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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

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Grido di allarme Sige: “Mancano gli specialisti in gastroenterologia!”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Grido di allarme dell’Anaao-Assomed sulla carenza di medici, in particolare di specialisti. Colpa sia dei pensionamenti sia dei pochi posti disponibili nelle scuole di specializzazione. L’allarme riguarda anche la gastroenterologia, dove da anni esiste il problema di un’insufficiente copertura delle necessità territoriali. Il problema per i gastroenterologi é, inoltre, la distribuzione a ‘macchia di leopardo’ con regioni dove la specialità è addirittura praticamente assente. Per la gastroenterologia, in sostanza esiste un problema sia di carenza globale che di assenza regionale e questo non è altro che la conseguenza dell’esiguo numero di posti nelle Scuole di Specializzazione e della loro eterogenea distribuzione regionale. A ciò si aggiunge l’esiguità di concorsi, visto che negli ultimi 3 mesi solamente dodici specialisti in gastroenterologia sono stati assunti dopo regolare concorso.
“La legge attuale di riordino delle Scuole di specializzazione di Area medica – riferisce il professor Antonio Benedetti dell’ospedale Umberto I di Ancona, membro del Consiglio direttivo Sige – contiene tutte le norme che, se adeguatamente sviluppate, potrebbero portare ad un miglioramento delle attuali problematiche, mantenendo gli stessi elevati standard qualitativi che tutta l’Europa ci riconosce. Utile un’adeguata regia nazionale guidata dagli appositi organi Ministeriali che dispongono dei dati regionali per i diversi settori della medicina.
Le Regioni, insieme agli ‘Osservatori Regionali per la Formazione Medica Post-Laurea’, dovrebbero programmare con largo anticipo le loro esigenze di medicina specialistica e, in caso di carenze del ministero, dovrebbe attivare le procedure di reclutamento con criteri trasparenti e dichiarati. Un primo punto è che tutte le Regioni si adoperino per attivare rapidamente l’Osservatorio in modo che questo diventi operativo prima possibile. Secondo punto, sempre dipendente dall’attività dell’Osservatorio, sono le reti formative Regionali ed extra-Regionali dove è necessario un controllo accurato e continuo affinché tutto il territorio sia coinvolto nel percorso formativo, ma sempre coinvolgendo strutture che rispondano ai criteri qualitativi richiesti dalla normativa attuale. Una regia nazionale, quindi, un’attività regionale con programmazione, un impegno di risorse laddove queste manchino o non siano fornite dallo Stato e un controllo attivo e continuo delle ‘Reti Formative’. Ovviamente le Regioni dovranno fornire un continuo aggiornamento del numero di specialisti in attività sulla base dei pensionamenti e delle esigenze del territorio, e l’Osservatorio Regionale dovrà rappresentarne (con tutte le competenze già ampiamente espresse) il braccio operativo. Temi, questi, già affrontati dal Decreto Inter-Ministeriale 402 del luglio 2017 (legge di riordino delle Scuole di Specializzazione di Area Medica), ma… siamo in ritardo!”

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Nuove nomine del consiglio direttivo della Sige

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2018

Domenico Alvaro, professore di gastroenterologia dell’università ‘La Sapienza’ di Roma è il nuovo presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (Sige) per il biennio 2018-20. Succede al professor Antonio Craxì, gastroenterologo dell’università di Palermo.
Vicepresidente della Sige è stata confermata la professoressa Patrizia Burra, gastroenterologa dell’ospedale policlinico di Padova, mentre segretario è stato eletto il professor Bruno Annibale, gastroenterologo dell’azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma.Entrano a far parte del consiglio direttivo della società scientifica il professor Antonio Benedetti dell’ospedale Umberto I di Ancona e il professor Edoardo Savarino dell’università di Padova, mentre restano confermati per il prossimo biennio la professoressa Filomena Morisco dell’università ‘Federico II’ di Napoli, il professor Alfredo Di Leo del policlinico di Bari, il professor Santino Marchi dell’università di Pisa, il dottor Gianluca Ianiro del policlinico Agostino Gemelli di Roma e il professor Gerardo Nardone dell’Università di Napoli ‘Federico II’.

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“Hepatology in motion”: summit di esperti a Napoli

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGIl congresso organizzato congiuntamente dall’università Federico II di Napoli e dall’università di Palermo ha rappresentato l’occasione per mettere a punto, tra l’altro, lo stato attuale delle cure per l’epatite C erogate in Italia. E’ un momento in cui i farmaci hanno raggiunto percentuali di efficacia elevatissime – oltre il 95 per cento – il che significa sostanzialmente una cura universale disponibile per tutti. “Eppure ci sono ancora due ordini di problemi – sottolinea il Antonio Craxì, professore di Gastroenterologia all’università di Palermo e presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (Sige) – da un lato quello dell’accesso universale alle terapie, non nel senso delle possibilità di accesso – teoricamente possiamo darle a tutti – ma nel senso del reperimento dei pazienti. Siamo ancora largamente al di sotto del target fissato dall’AIFa di 80 mila terapie per anno – stimiamo di chiudere l’anno 2017 con non più di 60 mila pazienti trattati – quindi con un deficit importante rispetto al dovuto. E questo potrebbe causare un ritardo rispetto ai piani di eradicazione dell’epatite C che ci siamo posti a livello nazionale e che sono peraltro in linea con quanto l’Oms ci detta. Quindi c’è stato un forte richiamo a tutte le parti interessate e anche ai medici di medicina generale di attivarsi per inviare i pazienti per il trattamento”.“Dall’altro emerge sempre più il fatto che quel piccolo numero di pazienti non responsivi alle cure – aggiunge Nicola Caporaso, professore di Gastroenterologia all’università di Napoli – quelli che sviluppano resistenze, sono ancora un punto caldo che attende la registrazione di nuovi regimi terapeutici – come la combinazione voxilatavir/sofosbuvir/velpatasvir – e la possibilità di una rete di laboratori che possa valutare quali mutazioni sono presenti e quindi incidere più attivamente sulla qualificazione del miglior regime. Tutti punti che naturalmente sono più tecnici ed esecutivi che non scientifici – la battaglia contro l’epatite C sarebbe teoricamente vinta – rimane però l’applicazione pratica dei principi, che non è sempre la più facile”. Grande successo del congresso ‘Hepatology in motion: research and utilities’, la tre giorni appena conclusasi a Napoli che ha visto un confronto tra esperti provenienti da tutta Italia e dall’estero sulle novità a livello terapeutico, diagnostico e della ricerca in epatologia, che stanno modificando sostanzialmente l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, la pratica clinica e l’approccio alle nuove esigenze del paziente. Sotto la presidenza dei professori Nicola Caporaso di Napoli e Antonio Craxì di Palermo e la segreteria scientifica della professoressa Filomena Morisco dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, gli epatologi hanno fatto il punto su tre patologie assai diffuse: le epatiti virali, la cirrosi epatica e la steatosi epatica non alcolica, la causa più frequente di epatopatia cronica nella pratica clinica ambulatoriale.
E parliamo di numeri veramente importanti: un milione di soggetti affetti da epatite C, 300 mila con epatite B, 200 mila con cirrosi epatica e 4-5 milioni con steatosi epatica non alcolica. “La maggior università palermoparte delle patologie croniche del fegato possono essere curate o controllate – e quindi la comparsa della cirrosi può essere di molto ritardata, se non addirittura bloccata – ha detto Nicola Caporaso – e abbiamo a disposizione farmaci in grado di inibire la replicazione del virus dell’epatite B. Ed essendo state eliminate tutte le restrizioni di accesso ai nuovi e straordinari farmaci anti-epatite C puntiamo all’eliminazione di questa infezione dal nostro Paese in 3 anni”. “Liberi dal singolo condizionamento degli sponsor, che ringraziamo per il contributo essenziale al meeting – ha sottolineato Antonio Craxì – abbiamo cercato di mettere a confronto ciò che la ricerca produce con ciò che poi diventa fruibile per i pazienti. L’Italia non è seconda a nessuno per qualità della ricerca e per livello di risultati ottenuti, nonostante lo spazio di cui l’epatologia gode nello scenario sanitario per vari motivi, non ultimo quello economico, in realtà molto minore di quanto non accada negli altri paesi”. “Ad oggi abbiamo curato in Italia l’8 per cento dei pazienti con Hcv – ha commentato Filomena Morisco – e il livello delle terapie è ottimo: il prossimo futuro ci vedrà impegnati per migliorare la durata e semplificare le cure, più che puntare nuovi farmaci”. Un dato interessante lo ha fornito il professor Caporaso: “sono Puglia e Campania le regioni che hanno trattato più soggetti rispetto al numero totale di pazienti, la maggior parte con cirrosi. E Sicilia e Campania vedono oltre il 70 per cento dei soggetti trattati con il genotipo 1”. ‘Guariti’ oltre il 95 per cento dei soggetti trattati, con scomparsa totale della malattia. “Ed è un successo dei medici italiani – conferma Caporaso – con il rammarico di aver cominciato tardi ad utilizzare gli ultimi farmaci”. È cambiato in modo sostanziale il panorama terapeutico dell’epatite C negli ultimi decenni. “In pochi anni siamo passati dall’uso ‘esclusivo’ dell’interferon – ha detto il professor Antonio Craxì parlando delle terapie – agli ultimi farmaci per la cura dell’Hcv con uso once daily, più potenti ed efficaci delle precedenti combinazioni. E anche i dati clinici confermano la loro utilizzabilità anche per tempi brevi e con una terapia semplificata, cosa che diventerà la chiave del successo con i pazienti. E senza effetti collaterali importanti e con una ottima sicurezza. Insomma, l’uso della rivabirina è ormai un ricordo del passato – ha concluso Craxì – e non per nulla le aziende hanno sospeso le sperimentazioni con questo farmaco”.

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Troppi italiani affetti da “fegato grasso”

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 aprile 2017

antonio craxiUn italiano su 4 è affetto da ‘fegato grasso’, ovvero da ‘steatosi epatica non alcolica’ (Nafld), una patologia un tempo ritenuta innocua ma che è ormai noto essere un fattore predisponente alle malattie croniche di fegato (fino alla cirrosi) e alle malattie cardiovascolari. “Nel corso degli ultimi millenni – spiega Antonio Craxì, presidente SIGE – l’evoluzione costante della specie umana ha selezionato gli individui più capaci di accumulare grassi, premiandone la maggiore resistenza alla malnutrizione. Questo assetto genetico “’frugale’ costituiva un importante vantaggio in tempi di fame e carestie, ma si è trasformato in uno svantaggio potenzialmente letale, per le conseguenze metaboliche (diabete, malattie cardiovascolari) nel momento in cui il nostro profilo alimentare si è arricchito a dismisura di fonti caloriche e nel contempo l’attività fisica si è ridotta. Il fatto poi che si viva assai più a lungo, grazie ai progressi nel curare malattie e traumi, favorisce ulteriormente la comparsa delle malattie degenerative legate all’accumulo di grassi in molti organi e sistemi del nostro corpo”. Se dunque nasciamo già predisposti ad accumulare troppo, a peggiorare le cose generando una vera e propria epidemia di ‘fegato grasso’ (al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo, presente nell’80-90 per cento degli obesi e nel 30-50 per cento dei diabetici) interviene un fattore potenzialmente correggibile, e cioè una dieta ricca di grassi e di calorie, tipica dei regimi dietetici di tipo ‘occidentale’, che si sono troppo discostati dalle nostre radici alimentari, dal regime dietetico amico della salute per eccellenza, la dieta mediterranea. Negli ultimi anni tuttavia ci si è resi conto che questo effetto negativo delle diete piene di ‘cibo spazzatura’ non è sempre diretto, ma anche mediato da un ospite silenzioso e importantissimo per la salute, il microbiota intestinale.“Per microbiota intestinale – spiega Ludovico Abenavoli, professore associato di gastro-enterologia dell’Università Magna Graecia di Catanzaro – si intendono quei miliardi di batteri localizzati in particolare nel piccolo intestino, che possono raggiungere una massa di 2-3 chili”. Il microbiota facilita la digestione e l’assorbimento degli alimenti che passano dallo stomaco nell’intestino. Ma la relazione tra il microbiota e il suo ospite, cioè l’uomo, è ‘bidirezionale’, nel senso che il tipo di alimenti che compongono la dieta abituale di un individuo è in grado di ‘modellare’ la composizione del microbiota.Di anno in anno si vanno moltiplicando i lavori a conferma di questa osservazione, che risale ad uno studio molto importante di Carlotta De Filippo e colleghi pubblicato nel 2010 su PNAS. Questa ricerca ha valutato la flora batterica intestinale di un gruppo di bambini di Firenze, paragonandola a quella di un gruppo di bambini del Burkina Faso. I bimbi africani, che hanno una dieta a base di verdura, frutta e fibre, presentavano una maggiore variabilità nella composizione del microbiota intestinale, rispetto a quello dei bambini italiani, che seguono un regime alimentare ricco di carne, fruttosio e altri zuccheri complessi. “E oggi sappiamo – spiega Abenavoli – che una ridotta variabilità del microbiota intestinale predispone ad una serie di patologie: aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo, altera il metabolismo degli zuccheri e dei grassi e quindi predispone al sovrappeso-obesità, in particolare a livello viscerale, all’insulino-resistenza e al diabete mellito, alle patologie cardiovascolari, ai tumori e, come scoperto più di recente, anche alla steatosi epatica non alcolica.
Chi consuma una dieta ricca di frutta e verdura – aggiunge Abenavoli – ha un microbiota ricco di tante specie batteriche diverse (Actinobatteri, Bacteroides, Firmicutes, Proteobatteri), mentre chi indulge in una dieta occidentale o nel cibo da fast food presenta un microbiota ricco solo di Firmicutes. Questo squilibrio predispone a maggior stress ossidativo, ad un aumento della permeabilità a livello dell’intestino (soprattutto del piccolo intestino), con conseguente passaggio delle tossine batteriche (soprattutto del lipopolisaccaride batterico) e di altre componenti tossiche nel circolo portale, che le veicola al fegato,dove provocano danni e facilitano l’infiammazione.Questo microbiota dalla composizione squilibrata e dalla scarsa variabilità induce un aumento dei livelli circolanti di citochine infiammatorie, che predispongono alla formazione della placca ateromatosa e favoriscono l’aggregazione piastrinica; fattori questi che a loro volta Ludovico Abenavolipredispongono allo sviluppo di eventi cardiovascolari nel medio-lungo termine. Avere il fegato grasso (cioè le cellule epatiche piene di trigliceridi) va dunque considerato un campanello d’allarme non tanto per oggi, quanto per gli anni futuri. Secondo stime americane, entro il 2030 il fegato grasso sarà la principale causa di cirrosi e la prima causa di ricorso al trapianto di fegato, superando le epatopatie croniche da virus dell’epatite B e C (che grazie alle nuove terapie e al vaccino sono destinate a ridursi nel tempo) e la cirrosi alcolica. Ma il modo per contrastare questa epidemia di malattie epatiche e cardiovascolari dei prossimi decenni esiste. “La dieta mediterranea – afferma Abenavoli – è una nostra caratteristica culturale e la nostra ricchezza, anche da un punto di vista economico. Investire in dieta mediterranea significa avere un importante ritorno in salute per la società. La dieta mediterranea, bilanciata e facilmente accessibile, non determina quegli squilibri nutritivi tipici delle diete vegetariane o peggio di quella vegana, che a lungo andare possono avere importanti ripercussioni sulla salute (anemia, problemi neurologici, possibile predisposizione dei vegani Alzheimerall’Alzheimer). Allo stesso tempo ci consente di ‘coltivare’ il nostro amico microbiota intestinale che è molto importante, ci accompagna per tutta la vita e ci protegge da una serie di malattie”.
Di recente si è visto che la dieta vegana può influenzare la salute di un individuo, agendo sul suo microbiota intestinale. Ma non si può certo affermare che questa sia una dieta ideale. “Dieta mediterranea o dieta vegetariana/vegana – afferma Abenavoli – hanno effetti simili per quanto riguarda il microbiota intestinale, anche se gli studi pubblicati non hanno fatto confronti diretti tra queste tre diete, ma tra dieta vegana-vegetariana o dieta mediterranea e dieta occidentale, piena di grassi e cibi da fast food. Posto che dieta vegetariana, vegana e mediterranea hanno tutte un effetto positivo sulla composizione del microbiota intestinale, esistono tuttavia grandi differenze tra questi tre regimi alimentari per quanto riguarda il deficit di alcuni nutrienti. Una dieta mediterranea bilanciata non determina deficit nutritivi, cosa che invece è possibile osservare nei soggetti che seguono una dieta vegetariana e ancor di più in quelli a dieta vegana. Non consumare carne determina un deficit di vitamine del gruppo B e di ferro. Nei vegani stretti si possono verificare deficit di vitamine del gruppo B, D, ferro, zinco e altri micronutrienti. (foto: antonio craxi, Ludovico Abenavoli)

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Allarme dei gastroenterologi SIGE: “Troppi esami, rischi e costi inutili”

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 febbraio 2017

La Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (SIGE) lancia un appello affinché venga ristabilita una corretta appropriatezza prescrittiva degli esami endoscopici, in particolare di esofagogastroduodenoscopie (Egds) e colonscopie, strumenti diagnostici certamente preziosi ma richiesti in numeri esorbitanti e spesso al di fuori delle corrette indicazioni. Colpa della medicina difensiva ma anche di una mancata conoscenza delle corrette indicazioni. E le conseguenze sono pesanti per le casse dello stato e per la salute dei pazienti.
Ogni anno vengono effettuate in Italia oltre 1,7 milioni di Egds e di colonscopie, in pratica quasi 29 procedure ogni 1.000 abitanti, quasi tutte per motivi diagnostici (solo l’11,2 per cento rappresenta una proceduta terapeutica). “Un numero enorme di esami che si traduce in una spesa notevole – sottolinea Gerardo Nardone, professore associato di gastroenterologia dell’Università Federico II di Napoli e componente del consiglio direttivo della Sige – calcolando una media di 60 euro ad esame endoscopica (può essere fatta solo una stima approssimativa in quanto il costo cambia da regione a regione) si arriva dunque alla ragguardevole cifra 102,7 milioni di euro. Di questa spesa ingente si stima che almeno 30 milioni di euro vadano bruciati per esami inutili (che sono il 25-30% del totale). Le cause di questo spreco vanno ricercate in una inadeguata conoscenza delle indicazioni da parte della classe medica, ma spesso anche nella possibilità da parte dei pazienti di prenotare direttamente gli esami attraverso CUP, farmacie, e altri canali senza effettuare prima una visita specialistica”.
Le richieste inappropriate più gettonate. Il controllo di una dispepsia funzionale (il giovane con una digestione difficoltosa), la necessità di un controllo per prescrivere farmaci anti-secretori in soggetti che hanno una patologia da reflusso gastro-esofageo. Un esame endoscopico del tratto digestivo superiore negativo può essere ripetuto dotumore gastricopo 5 anni salvo che non vi sia una variazione sostanziale della sintomatologia. Nella ‘top five’ delle richieste inappropriate più gettonate, sia per Egds che per colonscopia svettano le seguenti voci:
Controlli Egds dopo 12-24 mesi in un pazienti giovani ( Controlli colonscopie dopo 12-24 mesi in pazienti giovani ( Gli esami per la digestione ‘difficile’. La digestione difficile “dispepsia” è una condizione molto frequente per lo più secondaria ad una gastrite la cui causa principale è l’infezione da Helicobacter pylori. Nel caso di un giovane in buona salute con una banale dispepsia, in assenza di sintomi di allarme, è consigliabile adottare, come avviene in molti paesi europei ed americani la cosiddetta strategia test-and-treat ovvero, viene richiesto un test non invasivo (breath test o test fecale) per valutare la presenza dell’Helicobacter pylori; se il test è positivo il paziente viene trattato con terapia eradicante, se è negativo con terapia sintomatica.Chi deve invece assolutamente sottoporsi ad esame endoscopico sono i pazienti che presentino i cosiddetti segni e sintomi d’allarme ovvero, dimagrimento, anemia, sanguinamento gastro-intestinale (emissione di sangue con le feci o con il vomito), vomito alimentare persistente, brusche variazioni delle abitudini alvine. In questi casi non dobbiamo perdere tempo ma eseguire urgentemente un esame endoscopico, gastroscopia o colonscopia in base ai sintomi, per effettuare una diagnosi corretta nel più breve tempo possibile.
Gli esami di prevenzione per il cancro del colon: se la prima colonscopia, in condizioni ottimali di pulizia, è negativa, l’esame può essere ripetuto anche a distanza di 7-10 anni, se non compaiono nuovi sintomi.Fare sempre le biopsie. Nel momento in cui il paziente fa un esame endoscopico è molto importante effettuare delle biopsie per avere una valutazione microscopica dello stato della mucosa, sia per il tratto digestivo superiore che per quello inferiore. L’endoscopista vede lo stato macroscopico della mucosa ma non è in grado di definire la presenza di un infiltrato infiammatorio, di infezioni batteriche o parassitarie, di trasformazioni cellulari come atrofia, metaplasia e displasia. Le conseguenze e i rischi degli esami inutili. Bisogna ricordare infine che gli esami endoscopici inutili non solo rappresentano un spreco delle risorse sanitarie con un allungamento delle liste d’attesa, ma anche che sono procedure non scevre da rischi. Non va dimenticato che una Egds o una colonscopia sono sempre esami invasivi. I tassi di complicanze, per quanto bassi (1:1.000 – 1:10.000) ci sono e possono essere serie quali la perforazione del viscere o un sanguinamento per una lesione della mucosa.
Centri di riferimento per le procedure endoscopiche terapeutiche. L’endoscopia da esame squisitamente diagnostico sta diventando sempre più terapeutico; un esempio è rappresentato dall’asportazione di calcoli dalle vie biliari o dal posizionamento di uno stent (‘tubicino’) nei pazienti che presentino una lesione stenosante delle vie biliari o del pancreas; la dilatazione esofagea per il trattamento dell’acalasia esofagea; l’asportazione di polipi e lesioni piatte “mucosectomia”. Per queste procedure un po’ più complesse è auspicabile che vi siano dei centri di riferimento per far si che ci sia una centralizzazione dei pazienti al fine di ridurre gli eventi avversi e le complicanze e migliorare i livelli assistenziali.
La collaborazione tra SIGE e medicina generale. Solo il 20 per cento degli esami endoscopici vengono richiesti dallo specialista gastroenterologo; la stragrande maggioranza delle richieste (l’80 per cento) proviene dal medico di famiglia, da altri specialisti o dagli stessi pazienti. E l’eccesso di richieste è conseguenza della medicina difensiva ma anche di un problema culturale. Nel caso degli esami endoscopici ad esempio è importante conoscere il ritmo di progressione di una lesione neoplastica, per stabilire quando deve essere ripetuto un esame e quante volte nel corso della vita andrebbe ripetuto. La collaborazione tra medici di medicina generale anche con iniziative come i campus tenuti dalla SIGE mirano proprio a fare aggiornamento e formazione sull’argomento allo scopo di aumentare l’appropriatezza delle richieste di esami diagnostici, quali gli esami endoscopici e delle cure farmacologiche. Gli argomenti dei campus SIGE nascono da specifiche richieste emerse in una survey che ha coinvolto la maggior parte dei medici di medicina generale italiani. La SIGE, prendendo spunto da questa attiva collaborazione, ha schedulato una serie di position statement che saranno pubblicati nella pagina web della Società in modo da poter essere facilmente consultate.

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