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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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16a Conferenza Internazionale sul cancro al seno di St. Gallen

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 marzo 2019

I Nuovi dati recentemente presentati sul cancro al seno di St. Gallen ribadiscono ulteriormente l’utilità del test Oncotype DX Breast Recurrence Score® al fine di ottimizzare le raccomandazioni alla chemioterapia in pazienti con tumore al seno in stadio precoce con o senza interessamento linfonodale.Un’analisi aggiornata del Registro dei Servizi Sanitari di Clalit, la più grande struttura sanitaria in Israele, ha esaminato le cartelle cliniche di oltre 1.300 pazienti affette da cancro al seno senza interessamento linfonodale, applicando il valore soglia del Recurrence Score® determinato dallo studio TAILORx. La ricerca ha dimostrato che l’utilizzo della chemioterapia era allineato rispetto al valore del Recurrence Score e che le pazienti con un punteggio fino a 25, la maggior parte delle quali trattate solo con l’ormonoterapia, hanno avuto esiti eccellenti a 10 anni, con bassi tassi di recidive a distanza.Inoltre i risultati di uno studio real life su più di 80.000 pazienti, basato sull’analisi del database Surveillance, Epidemiology and End Results (SEER) dell’Istituto Nazionale Tumori (NCI) statunitense, hanno confermato che l’esito del test Oncotype DX Breast Recurrence Score consente di prevedere i benefici da chemioterapia: le pazienti con un risultato fino a 25 non ricevono alcun beneficio dalla chemioterapia.

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Tumore al seno, nuovo marcatore per diagnosi prima della mammografia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 gennaio 2018

marcatoreUno studio appena pubblicato su Genome Medicine descrive un nuovo marcatore che potrebbe essere usato per diagnosticare una neoplasia mammaria potenzialmente mortale fino a un anno prima dei metodi attuali. Un gruppo di ricercatori coordinato da Martin Widschwendter, direttore del Dipartimento di ginecologia oncologica all’University College London (UCL), ha scoperto che una regione del DNA contrassegnata come EFC#93 mostra anomalie di metilazione in campioni di cancro al seno prima che il cancro diventi rilevabile. «Il marcatore di metilazione del DNA EFC#93 è un indicatore altamente specifico il cui riscontro nel siero potrebbe consentire un trattamento individualizzato, da iniziare anche in assenza di riscontro radiologico» scrivono gli autori, spiegando che la metilazione del DNA consiste nell’aggiunta di un gruppo metilico che spesso influenza l’espressione genica, evento che nello sviluppo del cancro al seno si verifica precocemente. Gli autori dello studio hanno analizzato la metilazione di EFC#93 nei campioni di sangue prelevati da 419 donne con carcinoma mammario in due tempi: il primo dopo l’intervento chirurgico e l’altro dopo la chemioterapia. E i risultati ottenuti dimostrano che la metilazione aberrante del DNA nei campioni prelevati prima della chemioterapia è un indicatore di prognosi infausta. Spiega l’autore: «La presenza nel siero del marker EFC#93 ha identificato in modo corretto sei mesi prima della diagnosi mammografica il 43% delle donne successivamente decedute per cancro al seno». Secondo gli autori servono ora studi clinici mirati a verificare se le donne positive per il marcatore di metilazione del DNA EFC#93, ma che non hanno un tumore al seno evidente alla mammografia, possano beneficiare della terapia ormonale prima che il cancro diventi rilevabile. Il gruppo di Widschwendter sta attualmente preparando un programma di ricerca sul DNA non cellulare su larga scala basato sulla popolazione, che dovrebbe, tra l’altro, dare una risposta a questa domanda. (fonte: doctor33) (foto: marcatore)

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Tumore del seno in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 30 settembre 2017

Ministero saluteRoma 4 ottobre 2017, ore 11 Ministero della Salute (Auditorium), Lungotevere Ripa 1 I risultati del questionario e la campagna saranno presentati in un convegno nazionale nell’Auditorium del Ministero della Salute. Interverranno Carmine Pinto (Presidente Nazionale AIOM), Stefania Gori (Presidente eletto AIOM), Lucia Mangone (Presidente AIRTUM, Associazione Italiana Registri Tumori), Elisabetta Iannelli, Segretario Generale FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), Claudio Cricelli (Presidente SIMG, Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie) e Luigi Boano (General Manager Novartis Oncology Italia).
In 25 anni (1989-2014) i decessi per tumore del seno sono diminuiti di circa il 30% nel nostro Paese. Campagne di prevenzione e terapie sempre più efficaci hanno consentito di raggiungere risultati significativi nella lotta contro la neoplasia più frequente fra le donne. Ma sono ancora troppo poche le italiane che si sottopongono allo screening mammografico, solo il 55% di coloro che hanno ricevuto l’invito nel 2015. Grazie a questo test il 25% dei tumori diagnosticati ha dimensioni inferiori ai 2 centimetri. Ben il 70-80% delle neoplasie scoperte durante lo screening ha, infatti, buone possibilità di essere trattato con successo. Per migliorare il livello di consapevolezza delle donne sulle regole della prevenzione l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) promuove un progetto nazionale che include un’indagine su più di 1.650 cittadine.

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Tumore del seno

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

tumore-al-senoMadrid. Nel 2015 circa 3 milioni e 162 mila italiane sono state invitate a eseguire la mammografia, fondamentale per individuare il tumore del seno in fase precoce, ma solo il 55% ha aderito (1 milione e 728mila). Preoccupa in particolare la differenza fra Nord (63%), Centro (56%) e Sud (36%). “Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni ha contribuito in maniera determinante a ridurre la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio, con una diminuzione costante e statisticamente significativa (-1,9% anno) – spiega la dott.ssa Stefania Gori, presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. E il test, attualmente raccomandato con cadenza biennale alle donne fra i 50 e i 69 anni, dovrebbe essere esteso fino a 74 anni. Oggi solo alcune Regioni tra cui Emilia-Romagna e Piemonte hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening”. L’appello degli oncologi italiani viene dal Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology) in corso a Madrid. Nel 2015 il numero di donne invitate a eseguire l’esame è aumentato di quali il 14% rispetto all’anno precedente. E i risultati evidenziano che grazie a questo test nel 2012-13 sono stati identificati più di 13.000 carcinomi. “Nel 2016 sono stati stimati in Italia circa 50.200 nuovi casi di tumore del seno e 692.955 donne vivono dopo la diagnosi – continua la dott.ssa Gori -. L’innovazione prodotta dalla ricerca ha permesso di raggiungere risultati importanti. Oggi l’87%per cento delle persone colpite da questa malattia nel nostro Paese guarisce, una percentuale superiore non solo alla media europea (81,8%) ma anche al Nord Europa (84,7%). Si tratta di un risultato eccezionale, da ricondurre alle campagne di prevenzione e a trattamenti innovativi sempre più efficaci”. E, se si interviene ai primissimi stadi, le guarigioni superano il 90%. “Le evidenze scientifiche – sottolinea la dott.ssa Gori – dimostrano che nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici della mutazione di un particolare gene, BRCA1 o BRCA-2, i controlli dovrebbero iniziare a 25 anni d’età seguendo protocolli diagnostici ben precisi. Fortunatamente questi sono casi particolari, perché la maggior parte delle diagnosi di tumore del seno sotto i 50 anni non è legata a fattori ereditari”. Si è registrato negli ultimi vent’anni un aumento costante e progressivo dell’incidenza, ma la mortalità, dopo il picco negli anni Ottanta, è diminuita. È migliorata anche la durata della sopravvivenza nelle pazienti con patologia in stadio avanzato. “Il futuro sarà sempre più rivolto alla personalizzazione delle terapie per colpire la singola neoplasia del singolo paziente – conclude la dott.ssa Gori -. È ormai improprio parlare di tumore del seno: si deve utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tali da configurare vere e proprie patologie diverse. Il carcinoma della mammella è fra quelli che più hanno beneficiato delle terapie a bersaglio molecolare. Si stanno aprendo prospettive importanti anche grazie all’immuno-oncologia che ha già dimostrato di essere efficace nel melanoma, nel tumore del polmone e del rene stimolando il sistema immunitario contro le cellule malate”.

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Tumore al seno

Posted by fidest press agency su domenica, 5 marzo 2017

tumore-al-seno-2Roche, insieme al Breast International Group (BIG), al Breast European Adjuvant Study Team (BrEAST) e alla fondazione Frontier Science (FS) annunciano i risultati positivi dello studio di Fase III, APHINITY. Lo studio ha soddisfatto il suo endpoint primario e ha mostrato che il trattamento adiuvante (dopo l’intervento chirurgico) con l’associazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia ha ottenuto una riduzione statisticamente significativa del rischio di ricomparsa della malattia invasiva o di decesso (sopravvivenza libera da malattia invasiva; iDFS) nelle donne con carcinoma mammario in stadio iniziale (eBC) HER2 positivo, rispetto a trastuzumab più chemioterapia.Il profilo di sicurezza del regime con pertuzumab è risultato compatibile con quello osservato in studi precedenti1 e non sono stati identificati nuovi eventi avversi. I risultati completi dello studio APHINITY saranno presentati in occasione di un prossimo convegno medico nel 2017.
I dati dello studio saranno presto sottoposti alle autorità regolatorie, comprese la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti e l’Agenzia europea dei medicinali (EMA).
Il carcinoma mammario HER2 positivo è una forma aggressiva della malattia; colpisce circa una persona su cinque tra quelle affette da carcinoma della mammella2 e, se non trattato, è associato a una prognosi sfavorevole.3 Nonostante i progressi ottenuti nel trattamento dell’eBC HER2 positivo, ancora oggi una donna su tre trattate con trastuzumab e chemioterapia potrebbe andare incontro ad una recidiva.4,5. Il trattamento precoce del carcinoma mammario, quindi prima della sua diffusione, potrebbe migliorare le chance di prevenire la ricomparsa della malattia e la sua potenziale evoluzione allo stadio metastatico.6 La terapia adiuvante viene somministrata dopo l’intervento chirurgico e ha l’obiettivo di eliminare eventuali cellule tumorali residue per ridurre il rischio di ricomparsa del tumore.
L’associazione di pertuzumab, trastuzumab e chemioterapia è approvata come trattamento neoadiuvante (prima dell’intervento chirurgico) per le donne affette da eBC HER2 positivo in oltre 75 Paesi in tutto il mondo, dopo le approvazioni dell’Agenzia europea dei medicinali (EMA) e della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti.1,7 Negli Stati Uniti, il regime con pertuzumab è attualmente disponibile grazie al programma di approvazione accelerata dell’FDA. Roche si augura che i dati dell’APHINITY possano convertire l’attuale programma statunitense di approvazione accelerata in un’approvazione completa.

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Aumento del seno, le 5 cose da sapere

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 maggio 2016

congresso«Dottore, vorrei il seno come quell’attrice o showgirl». Capitano spesso pazienti che entrano nello studio del chirurgo plastico con la foto del personaggio famoso a cui vorrebbero assomigliare, soprattutto quando si tratta di rimodellare il seno: «Il décolleté è una parte del corpo che sembra forse più semplice emulare, anche se non è così: ognuno ha delle caratteristiche uniche che devono essere considerate e rispettate». È quanto è emerso al congresso internazionale “Cosmetology, Trichology & Aesthetic Practices” che si è svolto a Dubai dal 25 al 27 aprile, a cui ha partecipato anche Pierfrancesco Bove, chirurgo plastico fondatore del surgery network ChirurgiadellaBellezza insieme con il collega Raffaele Rauso.In un anno, nel mondo, le donne si sono sottoposte a 17 milioni di procedure di medicina e chirurgia estetica: tra quelle chirurgiche, la più praticata è stata quella dell’aumento di seno. «Anche in Italia l’aumento del seno è l’intervento più richiesto dalle donne tra i 20 e i 40 anni. Ci sono però alcuni punti da mettere in chiaro per far sì che quello che spesso è il sogno di una vita, diventi realtà senza sorprese» afferma Bove.
Il primo punto è spiegare ai pazienti che voler assomigliare a questo o a quel personaggio famoso, non è l’approccio corretto: «Bisogna sempre rispettare l’armonia e la proporzione del corpo o del viso, senza strafare. È giusto rispettare l’unicità di ciascuno e assecondare le caratteristiche fisiche del paziente, non cercare di riprodurre quelle di qualcun altro o le esigenze di moda del mondo» dicono gli specialisti di ChirurgiadellaBellezza, che ha studi a Milano, Roma, Napoli, Salerno e Firenze.
Secondo: per la scelta della protesi bisogna considerare sia i desideri della paziente, sia le sue misure corporee, per evitare effetti innaturali: «Un corpo molto magro con un seno molto prorompente molto difficilmente è un dono di madre natura e quasi sicuramente è un “fake”. Tra l’altro bisogna considerare che a lungo andare un peso eccessivo potrebbe causare problemi alla spina dorsale» spiegano i due chirurghi plastici. Anche per questo, prima dell’intervento i chirurghi simulano una “preview” del risultato definitivo facendo indossare delle apposite coppe mammarie alla paziente, al di sotto di uno specifico reggiseno: non sempre quello che sulla carta piace, fa lo stesso effetto se provato di persona: «La paziente indossa degli appositi reggiseni o delle canottiere in cui si inseriscono dei simulatori mammari così da dare l’effetto dopo l’operazione. Ascoltare la paziente, le sue esigenze e aspettative è importante, ma non bisogna mai dimenticare l’equilibrio e l’armonia. Un bravo chirurgo deve anche sapere dire di no a richieste eccessive» aggiungono.
Terzo, va ricordato che non si avranno vent’anni per sempre: «Alle pazienti più giovani, diciamo di pensare tra 40 anni come sarà cambiato il proprio corpo. Un seno da pin up oggi, potrebbe dare più di un problema domani. Le più sensibili a questo argomento sono le mamme che, a due o tre anni dalla nascita di un bambino, decidono di intervenire sul décolleté. Per questo, in linea generale, evitiamo protesi troppo grande che alla lunga potrebbero dare problemi» affermano Rauso e Bove.
Quarto punto, la scelta del tipo di protesi è determinante: «Oggi in commercio ne esistono molte marche, tra cui è difficile orientarsi. Quello che la paziente può fare è chiedere se la marca della protesi che il chirurgo propone garantisce a vita oppure in caso di contrattura capsulare, uno degli inconvenienti più frequenti, l’impianto mammario: questi sono sinonimo di serietà dell’azienda, che è talmente sicura della qualità dei propri prodotti da farsene carico a tempo indeterminato».
Quinto, per una buona riuscita bisogna sapere che dopo l’intervento sarà necessario avere alcune accortezze per ridurre i rischi post intervento. Proprio per venire incontro a questa esigenza, il team di ChirurgiadellaBellezza ha messo a punto la Smart mastoplastica, una particolare combinazione di procedure consolidate e sicure che consente di ottimizzare i tempi dell’intervento (mezz’ora circa contro le due ore di una mastoplastica tradizionale), riducendo l’edema e il gonfiore. «Il minore tempo di intervento comporta anche tempi di recupero accorciati: avendo assunto basse dose di farmaci anestesiologici, la paziente li smaltisce in poco tempo, risvegliandosi pressoché senza dolore grazie all’anestetico locale infiltrato dal chirurgo prima di operare» concludono Rauso e Bove.
ChirurgiadellaBellezza (www.chirurgiadellabellezza.it) è un surgery network che si occupa di medicina e chirurgia estetica in Lombardia, Toscana, Lazio e Campania. L’équipe, guidata dai chirurghi plastici Raffaele Rauso e Pierfrancesco Bove, è composta da anestesisti, infermieri e personal assistant. Gli standard che garantisce sono elevatissimi in tutte le città in cui opera. La filosofia di ChirurgiadellaBellezza si basa non solo sulla ricerca di risultati armonici e naturali, ma anche sull’assistenza costante al paziente prima, dopo e durante l’intervento. (foto: congresso)

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Chirurgia seno e vulva in adolescenti: le indicazioni Usa

Posted by fidest press agency su martedì, 3 maggio 2016

chirurgia esteticaIn risposta all’aumento di richieste delle adolescenti sulla chirurgia del seno e sulla labioplastica vaginale, l’American College of Obstetricians and Gynecologists (Acog) ha pubblicato su Obstetrics & Gynecology un documento d’indirizzo a cura di un gruppo di esperti coordinato da Julie Strickland, ginecologa di Kansas City e presidente dell’Adolescent Health Care Committee dell’Acog. «Sempre più spesso i ginecologi ricevono, da giovani donne ansiose di conformarsi alle attuali concezioni sociali del corpo ideale, richieste di consigli sulla chirurgia del seno o della vulva al fine di migliorarne l’aspetto e la funzione» esordisce l’esperta, sottolineando che in qualità di fornitori di assistenza sanitaria femminile, i ginecologi sono in una posizione unica per svolgere attività di consiglio e supporto alle adolescenti con queste preoccupazioni. Da qui il documento Acog, dal titolo “Breast and Labial Surgery in Adolescents” che ha lo scopo di fare il punto sulla questione, aiutando gli specialisti a consigliare le loro pazienti. «Quando le adolescenti cercano cure mediche, il primo passo è spesso di informarle e rassicurarle sulle normali variazioni della loro anatomia, strettamente collegate alla crescita e allo sviluppo del corpo» riprende Strickland, ricordando che esiste una vasta gamma di ciò che viene considerato normale in termini di sviluppo sessuale e variabilità di seni e genitali, e che i ginecologi dovrebbero spiegarlo alle loro giovani pazienti. «La valutazione della maturità fisica ed emotiva dell’adolescente è un altro aspetto importante dell’attività di consulenza al paziente, e la capacità della ragazza di prendere decisioni autonome senza pressioni esterne da parte dei coetanei o della famiglia è parte essenziale dell’attività di screening che il ginecologo dovrebbe svolgere» scrivono gli autori, sottolineando l’importanza del disturbo dismorfico del corpo, una condizione patologica che può portare l’adolescente a sottoporsi a ripetute correzioni chirurgiche senza trarne alcun sollievo. «Se un ginecologo ne sospetta la presenza, indirizzare la ragazza e i familiari a un professionista della salute mentale è la cosa più giusta da fare, senza sottovalutare la questione» aggiunge Strickland, precisando tra l’altro che la varietà nella forma, le dimensioni e la simmetria delle piccole e grandi labbra può avere effetti psicologici particolarmente angoscianti sulle giovani donne. E conclude: «L’aspetto della vulva può rendere insicure le giovani donne, e il lavoro del ginecologo è anche di rassicurarle su quest’aspetto». (fonte: doctor33 Obstetrics & Gynecology 2016. doi: 10.1097/AOG.0000000000001441)

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Aumento del seno, le 4 cose che possono andare storte dopo l’intervento di chirurgia plastica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 novembre 2015

protesi senoPuò essere colpa di uno di quei fattori imprevedibili che in medicina non si possono mai escludere del tutto, di un chirurgo poco esperto, di qualche richiesta avventatamente accontentata o di qualche indicazione post operatoria non rispettata dalla paziente. «La mastoplastica additiva, ossia l’aumento del seno, è uno degli interventi più eseguiti in Italia e nel mondo: le complicazioni sono molto rare e sempre risolvibili, ma è bene che le pazienti siano informate di quello che potrebbe andare storto». Parola di Chiara Botti, chirurgo plastico di Clinica Villa Bella a Salò (Brescia), che recentemente è stata invitata al Congresso della Società tedesca di chirurgia plastica che si è svolto a Berlino, a cui hanno partecipato oltre mille specialisti, e a quello organizzato a Teheran dalla Società di chirurgia estetica, proprio per rioperare pazienti che avevano avuto dei problemi con le protesi al seno e per parlare delle problematiche più frequenti.«Le complicazioni di un intervento sono difficili da gestire sia per il medico, sia per il paziente – spiega Botti -. La seconda operazione è sempre più complessa della prima, in quanto si tratta di intervenire per risolvere una soluzione problematica, non sempre è facile riuscirci». Il consiglio è scegliere con cura il medico a cui ci si rivolge già dalla prima volta, senza lasciarsi lusingare da prezzi bassi o offerte low cost, ma basandosi sull’esperienza dello specialista: «Se ci si rivolge a un medico poco esperto non solo aumenta la possibilità di incorrere in una complicazione, ma si rischia anche che non sia in grado di risolverla. E non tutti i medici accettano di rioperare una paziente altrui» afferma.
In Italia le operazioni di chirurgia estetica secondarie, ossia eseguite dopo che il primo intervento non è andato a buon fine, sono state il 13,6% del totale (dati Aicpe): solo nel 36,5% dei casi il paziente ritorna dallo stesso dottore, la maggioranza preferisce rivolgersi a un altro.
Nel caso di mastoplastica additiva le cause delle complicazioni sono diverse: «Spesso i problemi derivano dal fatto che si impianta una protesi troppo grande per il torace, di solito accontentando il desiderio della paziente: soprattutto nei soggetti molto magri può succedere che la protesi debordi e che, essendoci poco grasso di copertura, sia visibile il contorno. Meglio preferire una protesi piccola per far sì che il risultato non sia troppo “plastificato”. Un altro fattore che può incidere è il livello in cui si mette la protesi: il punto migliore è dietro il muscolo pettorale, dove la copertura è maggiore, anche se spesso il chirurgo preferisce l’innesto davanti al muscolo in quanto, oltre a essere tecnicamente più difficile, può causare un po’ più di dolore nei primi giorni successivi. Tuttavia, considerando che può servire a evitare complicazioni e ad ottenere un risultato migliore, ne vale la pena» aggiunge la dottoressa.
Le complicazioni più frequenti con la mastoplastica additiva sono contrattura capsulare, spostamento della protesi, rotazione e rottura. «Un elenco che, pur non essendo del tutto esaustivo, riassume le problematiche più frequenti» dice Botti. La prima è la contrattura capsulare, ossia l’indurimento del seno. «È quella più diffusa, con un’incidenza tra l’1 e il 2%. Può capitare durante tutto l’arco di vita della protesi e le cause sono diverse: dalle infezioni subcliniche (dovute a batteri presenti nella mammella e nei dotti o a bronchiti o tonsilliti non curate con antibiotici), alla contaminazione delle capsule con materiale estraneo. Si manifesta appunto con l’indurimento del seno e si risolve rimuovendo la protesi e reinserendone una nuova» dice il chirurgo plastico di Villa Bella.
Altra complicazione possibile è lo spostamento della protesi. «La dislocazione della protesi può capitare nei primi due mesi dopo l’impianto. Si verifica se la paziente esegue un movimento troppo energico con le braccia oppure se fa molto esercizio nelle settimane immediatamente successive all’intervento. Trascorsi due mesi il tessuto intorno alla protesi si cicatrizza e la paziente può riprendere con regolarità la propria attività. Anche in questo caso la soluzione è tornare in sala operatoria per riposizionare la protesi nella giusta posizione» spiega la dottoressa Botti.La terza cosa che può andare storta è la rotazione. «Capita con le per protesi anatomiche che sono a forma di goccia e se si girano cambiano anche la forma del seno. Può succedere quando si realizza una “tasca” troppo larga per inserire la protesi; quando si passa da una protesi più grande a una più piccola senza ridimensionare la tasca e nel caso in cui la paziente esegue dei movimenti eccessivi con le braccia. La soluzione è rimettere la protesi nella posizione originaria: a volte si può risolvere con un’apposita manovra per girare la protesi, altrimenti si deve rioperare. Succede più frequentemente nei primi due mesi dopo l’intervento ma può capitare anche successivamente».
Infine, può succedere che la protesi si rompa. «La rottura della protesi di solito è successiva a un trauma, ad esempio un incidente d’auto. L’incidenza è bassissima, tanto che le aziende forniscono gratuitamente una coppia di protesi per la sostituzione e, in alcuni casi, rimborsano anche il costo dell’intervento per il reimpianto» afferma Botti.

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Tumore al seno: incidenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 novembre 2015

tumore al senoRoma. Aumentano i casi di tumore del seno nelle under 50. In 15 anni nel nostro Paese si è registrato un incremento del 27%: erano 7.921 nel 2000, quest’anno le nuove diagnosi in questa fascia d’età saranno 10.105. Per questo diventa essenziale rivedere i criteri di accesso alla mammografia ed estendere il test a tutte le italiane a partire dai 45 anni. A lanciare l’appello gli oncologi riuniti nell’International Meeting on New Drugs in Breast Cancer, che si apre domani al Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo. “Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni ha contribuito in maniera determinante a ridurre di quasi il 40% la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio – spiega il prof. Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica del Regina Elena di Roma e presidente del Convegno giunto alla quarta edizione -. L’età del primo esame va abbassata per tutte le donne a 45 anni e i controlli devono proseguire fino ai 74. Oggi solo due Regioni, Emilia-Romagna e Piemonte, hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening, come suggerito dal ‘Piano nazionale prevenzione’”. Nel 2015 sono stimati in Italia circa 48.000 nuovi casi di tumore del seno, 692.955 donne vivono con una diagnosi per questa patologia. “L’innovazione prodotta dalla ricerca ha permesso di raggiungere risultati importanti – afferma il prof. Cognetti -. In quindici anni le percentuali di guarigione sono cresciute di circa il 10%, passando dal 78 all’87 per cento. Si tratta di un risultato eccezionale, da ricondurre alle campagne di prevenzione e a trattamenti innovativi sempre più efficaci”. E, se si interviene ai primissimi stadi, la sopravvivenza raggiunge il 98%”. “Ma il tumore del seno – continua il prof. Cognetti – resta la più frequente causa di morte per cancro nel sesso femminile anche fra i 40 e i 50 anni. Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia ed è necessario che le Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni che provengono dalla comunità medico-scientifica”. Nel biennio 2011-2012 quasi 5.300.000 donne di età compresa fra 50 e 69 anni sono state invitate a sottoporsi alla mammografia, circa 3.000.000 sono state esaminate. L’estensione teorica è risultata pari al 94,4%, mentre quella effettiva è stata del 73,3%. Il confronto tra le Regioni del Nord e del Centro con quelle del Sud Italia rivela ancora uno squilibrio nell’estensione di questo esame: mentre al Nord e al Centro è rispettivamente del 94% e dell’86%, al Sud il valore registrato è inferiore al 40%. “Le evidenze scientifiche – conclude il prof. Cognetti – dimostrano che nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici della mutazione di un particolare gene, BRCA1 o BRCA-2, i controlli mammografici dovrebbero iniziare a 25 anni o 10 anni prima dell’età di insorgenza del tumore nel familiare più giovane. Questi sono casi particolari, perché la maggior parte delle diagnosi di tumore del seno sotto i 50 anni non è legata a fattori ereditari. Ma l’incidenza della malattia nelle quarantenni è in costante crescita. Ecco perché è indispensabile abbassare la soglia dello screening a 45 anni. Solo così potremo salvare più vite”. Come dimostrano gli studi scientifici la riduzione della mortalità per carcinoma mammario grazie allo screening è diversa nelle varie fasce d’età. È pari al 14% per le donne fra 50 e 59 anni e al 32% per quelle fra 60 e 69. La sensibilità della mammografia infatti aumenta in relazione all’età per la riduzione della densità mammaria. Da qui l’opportunità di includere nei controlli anche le over 70.

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Chirurgia plastica, in Italia la nuova generazione di protesi al seno

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 ottobre 2015

protesi senoPiù tecnologiche, più sicure e più performanti. Sono una novità per l’Italia le protesi al seno con carta d’identità incorporata Motiva presentate durante il corso “World Symposium on Ergonomic Implants” che si è tenuto venerdì 25 e sabato 26 settembre alla clinica Villa Bella di Salò (Brescia), a cui hanno partecipato specialisti di tutto il mondo.«Queste protesi di nuova generazione sono le prime a contenere un microchip che racchiude una carta d’identità che il medico potrà “leggere” grazie a un apposito scanner. Si evita così il cartellino di riconoscimento cartaceo che, in precedenza, si consegnava alla paziente perché lo conservasse, con tutti i limiti che questo sistema presentava. Ma le novità non finiscono qui: il materiale utilizzato è innovativo e, oltre a offrire un risultato esteticamente migliore, ha anche più garanzie di sicurezza per la paziente, che può vedere come sarà il risultato finale in anteprima grazie a una simulazione in 3D» dicono Antonio Cella e Chiara Botti, chirurghi plastici a Villa Bella.Villa Bella è stata la prima clinica in Italia a utilizzare le protesi hi tech: «Da due anni utilizziamo le protesi Motiva: ne abbiamo impiantate circa un centinaio con ottimi risultati e soddisfazione da parte delle pazienti. Oggi realizziamo la maggior parte delle mastoplastiche additive con queste protesi» affermano i chirurghi plastici.Utilizzate all’estero già da qualche anno, le protesi Motiva hanno ottenuto tutte le approvazioni per il mercato europeo e sono state oggetto di diversi studi scientifici che ne assicurano la sicurezza.La nuova generazione di protesi al seno presenta sostanziali novità rispetto a quelle già in commercio: «La prima è che a sono le prime e uniche al mondo ad avere internamente un microchip che contiene una sorta di carta d’identità delle protesi – spiegano Cella e Botti -. Grazie a uno scanner sarà possibile in qualsiasi momento il riconoscimento della protesi dall’esterno e si potranno avere subito tutte le informazioni necessarie, come numero di serie, marca, volume e modello evitando cosi il cartellino di riconoscimento». Fino a oggi, infatti, quando una paziente si operava di mastoplastica additiva, riceveva dal medico un tagliando identificativo, con tutte le caratteristiche delle protesi impiantate, che doveva conservare. «Capita spesso però che, con il passare degli anni, la paziente perda il tagliando – dicono i medici -. Avere subito tutte le informazioni necessarie è invece molto utile sia per i controlli successivi, sia nel caso in cui insorgano eventuali problemi: quando scoppiò lo scandalo delle protesi francesi Pip, riempite in modo fraudolento con silicone industriale, molte donne avevano perso la documentazione ed era stato difficile sapere a distanza di anni che marca di protesi la paziente avesse dentro il corpo. Grazie al microchip questo problema è superato».Un’altra novità riguarda il materiale: le protesi sono riempite con un particolare gel di silicone che ha la caratteristica di dare una forma molto naturale e che, nell’ipotesi di rottura della protesi, resta localizzato senza il rischio di dispersione dei tessuti.
Terza innovazione, il fatto di essere ergonomiche pur essendo protesi rotonde: «Le protesi Motiva condensano in un unico modello le caratteristiche positive dei due tipi di protesi di solito utilizzati, quelle rotonde e quelle anatomiche – affermano i chirurghi di Villa Bella -. Pur appartenendo alla categoria di quelle rotonde sono ergonomiche, una caratteristica che di solito contraddistingue le protesi anatomiche. Questo significa che, una volta inserite dietro al muscolo, grazie al particolare gel che contengono, assumono una forma naturale. Allo stesso tempo non presentano alcuni “difetti” tipici delle protesi anatomiche, come la rotazione».Un altro elemento di novità è costituito dal fatto che le nuove protesi hanno un rivestimento che è più delicato e morbido al tatto rispetto alle tradizionali. Una caratteristica che ha come effetto quello di essere meno irritante per il corpo.Inoltre è possibile fare per la prima volta in Italia, una simulazione 3D con queste protesi e vedere il risultato immediatamente. «Grazie a un software e a una fotocamera per la simulazione 3D del risultato disponibili a Villa Bella, è possibile calcolare esattamente le misure e l’ammontare dell’eventuale asimmetria. In questo modo il chirurgo lavora più accuratamente e la paziente può subito avere un’idea concreta del risultato».Insomma, si tratta di un prodotto sicuro, che rappresenta il futuro delle protesi al seno. A conferma di questo, la ditta produttrice ha attuato forme assicurative e di garanzia più estese rispetto alle altre case di produzione. E il prezzo è allineato a quello delle protesi tradizionali.

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Chirurgia estetica, con la Smart mastoplastica ci vogliono solo 30 minuti per un seno nuovo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2015

chirurghiSolo 30 minuti per aumentare il volume del seno, con un recupero rapido e dal dolore limitato. Sono questi i vantaggi di una nuova tecnica per la mastoplastica additiva messa a punto da Pierfrancesco Bove e Raffaele Rauso, chirurghi plastici attivi in varie regioni d’Italia con l’équipe di ChirurgiadellaBellezza. «L’abbiamo chiamata Smart mastoplastica perché è una tecnica intelligente, che combinando delle procedure consolidate e sicure consente di ottimizzare i tempi dell’intervento, mezz’ora circa contro le due ore di una mastoplastica tradizionale –affermano Bove e Rauso–. Inoltre, la scelta dell’anestesia locale con leggera sedazione fa sì che si evitino i postumi pesanti dell’anestesia generale con intubazione». La Smart mastoplastica è indicata per tutte le pazienti che desiderano un aumento volumetrico del seno, senza modificarne la forma. Per la Smart mastoplastica i chirurghi di ChirurgiadellaBellezza hanno standardizzato una tecnica di inserimento per la protesi sottomuscolare dual plane, con un metodo che successivamente riduce le problematiche legate alle contrazioni dinamiche del muscolo pettorale e gli inconvenienti connessi. «Il risultato di questo approccio sono tempi di intervento estremamente brevi per un inserimento sottomuscolare, di 30 minuti circa per entrambe le mammelle, il che riduce anche l’edema e il gonfiore successivi» spiega Raffaele Rauso
L’équipe di Chirurgia della bellezza è caratterizzata dallo stesso team fisso di anestesisti e infermieri, sempre guidata da Pierfrancesco Bove e Raffaele Rauso, costituendo così un team affiatato e affidabile che opera con rapidità garantendo il miglior risultato. Il minore tempo di intervento comporta anche tempi di recupero accorciati: avendo assunto basse dose di farmaci anestesiologici, la paziente li smaltisce in poco tempo, risvegliandosi pressoché senza dolore grazie all’anestetico locale infiltrato dal chirurgo prima di operare.«Il fatto di non sentire male, però, non deve far dimenticare che la fase post-operatoria di un intervento del genere dura un mese –spiega Pierfrancesco Bove– Questo è un aspetto che lo staff di ChirurgiadellaBellezza segue con particolare attenzione, assegnando a ciascuna paziente una personal assistant che si assicura vengano seguite tutte le indicazioni terapeutiche, per esempio l’uso di guaina e reggiseno contenitivo e gli accorgimenti da adottare per tutti i movimenti che coinvolgono gli arti superiori, come anche un “banale” movimento che si fa, senza pensarci, per alzarsi dal letto, e che va sostituito».Se, infatti, dal giorno dopo l’intervento la paziente può riprendere la normale vita quotidiana e attività lavorative che non comportino carichi eccessivi per braccia e pettorali, occorre attendere 30 giorni prima di eliminare le fasciature contenitive e 60 per riprendere al 100% l’attività sportiva.
ChirurgiadellaBellezza (www.chirurgiadellabellezza.it) è un surgery network che si occupa di Medicina e Chirurgia Estetica in Lombardia, Toscana, Lazio e Campania. L’équipe, guidata dai chirurghi plastici Raffaele Rauso e Pierfrancesco Bove, è composta da anestesisti, infermieri e personal assistant. Gli standard che garantisce sono elevatissimi in tutte le città in cui opera. La filosofia di ChirurgiadellaBellezza si basa non solo sulla ricerca di risultati armonici e naturali, ma anche sull’assistenza costante al paziente prima, dopo e durante l’intervento. (foto: chirurghi)

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Tumore al seno: individuato un nuovo fattore genetico di rischio

Posted by fidest press agency su sabato, 8 agosto 2015

tumore al senoUn nuovo tassello si aggiunge alle conoscenze che consentono alla medicina predittiva di quantificare il rischio di sviluppare patologie determinate anche da fattori genetici. Uno studio coordinato dal dottor Paolo Peterlongo di IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) e dal dottor Paolo Radice dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics, ha individuato un fattore di rischio per il carcinoma mammario fin ad oggi sconosciuto, FANCM. Una mutazione di questo gene, già noto per il suo ruolo nell’Anemia di Fanconi, consente di identificare un nuovo gruppo di donne a rischio di carcinoma mammario. La scoperta contribuisce a chiarire che esistono altri geni che, oltre a BRCA1 e BRCA2, se mutati aumentano le probabilità di cancro al seno. Così la medicina predittiva segna un nuovo passo avanti nel campo delle neoplasie mammarie: attualmente, i fattori genetici individuati “spiegano” circa la metà di tutti i casi di familiarità e i ricercatori proseguono in questa direzione per identificare le cause del restante 50% dei casi con familiarità per la malattia. L’elemento di maggior rilievo di queste scoperte consiste nella loro caratteristica di essere complementari, poiché le donne negative a uno dei test genetici possono invece risultare positive all’altro, con un’effettiva estensione della capacità e delle chance predittive da parte dei clinici. ‎Lo studio, finanziato da AIRC, dimostra che una particolare mutazione di FANCM (denominata c.5791C>T) causa la sintesi di una proteina non funzionale. Inoltre, i dati di frequenza, ottenuti confrontando più di 8.600 donne affette da carcinoma mammario e 6.600 donne sane (provenienti da Italia, Francia, Spagna, Germania, Australia, Stati Uniti, Svezia e Paesi Bassi) suggeriscono che le donne portatrici della mutazione presentano un rischio di sviluppare il carcinoma mammario superiore a quello della popolazione generale.L’esempio più eclatante finora confermato è quello dei geni BRCA1 e BRCA2 (dall’inglese BReast CAncer) che, se alterati da mutazioni deleterie, determinano una probabilità di sviluppare un carcinoma mammario nel corso della vita di circa il 60-80%. Le mutazioni di questi geni sono relativamente frequenti e vengono identificate nel 10-20% di tutte le donne affette da carcinoma mammario che si sottopongono al test genetico. Scoprire una mutazione BRCA in una donna consente di identificare i parenti a rischio (coloro che hanno la mutazione) e chi ha un rischio equivalente a quello della popolazione generale (coloro che non hanno la mutazione).Durante lo studio è stato rilevato che proprio le donne negative al test BRCA possono essere portatrici del gene mutato FANCM.”Questa ricerca – precisa Paolo Radice – è un risultato significativo della collaborazione tra INT e IFOM, impegnati insieme sul fronte della suscettibilità genetica al cancro. I dati emersi incrementano le nostre conoscenze sui diversi geni che contribuiscono a innalzare il rischio di sviluppare un carcinoma mammario. Senz’altro i geni BRCA1 e BRCA2 conferiscono la quota maggiore di rischio. È però già possibile, grazie ai più recenti avanzamenti tecnologici, eseguire test che analizzano simultaneamente interi ‘pannelli’ di geni di predisposizione al carcinoma della mammella, tra i quali in futuro potrebbe essere incluso FANCM.È importante sottolineare che, dal momento che il rischio conferito dipende dal gene alterato e dalla mutazione identificata, è fondamentale che le persone che si sottopongono al test, lo facciano esclusivamente previa consulenza genetica con lo specialista”.

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Allattamento al seno per fronteggiare malattie e malnutrizione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2015

allattamento al senoFar crescere il numero dei bambini allattati al seno è una delle strade migliori per far progredire il mondo nella lotta alla malnutrizione. Nella settimana mondiale dedicata all’allattamento esclusivo al seno (1-7 agosto), Amref – la più grande organizzazione no profit sanitaria in Africa – promuove l’allattamento al seno esclusivo per i primi sei mesi di vita del neonato. Come avviene in tutti i suoi progetti sul campo, in particolare, nei suoi programmi di formazione per ostetriche, infermieri e volontari sanitari a livello comunitario. Un impegno che non ha risvolti solo in termini di salute, ma anche in termini di progresso sociale ed economico.
A livello mondiale solo il 38% dei bambini tra 0 e 6 mesi viene nutrito tramite allattamento esclusivo. Secondo una recente analisi – rileva l’Organizzazione Mondiale della Sanità – pratiche di allattamento al seno non ottimali, come l’allattamento non esclusivo, contribuiscono per l’11,6% alla alla mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni. Questo equivarrebbe a circa 800 mila morti in un anno. Il mondo si è dato un obiettivo per il 2025: aumentare il tasso di allattamento esclusivo nei primi sei mesi di vita del bambino: arrivare al 50%.
Salute del bambino e salute della madre. Il latte materno rappresenta il miglior alimento per i neonati, perché fornisce tutte le sostanze nutrienti di cui hanno bisogno nella prima fase della loro vita. Protegge il nuovo nato da malattie infettive e croniche (come le infezioni respiratorie, aiuta a diminuire la mortalità infantile causata da diarrea e polmonite, e accelera il processo di riabilitazione dalle stesse). L’’allattamento al seno ha delle ricadute positive anche sulla salute della madre. In linea generale aiuta a diminuire il rischio di cancro alla mammella prima della menopausa, accelera la ripresa dal parto e l’involuzione dell’utero e riduce il rischio di emorragia e di mortalità, prolunga il periodo di infertilità post parto, assicurando così che il periodo tra una gravidanza e l’altra sia più lungo. Non solo questione di latte. Importante intervenire a livello di sistemi sanitari, far arrivare alle comunità la bontà di questa pratica e a livello politico-legislativo ribadire il ruolo della donna. Migliorare, negli ospedali e nelle strutture sanitarie, il supporto all’allattamento esclusivo, rendendolo più facile e più comprensibile, lì dove ancora ci fossero delle remore. Arrivare nelle comunità e nei villaggi attraverso operatori che possano spiegare l’importanza di allattare. Investire nella formazione. Ma anche battersi contro pubblicità aggressive e non appropriate che presentano prodotti sostituitivi al latte materno. Fondamentale promuovere politiche in grado di conciliare l’allattamento al seno e il rientro all’attività lavorativa. Amref sostiene l’allattamento al seno insegnando le buone pratiche attraverso un manuale, elaborato appositamente nel 1992 e rivisto nel 2002, intitolato “Allattamento al seno: come aiutare le madri” di Felicity Savage King (pediatra e docente presso il Centro per la Salute Internazionale del Bambino all’Istituto per l’Infanzia di Londra). Il manuale, tradotto in più lingue, si è rivelato essere uno strumento essenziale per combattere la mortalità materna in Africa.
Amref Health Africa promuove la salute materna anche attraverso Stand Up for African Mothers, una campagna che vuole formare 15.000 ostetriche dell’Africa sub-Sahariana e contribuire ad una riduzione del 25% della mortalità materna nel continente. La sezione italiana di Amref Health Africa promuove la campagna in Mozambico, dove nell’arco di 6 anni saranno formati 1,100 ostetriche (825 attraverso corsi di aggiornamento, 275 attraverso corsi di formazione di durata biennale) e 30 formatori di ostetriche.

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Per le donne con tumore al seno

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2015

Un nuovo approccio al trattamento delle pazienti con carcinoma alla mammella arriva da uno studio condotto dai ricercatori dell’Unità Biomarcatori del Dipartimento di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare dell’istituto nazionale tumori, finanziato anche da AIRC e pubblicato recentemente sul British Journal of Cancer. In particolare, lo studio riguarda uno dei cinque sottotipi di tumore al seno individuati per scegliere al meglio le terapie molecolari, quello luminale, che interessa 7 pazienti su 10 e che include sia pazienti con ottima prognosi, praticamente sempre libere dalla malattia (malattia indolente), sia pazienti che vanno incontro a recidive locali e a metastasi anche a distanza di un decennio dalla rimozione del tumore primitivo (malattia aggressiva).
Dalla ricerca emerge l’importante ruolo di un microRNA, il miR 30e*, che permette di individuare tra le donne con carcinoma mammario luminale senza coinvolgimento dei linfonodi ascellari (quindi ad uno stadio iniziale della malattia), quelle per le quali il rischio di sviluppare metastasi a distanza è minimo a parità delle altre variabili, come il grado di coinvolgimento della risposta immunitaria (valutata come espressione dei geni).
“Lo studio – spiega la dottoressa Maria Grazia Daidone, direttore del dipartimento di Oncologia Sperimentale e Medicina Molecolare dell’Istituto dei Tumori e coordinatrice del progetto insieme alla dottoressa Vera Cappelletti, ricercatrice biologa dell’INT – non si limita a valutare il ruolo prognostico di alcuni microRNA, piccole molecole di RNA che regolano l’espressione genica e sono disregolate nei tumori. Cerca anche di stabilire quanto queste molecole contribuiscono a definire il rischio di metastasi anche in presenza delle informazioni già fornite da età della paziente, dimensione e grado istologico del tumore e presenza di malattia nei linfonodi ascellari, informazioni già presenti nel foglio della diagnosi”.
Daidone precisa: “In questo caso si è dimostrato che un’ elevata espressione di miR-30e* conferisce un effetto protettivo sulla comparsa di metastasi: il rischio relativo di metastatizzazione a distanza è circa 8 volte inferiore per le pazienti il cui tumore esprime elevati livelli di miR-30e* rispetto a quelle il cui tumore ne esprime bassi livelli o non lo esprime del tutto. Tale risultato ha trovato conferma anche su casistiche indipendenti di pazienti operate in altri Istituti e questo rafforza l’osservazione iniziale dell’Istituto Nazionale dei Tumori. Infine lo studio, ha offerto una spiegazione dell’effetto protettivo della maggiore espressione di miR 30e*”.
L’individuazione precoce di questi gruppi risulta quindi di importanza fondamentale per una pianificazione terapeutica più mirata che eviterebbe l’esposizione a trattamenti tossici e costosi a pazienti che non ne necessitano. Aiuterebbe a identificare le pazienti con malattia aggressiva prima che questa si manifesti, con la possibilità quindi di contrastarne l’insorgenza con terapie specifiche.
“Si tratta di un ulteriore passo in avanti per il trattamento dei tumori grazie al lavoro dei nostri ricercatori – commenta il presidente dell’Istituto dei Tumori, Giuseppe De Leo -. Un’ottima notizia che vogliamo diffondere proprio nella settimana di Expo dedicata alle donne: una ricerca coordinata proprio da due donne che regala nuova speranza alle pazienti di tutto il mondo”.

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Tumore del seno

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2015

tumore al senoOggi è possibile aumentare la concentrazione del farmaco antitumorale per colpire selettivamente le cellule malate. Grazie alla nanotecnologia particelle di dimensioni nanometriche trasportano il farmaco chemioterapico in dosi maggiori rispetto alla formulazione tradizionale (+33%), aumentandone l’efficacia con meno effetti collaterali. Nab-paclitaxel ha dimostrato di essere efficace anche in una forma di tumore del seno particolarmente aggressiva, quella metastatica “triplo-negativa”. E al 51° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più importante appuntamento mondiale di oncologia in corso a Chicago fino al 2 giugno, viene presentato lo studio internazionale “tnAcity”, con l’Italia secondo Paese al mondo per numero di pazienti reclutate dopo gli USA. “In questa forma di tumore a oggi è disponibile solo la chemioterapia – afferma il prof. Pierfranco Conte, direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Oncologico Veneto (IOV) di Padova e principal investigator dello studio -. Quindi è essenziale trovare il miglior regime chemioterapico per queste pazienti. Nab-paclitaxel, cioè paclitaxel legato all’albumina in nanoparticelle, è un farmaco innovativo che coniuga un principio attivo di efficacia antitumorale comprovata, paclitaxel, con la tecnologia d’avanguardia basata sulle nanoparticelle”. Nel nostro Paese vivono più di 522mila donne con tumore del seno. Le percentuali di guarigione sono in costante crescita, oggi infatti l’87% è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Nel 2014 si sono registrate 48mila nuove diagnosi. “All’ASCO – continua il prof. Conte – vengono presentati anche studi che dimostrano come regimi con nab-paclitaxel, somministrato prima dell’intervento chirurgico, siano in grado di indurre una maggior percentuale di risposte patologiche complete. Si tratta di un parametro molto importante perché consiste nell’assenza di tumore invasivo sia nel seno che nei linfonodi ed è strettamente legato all’esito favorevole a lungo termine, cioè alla sopravvivenza”. “Infine – conclude il prof. Conte – altri dati interessanti presentati a Chicago riguardano l’efficacia e la tollerabilità di nab-paclitaxel in donne anziane colpite da tumore del seno. Vi è una carenza di dati di studi clinici nelle pazienti over 65. Ed è importante dimostrare che anche queste malate, qualora necessitino di chemioterapia, possano essere trattate in maniera efficace senza compromettere la loro qualità di vita”. Il cancro della mammella rappresenta il tumore più frequentemente diagnosticato tra le under 50 (41% ), nella classe d’età compresa fra 50 e 69 anni (35%) e nelle over 70 (21%).

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Cancro al seno: le terapie mirate offrono nuove modalità di trattamento

Posted by fidest press agency su martedì, 21 aprile 2015

cancro-al-senoCon 52 farmaci in via di sviluppo, l’uso di una combinazione di terapie mirate aumenterà il tasso di sopravvivenza, secondo Frost & Sullivan. Nonostante la disponibilità di circa 25 farmaci per il trattamento del cancro al seno, sono molte le esigenze ancora non soddisfatte nel mercato globale. Per risolvere questo inconveniente, le aziende farmaceutiche hanno stabilito una robusta pipeline che attualmente comprende circa 52 farmaci in fase di sviluppo. Mentre la chemioterapia rimane la classe di farmaci più importante per il trattamento del cancro al seno, la tendenza verso i farmaci mirati è in aumento. Una nuova analisi di Frost & Sullivan, intitolata “A Competitive Analysis of the Global Breast Cancer Therapeutics Market”, ha rilevato che il mercato ha prodotto entrate per circa 10 miliardi di dollari nel 2014 e stima che questa cifra raggiungerà quota 13,38 miliardi di dollari nel 2018. I farmaci per il cancro al seno sono costosi e rappresentano un grosso onere per i pazienti e per le agenzie di assicurazione sanitaria. La mancanza di terapie efficaci, specialmente per il cancro al seno triplo negativo, è un’altra sfida estremamente complessa. “È probabile che l’arrivo sul mercato di una nuova classe di terapie mirate ridefinirà i tassi di sopravvivenza dei pazienti con tumori triplo negativi, – afferma Sriram Radhakrishnan, analista di Frost & Sullivan. – Le terapie mirate basate su inibitori di PARP (poli polimerasi del ADP-ribosio) sono in fase di sviluppo e si prevede che consentiranno di trattare efficacemente i tumori al seno.” Anche se Herceptin e Tykerb sono le uniche terapie mirate disponibili per il cancro al seno, Kadcyla e Perjeta, di recente approvazione, arricchiranno l’offerta di farmaci mirati. I farmaci chiave da tenere d’occhio tra il 2015 e il 2017 sono:
· ABT-888 (Abbvie)
· NeuVax (Galena Biopharma)
· Palbociclib (Pfizer)
· NKTR-102 (Nektar Therapeutics)
· CT-P6 (Celltrion)
“L’attenzione si è spostata verso le modalità terapeutiche combinate, che hanno evidenziato il potenziale di migliorare il tasso di sopravvivenza libera da progressione”, osserva Radhakrishnan. “Anche la combinazione di modalità terapeutiche – terapie mirate insieme alla chemioterapia – potrebbe rendere le cure più accessibili ai pazienti.”
Poiché è probabile che i progressi tecnologici miglioreranno la portata della diagnosi e offriranno un trattamento personalizzato per i pazienti, la gara per la formulazione di terapie efficaci per il cancro al seno è decisamente aperta. Lo studio “A Competitive Analysis of the Global Breast Cancer Therapeutics Market” fa parte del programma Life Sciences Growth Partnership Service. Altri studi di Frost & Sullivan collegati a questo argomento sono: “A Product and Pipeline Analysis of the Opioid Therapeutics and Drug Delivery Market”, “A Product and Pipeline Analysis of the Lung Cancer Therapeutics Market”, “A Product and Pipeline Analysis of the Antibacterial Drugs Market” e “Global Oncology Drug Delivery Market”. Tutte le analisi comprese nel servizio in abbonamento forniscono dettagliate opportunità di mercato e tendenze del settore, valutate in seguito ad esaurienti colloqui con gli operatori del mercato.

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Lotta al tumore al seno

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2015

tumore al senoOggi il 90% delle donne colpite dal tumore del seno guarisce. In 23 anni, dal 1989 al 2012, la mortalità per questa malattia è infatti diminuita di quasi il 30%. Il merito deve essere ricondotto a trattamenti (chirurgia, radioterapia, farmaci antitumorali) sempre più efficaci e personalizzati e alle campagne di prevenzione. Un ruolo fondamentale è svolto dalla mammografia, esame che consente di individuare il tumore in fase inziale, quando le possibilità di sopravvivenza sono elevate. In particolare in Veneto le campagne di screening sono molto efficaci: nel 2012 sono state invitate 263.478 donne a eseguire questo test, il 93,7% della “popolazione bersaglio”. Non solo. L’adesione corretta, dato rappresentativo della reale risposta delle donne invitate, è pari al 74%, superiore rispetto alla media nazionale (62%). E, sempre nel 2012, la mammografia ha permesso di diagnosticare nella Regione 929 casi. Prevenzione e terapie sono al centro del convegno nazionale “CANOA”, realizzato con il patrocinio dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), che si apre oggi a Verona (Ospedaletto di Pescantina). Nel 2014 in Italia sono stati diagnosticati circa 48mila nuovi casi di cancro al seno, in Veneto 3.976. “Lo standard desiderabile di adesione allo screening mammografico dovrebbe essere del 75%. È necessario rendere le donne sempre più informate e consapevoli. Così potremo salvare più vite – spiega la dott.ssa Stefania Gori, Segretario Nazionale AIOM e direttore dell’Oncologia Medica all’Ospedale ‘Sacro Cuore-Don Calabria’ di Negrar (Verona) -. L’avanzamento delle conoscenze in campo biomolecolare ha permesso inoltre di distinguere vari sottotipi di tumore del seno, con prognosi e possibilità terapeutiche diverse. Grazie alla disponibilità di farmaci innovativi e al trattamento personalizzato, sono migliorate le percentuali di sopravvivenza sia nella malattia in fase iniziale che in quella avanzata. Ma dobbiamo puntare di più alla prevenzione, sia primaria, legata cioè agli stili di vita corretti, sia secondaria, aumentando l’adesione agli screening”. Nel 2013 tre donne italiane su quattro della popolazione target sono state regolarmente invitate a sottoporsi alla mammografia. Permane una grande differenza fra Nord (più di 9 donne su 10), Centro (più di 8 donne su 10) e Sud (solo 4 donne su 10). “Nel corso degli ultimi anni in Veneto vi è stata una progressiva dismissione delle apparecchiature radiologiche analogiche per le mammografie, che sono state sostituite da quelle digitali – afferma il dott. Mario Piccinini, Direttore Amministrativo del ‘Sacro Cuore-Don Calabria’ -. I vantaggi di questa evoluzione tecnologica, che ha interessato anche il nostro ospedale, sono molteplici. In particolare riguardano la qualità delle immagini ottenute, la loro più agevole lettura, la riduzione della dose di radiazioni erogata, la maggiore sensibilità e specificità del test in tutte le donne valutate e l’aumento dell’efficacia dei programmi di screening”. “Esiste una piccola percentuale, inferiore al 5%, di forme ereditare di carcinoma mammario – continua la dott.ssa Gori -, legate alla mutazione dei geni BRCA1-2. Le donne con probabilità superiore al 10% di avere questa alterazione sono selezionate in base a criteri clinici condivisi a livello internazionale. Con un semplice prelievo di sangue, è possibile effettuare un’analisi di biologia molecolare e stabilire se sono effettivamente portatrici della mutazione genetica. Il rischio di sviluppare un carcinoma mammario nel corso della vita è del 57% in una donna con mutazione accertata di BRCA1 e del 49% in caso di mutazione accertata di BRCA2. La probabilità di sviluppare il tumore dell’ovaio è del 40% in presenza di mutazione di BRCA1 e del 18% nel caso di mutazione di BRCA2. Inoltre nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici di una delle due alterazioni genetiche, i controlli mammografici dovrebbero iniziare a 25 anni o un decennio prima dell’età di insorgenza del tumore nel familiare più giovane”. “I progressi della ricerca offrono numerose opportunità – sottolinea la dott.ssa Gori – e gli oncologi devono acquisire le capacità per trasferire nella maniera più adeguata nella pratica clinica quotidiana i risultati degli studi scientifici. Far acquisire queste competenze è il primo degli obiettivi del convegno CANOA, giunto alla quinta edizione. Nella prima giornata verranno illustrati i risultati di studi molto importanti, la metodologia utilizzata e l’impatto potenziale sulla pratica clinica”. “D’altra parte – afferma dott. Fabrizio Nicolis, Direttore Sanitario del ‘Sacro Cuore-Don Calabria’ – la ricerca clinica ha ricadute sia a livello di pratica clinica (miglioramento della qualità in ogni servizio/reparto coinvolto nella diagnosi e nel trattamento delle patologiche neoplastiche) sia a livello organizzativo (deve essere prevista nella struttura ospedaliera la presenza di personale formato in data management, statistica, metodologia; la presenza di infermieri di ricerca; la presenza di un nucleo della ricerca clinica; ecc) sia a livello economico”. Nella seconda giornata del convegno CANOA verranno affrontati alcuni quesiti di pratica clinica con la metodologia GRADE, utilizzata per la stesura delle 32 Linee Guida AIOM. “Con la stesura di Linee Guida, aggiornate annualmente – conclude la dott.ssa Gori –, vogliamo migliorare e standardizzare la pratica clinica. È infatti essenziale offrire ad ogni paziente oncologico su tutto il territorio nazionale la possibilità di ricevere una diagnosi adeguata e il miglior trattamento, inteso come la terapia più appropriata. Inoltre le linee Guida AIOM garantiscono un riferimento basato sull’evidenza per le Istituzioni nazionali e regionali, per gli organismi regolatori e per l’industria, affrontando le problematiche diagnostico-terapeutiche di 23 patologie oncologiche e di 8 aspetti generali, con il coinvolgimento di oltre 500 professionisti”.
“L’obiettivo di ogni nostro operare – conclude il Presidente del ‘Sacro Cuore-Don Calabria’, Fr. dott. Carlo Toninello – è infatti quello di essere sempre al servizio dei nostri pazienti. I progressi illustrati oggi nell’ambito nel carcinoma mammario potranno mantenersi ed aumentare in futuro. Come? Anche con una modernizzazione continua all’interno delle strutture ospedaliere, dove devono essere presenti tecnologie all’avanguardia, servizi diagnostici efficienti, ambulatori di counseling genetico per l’identificazione delle donne ad alto rischio familiare e/o genetico di sviluppo di carcinoma mammario, laboratori di biologia molecolare, personale adeguatamente formato, organizzazione, collegamento con le altre strutture oncologiche regionali e italiane, con il territorio, con i medici di medicina generale e con le associazioni di volontariato. Indispensabile anche l’attività di ricerca clinica e traslazionale. E l’aggiornamento scientifico: i convegni sono espressione di questa attività e ricordiamoci che, per tutti gli operatori in ambito sanitario oncologico, il costante aggiornamento rappresenta una delle modalità con cui essere, sempre, ‘al servizio’ dei nostri pazienti”.

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Protesi al seno e rischio di cancro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 marzo 2015

mario pelle ceravolo«Le protesi mammarie continuano a essere considerate sicure. Non si ravvisano rischi per la salute». Esordisce con le parole della recente circolare del Ministero della Salute il presidente dell’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe), Mario Pelle Ceravolo, commentando la notizia della presunta relazione tra l’insorgere di una patologia tumorale, il linfoma a grandi cellule, e le protesi al seno.«Come già accaduto con lo scandalo delle protesi Pip, anche in questo caso vogliamo tranquillizzare sia le pazienti che aspirano a un seno nuovo, sia quelle che lo hanno già: non esiste nessuna correlazione tra protesi al seno e cancro». Il Ministero della Salute, nella circolare che ha diffuso, cita 173 casi in tutto il mondo a fronte di milioni di protesi al seno impiantate: «Il numero di casi è estremamente basso e non offre dati statisticamente significativi che possano mettere in correlazione la presenza dell’impianto con questa nuova patologia» scrive il Ministero.Il linfoma a grandi cellule è stato al centro di una tavola rotonda che si è svolta nelle scorse settimane al Ministero della Salute a Roma, a cui hanno preso parte il direttore generale del servizio dispositivi medici, Marcella Marletta, e le principali società scientifiche del campo, tra cui Aicpe con il presidente Mario Pelle Ceravolo e il presidente onorario Giovanni Botti, Sicpre e Sis, e la collaborazione di altri esperti come Fabio Santanelli direttore della scuola di specializzazione in Chirugia Plastica presso l’Università La Sapienza di Roma. Il problema è stato affrontato in ambito multidisciplinare e il Ministero della Salute ha concluso che«le protesi mammarie continuano a esser considerate sicure e sotto questo aspetto non si ravvisano rischi per la salute».«L’obiettivo delle autorità italiane è informare le pazienti sul fenomeno e tranquillizzarle, prevenendo paure ingiustificate che potrebbero nascere in seguito a notizie allarmistiche che dovessero essere diffuse in futuro – afferma Pelle Ceravolo -. Il Ministero raccomanda il monitoraggio della situazione. Sono sempre consigliati controlli periodici e un’attenzione a eventuali alterazioni, soprattutto gonfiore. Tutte le donne portatrici di protesi mammarie dovrebbero essere controllate una volta all’anno dal chirurgo che le ha operate per verificare lo stato delle protesi. Bisogna anche prestare attenzione a fenomeni di importante cambiamento di forma e in special modo di gonfiore di una o ambedue le mammelle, anche se sopraggiunto a distanza di tempo dall’intervento stesso. In questo caso bisogna sottoporsi ai dovuti controlli per accertare la natura del problema».Il linfoma a grandi cellule è una patologia rarissima che, nella stragrande maggioranza dei pazienti, si limita ad una patologia infiammatoria localizzata alla cicatrice interna che si forma intorno alla protesi e che viene, nella maggior parte dei casi, completamente curata attraverso la rimozione della stessa cicatrice. «Sono rarissimi i casi in cui questa patologia può evolvere e presentare indicazione a vere e proprie terapie oncologiche» conclude il presidente Aicpe.Si vuole insomma evitare un altro caso PIP, che creò grande scompiglio nel mondo medico e terrore fra molte pazienti. «In Francia, paese dove queste protesi venivano prodotte, il Ministero della Salute, forse anche per un senso di colpa nazionalistico, consigliò di asportare tutte le protesi incriminate; ciò spinse molti chirurghi a rimuovere e sostituire un gran numero di protesi, sottoponendo tante pazienti a un ulteriore e spesso ingiustificato intervento chirurgico – ricorda il presidente Aicpe -. Recentemente vari articoli scientifici, dopo attenti studi, hanno provato ciò che noi di Aicpe abbiamo sostenuto all’epoca e cioè che le protesi PIP presentavano un rischio di rottura leggermente superiore a quello delle altre protesi ma che nessun pericolo di cancro al seno o di altre gravi complicanze poteva addebitarsi a queste protesi che fosse diverso da quelli relativi agli altri impianti. Il Ministero della Salute italiano, diretto allora dal Ministro Renato Balduzzi e dalla dottoressa Marcella Marletta, recepì perfettamente la verità ed emise circolari informative precise e tranquillizzanti che hanno portato ad una saggia gestione del fenomeno nel rispetto dei principi scientifici di salvaguardia della salute fisica e psicologica di tutte le pazienti italiane».
AICPE: L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, che è gemellata con l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 200 chirurghi in tutta Italia. Membri di Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, che aderiscono a un codice etico e di comportamento da seguire fuori e dentro la sala operatoria. L’associazione ha elaborato e pubblicato le prime linee guida del settore, consultabili sul sito internet, in cui si descrive il modus operandi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici in diversi modi: disciplinando l’attività professionale sia per l’attività sanitaria, sia per le norme etiche di comportamento; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica.

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Senologia, attribuita la certificazione di qualità Eusoma

Posted by fidest press agency su martedì, 3 marzo 2015

cancro-al-senoLa Asl Lanciano Vasto Chieti ha il suo ”Breast Centre”. L’attesa si è conclusa, con un numero che si incastona, come una pietra preziosa, in una storia fatta di sacrificio e ricerca ostinata della qualità in tutte le declinazioni. “Certificato n. 1017”: è questo il numero attribuito al Breast Centre della Asl Lanciano Vasto Chieti, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dalla Commissione per la Certificazione Eusoma per il percorso senologico, che vede in primo piano il Centro diretto da Ettore Cianchetti. Il documento, che reca la data del 25 febbraio, è giunto ieri alla Direzione Aziendale, e certifica l’aderenza agli standard fissati dall’European Society of Breast Cancer Specialist dell’offerta assistenziale garantita dalla Asl alle donne malate di tumore al seno. Il bollino blu di qualità attribuito all’intero percorso, strutturato con l’apporto di molte unità operative degli ospedali di Ortona, Chieti, Lanciano e Vasto ha una validità di tre anni, al termine dei quali procedure e strutture saranno sottoposte nuovamente a verifica.
«Finalmente è arrivato il giusto riconoscimento al lavoro di tanti anni del mio gruppo e delle figure professionali che nel tempo hanno dato vita al percorso senologico – dice a caldo Cianchetti -. Per tutti noi si tratta di un nuovo punto di partenza, uno stimolo a lavorare ancora su ambiti che possono essere migliorati. Doveroso il ringraziamento al manager Zavattaro che ha creduto in noi e creato le condizioni più agevoli per ottenere un’attestazione di qualita che ci colloca nella top ten della senologia in Italia».
La certificazione è stata attribuita a conclusione di una lunga istruttoria, durante la quale sono finiti sotto la lente della Commissione volumi di attività, professionisti, processi e tutte le figure coinvolte nell’assistenza alle pazienti: oncologo, radiologo, anatomopatologo, chirurgo, radioterapista, case manager, infermieri. E’ stata verificata l’aderenza a precisi standard di qualità dell’attività di ciascuno, al fine di misurare con l’utilizzo di una serie di indicatori, la qualità espressa dal percorso strutturato per la presa in carico delle donne con diagnosi di tumore al seno. Nello specifico, sono stati presi in esame la gestione della fase chirurgica, la diagnostica, l’istologia, la fisioterapia, il follow up, la formazione degli operatori, le informazioni date alle pazienti.
«Siamo stati caparbi e determinati nel puntare a un traguardo così ambizioso – sottolinea con giusta soddisfazione il Direttore generale della Asl, Francesco Zavattaro – che abbiamo raggiunto grazie a un grande lavoro di squadra. E’ stata questa la cifra di questa sfida, fare gruppo intorno all’obiettivo seno, per strutturare una vera rete in grado di prendere in carico la donna e accompagnarla in tutte le fasi di diagnosi e cura del tumore. Ugualmente grande importanza è stata attribuita all’approccio multidisciplinare che caratterizza la gestione di casi, studiati e trattati secondo il percorso scaturito dal confronto tra i diversi specialisti coinvolti nel Gruppo Interdisciplinare Cure Oncologiche. Abbiamo dimostrato che la sanità di qualità è un obiettivo possibile anche in una Regione in piano di rientro».
La Certificazione Eusoma, dunque, riconosce il percorso senologico, che fa capo all’ospedale di Ortona, come Breast Centre, in linea con la normativa europea che a partire dal 2016 impone di trattare i tumori del seno esclusivamente in strutture che abbiano acquisito l’European Cancer Care Certification. La finalità è concentrare i casi in pochi centri altamente specializzati, in modo che le esperienze non vengano disperse e il personale possa acquisire competenze prodotte da volumi elevati di prestazioni.

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Rifarsi il seno all’estero

Posted by fidest press agency su domenica, 1 marzo 2015

bisturi tripLi chiamano “bisturi trip” e sono quei viaggi fatti con l’obiettivo di sottoporsi a operazioni di chirurgia estetica in Paesi in cui i costi degli interventi sono minori rispetto a quello d’origine. Dall’Italia in molti, soprattutto gli anni scorsi, hanno fatto le valigie per farsi un lifting o un aumento del seno in Croazia, Brasile, Marocco, Indonesia, Thailandia e Africa del Nord. «Operarsi in un altro Paese potrebbe sembrare una buona occasione per fare un lifting o regalarsi un nuovo décolleté, lontano da occhi indiscreti e senza dover dare troppe spiegazioni in ufficio. Tuttavia ci sono aspetti che conviene valutare con attenzione: è un problema che mi riguarda da vicino in quanto l’Isaps, l’associazione che raccoglie professionisti di 94 Paesi, lo ha spesso affrontato» afferma Gianluca Campiglio, segretario dell’International Society of Aesthetic Plastic Surgery (Isaps), la più grande associazione al mondo di chirurgia estetica, e autore del libro “Mi voglio così”, in cui parla di aspetti meno noti della chirurgia estetica che tutti i pazienti dovrebbero conoscere.
Ci sono alcune domande che chi decide di partire per un bisturi trip dovrebbe porsi. Ecco le principali. Anzitutto, sei sicuro che l’intervento a cui vuoi sottoporti sia il più adatto a te? «Può succedere che il paziente si presenti con l’idea di fare una liposuzione, mentre in realtà l’intervento giusto per il suo caso è un’addominoplastica. Solo il chirurgo estetico può stabilire quale è la procedura più adatta, ma deve anche verificare che le aspettative del paziente siano realistiche, spiegando quali miglioramenti possono dare gli interventi» spiega Campiglio. Definito l’intervento da fare, sono chiare le possibili complicazioni? «È necessario che il medico informi su tutte le conseguenze in termini di cicatrici, ricovero e rischi – spiega l’autore di “Mi voglio così” -. A questo punto è bene che il paziente rifletta con calma sulla sua decisione, senza la pressione di un volo di ritorno da prendere: la sicurezza del paziente è una priorità. Altro quesito determinante è: il chirurgo a cui mi sto rivolgendo è qualificato? Andare in Paesi del Terzo Mondo per sottoporsi a un intervento estetico significa, il più delle volte, affidarsi a un perfetto sconosciuto senza alcuna garanzia di professionalità. È necessario invece verificare che abbia fatto studi apposite e che abbia esperienza nell’intervento che stai considerando ».Ci sono poi gli aspetti pratici, a cominciare dalla comprensione reciproca: il chirurgo e il suo staff parlano in modo fluente una lingua che conosci? «Far capire quello che si vuole in chirurgia estetica non è facile, quindi è bene che la lingua non sia un ostacolo, altrimenti aspettatevi complicazioni». È bene poi assicurarsi che la clinica sia accreditata e che usi materiali di qualità. «Bisogna avere sufficienti garanzie sui materiali utilizzati e sulle strutture sanitarie in cui si è operati – dice -. Non sempre gli standard sono quelli garantiti dalle case di cura italiane. Altro punto da considerare: dove starai dopo l’intervento? Nel post-operatorio, viaggiare troppo presto aumenta il rischio di embolia polmonare e di trombosi. Non pensate neanche di operarvi e poi godervi il mare o visitare il posto: sono pochissimi i trattamenti di chirurgia estetica che hanno una convalescenza così breve da consentire di andare in spiaggia o per musei dopo appena 24-48 ore».Chiedetevi anche cosa succederebbe in caso di complicazioni nel post intervento? «Anche se la chirurgia è fatta bene, le complicazioni non sono mai da escludere, ma pensate a quale dottore vi assisterà in caso di complicazioni e a chi pagherà per un intervento secondario o una revisione. Per non parlare del caso in cui si andasse in Tribunale, con tutte le complicazioni di una causa internazionale» aggiunge il chirurgo plastico milanese. Last but not least: conviene davvero operarsi all’estero? «Considerate i costi totali, incluso il viaggio, il soggiorno e anche i possibili rischi e poi valutate il da farsi. Oggi i prezzi della chirurgia plastica in Italia sono diminuiti rispetto a qualche anno fa, le cliniche devono garantire standard altissimi e ci sono professionisti altamente qualificati a cui rivolgersi, sempre assicurandosi che si tratti di un vero specialista in chirurgia plastica. Non dimenticate che in gioco c’è il bene più importante, ossia la propria salute» conclude Campiglio.
Gianluca Campiglio. Medico chirurgo specialista in Chirurgia plastica e Microchirurgia a Milano, durante gli anni ’90 ha partecipato alla messa a punto della prima pelle artificiale in Italia a partire da cellule staminali adulte. È autore di oltre 100 pubblicazioni riguardanti la Chirurgia plastica ricostruttiva e la Chirurgia estetica su riviste mediche in lingua italiana e inglese. Dal 1990 al 2001 ha lavorato nella Divisione di Chirurgia plastica e Centro Ustioni dell’Ospedale Niguarda e successivamente come consulente in diversi ospedali pubblici e privati di Milano. Dal 2007 si occupa di chirurgia estetica dedicandosi con serietà e professionalità alla cura dei difetti estetici del viso e del corpo sia congeniti che conseguenti a invecchiamento, gravidanza, dimagrimento o aumento del peso corporeo.
(foto campiglio)

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