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Diffusione del COVID-19 tra le popolazioni di rifugiati e sfollati

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede 745 milioni di dollari per l’implementazione di misure di preparazione e prevenzione contro la diffusione del COVID-19 tra le popolazioni di rifugiati e sfollati. La cifra corrisponde alla quota destinata all’UNHCR nell’ambito delle versioni aggiornate del Piano di risposta umanitaria globale delle Nazioni Unite e dell’appello per la raccolta di 6,7 miliardi di dollari, lanciati giovedì scorso. Si tratta di una revisione al rialzo della cifra di 255 milioni di dollari richiesta nell’ambito dell’appello iniziale a favore dell’UNHCR lanciato il 25 marzo, effettuata sulla base delle più recenti valutazioni relative alle necessità di attenuare l’impatto della pandemia tra le persone costrette alla fuga.Con il coronavirus ormai diffuso in tutti i Paesi, compresi quelli che accolgono popolazioni sfollate di grandi dimensioni, i 71 milioni di rifugiati e persone costrette alla fuga presenti nel mondo sono tra i più esposti e vulnerabili alla minaccia del virus.Sebbene, ad oggi, non si siano registratifocolai all’interno degli insediamenti di rifugiati o sfollati interni di vaste dimensioni, l’UNHCR sta intervenendo prontamente in 134 Paesi di accoglienza che hanno riferito casi locali di contagio.Ad oggi, il coronavirus ha contagiato oltre quattro milioni di persone causandone il decesso di quasi 280.000 su scala mondiale. Essendo previsto che, nei Paesi più poveri, il picco non sarà raggiunto prima dei prossimi tre-sei mesi, le unità dell’UNHCR di tutto il mondo si stanno preparando a intervenire rapidamente, anche nei peggiori scenari.
È evidente come l’impatto economico della crisi subito dai rifugiati sia stato profondamente duro e devastante. In Medio Oriente e in Africa, centinaia di migliaia di rifugiati hanno chiesto sostegno finanziario con urgenza per coprire i costi delle esigenze quotidiane, dal momento che, da marzo, in molti Paesi sono stati imposti il confinamento e altre misure di protezione della salute pubblica. In Libano, Paese alle prese con una recessione economica già prima della pandemia, oltre la metà dei rifugiati consultati tramite sondaggio dall’UNHCR a fine aprile ha riferito di aver perso le usuali opportunità di sostentamento, per esempio di lavoro alla giornata. Dei rifugiati intervistati, il 70 per cento ha dichiarato di dover saltare i pasti. L’impatto sulle donne rifugiate è profondo, dato che quasi tutte quelle occupate in attività lavorative ha affermato che la propria fonte di reddito è stata interrotta.
La categorie particolarmente a rischio di povertà e sfruttamento comprendono le donne che hanno a carico nuclei familiari, minori separati e non accompagnati, persone anziane ed LGBTI. La loro situazione puo’ essere migliorata attraverso aiuti di emergenza, in particolare mediante sovvenzioni dirette in denaro.I fondi permetteranno all’UNHCR di rafforzare ulteriormente i servizi per la salute e igienico-sanitari nazionali mediante una fornitura maggiore di DPI, farmaci, sapone e altri prodotti per l’igiene. L’UNHCR sta inoltre lavorando per: incrementare gli aiuti in denaro destinati alle famiglie rifugiate più vulnerabili vittime della crisi economica; migliorare gli alloggi all’interno degli insediamenti sovraffollati per prevenire la trasmissione del virus da persona a persona; e assicurare scorte mensili di aiuti e prodotti igienico-sanitari durantele distribuzioni che avvengono secondo le raccomandazioni di distanziamento fisico.Oltre l’80 per cento dei rifugiati e quasi l’intera popolazione di sfollati interni di tutto il mondo sono accolti in Paesi a reddito basso o medio, alcuni dei quali colpiti duramente da conflitti, fame, povertà e malattie. Molte delle persone costrette alla fuga vivono in aree urbane densamente popolate o campi, spesso in condizioni abitative precarie, all’interno dei quali dispongono di misure di salute pubblica, strutture igienico-sanitarie e sistemi di protezione sociale ridotti e inadeguati.I fondi richiesti nell’ambito della versione aggiornata dell’appello dell’UNHCR sono destinati a coprire i costi previsti dal budget per rispondere agli effetti del coronavirus fino alla fine dell’anno. L’UNHCR esprime gratitudine nei confronti dei donatori che hanno già elargito finanziamenti di vitale importanza. Il supporto tempestivo assicurato sin dall’inizio da Stati Uniti, Germania, Unione Europea, Regno Unito, Giappone, Danimarca, Canada, Irlanda, Sony Corporation, Svezia, Finlandia, Norvegia e Australia, nonché da singoli donatori privati in tutto il mondo, ha permesso all’Agenzia di intensificare le attività di assistenza a livello globale.

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Carenza fondi e aiuti agli sfollati yemeniti e rifugiati

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2020

Quasi un milione di sfollati e rifugiati vulnerabili presenti in Yemen sono a rischio di perdere alloggio, assistenza in denaro di vitale importanza per l’acquisto di beni essenziali come cibo e farmaci, e molto altro. Lo ha reso noto oggi l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Si tratta di persone già alle prese con condizioni di povertà e privazioni degradanti, per le quali, nelle prossime settimane, è necessario assicurare con urgenza fondi per l’implementazione di programmi di assistenza salvavita.
Quella in corso in Yemen era già considerata la crisi umanitaria di più vaste proporzioni su scala mondiale. Alla gestione di quest’ultima, il Paese ora vede accavallarsi anche la minaccia della pandemia e l’impatto delle piogge torrenziali e delle inondazioni recenti che hanno colpito aree come Aden, Abyan, Lahj, Marib, e i governatorati di Sana’a e di Amanat Al Asemah. Le prime testimonianze riferiscono che in tutto lo Yemen sono oltre 100.000 le persone danneggiate. Piogge e inondazioni improvvise hanno inflitto danni estesi agli insediamenti di sfollati interni e alle infrastrutture pubbliche.Si stima che più di 3,6 milioni di persone siano stati costretti a fuggire dalle proprie case in Yemen dalla recrudescenza del conflitto nel 2015. Solo Siria, Colombia e Repubblica Democratica del Congo accolgono al proprio interno popolazioni sfollate di dimensioni maggiori in fuga da conflitti. Il rapporto annuale sugli sfollati interni nel mondo pubblicato oggi dall’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) stima che, solo nel 2019, siano state quasi 400.000 le persone costrette alla fuga da conflitti e violenze.L’UNHCR mira a raccogliere con urgenza 89,4 milioni di dollari da destinare a programmi di protezione e assistenza salvavita a favore di famiglie di sfollati interni, rifugiati, richiedenti asilo e comunità di accoglienza. Con il conflitto in Yemen che entra nel sesto anno e la maggioranza della popolazione fatica ormai a sopravvivere, questi fondi consentiranno all’UNHCR di continuare ad assicurare aiuti salvavita tanto alle famiglie di sfollati interni, rifugiati, e richiedenti asilo quanto agli yemeniti delle povere comunità che li accolgono. È necessario assicurare gli aiuti con urgenza, dato che queste categorie di persone sono quelle più vulnerabili alla minaccia del COVID-19. La diffusione del virus potrebbe comportare conseguenze gravi se le agenzie umanitarie non dovessero essere in grado di assicurare sostegno adeguato. In assenza dei fondi necessari, l’UNHCR rischia di dover ridurre drasticamente o terminare immediatamente numerosi programmi e piani di sostegno vitali, come l’erogazione diretta di assistenza in denaro contante. Tale eventualità lascerà in stato di disperato bisogno 655.000 sfollati interni e una popolazione di rifugiati e richiedenti asilo che in Yemen comprende circa 281.000 uomini, donne e bambini. Tutte queste persone resteranno senza mezzi adeguati per assicurare cibo alle famiglie o farmaci ai figli malati, trovare riparo, o proteggersi dalle intemperie, costringendo alcune di loro a vivere all’aperto durante la stagione delle piogge in arrivo. Per molti rifugiati e famiglie sfollate, è una questione di vita o di morte. L’UNHCR, inoltre, offre sostegno agli sfollati interni nell’acquisizione di documenti di identità validi, necessari per permettere l’iscrizione dei bambini a scuola e l’accettazione dei pazienti negli ospedali.L’Agenzia, infine, esprime profonda preoccupazione per l’esposizione a rischi più elevati di entrambe le comunità di sfollati e di accoglienza, viste le disperate condizioni abitative e igieniche in cui vivono e le carenze complessive delle strutture sanitarie locali, nel momento in cui, il 10 aprile, nella provincia meridionale di Hadramaut è stato registrato il primo caso confermato di COVID-19. In collaborazione coi partner locali, l’UNHCR sta coinvolgendo le comunità di sfollati interni e rifugiati affinché siano consapevoli dei rischi e delle misure di prevenzione e possano proteggersi dal contagio.Dopo cinque anni di conflitto, oltre l’80 per cento dell’intera popolazione yemenita necessita di una qualche forma di assistenza. Per sopravvivere, attualmente quasi 4 milioni di sfollati interni, rimpatriati, rifugiati, e richiedenti asilo devono fare regolarmente affidamento sugli aiuti umanitari. Ad oggi, l’UNHCR ha raccolto 58,4 milioni di dollari, vale a dire il 28 per cento dei fondi richiesti per proteggere e assicurare aiuti vitali a sfollati interni, rifugiati e comunità di accoglienza nell’arco del 2020.

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E’ crescente il numero degli sfollati e vittime civili nel Myanmar occidentale

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime preoccupazione per il crescente numero di vittime civili e sfollati causato dalla più recente escalation degli scontri nel Myanmar occidentale.Secondo le testimonianze più recenti, sarebbero almeno 21 i civili che hanno perso la vita in seguito a una serie di attacchi condotti all’inizio del mese ai danni dei loro villaggi lungo il confine tra gli Stati di Rakhine e di Chin, in Myanmar. Le perdite frequentemente registrate tra la popolazione civile mettono in evidenza l’elevato costo in termini di vite umane e il forte impatto sulle comunità locali di un conflitto senza fine. Gli scontri tra le Forze armate del Myanmar e l’Esercito Arakan sono proseguiti da quando, a fine 2018, le tensioni si sono inasprite. A partire da febbraio di quest’anno, è stato osservato un netto aumento del numero di vittime civili.L’UNHCR ribadisce i suoi appelli a tutte le parti in conflitto nel Myanmar occidentale affinché garantiscano protezione alla popolazione e alle infrastrutture civili. L’UNHCR si unisce all’appello lanciato questa settimana dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, a tutte le parti in guerra nel mondo a cessare le ostilità a sostegno della più urgente lotta comune contro la pandemia di COVID-19. I civili che si trovano in aree devastate dal conflitto, in particolare gli sfollati, sono particolarmente vulnerabili in questa emergenza sanitaria globale.
Le autorità del Myanmar stimano che, alla data del 16 marzo, fossero oltre 61.000 i nuovi sfollati nello Stato di Rakhine, cifra che rappresenta un aumento di circa 10.000 persone rispetto al mese precedente. Queste hanno trovato riparo in 133 siti differenti. Altre 4.800 persone si trovano sfollate nello Stato di Chin, in 34 siti diversi.Quest’ultima ondata di persone in fuga si è andata a sommare alle oltre 130.000 persone già sfollate nello Stato di Rakhine, la maggior parte delle quali sono rohingya, in tale condizione dal 2012. È probabile che il numero di persone interessate dal conflitto sia notevolmente più elevato, considerato che i movimenti di popolazioni non si sono fermati e che presso alcuni insediamenti si registrano con frequenza nuovi arrivi.Le famiglie costrette a fuggire hanno cercato riparo, ove possibile, nei villaggi e nelle comunità confinanti. Si rifugiano principalmente in edifici religiosi, scuole o presso famiglie locali. Nelle aree remote, le persone colpite dagli scontri stanno costruendo alloggi di bambù e teli impermeabili nei pressi delle risaie.Alcune famiglie sfollate hanno riferito al personale dell’UNHCR impegnato sul campo di aver bisogno con urgenza di cibo, riparo, acqua, servizi igienico-sanitari e articoli per l’igiene. Esprimono preoccupazione anche per la mancanza di servizi essenziali quali l’assistenza sanitaria e l’istruzione per i propri figli. Le famiglie non hanno più accesso ai mezzi di sostentamento e dipendono in misura sempre maggiore dagli aiuti umanitari. Il ritorno nelle aree di origine è ostacolato dal perdurare degli scontri. Il piazzamento di nuovi ordigni esplosivi improvvisati e mine antiuomo espone a rischi ulteriori. Inoltre, è quasi impossibile accedere a informazioni cruciali e affidabili, data l’interruzione della linea internet in nove municipalità dello Stato di Rakhine. In risposta alle esigenze più urgenti, l’UNHCR e i suoi partner, insieme alle autorità locali e agli attori umanitari, da aprile 2019 hanno assicurato assistenza di emergenza e protezione a quasi 57.000 sfollati e alle comunità di accoglienza nello Stato di Rakhine e nelle regioni meridionali dello Stato di Chin. Gli aiuti prevedono la distribuzione di materiali per gli alloggi come teli impermeabili, nonché beni di prima necessità quali indumenti, lampade a energia solare, coperte, materassi e articoli da cucina.
In tutto il Myanmar, sono oltre 312.000 le persone sfollate, la maggior parte negli Stati di Rakhine, Kachin, in quelli settentrionali di Shan, nonché nella regione sudorientale del Paese.

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Nuovi sfollati nella Repubblica Democratica del Congo

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime preoccupazione in merito all’aggravarsi della situazione nel territorio di Beni, nella Repubblica Democratica del Congo orientale, in cui, negli ultimi due mesi, le violenze hanno costretto alla fuga più di centomila civili.Attacchi sferrati da gruppi armati a partire da dicembre dello scorso anno ai danni di diversi villaggi e città compresi nell’area tribale di Watalinga, al confine con l’Uganda, hanno costretto donne, uomini e bambini a fuggire verso la città di Nobili e il territorio circostante.Molti, tra questi, erano già stati costretti alla fuga e avevano fatto ritorno ai propri villaggi solo a novembre dello scorso anno, dopo essersi sottratti alle violenze scoppiate ad aprile. Continuano ad avere disperato bisogno di assistenza.Le tensioni nelle regione hanno continuato ad aumentare in seguito al lancio di un‘operazione militare governativa avvenuto a dicembre contro le Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces/ADF).I civili, compresi quelli sfollati a partire da novembre e dicembre, sono divenuti oggetto di persecuzione da parte di gruppi armati, comprese le ADF. Secondo le autorità locali, i civili uccisi nel territorio di Beni da dicembre dello scorso anno sarebbero 252.Molti hanno confidato al personale dell’UNHCR di vivere ora nella paura, dopo aver assistito a omicidi, violenze sessuali e rapimenti, sia nelle case sia durante la fuga. La maggior parte di quanti sono stati costretti a fuggire in seno alla più recente ondata di violenze ha ora trovato rifugio presso le comunità locali di Nobili, le quali hanno accolto le famiglie sfollate senza esitazioni, nonostante siano prive delle risorse per soddisfare perfino le proprie esigenze.Altri hanno trovato riparo all’interno di scuole e chiese sovraffollate dislocate per la città di Nobili. L’UNHCR e i partner stanno assicurando loro alloggi di emergenza permettendo così che gli edifici scolastici possano riprendere le proprie funzioni.Diverse altre migliaia di persone vivono in condizioni disperate in un centinaio di insediamenti informali, dove dormono in baracche fatte di rami. Sono esposte alle intemperie e devono far fronte a gravi insidie alla propria incolumità e alla tutela dei propri diritti, ivi compresa la mancanza di privacy.La stragrande maggioranza delle persone sfollate è composta da donne e bambini che, insieme ad altri sfollati interni (internally displaced people/IDP) continuano a necessitare con urgenza di assistenza di base e protezione. Le esigenze fondamentali riguardano l’erogazione di cibo, alloggio, acqua potabile, servizi igienico-sanitari e accesso all’istruzione.Un numero elevato di bambini sfollati non frequenta le scuole, non avendo queste la capacità di ammettere altri studenti oppure essendo chiuse e destinate all’accoglienza di IDP, andando in tal modo a generare enorme pressione su infrastrutture scolastiche già inadeguate. La scuola di Mambale di Nobili attualmente accoglie 500 studenti sfollati, fatto che porta il numero totale a 800. I corsi ora sono erogati secondo una doppia turnazione che prevede che gli studenti frequentino la mattina oppure il pomeriggio. Per rispondere alle esigenze degli sfollati e delle comunità che li ospitano, l’UNHCR e i partner, insieme alle autorità locali e ad altri attori umanitari, stanno ora assicurando assistenza nella città di Nobili.
La settimana scorsa l’UNHCR ha assicurato assistenza distribuendo teli di plastica per alloggi d’emergenza destinati a 3.000 famiglie sfollate. Per migliorare la protezione e la sicurezza degli sfollati, l’UNHCR sta sostenendo, inoltre, lo sviluppo di tre strutture in seno alla comunità. Contribuiranno a implementare le procedure di identificazione, prevenzione e risposta alle violazioni di diritti umani.
L’UNHCR sta inoltre contribuendo allo svolgimento di un’attività continua di registrazione dei profili coordinata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) col supporto tecnico dell’UNHCR. I dati hanno già permesso di adeguare l’assistenza umanitaria erogata e continueranno a permettere di migliorare la qualità di protezione, assistenza e servizi multisettoriali destinati a coloro che ne hanno necessità.Oltre cinque milioni di persone continuano a vivere sfollate nella Repubblica Democratica del Congo, costituendo la crisi di sfollati interni di più vaste dimensioni in corso in tutto il continente africano. Il personale dell’UNHCR attualmente è operativo nelle province di Nord Kivu, Sud Kivu, Tanganyika e Ituri, dove è impegnato nella risposta alle massicce ondate migratorie in corso. Nell’arco di quest’anno, l’UNHCR necessiterà di 150 milioni di dollari per rispondere alle esigenze di rifugiati e IDP presenti nella Repubblica Democratica del Congo, ma ad oggi ne ha raccolto solo il quattro per cento.

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Bisogna assicurare protezione e riparo ai nuovi sfollati in Siria

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 febbraio 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione in relazione alla sicurezza e al benessere dei civili nella Siria nordoccidentale. La crisi umanitaria sta assumendo contorni sempre più disperati e costringendo un numero elevatissimo di persone alla fuga. L’UNHCR, nell’ambito della risposta umanitaria delle Nazioni Unite, sta intensificando gli sforzi per assicurare assistenza a quanti ne hanno bisogno.A partire da inizio dicembre 2019, circa 700.000 persone sono fuggite internamente o al di fuori delle aree interessate dal conflitto nei governatorati di Idlib e di Aleppo. L’urgente necessità di trovare riparo è aggravata dalle dure condizioni climatiche invernali. Molti civili sono già stati costretti alla fuga più volte e hanno dovuto abbandonare i propri beni, spesso senza poter avere accesso ad altri alloggi in cui vivere.I campi e gli insediamenti di sfollati interni sono sovraffollati, e la disponibilità di spazi nelle abitazioni esistenti è sempre più scarsa. Numerose scuole e moschee sono sovraffollate da famiglie sfollate, e perfino trovare spazi in edifici diroccati è divenuto quasi impossibile.L’UNHCR intende assicurare assistenza a tutte le persone che ne hanno necessità, ovunque esse si trovino e mediante tutti i canali disponibili. L’UNHCR sta fornendo i beni di prima necessità di cui vi è più urgente bisogno, quali tende e coperte, in collaborazione coi propri partner umanitari. Tuttavia, la distribuzione di tali articoli soddisferà solo una piccola parte delle esigenze complessive, dato che i recenti esodi forzati hanno reso ancor più inadeguate le capacità di risposta. È necessario assicurare con urgenza maggiori risorse e finanziamenti.Anche i servizi per la protezione rivolti agli sfollati più vulnerabili sono stati ampliati. Tra questi si registrano quelli di consulenza psicosociale e di sostegno nelle emergenze, compresi quelli destinati a un numero elevato di bambini.Il conflitto in Siria ha causato la crisi migratoria di più vasta portata a livello mondiale. Oltre 5,5 milioni di siriani sono rifugiati nella regione e oltre sei milioni sono sfollati internamente al proprio Paese.

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L’UNHCR chiede con urgenza i fondi necessari per l’assistenza degli sfollati interni e dei rifugiati camerunensi

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 marzo 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oggi rivolge un appello a tutti i donatori affinché incrementino il sostegno a favore del mezzo milione di camerunensi costretti alla fuga sopravvissuti ad oltre un anno di violenze ininterrotte in differenti aree del Paese.Gli scontri violenti verificatisi in Camerun fra militari e separatisti armati nell’arco degli ultimi tredici mesi hanno costretto migliaia di persone alla fuga, anche attraversando il confine con la Nigeria.La situazione umanitaria continua ad aggravarsi. Si teme, inoltre, che un numero sempre più elevato di persone sarà costretto a fuggire nei prossimi mesi.Secondo le stime delle Nazioni Unite, attualmente vi sono oltre 437.000 sfollati all’interno del Camerun, di cui 246.000 nella Regione del Sudovest, 105.000 nella Regione del Nordovest e 86.000 nelle Regioni del Litorale e dell’Ovest.La maggior parte di essi sono donne e minori. Tutti le persone in fuga devono far fronte a condizioni estremamente difficili, che si trovino in Camerun o in Nigeria: fuggiti con pochi effetti personali, giungono in comunità di accoglienza povere, con scarsissime scorte alimentari e poche strutture per l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari.Oltre a generare un elevato numero di sfollati nelle Regioni del Nordovest e del Sudovest, in Camerun, la brutalità del conflitto ha costretto 35.000 camerunensi alla fuga in Nigeria per cercare asilo. Col proseguire degli scontri, è previsto che tale numero aumenti.
L’UNHCR ora chiede 184 milioni di dollari USA per le operazioni in Camerun e Nigeria, di cui 35,4 milioni sono necessari con urgenza per garantire primo soccorso.
A febbraio, il Coordinatore delle operazioni umanitarie in Camerun ha lanciato il Piano di risposta umanitaria 2019 (Humanitarian Response Plan/HRP) che prevede l’intervento nelle Regioni del Sud e del Nordovest. Le attività dell’UNHCR e i fondi necessari relativi per questo programma in Camerun fanno parte del Piano HRP. L’UNHCR chiede che il Piano sia sostenuto da tutta la comunità internazionale.All’interno del Camerun, la maggior parte delle persone sfollate nelle Regioni del Sudovest e del Nordovest vivono in condizioni di sovraffollamento, senza alloggi o servizi medici e igienico-sanitari adeguati.L’insufficienza di fondi e le condizioni di insicurezza hanno ridotto l’erogazione di attività tese a garantire protezione e assistenza alle popolazioni colpite. Per l’UNHCR, la sicurezza di donne, bambini, minori separati e non accompagnati, persone con disabilità, e donne in gravidanza o allattamento costituisce una questione di primaria importanza alla luce del numero crescente di incidenti legati all’impossibilità di garantire protezione e alla grave carenza di fondi. Gli incidenti legati alla sicurezza denunciati con maggior frequenza riguardano la distruzione delle abitazioni e di altre proprietà a uso domestico, estorsioni, torture e trattamenti disumani fra i quali stupro, aggressioni sessuali e sfruttamento sessuale. In Nigeria, attualmente i rifugiati sono accolti all’interno di insediamenti e di oltre 47 villaggi lungo il confine. La pressione a cui sono sottoposti i servizi sociali esistenti e le strutture per l’assistenza sanitaria e l’istruzione è considerevole. Le esigenze di base dei rifugiati che vivono negli insediamenti dipendono dagli aiuti umanitari.

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In Mozambico il ciclone Idai ha lasciato dietro di sé centinaia di vittime e migliaia di sfollati

Posted by fidest press agency su domenica, 24 marzo 2019

La situazione è particolarmente critica a Beira, la città più colpita, dove manca tutto, a partire dall’acqua potabile e dall’assistenza sanitaria per curare chi è rimasto ferito. La Comunità di Sant’Egidio, presente nel Paese dalla fine degli anni Ottanta, avendo accompagnato il Paese verso la Pace e contribuito al suo sviluppo con progetti sanitari (Dream per la cura dei malati di Aids) e per la registrazione anagrafica dei minori (con Bravo!), si è già attivata per raccogliere gli aiuti. Servono soprattutto medicinali, vestiti e generi alimentari di prima necessità come riso e farina, ma anche i macchinari per rimuovere le macerie e ad avviare la ricostruzione.
Gli aiuti saranno distribuiti attraverso la rete capillare costituita dalle numerose Comunità di Sant’Egidio presenti in tutto il Paese. Proprio a Beira molti tra gli sfollati si sono rifugiati nel centro Dream della Comunità, dove hanno ricevuto i primi soccorsi. “Dall’Italia e dall’Europa ci attendiamo una risposta urgente e generosa ai bisogni di questa popolazione che manca di tutto – ha dichiarato il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo -. Occorre dare un segnale forte di solidarietà nei confronti di una nazione che sta vivendo uno dei suoi momenti più difficili dalla guerra civile conclusa nel ’92. In pericolo sono soprattutto i soggetti più fragili: anziani, malati, persone con disabilità e bambini. Rivolgiamo un appello al Nord del mondo e a ogni cittadino perché risponda con generosità mostrando di non dimenticare chi soffre per una tragedia causata da cambiamenti climatici a cui non si è voluto dare, ormai da troppo tempo, una risposta adeguata e solidale”

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Repubblica Centrafricana: 1 bambino su 4 è sfollato o rifugiato

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

A 5 anni da quando ha avuto inizio il massacro a Bangui, la vita nella Repubblica Centrafricana per i bambini è ancor più dura e pericolosa. Nonostante la crisi si sia ampliata, i finanziamenti internazionali alla risposta e l’attenzione sulla crisi sono molto bassi.Un nuovo rapporto dell’UNICEF “La crisi in Repubblica Centrafricana: in un’emergenza ignorata, i bambini hanno bisogno di aiuto, protezione e un futuro” ha rilevato che:
1,5 milioni di bambini adesso hanno bisogno di assistenza umanitaria, con un incremento di 300.000 dal 2016;Probabilmente, nel 2019, più di 43.000 bambini sotto i 5 anni affronteranno un rischio molto elevato di morire a causa di malnutrizione acuta grave;
1 bambino su 4 è sfollato o rifugiato; a fine settembre, circa 643.000 persone – almeno la metà delle quali bambini – erano sfollate in Repubblica Centrafricana e oltre 573.000 avevano trovato rifugio nei paesi vicini;Migliaia di bambini sono intrappolati in gruppi armati e altre migliaia sono soggetti a violenza sessuale;Il numero di attacchi contro operatori umanitari è più che quadruplicato – dai 67 episodi in tutto il 2017 a 294 in soli otto mesi e mezzo del 2018.“Questa è una crisi che colpisce uno dei paesi più poveri e meno sviluppati al mondo e fra i più pericolosi per gli operatori umanitari,” ha dichiarato Christine Muhigana, Rappresentante UNICEF in Repubblica Centrafricana. “Le condizioni per i bambini sono disperate.” La crisi si sta verificando nel corso di un’acuta emergenza dello sviluppo. La Repubblica Centrafricana è il paese con il secondo più alto tasso al mondo di mortalità neonatale e materna, con meno di 3 bambini su 5 che riescono a terminare la scuola elementare e quasi la metà della popolazione che non ha accesso ad acqua sicura. Il paese si classifica al 188esimo posto su 189 paesi nella classifica sull’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, un indicatore composito che misura le aspettative di vita, di reddito e istruzione. La crisi in Repubblica Centrafricana è alimentata dai combattimenti tra una dozzina di gruppi armati per i percorsi del bestiame e le terre ricche di diamanti, oro e uranio. Il più delle volte, i gruppi armati colpiscono civili piuttosto che colpirsi tra loro. Attaccano strutture sanitarie, scuole e il personale, moschee, chiese e luoghi in cui gli sfollati si rifugiano.Famiglie terrorizzate sono costrette ad abbandonare le loro case. Combinati con un accesso molto limitato a cure mediche, acqua sicura e servizi igienico sanitari, gli sfollamenti forzati si traducono in una crisi di malnutrizione per i bambini. I tassi di malnutrizione acuta grave sono oltre la soglia di emergenza in 16 siti per sfollati su 18, controllati negli ultimi due anni; per i bambini costretti a rifugiarsi tra la vegetazione, le condizioni sono ancora più dure.L’UNICEF sta lavorando per raggiungere i bambini che hanno disperato bisogno di aiuto, spesso in condizioni molto pericolose.

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Congo: il riaccendersi delle tensioni nel Kasai pone nuove minacce per i civili sfollati

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime profonda preoccupazione per la situazione nel Kasai, una regione della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove la continua instabilità rappresenta un grave rischio per l’incolumità delle popolazioni civili, tra cui diverse centinaia di rifugiati recentemente tornati dall’Angola.Le forze governative congolesi hanno riacquistato il controllo di vaste aree del Kasai, tuttavia perdurano sporadici scontri tra le forze armate e i gruppi di miliziani. Nel frattempo, restano alte le tensioni tra i diversi gruppi etnici, con il rischio che la regione viva nuove esplosioni di violenze. Gli operatori dell’UNHCR presenti a a Tshikapa, una città a circa 60 chilometri dal confine con l’Angola, riferiscono che diversi sfollati interni, così come coloro che sono tornati dall’Angola, non sono riusciti a rientrare nelle loro comunità a causa delle ostilità inter-etniche.A febbraio le tensioni hanno costretto oltre 11.000 persone a lasciare le proprie case e spostarsi verso le zone più settentrionali della regione, nel territorio di Mweka, che si vanno ad aggiungere ai circa 900.000 congolesi sfollati a causa della crisi del Kasai scoppiata nel 2016.Il conflitto nel Kasai ha anche costretto oltre 35.000 congolesi a cercare rifugio in Angola. Dal settembre 2017 alcuni di loro sono tornati volontariamente nella Repubblica Democratica del Congo, scoprendo però che raggiungere le loro vecchie abitazioni era impossibile. Molti di loro oggi vivono in chiese e moschee, mentre altri sono stati costretti a trasferirsi in altre province.Spesso le persone che sono ritornate non trovano alcun sostegno per ricostruire le proprie abitazioni, poiché i finanziamenti umanitari non consentono attualmente di mettere in atto un importante programma di ricostruzione. Per far fronte alla crisi della RDC, l’UNHCR ha richiesto, per il 2018, 368,7 milioni di dollari USA; ad oggi solo l’1% di questa cifra è stata stanziata.
Molti dei rifugiati congolesi in Angola sostengono di non voler tornare nei propri luoghi di origine a causa della fragile situazione. L’UNHCR ritiene inoltre che non sia ancora possibile procedere a rimpatri in modo sicuro, dignitoso e sostenibile, poiché mancano le condizioni di pace e sicurezza.In seguito a tale situazione, l’UNHCR ha espresso profonda preoccupazione nel venire a conoscenza, pochi giorni fa, del rientro forzato di circa 530 congolesi dall’Angola alla RDC, avvenuto tra il 25 e il 27 febbraio. Tra questi, vi erano 52 rifugiati registrati che vivevano nella città di Dundo, vicino al confine con la RDC, e circa 480 rifugiati non registrati che si trovavano nel centro di accoglienza di Cacanda a Dundo. I rimpatri sono stati effettuati nonostante l’UNHCR abbia richiesto alle autorità angolane di effettuare uno screening congiunto del gruppo non registrato. L’UNHCR esorta le autorità angolane ad astenersi da ulteriori rimpatri forzati di cittadini congolesi nel loro paese. Se le condizioni dovessero cambiare, l’UNHCR è pronta a fornire la propria assistenza alle autorità della RDC e dell’Angola per avviare un tavolo di confronto sui rimpatri volontari.

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Congo: 850 mila bambini sfollati e 400 mila a rischio malnutriz. acuta grave

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 agosto 2017

congo“Il mondo non deve chiudere un occhio di fronte alla tragica situazione in cui si trovano bambini e famiglie nella regione del Grand Kasai, nella Repubblica Democratica del Congo. Negli ultimi 12 mesi, oltre 1,4 milioni di persone – fra cui 850.000 bambini – sono state costrette a lasciare le proprie case, e le loro vite sono state sconvolte dai diffusi atti di estrema violenza. I bambini e le donne raccontano di terribili abusi. Molti bambini sono stati reclutati dalle forze armate, costretti ad assumere droghe e travolti dalle violenze. Nulla può giustificare queste azioni.
La situazione per i bambini sta peggiorando e le famiglie sfollate a causa del conflitto non hanno accesso ai servizi di base. Oltre 200 centri medici sono stati distrutti, 1 su 4 non è più regolarmente operativo. Si stima siano 400.000 i bambini a rischio di malnutrizione acuta grave. I bambini hanno perso un anno di istruzione, mentre centinaia di scuole sono state prese di mira e depredate, gli insegnanti sono stati uccisi o sono scappati alla ricerca di salvezza. A causa della paura generata dalle violenze gli insegnanti non possono andare a lavorare, mentre i genitori spaventati non mandano i bambini a scuola. Tutte le parti in conflitto devono proteggere i bambini, porre fine alle gravi violazioni contro di loro, e tutelare le scuole e i servizi sanitari. Gli operatori umanitari devono avere libero accesso alle popolazioni colpite, in modo da poter raggiungere tutti coloro che hanno bisogno di assistenza. Grazie alla prolungata presenza nella regione e alla rete estesa di partner a livello locale, l’UNICEF sta rispondendo ai crescenti bisogni umanitari, raggiungendo oltre 150.000 persone colpite dalla crisi attraverso interventi per la nutrizione, la salute, l’istruzione, l’acqua e i servizi igienico-sanitari, contributi dirette in denaro, e tutela dell’infanzia. Ma, se queste violenze non dovessero terminare, anche il nostro meglio non sarà abbastanza. Le vite di migliaia di bambini sono in pericolo”.

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UNICEF/Sud Sudan: aiuti per migliaia di persone sfollate

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2016

sud sudanA seguito dei violenti combattimenti dell’ultimo fine settimana a Juba, l’UNICEF e i suoi partner stanno garantendo assistenza salva vita urgente a migliaia di persone sfollate.Quattro camion di aiuti- partiti dai magazzini dell’UNICEF- diretti presso un sito per sfollati delle Nazioni Unite a Juba stanno arrivando in queste ore, appena sarà possibile muoversi in città. In due chiese dove le famiglie si sono riunite, sono state distribuite barrette ad alto contenuto energetico.“Le persone più duramente colpite da questi combattimenti stanno lottando per far fronte a questa terribile situazione”, ha dichiarato Mahimbo Mdoe, Rappresentante UNICEF in Sud Sudan. “Hanno disperato bisogno di acqua, cibo e assistenza medica”.I principali aiuti che saranno distribuiti comprendono: taniche per l’acqua, forniture igienico-sanitarie (come sapone) e per il trattamento della malnutrizione. In seguito saranno distribuiti kit sanitari di base e kit ricreativi per bambini. Le squadre dell’UNICEF e dei suoi partner stanno lavorando per valutare l’ampiezza dei bisogni e hanno iniziato a identificare i bambini che sono stati separati dai loro genitori e dai parenti fuggiti a causa del conflitto. È in atto un piano per aiutare fino a 50.000 persone colpite dal conflitto.“Stiamo rispondendo e la nostra risposta continuerà ad aumentare, ma è di importanza vitale riuscire ad essere in grado di raggiungere ogni persona che abbia bisogno di aiuto e per questo l’accesso umanitario deve essere garantito senza restrizioni”, ha concluso Mdoe.

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Combattimenti a nord della Siria che coinvolgono migliaia di civili

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2016

siriaL’UNHCR è profondamente preoccupato per la situazione in cui si trovano circa 165.000 persone sfollate che secondo quanto riportato stanno ora vivendo in massa vicino alla città di Azaz, a nord della Siria. Le persone sono fuggite in seguito a violentissimi scontri a nord di Aleppo. I civili in fuga sono intrappolati tra due fronti e hanno difficoltà ad accedere a servizi medici, cibo, acqua e protezione.Al fine di una preparazione all’emergenza, l’UNHCR ha immediatamente avvertito le autorità turche degli sviluppi in Siria settentrionale.L’UNHCR fa appello perchè i diritti fondamentali e l’incolumità fisica di questa popolazione siano protetti, come previsto dal diritto umanitario internazionale, dal diritto internazionale per i rifugiati e dalle norme internazionali in materia di diritti umani, e fa appello inoltre affinchè siano garantiti passaggi sicuri e protezione.

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Siria e Iraq: Non lasciamoli soli

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 aprile 2016

siriaMilano Lunedì 9 maggio 2016 Università Cattolica del Sacro Cuore, Cripta Aula Magna Largo A. Gemelli, 1 sarà un a giornata di riflessione, promossa dal quotidiano Avvenire, FOCSIV e l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nella quale si intende offrire una panoramica che aiuti a capire le radici storico-geo-politiche della complessa realtà e le problematiche relative ai bisogni degli sfollati, dei rifugiati e di quanti sono rimasti in Siria e in Iraq privi dei diritti più elementari, tra questi il diritto di praticare la propria religione. Le recenti guerre in Medio – Oriente implicano l’esodo di intere popolazioni e pongono il mondo cattolico di fronte alle necessità ed ai bisogni umanitari che non possono essere assolutamente ignorati. Nell’Anno Straordinario del Giubileo l’imperativo resta rispondere all’appello di Papa Francesco che a Lampedusa, prima, e a Lesbos in questi giorni di fronte alla morte di chi fugge dalla guerra ci ha invitato ad aprire il cuore ad opere di Misericordia. “Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna. La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”, ha detto il Papa in uno dei passaggi più toccanti della sua omelia. “La cultura del benessere rende insensibili alle grida degli altri, fa vivere in bolle di sapone. Una situazione che porta all’indifferenza verso gli altri e all’anestesia del cuore”.
Parteciperà al dibattito Don Francesco Soddu, Direttore di Caritas Italiana insieme alle organizzazioni cattoliche che operano nell’area, FOCSIV con il suo Presidente Gianfranco Cattai, e i Soci della Federazione FMSI e Fondazione Buon Pastore presenti rispettivamente in Siria e in Libano, Cesare Zucconi per la Comunità di Sant’Egidio, Giampaolo Silvestri, Segretario Generale di AVSI e Massimo Achini, Presidente del Centro Sportivo Italiano, partner di FOCSIV nel suo impegno ad Erbil. Mario Giro, con delega alla cooperazione internazionale.Il mondo delle organizzazioni si confronterà con il mondo dei media, rappresentato dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio e quello di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, testate cattoliche che in questi due anni non hanno mai cessato di raccontare una tragedia che si consumava lentamente, spesso assente dagli spazi di informazione. Due media che sono stati parte attiva in grado di coinvolgere i propri lettori a sostenere gli interventi in loco.La seconda parte dell’evento è dedicata al lavoro nell’area e alle testimonianze sul campo di chi si è adoperato nell’assistenza e nel sostegno psicologico e morale senza differenza di religione, in un’ottica di comunione della sofferenza e della speranza. In particolre, FOCSIV presenterà la nascita e lo sviluppo del suo intervento nel Kurdistan iracheno.Nel corso dell’evento saranno presentati di contributi video, il reportage dal titolo “Daesh” firmato da Giovanni Sartorio, presidente di International Help, associazione torinese impegnata in interventi umanitari che ha sostenuto attivamente l’intervento di FOCSIV e il video “Emergenza Kurdistan – La FOCSIV con i profughi iracheni”, realizzato da Luci dal Mondo Onlus.

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UNHCR: coinvolgere rifugiati e sfollati interni nei negoziati di pace in Colombia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 aprile 2016

colombiaDue settimane fa, il 30 marzo 2016, il governo della Colombia e l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) hanno annunciato che avrebbero dato inizio ai negoziati di pace nel tentativo di porre fine ad oltre mezzo secolo di combattimenti. L’UNHCR accoglie con favore questo annuncio. Oggi facciamo appello alle parti coinvolte nel negoziato affinché dedichino particolare attenzione ai diritti delle vittime, specialmente degli sfollati interni e dei rifugiati.
I cinque decenni di conflitto armato in Colombia hanno prodotto la seconda più grande crisi di rifugiati e sfollati interni al mondo ad oggi (la Siria al momento occupa il primo posto). Circa 6.7 milioni di persone sono sfollate all’interno del paese – circa il 13% dell’intera popolazione. E 360.000 persone ufficialmente riconosciute come rifugiate sono fuggite all’estero: la maggior parte in Ecuador, che ospita il più alto numero di rifugiati in America Latina, e in Venezuela, dove vivono circa 170.000 colombiani bisognosi di protezione internazionale. L’UNHCR sostiene il coinvolgimento attivo delle persone sfollate e rifugiate nei negoziati di pace. Il nostro parere è che le vittime dovrebbero prender parte al negoziato, come è avvenuto durante le trattative tra il Governo e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia), dove oltre 60 vittime avevano avuto l’opportunità di partecipare ai negoziati dell’Avana.
L’UNHCR ritiene che un esito positivo dei negoziati aprirà la strada per la reintegrazione degli sfollati interni e il ritorno dei rifugiati, che porterà nel tempo ad un miglioramento della situazione dei diritti umani e allo sviluppo economico e sociale delle zone più remote e isolate del Paese, incluse le aree di confine. Nel contempo, i rifugiati e i richiedenti asilo colombiani continueranno ad avere bisogno di protezione internazionale nei paesi di asilo, e deve essere rispettato il carattere volontario dei ritorni in Colombia. L’UNHCR è pronto a sostenere il governo della Colombia nel suo impegno di ripristinare i diritti delle persone colombiane sfollate interne e delle persone rifugiate che decidono di ritornare nel Paese; così come nel rispondere ai loro bisogni di protezione e di assistenza. Sulla base dell’esperienza dell’UNHCR nelle situazioni post-conflitto nel mondo, un contributo fondamentale alla costruzione di una pace sostenibile è rappresentato dall’insieme delle soluzione regionali che possono essere attuate: meccanismi tripartiti, accordi di rientri volontari, strategie di reintegrazione e politiche pubbliche volte a favorire l’integrazione locale, specialmente in contesti urbani. In Colombia, l’UNHCR è sato coinvolto in una “Iniziativa di Soluzioni Transnazionali”, che ha aiutato le comunità sfollate ad ottenere alloggi, terra e opportunità di sostentamento e di lavoro, e ha contribuito al rafforzamento delle comunità stesse e alla loro fruizione dei diritti fondamentali. Circa 38.700 persone hanno beneficiato di questa Iniziativa in 17 località. In Ecuador, un’altra analoga iniziativa “Iniziativa di Soluzioni Complessive”, ha aiutato richiedenti asilo e rifugiati colombiani a godere dei loro diritti in termini di salute, educazione, lavoro e alloggio, oltre a fornire loro assistenza e consulenza legale. In Venezuela, le azioni per promuovere l’integrazione locale si sono concentrate sul rilascio dei documenti utili per avere accesso effettivo a salute, educazione, alloggio e opportunità di lavoro, e quindi favorire una piena protezione.

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Condizione nutrizionale dei bambini siriani sfollati

Posted by fidest press agency su martedì, 23 dicembre 2014

siriani sfollatiSecondo un’indagine sullo stato nutrizionale dei bambini sfollati sotto i 5 anni che vivono in rifugi e nelle comunità ospitanti in Siria, a livello globale il tasso di malnutrizione acuta è grave in 3 governatorati, con una situazione nutrizionale generalmente scarsa.
Il Rapid Nutrition Assessment è stato realizzato sulla base dello stato nutrizionale dei bambini che vivono in rifugi collettivi e nelle comunità ospitanti in Siria. È la prima indagine su lasca scala di questo tipo ad esser stata realizzata dallo scoppio della crisi in Siria nel marzo 2011. Lo studio ha rilevato che in tre governatorati – Hama, Aleppo e Deir-ez-Zour – i tassi di Malnutrizione Acuta Globale campionati tra i bambini hanno superato il 10%: la situazione nutritiva è considerata “grave” secondo gli standard dell’OMS. Il tasso di Malnutrizione Acuta Globale era del 7,2%, mentre il tasso di Malnutrizione Acuta Grave era al 2,3% – i livelli che indicano una situazione della nutrizione “scarsa” basata sulla classificazione dell’OMS.
Con lo studio è stato anche riscontrato che circa quattro quinti (79,85) delle famiglie sfollate erano dipendenti dal cibo ricevuto tramite aiuti e dal cibo acquistato. Circa il 29% delle famiglie ha dichiarato di non avere abbastanza cibo per tutti i membri della famiglie durante le settimane prima dell’indagine, compresa la mancanza di accesso in molti casi a carne, uova e prodotti a base di latte. Di queste famiglie, il 70% ha dichiarato di aver ridotto il numero di pasti.
Con questa indagine arriviamo in cima al Syrian Humanitarian Needs Overview, realizzato dall’OCHA a novembre, secondo la quale 4 milioni di bambini e donne hanno bisogno di interventi di prevenzione per la sotto nutrizione e servizi per il trattamento nutrizionale per bambini malnutriti gravemente in Siria.
“Dallo studio emerge un quadro allarmante dell’impatto del conflitto sullo stato nutrizionale dei bambini sfollati. Una inadeguata nutrizione potrebbe causare effetti nel lungo periodo sul benessere dei bambini e può portate alla morte in casi estremi se non viene individuata subito e trattata”, ha dichiarato Hanaa Singer, Rappresentate UNICEF in Siria.
“I bambini stanno ricevendo assistenza nutrizionale nelle aree accessibili, ma la situazione della nutrizione ha molte probabilità di peggiorare per i bambini che si trovano nelle aree del paese più difficili da raggiungere.”
“Andando oltre, i risultati sono già stati analizzati per la risposta umanitaria in campo nutrizionale per i bambini e già è in corso l’individuazione di più approcci per aiutare tutti i bambini che hanno più bisogno”, ha continuato Singer.
Per il 2015, l’UNICEF ha chiesto 21,1 milioni di dollari per ampliare i programmi nutritivi, rafforzare le operazione di prevenzione per la sotto nutrizione e per la promozione di pratiche utili: visitando quanti più bambini per malnutrizione, garantendo un maggior sostegno nutritivo e incrementando la formazione in campo nutrizionale. Il Rapid Nutrition Assessment è stato condotto dal Settore Nutrizione in Siria insieme al Ministero delle Salute e all’Ufficio Centrale di Statistica, insieme con il supporto dell’UNICEF. L’indagine è stata realizzata tra Marzo e Luglio 2014 in 13 governatorati della Siria su 14. Gli operatori hanno incontrato 3.361 famiglie sfollate che vivono in rifugi collettivi e nelle comunità ospitanti. La situazione nutrizionale per circa 4.500 bambini è stata rilevata – attraverso la combinazione di questionari e misurazioni che includono anche peso, altezza e misurazione della circonferenza del braccio mentre verificavano la presenza di edema nutrizionale – con dati completi per 3.514 bambini.

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Nuovi scontri a Mogadiscio

Posted by fidest press agency su sabato, 18 febbraio 2012

Migliaia di civili sono in fuga dall’intensificarsi delle violenze e degli scontri vicino al corridoio di Afgooye, una zona a pochi chilometri a nord-ovest della capitale somala Mogadiscio dove quasi 41mila sfollati interni – un terzo degli sfollati interni somali -vivono in campi di fortuna ed insediamenti sempre più estesi costruiti ai lati della strada per Afgooye. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime preoccupazione per la sorte degli sfollati ed esorta tutti i gruppi armati e le forze militari coinvolti ad anteporre la protezione dei civili a qualsiasi altra considerazione. Nelle ultime due settimane, più di 7.200 somali sono stati costretti a fuggire da Afgooye. Più di 5.200 di queste persone sono scappate nel corso degli ultimi tre giorni a causa degli scontri che sono deflagrati martedì 14 febbraio. La maggior parte dei nuovi sfollati era già fuggita in precedenza, lasciando Mogadiscio ed altre zone della Somalia per i rifugi di fortuna del corridoio di Afgooye, e si sta dirigendo ora verso Mogadiscio.
Il 15 febbraio, 150 pullmini ed innumerevoli carretti trainati da asini che trasportavano persone sfollate, nonché molti sfollati a piedi, sono stati visti entrare a Mogadiscio attraverso uno dei punti d’ingresso della capitale dal personale dell’UNHCR in loco. Stando a quanto riferito dai team dell’Agenzia ONU per i rifugiati, alcuni nuovi sfollati si sono stabiliti negli insediamenti già esistenti a Mogadiscio, mentre altri si sono spostati in zone della capitale da cui
la popolazione è fuggita di recente oppure sono stati ospitati da amici e parenti. Alcuni sfollati sono riusciti a portare i propri averi con sé aMogadiscio, ma alcuni sono dovuti fuggire senza nulla. L’UNHCR, in collaborazione con altre agenzie, intende intensificare gli sforzi per assistere queste persone, fornendo loro ripari, alimenti ed acqua. Gli sfollati interni in Somalia sono circa 1,3 milioni, mentre i rifugiati somali ospitati nei paesi confinanti sono più di 968mila, di cui 520mila in Kenya, 203mila in Yemen e 186mila in Etiopia. In Somalia, dove i conflitti hanno generatoil numero più grande di rifugiati e sfollati al mondo dopo l’Afghanistan e l’Iraq, imperversa una delle crisi umanitarie peggiori e più preoccupanti di cui si occupa l’UNHCR.

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Lezione da Lampedusa: solidarietà UE

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 aprile 2011

Come possono l’Italia o Malta far fronte da sole all’arrivo di migliaia d’immigrati illegali che fuggono da una crisi umanitaria nell’Africa settentrionale? “FRONTEX non può essere lo strumento principale” d’intervento, sostengono i deputati, che chiedono al Consiglio di “sostenere il reinsediamento dei rifugiati”, attivando cosi la clausola di solidarietà, anche sulla base delle norme “per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati”. Si tratta dunque della richiesta di attivare l’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’UE, che cita il principio di solidarietà e condivisione degli sforzi fra tutti gli Stati membri per politiche inerenti l’immigrazione, incluse le implicazioni finanziarie, il controllo delle frontiere e le procedure d’asilo.La risoluzione preparata dall’italiano Fiorello Provera (EFD) è stata approvata per alzata di mano. Provera, durante il dibattito, ha detto: “Nessun paese può far fronte da solo a un’emergenza di queste dimensioni; (…) mi auguro che l’Europa possa concretamente adoperarsi” e mobilitare risorse per aiutare l’Italia. I deputati deplorano che “l’unica opzione disponibile” sia stata la sospensione dell’accordo di cooperazione UE-Libia, ritenendo che tale sospensione avrebbe dovuto essere revocata quando il nuovo governo di transizione ha espresso l’intenzione di “promuovere i diritti democratici e umani alla base dell’accordo stesso”.Accordi di questo tipo dovrebbero essere firmati con gli altri paesi vicini, propongono inoltre i deputati, per facilitare cosi la creazione di un sistema di gestione dei flussi di persone in cerca di lavoro anche nei paesi di transito come la Libia e aumentare la capacità di tali paesi di attrarre e integrare al loro interno gli immigrati provenienti dai loro confini meridionali. “Una risposta rapida nel fornire assistenza e sostegno ai migranti in difficoltà” è un’altra proposta degli eurodeputati che chiedono che il bilancio multi-annuale UE dal 2013 in poi preveda dei fondi di emergenza per aiutare chi si trova in situazioni particolarmente difficili, come donne, minori, ma anche minoranze minacciate come le comunità religiose, etniche e LGBTT, e per sostenere i difensori dei diritti umani in difficoltà.

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Giappone: 70 mila bambini sfollati

Posted by fidest press agency su martedì, 15 marzo 2011

L’organizzazione ha lanciato un appello per raccogliere 5 milioni di dollari. Sin da ieri presenti operatori di Save the Children nell’area più colpita “Siamo estremamente preoccupati per gli almeno 70 mila bambini sfollati a causa del terremoto e dello tsunami. Moltissimi hanno perso le loro case e sono stati costretti a rifugiarsi in posti insicuri e disagiati  come i centri di evacuazione che potrebbero indurre in loro ulteriore ansia e paura. C’è poi il rischio che un certo numero di bambini sia rimasto separato dai propri genitori e familiari”,  spiega dal Giappone Stephen McDonald, coordinatore dell’intervento di emergenza di Save the Children.“E’ fondamentale provvedere subito a un supporto sia per i bambini che per i genitori, per aiutarli a fare fronte al devastante impatto del terremoto. Save the Children ha già inviato un team a Sendai – l’area più colpita – stabilendovi una base operativa”. Inoltre un altro team dell’ong è dispiegato lungo la strada da Tokyo a Sendai per organizzare e allestire delle “aree sicure” per i bambini, degli spazi dove possano giocare e divagarsi, permettendo ai genitori di registrarsi per ottenere gli aiuti e l’assistenza d’emergenza. Save the Children inoltre avvierà anche delle attività di ricongiungimento dei minori rimasti soli e separati dai genitori. Per supportare l’immediato intervento di emergenza l’organizzazione internazionale lancia un appello per la raccolta di 5 milioni di dollari.

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Giappone: aumenta il numero sfollati

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2011

Tokyo. Il numero degli sfollati a causa del terremoto e dello tsunami che hanno colpito il Giappone aumenta vertiginosamente ad ogni ora. Secondo Save the Children, sarebbero 500.000, di cui 100.000 bambini, le persone che hanno perso la propria casa nelle aree colpite dal terremoto e dallo tsunami e che ora hanno trovato un riparo nei 2050 centri di evacuazione, molti dei quali sono senza acqua ed elettricità. Anche il resto della popolazione, purtroppo continua a vivere in condizioni precarie e disagiate. Secondo le fonti ufficiali ben 2,6 milioni di persone vivono in case senza elettricità, 2,6 milioni non hanno il gas e 1,4 milioni non hanno l’accesso all’acqua. “Questa situazione, unita alle continue scosse di assestamento, non fa che aumentare il senso di disagio dei bambini, che hanno già dovuto sperimentare la paura e l’insicurezza provocate da un evento traumatico come questo. È per questo che Save the Children si è immediatamente attivata e sta lavorando con il proprio team di esperti per fornire un supporto sia ai bambini che ai genitori, al fine di aiutarli a fare fronte al devastante impatto del terremoto”, spiega  Stephen McDonald, coordinatore dell’intervento di emergenza di Save the Children. Save the Children ha già inviato un team a Sendai – l’area più colpita – stabilendovi una base operativa. Inoltre un altro team dell’Organizzazione è dispiegato lungo la strada da Tokyo a Sendai per organizzare e allestire delle “aree sicure” per i bambini, degli spazi dove possano essere protetti e assistiti, permettendo così ai genitori di registrarsi per ottenere gli aiuti e l’assistenza d’emergenza.Save the Children inoltre avvierà anche delle attività di ricongiungimento dei minori rimasti soli e separati dai genitori. Per supportare l’immediato intervento di emergenza l’organizzazione internazionale lancia un appello per la raccolta di 5 milioni di dollari.  Per donazioni per l’emergenza in Giappone:  http://www.savethechildren.it/giappone

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Terremoto in Giappone: ancora scosse

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2011

Dopo il sisma e il conseguente maremoto, sono decine di milioni gli sfollati, mentre la terra continua a tremare.  Da Caritas Italiana un primo contributo di centomila euro  “Prego per le vittime e per i loro familiari, e per tutti coloro che soffrono a causa di questi  tremendi eventi. Incoraggio quanti, con encomiabile prontezza, si stanno impegnando per  portare aiuto”. Le parole pronunciate ieri dal Santo Padre incoraggiano gli sforzi della Chiesa in Giappone  dopo il terremoto e lo tsunami che hanno colpito in particolare il nord del Paese.  S.E. Mons. Isao Kikuchi, presidente di Caritas Giappone, ringrazia per i messaggi di solidarietà e vicinanza ricevuti dalle Caritas di ogni continente e sottolinea la necessità di  sentirsi uniti e sostenuti sia negli interventi di aiuto che nella preghiera.  Caritas Giappone, pur essendo molto piccola, si è prontamente attivata.  Sono quattro le diocesi più colpite: Sendai, che ha subito i danni maggiori, Sapporo,  Saitama e Tokyo.  A Tokyo, alcune parrocchie si sono attivate per accogliere e fornire cibo alle persone  rimaste bloccate a causa dell’interruzione dei trasporti.  Nella diocesi di Saitama si stanno raccogliendo le disponibilità dei volontari da inviare poi  nelle zone più colpite. Il vescovo, S.E. Mons. Marcellinus Daiji Tani si è detto  particolarmente preoccupato per la situazione della centrale nucleare di Fukushima.   La Caritas ha lanciato una campagna di solidarietà e ieri in tutte le chiese del paese è stata una giornata di preghiera e di raccolta fondi per le vittime del terremoto. Anche le scuole cattoliche, le associazioni e gli istituti hanno avviato raccolte.  È stato attivato un team di emergenza per monitorare la situazione nelle diverse zone  colpite. Il direttore di Caritas Giappone, padre Daisuke Narui, ha confermato che è in atto una mobilitazione generale, anche di volontari, e in collegamento con Ong locali.  L’attenzione prioritaria è alle fasce più deboli della popolazione e include anche azioni di  sostegno psicologico. La Caritas si impegna inoltre a concentrarsi in particolare sulla fase della riabilitazione.  Caritas Italiana rinnova la vicinanza a Caritas Giappone e alla popolazione colpita e mette  a disposizione un primo contributo di centomila euro. Resta in collegamento anche con la  rete internazionale per seguire l’evolversi della situazione e sostenere gli interventi avviati.

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