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L’insonnia negli anziani

Posted by fidest press agency su sabato, 2 aprile 2011

(Centro Maderna) L’insonnia, come altri disturbi del sonno, può avere effetti devastanti sulla salute delle persone anziane, diventando spesso la causa di depressione e cadute con conseguenti fratture. Si stima inoltre che il tasso di mortalità sia maggiore tra le persone che ne soffrono che tra quelle che invece dormono bene. I medici prendono dunque il problema dell’insonnia molto seriamente, non esitando a prescrivere farmaci (di solito sedativi ipnotici) che aiutano i pazienti a riposare meglio ma che possono creare stati di confusione e disorientamento durante la veglia e portare anch’essi a cadute, come ha evidenziato uno studio pubblicato dal British Medical Journal nel 2005. Oggi, un’equipe di ricercatori dell’università di Pittsburgh, ha invece dimostrato, confermando i risultati di altri studi precedenti, come una breve terapia comportamentale possa essere molto più efficace e sicura di quella farmacologica. Lo studio, pubblicato lo scorso gennaio sul “The Archives of Internal Medicine”, ha coinvolto 79 di anziani di età media intorno ai 72 anni i quali hanno partecipato a due sessioni informative tenute da un’ infermiera specializzata. Durante gli incontri gli anziani sono stati “educati” sui principi base del sonno e sulle quattro regole fondamentali identificate dai ricercatori: ridurre il tempo che si passa a letto, alzarsi alla stessa ora tutti i giorni, non andare a letto finché non si ha effettivamente sonno e non rimanere a letto se non si dorme. Possono sembrare regole banali, ma l’atteggiamento più comune è esattamente l’opposto: si stima infatti che molti anziani rimangano a le tto 10-12 ore per dormirne soltanto 5. Oltre alle due sedute informative i partecipanti hanno ricevuto due telefonate da parte dell’infermiera responsabile del progetto nell’arco del mese e alcuni questionari e diari del sonno da compilare. Dopo sole 4 settimane i miglioramenti registrati dal gruppo sono stati notevoli, miglioramenti che si sono protratti fino ai primi 6 mesi successivi allo studio. (New York Times, 23 marzo 2011)

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