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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘sindrome’

Sindrome dell’occhio secco

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 luglio 2019

8 pazienti su 10 soffrono di secchezza oculare a causa anche dell’inquinamento ambientale e dell’uso eccessivo di dispositivi tecnologici, quali smartphone e PC: questo uno dei risultati della quarta campagna di prevenzione e diagnosi della sindrome dell’occhio secco, promossa dall’8 maggio al 14 giugno dal Centro Italiano Occhio Secco (CIOS), in collaborazione con la Clinica Oculistica dell’Università dell’Insubria di Varese, sotto l’egida del Ministero della Salute, della Regione Lombardia, del Comune di Milano e della Società Italiana di Oftalmologia (SOI).Nata con l’obiettivo di informare e sensibilizzare la popolazione su una patologia oculare molto diffusa, ma ancora sottovalutata e poco conosciuta, la campagna ha permesso di eseguire gratuitamente 745 screening nei 15 centri aderenti all’iniziativa, presenti su tutto il territorio nazionale. Gli esami diagnostici hanno rilevato che l’83% dei pazienti dei centri dell’area della Pianura Padana (Milano, Varese, Torino e Padova), dove l’inquinamento ambientale e l’utilizzo delle tecnologie è più diffuso, presentavano la sindrome dell’occhio secco (nel 29% dei casi in forma moderata), contro il 73% delle persone visitate nelle altre strutture aderenti all’iniziativa (Napoli, Arezzo, Pisa, Bari, Catania, Sassari e Lecce).
Tra le molteplici cause scatenanti (invecchiamento, alterazioni ormonali, malattie sistemiche, fumo, alcool ecc.), rivestono quindi un ruolo importante gli inquinanti atmosferici, che possono attivare segnali pro-infiammatori e influenzare la composizione del film lacrimale. L’Inquinamento spesso supera la soglia massima consentita soprattutto nei grandi centri abitati: nel campione preso in esame, il 33% della popolazione della Pianura Padana vive in città con oltre 500.000 abitanti.Ma anche lo stile di vita può alterare la funzionalità lacrimale, come soggiornare a lungo in ambienti con l’aria condizionata oppure usare per molte ore il computer, il tablet o il cellulare: di fronte a questi dispositivi tecnologici si tende, infatti, ad ammiccare meno frequentemente, riducendo la produzione del liquido lacrimale. A tale proposito, gli screening hanno evidenziato che l’utilizzo della tecnologia per più di 6 ore al giorno era maggiore tra i pazienti dei centri della Pianura Padana (47%) rispetto al gruppo del centro e sud Italia (33%).

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Autismo Ido: Con optimal outcomes cambiata visione su sindrome

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 marzo 2019

Roma 6 aprile 2019 dalle 8.30 alle 16.30 nell’Aula Gerin de La Sapienza, in viale Regina Elena 336, operatori del settore, studiosi ed esponenti delle istituzioni si confronteranno con la tematica autismo ed evoluzione dell’uomo alla luce delle recenti evidenze neuroscientifiche. “Abbiamo voluto questo convegno all’insegna della complessità e delle possibili trasformazioni”, spiega Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) che, insieme all’università La Sapienza e l’Osservatorio italiano studio e monitoraggio autismo (Oisma), hanno promosso la giornata studio dal titolo ‘Plasmare la complessità, autismo tra mente e corpo’.
Nella sua relazione Di Renzo cercherà di aprire una riflessione “sugli aspetti psicopatologici che si costellano quando un bambino esce al di fuori della classificazione Ados di autismo”. Per optimal outcomes si intende “non soltanto un miglioramento delle capacità cognitive, ma una capacità di adattamento in ambito sociale”.
L’IdO già da qualche anno ha “individuato un gruppo di bambini i cui predittori di sviluppo consentono di predire una buona evoluzione. La precocità della diagnosi ci ha permesso di aumentare il numero di esiti positivi- precisa la studiosa- ma c’è ancora moltissimo da lavorare e soprattutto non bisogna confondere l’uscita dalla classificazione con il guarire dall’autismo. Tengo a sottolineare che è cambiata la nostra visione dell’autismo- conclude- e poter dire che esistono degli optimal outcomes e che esiste la possibilità di avere delle evoluzioni positive è molto importante”.

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Sindrome del Qt lungo: come stimare e gestire il rischio aritmico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 aprile 2018

Da uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato da Silvia Priori dell’Università di Pavia, emergono nuovi dati utili per determinare il rischio aritmico nei pazienti con sindrome del QT lungo (LQTS). Lo studio mette in luce inoltre la superiorità del nadololo rispetto ad altri beta-bloccanti per la riduzione di tale rischio. Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori, indipendentemente dal genotipo GT lungo, il rischio stimato di eventi aritmici potenzialmente letali (LAE), tra cui morte cardiaca improvvisa e tachicardia ventricolare polimorfa emodinamicamente non tollerata, aumenta del 15% a ogni incremento di 10 millisecondi del QT corretto (QTc). L’analisi è il seguito di uno studio pubblicato nel 2003 sul New England Journal of Medicine, in cui Priori e colleghi dimostravano che il rischio aritmico viene modulato sia dal QTc sia dal locus della mutazione causale in una coorte di 647 pazienti con sindrome del QT lungo. Al nuovo studio, invece, hanno preso parte 1.710 individui con sindrome del QT lungo provenienti da 812 famiglie e seguiti per una mediana di 7,1 anni, tutti portatori di una singola mutazione in uno dei principali geni della sindrome del QT lungo: KCNQ1 (locus LQT1), KCNH2 (locus LQT2) o SCN5A (locus LQT3). E i risultati parlano chiaro: in un confronto inter-genotipo, il rischio nei pazienti con LQT2 e LQT3 aumenta del 130 e del 157% a qualsiasi durata QTc rispetto ai pazienti con LQT1. «Con questi dati, possiamo seguire meglio i nostri pazienti sottolineando l’importanza dell’aderenza alla terapia, inoltre se un bambino che ha bisogno di un defibrillatore cardioversore impiantabile, possiamo motivare alla famiglia perché viene consigliato un intervento così difficile. Non solo: possiamo finalmente spiegare con chiarezza perché, per esempio, un fratello ha bisogno di un defibrillatore mentre nell’altro basta invece un semplice â-bloccante» aggiunge la ricercatrice. «Sulla base della dimensione e della durata del follow-up, questi dati supportano e rinforzano le conclusioni emerse in precedenza. In altri termini, questi risultati risolvono la questione di quale â-bloccante sia il migliore per mitigare il rischio aritmico nei pazienti con sindrome del QT lungo» scrive Andrew Grace, dell’Università di Cambridge, Regno Unito, in un editoriale di accompagnamento. Fonte: doctor33 – J Am Coll Cardiol. 2018. doi: 10.1016/j.jacc.2018.01.078 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29650123)

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La sindrome da fatica cronica può essere associata a bassi livelli di triiodotironina

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 aprile 2018

In una parte di soggetti con sindrome da stanchezza cronica (CFS), la presenza della malattia correla con bassi livelli circolanti di triiodotironina (T3) e livelli normali di ormone stimolante la tiroide (TSH), secondo i risultati di una ricerca pubblicata su Frontiers in Endocrinology, prima firmataria Begoña Ruiz-Núñez, dell’Università di Groningen nei Paesi Bassi. I risultati si basano su 98 pazienti con sindrome da stanchezza cronica reclutati da una singola clinica di Amsterdam confrontati con un gruppo di controllo formato da 99 soggetti bilanciati per genere ed età. «A tutti i partecipanti era stata diagnosticata una sindrome da stanchezza cronica con i criteri del 1994, che differiscono per molti aspetti dai più recenti criteri diagnostici di quella che attualmente viene definita encefalomielite mialgica (ME)/CFS» scrivono gli autori, sottolineando che i criteri pubblicati nel 2015 dall’Istituto di medicina degli Stati Uniti (IOM) nel 2015 non richiedono che altre malattie potenzialmente affaticanti vengano escluse nell’iter diagnostico, cosa non prevista dalla precedente definizione. I 98 partecipanti con sindrome da stanchezza cronica, 21 uomini e 77 donne, avevano un’età media di 43 anni e un indice di massa corporea (BMI) di 22 kg/m2, mentre i 23 maschi e le 76 femmine del gruppo di controllo avevano un’età media di 39 anni e un BMI di 23 kg/m2, numeri non significativamente differenti dal gruppo CFS. «Rispetto ai controlli, il gruppo CFS presentava livelli più bassi di triiodotironina libera (FT3), T4 totale (TT4), T3 totale (TT3), dell’attività di deiodinasi periferica e della capacità secretoria della ghiandola tiroidea» riprendono i ricercatori, aggiungendo che dai risultati emergono anche rapporti più bassi di TT3/TT4, FT3/FT4, TT3/FT3 e TT4/FT4. Nessuna differenza, invece, è stata osservata tra i gruppi per quanto riguarda altri parametri tiroidei, in particolare TSH, FT4, T3 inversa (rT3) e percentuale di TT4. «La sindrome da bassi livelli di triiodotironina da noi osservata potrebbe essere in linea con recenti studi metabolomici che indicano uno stato ipometabolico» ipotizzano gli autori. E Núñez conclude: «Se confermati, questi dati suggeriscono la necessità di una supplementazione di T3 per il trattamento di questi pazienti». ( fonte: doctor33 – Front. Endocrinol 2018. Doi: 10.3389/fendo.2018.00097 https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fendo.2018.00097/full)

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Caldo e pesce attenzione a sindrome sgombroide

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 agosto 2017

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa colpa è della temperatura: quando il pesce fa male è perché non è stata rispettata la catena del freddo e quello che può capitare è una intossicazione da istamina o sindrome sgombroide. “Con il termine Sindrome Sgombroide – spiega il dottor Stefano Cantini direttore dell’area sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare dell’Azienda USL Toscana Centro – si intende una patologia di origine alimentare causata dal consumo di prodotti ittici contaminati da batteri in assenza di alterazioni organolettiche. I batteri responsabili di per sé non sono patogeni ma sono in grado di trasformare un amminoacido (istidina), presente in abbondanza in alcune specie di pesci, (tonno, sgombro, alice i piu’ comuni) in istamina che, se presente in grandi quantità, è la responsabile della patologia”. I sintomi si manifestano da pochi minuti a qualche ora dal consumo del pesce e interessano la cute (eritema al viso, sensazione di calore) il sistema gastroenterico (diarrea, vomito, dolori addominali) e sono frequenti anche mal di testa, palpitazioni e tremori. La dose per la manifestazione clinica della sindrome sgombroide è influenzata da numerosi fattori quali sensibilità individuale, peso corporeo, composizione del pasto (elevate dosi di alcool possono potenziare l’effetto), farmaci, età e altre patologie/allergie.
Nessun allarme ma è necessario richiamare alcune regole suggerite dalla ASL, rivolte principalmente agli operatori del settore alimentare (ristoratori, commercianti ecc.) ma comunque valide anche nella conservazione e preparazione casalinga e comunque da applicare per qualsiasi tipo di alimento, non solo pesce, in questo periodo di caldo “torrido”.
La conservabilità dei prodotti ittici è indicata dalla data di scadenza e vale fintanto che la confezione rimane integra: una volta aperta la confezione, l’alimento deve essere consumato nel più breve tempo possibile. Mantenere la catena del freddo e non fare “dentro e fuori dal frigorifero”.
Il prodotto in scatola una volta aperto deve essere preferibilmente consumato in giornata. Se questo non è possibile, al momento dell’apertura trasferire il prodotto in contenitori chiusi più piccoli e conservarli in frigorifero a temperature inferiori a 4°C oppure acquistare confezioni più piccole adeguate al consumo della propria famiglia.
Non mantenere a temperatura ambiente e aperte le scatolette di tonno ed utilizzare solo le quantità necessarie per le preparazioni del momento e poi riporre immediatamente il prodotto restante in frigorifero ben ricoperto da olio o prodotti di conserva
Lavare bene la verdura da consumare insieme al tonno per esempio in sandwich o insalate perché i batteri eventualmente presenti possono contaminare il pesce.
Preparare gli antipasti contenenti tonno nelle quantità che si pensa vengano consumate entro una/due ore e conservare eventuali piatti pronti a base di tonno in frigorifero, (fonte Firenze http://www.uslcentro.toscana.it)

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Sindrome dell’intestino irritabile Una malattia ‘in cerca d’autore’

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 giugno 2017

intestinoDolori addominali, gonfiore, diarrea o stipsi sono i sintomi più frequenti di questa patologia che colpisce almeno un italiano su tre, con una netta prevalenza del sesso femminile, con un costo annuo per paziente di quasi 1800 euro.  Qualcuno l’ha definita una malattia inventata, ma è piuttosto una condizione ancora in gran parte da chiarire nelle cause e nei meccanismi, che compromette anche in maniera significativa la qualità di vita di chi ne soffre. Dolori addominali, gonfiore, diarrea o stipsi: sono i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile, una condizione che in forme diverse e con gradi diversi di gravità colpisce il 20-40 per cento degli italiani, con costi stimati di circa 1.700 € l’anno a paziente. Le cause non sono note, anche se di certo le alterazioni del microbiota intestinale e l’interferenza nelle complesse relazioni tra intestino e cervello, dovuta allo stress, giocano un ruolo importante. La ricerca italiana è all’avanguardia nel mondo in questo campo, sia nello studio dei fattori alla base della malattia che nei criteri diagnostici, messi nero su bianco per la prima volta a Roma e dalla allora chiamati appunto ‘criteri di Roma’.
La sindrome dell’intestino irritabile è senz’altro una patologia vera, tutt’altro che inventata, molto complessa ed estremamente diffusa. Si stima che a soffrirne sia dal 20 al 40 per cento della popolazione generale con una netta prevalenza del sesso femminile, in rapporto di 2-3 a 1 rispetto al sesso maschile. Negli USA rappresenta il 12 per cento delle visite dal medico di famiglia ed è il motivo di una visita su 3 dal gastroenterologo. Forti le ricadute anche nel mondo del lavoro. Dati Usa evidenziano che le assenze per malattia dovute a sindrome dell’intestino irritabile superano quelle per l’influenza. E’ anche una sindrome complessa e costosa perché chi ne soffre prima di arrivare ad una diagnosi, passa da un medico all’altro e fa moltissimi esami, spesso inutili. I costi complessivi (diretti e indiretti) annui di questa patologia si aggirano in media su 1,761 € per paziente. Per quanto riguarda i costi a carico del servizio sanitario nazionale, oltre il 76 per cento di questi è dovuto ai ricoveri, più dell’11 per cento alla spesa per gli esami diagnostici e solo lo 0,6 per cento ai farmaci prescrivibili (fonte V. Stanghellini et al., 2015).
“La sindrome del colon irritabile è una patologia che appartiene al gruppo dei disordini funzionali gastrointestinali – precisa il professor Antonio Craxì, presidente della Sige – una categoria diagnostica identificata in base alla sola presentazione clinica e caratterizzata dall’assenza di un danno organico come causa patogenetica. La IBS viene definita come dolore o fastidio addominale ricorrente, presente per almeno 3 mesi all’anno, associato ad almeno due dei seguenti sintomi: alterazioni della frequenza dell’alvo, alterazioni della consistenza delle feci, miglioramento sintomatologico al passaggio delle feci. Sembra una patologia banale, ma sia per i costi diretti (visite mediche, indagini diagnostiche, farmaci) che per quelli indiretti (assenza dal lavoro) costa 30 miliardi di euro per anno nei primi 10 Paesi dell’Ue. Solo in Italia ne soffrono oltre 3 milioni di persone con forme più gravi e la IBS risulta ad oggi tra le principali cause di assenza dal posto di lavoro.
Professor Marchi, come viene fatta la diagnosi di questa condizione?
La diagnosi della sindrome dell’intestino irritabile si basa su alcuni sintomi e segni, descritti all’interno dei cosiddetti ‘criteri di Roma’, giunti alla quarta edizione (Roma 4) I criteri di Roma riguardano tutta la patologia funzionale del tubo digerente e in riferimento alla sindrome dell’intestino irritabile la definizione attuale prevede che per fare diagnosi di IBS debba esserci dolore addominale (basso non a livello dello stomaco) diffuso a tutto l’addome, ricorrente (almeno un giorno alla settimana negli ultimi tre mesi) e associato ad almeno due altri criteri, che sono il miglioramento o la scomparsa del dolore con la defecazione e il cambiamento nelle modalità di defecazione, per esempio da un alvo normale passare a un alvo diarroico o a un alvo stitico (si distinguono diverse varianti di Ibs, quali la variante diarroica e la variante stitica) oppure un alvo alternante (alternanza di periodi di stipsi e periodi di diarrea), e questa è la forma mista, la terza forma di sindrome dell’intestino irritabile. Il quarto sintomo che caratterizza la sindrome dell’intestino irritabile è la modificazione delle caratteristiche delle feci, che magari passano da essere feci caprine – nella variante stitica – a feci acquose o comunque non formate nella variante prevalentemente diarroica.
Il dolore addominale (almeno una volta alla settimana negli ultimi tre mesi), le modificazioni e il miglioramento del dolore in seguito alla defecazione, la variazione delle modalità di defecazione nel tempo e la variazione delle caratteristiche delle feci sono i criteri che definiscono la sindrome dell’intestino irritabile. Sulla base di questi sintomi che compaiano in un soggetto giovane e ovviamente in assenza di qualunque sintomo di allarme (come dimagrimento, anemia, familiarità per il cancro del colon) che devono portare ad una valutazione più approfondita è possibile fare con ragionevole certezza una diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile.
Perché la diagnosi è così difficile e come può esordire la sindrome dell’intestino irritabile?
Il paziente con sindrome dell’intestino irritabile arriva anche dopo molto tempo dall’insorgenza dei sintomi a una valutazione medica, perché spesso diventa quasi ‘tollerante’ nei confronti del suo problema, si adegua cioè alla sua situazione. La sindrome dell’intestino irritabile si associa spesso ad altri sintomi funzionali, quali ad esempio un esofago ipersensibile. Alcuni pazienti, per un certo periodo della loro vita, possono avvertire sintomi da reflusso gastroesofageo, bruciore retrosternale e per questo possono andare incontro ad una valutazione endoscopica o ad esami ancora più approfonditi. Salvo scoprire poi che non hanno nessun tipo di reflusso, ma solo un esofago ipersensibile. Può capitare che dopo un certo periodo questa sintomatologia svanisca e compaiono invece sintomi riconducibili alla parte bassa dell’intestino. Si tratta di una sorta di switch sintomatologico tra la sindrome funzionale esofagea e la sindrome funzionale intestinale.
Qual è l’identikit del paziente con sindrome dell’intestino irritabile? Questa condizione si presenta in soggetti abbastanza giovani, di età media compresa tra i 20 e i 40 anni. L’altro elemento caratterizzante è che spesso questi soggetti presentano altre patologie, come una sindrome depressiva, disturbi d’ansia, problemi nella vita sessuale (ad esempio dispareunia, cioè rapporti sessuali dolorosi). E’ sempre bene indagare a fondo tutta la componente della sfera psicologica perché sono spesso presenti comorbilità di questo tipo.
Quando invece bisogna sospettare che non si tratti di sindrome dell’intestino irritabile ma di altre patologie?
I ‘segni rossi’, i sintomi d’allarme e questi sono estremamente importanti che devono far pensare ad altre patologie sono ad esempio la perdita di peso e l’anemizzazione. Un soggetto con dolori addominali va sempre visitato con attenzione perchè la palpazione dell’addome può portare a scoprire ad esempio masse addominali sospette. Molto importante è poi la fascia d’età di comparsa dei sintomi addominali. Una sintomatologia tipo sindrome dell’intestino irritabile che compare nei soggetti al di sopra dei 50 anni, che non abbiano mai avuto alterazioni della funzione intestinale, né sintomatologia di quel tipo è sicuramente un elemento che ci deve portare a riflettere e a fare altre indagini che sicuramente in un soggetto giovane non faremmo.
Quali altre patologie vanno tenute presenti nella diagnosi differenziale?
I tumori del colon, ma anche le malattie infiammatorie croniche intestinali, come la colite ulcerosa e soprattutto il morbo Crohn. La malattia di Crohn, specie nella sua localizzazione ileale, alta (nel 70 per cento dei casi interessa la sede ileo-cecale), viene molto spesso confusa con una sindrome dell’intestino irritabile. Anche la celiachia può presentare caratteristiche abbastanza vicine alla sindrome dell’intestino irritabile soprattutto nella variante diarroica.
Nel caso dell’IBS sono stati individuati degli eventi scatenanti?
Un tempo si ipotizzava che fosse lo stress a scatenare la sindrome dell’intestino irritabile. Ma sicuramente la genesi è multifattoriale. Di certo lo stress ha un ruolo importante, ma altrettanto importanti sono le infezioni intestinali che, anche se guarite, possono lasciare un’alterazione funzionale dell’intestino (Ibs post-infettiva), i cui sintomi persistono a lungo e possono sfociare nella sindrome dell’intestino irritabile. Se indagate correttamente, il 30 per cento delle forme di IBS risultano di genesi post-infettiva. Le infezioni intestinali alterano le difese della mucosa intestinale e soprattutto il microbiota intestinale, che appare sempre più importante patogenesi della sindrome dell’intestino irritabile. Tornando allo stress, c’è una stretta connessione tra funzione cerebrale e funzione intestinale, tradotta nel concetto di brain-gut axis, asse cervello-intestino. Il cervello con i suoi mediatori, nervosi e neuroendocrini, agisce modificando la funzionalità, la motilità, la secrezione, la percezione del dolore intestinale. E viceversa, sappiamo anche che un’alterazione della funzione intestinale e del microbiota possono condizionare lo stato d’animo del paziente.
La diagnosi di IBS è soprattutto clinica e anamnestica; ma ci sono esami strumentali o di laboratorio che possono facilitarla?
Si possono fare alcune indagini, indagini che però non devono essere caotiche o eccessive. Basta un emocromo e gli esami ematochimici di base. La tiroide va sempre studiata perché in qualche modo può dare alterazioni dell’alvo – sia in senso diarroico (ipertiroidismo), sia dando stipsi (ipotiroidismo). Si può richiedere poi la calprotectina fecale, una proteina infiammatoria, ch risulta alta nelle malattie infiammatorie croniche intestinale (Mici), come il Crohn e la retto colite ulcerosa e bassa nella sindrome dell’intestino irritabile.
Come si tratta la sindrome dell’intestino irritabile?
Intanto dobbiamo valutare la tipologia di paziente che ci troviamo di fronte: il trattamento sarà diverso se il paziente ha un’Ibs diarroica o stitica. Abbiamo a disposizione farmaci per entrambi i casi. Per la forma stitica sono certamente utili le fibre, soprattutto quelle solubili e i liquidi, perché rendono le feci più soffici e in grado di avanzare più facilmente all’interno del colon. Più di recente è stata proposta una dieta cosiddetta ‘low-FODMAPs’, che esclude inizialmente tutti gli oligosaccaridi, disaccaridi e monosaccaridi fermentabili e i polioli, presenti in moltissimi alimenti (in pratica i carboidrati e alcuni frutti, come pere e mele). Si fa per qualche settimana; poi si reintroducono poco a poco gli alimenti eliminati, sotto la guida del nutrizionista che ci affianca, che individua l’alimentazione più adatta al singolo soggetto. In questo modo è anche possibile individuare i cibi che scatenano i sintomi. Questa dieta ha effetti positivi sia sul dolore intestinale, che sul meteorismo (gonfiore).
Terapia farmacologica. La rifamixina, un antibiotico utilizzato nelle infezioni intestinali, migliora in maniera significativa i sintomi (dolore, gonfiore e consistenza fecale) nelle forme diarroiche. Per la variante ‘IBS-stipsi’, la linaclotide è efficace sul dolore addominale e sul meteorismo, oltre ad aumentare la frequenza delle evacuazioni. Per la variante diarroica, oltre alla rifamixina e alle fibre, è di recente stata approvata da FDA e EMA una nuova molecola, l’eluxadolina, che riduce la motilità gastrointestinale, facilita il riassorbimento della quota idrica, riduce la secrezione intestinale, rendendo così più compatte le feci. Il nuovo farmaco inoltre riduce la sensibilità viscerale presente nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, alla base del dolore.

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Cinque stelle e la sindrome di Calimero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2017

mentanaPerché litigo spesso con il M5S? Non è che ci litigo, è che in questa fase ritengo siano quelli che hanno più cose da dire e se dicono cose sbagliate bisogna farglielo notare”. Lo dice Enrico Mentana, oggi ospite del programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. “Il M5S – ha proseguito il giornalista -, si candida a guidare il Paese, ma non mi piace che ogni due per tre i loro esponenti dicano di volere delle scuse piuttosto che pensare che tutti siano contro di loro. Questa è una sindrome di Calimero, un atteggiamento infantile che può avere chi è stato mazzolato da qualche parte, ma non certo chi è il primo o secondo movimento del Paese”. Secondo lei, stampa e giornali hanno verso i Cinquestelle lo stesso atteggiamento che hanno con gli altri partiti? “No, assolutamente no, c’è una prevenzione maggiore – ha detto Mentana a Rai Radio1 -. I Cinquestelle sono stati trattati come un esercito straniero, come veniva trattata la Lega vent’anni fa”.

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Sindrome del colon irritabile

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2016

colon-retto tumoreIn inglese Irritable Bowel Syndrome (IBS), nel gergo comune “colite” o “colite spastica”, è un disturbo molto diffuso, caratterizzato primariamente da dolore addominale e alterazioni della funzione intestinale, che compromette in modo significativo la qualità di vita.
Essa è caratterizzata da sintomi di dolore addominale, o discomfort, associato a un’alterazione della funzione intestinale con cambiamenti relativi alla forma e consistenza delle feci ed episodi variabili di diarrea e/o costipazione. Tale condizione ha impatto non solo a livello individuale, ma anche a livello collettivo, producendo un aumento dei costi sociali sia diretti (incremento della spesa farmaceutica) che indiretti, dovuti cioè alla perdita della produttività e all’assenteismo dal lavoro.
In Italia ne soffre il 10-20% della popolazione (Ministero della Salute, 2011) e soltanto il 50% si rivolge al proprio medico di famiglia. L’IBS colpisce soprattutto le persone che lavorano nel mondo manageriale, industriale, politico, accademico, imprenditoriale, finanziario, bancario, ovvero in contesti lavorativi particolarmente stressanti nei quali vi sono alti livelli di competizione, standard molto elevati e focalizzazione sulla carriera e sui risultati da raggiungere.
Questa sindrome può essere considerata una “malattia di genere”, poiché diffusa soprattutto nel mondo femminile. Le donne riferiscono infatti sintomi di IBS il 67% delle volte in più rispetto agli uomini, forse perché la società attuale, sempre più spesso, pone al genere femminile richieste altamente stressanti.I trattamenti farmacologici hanno dimostrato efficacia limitata e numerosi studi hanno evidenziato il ruolo dei fattori psicosociali nella genesi e nel mantenimento del disturbo. È stata infatti ampiamente dimostrata l’utilità di trattamenti psicologici mirati, uniti a un attento stile alimentare. Ecco quindi l’ultimo libro di Antonella Montano e Sara Vitali, “La sindrome del colon irritabile. Affrontare la colite con la terapia cognitivo comportamentale”, che con un linguaggio semplice ma scientifico, tramite esempi illustrativi e numerosi esercizi, accompagna il lettore passo per passo in un percorso di auto-aiuto psicologico volto a modificare comportamenti e stili di pensiero che alimentano il problema, nonché a gestire lo stress e le emozioni che scatenano i sintomi gastrointestinali.L’autrice, Dott.ssa Antonella Montano, Psicologa e Psicoterapeuta, Direttrice dell’Istituto A.T. Beck di Roma, è disponibile su richiesta, per eventuali interviste o articoli sull’argomento, che riteniamo possano suscitare l’interesse del grande pubblico.Per ulteriori informazioni sul volume: http://www.eclipsi.it

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Curcumina e sindrome metabolica

Posted by fidest press agency su domenica, 13 marzo 2016

curcuminaLa curcumina è il componente attivo più studiato della curcuma, é dotata di un ampio spettro di attività farmacologiche e mostra una potenziale attività per il trattamento della sindrome metabolica, l’obesità e il diabete. Nel tessuto adiposo umano, la curcumina riduce l’espressione di adipochine, interleuchina-6 (IL-6) e tumore necrosis factor-alfa (TNF), potenti agenti pro infiammatori e induce l’espressione di adiponectina, l’agente antinfiammatorio più importante secreto dagli adipociti. La curcumina presenta effetti anti-iperglicemici e insulina sensibilizzanti. Inoltre, la curcumina è inibitore selettivo della 11-betaHSD122 umana, la cui attività è in relazione con alte concentrazioni di cortisolo nel tessuto adiposo e con lo sviluppo di obesità centrale, insulino-resistenza, e diabete in modelli murini. Nell’uomo il cortisolo è uno dei fattori importanti nel promuovere la sindrome metabolica. La curcumina è purtroppo una molecola scarsamente biodisponibile quando assunta per via orale ed è per questo che negli ultimi anni sono sorte diverse forme di curcumina, dove la sostanza si trova coniugata ad altre molecole allo scopo di favorirne l’assorbimento e un’emivita più lunga. Sulla base di queste conoscenze, alcuni ricercatori hanno valutato in uno studio(1) controllato randomizzato, la tollerabilità e l’efficacia di un complesso curcumina-fosfatidilserina in forma di fitosoma e di fosfatidilserina pura in soggetti in sovrappeso affetti da sindrome metabolica, con particolare attenzione alla intolleranza al glucosio e all’accumulo di grasso di tipo androide. Un gruppo di 127 soggetti, sono stati sottoposti a un trattamento di 30 giorni che includeva correzione dietetica e modificazione dello stile di vita. I soggetti hanno mostrato una perdita di peso inferiore al 2%. Tra questi, 44 soggetti sono stati assegnati casualmente rispettivamente o a un gruppo che per ulteriori 30 giorni ha proseguito aggiungendo l’assunzione CUR-SER o a un gruppo che ha proseguito aggiungendo solo fosfatildiserina.
I risultati riguardanti le misurazioni antropometriche e la composizione corporea sono stati analizzati al momento dell’arruolamento e dopo 30 e 60 giorni. La somministrazione di curcumina aumenta la perdita di peso dall’ 1,88 al 4,91%, una percentuale di riduzione del grasso corporeo (0,70-8,43%), una riduzione del girovita (2,36-4,14%), il miglioramento della riduzione della circonferenza fianchi 0,74-2,51% e la riduzione del BMI (dalle 2.10 al 6,43% del) (p <0,01 per tutti i confronti). La Fosfatidilserina da sola non ha mostrato alcun effetto statisticamente significativo. La tollerabilità è stata molto buona per entrambi i trattamenti. Anche se preliminari, i risultati suggeriscono che una forma biodisponibile di curcumina è ben tollerata e in grado di influenzare positivamente la gestione di peso nelle persone in sovrappeso affetti da sindrome metabolica. (Eugenia Gallo CERFIT Fitovigilanza AOU Careggi – Università di Firenze fonte Fitoterapia33)

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Sindrome da fatica cronica

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

londraLa Sindrome da Fatica Cronica non aumenta il numero di decessi da tumore o da malattie cardiovascolari. Incrementa però la mortalità da suicidio. E’ quanto dimostrato da uno studio, recentemente pubblicato su The Lancet, che ha analizzato 2.147 casi nell’area di Londra. “E’ una ricerca importante che evidenzia come la Sindrome porta i pazienti ad avere comportamenti più salutisti – afferma il prof. Umberto Tirelli, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori, Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (PN) -. La percentuale di decessi riscontrata è inferiore rispetto a quella di molte malattie psichiatriche che sono spesso associate all’abuso di alcol, fumo, disordini affettivi e della personalità. E’ necessario però valutare in modo accurato e tempestivo gli episodi di depressione che possono verificarsi in questa categoria di persone”. La Sindrome da Fatica Cronica si manifesta quando per almeno sei mesi il senso di spossatezza non viene alleviato dal riposo. In Italia 300.000 persone sono colpite dal disturbo e per questo sono costrette a rinunciare al lavoro, ad andare a scuola, alle proprie attività e relazioni sociali e, più in generale, ad avere una buona qualità di vita. Spesso si tratta di pazienti che stanno affrontando cure oncologiche. “Negli ultimi anni molto è stato fatto per aumentare l’informazione su questa patologia e oggi molti medici sono in grado di riconoscerla e diagnosticarla correttamente- aggiunge il prof. Tirelli -. Tuttavia a livello normativo il disturbo è ancora un oggetto sconosciuto. I pazienti incontrano quindi grandi difficoltà nel farsi riconoscere la malattia e anche nel ricevere o accettare le cure. Nel Centro di Aviano negli ultimi 20 anni abbiamo visitato migliaia di persone afflitte dalla Sindrome. La depressione non è la causa ma solo una conseguenza. Abbiamo messo a punto con MyGenomics un test genetico che valuta la suscettibilità genetica di sviluppare una stanchezza cronica ed eventualmente una sindrome da fatica cronica. Dai dati preliminari in nostro possesso può esservi anche un incrementato rischio familiare della patologia o comunque della suscettibilità a svilupparla. La terapia che si basa prevalentemente su antivirali, immunomodulatori ed integratori, può essere efficace ma soltanto in una minoranza dei malati – conclude il prof. Tirelli -.Recentemente abbiamo attivato presso il Kosmic Center di Pordenone una nuova terapia con ossigeno-ozonoterapia (autotrasfusione di sangue), che sta dando buoni risultati nella CFS”.

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Sindrome di Otello

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2015

cucchiOh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre”. Così Iago metteva in guardia Otello nell’omonima tragedia sulle conseguenze della gelosia che lo porteranno a uccidere Desdemona, già ben note a Shakespeare e oggi tristemente all’ordine del giorno sulle pagine di cronaca nera, insanguinata negli ultimi giorni dagli omicidi a sfondo passionale di Città di Castello e Vasto. La gelosia, una risposta emotiva legata al pericolo di perdita e sottrazione del partner connessa a reazioni di angoscia, rabbia e aggressività, secondo Eurispes è infatti il movente della maggior parte dei crimini passionali consumati in Italia. I dati diffusi dal Ministero dell’Interno mostrano inoltre che dall’agosto 2012 al luglio 2014 sono stati commessi 320 omicidi a sfondo affettivo, dei quali ben 206 sono stati femminicidi. Sul tema è intervenuto lo psichiatra Michele Cucchi, Direttore Sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano, dove sta curando un cineforum emotivo che ha preso il via con un incontro dal titolo “Il giallo della gelosia, fra amore e ossessione”, a cui è possibile iscriversi compilando il modulo a questo link: http://www.cmsantagostino.it/news-ed-eventi/al-il-cineforum-emotivo. “Il cineforum ha l’obbiettivo di allenare il cervello emotivo delle persone entrando nell’opera, sviluppando la competenze emotiva dell’empatia – spiega Michele Cucchi – il cinema racconta la vita delle persone, permettendo di entrare in contatto con l’esperienza degli altri e di imparare a capirci meglio”. Lo psichiatra analizza le origini della gelosia a livello psicologico e determina i profili che possono contrarre la “Sindrome di Otello”, una pericolosa patologia che nasce da un eccesso di gelosia che può portare a crimini efferati. Ma come nasce la gelosia? “Non è un’emozione primaria, come sono invece rabbia e tristezza, è bensì qualcosa di più complesso che richiede un’elaborazione più articolata – afferma il dottor Michele Cucchi – La gelosia è un sentimento fatto di ansia e incertezza, e la diretta conseguenza può essere la rabbia verso chi sia più considerato dalla persona amata, ma anche verso la stessa persona amata. Possiamo forse dire che nella gelosia prevale la dimensione ansiosa e di insicurezza quando ‘il problema sono io’, in altre parole l’inadeguatezza presunta dell’amato che non è abbastanza per l’oggetto dell’amore. La gelosia si avvicina al vissuto della rabbia e dell’odio, del bisogno di combattere e attaccare un nemico, quando la sensazione è di patire un torto, un tradimento, di essere parte lesa. E’ quindi spesso associata a tratti personologici quali la moralità, la rigidità valoriale, una visione del mondo dicotomica, semplicistica e riduzionistica ma totalizzante. Ha molto a che fare con bisogno di primeggiare, di essere il numero uno nei pensieri e nei desideri di qualcuno legandosi a tratti narcisistici”.
Il dottor Cucchi focalizza poi la sua attenzione sulle varie caratteristiche della “Sindrome di Otello”: “Esistono varie sfumature che la gelosia assume nel diventare una vera e patologia chiamata ‘Sindrome di Otello’, ma non si tratta di una dimensione fenomenologica univoca. Ci sono profili di persone che la vivono in un contesto di sadismo e possessività, dove la persona amata diventa un oggetto in modo del tutto egoistico, an-empatico, dove addirittura il piacere è dato dalla sofferenza dell’altro per me. Ci sono anche forme di gelosia francamente deliranti, condizioni in cui, a fronte di un’inconsistenza di prove, la persona gelosa è assolutamente convinta del tradimento. Non si tratta solo di attimi di “buio” irrazionale, ma di veri e propri pensieri strutturati in cui c’è la convinzione di essere traditi. Queste forme sono rare e appartengono alla psicopatologia clinica, caratterizzando i disturbi deliranti o, peggio, formando manifestazioni tipiche degli esordi di demenza e di Parkinson. Il caso psichiatrico più grave di gelosia delirante è forse quello dell’erotomania, in altre parole la convinzione di essere amato e poter dunque vantare diritti su una persona che spesso nemmeno si conosce, dove si delinea un percorso emotivo che va dalla speranza fino al rancore, passando attraverso il dispetto”.Ma quali persone si possono rendere protagoniste di un crimine legato alla gelosia? “La cronaca nera riporta spesso raptus vissuti da profili identificabili in situazioni note – ricorda il dottor Cucchi – Più del 60% dei casi infatti riguarda coppie sposate, mentre oltre l’85% delle volte è l’uomo a uccidere. Il quadro occupazionale e professionale degli autori dei delitti è risultato medio-basso, con un’alta presenza di disoccupati, con un’età che varia dai 31 ai 51 anni. Il delinquente passionale è una persona che si caratterizza per un attaccamento con la figura materna, fatto di paura di non essere accudito, di ansia per la mancanza di protezione e incertezza per l’effettiva corresponsione del ‘caregiver’, con conseguente desiderio di un’amore-fusionale, una sorta di fissazione che impedisce la realizzazione di un amore maturo. Il soggetto ha meditato a lungo sul suo dolore e basta un segnale per scatenare la sua aggressività, come se fosse in attesa di un’occasione per esplodere. Ciò che distingue il delitto basato su una deriva patologica della gelosia da quello emotivo-impulsivo del raptus, è la progressiva corrosione della volontà, l’idea dominante che nel tempo paralizza la capacità di critica e di auto-controllo, che assorbe tutta la vita di un individuo e rende alla fine sostanzialmente naturale un gesto estremo”.Come evitare l’insorgere di questa pericolosa sindrome? “Il primo sollievo può arrivare dalla fiducia, che si accresce nella comunicazione e nella condivisione del rapporto. Accusare il partner non serve a nulla, l’unica via d’uscita in questi casi è chiedere maggiori attenzioni. Altrettanto importante è capire che mentire non serve a gestire la gelosia, bensì mette in moto pericolosi circoli viziosi deleteri per ogni relazione. L’amore non è per sua stessa natura in grado di vincere la gelosia, visto che questo sentimento è connaturato nella tipologia della persona che ne soffre e non è sensibile al sentimento. Chi è conscio di soffrire di eccessiva gelosia non si deve assolutamente affidare ai sospetti, ma deve cercare risposte dentro di sé e concentrarsi sul livello di fiducia nel compagno. Chi invece vive problemi a causa della morbosa gelosia del compagno non deve pensare che sia una questione personale o sentirsi in dovere di dare risposte subito: decantando le emozioni la razionalità permette di tornare a sognare e credere a ciò che non si vede”. (foto:cucchi)

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Infezioni ospedaliere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 ottobre 2014

infezioni ospedaliereSi chiamano ‘riammissioni’ e sono il fenomeno per il quale un paziente torna in ospedale entro 30 giorni dal primo ricovero. Rappresentano, insieme alla mortalità, uno dei parametri di efficienza di un reparto e di un nosocomio e in Italia interessa il tra il 9% (dati ISS) e il 15% (*) dei pazienti ricoverati, mentre la necessità di tornare in ospedale o in sala operatoria dopo la chirurgia coinvolge il 4% dei pazienti. Circa 16mila casi l’anno, le cui cause sono correlate all’intervento come emorragie, infezioni locali o sistemiche, interventi massivi o a cielo aperto, tempi di degenza troppo contratti, dovuti alla necessità di ottimizzare le spese.
“L’hanno chiamata ‘Sindrome da porta girevole’ e ne sono particolarmente a rischio gli anziani” spiega il Professor Francesco Corcione, Presidente Eletto della SIC a Congresso a Roma sino al 15 ottobre “un recente studio effettuato su 2milioni e 400mila pazienti americani da Keith Kocher dell’University of Michigan School of Medicine e pubblicato su Lancet ha riscontrato come quasi un paziente anziano su 5 torni al Pronto Soccorso dopo un intervento chirurgico: il 17,3% una volta e il 4,4% più volte nei 30 giorni successivi. L’analisi è stata effettuata su pazienti con più di 65 anni sottoposti ai sei interventi chirurgici più comuni negli Usa: angioplastica, bypass coronarico, aneurisma addominale, frattura di anca, neurochirurgia per la schiena e resezioni del colon per cause oncologiche operati nell’ambito del servizio Medicare che assiste gli over65 ”. “Diminuire questi numeri è possibile” prosegue il Professor Corcione “si è visto che il tasso di complicanze dopo un intervento alla colecisti eseguito in laparoscopia e quindi con tecniche mini-invasive è sceso dal 2,28% del 2010 al 1,52% nel 2012 (dati Programma Nazionale Esiti dell’Agenas 2013 che ha valutato gli indici di outcome di 1400 ospedali pubblici e privati). La chirurgia in questo senso conferma la sua eccellenza e l’alto livello di assistenza”.
Studi internazionali come quelli di Vashi (JAMA. 2013 Jan 23;309(4):364-71) e Jencks (N Engl J Med 2009; 360:1418-1428) hanno stimato un tasso medio di riammissioni tra il 12 e 18% (1 paziente su 6) con un costo di 7500 dollari a paziente che potrebbe essere evitato in una percentuale di casi che varia tra il 20 e il 40%. Come? Migliorando la qualità delle cure e soprattutto con una più efficace gestione della dimissione del paziente, con istruzioni più chiare e un dialogo con la medicina di territorio. La gestione della dimissione dal setting ospedaliero deve quindi essere ottimizzata per facilitare la presa in carico del malato da parte dell’assistenza territoriale, che a questo punto sostituirebbe l’ospedale nell’assumere il ruolo di riferimento principale per il paziente e i suoi eventuali (ulteriori) bisogni di cura. “Un paziente chirurgico è comunque più fragile, ha modificato le proprie abitudini, è stato allettato, ha ricevuto farmaci e altri medicamenti che possono alterare le condizioni fisiche e cognitive che aprono la strada ad una nuova patologia o a un malessere che non si esaurisce con la convalescenza e che necessita di ulteriori cure”.Sono stati identificati diversi fattori su cui intervenire: check list scrupolose, tecniche chirurgiche impeccabili e standardizzate, uso di strumenti avanzati in sala operatorie per il controllo delle complicanze, selezione dei pazienti da trattenere in Terapia Intensiva, tutto questo rende la chirurgia più sicura. Un importante studio pubblicato su Lancet (9847, 22 settembre 2012) sulla mortalità post-chirurgica per tutti gli interventi non cardiaci eseguito su un campione di 498 ospedali in 28 paesi europei, ha sottolineato come 1 o 2 giorni di degenza in Terapia Intensiva possano evitare ben il 43% dei decessi, ma l’utilizzo di questa struttura è talora condizionato dai livelli di spesa sanitaria delle singole realtà locali.Sempre meno invece le infezioni del sito chirurgico (ISC) tenute sotto controllo grazie alla accurata profilassi preoperatoria. A questo proposito durante il Congresso si terrà una relazione proprio sulla Negative Pressure Wound Therapy, un sistema per trattare le infezioni in siti potenzialmente contaminati o in pazienti particolare come quelli obesi.

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Sindrome di down

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 luglio 2013

“La medicina ha il compito di curare e non di bypassare il problema attraverso la soppressione del concepito con difetti genetici. Per questo la scoperta pubblicata su Nature in merito alla possibilità di ‘spegnere’ il cromosoma in più responsabile della sindrome di Down è un altro passo avanti verso il curare e non l’eliminare il malato”, dichiarano Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, presidente e copresidente nazionali dell’Associazione Scienza & Vita. “Questa scoperta favorisce lo studio dei meccanismi cellulari implicati nella biologia sottostante la malattia e, una volta superata la fase di sperimentazione, porre le basi per trovare i bersagli terapeutici e mettere a punto cure ‘ad hoc’. Si dimostra ancora una volta che esiste una scienza che lavora per l’uomo e non contro l’uomo. Si ottengono importanti risultati scientifici anche senza quella liberalizzazione della ricerca sugli embrioni umani votata recentemente in Francia e che qualcuno vorrebbe prontamente introdurre in Italia, ma non è vero né automatico che ‘gli scienziati, i malati e l’opinione pubblica’ siano a favore di tale utilizzo delle conoscenze scientifiche. Non è detto che tutto ciò che è possibile fare sia automaticamente lecito, è invece importante che i diritti fondamentali dell’uomo siano rispettati e non vi siano discriminazioni per i più deboli, con disabilità genetiche, anche nelle primissime fasi della loro esistenza”.

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Sindrome coronarica: con angioTac dimissioni più sicure

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 aprile 2012

Nei reparti di emergenza – dove è elevato il numero di ricoveri per sospette sindromi coronariche – l’impiego dell’angioTac, dall’alto potere predittivo negativo, nei soggetti a basso-medio rischio aumenta le dimissioni sicure. La strategia, messa a punto per verificare rapidamente se il dolore del paziente sia di origine cardiaca o meno, è stato ideato e sperimentato con successo in un trial multicentrico da una task-force di radiologi e cardiologi interventisti statunitensi coordinata da Harold I. Litt, della University of Pennsylvania. I clinici hanno assegnato in modo randomizzato, e in proporzione 2:1, 1.370 pazienti presentatisi nel dipartimento di emergenza con i sintomi di una possibile sindrome coronarica acuta in due gruppi: il primo (n=908) avviato all’esecuzione di un’angioTac, il secondo (n=462) a ricevere un’assistenza tradizionale. Su 640 pazienti che hanno effettuato un esame angioTac con esito negativo, nessuno è morto o ha subito un infarto miocardico entro 30 giorni (outcome primario di sicurezza). Rispetto ai pazienti sottoposti a cure standard, il gruppoo angioTac ha fatto registrare un tasso più elevato di dimissioni dal dipartimento (49,6% vs 22,7%), un tempo inferiore di degenza (in media: 18 ore vs 24,8) e una quota maggiore di identificazioni di malattie coronariche (9% vs 3,5%). N Engl J Med, 2012; 366(15):1393-403 (fonte: doctornews33)

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Test in farmacia per la Sindrome da apnee ostruttive del sonno

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 febbraio 2012

Un semplice esame, effettuabile in farmacia, può aiutare a riconoscere la Sindrome da apnee ostruttive del sonno (Osas), disturbo respiratorio che colpisce il 4-7% della popolazione italiana e che può comportare rischi cardiovascolari e neurologici. Inoltre le persone afflitte da questo disturbo soffrono di Eccessiva sonnolenza diurna (Eds), con il conseguente rischio di incorrere in incidenti sul lavoro o alla guida. «L’Osas» precisa Giuseppe Plazzi, responsabile del Laboratorio per la diagnosi e la cura dei disturbi del sonno di Bologna «è una patologia dovuta al collasso delle prime vie aeree che determina un’ostruzione al passaggio dell’aria. Provoca una vera e propria interruzione del respiro che spesso riprende solo dopo un risveglio o un micro-risveglio. Tutto ciò altera l’architettura del sonno, inficiandone la qualità e la funzione ristoratrice. Le persone affette da Osas difficilmente ne sono coscienti; spesso è chi dorme accanto a loro che si accorge delle apnee o di altri sintomi tipici, quali il russamento». Per individuare chi necessita di analisi più approfondite, partirà nelle farmacie di Ravenna un progetto pilota col patrocinio dell’Aipas (Associazione italiana pazienti apnee del sonno). In questa fase di pre-screening il paziente che si reca in farmacia viene informato sulla patologia e può sottoporsi ad un esame domiciliare indolore, da eseguirsi con un semplice apparecchio che registra il numero degli episodi di apnea per ora che si verificano durante il sonno. Un indice elevato di apnee suggerisce al paziente di richiedere ulteriori informazioni direttamente in farmacia circa la necessità e la modalità di esecuzione più approfondite analisi, da svolgersi presso un centro specializzato, che possano confermare o meno la presenza della patologia. «Non si tratta quindi di reclutare pazienti» precisa Pietro Gueltrini rappresentante dei farmacisti che aderiscono al progetto «ma di aumentare la consapevolezza dell’esistenza e della gravità dell’Osas e dei suoi legami con il sovrappeso, l’eccessiva sonnolenza diurna e l’ipertensione».(fonte farmacista33)

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Sindacati: sindrome al lupo, al lupo

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 gennaio 2012

 

Milano: Manifestazione Centri Sociali

Image by rogimmi via Flickr

Editoriale Fidest. Tutti noi conosciamo il detto che il mettere in avanti le mani per segnalare un pericolo che poi non si verifica nell’immediato è un po’ come tentare di esorcizzarlo e se un domani si verificasse farlo cadere nella banalità. Questo mi appare nell’allarme lanciato dai sindacati sul disagio sociale e il rischio che possa trasformarsi in una rivolta popolare. Incominciamo con il dire che la cura da “cavallo” di Monti ha un grosso difetto di là delle ragioni, che potremmo anche condividere, sulla necessità di mettere ordine ai conti dello Stato. Una “sistemata” che doveva essere fatta per lo meno 20 anni fa e che è stata rinviata in quanto la politica non se la sentiva di contrastare i “poteri forti” e il loro perentorio ordine di lasciare le cose come stavano nella logica di chi “lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non quel che trova”. Quest’ordine è rimasto immutato se stiamo a considerare i provvedimenti che sino ad ora sono stati adottati. Tutti incentrati sul prelievo fiscale alla fonte, ovvero intesi a colpire nella quasi totalità i ceti medio-bassi, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione italiana, quella che si dice viva con il 20% delle risorse del paese contro il 15% di coloro che possono beneficiarne all’80%. Ora siamo alla fase dei “contentini” per addolcire la pillola degli “gnoccoloni” di turno, alias italiani creduloni. Si incomincia con i sindacati e alla fine costoro, c’è da giurarlo, si accontenteranno di un piatto di lenticchie, dai resti del Capodanno, e probabilmente un po’ rancide, pur di sentirsi da una parte salvatori della patria e, dall’altra, beati del “fiero pasto”.
Eppure i “veri” rimedi e non quelli “supposti tali” sono alla portata di mano e non lo diciamo noi ma tutti coloro che hanno buon senso e cultura della conoscenza. Persino noi con i nostri Centri studi” siamo riusciti a presentare una riforma strutturale per la previdenza, il lavoro, l’assistenza, la giustizia e la scuola, non solo con costi accettabili ma in grado di produrre economie una volta andati a regime. Ma il governo Monti o quello che lo ha preceduto e, probabilmente, gli altri che li seguiranno, si guarderanno bene dal prendere in considerazione tali soluzioni perché è fondamentale per loro restare sulla vecchia strada e poco importa se a pagarne il prezzo maggiore sono i soliti. Tanto, si sa, possono essere infinocchiati a dovere. E qui entrano in gioco tutti coloro che sono maggioranza del paese ma non la sanno esercitare nei modi e nei luoghi dovuti e sono condannati ad essere e restare “servus servorum Dei” per buona pace di tutti. Viva l’Italia degli gnoccoloni. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Silvio: La sindrome del pifferaio

Posted by fidest press agency su martedì, 30 agosto 2011

“Non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani”, ripetono come un mantra nel Pdl da Berlusconi in giù. No, per l’amor di Dio no, non le mettono loro direttamente le mani nelle tasche degli italiani, gliele fanno mettere agli italiani stessi, che per ottenere servizi essenziali che hanno oggi e che i comuni non potranno più garantire, dovranno sborsare di tasca loro. E non è peggio? Ecco, questo è lo spirito della manovra. Ti dicono che le pensioni non cambiano salvo che…salvo che non si potranno più riscattare l’anno di servizio militare e gli anni dell’università. Siccome tutti i pensionati da oggi ai prossimi venti, trenta anni devono aver fatto il servizio militare obbligatorio, che è stato abolito solo qualche anno fa, è solo l’introduzione surrettizia di uno “scalone” per tutti gli italiani di sesso maschile. E’ il loro modus operandi, sono fatti così. Bisogna capirli, e’ la “sindrome del pifferaio”, non ce la fanno a dire la verità, non ci sono abituati. Mica possiamo pretendere che imparino dopo vent’anni… Ironia (amara) a parte, c’è da prendere atto della situazione: questa manovra è “farlocca” iniqua e taglia servizi essenziali che i comuni non saranno più in grado di garantire. E’ una colossale presa in giro che colpisce pesantemente i cittadini e che non contiene uno straccio di intervento strutturale. Il governo ha ignorato i contributi delle opposizioni, come al solito, ed ha partorito una serie di misure che non garantiscono il gettito necessario e che contengono punti, come l’abolizione delle province e il dimezzamento dei parlamentari, dall’attuazione molto incerta e dai tempi lunghi. La cosa più grave è che questa manovra fallisce i suoi obiettivi e non mette l’Italia al sicuro da attacchi speculativi. Un’altra brutta prova dell’incapacità del governo e dei parolai che lo compongono. (massimo donadi Idv)

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“Dalla sindrome alla persona”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2011

Sovigliana di Vinci sabato 11 giugno, dalle ore 8.30 alle 17, nei locali dell’Agenzia per la Formazione in via Oberdan, 13/19, convegno “Dalla sindrome alla persona” L’incontro educativo intende definire quelle che sono le competenze correlate alla conoscenza degli operatori e dei genitori, come essere a conoscenza della rete dei servizi ed i meccanismi di integrazione, identificare il ruolo degli operatori e dei genitori nei percorsi di presa in carico e di progetto, comprendere la semantica delle parole e dei comportamenti correlati ai percorsi personalizzati, capitalizzare le modalità e infine conoscere per cooperare nei progetti scuola, servizi, famiglia. Il convegno è gratuito ed è aperto ad un massimo di 120 partecipanti. È rivolto a medici, pediatri, neuropsichiatri infantili, psichiatri, psicologi, terapisti, educatori, assistenti sociali, infermieri, operatori socio sanitari, insegnanti e genitori. I lavori si apriranno la mattina con il saluto delle autorità: Vittorio Gabbanini, presidente della Società della Salute Valdarno Inferiore, Luciana Cappelli, presidente del Circondario Empolese-Valdelsa e Dario Parrini, sindaco del comune di Vinci. Seguiranno l’intervento di Annalisa Monti, direttore dell’unità operativa complessa di neuropsichiatria infantile, che parlerà del ruolo dei servizi per l’infanzia nella costruzione dei percorsi di integrazione, di Vincenza Quattrocchi, direttore del dipartimento salute mentale dell’Asl 11, che affronterà il tema dei percorsi di inserimento sociale, dello psicologo Omero Sacchetti che tratterà della forma psicologica a partire dai segni o a disconferma dei segni. Altri interventi di personale esperto sul tema si susseguiranno per l’intera mattinata, che terminerà con gli interventi preordinati dei genitori. Nel pomeriggio, invece, il tema verrà affrontato da operatori e insegnanti che presenteranno alcuni progetti quali “Insegnanti”, “Scuola e volontari”, “Psicomotricità e logopedia”, “Bricolando s’impara”, ed “ABC…Computeriamo”

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La sindrome di “nessuno”

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2011

Dopo la storia leggendaria di un “nessuno” che si fece beffa di un grande, goffo e antropofago ciclope, tutti gli altri nessuno dovrebbero esultare e sentirsi orgogliosi d’appartenere alla grande, immensa famiglia dei signor “nessuno” ed invece non è così. La verità è che prima e dopo quell’Odissea il signor nessuno tale era e tale resta: come dire? Una rondine non fa primavera. Scrive un libro e si sente dire: ma chi è? Nessuno, risponde la solerte segretaria dell’editore. Si presento ad un “parlamentare di grido” e lui lo guarda, gli sorride e gli dice “carissimo, come va? Poi si allontana e si avvicina ad un suo collaboratore e gli chiede: ma chi è? E lui di ritorno: boh. Non l’ho mai visto, eccellenza. E così il signor nessuno vive il suo dramma esistenziale. Ogni tanto ha un’alzata d’ingegno, uno scatto d’orgoglio e si chiede: ma se invece di presentarmi scrivo, forse qualcuno mi darà la possibilità di essere ricevuto ai piani alti del “palazzo” e avrà il tempo di scambiare con me qualche parola, di conoscermi, e perché no? di apprezzarmi. Detto fatto prende carta e penna e scrive una infiorata lettera al sottosegretario alla presidenza del Consiglio per chiedergli un colloquio. Come referenza gli ricorda che è stato il suo direttore quando dirigeva il giornale “Il Tempo” di Roma. E’ si. Questo nostro “nessuno” faceva lo “scribacchino” visionando gli annunci mortuari della pagina del giornale prima che andassero in stampa. Ma questo non lo disse di certo al suo ex-direttore. La lettera più che spedirla la consegnò personalmente all’ufficio postale della Presidenza del Consiglio. Da allora ad oggi sono passati otto anni. C’è proprio da dire che chi di “speranza vive disperato muore”. Analoga sorte toccò alla missiva indirizzata al prelato del vaticano, al cattedratico, al sindaco della sua città. Ma ora il signor “nessuno” è diventato qualcuno. Ha deciso di uscire dal recinto dei peones di partito per fondarne uno proprio. E da quel momento è diventato il segretario nazionale, il capo del suo staff e nutre persino la soddisfazione di poter dire che il suo unico iscritto dopo solo 24 ore dall’adesione provocò una scissione costituendo un nuovo partito e gli diede battaglia. Ora mi sorge un dubbio: non è che i tanti italiani che fondano partiti, associazioni, movimenti, circoli, sodalizi e via di questo passo, soffrono del complesso del signor “nessuno” e cercano con siffatta trovata d’uscire dal loro anonimato? In ogni modo per costoro rimane, alla mala parata, il detto magico: “Ma lei non sa chi sono io!” (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it) (immagine fonte Aduc)

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Guttenberg e la sindrome del copia-incolla

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 marzo 2011

Da giorni ormai il caso Guttenberg anima le testate giornalistiche di tutta Europa. Un giovane e promettente ministro della difesa amato sia dai tedeschi sia dalla cancelliera si trova ora obbligato a dover abbandonare quel tanto rinomato titolo di dottore (in Germania assegnato con molta più parsimonia che in Italia) e a dimettersi dalle sue funzioni di ministro. Nella sua tesi di dottorato, infatti, sono stati ritrovati interi paragrafi copiati da articoli, conferenze, libri ed interventi senza nessuna citazione o segnalazione bibliografica. La proprietà intellettuale e gli standard scientifici delle università sono infatti la posta in gioco delle numerose tesi di laurea e di dottorato che vengono discusse ogni anno in Italia e nel mondo. In preda alla fretta di portare il più velocemente possibile a termine un lavoro spesso lungo e faticoso, molti sono gli studenti che, cosciamente o inconsciamente, per svista o dimenticanza, si affidano alla scorciatoia Ctrl-C/Ctrl-V, ovvero il famigerato “copia-incolla”. Già due anni fa l’azienda Compilatio.net (produttrice di un software antiplagio) aveva messo il dito su questa piaga dell’insegnamento universitario compiendo un’inchiesta su un campione di tesi di laurea provenienti da diversi atenei italiani e da diversi tipi di Facoltà.  Ne era risultato che nelle università italiane più della metà degli studenti fa ricorso al plagio, con 4 lavori su 5 contenenti più del 5% di similitudini da internet, fino a dei picchi di similitudine massima del 48%, ovvero praticamente metà del lavoro finale. L’Italia aveva preso del ritardo in materia di prevezione al plagio rispetto ai suoi vicini europei, dove le Università sono dotate di software antiplagio e dove si organizzano atéliers informativi, conferenze e formazioni. Recentemente alcuni atenei italiani hanno deciso di armarsi contro questo nuovo flagello e di proteggere la qualità dei diplomi da loro rilasciati. Tra loro l’intero ateneo veneziano della Ca Foscari, quello di Urbino, o ancora la IULM e la Facoltà di Economia della Bicocca di Milano e la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, tra i primi a prendere posizione.

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