti in materia di personale delle fondazioni lirico sinfoniche, di sostegno del settore del cinema e audiovisivo e finanziamento delle attività del Ministero per i beni e le attività culturali e per lo svolgimento della manifestazione UEFA Euro 2020. Nell’articolo 1 si fa riferimento alle “misure urgenti in materia di personale delle fondazioni lirico sinfoniche”, garantendo la tutela e l’accrescimento dei settori economici connessi, tramite i contratti a tempo determinato, per lo svolgimento di mansioni di pari livello e per una durata complessiva di 48 mesi (nella scuola prima della sua lezione erano 36 i mesi).

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Scuola: Dati biometrici obbligatori per 210 mila unità di personale Ata

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 luglio 2019

Arriva in G.U. la Legge n. 56/2019, cosiddetta legge Concretezza, approvata il 19 giugno scorso, riguardante gli “Interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell’assenteismo”: nel comparto Scuola, il testo prevede, tra le altre cose, la videosorveglianza nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, e anche la rilevazione delle presenze del personale Ata con moderni sistemi biometrici. L’iter di approvazione verso la conclusione. Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, la ministra Giulia Bongiorno si dovrà assumere la responsabilità di avere approvato una legge inutile che comporterà centinaia di milioni di euro iniziali, più altri per l’assistenza e la manutenzione dei dispositivi biometrici. Lo continuiamo a dire: si vogliono far passare i dipendenti della scuola come dei delinquenti. Senza dimenticare l’enorme problema di privacy che si verrà a determinare. Ai fini della verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro – si legge nell’articolo 1 della Legge 56/19 – le amministrazioni pubbliche, con esclusione dei dipendenti di cui all’articolo 3 del decreto 165/01, introducono sistemi di verifica biometrica dell’identità e di video sorveglianza degli accessi. Tra gli esclusi dall’obbligo di rilevazione automatizzato delle presenze a scuola vi sono i docenti.

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Scuola – Mobilità: ogni anno solo il 2% dei docenti cambia regione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 luglio 2019

Negli ultimi quattro anni si sono spostati lungo la penisola 342.374 insegnanti; di questi, 57.580 sono andati in un’altra regione. Vale a dire il 16,8% per cento. Se si eccettua il 2016/17, quando il deflusso è stato maxi per effetto della mobilità obbligatoria prevista per tutti gli assunti della Buona Scuola, ogni volta ha cambiato scuola il 10% del corpo docente. A scriverlo è oggi Il Sole 24 Ore, che ha realizzato anche un approfondimento sull’ultimo biennio: qualche giorno fa, il Miur, con effetto 1° settembre 2019, ha accolto 63.997 domande di docenti sulle 115.534 complessive presentate, pari al 55%; l’anno prima le richieste accolte erano state 58mila su 129mila (il 45%). Inoltre, è un dato oggettivo, riportato anche dall’Invalsi, che i trasferimenti non comportano alcun “impatto negativo sugli apprendimenti degli studenti”.
Secondo Anief, i dati pubblicati oggi dal primo quotidiano economico nazionale possono essere interpretati in molti modi, ma quello che fa scalpore è senza dubbio quel 16,8% di trasferimenti realizzati fuori regione. “Significa – commenta il suo presidente nazionale, Marcello Pacifico – che solo un docente su sei di quelli che fanno domanda di trasferimento cambia sede di servizio spostandosi di centinaia di chilometri. Se a questo aggiungiamo che il 90% dei docenti non si muove, si scopre che è un falso mito quello che vorrebbe lo spostamento, ogni anno, di tantissimi insegnanti da Nord verso Sud”.
Tra l’altro, sempre Il Sole 24 Ore ha fatto notare che gli spostamenti non comportano alcun “impatto negativo sugli apprendimenti degli studenti”. Secondo Annamaria Ajello, presidente dell’Invalsi, “basta guardare i risultati degli scorsi anni per confermare la tendenza: gli studenti delle regioni del Nord ottengono, mediamente, punteggi più elevati in italiano e matematica, nonostante l’andirivieni citato prima di docenti soprattutto del Sud. «La loro presenza temporanea – commenta Ajello – non determina alcun effetto negativo nel rendimento degli studenti, tanto che gli studenti settentrionali continuano a registrare i migliori risultati alle prove Invalsi. Ciò vuol dire che “il contesto”, complessivamente inteso, esercita un’influenza positiva tanto da far sì che il docente meridionale contribuisca efficacemente ai buoni risultati di quegli studenti. Per il Mezzogiorno il discorso si ribalta”. Perché, “l’impegno dei docenti, per quanto intenso, non riesce a compensare l’influenza negativa delle variabili non didattiche”. A proposito di contesto e di politiche nazionali dell’istruzione in tempo di autonomia.

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Scuola: La babele delle graduatorie dei precari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 luglio 2019

A fine estate avremo il record di supplenze annuali, però con più di 200 mila precari in lista di attesa e il ministro dell’Istruzione secondo il quale mancano insegnanti. Anief chiede di tornare alla normalità, con un semplice doppio canale di reclutamento e un facile e immediato sistema di attribuzione delle supplenze. Il Miur e i sindacati devono finirla di giocare con l’abuso dei contratti a termine alimentato da una guerra tra poveri e immorali clientele. Attualmente sono cinque le graduatorie dei tanti insegnanti che aspirano a un posto fisso nella scuola (GM, GMRE, GAE, GI, MAD) e si potrebbe aggiungere una sesta (GPS). Tra graduatorie permanenti, ad esaurimento, i genitori italiani, assieme ai presidi, stavolta rischieranno di impazzire prima di trovare un docente per i loro figli, quando basterebbe fare incontrare domanda e offerta, garantendo anche la continuità didattica. All’inizio negli anni Novanta, con l’approvazione del Testo Unico (il dlgs 297/94), si era pensato a un sistema che da una parte permettesse di far avanzare chi superava con merito un concorso e dall’altra di stabilizzare anche chi veniva chiamato dallo Stato come precario per esigenze di bilancio: era il doppio canale di reclutamento, la metà dei posti riservati ai vincitori e idonei del concorso ordinario, l’altra metà a tutto il personale abilitato. Nel primo caso le graduatorie di merito (GM) erano valide per un triennio e comunque fino a concorso successivo (tanto da riservare la scelta del punteggio migliore ai candidati in caso di decadenza); nel secondo caso (GM) quelle che sono oggi le graduatorie ad esaurimento erano aggiornate annualmente in quanto permanenti. Le prime graduatorie durarono per ben dieci anni (prima di essere sostituite da quelle nuove, nel 2012 e nel 2016); le seconde, invece, prima furono aggiornate ogni ventiquattro mesi, poi trasformate, appunto, in esaurimento (GaE), riaperte per ben due volte a tutti gli abilitati all’insegnamento (2008 e 2012), aggiornate ogni tre e infine ogni quattro anni.

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Scuola: Il requiem della Buona Scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 9 luglio 2019

Il M5S si vanta di aver lavorato per cancellarla e di essere pronto a una nuova grande fase di ascolto, il Pd ammette gli errori fatti. L’Anief invita ad aprire il dibattito in Parlamento e ad ascoltare i migliaia di manifestanti che in questi anni hanno chiesto profonde modifiche e portato avanti istanze migliorative per una scuola giusta. La prima occasione è quella della riforma del sostegno all’attenzione delle commissioni parlamentari cui seguirà il decreto legge del Governo sul reclutamento. Bisogna passare dalle parole ai fatti. Parla la senatrice pentastellata Bianca Laura Granato: senza tema di smentita possiamo dire con orgoglio di aver disattivato tutti i dispositivi peggiori della legge 107. La nuova scuola, quella dei nostri sogni, la riscriveremo insieme a partire dalle consultazioni che inizieremo a fine mese”. Poi si rivolge “a tutti i colleghi che ci rinfacciano di governare con la Lega e di non aver fatto abbastanza o addirittura niente: questa è la risposta, se avessimo governato con il PD, ancora ancorato saldamente al modello Buona Scuola, oggi tutto questo non sarebbe mai stato possibile”.
Sulla Buona Scuola il sindacato Anief ha sempre espresso un pessimo giudizio. La scarsa attenzione per i lavoratori del settore scolastico, mai sentiti, nemmeno quando nel maggio del 2015 scese in piazza quasi un milione di lavoratori e cittadini per opporsi al folle disegno dell’entourage di Matteo Renzi, la dice lunga sulla valenza di una legge nata male e finita peggio. Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, non basta fare annunci, ma passare dalle parole ai fatti. Da un anno, per esempio, la VII commissione cultura del Senato, presieduto dal leghista Mario Pittoni e di cui la Granato è componente, non ci ha mai convocato in audizione per ascoltare il parere di un sindacato, comunque, rappresentativo di 100 mila docenti e Ata, a differenza di altre commissioni parlamentari. Quindi, aspettiamo che il dibattito si sposti dai giornali, dalle piazze in Parlamento e siamo pronti a spiegare i motivi della nostra controriforma rispetto anche ai progetti dell’attuale maggioranza come della stessa legge 107/15 e dei suoi decreti delegati.

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Scuola: Abbandoni, è triste record

Posted by fidest press agency su martedì, 9 luglio 2019

Uno studente su tre che inizia le superiori non prenderà mai il diploma di maturità. Così è fallito il diritto costituzionale all’istruzione e per questa ragione continuiamo ad avere poco laureati. Marcello Pacifico (Anief): Bisogna ripristinare l’obbligo a 18 anni già pensato vent’anni fa, differenziare gli organici in base ai problemi del territorio piuttosto che agevolare l’autonomia differenziata di alcune regioni, investire in risorse umane e finanziarie nel settore dell’istruzione, università e ricerca con una maggiore copertura delle borse di studio. Gli aggiornamenti sugli abbandoni scolastici non ci dicono nulla di buono. Secondo l’ultima “puntata” del dossier di Tuttoscuola sugli addii anticipati dai banchi, risulta infatti che dal 1995 a oggi 3 milioni e mezzo di studenti hanno abbandonato la scuola statale, su un totale di oltre 11 milioni iscritti alle superiori. Praticamente ha lasciato prima del tempo un giovane su tre. Il fenomeno ha per le casse dello Stato un costo enorme: 55 miliardi di euro. Quello che più preoccupa è il fatto che l’emorragia, così la definisce la rivista specializzata, è in calo ma nello stesso tempo risulta molto lontana dall’essere arrestata. Anzi, è diventata l’anticamera dei Neet (di cui l’Italia ha il record europeo), con picchi particolarmente alti al Sud. Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “per invertire la tendenza sono diverse le azioni da attuare, ad iniziare dall’incremento del tempo scuola, passando per l’anticipo dell’obbligo formativo almeno a cinque anni di età, con contestuale obbligo formativo a 18 anni. Va poi incrementato e uniformato l’utilizzo delle nuove tecnologie applicate alla didattica, considerando che oggi tra Nord e Sud c’è un gap ancora considerevole. Infine, per migliorare il sistema è anche importante valorizzare la funzione dei docenti e di tutti i lavoratori che operano nella scuola, dando loro stipendi adeguati. È chiaro che si tratta di provvedimenti che necessitano di investimenti importanti, ma senza il loro stanziamento non è nemmeno pensabile raggiungere quel 10% massimo di dispersione indicato dall’Europa. Il Def 2019, invece, ci dice che le intenzioni del Governo, approfittando del calo di nascite, sono addirittura di ridurre la spesa nei prossimi 20 anni”.Sono numeri impietosi quelli sulla dispersione scolastica: “almeno 130 mila adolescenti che iniziano le superiori – dice Tuttoscuola – non arriveranno al diploma. Irrobustiranno la statistica dei 2 italiani su 5 che non hanno un titolo di studio superiore alla licenza media e di un giovane su 4 che non studia e non lavora. Come se non bastasse, tra chi si diploma e si iscrive all’università, uno su due non ce la fa. Complessivamente su 100 iscritti alle superiori solo 18 si laureano. E poi un quarto dei laureati va a lavorare all’estero. E tra i diplomati e laureati che restano, ben il 38% non trova un lavoro corrispondente al livello degli studi che hanno fatto. Un disastro”.
Di buono c’è che negli ultimi anni, il tasso di abbandono scolastico è diminuito: tra il 2013 e il 2018 hanno detto addio in anticipo ai professori 151mila ragazzi, il 24,7 per cento del totale, contro il 36,7 del 1996-2000. Sicuramente risultati incoraggianti, ma ancora insufficienti, che non fermano la dispersione scolastica. Perché, continua la rivista, spesso chi abbandona i libri così precocemente finisce nel buco nero dei Neet, quei giovani che non studiano e non lavorano di cui fa parte un ventenne su tre del Mezzogiorno. Su questa piaga, tutta italiana, Anief ricorda che pesa molto la riduzione del tempo scuola, avviata con la Legge 133 del 2008. E al decremento di ore settimanali si aggiunge la mancata adozione del tempo pieno, che nel 2017/18 riguardava solo 6.361 scuole primarie, il 42,3% delle 15.038 funzionanti, con un incremento di appena 47 nuovi istituti rispetto all’anno precedente. Con il Sud a preoccupare ulteriormente, visto che la percentuale media è al di sotto del 10%.
In generale, sempre il Def 2019 ci dice che l’investimento per la scuola passerà, a causa del tasso di denatalità, dal 3,9% del 2010 al 3,1% del 2040. Ma la riduzione non è generalizzata, perché, nello stesso periodo, la spesa socio-assistenziale e sanitaria si indica in crescita, passando rispettivamente dall’1,0% all’1,3% e dal 7,1% al 7,6%. Si prevede, quindi, una riduzione di spesa legata agli organici del personale, proprio a seguito della riduzione delle nascite e quindi del numero di alunni: dando però in questo caso per scontato che non andrà a cancellare le tanti classi “pollaio”, quelle che invece il M5S, con un apposito disegno di legge, ha detto di volere debellare.

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Scuola – Regionalizzazione: Salvini non demorde

Posted by fidest press agency su domenica, 7 luglio 2019

Roma Alle 14.00 di lunedì 8 luglio è prevista a palazzo Chigi “una nuova riunione sull’autonomia”, che per il Carroccio potrebbe essere decisiva. Soprattutto per la scuola, sulla quale i pentastellati continuano a non essere convinti, perché sanno bene che verrebbe bene l’unitarietà della scuola, calpestando anche l’accordo del premier Giuseppe Conte di fine aprile con i sindacati e le indicazioni del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ancora di più perché l’autonomia differenziata nel capitolo Scuola del contratto di Governo non c’era. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ricorda che “le due sentenze della Corte Costituzionale, la n. 107/2018 (sulla L. regione Veneto) e la n. 6/2017 e 242/2011 sulla Legge Trento 5/2006, hanno messo in evidenza i rischi di disposizioni incostituzionali, in un caso sulla materia dei servizi per l’infanzia, di competenza esclusiva delle regioni, e nell’altro sul reclutamento del personale. Quindi, la Consulta è già intervenuta con la dichiarazione di incostituzionalità, a riprova di quanto sia facile scrivere norme che sembrano utili e funzionali, ma poi nella realtà irrispettose dei principi fondamentali della madre di tutte le leggi italiane”.
In aggiunta i tecnici del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, alcuni giorni fa hanno inviato al premier Giuseppe Conte un dettagliato documento, composto da 12 pagine, nel quale parlano di pericolo di approvazione dell’importante provvedimento di legge con l’aggiramento del dibattito parlamentare: per il Dipartimento, non basta l’accordo tra Stato e Regioni per dar via all’applicazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Soprattutto perché “gli schemi di intesa sulle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno necessità di un passaggio legislativo”, in quanto si teme “l’ingiustificato spostamento di risorse verso le regioni ad autonomia differenziata, con conseguente deprivazione delle altre (doverosamente postulandosi l’invarianza di spesa complessiva)”.
Alcuni profili di illegittimità costituzionale si potrebbero riscontare in diversi punti: nella parte in cui si prevede una modifica della Costituzione con modalità non previste (le modifiche delle disposizioni costituzionali sono disciplinate dall’art. 139 Cost.); per alcune materie appare molto problematica un’attribuzione completa alle regioni in quanto necessitano di interventi unitari; la devoluzione delle materie di competenza esclusiva non può totalmente essere devoluta alle Regioni, in quanto lo Stato dovrebbe definire le prestazioni essenziali; l’attribuzione delle risorse finanziarie alle Regioni sia basata, nelle more della definizione dei fabbisogni standard per ogni singola materia, sulla spesa storica riferita alle funzioni trasferite e destinata a carattere permanente, a legislazione vigente, dallo Stato alla Regione coinvolta. A questo va aggiunto che in considerazione delle difficoltà riscontrate nella definizione dei fabbisogni standard, gli schemi di intesa prevedono un meccanismo alternativo di determinazione delle risorse finanziarie per l’ipotesi in cui, trascorsi tre anni dall’entrata in vigore dei decreti attuativi, non siano stati ancora definiti i fabbisogni standard (articolo 5, comma 1, lett. b), degli schemi di intesa). Infine, gli schemi di intesa non prevedono un termine di durata dell’intesa medesima: sarebbe opportuno la previsione di un termine di durata per evitare la definizione di processi irreversibili. E anche sulla clausola di cedevolezza delle disposizioni statali, c’è da dire che non possono essere le Regioni a stabilire quali norme statali cesseranno di essere applicate.

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Scuola – Precariato: per Bussetti mancano gli insegnanti

Posted by fidest press agency su domenica, 7 luglio 2019

Fa pensare il semplicismo con cui il ministro dell’Istruzione commenta e giustifica le scelte sbagliate del Miur sulla gestione transitoria del reclutamento che stanno conducendo il precariato scolastico verso numeri da record: intervistato oggi dal Corriere della Sera, il titolare del dicastero dell’Istruzione ammette: “Purtroppo mancano gli insegnanti, è un problema che viene da lontano. Abbiamo aggiornato le graduatorie ad esaurimento dove erano chiuse. Per il primo settembre 2019 speriamo di avere i nuovi insegnanti di ruolo”. Inoltre, il ministro dell’Istruzione vorrebbe far pensare che con i concorsi tutto si metterà a posto: “Entro luglio – dice Bussetti – intendo proporre un decreto legge per dare attuazione all’accordo con i sindacati per il concorso straordinario per la Scuola secondaria, riservato ai precari con più di tre anni di anzianità”. Replica di Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief: “Il problema principale è che la stragrande maggioranza del personale docente precario, abilitato e pronto per il ruolo, è relegato in seconda fascia d’istituto: stiamo parlando di 100mila insegnanti supplenti della secondaria, tra primo e secondo grado, più oltre 50 mila maestri con diploma magistrale, anche loro abilitati ma per il primo ciclo, che assieme ad ancora più laureati in Scienze della formazione primaria rimangono fuori dalle graduatorie ad esaurimento e senza possibilità di essere assorbiti nei ruoli dello Stato”. Sul precariato scolastico in crescita, le cose, purtroppo, non stanno proprio come sostiene il titolare del Miur. Prima di tutto, perché il numero di docenti presenti nelle GaE è non molto superiore alle 20 mila unità. Perché bisogna considerare l’uscita progressiva di diplomati magistrale, a seguito della doppia sentenza del Consiglio di Stato. Ora, è vero che spostandosi di provincia, dopo l’assurdo blocco di quattro anni, molti precari avranno più possibilità di prendere l’immissione in ruolo, ma le ‘caselle’ da riempire rimangono dieci volte tanto. E i candidati vincitori di concorso, inseriti nelle graduatorie di merito, non potranno di certo coprire il resto delle cattedre vacanti. Ancora di più perché non si dà loro modo di spostarsi di regione. È poi un dato di fatto che tante classi di concorso risultano esaurite, in alcuni casi anche nelle graduatorie di merito. Per sopperire alla mancata copertura dei posti vacanti, il Governo avrebbe introdotto i concorsi straordinari. Quelli sui quali il ministro dell’Istruzione conta per risolvere la questione del precariato in crescita: “I numeri non sono un’entità indefinita – ribatte Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief –: pensare di colmare dei vuoti enormi con dei bandi di concorso riservati che mettono in palio numeri di posti risicati è un’operazione che lascerebbe nello status di precari almeno due supplenti storici su tre”. Tra l’altro, lo stesso Ministero dell’Istruzione ha appena fatto sapere che, a proposito dell’anticipo pensionistico che quest’anno porterebbe a uscire prima dal lavoro, rispetto ai parametri della legge Fornero, oltre 20 mila docenti, “i posti resi disponibili da Quota 100 saranno utilizzati per le stabilizzazioni con contratto a tempo indeterminato per i quali è già stata chiesta l’autorizzazione ad assumere al Dicastero competente”.

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Scuola Sostegno: Arriva un’altra riforma con poche luci e molte ombre

Posted by fidest press agency su sabato, 6 luglio 2019

Il Miur intende modificare il mai applicato decreto legislativo 66/17: tra le intenzioni espresse a viale Trastevere figura anche l’assegnazione “dell’insegnante a tempo indeterminato per l’intero ciclo di studi dell’alunno”. Secondo Marcello Pacifico (Anief-Cisal), la continuità didattica non si garantisce abolendo le competenze relative al ciclo scolastico degli insegnanti o limitando al 50% i trasferimenti su posto comune, ma assumendo in ruolo i 40 mila supplenti oggi chiamati in deroga fino al 30 giugno su posti liberi. In modo da garantire, ogni inizio d’anno scolastico e non in autunno, la copertura di tutti i posti richiesti dalle scuole. E nemmeno cancellando soltanto il Gruppo per l’inclusione territoriale se non si ritorna alle vecchie certificazioni, perché quasi 300 mila alunni dovranno rifare le visite.Posticipare dal 1° gennaio prossimo al 1° settembre 2019 l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 66/2017, in modo da far approvare nel frattempo una riforma del sostegno: è questa l’intenzione del Ministero dell’Istruzione, per evitare l’adozione delle norme cervellotiche e raffazzonate approvate a seguito della legge di riforma 107/2015. Tra le novità che l’attuale gestione ministeriale vuole introdurre ve ne sono alcune positive, come il cambio delle regole per l’attribuzione delle ore di sostegno, non più attribuite a “monte” ma sulla base di altri fattori, come il contesto specifico della scuola (gli insegnanti la famiglia, l’équipe medica che segue il bambino) e del territorio (l’ente locale); me tra le nuove norme allo studio del Miur figura anche l’intenzione, scrive Orizzonte Scuola, di produrre la continuità didattica attraverso l’assegnazione “dell’insegnante a tempo indeterminato per l’intero ciclo di studi dell’alunno” così come originariamente voleva il ministro Giannini nel disegno di legge sulla Buona scuola, prima che la norma fosse espunta dalla legge di conversione.Sull’intenzione di base del Ministero non c’è nulla da dire: si vuole infatti andare a stralciare parte del decreto che permetteva di riconfermare, su richiesta della famiglia, l’insegnante di sostegno dell’anno precedente, parte tra l’altro mai entrata in vigore e sul quale il Consiglio Superiore delle Pubblica Istruzione aveva espresso parere fortemente negativo. Solo che lo si fa nel modo sbagliato. Inoltre, rimane ancora aperta la questione della limitazione al 50% dei trasferimenti dei docenti da posto di sostegno a posto comune su cattedra disciplinare e nulla si dice sull’assurdo blocco quinquennale sulla mobilità che niente ha a che vedere con la continuità didattica.Il sindacato Anief ritiene che sulla didattica “speciale” l’amministrazione scolastica stia cercando di disapplicare delle norme sbagliate, figlie della Buona Scuola di Renzi, introducendo delle semplici “toppe”: ancora una volta, manca un piano di revisione serio e di investimenti per un settore, quello della frequenza degli alunni con disabilità, che con un incremento costante di 10 mila nuovi iscritti l’anno è arrivato all’attuale consistenza di 280 mila alunni disabili iscritti (dati certificati Istat). Viene da chiedersi, inoltre, per quale motivo si stiano introducendo tali importanti novità, senza consultare chi vive la scuola e i disabili ogni giorno né le associazioni a loro tutela, le quali infatti hanno già espresso tutte le loro perplessità per il nuovo progetto ministeriale di riforma.Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “la continuità didattica non si garantisce abolendo le competenze relative al ciclo scolastico degli insegnanti o limitando al 50% i trasferimenti su posto comune, ma assumendo in ruolo i 40 mila supplenti oggi chiamati in deroga fino al 30 giugno su posti liberi, in modo da risparmiare soldi. Perché quello delle assunzioni sui tanti posti liberi è l’unico modo per garantire, ogni inizio d’anno scolastico e non in autunno, la copertura di tutti i posti richiesti dalle scuole”.Anief, pertanto, ribadisce che pensare di salvaguardare i bisogni formativi dell’allievo confermando lo stesso docente di sostegno per l’intero ciclo scolastico è un’illusione. Questo docente è, infatti, inserito all’interno dell’organico scolastico: all’inizio di ogni nuovo anno, sempre che abbia mantenuto la stessa sede di servizio, nulla vieta che possa cambiare alunno. Inoltre, la programmazione educativa individualizzata non è frutto del singolo docente, ma sempre e solo del Consiglio di Classe: ed è questo organo collegiale che determina, all’inizio dell’anno, la linea formativa dell’allievo bisognoso di didattica speciale.

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Scuola – Diplomati magistrale, Anief: continuità didattica addio, caos a settembre

Posted by fidest press agency su sabato, 6 luglio 2019

Cosa risponderà il ministro dell’istruzione Marco Bussetti, a settembre, quando non potranno più essere nominati 45 mila insegnanti dalle graduatorie ad esaurimento e si dovrà ricorrere alle chiamate dei presidi dalla seconda fascia o peggio ancora da MAD? Già, perché i dm depennati a causa delle sentenze negative, come effetto della plenaria, non sono presenti né in prima né in seconda fascia. Ad oggi non è previsto un loro reinserimento nella II fascia d’istituto, poiché l’aggiornamento delle graduatorie d’istituto è previsto per il futuro anno scolastico 2019/2020. A tal proposito il sindacato ha inviato una richiesta specifica al MIUR.Anief ribadisce che, quella dei concorsi ordinari o straordinari, non può essere la soluzione al problema di oltre 45 mila che verranno espulsi dalle GaE. Il punto, infatti, è un altro, ovvero che le Graduatorie ad Esaurimento non possono essere negate a questi docenti: starvi dentro, per i tutti i diplomati magistrale, è un diritto, punto.Poi, visto che le espressioni dei giudici vanno intese come oro colato, perché dal Miur non sono state espresse le stesse considerazioni di rispetto e di estensione pratica quando sempre il Consiglio di Stato ha prodotto sette sentenze passate in giudicato di tenore opposto? Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “i diplomati magistrale sanno bene che quella messa a disposizione dal Miur è una ciambella di salvataggio per pochi, per molti persino umiliante dopo esser stati giudicati dai collegi docenti come idonei all’insegnamento. “Con le decisioni prese sui precari della scuola con il decreto Dignità, il problema dei maestri con diploma magistrale è tutt’altro che risolto. Perché solo uno su cinque ha avuto il contratto annuale fino al 30 giugno 2019, mentre dal prossimo anno scolastico la salvaguardia della continuità didattica attraverso la trasformazione dei contratti indeterminati a contratti al 30/06 non è più prevista”.

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Scuola – Regionalizzazione: ingiustificato spostamento di risorse verso le regioni ad autonomia differenziata

Posted by fidest press agency su sabato, 6 luglio 2019

Con un documento indirizzato al premier Giuseppe Conte, reso pubblico in queste ore, gli esperti di leggi dello Stato hanno palesato il fondato rischio, in fase di approvazione dell’importante provvedimento di legge, di aggiramento del dibattito parlamentare da parte del Governo: per il Dipartimento, non basta l’accordo tra Stato e Regioni per dar via all’applicazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Gli schemi di intesa sulle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno necessità di un passaggio legislativo. “Nel delineare il relativo procedimento in sede di prima applicazione – si legge nel documento indirizzato al premier -, appare necessario garantire il ruolo del Parlamento, assicurando nelle diverse fasi procedurali un adeguato coinvolgimento dell’organo parlamentare, la cui funzione legislativa risulterebbe direttamente incisa dalle scelte operate nell’ambito delle intese”. Il pericolo è quindi che Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, promotrici del progetto, possano riuscire ad ottenere più finanziamenti a discapito delle altre regioni con già meno servizi e risorse. Il Dipartimento del CdM ricorda che la “modalità di determinazione delle risorse prevede, infatti, che la spesa destinata alla Regione per l’esercizio delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia non possa essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse”. Poi esemplifica: “se una Regione virtuosa ha una spesa storica nella materia trasferita pari al 70 per cento di quella media nazionale, e se si ipotizza che la relativa popolazione è pari al 10 per cento di quella nazionale, l’attribuzione di risorse non secondo il criterio storico, ma in base alla media nazionale, farebbe salire quest’ultima del 3 per cento (perché si perderebbe un risparmio del 30 per cento riferito al 3 per cento della popolazione)”. La conclusione è che “risulta dunque agevole comprendere come un tal modo di procedere implicherebbe un ingiustificato spostamento di risorse verso le regioni ad autonomia differenziata, con conseguente deprivazione delle altre (doverosamente postulandosi l’invarianza di spesa complessiva)”. Le ragioni del “Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri” sono in linea con quelle espresse dall’Anief. Secondo il giovane sindacato, infatti, il vero punto dolente non è il principio dell’autonomia differenziata che è affermato a chiare lettere in Costituzione e che ha una sua logica e un suo perché di esistere nel disegno costituzionale, ma la capacità dell’attuale (e non solo) classe politica di attuarlo senza creare gravi ferite a uno Stato di diritto già abbastanza fragile quale quello italiano. Basti pensare alle critiche fortissime all’attuale assetto del titolo V, parte II della Costituzione, come delineato dalla legge cost. n.3/2001, ritenuto da più parti imperfetto e da modificare.
Fa bene, il “Dipartimento per gli affari giuridici e amministrativi” ad asserire che con il riconoscimento di forme e condizioni di autonomia differenziata, si assiste a uno smantellamento del comma 3 dell’art. 117, considerato che esse possono transitare nella competenza delle Regioni. Di fatto si avrebbe nella realtà una complessa geometria delle competenze per ognuna delle regioni, cosiddette ordinarie, ridefinite sulla base di ulteriori attribuzioni.

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Scuola: Allarme cattedre, solo in Lombardia 15 mila posti vacanti

Posted by fidest press agency su sabato, 6 luglio 2019

Il problema delle cattedre scoperte, lanciato dall’Anief per l’anno scolastico in arrivo, si sta sempre più concretizzando: ci sono alcune regioni dove i dirigenti scolastici o i presidi reggenti saranno costretti ad affidare miriadi di posti liberi a docenti non abilitati e persino senza esperienza. Soprattutto al Nord, dove la vacanza di posti è maggiore e quest’anno si è acuita per via dell’incremento di pensionamenti legato all’anticipo permesso da Quota 100, si prevede un massiccio ricorso agli aspiranti docenti individuati con la sola “messa a disposizione”. Marcello Pacifico (Anief): “Quello che sta commettendo l’amministrazione scolastica è uno degli errori più gravi degli ultimi anni: rinunciare ad assumere da graduatoria ad esaurimento o d’istituto qualora le GaE fossero esaurite, e impedire a chi si è imposto nei concorsi ordinari di spostarsi di regione, porterà ad avere una cattedra su cinque su supplenza annuale. Creare i presupposti per non assegnare le cattedre vacanti a chi ha investito tanto nella scuola, facendosi abilitare all’insegnamento e coprendo per anni i tanti posti vuoti, si ritorcerà contro l’organizzazione del sistema scolastico italiano”. Uno dei quadri più gravi e certificati è quello della Lombardia, dove, dopo gli esiti della mobilità, per il prossimo anno scolastico, scrive La Repubblica, si prospetta il record di posti vacanti: oltre 15mila con un incremento rispetto all’anno appena archiviato del 34 per cento, cui occorrerà sommare quelle libere per un solo anno. In alcune graduatorie da tempo non vi sono più docenti precari candidati. In particolare, è seria la situazione per il sostegno, dove vi sono pochi specializzati, ed è allarmante per l’insegnamento di materia fondamentali, come italiano e matematica. Il rischio è che, esaurite tutte le graduatorie con le nomine in ruolo e le supplenze annuali, molte cattedre non saranno coperte per mancanza di docenti in diverse discipline. Perché a sentire il Ministero dell’Istruzione i posti liberi sarebbero appena 64 mila, ma in realtà risultano oltre il doppio: perché, pur di fare cassa, lo Stato continua a tenerne nascoste oltre 50 mila su sostegno e molte altre. Inoltre, persiste il problema delle graduatorie ad esaurimento che si aggiornavano ogni anno, mentre poi per legge è stato spostato ogni quattro anni, creando problemi di permanenza in province dove può non esserci bisogno di docenti e non permettendo di spostarsi dove c’è esigenza. “Tutto questo – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – ha portato a delle liste di attesa assurde: oltre 100mila persone abilitate nella secondaria di primo e secondo grado e oltre 50 mila diplomati magistrale abilitati che non sono ancora riusciti a inserirsi nelle graduatorie ad esaurimento. E i precedenti ci dicono che la soluzione non è di certo nei concorsi straordinari, che tra l’altro si realizzeranno anche con tempi lunghi. Per non parlare del sostegno, che anziché migliorare si rischia di rendere ancora più macchinoso di oggi”. Anief, pertanto, torna a chiedere con forza l’approvazione di un decreto urgente, che permetta l’immissione in ruolo di tutti i docenti inseriti nelle graduatorie di merito e Graduatorie regionali di merito del concorso 2018, anche ovviamente degli idonei, oltre che dei docenti abilitati dalle GaE e dei precari con 36 mesi inseriti nelle graduatorie d’istituto.

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