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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘sintomi’

Covid, studio Uk: i sette sintomi predittivi di infezione

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 ottobre 2021

Uno studio condotto su un oltre un milione di persone in Inghilterra ha rivelato una serie di sintomi, 7 per la precisione, predittivi delle positività al Covid, che potrebbero migliorare il rilevamento dei casi se venissero inclusi nei criteri di testing. Così l’Imperial College di Londra ha comunicato i risultati dello studio REACT-1, realizzato in collaborazione con Ipsos MORI e finanziato dal Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale, che ha dimostrato che limitando solo ad alcuni sintomi, febbre, tosse continua, perdita o alterazione dell’olfatto o del gusto, l’idoneità a sottoporsi al test molecolare (Pcr) si perde una quota importante di positivi.L’Imperial College spiega che “i test con tamponi e i questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021, hanno mostrato che oltre ai sintomi sopra citati, anche brividi, perdita di appetito, mal di testa e dolori muscolari erano i più fortemente legati alla positività al Covid”. E precisa, infatti, che in Inghilterra le persone sono “incoraggiate a fare un test PCR COVID-19 quando presentano almeno uno dei seguenti sintomi: febbre, tosse continua, perdita o cambiamento dell’olfatto o del gusto”. Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori stimano che in questo modo si rileverebbe “circa la metà di tutte le infezioni sintomatiche. Mentre se i sintomi aggiuntivi fossero inclusi nella valutazione dell’idoneità alla Pcr, si potrebbe migliorare la rilevazione fino a tre quarti delle infezioni sintomatiche”.«Questi risultati suggeriscono che molte persone con COVID-19 non vengono testate – e quindi non isolate – dichiara Paul Elliott, direttore del programma REACT presso l’Imperial – perché i loro sintomi non corrispondono a quelli usati nelle attuali linee guida sulla salute pubblica per aiutare a identificare le persone infette. Comprendiamo la necessità di criteri di test chiari e che includere molti sintomi che si trovano comunemente in altre malattie come l’influenza stagionale potrebbe rischiare che le persone si isolino inutilmente. Ma l’obiettivo di avere a disposizione sintomi più predittivi significa ottimizzare il rilevamento delle persone infette». La ricerca ha anche esplorato se l’emergere della variante alfa (B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Kent) del coronavirus fosse collegata a un diverso profilo di sintomi rispetto al ceppo “selvaggio” (il primo nuovo coronavirus identificato). Il confronto tra i sintomi auto-riferiti dai pazienti, ha mostrato che i sintomi predittivi dell’infezione della variante alfa erano ampiamente simili a quelli predittivi dell’infezione del tipo “selvaggio”. Tuttavia, in linea con i risultati dell’ONS, la nuova tosse persistente e il mal di gola erano più predittivi della variante alfa e la perdita o il cambiamento dell’olfatto erano più predittivi del tipo selvatico. «Con il progredire dell’epidemia e l’emergere di nuove varianti, è essenziale continuare a monitorare il modo in cui il virus colpisce le persone in modo che i programmi di test soddisfino le mutevoli esigenze», ha affermato Joshua Elliott, della School of Public Health dell’Imperial College di Londra. «Speriamo che i nostri dati contribuiscano a fornire una guida per i test e lo sviluppo di sistemi che potrebbero aiutare a identificare meglio le persone che dovrebbero sottoporsi a un test COVID-19 in base ai loro sintomi». (fonte: Farmacista33)

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Covid-19, oltre un quarto dei pazienti ha ancora sintomi dopo sei mesi

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

Secondo uno studio pubblicato su PLOS ONE, che ha interessato la popolazione generale adulta infettata da Covid-19 nel 2020, più di un quarto dei pazienti riferisce di non essersi completamente ripreso dopo un periodo di sei-otto mesi. «Le risposte iniziali della sanità pubblica a Sars-CoV-2 si sono concentrate sulla riduzione del carico acuto di Covid-19, ma un numero crescente di prove indica che l’infezione può anche comportare conseguenze sulla salute fisica e mentale a lungo termine» afferma Milo Puhan, dell’Università di Zurigo, in Svizzera, che ha guidato il gruppo di lavoro.«Queste conseguenze a lungo termine, attualmente denominate “sindrome post-Covid-19” o “long Covid”, sono fonte di crescente preoccupazione per i sistemi sanitari» prosegue l’esperto. I ricercatori hanno reclutato 431 individui che erano risultati positivi per Sars-CoV-2 tra febbraio e agosto 2020 all’interno del sistema di tracciamento dei contatti a Zurigo. Tutti i partecipanti hanno completato un questionario online sulla loro salute dopo un periodo medio di 7,2 mesi dalla diagnosi. I sintomi di Covid-19 erano presenti al momento della diagnosi nell’89% dei partecipanti e il 19% è stato inizialmente ricoverato in ospedale. Complessivamente, il 26% dei partecipanti ha riferito di non essersi completamente ripreso da sei a otto mesi dopo la diagnosi iniziale di Covid-19. Il 55% delle persone ha riportato sintomi di affaticamento, il 25% ha avuto un certo grado di mancanza di respiro e il 26% sintomi di depressione. Una percentuale maggiore di donne e pazienti inizialmente ricoverati ha riferito di non essersi ripresa rispetto ai maschi e ai soggetti non ricoverati, e il 40% di tutti i partecipanti ha riportato di aver effettuato almeno una visita di medico di base correlata a Covid-19 dopo la patologia acuta. Gli autori sostengono che i loro risultati sottolineano la necessità di una pianificazione tempestiva delle risorse e dei servizi offerti ai pazienti per l’assistenza post-Covid-19. «Il nostro studio di coorte ha rilevato che un numero consistente di pazienti ha ancora problemi di salute anche otto mesi dopo la diagnosi di Covid-19, e indica che è necessario offrire un’assistenza su misura per le esigenze delle persone che soffrono di sindrome post-Covid-19» concludono gli autori. (fonte medicinainterna33)

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Long-Covid, identificati i principali sintomi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 luglio 2021

Sono 203 i sintomi del long-Covid identificati in uno studio pubblicato sulla rivista EClinicalMedicine e condotto da Athena Akrami, dell’University College di Londra. L’indagine, la più ampia mai condotta, ha coinvolto 3.762 persone con long Covid confermato o sospetto in 56 paesi e ha portato all’identificazione di 203 sintomi, 66 dei quali possono perdurare sette mesi dalla guarigione dall’infezione.Si tratta di disturbi che colpiscono dal distretto respiratorio a quello gastrointestinale, dall’urinario all’endocrino, dal cardiovascolare al muscoloscheletrico fino al neurologico I sintomi più comuni sono affaticamento, malessere dopo uno sforzo fisico o mentale, stato confusionale. Altri sintomi includono allucinazioni visive, tremori, orticaria, cambiamenti del ciclo mestruale, disfunzioni sessuali, tachicardia, problemi di incontinenza, perdita di memoria, visione offuscata, diarrea, tinnito. A destare particolare preoccupazione i sintomi neurologici che hanno riguardato fino all’85% del campione analizzato. “Mal di testa, insonnia, vertigini, nevralgie, alterazioni neuropsichiatriche, tremori, sensibilità ai rumori e alla luce, allucinazioni, acufene, e altri sintomi sensomotori erano tutti comuni, e possono indicare problemi neurologici più grandi che riguardano sia il sistema nervoso centrale che periferico”, ha precisato Akrami.Oltre uno su 5 degli intervistati, il 22%, ha riferito di non essere stati in grado di lavorare – per licenziamento, stato prolungato di malattia, aspettativa o dimissioni – a causa del long-Covid. Il 45% ha richiesto di passare al part-time. “Molti dei reparti post-Covid nel Regno Unito si sono concentrate sulla riabilitazione respiratoria – spiega Akrami. È vero che gran parte dei guariti alle prese con il long-Covid soffre di affanno – conclude – ma hanno anche tutta una serie di altri problemi e sintomi cui i clinici devono rispondere con un approccio più olistico”. (fonte doctor33)

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Vaccino AstraZeneca, Aifa: chiamare il medico per questi sintomi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 aprile 2021

Se nei giorni successivi alla vaccinazione anti-Covid compaiono segnali come mancanza di respiro, dolore toracico, gonfiore alle gambe, dolore addominale persistente, mal di testa grave o persistente e visione offuscata è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico. Questo è quanto devono sapere i pazienti sottoposti alla vaccinazione e i segnali di tromboembolia e/o trombocitopenia su cui gli operatori sanitari devono vigilare. A comunicarlo agli operatori la Nota informativa importante concordata con le autorità regolatorie europee e l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sul vaccino Covid-19 AstraZeneca e rischio di trombocitopenia e disturbi della coagulazione. Punti chiave sul vaccino e l’informazione al paziente A seguito della procedura di segnale condotta a livello europeo, l’Agenzia Italiana del Farmaco fornisce gli operatori sanitari informazioni sui seguenti punti emersi dalla valutazione: Vaccino Covid-19 AstraZeneca: i benefici superano i rischi nonostante un possibile collegamento con casi molto rari di trombi associati ad un livello basso di piastrine. Una combinazione di trombosi e trombocitopenia, in alcuni casi accompagnata da sanguinamento, è stata osservata molto raramente dopo la vaccinazione con il vaccino Covid-19 di AstraZeneca.Gli operatori sanitari devono vigilare su segni e sintomi di tromboembolia e/o trombocitopenia. I vaccinati devono essere informati della necessità di consultare immediatamente un medico se sviluppano sintomi quali: mancanza di respiro, dolore toracico, gonfiore alle gambe, dolore addominale persistente dopo la vaccinazione. Inoltre, chiunque abbia sintomi neurologici, inclusi mal di testa grave o persistente e visione offuscata dopo la vaccinazione, o noti lividi cutanei (petecchie) al di fuori del sito di vaccinazione dopo pochi giorni, deve rivolgersi immediatamente ad un medico.La nota ricorda che sono stati riportati casi di eventi tromboembolici a seguito della somministrazione del vaccino Covid-19 AstraZeneca in diversi paesi dell’Area economica europea, alcuni dei quali hanno portato a sospensioni locali di lotti specifici o dell’uso del vaccino stesso. Una combinazione di trombosi e trombocitopenia, in alcuni casi accompagnata da sanguinamento, è stata osservata molto raramente dopo la vaccinazione con il vaccino Covid-19 AstraZeneca. Questo include casi gravi che si presentano come trombosi venosa, anche in siti di insorgenza insoliti come: trombosi cerebrale dei seni venosi, trombosi venosa mesenterica, nonché trombosi arteriosa in concomitanza con trombocitopenia. La maggior parte di questi casi si è verificata in donne di età inferiore ai 55 anni tra i sette e i quattordici giorni successivi alla vaccinazione, tuttavia ciò può riflettere l’aumento dell’uso del vaccino in questa popolazione. Alcuni casi hanno avuto un esito fatale.Il Prac ha effettuato un’indagine completa con una tempistica accelerata, compresa un’attenta revisione delle segnalazioni dei casi presenti in EudraVigilance di trombi e trombocitopenia in soggetti che hanno ricevuto il vaccino, prestando particolare attenzione alle informazioni su: sesso, età, fattori di rischio, diagnosi di Covid-19 (se disponibile), tempo di insorgenza dei sintomi rispetto alla vaccinazione, esito e la gravità clinica. L’indagine ha incluso anche una revisione della letteratura collegata, un’analisi tra i dati osservati e i dati attesi condotta sulle segnalazioni di EudraVigilance, includendo i seguenti Termini preferiti del dizionario MedDRA: trombosi del seno venoso (cerebrale), coagulazione intravascolare disseminata e porpora trombocitopenica trombotica. Mentre si continua a raccogliere ulteriori evidenze, il Prac ha raccomandato un aggiornamento delle informazioni sul prodotto del vaccino Covid-19 AstraZeneca sospensione iniettabile, sulla base di quanto noto al momento su questo problema di sicurezza. (fonte: dica33)

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Vaccino AstraZeneca, Aifa: operatori sanitari vigilino su segni e sintomi. Ecco quali

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2021

Se nei giorni successivi alla vaccinazione anti-Covid compaiono segnali come mancanza di respiro, dolore toracico, gonfiore alle gambe, dolore addominale persistente, mal di testa grave o persistente e visione offuscata è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico. Questo è quanto deve sapere i pazienti sottoposti alla vaccinazione e i segnali di tromboembolia e/o trombocitopenia su cui gli operatori sanitari devono vigilare. A comunicarlo agli operatori Nota informativa importante concordata con le autorità regolatorie europee e l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sul vaccino Covid-19 AstraZeneca e rischio di trombocitopenia e disturbi della coagulazione. A seguito della procedura di segnale condotta a livello europeo, l’Agenzia Italiana del Farmaco fornisce gli operatori sanitari informazioni sui seguenti punti emersi dalla valutazione: • Vaccino Covid-19 AstraZeneca: i benefici superano i rischi nonostante un possibile collegamento con casi molto rari di trombi associati ad un livello basso di piastrine. • Una combinazione di trombosi e trombocitopenia, in alcuni casi accompagnata da sanguinamento, è stata osservata molto raramente dopo la vaccinazione con il vaccino Covid-19 di AstraZeneca. • Gli operatori sanitari devono vigilare su segni e sintomi di tromboembolia e/o trombocitopenia. • I vaccinati devono essere informati della necessità di consultare immediatamente un medico se sviluppano sintomi quali: mancanza di respiro, dolore toracico, gonfiore alle gambe, dolore addominale persistente dopo la vaccinazione. Inoltre, chiunque abbia sintomi neurologici, inclusi mal di testa grave o persistente e visione offuscata dopo la vaccinazione, o noti lividi cutanei (petecchie) al di fuori del sito di vaccinazione dopo pochi giorni, deve rivolgersi immediatamente ad un medico. La nota ricorda che sono stati riportati casi di eventi tromboembolici a seguito della somministrazione del vaccino Covid-19 AstraZeneca in diversi paesi dell’Area economica europea, alcuni dei quali hanno portato a sospensioni locali di lotti specifici o dell’uso del vaccino stesso. Una combinazione di trombosi e trombocitopenia, in alcuni casi accompagnata da sanguinamento, è stata osservata molto raramente dopo la vaccinazione con il vaccino Covid-19 AstraZeneca. Questo include casi gravi che si presentano come trombosi venosa, anche in siti di insorgenza insoliti come: trombosi cerebrale dei seni venosi, trombosi venosa mesenterica, nonché trombosi arteriosa in concomitanza con trombocitopenia. La maggior parte di questi casi si è verificata in donne di età inferiore ai 55 anni tra i sette e i quattordici giorni successivi alla vaccinazione, tuttavia ciò può riflettere l’aumento dell’uso del vaccino in questa popolazione. Alcuni casi hanno avuto un esito fatale. Il Prac ha effettuato un’indagine completa con una tempistica accelerata, compresa un’attenta revisione delle segnalazioni dei casi presenti in EudraVigilance di trombi e trombocitopenia in soggetti che hanno ricevuto il vaccino, prestando particolare attenzione alle informazioni su: sesso, età, fattori di rischio, diagnosi di Covid-19 (se disponibile), tempo di insorgenza dei sintomi rispetto alla vaccinazione, esito e la gravità clinica. L’indagine ha incluso anche una revisione della letteratura collegata, un’analisi tra i dati osservati e i dati attesi condotta sulle segnalazioni di EudraVigilance, includendo i seguenti Termini preferiti del dizionario MedDRA: trombosi del seno venoso (cerebrale), coagulazione intravascolare disseminata e porpora trombocitopenica trombotica. Mentre si continua a raccogliere ulteriori evidenze, il Prac ha raccomandato un aggiornamento delle informazioni sul prodotto del vaccino Covid-19 AstraZeneca sospensione iniettabile, sulla base di quanto noto al momento su questo problema di sicurezza. (fonte: Farmacista33)

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Coronavirus, possibili sintomi a lungo termine nei bambini

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 marzo 2021

Secondo un articolo pubblicato su MedRxiv sotto forma di prestampa, ossia non ancora sottoposto a peer-review, i bambini possono soffrire di postumi da Covid-19 a lungo quanto gli adulti, con sintomi che durano mesi dopo l’evento iniziale. Allo studio, svolto dai ricercatori del Policlinico Gemelli di Roma in collaborazione con la Federazione italiana medici pediatri (Fimp), hanno preso parte 129 bambini e ragazzi tra 5 e 18 anni con diagnosi di Covid-19 valutati in pronto soccorso, in reparto oppure in regime ambulatoriale durante la prima e la seconda ondata della pandemia da Coronavirus. E dai risultati emerge che un terzo della coorte oggetto di studio ha riferito la persistenza a distanza di mesi di sintomi più o meno evidenti tra cui i più frequenti erano dolori muscolari o articolari, cefalea, disturbi del sonno, senso di costrizione o dolore toracico e palpitazioni.In particolare, il 51% di 68 bambini valutati a distanza di 120 giorni riportava almeno un sintomo persistente che in molti casi interferiva con le consuete attività quotidiane. E dopo una rivalutazione a 160 giorni, la percentuale di partecipanti che ancora riferiva almeno un sintomo era ancora significativa, sebbene fosse calata al 36%. «I sintomi attribuiti ai bambini sono stati riportati da genitori in interviste telefoniche, e nel campione esaminato sembrerebbe che la sintomatologia si verifichi addirittura con un tasso più elevato rispetto agli adulti. I dati sull’argomento, tuttavia, sono ancora scarsi e saranno oggetto di approfondimento in studi più ampi già in corso presso il nostro centro» commenta il primo autore Danilo Buonsenso, infettivologo pediatra presso il Dipartimento di scienze della salute della donna, del bambino al Policlinico Gemelli di Roma. E Teresa Rongai, segretaria della Fimp di Roma, conclude: «Ad avere sintomi a distanza di tempo sono spesso i bambini un po’ più grandi, dagli 8 anni in su. Questi casi non hanno nulla a che fare con la sindrome infiammatoria sistemica, ma piuttosto si tratta di una cronicizzazione dei sintomi, in genere non gravi, che permangono in modo simile a quanto accade negli adulti». (Fonte doctor33)

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Covid-19, quanto durano i sintomi nei pazienti dimessi

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 gennaio 2021

I pazienti che sopravvivono al Covid-19 mostrano una serie complessa di sintomi, che possono durare a lungo, anche per vari mesi, secondo uno studio italiano pubblicato su Epidemiology & Infection. «Abbiamo organizzato un programma di follow-up per i pazienti Covid-19 dimessi dal pronto soccorso o dai reparti di degenza dell’Ospedale “Papa Giovanni XXIII”, a Bergamo, una zona molto colpita nella prima parte della pandemia» spiega Serena Venturelli, del Papa Giovanni XXIII, prima autrice dello studio.Nel complesso gli esperti hanno valutato 1.562 pazienti trattati tra febbraio e agosto 2020, durante la prima ondata di epidemia. Lo studio riguarda in particolare i primi 767 pazienti che hanno terminato il periodo di valutazione a luglio, dopo un tempo medio di circa 81 giorni dalla dimissione dall’ospedale, e 105 giorni dai primi segni della malattia. Il 32,9% del gruppo era composto da donne, e l’età media era 63 anni. Di queste persone, 668 erano state ricoverate e 66 avevano avuto necessità di terapia intensiva. Per 509 pazienti è stato necessario comunque l’ossigeno, 133 sono stati gestiti con il casco a pressione positiva continua e 62 con intubazione. La durata media del ricovero è stata di 10 giorni, che sono saliti a 30 per chi è stato trattato in terapia intensiva. Si sono verificate in 253 pazienti complicanze correlate a Sars-CoV-2, e più frequentemente si è trattato di problemi psichiatrici o psicologici, cardiaci, polmonari, e trombotici. Ebbene, alla fine della valutazione post-ricovero, gli esperti hanno osservato che il 51,4% dei partecipanti mostrava ancora sintomi: tra i più comuni sono stati registrati affaticamento e dispnea da sforzo, e il 30,5% stava ancora vivendo conseguenze psicologiche post-traumatiche. Le donne, in particolare, hanno riferito di soffrire di stanchezza in maniera quasi doppia rispetto agli uomini. Una ridotta diffusione polmonare è stata riscontrata nel 19% dei casi, e il 17% dei pazienti aveva valori di D-dimero due volte superiori alla soglia per la diagnosi di embolia polmonare. Gli autori concludono che, visto il perdurare dei sintomi, sarà fondamentale applicare un approccio multidisciplinare per affrontare i diversi problemi causati da Covid-19 e cercare soluzioni efficaci. (fonte Doctor33)

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Scompenso cardiaco, ecco i sintomi precoci da non perdere

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2020

Chi viene ricoverato in ospedale con una diagnosi di scompenso cardiaco (Sc) potrebbe aver manifestato in passato sintomi precoci dell’incombente evento acuto che non sono stati tempestivamente riconosciuti dai medici, almeno secondo quanto conclude uno studio che ha messo a confronto tre coorti, ciascuna di oltre 26.000 pazienti ricoverati in ospedale per Sc di nuova diagnosi o stabile oppure per broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco).«Il numero di visite ambulatoriali, di ricoveri per altri motivi o la frequenza di accessi al pronto soccorso ha iniziato a salire costantemente durante l’anno precedente, molto più tra le persone che hanno successivamente ricevuto una diagnosi di Sc o Bpco» esordisce Kim Anderson, dell’ospedale Regina Elisabetta II di Halifax, Nuova Scozia , Canada, coautrice dell’articolo appena pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure, precisando che l’incremento di prestazioni sanitarie è stato particolarmente marcato tra i pazienti con scompenso cardiaco rispetto a quelli con Bpco. «Molti soggetti che sviluppano gradualmente uno scompenso di cuore ricevono la diagnosi solo dopo un ricovero in ospedale e molteplici interazioni con il proprio sistema sanitario» scrivono gli autori, aggiungendo che un aumento della frequenza di contatti con i medici, dato un profilo di sintomi coerente, potrebbe essere considerato un vero e proprio avvertimento. «Gli attuali sistemi sanitari sono ben attrezzati per reagire in modo appropriato agli eventi acuti, ma sfortunatamente sono meno proattivi nell’identificare i sintomi che nel tempo possono portare a un ricovero in ospedale» riprende Anderson. E in un editoriale di commento Harlan Krumholz, della Yale School of Medicine, New Haven, Connecticut, commenta: «Questi risultati suggeriscono, specie ai medici di cure primarie e ai colleghi di pronto soccorso, che è necessario porre un sospetto di scompenso cardiaco ogni qual volta si presenta un paziente con sintomi come dispnea, affaticamento o con edemi agli atri inferiori». (fonte: Cardiologia33)

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Salute: i sintomi da Winter Blues

Posted by fidest press agency su sabato, 21 novembre 2020

Umore instabile, sonnolenza, difficoltà a concentrarsi, voglia di rimanere tutto il giorno sotto le coperte: sono questi i sintomi del Winter Blues, un disturbo dell’umore che si manifesta con l’arrivo dell’inverno e che secondo ricerche internazionali colpisce quattro volte di più le donne rispetto agli uomini. Sono tutti sintomi di quello che gli esperti definiscono “Winter Blues”, ovvero un disturbo dell’umore che scientificamente viene chiamato SAD, Disturbo Affettivo Stagionale. Uno scenario negativo confermato da una recente indagine americana del dott. Norman E. Rosenthal, psichiatra che per primo identificò questa patologia negli anni ’80, e pubblicata sul New York Times, secondo cui ne soffre il 15% della popolazione. E ancora, stando a una ricerca del National Institute of Mental Health di Winter Blues soffrono quattro volte più le donne rispetto agli uomini. A incidere ci sono anche i fattori ambientali, per i quali chi vive alle alte latitudini ne risente maggiormente rispetto a chi vive vicino all’equatore: si calcola infatti che 9% degli abitanti dell’Alaska soffre di SAD contro l’1% degli abitanti della Florida. Accanto ai sintomi invernali, il plausibile ritorno di un lockdown nazionale aumenterebbe lo squilibrio psicofisico: il Center for Disease Control and Prevention ha verificato che il 31% degli americani soffre di ansia e sintomi depressivi causati dall’evolversi della pandemia. Per questo motivo gli esperti consigliano di migliorare il proprio benessere fisico e psicologico con un’alimentazione sana, prediligendo le zuppe, e una buona dose di attività fisica, che permette all’organismo di rilasciare endorfine, preziosi alleati per ottenere grandi quantità di serotonina che aiuta a sentirsi più energici. L’importanza di mantenere alti i livelli di vitamina D e B nel proprio corpo è un pensiero condiviso da uno studio della World Health Organization pubblicato su Psychology Today, secondo cui serotonina e melatonina rappresentano mediatori chimici fondamentali per aiutare l’organismo a superare stanchezza e cali d’umore. Per ridurre al minimo questi sintomi e superare l’inverno senza troppi traumi è importante sfruttare le rare giornate di sole e mangiare cibi che aumentano la produzione di serotonina e rinforzano le difese immunitarie. Le zuppe, dunque, rientrano perfettamente in questa categoria e sono alimenti consigliati per tutti.

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Covid-19, i sintomi neurologici nei bambini

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 luglio 2020

Secondo un case-serie pubblicato su Jama Neurology, i bambini con Covid-19 potrebbero presentare sintomi neurologici che coinvolgono il sistema nervoso, centrale e periferico, e cambiamenti spleniali all’imaging. Secondo Omar Abdel-Mannan, del Great Ormond Street Hospital for Children di Londra, e colleghi, i medici dovrebbero aggiungere Sars-CoV-2 alla loro diagnosi differenziale per i bambini che si presentano con sintomi neurologici.Nello studio sono stati inclusi pazienti (≤18 anni) che, tra il primo marzo e l’8 maggio, si sono presentati all’ospedale pediatrico di Londra con sintomi neurologici. Su 50 bambini, 27 mostravano caratteristiche coerenti con la sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica Covid-19, 4 dei quali, precedentemente sani, avevano un coinvolgimento neurologico e sono stati ricoverati in unità di terapia intensiva a causa della sindrome. I sintomi neurologici di nuova insorgenza includevano encefalopatia, mal di testa, segni cerebrali e cerebellari, debolezza muscolare e riflessi ridotti. In tutti sono stati riscontrati cambiamenti del segnale nello splenium del corpo calloso e i test per il recettore N-metil-D-aspartato, la glicoproteina oligodendrocitaria mielinica e gli anticorpi contro l’acquaporina 4 erano negativi. I campioni di fluido cerebrospinale erano acellulari nei 2 pazienti in cui è stato testato, senza prove di infezione e con risultati negativi per bande oligoclonali. Nei 3 sottoposti a elettroencefalografia è stato osservato un eccesso di attività lenta e nei 3 sottoposti a studi di conduzione nervosa e elettromiografia, c’erano cambiamenti neuropatici e miopatici lievi. Al termine dello studio, tutti sono migliorati e 2 sono stati dimessi. «I risultati negativi del fluido cerebrospinale, la risposta all’immunosoppressione e la sovrapposizione clinica con la linfoistiocitosi emofagocitica suggeriscono che questo è probabilmente immuno-mediato» affermano gli autori discutendo in merito al coinvolgimento del sistema nervoso e alle lesioni allo splenium del corpo calloso. Da notare che nella coorte considerata, la cui piccola dimensione è il limite dello studio, i sintomi respiratori non erano frequenti e, se presenti, erano lievi. L’infezione da Sars-CoV-2 dovrebbe essere considerata in quei pazienti pediatrici che mostrano sintomi neurologici primari senza coinvolgimento sistemico. «È necessaria una stretta sorveglianza dello sviluppo neurologico per valutare gli outcome neurologici e cognitivi in questi pazienti» concludono gli autori. (fonte Doctor33)

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Scuola: per la ripresa rischio caos di fronte ai primi sintomi Covid

Posted by fidest press agency su martedì, 9 giugno 2020

La Federazione Italiana Medici Pediatri, sindacato maggioritario dei pediatri di famiglia, ha presentato ai Ministri di Istruzione e Salute un documento in otto punti per la ripresa delle lezioni scolastiche a settembre. E ha posto un problema preciso: intercettare i bambini con coronavirus per impedire un boom di contagi e un nuovo lock-down non è semplice se non dà al pediatra del territorio un ruolo nel prescrivere tamponi e nell’ottenere gli esiti in tempi rapidi. Nelle classi che tornano a ripopolarsi, studenti asintomatici o quasi potrebbero essere in realtà vettori di coronavirus, esiziale per docenti, personale ATA, altri genitori. Sul certificato medico per la riammissione a scuola dopo assenze per malattia dell’alunno di oltre 5 giorni esiste un problema. Il Covid-19 ha impattato su un panorama in cui avevano abolito l’incombenza sette regioni e due province autonome e altre 12 regioni lo avevano tenuto; il 1° marzo un decreto legge ha imposto il certificato a tutte le regioni per le sole assenze dovute a malattia infettiva soggetta a notifica obbligatoria: morbillo, pertosse, rosolia, orecchioni ma anche Covid. Questo per tutta la durata dell’emergenza, fino al 31 luglio. E dopo? «Dopo, bisognerà avere le idee chiare se mantenere l’obbligo o no, e legiferare a livello nazionale perché la malattia non ha frontiere e colpisce tutti allo stesso modo», spiega Paolo Biasci, Presidente Fimp. «Innanzi tutto va fatta assoluta chiarezza sulla necessità del certificato».
L’obbligo di certificare la malattia era stato imposto nel 1967 dal decreto del presidente della Repubblica numero 1518. Nel 1994 il Testo Unico della Pubblica Istruzione n.297 lo tolse: stare a casa un giorno in più non sempre contribuisce a far tornare il bambino a scuola meno contagioso. «Di fatto può accadere che pur di evitare il viaggio dal pediatra la famiglia faccia tornare il minore a scuola un giorno prima, dopo 4 di assenza, ancora non guarito», avverte Biasci. «C’è però da tener presente che in caso di Covid anche da guariti per giorni si resta potenzialmente contagiosi. Allora è il governo che deve fare una riflessione: il certificato di riammissione è necessario o no? Se è necessario, anche solo per il coronavirus, si deve imporre a livello nazionale, non è ammissibile che in una regione si chieda e in un’altra no». Ma la questione non si chiude con il confronto stato-regioni. «Una volta si decidesse che il certificato serve – sottolinea Biasci – il pediatra di libera scelta deve avere la diagnosi. In particolare, fermo restando che tutte le infreddature andrebbero trattate come sospetti Covid, perché la malattia nel bambino può manifestarsi con lievi sintomi di raffreddore, per fare la certificazione servono sia la constatata guarigione clinica, sia l’accertamento di non contagiosità attraverso tampone con esito negativo. Non solo noi pediatri di libera scelta dobbiamo poter prescrivere i tamponi, e al momento non possiamo, ma dobbiamo avere l’esito in tempi utili, 24-48 ore. Oggi si attende sul territorio in media una settimana, molto minore è l’attesa in ambiente ospedaliero. Questi tempi devono diminuire».
Biasci sottolinea come le politiche del territorio più recenti non siano andate in direzione del potenziamento. «Fimp non è stata invitata all’Osservatorio sulla scuola, un tavolo dove dovrebbe esserci: tutta la patologia da Covid-19 nei minori è stata gestita sul territorio con ottimi esiti, e rappresentiamo oltre il 50% dei pediatri italiani. Ciò detto, abbiamo visto in questi mesi come, per evitare i contagi, le Asl abbiano chiuso i servizi vaccinali e nessuno ci abbia ascoltati quando ci siamo fatti avanti noi per sostituirle, vaccinando i bambini nei nostri studi. Le famiglie ci chiedono perché le vaccinazioni sono rinviate, perché l’immunizzazione non si può fare da noi e da nessun’altra parte, perché bisogna aspettare».
Nella proposta di strategie assistenziali ed organizzative per l’anno scolastico 2020-21 consegnata al governo, Fimp prevede altre sette misure per ridurre il rischio contagi: orari scaglionati di ingresso ed uscita, misurazione della temperatura con termo-scanner, attenzione all’igiene delle mani, no a giochi da casa o scambio di materiali tra alunni, buona aerazione degli ambienti, mascherina solo se non è possibile rispettare la distanza di almeno un metro. Inoltre, «tutti gli alunni devono essere in regola con il calendario vaccinale ed è raccomandato che, dai 6 mesi di vita, siano sottoposti a vaccinazione contro l’influenza stagionale. Opportuni anche requisiti strutturali: ampiezza dei locali rispetto al numero di bambini e adeguata aerazione, arredi e giochi idonei dal punto di vista igienico, sanificazione con procedure codificate e verificate con regolarità. Prima di inizio anno ogni scuola dovrebbe disporre momenti formativi per il personale». (fonte Doctor33)

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Chi riconosce i sintomi di un ictus non deve aspettare per chiamare il 112

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

Stiamo vivendo una delle più gravi emergenze sanitarie non solo del nostro Paese ma del mondo intero e l’attenzione di tutti è – giustamente – focalizzata sul Covid-19. A.L.I.Ce. Italia ODV (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) è consapevole che le persone colpite da ictus debbano in ogni caso continuare ad avere percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci.E’ importante che, in questi giorni, non si verifichi alcun calo degli accessi al Pronto Soccorso in chi manifesta sintomi che possono essere “campanelli d’allarme” di questa patologia, dato che si teme che le persone, pur riconoscendo i sintomi, tardino a rivolgersi al 112 per paura di essere infettate in ospedale dal Coronavirus.A.L.I.Ce. Italia ODV continua la sua battaglia contro l’ictus cerebrale ricordando, ancora una volta, quali sono i sintomi che vanno riconosciuti tempestivamente:
o non riuscire a muovere o muovere con minor forza un braccio o una gamba o entrambi gli arti dello stesso lato del corpo
o avere la bocca storta
o non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti
o non essere in grado di coordinare i movimenti o di stare in equilibrio
o non comprendere o non articolare bene le parole
o essere colpito da un violento e molto localizzato mal di testa, diverso dal solito
Se compare anche uno solo di questi sintomi, è necessario chiamare subito il 112 in quelle regioni dove è attivo il numero unico di emergenza (o il 118) perché è fondamentale portare la persona nei centri organizzati per il trattamento, cioè le Unità Neurovascolari (Centri Ictus – Stroke Unit).L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

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In aumento disturbi psichici e neuropsichici tra i giovanissimi. Ecco i sintomi da tenere d’occhio

Posted by fidest press agency su martedì, 14 gennaio 2020

I disturbi psichici e neuropsichici nell’età pediatrica sono in crescita e coinvolgono fino al 20% della popolazione tra 0 e 17 anni. Il dato emerge dal ‘Libro Bianco’ realizzato dalla Federazione italiana delle associazioni e società scientifiche dell’area pediatrica (Fiarped) recentemente presentato al ministero della Salute e frutto del contributo di 34 società scientifiche e associazioni che operano nel campo della salute pediatrica. «Le patologie neuropsichiatriche in adolescenza sono in crescita, ma aumenta soprattutto la richiesta di aiuto da parte dei ragazzi nei pronto soccorso: in Lombardia, per esempio, si registra una crescita del 20%» spiega Antonella Costantino, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia). E aggiunge: «Questo accade anche perché è cambiata la sintomatologia. Si registrano più tentativi di suicidio, tagli, azioni autolesioniste, rabbia, violenza o uso di sostanze che rappresentano anche un tentativo di autocura, ma che in realtà peggiorano il problema. Ma a fronte della crescita dei casi, la disponibilità dei servizi per questo tipo di disturbi è molto bassa: riesce a entrare solo un bambino su due». E proprio in tema di servizi la realtà italiana, nonostante ottimi modelli e buone normative non sempre applicate, soffre di ampie disuguaglianze intra e inter-regionali. Tanto che in alcune regioni mancano i reparti per i ricoveri e le strutture semiresidenziali e residenziali terapeutiche, nonché a volte anche gli stessi servizi territoriali o il personale, o non sono comunque previste tutte le figure multidisciplinari necessarie per i percorsi terapeutici. Per le attività riabilitative invece, la scarsità di risorse di alcune regioni fa sì che molti utenti e famiglie restino in lista d’attesa per mesi o anni, e che solo un utente su due riesca ad accedere ai servizi territoriali. Ma le criticità emergenti non sono solo queste: al compimento della maggiore età i pazienti in carico ai servizi di neuropsichiatria infantile dovrebbero venire indirizzati ad analoghi servizi sanitari per l’adulto. In realtà, in circa due terzi dei casi non sono previsti servizi per l’adulto che garantiscano adeguate risposte sanitarie. Assai difficile è anche il passaggio verso i servizi di psichiatria dell’adulto per gli adolescenti con gravi disturbi psichici: mancano procedure standardizzate e la transizione avviene solo per pochi utenti, con il rischio di un vero e proprio abbandono sia del paziente sia dei familiari. (fonte: Pediatria33)

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L’influenza sintomi e rimedi

Posted by fidest press agency su domenica, 19 agosto 2018

È una patologia respiratoria causata da virus che appartengono alla famiglia Orthomy-xoviridae, di cui si riconosco tre tipi: A, B e C. I virus A e B sono di maggior interesse anche da un punto di vista pandemico per l’uomo. Il virus A è distinto in 16 sottotipi in base alle caratteristiche antigeniche della nucleoproteina (sottotipo H) e della matrice proteica (sottotipo N). Il virus penetra nella cellula tramite endocitosi formando un endosoma. La neuroaminidasi degrada il recettore e gioca un ruolo essenziale sia per la replicazione virale sia la liberazione del virus dalle cellule infettate. La risposta immunitaria più importante che sviluppiamo è quella contro l’antigene H, quella contro lo N permette solo di limitare la diffusione. Le più estese e gravi pandemie sono state provocate dal virus A, in parte dovute a un riarrangiamento degli antigeni H e N. Le epidemie d’influenza A iniziano bruscamente nel periodo invernale per raggiungere il picco endemico in 3 settimane e una durata complessiva di 2-3 mesi. I sintomi principali comprendono: stato febbrile improvviso (38° sino 41°C), cefalea, malessere, mialgia, tosse e faringodinia. Nelle forme non complicate la fase acuta si risolve in 5-7 giorni, sebbene la tosse possa persistere per alcune settimane. Negli anziani, bambini e persone a rischio la complicanza principale è la polmonite. Ecco perché i medici consigliano la vaccinazione a partire dai soggetti più deboli: bambini e anziani. (Servizio Fidest)

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Artrite reumatoide

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 giugno 2017

madridMadrid. Dolore e senso di fatica sono i due più importanti e invalidanti sintomi riferiti dai pazienti con artrite reumatoide, che possono perdurare nonostante le terapie. In una analisi dello studio RA-BEAM presentata al Congresso dei Reumatologi Europei EULAR, baricitinib, l’innovativa small molecole, inibitore selettivo di JAK 1 e 2 (Janus chinasi) ha mostrato una particolare capacità proprio di controllare questi due sintomi nello scardinare proprio questi due sintomi, che risultano essere tra i più resistenti ai trattamenti e che influiscono più pesantemente con le attività quotidiane e lavorative.
Sappiamo che circa 6 milioni di persone in Italia soffrono di malattie reumatiche e oltre 400mila sono affette da artrite reumatoide. Questi pazienti hanno una caratteristica sensazione di rigidità e dolore prevalentemente mattutina che in molti casi diventa un invalidante e costante compagno di vita. La maggior parte dei pazienti affetti da artrite reumatoide sono donne tra i 35 e i 50 anni, nel pieno della loro vita sociale, relazionale, professionale che spesso impiegano anni prima di ricevere la giusta diagnosi o la terapia più adeguata.
“Il lavoro è un pilastro del benessere e dell’equilibrio delle persone con una malattia cronica “ricorda Silvia Tonolo Presidente di ANMAR che aggiunge: “proprio le persone con artrite reumatoide lavorano 53% in meno rispetto alla popolazione generale. Terapie più efficaci, maneggevoli e sicure permettono oggi di ridurre significativamente il danno alle articolazioni e migliorano il ‘funzionamento’ complessivo della persona”.
Sintomi come fatica e dolore continuano ad essere i maggiori ostacoli dei pazienti sul luogo di lavoro, anche se la malattia impatta praticamente in tutte le attività quotidiane, a partire dalle cure personali.
“L’impatto emotivo talora compromette aspetti fondamentali della vita, con il 40% dei pazienti che riporta conseguenze negative sui rapporti di coppia. Sono i risultati dell’indagine “RA MATTERS” presentata all’EULAR 2017, che ha coinvolto 6208 partecipanti in 8 paesi, ha rivelato informazioni importanti anche per ciò che riguarda la gestione e le decisioni sul trattamento” prosegue Tonolo “molti pazienti sono convinti che la malattia sia una barriera alle ambizioni del futuro. Anche perché il suo andamento è spesso imprevedibile: alcuni godono di lunghi periodi di inattività della malattia che possono poi rimanifestarsi in maniera inaspettata, altri invece mostrano un alto livello di attività, con sintomi costanti che possono durare per mesi. Queste fluttuazioni possono portare a stress, senso di perdita di controllo e di speranza per il futuro e condanna i malati ad un progressivo isolamento. Restituire anni di vita di qualità e permettere la totale realizzazione sia personale che professionale è ormai un obiettivo raggiungibile grazie a farmaci sempre più efficaci sui sintomi più invalidanti”.

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Il virus Zika permane nello sperma fino a 6 mesi dopo l’insorgenza dei sintomi

Posted by fidest press agency su sabato, 13 agosto 2016

zikaLo studio sulla persistenza del virus Zika nei fluidi corporei ha mostrato per la prima volta che un uomo continua ad essere positivo allo sperma test per Zika virus anche sei mesi dopo l’insorgenza dei sintomi. I campioni di siero, urine, saliva e sperma sono stati raccolti in modo prospettico al fine di rilevare la presenza del Zika un virus in tali liquidi: il test a 91 giorni è stato positivo per l’urina, saliva e campioni di sperma. A 134 giorni risultava positivo solo un campione di sperma e lo stesso a 188 giorni. Studi precedenti avevano dimostrato che il virus Zika era stato rilevato nello sperma fino 62 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi.
I risultati di questo studio confermano che il virus può persistere nel liquido seminale con implicazioni per la potenziale trasmissione sessuale. Sottolinea inoltre la necessità di raccomandare ai pazienti affetti di astenersi da attività sessuali o di usare il preservativo per almeno sei mesi. Considerando poi che l’80% dei casi da virus Zika sono asintomatici, saranno necessari altri studi per approfondire la persistenza in uomini asintomatici e i rischi potenziali per la trasmissione sessuale, oltre alla definizione di misure di screening accurati per l’analisi dello sperma crioconservato nelle banche biologiche.
In Italia sono state ad oggi 61 le diagnosi di infezione da Zika contro i 1111 in Europa (dati ECDC) e in tutti casi si tratta di viaggiatori tornati da paesi ad alto tasso di trasmissione del virus attraverso la zanzara Aedes.”L’INMI Spallanzani è impegnato a studiare patogenesi, virologia ed epidemiologia del virus Zika, oltre che alla cura delle persone colpite. Ci sforziamo di comprendere per quanto tempo i pazienti rimangono positivi al virus dopo il loro recupero e quali potrebbero essere le conseguenti implicazioni sulla salute pubblica”, evidenzia Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto. “E’ molto lodevole il contributo che i pazienti garantiscono ai nostri studi aiutandoci ad approfondire per quanto tempo il virus può persistere nel liquido seminale.””Sono molto soddisfatta di tali risultati positivi ottenuti dall’Istituto e dal contributo che costantemente offriamo alla comunità scientifica”, ha commentato Marta Branca Commissario straordinario dell’Istituto.
Ricordiamo infine che l’Istituto Spallanzani grazie al protocollo firmato nel maggio scorso con il CONI, si occupa anche della prevenzione e del controllo di eventuali patologie infettive e tropicali che potrebbero riguardare la delegazione italiana impegnata nei giochi olimpici di Rio2016, città brasiliana tra le più colpite dal virus. E’ stato infatti fornito un vademecum agli atleti, è attivo un servizio di teleconsulto h24, e infine si potranno richiedere al rientro controlli ambulatoriali di approfondimento.

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“La gestione condivisa dei sintomi da reflusso gastroesofageo in 10 assiomi”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 giugno 2016

reflusso-gastroesofageoRoma 22 giugno 2016 alle ore 12.00 Presso il Senato della Repubblica – Sala “Caduti di Nassirya” – Piazza Madama, 11 Conferenza Stampa del Senatore Andrea Mandelli “La gestione condivisa dei sintomi da reflusso gastroesofageo in 10 assiomi”. Durante la Conferenza Stampa verrà presentato il primo documento di consenso sulla gestione del bruciore di stomaco in un setting allargato anche alla farmacia di comunità. Parteciperanno all’evento:
Sen. Andrea Mandelli, Presidente Fofi
Sen. Emilia Grazia De Biasi, Presidente XII Commissione Sanità Senato
Dott. Eugenio Leopardi, Presidente Unione Tecnica Italiana Farmacisti
Prof. Vincenzo Savarino, Past-Presidente Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva SIGE
Dott. Rudi De Bastiani, Responsabile Nazionale Area Gastroenterologica SNAMID; Presidente Nazionale GIGA-CP, SIGE
Dott. Guido Sanna, Membro Comitato Scientifico METIS FIMMG
Dott. Enzo Ubaldi, Responsabile Area Gastroenterologica Società Italiana Medicina Generale e delle Cure Primarie SIMG

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Infezioni urinarie: nuove prove di efficacia

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2016

Pharmacist giving pill bottle to customer

Pharmacist giving pill bottle to customer

In alcuni è casi è possibile trattare i sintomi, le ricadute e le complicanze delle infezioni urinarie non complicate senza ricorrere alla terapia antibiotica. Soprattutto nell’ambito della medicina generale, ma anche in altre condizioni cliniche, questo tipo di disturbi è di riscontro comune e rappresenta il 25% circa di tutte le prescrizioni di antibiotici. Costi e oneri della cura devono quindi essere ben valutati perché spesso si tratta di forme di infezioni auto-limitanti e l’Escherichia Coli, il batterio più frequentemente isolato come agente responsabile, mostra tassi di resistenza significativi alla maggior parte degli antimicrobici. Nonostante in molte linee guida si suggerisca come primo intervento l’assunzione di un antibiotico, è diventato doveroso affiancare una strategia alternativa. Diversi studi qualitativi hanno stabilito che le donne, la categoria più colpita, sarebbero favorevoli a un ripensamento lamentando per prime gli eventi avversi dell’assunzione di antibiotici. Per verificare la fattibilità di un’alternativa un gruppo di ricercatori ha organizzato uno studio randomizzato in doppio cieco, pubblicato sul British Medical Journal, arruolando tra febbraio 2012 e febbraio 2014 un totale di 494 donne di età compresa tra i 18 e i 65 anni, con sospetta infezione urinaria, reclutandole in 42 centri di cure primarie della Germania settentrionale. Criteri di inclusione erano disuria e urgenza/frequenza minzionale, con o senza dolore addominale, ma in assenza di segni patologici a carico del tratto urinario superiore, cateterizzazione e altre potenziali complicanze. (foto: Farmacista consegna pillole bianche)

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Giornata della malattia di Parkinson

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 novembre 2014

Parkinson04Si celebra il 29 novembre prossimo, la Società Italiana di Neurologia (SIN) ribadisce il ruolo fondamentale della diagnosi precoce per un intervento terapeutico tempestivo e mirato finalizzato a rallentare il decorso della malattia.La questione tempo infatti è fondamentale; basti pensare che, al momento dell’esordio dei primi disturbi motori tipici della malattia, come la lentezza dei movimenti e il tremore di riposo, la malattia di Parkinson è già in una fase troppo avanzata per poter essere bloccata, poiché, in questo stadio, almeno il 60% delle cellule dopaminergiche della sostanza nera sono già morte.“Nella malattia di Parkinson la diagnosi precoce è di fondamentale importanza per poter attuare una strategia terapeutica capace di modificare la storia naturale della malattia – dichiara il Prof. Aldo Quattrone, Presidente della SIN e Rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro – Iniziare il trattamento sintomatico o neuro-protettivo in una fase precoce di malattia o meglio ancora nella fase pre-motoria potrebbe rappresentare la strategia terapeutica del futuro mirata a controllare bene i sintomi e evitare gli effetti indesiderati a lungo termine della terapia farmacologica. In queste fasi, infatti, i farmaci dopaminergici o i farmaci neuroprotettivi potrebbero davvero modificare o perfino arrestare il decorso della malattia.”Per diagnosticare la malattia di Parkinson nella fase pre-motoria bisogna prestare attenzione a sintomi non specifici, la cui presenza aiuta ad identificare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia.I sintomi pre-motori più importanti sono il deficit olfattivo (ipo o anosmia), la depressione, dolori nelle grandi articolazioni, l’ipotensione ortostatica e, soprattutto, il disturbo comportamentale in sonno REM (Rapid eye movement Behavioural Disorder, RBD), caratterizzato da comportamenti anche violenti durante il sonno, quali urlare, scalciare, tirare pugni. RBD al momento rappresenta il marcatore predittivo più importante della malattia di Parkinson: circa il 60% dei pazienti con disturbo comportamentale in sonno REM, infatti, sviluppa la malattia di Parkinson entro 10-12 anni.
La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo che colpisce oggi 5 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 220.000 solo in Italia, e che si manifesta in media intorno ai 60 anni di età. La ricerca nel nostro Paese, già molto attiva su questo fronte, si sta concentrando sempre di più sulla fase pre-motoria della malattia, i cui sintomi caratteristici possono manifestarsi anche molti anni prima della comparsa dei sintomi motori.La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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Prevenire l’autismo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 novembre 2014

autismoDa uno studio sperimentale la proposta di un modello a tre fattori, genetici, ormonali e ambientali, per comprendere il rischio autismo.L’Autismo esordisce in età infantile ed è rilevabile già prima dei tre anni di vita. Associato o non a delle cause organiche, l’autismo è riconoscibile dai sintomi che impediscono o pongono delle serie difficoltà al bambino nel suo processo di entrata nel linguaggio, nella comunicazione e nel vincolo sociale. Le stereotipie, le ecolalie, l’assenza di linguaggio, l’aggressività rivolta su di sé sono alcuni dei sintomi che mostrano l’isolamento del bambino o dell’adulto dal mondo che lo circonda e la sua tendenza a bastare a sé stesso.
Recentemente si è molto parlato di un possibile incremento dei casi di autismo chiamando in causa di volta in volta fattori ambientali o tossici diversi. Ultima in linea temporale è la polemica sulla relazione fra vaccinazione anti-morbillo-parotite-rosolia (Mpr) e autismo che ha avuto ampia eco sui media e che è stata definitamente smentita da più sedi di grande autorevolezza. Indipendentemente dalle diverse polemiche e dalle loro strumentalizzazione pare evidente l’interesse generale sui meccanismi patogenetici dell’autismo. Attualmente, le cause dell’autismo sono ancora sconosciute, ma esiste un consenso nel sostenere che alla base dell’autismo non vi sia un unico fattore, ma che esso sia il risultato della interazione fra fattori diversi. Sicuramente il fattore genetico riveste una notevole importanza ma studi statistici ed evidenze clinico/sperimentali indicano come un grosso perso rivestano anche variazioni ormonali durante lo sviluppo e possibili tossici ambientali.
E’ a partire da questi elementi che tre anni fa, grazie ad un finanziamento della fondazione USA Autism Speaks, è stata avviata una ricerca dell’IRCCS Fondazione Santa Lucia e del Campus Bio-Medico, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’Università di Pisa. I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati on line sulla rivista Neurotoxicology.
In questo studio, condotto dalla Dr.ssa Laura Latini del Laboratorio di Neuroriabilitazione Sperimentale diretto dal Dr. Marco Molinari (IRCCS FSL), insieme al Dr. Filippo Biamonte del Laboratorio delle Neuroscienze dello Sviluppo e della Plasticità Neurale diretto dal Prof. Flavio Keller (Campus Bio-Medico), sono state dimostrate le interazioni a livello cellulare e comportamentale dei tre principali fattori imputati nella genesi del disturbo autistico: il fattore genetico, il fattore sessuale ed il fattore ambientale. Gli esperimenti sono stati eseguiti analizzando gli effetti degli ormoni sessuali, della alterazione genetica della sintesi di Relina, (proteina fondamentale nell’embriogenesi), e della esposizione a mercurio nel periodo prenatale e perinatale sullo sviluppo di comportamenti autistici. Ognuno dei fattori preso isolatamente non era in grado di sviluppare comportamenti autistici, mentre l’interazione fra loro induceva la comparsa di diversi indicatori del disordine autistico sia a livello cellulare che comportamentale. In sintesi, lo studio dimostra che comportamenti autistici possono derivare dalla coesistenza di condizioni ormonali, genetiche e ambientali che prese singolarmente non hanno rilevanza patologica. Lo studio fornisce una importante prova sperimentale alla validità della ipotesi patogenetica multifattoriale e pone le basi sperimentali per studiare a livello cellulare e comportamentale la complessa triade ambiente/genetica/ormoni considerata l’ipotesi più accreditata sulla patogenesi dell’autismo.

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