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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘sintomi’

L’influenza sintomi e rimedi

Posted by fidest press agency su domenica, 19 agosto 2018

È una patologia respiratoria causata da virus che appartengono alla famiglia Orthomy-xoviridae, di cui si riconosco tre tipi: A, B e C. I virus A e B sono di maggior interesse anche da un punto di vista pandemico per l’uomo. Il virus A è distinto in 16 sottotipi in base alle caratteristiche antigeniche della nucleoproteina (sottotipo H) e della matrice proteica (sottotipo N). Il virus penetra nella cellula tramite endocitosi formando un endosoma. La neuroaminidasi degrada il recettore e gioca un ruolo essenziale sia per la replicazione virale sia la liberazione del virus dalle cellule infettate. La risposta immunitaria più importante che sviluppiamo è quella contro l’antigene H, quella contro lo N permette solo di limitare la diffusione. Le più estese e gravi pandemie sono state provocate dal virus A, in parte dovute a un riarrangiamento degli antigeni H e N. Le epidemie d’influenza A iniziano bruscamente nel periodo invernale per raggiungere il picco endemico in 3 settimane e una durata complessiva di 2-3 mesi. I sintomi principali comprendono: stato febbrile improvviso (38° sino 41°C), cefalea, malessere, mialgia, tosse e faringodinia. Nelle forme non complicate la fase acuta si risolve in 5-7 giorni, sebbene la tosse possa persistere per alcune settimane. Negli anziani, bambini e persone a rischio la complicanza principale è la polmonite. Ecco perché i medici consigliano la vaccinazione a partire dai soggetti più deboli: bambini e anziani. (Servizio Fidest)

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Artrite reumatoide

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 giugno 2017

madridMadrid. Dolore e senso di fatica sono i due più importanti e invalidanti sintomi riferiti dai pazienti con artrite reumatoide, che possono perdurare nonostante le terapie. In una analisi dello studio RA-BEAM presentata al Congresso dei Reumatologi Europei EULAR, baricitinib, l’innovativa small molecole, inibitore selettivo di JAK 1 e 2 (Janus chinasi) ha mostrato una particolare capacità proprio di controllare questi due sintomi nello scardinare proprio questi due sintomi, che risultano essere tra i più resistenti ai trattamenti e che influiscono più pesantemente con le attività quotidiane e lavorative.
Sappiamo che circa 6 milioni di persone in Italia soffrono di malattie reumatiche e oltre 400mila sono affette da artrite reumatoide. Questi pazienti hanno una caratteristica sensazione di rigidità e dolore prevalentemente mattutina che in molti casi diventa un invalidante e costante compagno di vita. La maggior parte dei pazienti affetti da artrite reumatoide sono donne tra i 35 e i 50 anni, nel pieno della loro vita sociale, relazionale, professionale che spesso impiegano anni prima di ricevere la giusta diagnosi o la terapia più adeguata.
“Il lavoro è un pilastro del benessere e dell’equilibrio delle persone con una malattia cronica “ricorda Silvia Tonolo Presidente di ANMAR che aggiunge: “proprio le persone con artrite reumatoide lavorano 53% in meno rispetto alla popolazione generale. Terapie più efficaci, maneggevoli e sicure permettono oggi di ridurre significativamente il danno alle articolazioni e migliorano il ‘funzionamento’ complessivo della persona”.
Sintomi come fatica e dolore continuano ad essere i maggiori ostacoli dei pazienti sul luogo di lavoro, anche se la malattia impatta praticamente in tutte le attività quotidiane, a partire dalle cure personali.
“L’impatto emotivo talora compromette aspetti fondamentali della vita, con il 40% dei pazienti che riporta conseguenze negative sui rapporti di coppia. Sono i risultati dell’indagine “RA MATTERS” presentata all’EULAR 2017, che ha coinvolto 6208 partecipanti in 8 paesi, ha rivelato informazioni importanti anche per ciò che riguarda la gestione e le decisioni sul trattamento” prosegue Tonolo “molti pazienti sono convinti che la malattia sia una barriera alle ambizioni del futuro. Anche perché il suo andamento è spesso imprevedibile: alcuni godono di lunghi periodi di inattività della malattia che possono poi rimanifestarsi in maniera inaspettata, altri invece mostrano un alto livello di attività, con sintomi costanti che possono durare per mesi. Queste fluttuazioni possono portare a stress, senso di perdita di controllo e di speranza per il futuro e condanna i malati ad un progressivo isolamento. Restituire anni di vita di qualità e permettere la totale realizzazione sia personale che professionale è ormai un obiettivo raggiungibile grazie a farmaci sempre più efficaci sui sintomi più invalidanti”.

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Il virus Zika permane nello sperma fino a 6 mesi dopo l’insorgenza dei sintomi

Posted by fidest press agency su sabato, 13 agosto 2016

zikaLo studio sulla persistenza del virus Zika nei fluidi corporei ha mostrato per la prima volta che un uomo continua ad essere positivo allo sperma test per Zika virus anche sei mesi dopo l’insorgenza dei sintomi. I campioni di siero, urine, saliva e sperma sono stati raccolti in modo prospettico al fine di rilevare la presenza del Zika un virus in tali liquidi: il test a 91 giorni è stato positivo per l’urina, saliva e campioni di sperma. A 134 giorni risultava positivo solo un campione di sperma e lo stesso a 188 giorni. Studi precedenti avevano dimostrato che il virus Zika era stato rilevato nello sperma fino 62 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi.
I risultati di questo studio confermano che il virus può persistere nel liquido seminale con implicazioni per la potenziale trasmissione sessuale. Sottolinea inoltre la necessità di raccomandare ai pazienti affetti di astenersi da attività sessuali o di usare il preservativo per almeno sei mesi. Considerando poi che l’80% dei casi da virus Zika sono asintomatici, saranno necessari altri studi per approfondire la persistenza in uomini asintomatici e i rischi potenziali per la trasmissione sessuale, oltre alla definizione di misure di screening accurati per l’analisi dello sperma crioconservato nelle banche biologiche.
In Italia sono state ad oggi 61 le diagnosi di infezione da Zika contro i 1111 in Europa (dati ECDC) e in tutti casi si tratta di viaggiatori tornati da paesi ad alto tasso di trasmissione del virus attraverso la zanzara Aedes.”L’INMI Spallanzani è impegnato a studiare patogenesi, virologia ed epidemiologia del virus Zika, oltre che alla cura delle persone colpite. Ci sforziamo di comprendere per quanto tempo i pazienti rimangono positivi al virus dopo il loro recupero e quali potrebbero essere le conseguenti implicazioni sulla salute pubblica”, evidenzia Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto. “E’ molto lodevole il contributo che i pazienti garantiscono ai nostri studi aiutandoci ad approfondire per quanto tempo il virus può persistere nel liquido seminale.””Sono molto soddisfatta di tali risultati positivi ottenuti dall’Istituto e dal contributo che costantemente offriamo alla comunità scientifica”, ha commentato Marta Branca Commissario straordinario dell’Istituto.
Ricordiamo infine che l’Istituto Spallanzani grazie al protocollo firmato nel maggio scorso con il CONI, si occupa anche della prevenzione e del controllo di eventuali patologie infettive e tropicali che potrebbero riguardare la delegazione italiana impegnata nei giochi olimpici di Rio2016, città brasiliana tra le più colpite dal virus. E’ stato infatti fornito un vademecum agli atleti, è attivo un servizio di teleconsulto h24, e infine si potranno richiedere al rientro controlli ambulatoriali di approfondimento.

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“La gestione condivisa dei sintomi da reflusso gastroesofageo in 10 assiomi”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 giugno 2016

reflusso-gastroesofageoRoma 22 giugno 2016 alle ore 12.00 Presso il Senato della Repubblica – Sala “Caduti di Nassirya” – Piazza Madama, 11 Conferenza Stampa del Senatore Andrea Mandelli “La gestione condivisa dei sintomi da reflusso gastroesofageo in 10 assiomi”. Durante la Conferenza Stampa verrà presentato il primo documento di consenso sulla gestione del bruciore di stomaco in un setting allargato anche alla farmacia di comunità. Parteciperanno all’evento:
Sen. Andrea Mandelli, Presidente Fofi
Sen. Emilia Grazia De Biasi, Presidente XII Commissione Sanità Senato
Dott. Eugenio Leopardi, Presidente Unione Tecnica Italiana Farmacisti
Prof. Vincenzo Savarino, Past-Presidente Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva SIGE
Dott. Rudi De Bastiani, Responsabile Nazionale Area Gastroenterologica SNAMID; Presidente Nazionale GIGA-CP, SIGE
Dott. Guido Sanna, Membro Comitato Scientifico METIS FIMMG
Dott. Enzo Ubaldi, Responsabile Area Gastroenterologica Società Italiana Medicina Generale e delle Cure Primarie SIMG

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Infezioni urinarie: nuove prove di efficacia

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2016

Pharmacist giving pill bottle to customer

Pharmacist giving pill bottle to customer

In alcuni è casi è possibile trattare i sintomi, le ricadute e le complicanze delle infezioni urinarie non complicate senza ricorrere alla terapia antibiotica. Soprattutto nell’ambito della medicina generale, ma anche in altre condizioni cliniche, questo tipo di disturbi è di riscontro comune e rappresenta il 25% circa di tutte le prescrizioni di antibiotici. Costi e oneri della cura devono quindi essere ben valutati perché spesso si tratta di forme di infezioni auto-limitanti e l’Escherichia Coli, il batterio più frequentemente isolato come agente responsabile, mostra tassi di resistenza significativi alla maggior parte degli antimicrobici. Nonostante in molte linee guida si suggerisca come primo intervento l’assunzione di un antibiotico, è diventato doveroso affiancare una strategia alternativa. Diversi studi qualitativi hanno stabilito che le donne, la categoria più colpita, sarebbero favorevoli a un ripensamento lamentando per prime gli eventi avversi dell’assunzione di antibiotici. Per verificare la fattibilità di un’alternativa un gruppo di ricercatori ha organizzato uno studio randomizzato in doppio cieco, pubblicato sul British Medical Journal, arruolando tra febbraio 2012 e febbraio 2014 un totale di 494 donne di età compresa tra i 18 e i 65 anni, con sospetta infezione urinaria, reclutandole in 42 centri di cure primarie della Germania settentrionale. Criteri di inclusione erano disuria e urgenza/frequenza minzionale, con o senza dolore addominale, ma in assenza di segni patologici a carico del tratto urinario superiore, cateterizzazione e altre potenziali complicanze. (foto: Farmacista consegna pillole bianche)

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Giornata della malattia di Parkinson

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 novembre 2014

Parkinson04Si celebra il 29 novembre prossimo, la Società Italiana di Neurologia (SIN) ribadisce il ruolo fondamentale della diagnosi precoce per un intervento terapeutico tempestivo e mirato finalizzato a rallentare il decorso della malattia.La questione tempo infatti è fondamentale; basti pensare che, al momento dell’esordio dei primi disturbi motori tipici della malattia, come la lentezza dei movimenti e il tremore di riposo, la malattia di Parkinson è già in una fase troppo avanzata per poter essere bloccata, poiché, in questo stadio, almeno il 60% delle cellule dopaminergiche della sostanza nera sono già morte.“Nella malattia di Parkinson la diagnosi precoce è di fondamentale importanza per poter attuare una strategia terapeutica capace di modificare la storia naturale della malattia – dichiara il Prof. Aldo Quattrone, Presidente della SIN e Rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro – Iniziare il trattamento sintomatico o neuro-protettivo in una fase precoce di malattia o meglio ancora nella fase pre-motoria potrebbe rappresentare la strategia terapeutica del futuro mirata a controllare bene i sintomi e evitare gli effetti indesiderati a lungo termine della terapia farmacologica. In queste fasi, infatti, i farmaci dopaminergici o i farmaci neuroprotettivi potrebbero davvero modificare o perfino arrestare il decorso della malattia.”Per diagnosticare la malattia di Parkinson nella fase pre-motoria bisogna prestare attenzione a sintomi non specifici, la cui presenza aiuta ad identificare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia.I sintomi pre-motori più importanti sono il deficit olfattivo (ipo o anosmia), la depressione, dolori nelle grandi articolazioni, l’ipotensione ortostatica e, soprattutto, il disturbo comportamentale in sonno REM (Rapid eye movement Behavioural Disorder, RBD), caratterizzato da comportamenti anche violenti durante il sonno, quali urlare, scalciare, tirare pugni. RBD al momento rappresenta il marcatore predittivo più importante della malattia di Parkinson: circa il 60% dei pazienti con disturbo comportamentale in sonno REM, infatti, sviluppa la malattia di Parkinson entro 10-12 anni.
La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo che colpisce oggi 5 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 220.000 solo in Italia, e che si manifesta in media intorno ai 60 anni di età. La ricerca nel nostro Paese, già molto attiva su questo fronte, si sta concentrando sempre di più sulla fase pre-motoria della malattia, i cui sintomi caratteristici possono manifestarsi anche molti anni prima della comparsa dei sintomi motori.La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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Prevenire l’autismo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 novembre 2014

autismoDa uno studio sperimentale la proposta di un modello a tre fattori, genetici, ormonali e ambientali, per comprendere il rischio autismo.L’Autismo esordisce in età infantile ed è rilevabile già prima dei tre anni di vita. Associato o non a delle cause organiche, l’autismo è riconoscibile dai sintomi che impediscono o pongono delle serie difficoltà al bambino nel suo processo di entrata nel linguaggio, nella comunicazione e nel vincolo sociale. Le stereotipie, le ecolalie, l’assenza di linguaggio, l’aggressività rivolta su di sé sono alcuni dei sintomi che mostrano l’isolamento del bambino o dell’adulto dal mondo che lo circonda e la sua tendenza a bastare a sé stesso.
Recentemente si è molto parlato di un possibile incremento dei casi di autismo chiamando in causa di volta in volta fattori ambientali o tossici diversi. Ultima in linea temporale è la polemica sulla relazione fra vaccinazione anti-morbillo-parotite-rosolia (Mpr) e autismo che ha avuto ampia eco sui media e che è stata definitamente smentita da più sedi di grande autorevolezza. Indipendentemente dalle diverse polemiche e dalle loro strumentalizzazione pare evidente l’interesse generale sui meccanismi patogenetici dell’autismo. Attualmente, le cause dell’autismo sono ancora sconosciute, ma esiste un consenso nel sostenere che alla base dell’autismo non vi sia un unico fattore, ma che esso sia il risultato della interazione fra fattori diversi. Sicuramente il fattore genetico riveste una notevole importanza ma studi statistici ed evidenze clinico/sperimentali indicano come un grosso perso rivestano anche variazioni ormonali durante lo sviluppo e possibili tossici ambientali.
E’ a partire da questi elementi che tre anni fa, grazie ad un finanziamento della fondazione USA Autism Speaks, è stata avviata una ricerca dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia e del Campus Bio-Medico, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’Università di Pisa. I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati on line sulla rivista Neurotoxicology.
In questo studio, condotto dalla Dr.ssa Laura Latini del Laboratorio di Neuroriabilitazione Sperimentale diretto dal Dr. Marco Molinari (IRCCS FSL), insieme al Dr. Filippo Biamonte del Laboratorio delle Neuroscienze dello Sviluppo e della Plasticità Neurale diretto dal Prof. Flavio Keller (Campus Bio-Medico), sono state dimostrate le interazioni a livello cellulare e comportamentale dei tre principali fattori imputati nella genesi del disturbo autistico: il fattore genetico, il fattore sessuale ed il fattore ambientale. Gli esperimenti sono stati eseguiti analizzando gli effetti degli ormoni sessuali, della alterazione genetica della sintesi di Relina, (proteina fondamentale nell’embriogenesi), e della esposizione a mercurio nel periodo prenatale e perinatale sullo sviluppo di comportamenti autistici. Ognuno dei fattori preso isolatamente non era in grado di sviluppare comportamenti autistici, mentre l’interazione fra loro induceva la comparsa di diversi indicatori del disordine autistico sia a livello cellulare che comportamentale. In sintesi, lo studio dimostra che comportamenti autistici possono derivare dalla coesistenza di condizioni ormonali, genetiche e ambientali che prese singolarmente non hanno rilevanza patologica. Lo studio fornisce una importante prova sperimentale alla validità della ipotesi patogenetica multifattoriale e pone le basi sperimentali per studiare a livello cellulare e comportamentale la complessa triade ambiente/genetica/ormoni considerata l’ipotesi più accreditata sulla patogenesi dell’autismo.

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Siria: sintomi neurotossici

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 agosto 2013

Tre ospedali nel governatorato di Damasco supportati dall’organizzazione medico umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) hanno riferito di aver ricevuto circa 3.600 pazienti con sintomi neurotossici in meno di tre ore la mattina di mercoledì 21 agosto 2013. Di questi pazienti, 355 sono deceduti.Dal 2012, MSF ha costruito una forte e affidabile collaborazione con le reti di medici, ospedali e presidi sanitari nel governatorato di Damasco, e da allora fornisce loro farmaci, attrezzature mediche e supporto tecnico. A causa dei significativi rischi per la sicurezza, il personale di MSF non è stato in grado di accedere alle strutture.”Il personale medico che lavora in queste strutture ha fornito informazioni dettagliate ai medici di MSF riguardo un gran numero di pazienti giunti con sintomi quali convulsioni, eccesso di salivazione, pupille ristrette, visione offuscata e difficoltà respiratorie”, dichiara Bart Janssens, direttore delle operazioni di MSF.I pazienti sono stati curati con atropina fornita da MSF, un farmaco usato per trattare i sintomi neurotossici. MSF sta ora cercando di ricostituire le scorte delle strutture e fornire ulteriori attrezzature mediche e assistenza.“MSF non può né confermare scientificamente la causa di questi sintomi, né stabilire chi è responsabile per l’attacco”, prosegue Janssens. “Tuttavia, i sintomi dei pazienti, in aggiunta al quadro epidemiologico degli eventi -caratterizzato dal massiccio afflusso di pazienti in un breve lasso di tempo, dalla provenienza dei pazienti, e dalla contaminazione dei medici e del personale sanitario – indicano chiaramente l’esposizione di massa ad un agente neurotossico. Ciò costituirebbe una violazione del diritto internazionale umanitario, che vieta assolutamente l’uso di armi chimiche e biologiche”.Oltre alle 1.600 fiale di atropina fornite negli scorsi mesi, MSF ha inviato ulteriori 7.000 dosi alle strutture della zona. Il trattamento per i pazienti affetti da sintomi neurotossici è ora pienamente integrato nelle strategie mediche di MSF in tutta la Siria.“MSF auspica che venga dato immediato accesso ad ispettori indipendenti affinché si faccia chiarezza su quanto è avvenuto”, dichiara Christopher Stokes, direttore generale di MSF. “Quest’ultimo attacco e le successive necessità mediche sono in cima ad una situazione umanitaria già catastrofica, caratterizzata da estrema violenza, sfollamenti e la distruzione deliberata di strutture mediche. Nel caso di tali violazioni estreme del diritto umanitario, l’assistenza umanitaria non può rispondere in modo efficace e diventa priva di significato”.MSF fornisce assistenza medica in Siria attraverso due diversi approcci. Il personale internazionale e nazionale di MSF opera in sei ospedali e quattro centri sanitari completamente sotto il controllo diretto dell’organizzazione, nel nord della Siria. Nelle zone in cui MSF non può inviare le proprie équipe a causa dell’insicurezza e della mancanza di accesso, l’organizzazione ha ampliato un programma, di sostegno alle reti di medici siriani, a ospedali e postazioni mediche iniziato due anni fa, fornendo farmaci, attrezzature mediche, e consulenza tecnica. Attraverso questo programma, MSF ha supportato 27 ospedali e 56 presidi sanitari in tutta la Siria.Dal giugno 2012 fino alla fine di giugno 2013, le équipe di MSF hanno effettuato oltre 55.000 visite mediche, 2.800 interventi chirurgici e hanno assistito a 1.000 nascite all’interno della Siria. Nei paesi limitrofi, le équipe di MSF hanno effettuato più di 140.000 visite mediche ai rifugiati siriani.Medici Senza Frontiere, nata nel 1971, è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo. Nel 1999 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Opera in oltre 60 paesi portando assistenza alle vittime di guerre, catastrofi ed epidemie. http://www.medicisenzafrontiere.it

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La bronchite acuta: sintomi e segni

Posted by fidest press agency su sabato, 20 ottobre 2012

La bronchite acuta è una patologia tipica del periodo autunnale/invernale, caratterizzata da un’iperemia delle vie respiratorie che può portare ad una vera e propria ostruzione. Le cause possono essere:
– infettive: rinovirus, adenovirus, virus influenzali, paramixovirus, Coxsackie virus e micoplasmi. Ovviamente il quadro clinico e anche la prognosi sono peggiori in un paziente che soffre già di una Bpco.
-irritative: dovute all’esposizione a sostanze tossiche e irritanti come l’ammoniaca, l’anidride solforosa, polveri minerali e acidi organici.
Dal punto di vista istopatologico è caratterizzata da iperemia, infiammazione tracheo-bronchiale e un’infiltrazione leucocitaria che porta ad una produzione di muco. I sintomi principali sono infatti: dispnea, febbre, malessere, mialgia, prodromi delle sindromi influenzali e una tosse quasi convulsa e continuativa. Un escreato purulento è indice di una bronchite su base batterica. Diagnosi differenziale: Ards, Bpco, Tbc, polmonite e neoplasia polmonare. Una rx torace e valutazione dei sintomi spesso sonosufficienti per escludere altre patologie. Domande essenziali
Il paziente è un fumatore? Siamo in presenza di una Bpco cronica? È asmatico? Che lavoro fa? Vi è un escreato? È iniziato tutto da un raffreddore? (causa principale delle bronchiti). a cura di Fabio Simonetto, Farmacista

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Stimolazione cerebrale profonda allevia i sintomi del Parkinson

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 maggio 2012

Attraverso una revisione critica della letteratura, tre studiosi dell’Istituto di neurologia dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma hanno esaminato le potenzialità offerte dalla stimolazione cerebrale profonda, o Dns (deep brain stimulation) per il trattamento dei pazienti affetti da malattia di Parkinson. I numerosi studi pubblicati e archiviati su Pubmed mostrano che diversi nuclei cerebrali profondi sono stati stimolati da ricercatori e clinici, portando a un’ampia gamma di effetti sui sintomi motori e non-motori che tipicamente si associano al morbo di Parkinson. Esistono evidenze di alta qualità sui benefici a lungo termine della stimolazione del nucleo subtalamico e del globo pallido interno: in entrambi si ottiene un miglioramento delle funzionalità motorie. Altrettanto provata è la riduzione del tremore che si può conseguire stimolando il nucleo talamico ventrale intermedio. Dati sugli effetti a breve termine sono disponibili riguardo alla stimolazione di altre aree cerebrali profonde, quali il nucleo peduncolo-pontino e il complesso talamico centromediano-parafascicolare. Alcuni sintomi non motori migliorano dopo la Dbs, in parte come effetto diretto della stimolazione e in parte indirettamente, in conseguenza dei benefici ottenuti nelle funzionalità motorie e grazie a terapie farmacologiche meno intense. Lancet Neurol, 2012; 11(5):429-42 (fonte Doctornews33)

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Utilizzo di Rebif® in pazienti con i primi sintomi di Sclerosi Multipla

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 febbraio 2012

English: Charcot's first illustration of multi...

Image via Wikipedia

Ginevra, Svizzera. Merck Serono, una divisione di Merck KGaA, Darmstadt, Germania, ha annunciato che la Commissione Europea (CE) ha approvato l’estensione dell’indicazione di Rebif® (interferone beta-1a), trattamento per le forme recidivanti di Sclerosi Multipla (SM). L’approvazione della CE è relativa all’utilizzo di Rebif® 44 microgrammi tre volte a settimana in pazienti che hanno manifestato un singolo episodio demielinizzante, segno precoce della malattia, e che sono ad alto rischio di conversione a SM. Tale approvazione si basa sui risultati dello studio REFLEX1-2, che hanno dimostrato la sicurezza e l’efficacia di Rebif® in questo gruppo di pazienti.La nuova indicazione di Rebif® è immediatamente valida in tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea3.Merck Serono è fortemente impegnata nell’ambito delle terapie per la Sclerosi Multipla. L’Azienda continua ad investire nella ricerca e nello sviluppo di opzioni di trattamento in quest’area. Inoltre, l’Azienda continua a rafforzare le collaborazioni già esistenti e a stabilirne di nuove, per migliorare la ricerca e per portare soluzioni innovative ai pazienti che convivono con la SM.
1 REFLEX: REbif FLEXible dosing in early multiple sclerosis. Studio multicentrico di fase III, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo sulla formulazione di Rebif ® senza HSA (44 microgrammi 3 volte a settimana e 44 microgrammi 1 volta a settimana) in pazienti ad alto rischio di conversione a Sm.2 Comi G, De Stefano N, Freedman MS, Barkhof F, Polman CH, Uitdehaag BMJ, et al. Comparison of two dosing frequencies of subcutaneous interferon beta-1a in patients with a first demyelinating event suggestive of multiple sclerosis (REFLEX): a phase 3 randomised controlled trial. Lancet Neurol 2012; 1:33-41 3 L’estensione dell’indicazione di Rebif ® non è stata approvata negli Stati Uniti
Lo studio REFLEX è uno studio internazionale di fase III, a due anni (24 mesi), randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo. Sono stati randomizzati 517 pazienti considerati a rischio di sviluppare la SM a causa della manifestazione di un recente episodio demielinizzante isolato (come ad esempio neurite ottica, mielopatia o sindrome del tronco encefalico) e con immagini di risonanza magnetica (RMN) che evidenziano i primi segni di SM. I partecipanti allo studio sono stati suddivisi in tre gruppi con rapporto 1:1:1 per ricevere Rebif® 44 microgrammi tre volte a settimana o Rebif® 44 microgrammi una volta a settimana o placebo, con iniezione sottocutanea. I pazienti sono stati trattati per un periodo di due anni oppure fino a quando non hanno manifestato un secondo attacco con conseguente diagnosi di SM clinicamente definita. In questi casi, ai pazienti è stato proposto un trattamento in aperto con Rebif® 44 microgrammi tre volte a settimana. Endpoint primario dello studio era il “tempo di conversione a SM, sulla base dei criteri di McDonald” (2005). Ulteriori endpoints hanno incluso il “tempo di conversione a SM clinicamente definita” (principale endpoint secondario), la valutazione delle immagini di risonanza magnetica (RMN) e recidive cliniche.
Lo studio REFLEX è stato condotto con una formulazione di Rebif® priva di albumina sierica umana (HSA-free), che non è disponibile negli Stati Uniti.E’ attualmente in corso un’estensione a tre anni, in doppio cieco, dello studio REFLEX, chiamata REFLEXION (REFLEX extensION) che intende fornire dati di follow up a lungo termine.
Rebif® (interferone beta-1a), un farmaco immunomodulante approvato per il trattamento delle forme recidivanti di sclerosi multipla (SM), è simile alla proteina interferone beta prodotta dall’organismo. Non è stata ancora stabilita l’efficacia di Rebif® nella sclerosi multipla cronica progressiva. Si ritiene che gli interferoni aiutino a ridurre l’infiammazione, anche se l’esatto meccanismo non è noto.
Merck Serono è la divisione per farmaci da prescrizione innovativi di Merck KGaA, Darmstadt, Germania, gruppo globale farmaceutico e chimico. Merck Serono, con sede centrale a Ginevra, Svizzera, ricerca, sviluppa, produce e commercializza molecole innovative e farmaci biologici per la terapia dei pazienti affetti da patologie, che non hanno ancora una risposta adeguata. Negli Stati Uniti e in Canada Merck Serono opera con proprie affiliate con la denominazione EMD Serono.

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Menopausa e terapie ormonali

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 giugno 2011

Le avvenenti forme “a pera” si trasformano nelle assai meno sexy sembianze “a mela” e, dopo i 50, si ingrassa in media di 1 kg all’anno: sono le conseguenze della menopausa. Fra i primi sintomi si verifica un aumento dell’adipe e una sua diversa distribuzione, molto più simile a quella maschile. Sale anche la pressione, che tende a superare i valori soglia ( < 130 mmHg), e cresce il girovita, uno dei parametri che definiscono la sindrome metabolica che spesso viene trascurato. Per combattere i più pericolosi nemici del cuore la terapia ormonale sostitutiva è un valido alleato. “L’elemento essenziale è il progestinico: il drospirenone, che riduce o addirittura annulla i possibili effetti sulla ritenzione idrica ed è particolarmente efficace nel controllo del rischio cardiovascolare. Abbassa la pressione arteriosa e può ridurre fino a 3 cm la circonferenza addominale”, spiega il prof. Marco Gambacciani, dell’azienda ospedaliera universitaria pisana e segretario della European Menopause and Andropause Society (EMAS), autore dello studio che ha portato a questi risultati. Il Congresso Mondiale della Menopausa, che fino all’11 giugno riunisce a Roma oltre 3.500 esperti da più di 80 Paesi, apre una nuova stagione per le terapie ormonali sostitutive, un vero e proprio “rinascimento”, termine che non a caso dà il titolo all’evento. In particolare, è la presentazione dei dati dello studio EURAS-HRT a sancire definitivamente la sicurezza di quelle a basso dosaggio. “Si tratta di una vasta ricerca internazionale, iniziata nel 2002, che ha coinvolto oltre 30.000 pazienti per un totale di 100.000 anni/donna – spiega il prof. Andrea Genazzani, Presidente del Congresso -. Fra tutte le TOS prese in esame colpisce l’efficacia del drospirenone che non aumenta la patologia venosa (tromboembolismo), mentre ha decisamente diminuito quella arteriosa (stroke e infarti del miocardio) con un calo nell’ordine del 40%. In molte nazioni, anche emergenti, le donne trascorrono 30 anni e più in menopausa. Bisogna quindi muoversi in un’ottica di medicina preventiva, agendo in primo luogo sui comportamenti alimentari, l’attività fisica e la prevenzione del fumo, per evitare la disabilità ed assicurare il più lungo periodo possibile di autonomia e buona qualità di vita”. In Italia vi è uno scarsissimo utilizzo delle terapie ormonali (meno del 5%) ed una ancora più limitata conoscenza. Le preoccupazioni sono prevalentemente legate al rischio oncologico, soprattutto di tumore al seno. “Le nostre pazienti ci chiedono di capire se e di quanto aumentino le probabilità di ammalarsi – spiega la prof.ssa Nicoletta Biglia, dell’Università di Torino -. Come rassicurarle? Molte di loro ci chiedono “Dottoressa, cosa farebbe al mio posto?”. I dati di un’indagine da me coordinata indicano che il 37% di un campione rappresentativo composto da 1.000 donne medico o mogli di medico del nostro Paese utilizzava o aveva utilizzato la TOS, 7 volte in più rispetto alla popolazione generale. Mi sembra un’ottima risposta”.
Con la menopausa cessa la produzione degli ormoni che rappresentano il “motore” dell’organismo femminile. Il loro calo, improvviso o graduale, determina una serie di disturbi noti (come le vampate) e altri problemi meno conosciuti, che intervengono in una fase successiva. Fra questi, quelli dell’umore: “Il 25% sperimenta nel periodo di transizione che caratterizza la fine dell’età fertile alterazioni sino a veri e propri sintomi depressivi – aggiunge la prof.ssa Biglia -, aggravati da un’altra condizione che diventa molto comune: l’insonnia. Ne soffre una donna su tre in pre-menopausa e una donna su due in peri- e post-menopausa”.

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Malattie rare di origine genetica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 maggio 2011

Milano Lunedì 16 maggio, ore 11.30 Centro Svizzero, Sala Meili – via Palestro, 2 Durante l’incontrò si parlerà del ruolo che il web 2.0 può svolgere per diffondere una maggiore conoscenza di queste patologie e dell’anti-interleuchina 1 ß che spegne a monte l’infiammazione, consentendo una remissione rapida e duratura dei sintomi.
Queste malattie colpiscono fin dall’età infantile e causano crisi febbrili acute e ricorrenti ed altri sintomi fortemente debilitanti. Le CAPS, Sindromi Periodiche Associate alla Criopirina, sono un gruppo di malattie rare di origine genetica, che affligge circa un paziente ogni milione di abitanti.
Disponibile in Italia, canakinumab, l’anti-interleuchina-1ß, che spegne a monte l’infiammazione, consentendo una remissione rapida e duratura dei sintomi. L’incontrò rappresenterà anche l’occasione per condividere una progetto di sensibilizzazione che AIFP, l’Associazione Italiana Febbri Periodiche, ha sperimentato sul web e sui social network, per favorire la diffusione di una maggiore conoscenza di queste patologie rare. Intervengono:
• Fabrizio De Benedetti, Responsabile U.O.C. Reumatologia, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma
• Alberto Martini, Direttore Dipartimento di Pediatria II, Istituto G. Gaslini di Genova
• Paolo Calveri, Presidente AIFP (Associazione Italiana Febbri Periodiche)
• Modera: Margherita De Bac, giornalista del Corriere della Sera e autrice del libro “Noi, Quelli delle Malattie Rare”

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Artrite reumatoide

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 gennaio 2011

Una nuova ricerca condotta in 11 Paesi europei, tra i quali l’Italia, evidenzia il significativo impatto che dolore e rigidità articolare mattutina, causati dall’artrite reumatoide, hanno sulle condizioni di vita dei pazienti. Effettuata da Ipsos MORI e commissionata da Mundipharma, l’indagine ha coinvolto 100 pazienti italiani (su un totale di 750 pazienti europei) con artrite reumatoide associata, al risveglio, a dolore e rigidità delle articolazioni, rivelando che oltre tre quarti di essi (76%, contro una media europea del 60%) sono concordi nel ritenere che questi sintomi condizionino la loro esistenza e quasi la metà (47%) afferma che abbiano effetti sulle relazioni personali. Nel complesso, il 94% dei pazienti italiani – rispetto all’82% dei pazienti europei – riconosce che la ridotta funzionalità mattutina compromette pesantemente la loro qualità di vita1.
L’artrite reumatoide è una patologia infiammatoria cronica, progressiva, che causa danni alla cartilagine e all’osso delle articolazioni coinvolte2. Man mano che procede, può portare a dolore cronico e a disabilità severa, esercitando un impatto negativo sulla capacità di svolgere le normali attività quotidiane3. Per coloro che sono affetti da artrite reumatoide, il mattino è in genere il momento peggiore della giornata, a causa della difficoltà nello svolgimento dei propri compiti, dovuta alla rigidità articolare, al dolore e agli altri sintomi indotti dalla malattia. Ciò ha spesso un impatto significativamente negativo sulla vita delle persone che ne sono affette.  Secondo i risultati dell’indagine, il dolore e la rigidità articolare causati al mattino dall’artrite reumatoide hanno anche una ricaduta psicologica sui pazienti italiani. Più della metà di coloro (53%) che sono in grado di svolgere le proprie attività (n=83), nonostante dolore e rigidità, si sente emotivamente frustrata, perché trova più difficile l’esecuzione di ogni compito1. Inoltre, il 90% dei pazienti con artrite reumatoide che attualmente lavorano (n=42) concorda sul fatto che la compromessa funzionalità mattutina impatti negativamente e in modo significativo sul proprio lavoro, contro una media europea pari al 73%1.
E’ da poco disponibile anche in Italia, infatti, un innovativo trattamento a base di prednisone a rilascio programmato, che è stato approvato per i pazienti affetti da artrite reumatoide associata a rigidità mattutina4. L’approvazione è supportata da recenti studi clinici5,6. Assumendo il farmaco alle ore 22.00, un meccanismo originale di rilascio programmato consente di erogare basse dosi di prednisone da 4 a 6 ore dopo l’ingestione, cioè quando, nelle prime ore della notte, si sviluppa l’infiammazione e si verifica il danno tissutale5. Al contrario, il prednisone tradizionale, che viene normalmente somministrato al mattino, non controlla adeguatamente i sintomi della rigidità articolare5.
Prednisone a rilascio programmato è approvato per il trattamento dell’artrite reumatoide e della rigidità articolare mattutina ad essa associata. Il farmaco è somministrato sotto forma di compresse dotate di una specifica formulazione che utilizza una tecnologia a rilascio programmato. Il principio attivo è contenuto all’interno di un guscio di silice anidra, che funge da barriera tra i succhi gastro-intestinali presenti nel tratto digerente e il nucleo attivo del farmaco. L’innovativa tecnologia consente al farmaco di essere erogato con un tempo di rilascio predeterminato, che in questo caso corrisponde a 4-6 ore dopo l’ingestione.
Mundipharma/Napp/Norpharma sono aziende indipendenti, associate, a capitale privato, che  costituiscono joint venture in grado di coprire il mercato farmaceutico mondiale. Tali aziende sono impegnate a offrire ai pazienti affetti da patologie severe e disabilitanti i benefici di innovative opzioni di trattamento in aree quali l’artrite reumatoide, il dolore severo, l’onco-ematologia e le malattie respiratorie. http://www.mundipharma.it

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Dislessia: un problema comune?

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 novembre 2010

Venezia 3 dicembre dalle 10 alle 19, Sale monumentali   (ingresso da Piazzetta San Marco 13/a), convegno: “Dislessia: un problema comune?”.in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità 2010 e nell’ambito del Servizio “Libro parlato Lions”. Leggere e scrivere sono considerate tappe così semplici nel percorso dell’apprendimento che risulta difficile comprendere la fatica di un bambino dislessico. Risultati insoddisfacenti in ambito scolastico vengono perciò spesso attribuiti a scarso impegno e distrazione, mentre possono essere sintomi di dislessia. È perciò molto importante diagnosticarla per tempo. Oggi è possibile risolvere il pesante carico della fatica nella lettura mediante una attenzione mirata in famiglia, a scuola e negli ambiti relazionali, attraverso l’uso di alcune tecnologie ed il sostegno delle associazioni di settore.
Grazie all’adozione di alcune misure dispensative e compensative, i ragazzi possono vivere la lettura e di conseguenza la cultura  come un fatto del tutto normale. Il Convegno vuole essere un momento di attenzione e sensibilizzazione al problema e di illustrazione delle vie pratiche da seguire per affrontarlo. Verranno presentati dei supporti organizzativi e tecnici, oltre a nuove soluzioni, indirizzati esclusivamente alla dislessia. Sarà esaminata anche la recente legislazione, accolta positivamente dagli addetti ai lavori. Alcuni protagonisti, attraverso le loro esperienze di vita vissuta, potranno offrire la loro testimonianza sui possibili modi di affrontare la dislessia. La partecipazione è gratuita. Non è necessaria l’iscrizione. Introduce:  Maria Letizia Sebastiani,
Direttore della Biblioteca Nazionale Marciana Flavia Cristiano MiBAC, Direttore del Centro per il libro e la lettura Tiziana Agostini Comune di Venezia, Assessora alle Attività Culturali
Massimo Canella Regione del Veneto, Responsabile del Servizio Beni librari e Archivistici e Musei
Maurizio Fallace MiBAC, Direttore Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il Diritto di Autore Ugo Soragni MiBAC, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto Fabio Di Spirito, Segretario Generale della Fondazione Telecom Maria Stella Spagnoletti, Psicoterapeuta Il problema Dislessia Antonio Bonaldo, Presidente AID Venezia L’Associazione Italiana Dislessia Concetta Pacifico, Dirigente scolastico  La Normativa sulla Dislessia Adriana Volpato, Docente La scuola: Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) Filippo Barbera, Studente
Un testimonianza autobiografica Francesca Munare L’esperienza di un genitore Caterina Scapin, Docente Le Competenze compensative Ugo Pagani, Associazione Libro Parlato Lions Nuovi applicativi Lions a sostegno dei soggetti dislessici: il Progetto “e-Leggo” A metà pomeriggio Sabina Tutone leggerà dei brani da: “Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo”, un eroe dislessico e superattivo.

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Vivere con un “pacemaker” nel cervello

Posted by fidest press agency su domenica, 19 settembre 2010

Varsavia 20 e 21 settembre un workshop internazionale sulla stimolazione celebrale profonda per malattie psichiatriche e neurologiche coordinato dalla Sissa di Trieste
All’età di soli 36 anni Lucilla Bossi, allora ballerina alla Scala di Milano, scoprì i primi sintomi del Parkinson. I tremori hanno tormentato Lucilla per più di un decennio, finché non è stato possibile attenuarli grazie alla stimolazione celebrale profonda (DBS), una tecnica chirurgica che prevede l’impianto di elettrodi di stimolazione nel cervello, controllati da uno strumento simile a un pacemaker. Ora Lucilla è una delle oltre 50 mila persone al mondo che si sono sottoposte alla DBS per alleviare i sintomi di malattie trattamento-resistenti. Ma quali sono le potenzialità, i limiti e i costi di tale tecnologia? Quali gli effetti su comportamento e personalità dei pazienti che la subiscono? La DBS cambia la definizione di essere umano?
Ne discuteranno in Polonia, pazienti, ricercatori, medici, sociologi, filosofi e giornalisti da tutta Europa in occasione del workshop brains in dialogue on deep brain stimulation, organizzato nell’ambito del progetto europeo bid-brains in dialogue coordinato dalla Sissa (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. L’utilizzo terapeutico della stimolazione celebrale profonda è in continuo aumento in diversi ambiti: Parkinson, distonia, dolore cronico, epilessia, disturbo ossessivo-compulsivo, Sindrome di Tourette e depressione. Il workshop consentirà di fare il punto sui benefici e i rischi della DBS e di discutere delle sfide etiche e sociali collegate al suo utilizzo.
Lucilla Bossi (ora presidente di Parkinson Italia) e Verona Butler (presidente di A.D.D.E.R., UK) apriranno i lavori del meeting raccontando la loro esperienza come pazienti DBS. Alcune tematiche affrontate: Mauro Porta (IRCCS Galeazzi e Policlinico San Marco, Italia) parlerà degli ultimi sviluppi nell’utilizzo della DBS per la Sindrome di Tourette; Thomas Schlaepfer (Università di Bonn, Germania) esporrà sull’uso della DBS nel trattamento dei disordini psichiatrici e della depressione; Maartje Schermer (Erasmus Medical Centre, Olanda) discuterà dei rischi di alterazione della personalità; Emma McIntosh (Università di Oxford, UK) parlerà dei costi della DBS per la sanità pubblica.
La due giorni si concluderà con la tavola rotonda aperta al pubblico Brain, machine and something in between, martedì 21 settembre alle 18:00 al Caffé Skwer (in polacco con traduzione consecutiva). Piotr Durka (Università di Varsavia, Polonia), Tomasz Mandat (CO-I, Polonia), Maartje Schermer (Erasmus MC, Olanda) e Marcin Rotkiewicz (Polityka Magazine, Polonia) porteranno la discussione sulla DBS tra il pubblico, allargandola alle interfaccia cervello-computer, quei sistemi che promettono di aiutare le persone disabili a controllare autonomamente computer, sedie a rotelle e protesi. L’evento si svolgerà nell’ambito del Festival della Scienza di Varsavia (www.festiwalnauki.edu.pl).

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Previsto boom di vendite per anti-Alzheimer

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2010

“Boom” in vista per i farmaci contro l’Alzheimer nei sette principali mercati del mondo, cioè Francia, Germania, Italia, Giappone, Spagna, Stati Uniti e Gran Bretagna: secondo uno studio di Decision Resources, le vendite dovrebbero triplicare in 10 anni, passando dai 4,3 miliardi del 2009 a 13,3 miliardi nel 2019. Il tutto grazie a nuove promettenti molecole allo studio da parte di varie aziende. Attualmente, la terapia dell’Alzheimer viene effettuata con inibitori dell’acetilcolinesterasi, medicinali in grado di trattare solo i sintomi cognitivi della patologia, senza modificarne il corso. La crescita prevista – riporta PharmaTimes – dovrebbe essere trainata da solanezumab di Eli Lilly e da bapineuzumab di Johnson & Johnson e Pfizer, i primi due farmaci biologici che entreranno sul mercato, prevedono gli esperti. Si tratta di due anticorpi monoclonali anti-beta amiloide attualmente in fase II di sviluppo clinico e promettenti contro la neurodegenerazione e il declino mentale portato dalla malattia. Secondo il report, insieme, totalizzeranno vendite pari a quasi 7 miliardi di dollari nel 2019. (fonte farmacista33)

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V Giornata per la lotta contro le leucemie

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 giugno 2010

Le terapie messe in campo per i pazienti colpiti da leucemia mieloide cronica migliorano la loro Qualità della Vita. Le cosiddette terapie intelligenti mostrano, attraverso uno studio italiano condotto dal Gruppo Italiano Malattie EMatologiche dell’Adulto (GIMEMA) in collaborazione con l’AIL e con il sostegno di Novartis, a parte alcuni sintomi circoscritti come ad esempio l’astenia, come anche dopo molti anni di terapia i pazienti riescono a mantenere standard di vita “normali”. Questi dati saranno presentati a Roma in occasione della Giornata AIL, il 21 giugno da parte di otto illustri ematologi italiani e che per l’occasione risponderanno alle domande dei pazienti attraverso il Numero Verde AIL Problemi Ematologici: 800-226524, dalle ore 8.00 alle ore 20.00. E’ da notare, nello specifico, che nella leucemia mieloide cronica i dati più recenti evidenziano una sopravvivenza a 8 anni del 93% nei pazienti trattati con imatinib (Glivec). Nello studio sono stati coinvolti ben 480 pazienti, con età media di 57 anni trattati da almeno 3 anni con imatinib. E’ proprio nella “Giornata Nazionale per la lotta contro le leucemie, i linfomi e il mieloma”, che la Ail, posta sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, dedica quest’anno la giornata proprio al tema della Qualità della Vita. «Attraverso questa Giornata» ¬– afferma il Professor Franco Mandelli, Presidente dell’AIL ¬– «vogliamo ricordare che è necessario il sostegno di tutti per migliorare la diagnosi e la terapia di leucemie, linfomi e mieloma. La vittoria contro queste malattie è un obiettivo importantissimo che potrà essere raggiunto solo con un impegno costante e comune, che oggi è sempre più rivolto alla Qualità della Vita: i risultati straordinari ottenuti con i farmaci intelligenti in termini di sopravvivenza permettono agli ematologi di preoccuparsi anche di come i pazienti vivono, e non solo di quanto vivono». Ed è appena il caso da ricordare che la sopravvivenza e la e Qualità della Vita per i pazienti colpiti dalla leucemia mieloide cronica sono migliorate moltissimo con l’avvento di imatinib, prima molecola intelligente utilizzata contro le malattie ematologiche.  «Per quanto riguarda la sopravvivenza» – afferma Giuliana Alimena, Professore Ordinario di Ematologia alla “Sapienza” Università di Roma – «i risultati a otto anni dello studio Iris dimostrano che i pazienti trattati con imatinib raggiungono una sopravvivenza globale dell’85%. Percentuale che sale al 93% escludendo i decessi non legati alla malattia. Il miglioramento della Qualità di Vita è legato al meccanismo di azione di questi farmaci, che agiscono in modo selettivo sulle alterazioni molecolari della leucemia mieloide cronica, e alle modalità di somministrazione; sono ben tollerati, assunti per via orale e, una volta instaurata la terapia, il paziente deve sottoporsi ad un numero limitato di controlli». «In linea generale» – afferma Fabio Efficace, Responsabile Studi sulla Qualità della Vita GIMEMA, Gruppo Italiano Malattie EMatologiche dell’Adulto – «i pazienti riferiscono un livello della Qualità di Vita – in termini di funzionalità fisica, salute generale, dolore, vitalità, funzionalità sociale, salute mentale – uniforme rispetto al livello percepito dalla persone sane per la percezione di un senso limitante di astenia». Molto elevata la percentuale di pazienti che assumono imatinib da molto tempo e che non presentano sintomi specifici legati alla terapia. I tre sintomi ritenuti più rilevanti per i medici sono la stanchezza/affaticamento, i crampi muscolari e l’edema (problemi di gonfiore). Sintomi come nausea, crampi muscolari, dolore, diarrea, edema, problemi di pelle, mal di testa, disturbi addominali hanno un peso meno rilevante nella vita degli uomini rispetto alle donne, e nei pazienti sotto i 60 anni rispetto ai pazienti più anziani.  «Il GIMEMA è stata la prima organizzazione in Italia a investire l’attenzione sugli aspetti di Qualità di Vita nell’ematologia» – afferma Marco Vignetti, Coordinatore Centro Dati GIMEMA – «la QoL (Quality of Life), grazie al GIMEMA, sta diventando parte integrante di tutta la ricerca. Oggi l’obiettivo è rilevare direttamente dal paziente la percezione sugli aspetti legati alla Qualità di Vita, percezioni che possono e devono guidare i trattamenti e le cure. È la voce diretta dei pazienti che può migliorarne la Qualità di Vita». I centri che aderiscono al GIMEMA sono circa 150, in pratica la totalità dei centri di ematologia italiani. Gli studi clinici attivi sono attualmente quattordici. Ciascuno studio, infatti, coinvolge in media 30 centri di ematologia, e molti dei centri partecipano a più studi contemporaneamente. Ogni centro recluta centinaia, a volte migliaia, di casi di pazienti con leucemie acute o leucemie croniche.
Iniziativa clou della Giornata Nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma di quest’anno è “Sognando Itaca – Regata per la vita”, una regata di 2.000 miglia di due imbarcazioni oceaniche con a bordo i pazienti di diversa età di 15 Centri di Ematologia.

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Sintomi gastrointestinali se diabete non controllato

Posted by fidest press agency su domenica, 25 aprile 2010

Uno studio caso-controllo coreano chiarisce il nesso tra diabete di tipo 2 e comparsa di disturbi gastrointestinali. Un buon controllo della glicemia – sostengono inoltre i ricercatori – potrebbe rendere reversibili i sintomi digestivi. L’indagine, firmata da Jeong Hwan Kim e collaboratori della Konkuk University School of Medicine di Seoul (Corea del Sud), è stata condotta su 190 pazienti diabetici e altrettanti controlli. Il primo dato è che i sintomi gastrointestinali sono presenti in 137 pazienti diabetici (72%) e in 116 controlli (62%). Nel gruppo diabete i disturbi sono a carico del tratto gastrointestinale superiore (43%) ma soprattutto inferiore (58%). Ponendo però a confronto questi risultati con quelli emersi nel gruppo di controllo, la differenza statistica tra i due gruppi raggiunge la significatività solo per quanto riguarda i sintomi del tratto gastrointestinale superiore (p=0.02): previo aggiustamento per età, sesso, consumo di alcol e fumo, il rischio nei diabetici è 1,68 volte maggiore rispetto ai controlli. Interessante per la pratica clinica un ulteriore risultato segnalato dagli autori: fra i pazienti diabetici, l’analisi di regressione logistica mostra che il livello di HbA1c è l’unico fattore di rischio indipendente per i sintomi del primo tratto gastrointestinale (OR 2.01) (fonte doctornews)

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