Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Posts Tagged ‘siria’

Un Natale di speranza ai cristiani di Siria e Venezuela

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

La Siria come il Venezuela. Cambiano i volti, la lingua, il continente ma la sofferenza della popolazione è la medesima. Ecco perché questo Natale Aiuto alla Chiesa che Soffre ha voluto pensare sia al popolo venezuelano che ai Cristiani siriani lanciando una campagna di raccolta fondi a sostegno di entrambe le comunità.In Siria la Fondazione assicurerà aiuti alimentari e gasolio per il riscaldamento a 5.500 famiglie che vivono a Damasco, Aleppo, Homs e Hassaké. In Venezuela, invece, ACS darà da mangiare a circa 10.000 persone che vivono a Caracas, La Guaira, San Carlos, Merida e Ciudad Bolivar sostenendo le “pentole solidali”, ovvero le mense organizzate da pressoché tutte le parrocchie per offrire ai venezuelani l’unico pasto della giornata.«In Siria, così come in Venezuela è la mano caritatevole della Chiesa a rispondere alle esigenze di un popolo ormai allo stremo – afferma Alessandro Monteduro, direttore di ACS, che nei mesi scorsi ha visitato entrambi i Paesi – Ma le risorse di queste Chiese locali sono limitate e dobbiamo sostenerle!».In Venezuela il regime di Maduro ha ridotto il Paese in ginocchio. Mancano l’acqua, l’energia elettrica, i generi alimentari e la moneta continua a svalutarsi, tanto che con uno stipendio minimo mensile non si riesce neanche ad acquistare un cartone di uova. In Siria, le conseguenze di oltre 8 anni e mezzo di conflitto sono drammatiche e se non riceveranno aiuti tanti altri cristiani lasceranno il Paese.
«Tra le vie di Caracas, così come in quelle di Aleppo, vi sono madri in cerca di aiuto per dar da mangiare ai propri bambini, vi sono malati che non possono permettersi di acquistare medicine, anziani lasciati soli perché i propri figli sono stati costretti ad emigrare per trovare un pur minimo sostentamento per le proprie famiglie», continua Monteduro, invitando i benefattori italiani a sostenere i due progetti.
Sono numerose le iniziative già sostenute quest’anno da ACS in entrambi i Paesi. Da gennaio a settembre 2019, la Fondazione ha infatti finanziato 65 interventi in Venezuela e ben 85 in Siria.«A Natale vogliamo fare ancora di più – aggiunge Monteduro – e siamo certi che i benefattori italiani non faranno mancare il loro sostegno ai nostri fratelli nella fede. Facciamo sì che questo possa essere finalmente un Natale di speranza in Siria e in Venezuela!».

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Dal 2011 ad oggi più della metà dei cristiani ha abbandonato la Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

A partire sono stati soprattutto i giovani che spesse volte si sono visti costretti a lasciare in patria nonni e genitori. E così molti degli anziani cristiani non hanno nessuno che si prenda cura di loro. Sono soli per un gesto d’amore, perché sono stati loro stessi a spingere i propri figli e nipoti a partire per salvarsi e cercare un futuro migliore all’estero. Pensando a loro, Aiuto alla Chiesa che Soffre lancia un nuovo progetto per la ricostruzione della Casa per anziani delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli di Aleppo. «Si tratta di un centro che potrà accogliere circa 80 anziani in 40 stanze – spiega monsignor Denys Antoine Chahda, arcivescovo siro-cattolico di Aleppo – Tutti gli ospiti riceveranno cibo, medicine e assistenza costante. Molti anziani sono gravemente malati».La Casa per anziani è presente ad Aleppo dal 1898 ma l’attuale struttura, inaugurata nel 1983, è stata in gran parte distrutta dalla guerra. Sono dunque necessari lavori di ristrutturazione sia della facciata che degli ambienti interni oltre al ripristino delle reti elettrica, idrica e fognaria. Deve essere riparata, anche la cappella interna dove, come in passato, sarà celebrata la Santa Messa quotidiana. I lavori sono già iniziati, ma per il completamento occorrono 100mila euro. Nelle scorse settimane il direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, ha verificato lo stato di avanzamento dei lavori. La speranza degli anziani cristiani è riposta come sempre soltanto nella Chiesa e nella generosità dei loro fratelli nella fede italiani, ai quali monsignor Chahda lancia un appello tramite ACS: «Ad Aleppo la guerra ha distrutto migliaia di famiglie cristiane, lasciando molti anziani abbandonati a loro stessi. Chiedo dunque a voi benefattori italiani di aiutarci, di ricordarci nelle vostre preghiere e di sostenere concretamente questa Casa di riposo che è assolutamente necessaria! Grazie per il vostro aiuto, che Dio vi benedica!».

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Turchia/Siria: Abu-Bakr Al-Baghdadi morto ad Idlib

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 ottobre 2019

Il leader dell’IS viveva al confine con la Turchia. Dopo la morte del leader del cosiddetto Stato Islamico (IS) Abu-Bakr al-Baghdadi, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) non può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile che il terrorista più cercato al mondo abbia vissuto per mesi indisturbato nella regione siriana di Idlib, in una zona controllata da anni dall’esercito turco e dalle milizie islamiche sue alleate, nonché nelle dirette vicinanze della frontiera con la Turchia. Già lo scorso 25 marzo 2019 un portavoce delle Unità di Autodifesa YPG aveva dichiarato che Al-Baghdadi si trovava con molta probabilità ad Idlib.
L’esercito di Erdogan mantiene almeno dodici postazioni militari nella regione, i servizi di telefonia mobile e di internet vengono forniti perlopiù da fornitori turchi e ciò nonostante Ankara non sembra essere a conoscenza del fatto che le regioni siriane occupate e controllate dall’esercito turco si siano trasformate in luoghi sicuri per gli adepti dei formazioni estremiste di stampo islamico. Per molti siriani, in particolare per le persone appartenenti alle minoranze di Kurdi, Yezidi, Cristiani, Aleviti e Armeni, principali vittime della barbarie dell’IS nella regione, resta un mistero come un paese appartenente alla NATO possa sostenere o anche solo tollerare indisturbatamente i peggiori criminali.
Durante l’annuncio della morte di Al-Baghdadi, il presidente statunitense Donald Trump ha ringraziato le Forze democratiche siriane (SDF) a conduzione kurda per il sostegno fornito durante l’operazione. Dall’inizio dell’anno le YAT (forze speciali delle SDF) e le HAT (Forze speciali della polizia delle regioni auto-amministrate) hanno condotto 347 operazioni contro cellule dell’IS nella Siria del Nord. Durante queste operazioni sono stati arrestati 476 sospettati di appartenere all’IS, tra cui alcuni membri di alto livello dell’IS come Anwar Mohammed Hadoushi, sospettato di aver co-organizzato gli attentati a Parigi e Bruxelles. In seguito all’aggressione militare turca in Siria del Nord i combattenti kurdi e i loro alleati sono però concentrati sulla difesa del proprio territorio e hanno abbandonato la ricerca dei terroristi dell’IS. Gli attacchi mirati dell’esercito turco a prigioni e campi in cui si trovavano seguaci dell’IS ha fatto sì che centinaia di prigionieri potessero fuggire. Per le vittime dell’IS, è morto un terrorista ma centinaia di altri sono tornati liberi, come diretta conseguenza del tradimento di Trump nei confronti dei Kurdi.

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Violenze nel nord-est della Siria: bambini le prime vittime

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 ottobre 2019

Più di 74.000 bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro abitazioni e ora si ritrovano a vivere dentro le scuole, in edifici abbandonati o in tende provvisorie allestite nei campi aperti. Migliaia di sfollati, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – in questo momento hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, come cibo, acqua pulita e rifugi. “Nei cinque principali campi per sfollati, persone di decine di nazionalità diversa, tra cui siriani, iracheni e altri, dipendono già quasi interamente dagli aiuti umanitari – spiega Sonia Khush, Direttrice degli interventi di Save the Children in Siria – Nelle ultime due settimane, in alcuni di questi campi stanno confluendo ulteriori sfollati, il che mette ancor più a dura prova le popolazioni che vivono già in condizioni precarie, con pochissime risorse. Per evitare una crisi umanitaria su vasta scala, oltre a una cessazione duratura delle ostilità è quindi fondamentale che i civili e gli operatori umanitari possano spostarsi senza alcun ostacolo”. “Siamo fuggiti per scampare agli attacchi aerei e ai bombardamenti. Gli aeroplani volavano in cerchio, e non potevamo fare altro che scappare per salvare le nostre vite. Mia suocera è stata ferita, mentre mio cognato, mio nipote e mio cugino risultano dispersi. Abbiamo dei bambini piccoli con noi e abbiamo dovuto lasciarci tutto alle spalle pur di mettere in salvo la nostra vita e quella dei nostri figli. Siamo fuggiti a piedi nudi con solo i nostri vestiti addosso e ora siamo qui senza niente: non abbiamo né cibo né niente e non sappiamo cosa fare”, è la testimonianza di Shahad*, 30 anni, che ora vive in una scuola ad Al Hassakeh. Nell’ambito dei suoi interventi per rispondere all’emergenza in Siria, Save the Children ha finora distribuito oltre 200 kit di prima necessità, con vestiario, materassi e coperte, circa 440 razioni alimentari e più di 2.000 confezioni di cibo già pronto per esser consumato.

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Siria. Rauti (FdI): governo valuti sicurezza e opportunità missione italiana in Turchia

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 ottobre 2019

“Fratelli d’Italia chiede al governo Conte di valutare l’opportunità e lo stato di sicurezza della nostra missione militare in Turchia, non lontano dal confine siriano. Dal 2013, per l’acuirsi del conflitto siriano, la Nato ha disposto assetti di difesa aerea con la Missione ‘Support To Turkey’, cui contribuiscono cinque Paesi membri: la Germania, l’Italia, la Spagna, l’Olanda e gli Stati Uniti. Il nostro Paese, attualmente – con la missione ‘NATO ACTIVE FENCE’ – provvede alla difesa dello spazio aereo turco con una batteria di missili Samp/T (sistema missilistico terra – aria di ultima generazione) e 24 veicoli terrestri. L’operazione, che vede impegnati i nostri militari al confine meridionale della Turchia nella difesa del Paese, non ha un termine di scadenza e la missione è stata prorogata fino al 31 dicembre 2019. Come alla Camera anche al Senato FdI presenterà un’interrogazione al ministro della Difesa, e auspichiamo che il governo si impegni concretamente per la tutela dei militari impiegati e per valutare l’opportunità di tale impegno, alla luce delle ostilità poste in essere dalla Turchia nei confronti della Siria”. Lo dichiara la senatrice di Fratelli d’Italia, Isabella Rauti, capogruppo in Commissione Difesa.

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L’attacco militare della Turchia con l’obiettivo di sterminare i curdi è qualcosa di più di una sporca guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 20 ottobre 2019

Di Enrico Cisnetto. La scelta di Erdogan di aprire la sua bottega degli orrori, l’imbarazzante e imbarazzato agnosticismo di Trump e l’assordante silenzio dell’Europa verso un paese della Nato che se ne frega degli alleati, rappresentano una miscela esplosiva capace di far saltare in aria definitivamente quel (poco) che resta della solidarietà atlantica e del sistema occidentale così come si è configurato da dopo la seconda guerra mondiale in avanti. La mancanza degli Stati Uniti d’Europa è ogni giorno che passa sempre più drammaticamente evidente – e della dottrina Trump che fatto diventare “sovranista” il paese un tempo perno degli equilibri mondiali fino al punto da essere accusato di imperialismo, rischia di sbriciolare irrimediabilmente quanto era stato costruito con fatica politica e pazienza diplomatica.
D’altra parte “yankee go home” non è più lo slogan degli anti-imperialisti, ma la parola d’ordine di Trump, traducibile in “gli americani se ne stanno a casa loro” e, nello specifico, se ne impipano se i curdi siriani erano leali alleati nella lotta contro lo stato islamico e sterminarli significa rimettere in circolazione migliaia di tagliagole dell’Isis. Ma non c’è da meravigliarsi: quella nella vicenda turco-siriana è solo l’ultima delle posizioni assunte da Washington che rischiano di compromettere l’alleanza atlantica. Non meno grave, per esempio, è la decisione di trattare con i talebani afgani o la guerra doganale sui dazi che punisce più gli amici che i nemici. È il frutto velenoso di quella micragnosa idea denominata “America first”, che se non è all’origine certo ha contribuito in maniera decisiva al declino dell’egemonia Usa nel mondo, un fatto di cui soltanto gli stolti possono compiacersi. Come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, tutto questo comporta gravi conseguenze. Nell’ordine: mina la Nato, che non può tollerare oltre la presenza della Turchia senza metterne in discussione il comportamento – basti pensare che quella di Ankara è la quarta forza militare dell’alleanza – o in alternativa chiedendone l’espulsione; fa esplodere le contraddizioni europee più di quanto già non fossero evidenti; disarticola i già più che precari equilibri mondiali – a tutto favore della Russia e della Cina – dando un colpo mortale alle (finora sacrosante) ragioni dell’atlantismo. E, sia chiaro, in ballo non c’è il pacifismo, magari nella solita versione politicamente corretta, ma la nostra sicurezza, messa in pericolo dai foreign fighters che possono tornare a organizzare attentati, e i nostri equilibri sociali, che non reggerebbero ad un supplemento di pressione migratoria (vedi la minaccia di Erdogan di riversare in Europa milioni di profughi). Pericoli di fronte ai quali tanto Bruxelles quanto le singole cancellerie continentali non possono pensare di cavarsela con le condanne formali e le minacce (spuntate) degli embarghi delle forniture militari. Come si vede, si tratta di questioni politiche, non (solo) morali. E come tali richiedono risposte politiche, non mozioni degli affetti. E qui casca l’asino italiano. Perché se l’Europa è afona, l’Italia è muta. A parte le solite espressioni di biasimo accompagnate dai soliti auspici buonisti, comunque circoscritti alla situazione del Kurdistan, Roma non si è neppure posta il problema dei temi che solleva e delle conseguenze che comporta questa situazione. La verità è che manca la politica, e in questo vuoto la politica estera è un vero e proprio buco nero. I governanti che si susseguono rincorrono pateticamente una photo opportunity con questo o quel potente, senza neanche guardare troppo per il sottile, si compiacciono se vengono chiamati per nome (storpiato va bene lo stesso, anzi è un Gronchi rosa di maggior valore) e non fanno caso a quali politiche vengono accostati. Viceversa, questo o quel potente – Merkel e Macron in particolare – diventano bersagli della polemica politica interna, con una leggerezza altrettanto sconcertante dell’approccio ruffiano. Figuriamoci se c’è qualcuno che si pone il problema del ruolo della Nato, della tenuta dell’alleanza atlantica, della reinterpretazione della fedeltà agli amici americani in una chiave di dignità che consenta di tenere la schiena dritta (do you remember Sigonella?), dell’esercito europeo da costruire. Avete forse sentito far cenno a queste cose nello stucchevole faccia a faccia televisivo tra i due Matteo, ammesso che abbiate avuto la forza di arrivare in fondo? Noi che lo abbiamo fatto per dovere professionale, vi possiamo assicurare di no, si è parlato di tutt’altro. A proposito, giusto per soddisfare le numerose richieste di giudizio sull’esito del duello da Vespa, ci pare di poter dire che tecnicamente (cioè sul piano della pura abilità dialettica) abbia vinto Renzi, che poi ha però ceduto tutti i punti di vantaggio che aveva a Salvini sul piano della simpatia (nel senso che il leghista è risultato il meno antipatico dei due), e che sia stato un pareggio in quanto a povertà di argomenti (assoluta) e in quanto a visone politica (zero). Figuriamoci se tra una battuta sul Papete e l’altra ci poteva stare anche solo un riferimento alla politica estera, a meno che per tale non s’intendano le frecciate sul Russiagate o quelle sui rapporti con Obama. Mentre, al contrario, è ben visibile in controluce la possibilità e in qualche modo la voglia dei due di incontrarsi in un futuro neanche troppo lontano, consci che la loro predisposizione al populismo – seppur uno di grana grossa e l’altro un po’ più fine – li unisce e che l’uno può servire all’altro, specie nell’ottica della definitiva fine politica di Berlusconi. Tuttavia, la politica senza un’idea che una di come l’Italia si possa e si debba collocare nel contesto europeo e internazionale, è fatalmente destinata a non avere sbocco. Per fortuna un’azione di supplenza la svolge il presidente della Repubblica. Lo si è visto in questo suo viaggio a Washington, quando anche solo con la postura e un minimo di mimica – compostezza, distacco, rappresentazione di sé – Mattarella ha reso a Trump la pariglia in termini di dignità e autonomia senza minimamente venir meno alle ragioni del protocollo (che il pirotecnico Donald non sa neanche dove stia di casa). Non è la prima volta che il capo dello Stato ci mette una pezza. Per esempio, l’aveva fatto con Macron durante il Conte1, rimediando a strappi di Salvini ma anche di chi oggi è (sic!) ministro degli Esteri. Ma la sua supplenza ha un limite costituzionale e di opportunità, oltre il quale non si può spingere, ed è bene che sia così. Per questo, tra un eccesso di confidenza con Putin, un azzardo mal calibrato con i cinesi sulla Via della Seta e un “Giuseppi” di troppo, la voragine procurata dalla totale mancanza di una qualsiasi visione geopolitica da parte della nostra classe dirigente, ci deve preoccupare. Tanto più quando, come adesso, il mondo delle nostre antiche certezze va a farsi benedire. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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La Turchia e la zona curda della Siria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 ottobre 2019

«Come sempre ognuno ha i propri interessi, ma saremo noi cristiani a pagarne le conseguenze». Con profonda amarezza monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico emerito di Hassaké-Nisibi nella zona curda di Siria, commenta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre le notizie che giungono dal confine tra Siria e Turchia. Due cristiani sarebbero stati uccisi ed altri feriti nell’ambito di un attacco avvenuto nelle scorse ore alla Chiesa di San Giorgio a Qamishli.
Monsignor Hindo si era incontrato lo scorso marzo con i leader del Partito Democratico Curdo (PYD). «Li ho invitati a desistere dai loro piani – afferma – loro credono di aver diritto ad una regione autonoma così come vi è un Kurdistan iracheno ed uno turco. Ma La popolazione curda in quelle aree della Siria è appena del 10%. Inoltre si tratta di persone giunte come richiedenti asilo dopo il 1925, che hanno nazionalità turca o irachena. Non hanno alcun diritto». Il presule è convinto che i curdi perderanno lo scontro con la Turchia, soprattutto per il mancato supporto da parte degli Stati Uniti e delle altre forze occidentali. «È stata una mossa stupida quella curda, era chiaro che nessuno li avrebbe aiutati. Ora perderanno tutto, come è accaduto ad Afrin».In queste ore il pensiero di monsignor Hindo va alle 5000 famiglie della diocesi di Hassaké-Nisibi. «Nei giorni scorsi in molti si erano già spostati dalle città di frontiera ad Hassaké. Ora il conflitto è divenuto ancor più grave e temo che saranno in tanti ad emigrare. Dall’inizio della guerra in Siria il 25% dei cattolici di Qamishli ed il 50% dei fedeli di Hassaké hanno lasciato il Paese assieme al 50% degli ortodossi. Temo un simile esodo se non maggiore».Vi è forte preoccupazione anche per l’alta presenza nell’area di affiliati all’Isis. «Questa mattina ho appreso che sarebbe stata colpita la prigione di Chirkin, dove sono detenuti jihadisti dello Stato Islamico. A che pro? In questo modo la gran parte di loro sarà libera. Questo è un piano per distruggere la Siria e non solo. Ora i terroristi arriveranno anche in Europa, attraverso la Turchia e con il sostegno dell’Arabia Saudita».Monsignor Hindo richiama altresì la comunità internazionale alle proprie responsabilità. «Stati Uniti, Italia, Francia, regno Unito, Germania, dovrebbero tutti fare mea culpa. Hanno agito in Siria per i loro interessi, nascondendosi dietro gli ideali della libertà e della democrazia. E invece non hanno fatto che indebolire il nostro Paese a spese della popolazione. Per quale motivo non combattono per la libertà e la democrazia in Arabia Saudita?».

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Siria: Serracchiani, Europa è “grande malato”

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

“Bisogna dire che Trump ha fatto un capolavoro di autolesionismo geopolitico e di instabilità: ha dato mano libera alla Turchia abbandonando i curdi, e questi hanno fatto un’alleanza con Assad, a sua volta alleato di Putin”. È la reazione della deputata del Pd Debora Serracchiani alla notizia di un accordo tra le milizie siriane Ypg e il regime di Damasco, sostenuto dalla Russia. Per la parlamentare “la Russia allargherà la sua sfera d’influenza e stavolta è l’Europa il ‘grande malato’ assente”.

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La Turchia è ancora nella Nato? Se si significa che la Nato aggredisce la Siria per sterminare i curdi?

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

by Manlio Dinucci. Germania, Francia, Italia e altri paesi, che in veste di membri della Ue condannano la Turchia per l’attacco in Siria, sono insieme alla Turchia membri della Nato, la quale, mentre era già in corso l’attacco, ha ribadito il suo sostegno ad Ankara. Lo ha fatto ufficialmente il segretario generale della Nato Jean Stoltenberg, incontrando l’11 ottobre in Turchia il presidente Erdoğan e il ministro degli esteri Çavuşoğlu. «La Turchia è in prima linea in questa regione molto volatile, nessun altro Alleato ha subito più attacchi terroristici della Turchia, nessun altro è più esposto alla violenza e alla turbolenza proveniente dal Medioriente», ha esordito Stoltenberg, riconoscendo che la Turchia ha «legittime preoccupazioni per la propria sicurezza». Dopo averle diplomaticamente consigliato di «agire con moderazione», Stoltenberg ha sottolineato che la Turchia è «un forte Alleato Nato, importante per la nostra difesa collettiva», e che la Nato è «fortemente impegnata a difendere la sua sicurezza». A tal fine – ha specificato – la Nato ha accresciuto la sua presenza aerea e navale in Turchia e vi ha investito oltre 5 miliardi di dollari in basi e infrastrutture militari. Oltre a queste, vi ha dislocato un importante comando (non ricordato da Stoltenberg): il LandCom, responsabile del coordinamento di tutte le forze terrestri dell’Alleanza. Stoltenberg ha evidenziato l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia», forniti a rotazione dagli Alleati. A tale proposito il ministro degli esteri Çavuşoğlu ha ringraziato in particolare l’Italia. E’ dal giugno 2016 che l’Italia ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia. Una unità Samp-T comprende un veicolo di comando e controllo e sei veicoli lanciatori armati ciascuno di otto missili. Situati a ridosso della Siria, essi possono abbattere qualsiasi velivolo all’interno dello spazio aereo siriano. La loro funzione, quindi, è tutt’altro che difensiva. Lo scorso luglio la Camera e il Senato, in base a quanto deciso dalle commissioni estere congiunte, hanno deliberato di estendere fino al 31 dicembre la presenza dell’unità missilistica italiana in Turchia. Stoltenberg ha inoltre informato che sono in corso colloqui tra Italia e Francia, coproduttrici del sistema missilistico Samp-T, e la Turchia che lo vuole acquistare. nA questo punto, in base al decreto annunciato dal ministro degli Esteri Di Maio di bloccare l’export di armamenti verso la Turchia, l’Italia dovrebbe ritirare immediatamente il sistema missilistico Samp-T dal territorio turco e impegnarsi a non venderlo alla Turchia. Continua così il tragico teatrino della politica, mentre in Siria continua a scorrere sangue. Coloro che oggi inorridiscono di fronte alle nuove stragi e chiedono di bloccare l’export di armi alla Turchia, sono gli stessi che voltavano la testa dall’altra parte quando lo stesso New York Times pubblicava una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivavano in Turchia, anche dalla Croazia, fiumi di armi per la guerra coperta in Siria (il manifesto, 27 marzo 2013). Dopo aver demolito la Federazione Jugoslava e la Libia, la Nato tentava la stessa operazione in Siria. La forza d’urto era costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Essi affluivano nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia aveva aperto centri di formazione militare. Il comando delle operazioni era a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Tutto questo viene cancellato e la Turchia viene presentata dal segretario generale della Nato come l’Alleato «più esposto alla violenza e alla turbolenza proveniente dal Medioriente». (il manifesto, 15 ottobre 2019)

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Siria: L’attacco annunciato da mesi è avvenuto

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 ottobre 2019

Con il beneplacito di alcuni Stati si è consumata l’ennesima violazione del diritto internazionale, ormai calpestato sistematicamente in una guerra che dura da oltre 8 anni e che ha trasformato il suolo siriano nel campo di battaglia di una guerra infinita tra potenze regionali. Sotto attacco da parte della Turchia questa volta le zone nel nord-est della Siria, abitate prevalentemente dai Curdi, con ancora morti e feriti anche tra i civili. La popolazione nella fascia tra Turchia e Siria, dopo aver combattuto l’Isis e altre formazioni terroristiche, è di nuovo messa a dura prova. L’intervento sta scatenando anche la partenza forzata di decine di migliaia di civili, intrappolati in quest’area di confine. Il numero di sfollati è destinato a salire rapidamente se le operazioni di guerra proseguiranno, sommandosi agli oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati in altri paesi. Questa nuova iniziativa bellica si aggiunge a quella del governo siriano appoggiato dalla Russia a nord-ovest, nell’area di Idlib, sotto attacco da aprile 2019, e ende tutto il confine nord del paese di nuovo incandescente con milioni di persone vittime di violenze. Una tragedia che si somma alla grave situazione umanitaria che in Siria si protrae da quasi nove anni con l’80% della popolazione in stato di povertà e oltre 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria e come sempre a farne maggiormente le spese sono i più vulnerabili: anziani, minori, donne, disabili.
Tutta la rete Caritas, già operante da anni nel paese, si sta mobilitando per essere pronta a rispondere a questa nuova emergenza umanitaria. In particolare le Caritas di Aleppo e Hassake, con il sostegno di Caritas Italiana e di altre Caritas estere, si stanno organizzando per riuscire a rispondere alle molteplici necessità in un contesto sempre più difficile e pericoloso. Caritas Italiana fa appello al Governo Italiano, all’Unione Europea e a tutta la Comunità internazionale affinché si faccia tutto il necessario per interrompere, senza condizioni, l’ennesimo eccidio e ristabilire il rispetto del diritto internazionale. Ora più che mai c’è bisogno dell’impegno e della solidarietà di tutti, perché si possa trovare una soluzione
pacifica a questo ennesimo fronte di guerra e si possa rispondere velocemente ai bisogni umanitari più immediati. Il popolo siriano, piagato da quasi nove anni di guerra che hanno causato morte, distruzione e povertà, ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita con dignità. Caritas Italiana sostiene gli interventi delle Caritas dei Paesi coinvolti nella crisi siriana – Siria, Libano, Giordania, Turchia, Cipro, Grecia, Macedonia, Serbia e Bosnia – sin dallo scoppio della guerra a marzo 2011. Ad oggi Caritas Italiana, grazie alle offerte ricevute e a contributi dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, ha realizzato decine di progetti con un intervento complessivo di oltre 7.200.000 euro in vari ambiti: assistenza umanitaria, supporto psicosociale, sanità, promozione del lavoro e convivenza pacifica tra i giovani.

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Intervento militare turco pianificato in Siria: possibile ricaduta del terrorismo in Europa

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 ottobre 2019

L’Associazione per i popoli minacciati (APM) chiede la convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per mettere in guardia la Turchia dalle conseguenze del suo intervento militare in Siria. L’intervento militare non solo allontanerebbe a tempi indeterminati la possibilità di pace e stabilità in Siria ma rischia di comportare seri pericoli anche per l’Europa. Se il cosiddetto Stato Islamico (IS) riprendesse forza, migliaia di miliziani dell’IS potrebbero tornare liberi e costituire un serio pericolo in Europa. Dopo che la Turchia ha per anni sostenuto i movimenti islamici nella vicina Siria, nessuno pensa veramente che possa ora mandare a processo i miliziani dell’IS. Ciò nonostante il presidente Statunitense Donald Trump ha passato alla Turchia la responsabilità per i prigionieri dell’IS, attualmente sotto custodia delle Forze Democratiche Siriane (Syrian Democratic Forces) a maggioranza kurda. Dopo l’annuncio dell’offensiva turca, le forze kurde hanno dichiarato di non poter più controllare e difendere i campi di prigionia in cui si trovano i miliziani dell’IS poiché hanno ora priorità militari più urgenti. Ma se i prigionieri dell’IS dovessero tornare in libertà potrebbero costituire
un serio pericolo per la sicurezza non solo nella regione ma anche in Europa. L’APM chiede quindi una forte iniziativa dell’Europa che deve farsi finalmente carico dei circa 10.000 miliziani dell’IS provenienti dai paesi europei. Essi devono essere ricondotti nei loro paesi insieme ai loro familiari dove dovranno essere processati per i crimini commessi o, dove possibile, reintegrati in società con specifici programmi di sorveglianza. L’Europa deve finalmente prendere in mano la situazione e assumersi le proprie responsabilità, sia per la popolazione civile della Siria del nord, sia per garantire le condizioni di pace in Medio Oriente così come in Europa.

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Offensiva militare nel nord-est della Siria

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 ottobre 2019

Save the Children chiede a gran voce a tutte le parti coinvolte di fermare l’escalation delle violenze e di assicurare in ogni modo possibile la protezione e la sicurezza delle migliaia di bambini, e delle loro famiglie, già sfiniti da una guerra che dura ormai da più di otto anni e la cui vita da oggi è ulteriormente a rischio”, dichiara Filippo Ungaro, portavoce di Save the Children.Nella zona teatro dell’offensiva, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – 1,65 milioni di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 650.000 sfollati. In grave pericolo, inoltre, gli oltre 9.000 minori, di oltre 40 nazionalità diverse, che attualmente vivono in condizioni già precarie in tre campi sfollati presenti nell’area e che rischiano di perdere la vita se le operazioni belliche dovessero portare a una interruzione degli aiuti umanitari. “Ogni guerra è una guerra sui bambini e le conseguenze di queste operazioni sulla loro vita potrebbero essere devastanti – prosegue Filippo Ungaro – I bambini che vivono nei campi, nella loro vita, non hanno conosciuto altro che violenze e distruzione. Bisogna pertanto agire immediatamente, prima che sia troppo tardi: la protezione dei civili deve essere una priorità per le parti coinvolte e ci appelliamo ai governi stranieri affinché mettano in campo tutti gli sforzi necessari per mettere in salvo i bambini e le donne nei campi, al fine di rimpatriarli prima che l’accesso diventi ancora più complicato”.

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La Siria vanta sei siti culturali del patrimonio mondiale dell’UNESCO

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 settembre 2019

By Marco Palombo. Tutti sono nella lista di quelli in pericolo. Normalmente, fondi dell’UNESCO dovrebbero essere devoluti per proteggere i beni minacciati. Nel caso della Siria, il sostegno delle Nazioni Unite è stato limitato al restauro di una singola statua di Palmira e alla formazione del personale del museo. Un appello di emergenza dell’UNESCO, valutando necessari 150.000 USD ($ 222.000) per salvaguardare il portico del Tempio di Baal di Palmira non è riuscito ad attirare alcun sostegno di potenziali donatori. Al museo nazionale di Damasco, i restauratori vestiti di bianco hanno iniziato l’impegnativo lavoro di riparazione di centinaia di reperti danneggiati di Palmira. È uno sforzo quasi interamente siriano, fatto con un budget limitato. “Speriamo in un maggiore aiuto internazionale perché Palmira appartiene al mondo, non solo alla Siria”, afferma Khalil Hariri, direttore del museo di Palmira. Dice che le pietre cadute dell’arco trionfale, del teatro e del tetrapylon sono per lo più intatte e possono essere rimesse insieme, ma il servizio museale non può permettersi di assumere lavoratori e acquistare macchinari.]…

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La guerra in Siria non è finita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2019

Tra le tante leadership mondiali, come al solito, è Papa Francesco a mostrare maggiore preoccupazione per il dramma del popolo siriano e del Medio Oriente in generale.
Aiuto alla Chiesa che Soffre accoglie con gioia la notizia dell’incontro di questa mattina a Damasco tra il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, accompagnato dal nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, con Bashar Hafez al-Assad. Come informa la Santa Sede, durante l’incontro, il cardinal Turkson ha consegnato al presidente siriano una lettera del Santo Padre, «che esprime la profonda preoccupazione di Sua Santità Papa Francesco per la situazione umanitaria in Siria, con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile ad Idlib».Nella riservatezza che doverosamente le attività diplomatiche impongono, Papa Francesco richiama l’attenzione del Capo di Stato siriano alle estreme sofferenze del suo popolo e al tempo stesso ricorda ai leader mondiali e a noi tutti che il conflitto in Siria è tutt’altro che terminato. Nonostante l’attenzione dedicata dai media internazionali e dell’opinione pubblica in generale vada drasticamente scemando, dopo otto anni di guerra la situazione rimane drammatica. E se in molte zone tacciono le armi, il grido disperato della miseria non si arresta. Se dalle bombe si può cercare riparo, nessuno sfugge alla gravissima povertà che, come notano numerosi esponenti delle Chiese locali, trova una colpevole aggravante nelle sanzioni economiche internazionali imposte alla Siria.
Nel Paese mancano le medicine, mentre nella provincia di Idlib i bambini muoiono. E il nostro pensiero va a quei sacerdoti coraggiosi che non abbandonano le aree in difficoltà. Come padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa, che si trova tuttora nel governatorato di Idlib dove opera a beneficio delle persone di ogni fede.Aiuto alla Chiesa che Soffre non si rassegna all’indifferenza e alla sempre minore attenzione mondiale al contesto siriano. E assicura che continuerà sempre a rispondere alle tante richieste di aiuto provenienti dal martoriato Paese mediorientale con iniziative concrete, quale la campagna di raccolta fondi lanciata pochi giorni orsono per donare pacchi viveri e medicine ad Aleppo e Damasco.

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Libia: “Italia sta sottovalutando situazione. Rischio di una nuova Siria”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

Convegno di Lettera22 oggi in Senato. “L’Italia sta sottovalutando quanto sta accadendo in Libia. La Libia ormai è in balia di sé stessa e rischia di diventare una nuova Siria. È necessaria un’iniziativa strategica che vada oltre l’intervento militare e che coinvolga politicamente l’Italia e l’Unione europea”. Questo il messaggio che giunge dal convegno organizzato da Lettera22 “La guerra civile in Libia, il blocco navale e la difesa dei confini di fronte al pericolo di una ripresa degli sbarchi” che si è tenuto oggi in Senato. Sullo sfondo il libro di Fausto Biloslavo “Libia Kaputt”, che attraverso i fumetti racconta i recenti momenti più drammatici della storia libica, dalla caduta di Gheddafi all’esplosione della bomba migranti.Crisi in Libia, che come ha fatto notare il generale, già comandante del Comando operativo di vertice interforze e della Brigata Folgore, Marco Bertolini “è stata una sveglia per l’Italia, nel senso che si ha fatto capire che la guerra è nel nostro giardino di casa e non possiamo fare finta di nulla”. Da qui però a pensare a un intervento diretto delle forze militari italiane ce ne passa. “Lo strumento militare – continua Bertolini – è importante ma ha un costo finanziario e militare. Ma soprattutto impone uno sforzo corale e una compattezza del cosiddetto fronte interno che al momento non c’è. Basti pensare alle divisioni che nella nostra Nazione esistono su altri temi fondamentali, come ad esempio sulla definizione di famiglia”. Ma dal punto di vista diplomatico l’Italia ha commesso numerosi errori, come sottolinea il corrispondente di guerra de La Stampa, Francesco Semprini: “Il nostro Paese in Libia era in una posizione di privilegio ma l’aver richiamato l’ambasciatore, ha garantito una posizione di vantaggio alle altre Nazioni, tra cui in particolare la Francia, con la conseguenza di penalizzare l’Italia. Oggi la Libia è in balia di sé stessa. Bisogna creare un partenariato, superare l’atteggiamento miope di questi anni e mettere in campo politiche strategiche che vadano oltre l’emergenza, e che fronteggino la questione migratoria del Sud del Paese”. E sul fronte politico sia il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia in Commissione Esteri, Andrea Delmastro, e il senatore di FdI, Adolfo Urso, vicepresidente Copasir, ribadiscono la necessità di un più serio e concreto impegno politico del nostro governo direttamente in Libia, pur non confidando nelle capacità del ‘Governo del Cambiamento’, e nel Parlamento europeo dove “il nostro eccellente gruppo di europarlamentari saprà indicare le scelte migliori” soprattutto nella difesa dei nostri interessi contro Parigi “il cui obiettivo è rimpiazziare Eni con Total e scatenare una tempesta di migranti che si riversi sull’Italia”. È necessario realizzare il blocco navale, sottolineando, che questo “rappresenta un’opzione non più rinviabile anche perché è la stessa Europa ad aver previsto l’ipotesi “blocco navale” al Consiglio Europeo del giugno 2017. L’Italia, allora, non colse questa opportunità e ad oggi il governo Lega-M5S, che si dipinge sovranista, fa molto meno rispetto alla cancelliera Merkel nel contrasto all’immigrazione”. E su un’azione più efficace dell’Italia è convinto anche il giornalista corrispondente di guerra de Il Giornale, Fausto Biloslavo che concludendo i lavori rilancia: “L’Italia dovrebbe intervenire di più e anche da sola se non c’è l’Europa. Abbiamo una presenza militare che potrebbe obbligare i contendenti a sedersi attorno ad un tavolo, e potrebbe anche farlo come forza di intermediazione, che fa da cuscinetto fra il governo e Haftar. La situazione è disastrosa. Rischiamo di avere uno scenario siriano ma alle porte di casa, e con l’ingerenza straniera di tutti gli attori regionali. Per questo non possiamo continuare a voltarci dall’altro lato”.

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8 anni di guerra in Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

“Nel 2018, ogni giorno, almeno tre bambini, tre bambini innocenti sono stati uccisi. E questo è solo il dato verificato dalle Nazioni Unite, ma riteniamo che il numero sia molto più alto. Dal 2011, quando è iniziato il conflitto, sono nati 5 milioni di bambini siriani, 4 milioni all’interno della Siria e 1 milione nei paesi limitrofi. 5 milioni di bambini che non hanno conosciuto niente altro che l’impatto di una guerra brutale sui bambini”, ha ricordato Geert Cappelaere, Direttore regionale UNICEF per Medio Oriente e Nord Africa alla Conferenza dei Donatori a Bruxelles. A 8 anni dall’inizio del conflitto in Siria, l’UNICEF ricorda che sono quasi 8 milioni i bambini la cui vita è stata sconvolta dalla crisi siriana: 5 milioni hanno bisogno di assistenza all’interno della Siria, mentre oltre 2,5 milioni sono i bambini siriani rifugiati registrati nei paesi limitrofi. I bambini rappresentano quasi il 45% del totale della popolazione colpita, su 11,7 milioni di persone coinvolte nel conflitto in Siria e 5,7 milioni di rifugiati. Mentre il conflitto entra nel suo nono anno, la crisi in Siria continua ad avere un impatto fortissimo sui bambini, nel paese, nella regione e oltre, e resta ancora una delle peggiori crisi umanitarie del mondo. Ogni bambino in Siria è stato colpito da violenza, sfollamento, legami familiari recisi e mancanza di accesso a servizi vitali. Oltre l’83% dei siriani vive sotto la soglia di povertà, spingendo i bambini a misure estreme di sopravvivenza, come lavoro minorile, matrimoni precoci e reclutamento nei combattimenti. Tutto ciò ha avuto un fortissimo impatto psicologico sui bambini.La crisi siriana rimane soprattutto una crisi per la protezione: le gravi violazioni dei diritti dei bambini – reclutamento, rapimenti, uccisioni e mutilazioni – continuano senza tregua. Solo nel 2018 sono stati uccisi 1.106 bambini, feriti 748, e 806 sono stati reclutati da gruppi armati; 360.000 bambini vivono in aree difficili da raggiungere e circa 2,6 milioni di bambini rimangono sfollati all’interno del paese. Inoltre, nei paesi limitrofi, circa 10.000 bambini rifugiati sono non accompagnati o sono stati separati dalle loro famiglie, molti di questi bambini sono vulnerabili a situazioni di sfruttamento – come il lavoro minorile – a causa della mancanza di documentazione legale.Quasi 20.000 bambini sotto i 5 anni sono affetti da malnutrizione acuta grave e in pericolo di vita e la malnutrizione acuta fra le donne in stato di gravidanza o allattamento è più che raddoppiata nel 2018. 6,5 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare, fattore che spinge a far lavorare o mendicare bambini anche di 3 anni per sostentare le famiglie.Anni di conflitto hanno drammaticamente ridotto l’accesso ai servizi sociali di base, impedendo a oltre 2 milioni di bambini – più di un terzo di quelli del paese – di frequentare la scuola ed esponendo 1,3 milioni al rischio di abbandonarla; circa il 40% delle strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte durante la guerra, con 120 attacchi verificati l’anno passato.Nel 2018 le Nazioni Unite hanno inoltre verificato 142 attacchi su strutture e personale sanitario, il numero più alto dall’inizio del conflitto. Solo la metà delle strutture sanitarie è funzionante.Almeno il 70% delle acque reflue non è trattato e la metà del sistema fognario non è funzionante, esponendo i bambini a seri pericoli per la loro salute. Le famiglie che vivono in rifugi informali in Siria spendono oltre la metà del loro stipendio per l’acqua.L’UNICEF e i partner stanno lavorando sul campo in Siria e in tutta la regione per proteggere i bambini, per aiutarli ad affrontare l’impatto del conflitto e per recuperare la loro infanzia, migliorando l’accesso a servizi per l’istruzione e di supporto psicosociale per aiutare i bambini e coloro che se ne prendono cura a riprendersi dai traumi e a ristabilire una sensazione di normalità e portando assistenza umanitaria fondamentale in aree difficili da raggiungere.

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L’Alto Commissario per i Rifugiati in visita in Siria

Posted by fidest press agency su domenica, 10 marzo 2019

Durante la sua quarta visita in Siria in qualità di Alto Commissario per i Rifugiati, Filippo Grandi ha valutato le ingenti esigenze umanitarie della popolazione. Ha osservato che, dopo otto anni di guerra, la portata del problema umanitario è sconcertante ed esacerbata dallo sradicamento di milioni di persone dalle loro case.Gli anni di violenza e distruzione hanno costretto quasi un siriano su due a fuggire dalla propria casa: oltre 5,6 milioni di siriani vivono come rifugiati nella regione, mentre milioni di altre persone sono sfollate all’interno della Siria. Le stime indicano che nel 2018 oltre 1,4 milioni di sfollati interni (IDP) hanno fatto ritorno nelle loro case in Siria. Alcuni siriani, inoltre, stanno lentamente tornando dai paesi limitrofi verso aree in cui si sentono al sicuro.Filippo Grandi ha ribadito che la politica dell’UNHCR è quella di aiutare le persone costrette alla fuga, tanto all’interno della Siria quanto in altri paesi. Ha inoltre affermato che i siriani che tornano volontariamente a casa per ristabilirsi nelle loro comunità d’origine hanno bisogno di aiuti umanitari.L’Alto Commissario ha incontrato ieri le persone tornate a Souran, nel Governatorato di Hama, dove molti sfollati interni e alcuni rifugiati hanno preso la decisione volontaria di rientrare nelle proprie case, benché distrutte. I rifugiati rientrati a casa hanno riferito all’Alto Commissario quali sono le sfide che devono affrontare per ricostruire le loro vite nelle comunità d’origine: edifici e infrastrutture danneggiati o distrutti, mancanza di opportunità economiche e servizi inadeguati.L’Alto Commissario ha poi incontrato famiglie di sfollati interni a Damasco che vivono in condizioni difficili, in edifici danneggiati e abbandonati. Le case da cui erano fuggiti sono solo ad alcuni chilometri di distanza, ma sono riluttanti a farvi ritorno a causa di preoccupazioni relative alla sicurezza, a infrastrutture ancora più inadeguate e alla mancanza di mezzi per riparare i danni.Durante gli incontri con alti funzionari governativi, l’Alto Commissario ha sottolineato che per l’UNHCR la possibilità di entrare in contatto con le persone che decidono di fare ritorno al loro paese è fondamentale per valutare le loro esigenze e assisterle nel reinserimento. Ha poi notato come, ogni volta che ha avuto questa possibilità, l’UNHCR, insieme alle Agenzie delle Nazioni Unite e alle ONG partner, ha compiuto notevoli sforzi per risanare scuole e abitazioni, ripristinare servizi quali panifici e centri sanitari, oltre a garantire l’accesso alla documentazione. Il lavoro dell’UNHCR con i rifugiati rimpatriati include infatti il sostegno per il recupero dei documenti, la risposta ai bisogni dei minori non accompagnati e separati dalle famiglie, nonché la consulenza e il sostegno specifico a persone particolarmente vulnerabili.L’Alto Commissario ha ribadito al governo l’importanza di continuare a rimuovere anche gli ostacoli di natura legale e amministrativa.Filippo Grandi ha poi espresso la sua profonda preoccupazione per i civili intrappolati nelle aree controllate dallo Stato Islamico nel nord-est della Siria, oltre che per le condizioni delle oltre 50.000 persone che hanno cercato rifugio nel campo di al-Hol a partire dal mese di dicembre. Ha inoltre espresso preoccupazione per le condizioni disperate delle persone a Rukban, chiedendo che venga trovata una soluzione alla loro difficile situazione.
Filippo Grandi, che si recherà in Libano per fare visita ai rifugiati e incontrare il governo, ha sottolineato che ad oggi i rifugiati che hanno fatto ritorno in Siria rappresentano solo una porzione della vasta popolazione di rifugiati siriani. L’Alto Commissario continua inoltre ad esortare la comunità internazionale a sostenere i milioni di rifugiati siriani che vivono nei paesi limitrofi e che hanno ancora bisogno protezione e assistenza, oltre alle comunità ed i governi locali che negli ultimi otto anni hanno ospitato milioni di rifugiati siriani.

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“Ritiro Usa da Siria può avere conseguenze rischiose”

Posted by fidest press agency su domenica, 20 gennaio 2019

“Il finanziamento delle missioni italiane all’Estero, nel nostro interesse, deve continuare con il rigore e l’attenzione che ha avuto in passato. In particolare Unifil è un elemento forte della politica estera italiana ma, affinché continui ad esserlo e conservi il suo significato strategico, non può essere svincolato da una visione molto più larga e interconnessa”. Sono concetti affermati dalla senatrice Tatjana Rojc, membro della commissione Difesa a Palazzo Madama, oggi a Trieste nell’ambito di un convegno dedicato alla missione Unifil e alla presenza militare italiana in Libano.
Dopo il saluto di Roberto Antonione, nuovo segretario dell’Iniziativa Centro Europea che ha ospitato l’evento promosso dal Vitale Istituto for geopolitical studies, la senatrice Rojc ha rivolto “un ringraziamento a tutti i militari italiani che sono impegnati in questi scenari: proprio dal Friuli Venezia Giulia partono regolarmente contingenti alla volta del Libano”. Rilevato che “dal 1989 in poi, le missioni internazionali hanno fatto assurgere a ruoli essenziali la componente civile, la ricostruzione del tessuto sociale e economico del territorio”, Rojc ha parlato della “sostenibilità del nostro sistema di difesa” indicando che “non è pensabile una partecipazione a pioggia agli impegni internazionali, ma è necessario individuare priorità e specifiche delle missioni, e con fermezza portarle avanti. Chiaramente – ha puntualizzato – il dispositivo militare di un Paese è condizionato dalle scelte politiche dei Governi in carica”.
Per la senatrice “lo sguardo verso il Mediterraneo, il vicino e Medio Oriente non deve essere reso opaco dalla necessità di un continuo assestamento politico interno al nostro Paese. La capacità di stabilizzare, infatti, è anche una proiezione della stabilità interna e della chiarezza degli obiettivi che il sistema Paese si propone di raggiungere, quale componente equilibrata ma non neutrale di uno schieramento identificato senza ambiguità”.
La senatrice ha inoltre sollevato il problema di un ritiro delle truppe Usa dalle aree controllate dai curdi nella Siria orientale e del venir meno di una “zona cuscinetto cruciale che impediva l’afflusso in Libano di armi moderne e potenti via terra” lungo il cosiddetto ‘arco sciita’, dall’Iraq, alla Siria al Libano. “C’è il rischio – ha sottolineato – di un innalzamento decisivo del potenziale bellico nelle mani di Hezbollah, con conseguenze sulla politica dello Stato di Israele”.

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“Siria: morti 15 bambini a causa del freddo e della mancanza di cure mediche”

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 gennaio 2019

Dichiarazione di Geert Cappelaere, Direttore regionale dell’UNICEF in Medio Oriente e in Nord Africa: “Le gelide temperature e le dure condizioni di vita a Rukban, al confine sud occidentale della Siria con la Giordania, stanno sempre più mettendo a rischio le vite dei bambini. In solo un mese, almeno 8 bambini – la maggior parte con meno di 4 mesi e il più piccolo nato da solo un’ora – sono morti.A Rukban, dove l’80% delle circa 45.000 persone sono donne e bambini, il freddo intenso e la mancanza di cure mediche per le madri prima e durante il parto e per i neonati, hanno acuito le già difficili condizioni di vita per i bambini e le loro famiglie.Allo stesso tempo, nella Siria orientale, le dure violenze ad Hajin nell’area di Deir-Ez-Zor hanno causato lo sfollamento di circa 10.000 persone dallo scorso dicembre. Le famiglie alla ricerca di un luogo sicuro devono affrontare diverse difficoltà nel lasciare la zona di conflitto e rimangono al freddo in attesa per giorni senza rifugi o aiuti di base. Stando alle informazioni disponibili, il viaggio difficile e pericoloso avrebbe causato la morte di 7 bambini – molti con meno di un anno di vita.Le vite dei bambini continuano ad essere troncate da condizioni di salute che potrebbero essere prevenibili o curabili. Non ci sono scuse perché questo continui a succedere nel 21° secolo. La tragica perdita di vite causata dall’uomo deve fine adesso.Senza servizi di assistenza sanitaria solidi e accessibili, protezione e rifugi, molti altri bambini moriranno giorno dopo giorno a Rukban, Deir-Ez-Zor e in ogni altro luogo in Siria. La storia ci giudicherà per queste morti che avrebbero potute essere evitate.L’UNICEF chiede a tutte le parti in conflitto e tutti coloro che esercitano un’influenza su di loro di garantire passaggi sicuri a tutte le famiglie alla ricerca di un luogo sicuro fuori dalle aree di scontro e di facilitare l’accesso all’assistenza medica salvavita per i bambini ad Hajin e ovunque in Siria.I bisogni di assistenza a Rukban sono più che urgenti, sono estremamente gravi e iniziano a diventare una questione di vita o di morte.
Ancora una volta, l’UNICEF chiede a tutte le parti di facilitare urgentemente l’arrivo di un convoglio umanitario a Rukban, che comprenda cliniche sanitarie mobili per distribuire aiuti e servizi salvavita.Non è sicuramente troppo da chiedere quando le vite di decine di migliaia di bambini – bambini – ne dipendono.

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La vita dei bambini in Siria è appesa a un filo

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 gennaio 2019

I bambini continuano a pagare il prezzo più alto a causa dell’escalation di violenze nel Nord Ovest della Siria. L’UNICEF ha ricevuto notizie allarmanti secondo cui sarebbero state uccise 80 persone, tra cui 1 bambino.Molte famiglie stanno scappando dalle proprie case a causa dell’intensificarsi dei conflitti, senza aver nessun posto in cui andare se non nei campi già sovraffollati che ospitano le famiglie sfollate.Il 26 dicembre le inondazioni che hanno coinvolto l’area hanno colpito circa 10.000 bambini ad Atmeh, Qah, Deir Ballut, Albab, Jisr Ashughur e altre località. Esposte a rigide condizioni meteorologiche e a temperature gelide, le vite dei bambini sono appese a un filo.
Se i combattimenti continueranno e dato il previsto aumento delle piogge, il numero dei bambini colpiti potrebbe aumentare. Molti di questi bambini sono sfollati, alcuni già diverse volte.“Le sofferenze dei bambini in Siria Nordoccidentale sono triplicate a causa della recente escalation di violenze, rigide condizioni meteorologiche e la mancanza di rifugi sicuri. L’UNICEF chiede a tutte le parti in conflitto nell’area e ovunque in Siria di proteggere sempre i bambini e consentire agli operatori umanitari di raggiungere i bambini e le loro famiglie con aiuti salvavita”, ha dichiarato Geert Cappelaere, Direttore Regionale UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.L’UNICEF con i suoi partner sul campo continua a rispondere ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie, in aumento. Solo ieri, l’UNICEF ha inviato nell’area 13 camion che trasportavano aiuti salvavita, tra cui: abiti invernali, teli di plastica, carburante per il riscaldamento, micronutrienti, biscotti ad alto contenuto energetico, Sali per la Reidratazione Orale e tende per classi temporanee. I partner dell’UNICEF sul campo stanno inoltre monitorando i bisogni relativi alla salute, nutrizione e servizi igienici per prevenire epidemie di malattie.

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