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Il sistema bancario sta per essere superato

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 novembre 2019

Le tecnologie oggi disponibili – ma non ancora diffuse – indicano che il sistema bancario, è del tutto inutile, superfluo, superato. In futuro potrà restare in piedi non perché sia necessario, ma forse perché i regolatori vorranno evitare i costi sociali connessi al suo superamento. Il sistema bancario svolge essenzialmente tre macro funzioni ai quali corrispondono tre linee di business:
1) agevola i trasferimenti monetari (bonifici, carte di credito, ecc.) ricavandone commissioni in base alle transazioni monetarie;
2) presta denaro, guadagnando dal differenziale fra i tassi d’interessi (in un modo molto diverso da quello che la maggioranza delle persone credono, ma l’argomento ci porterebbe troppo fuori tema);
3) distribuisce prodotti d’investimento ricavando commissioni.
Di queste tre linee di business, la prima è palesemente in esaurimento. I costi per le transazioni monetarie si approssimeranno molto rapidamente allo zero. Tecnicamente non servono più le banche per trasferire grandi somme di denaro in modo sicuro e rapido da una parte all’altra. Le grandi aziende dell’informatica sono in una posizione decisamente migliore per sfruttare l’unico modo di fare profitti attraverso le transazioni: guadagnare dai dati, non dalle commissioni (almeno fino a quando questa follia continuerà ad essere normativamente consentita, ragionevolmente ancora per molti anni purtroppo).
Con i tassi d’interesse negativi, prestare denaro è un’attività sempre meno profittevole. La crisi del 2008 non ci ha consegnato solamente un mondo di tassi d’interesse negativi, ma ci sta consegnando qualcosa di ancora più rivoluzionario: la consapevolezza ormai diffusa che il denaro si crea dal nulla. Una quindicina d’anni fa, quando scrivevo che il denaro non è una merce ma una convenzione sociale, molti non comprendevano. Anni di inondamento di liquidità sui mercati finanziari da parte delle banche centrali stanno mostrando molto chiaramente che l’accesso al denaro potrebbe essere regolato da semplici algoritmi. Non c’è nessun bisogno di una infrastruttura burocratica e largamente inefficiente che seleziona chi merita o meno l’accesso al credito.
Rispetto al punto precedente, ci vorrà molto più tempo prima che l’accesso al credito venga completamente disintermediato, ma non vi è alcun dubbio che quella è la strada. In ogni caso, questa linea di business oggi è molto poco produttiva.
La terza linea di business sopra indicata è quella che – da tempo – consente alle banche di produrre utili. La creazione e commercializzazione di prodotti e servizi per l’investimento finanziario.
Anche questo settore è in profonda trasformazione. In parte per le stesse motivazioni (rendimenti negativi sui mercati e la tecnologia che abbassa i costi dei servizi d’investimento) alle quali si aggiunge la pressione regolamentare che spinge sempre di più nella direzione della trasparenza, in particolare la trasparenza sui costi.
Parliamoci chiaro: il business del risparmio gestito si fonda sostanzialmente sull’ignoranza dei clienti. Le banche riescono, in media, a drenare dai risparmi dei clienti circa il 2% all’anno, solo ed esclusivamente perché i clienti non hanno piena consapevolezza dei costi.
La regolamentazione sui costi ex-post entrata in vigore quest’anno, sebbene abbia mostrato una sostanziale inefficacia dovuta alla scaltrezza del sistema bancario unita agli evidenti limiti della Consob, tenderà sempre di più a rendere espliciti i costi in questo settore e conseguentemente i clienti, specialmente quelli più facoltosi, tenderanno a spostarsi su prodotti più efficienti come gli ETF che hanno circa un decimo dei costi rispetto ai portafogli finanziari medi.
La soluzione è chiaramente quella indicata da tempo, fra gli altri, da Paolo Sironi, uno dei più importanti esperti mondiali di Fintech e della trasformazione del sistema finanziario (riferimento mondiale per IBM sul tema dell’intelligenza artificiale applicata ai mercati finanziari). Sironi sostiene che le banche debbano passare da un modello che prevede la distribuzione di prodotti e servizi finanziari ad un modello che prevede la vera consulenza, in particolare basata sugli obiettivi di vita di clienti (Goal Based Investing).
Il pensiero di Sironi è molto profondo ed articolato e si fonda su alcuni cambiamenti nei modelli teorici di funzionamento dei mercati finanziari e più in generale dell’economia. I modelli tradizionali si basano su un’eccessiva semplificazione degli agenti economici e del contesto decisionale. Non vedono l’uomo partendo dalle sue reali caratteristiche biologiche e non hanno mai inglobato i concetti di incertezza fondamentale e di tempo irreversibile. Due concetti che sono invece alla base della Teoria della Trasparenza dei Mercati Finanziari proposta da Sironi. Partendo da questi nuovi presupposti è chiaro che vendere prodotti finanziari fondati su teorie superate, in un contesto, fra l’altro, di sempre più elevata trasparenza, diventa suicidario. L’unica scelta saggia sarebbe quella di guardare in faccia alla realtà e comprendere che quella strada porta necessariamente a sbattere. Sebbene la soluzione sia evidente, la realizzazione non è facile.Passare da un modello di distribuzione di prodotti e servizi ad un modello consulenziale richiede due asset che non s’improvvisano: credibilità e competenze.
Nel medio lungo termine, le banche, così come le conosciamo adesso, sono morti che camminano. Non hanno più alcuna ragione sostanziale di esistere (perché offrono servizi facilmente disintermediabili dalle tecnologie attuali) e l’unico settore che ancora genera una certa redditività è fondato su una visione teorica superata e sulla scarsa trasparenza. L’unico modello di business che potrebbe “salvarli” sarebbe quello di una vera consulenza, ma questo richiede un cambio di cultura aziendale improbo e molto difficilmente realizzabile.(Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio)

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Il sistema bancario internazionale naviga pericolosamente a vista

Posted by fidest press agency su domenica, 22 gennaio 2017

World_BankDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.
Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.
Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.
Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.
Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.
Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?
Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.
Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.
Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.
Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.
Quando Wall Street e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.
Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo. L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Deutsche Bank e MPS: le sorellastre del sistema bancario europeo

Posted by fidest press agency su sabato, 24 dicembre 2016

Cosa hanno in comune Monte Paschi di Siena e Deutsche Bank? Sicuramente la spregiudicatezza, gli alti rischi di tenuta e la eventualità di un salvataggio pubblico. Anche se di dimensioni grandemente differenti, entrambe le banche sono un po’ il simbolo dei rispettivi sistemi bancari nazionali. MPS è la più longeva, la più antica banca al mondo, creata nel 1472,Deutsche bank e oggi allo sbando. DB, fondata 146 anni fa, è diventata sinonimo e pilastro della capacità economica tedesca fino alla sua caduta nei gorghi della peggiore speculazione.
Nonostante queste pericolose somiglianze, i consiglieri economici della Merkel, come il suo ‘aiutante di campo’ Christopher Schmidt, stranamente sono molto preoccupati del futuro di MPS. Puntano il dito su una barca in difficoltà, ma non vedono, o non vogliono vedere, la nave che rischia di andare a fondo. Eppure recentemente Der Spiegel, il principale settimanale tedesco, ha pubblicato un lunghissimo articolo sulle attività della Deutsche Bank. E’ un vero e proprio dossier, veritiero, devastante, inevitabilmente spietato. Incomincia così: ”Cupidigia, provincialismo, codardia, comportamenti maniacali, egoismo, immaturità, falsità, incompetenza, debolezza, superbia, decadenza e arroganza”. Queste sono le pesanti parole usate per spiegare l’involuzione della DB, che emergono anche nelle migliaia di pagine dei documenti e delle interviste analizzati. Il settimanale tedesco sottolinea che il collasso della prima banca tedesca è il risultato di decenni di fallimenti della sua leadership. Nel periodo tra il 1994 e il 2012 si è perso completamento il controllo della banca fino a “saccheggiarne e derubarne la sua stessa anima”. Se una volta la DB era l’icona di rispettabilità e di solidità, oggi si è trasformata in una caricatura del “Lupo di Wall Street”. “Deutsche Bank è broken” scrive Der Spiegel, sommersa da ben 7.800 denunce legali! Nel 1994 DB aveva un bilancio di 573 miliardi di euro e circa 73.000 impiegati, di cui tre quarti in Germania. Già nel 2001 gli impiegati erano diventati 95.000, solo la metà in Germania. Nel 2007 il bilancio era salito a 2.200 miliardi di euro e gli impiegati in Germania invece erano scesi ad un terzo del totale. Mentre nel 2015 il bilancio si ridusse a 1,600 miliardi di euro, gli impiegati salivano a 100.000, anche se distribuiti in 70 Paesi del mondo. Come si evince, nel processo internazionalizzazione la banca ha incominciato, purtroppo, ad imitare i comportamenti dirigenziali di stile anglo-americano. Ha completato la trasformazione da “più grande banca commerciale tedesca a banca di investimento anglo-americana”. Tanto che lo stesso l’Economist inglese a suo tempo la definì “un gigantesco hedge fund”. Con l’internazionalizzazione iniziò di fatto la fase degli eccessi, degli errori e delle malversazioni intenzionali, le cui ramificazioni legali ne stanno ancora divorando i bilanci. Si ricordi la spregiudicata scelta di operare nella speculazione in derivati finanziari di vario tipo, particolarmente in quelli legati ai mutui e alle ipoteche.
monte dei paschi di sienaE’ importante notare che, se nel 1994 la maggior parte dei profitti della DB provenivano dai servizi bancari commerciali tradizionali, già nel 2007 era la cosiddetta ‘investment division’ , cioè il dipartimento finanziario impegnato soprattutto in strumenti e operazioni ad alto rischio, che produceva ben 70% di tutti i profitti della banca. E’ questo il periodo in cui i rapporti tra DB e MPS si sono fatti più stretti per via di una serie di derivati finanziari che la banca tedesca aveva concesso alla banca italiana per coprire dei buchi di bilancio. Derivati finanziari che si sono rivelati poi delle perdite pesanti per MPS. Perdite che sono andate ad ampliare i buchi e a generare altri derivati, come il famoso ‘Santorini’. Naturalmente la DB, invece, ha fatto guadagni significativi sui derivati MPS.
Il problema è stato poi la convinzione dei grandi capi della DB di avere scoperto “il potere degli dei’ che li ha portati a trasformarla nella banca numero uno al mondo nel settore dei derivati finanziari, superando persino le grandi banche americane. Nello stesso periodo è partita anche la corsa ai bonus dei dirigenti. Ancora nel 2015, anni dopo lo scoppio della grande crisi finanziaria che per la prima volta evidenziava la anomalia degli stratosferici stipendi dei manager, ben 756 alti funzionari della DB guadagnavano oltre 1 milione di euro.
Ancora oggi la DB è rinchiusa in una sorta di “nicchia darwinista, un buffet self service per pochi, dove nessuno può essere incolpato”.
La crisi della DB è talmente profonda da convincere Der Spiegel che non si può in alcun caso escludere l’opzione più estrema, quella di un suo salvataggio pubblico da parte del governo tedesco. Con buona pace per le preoccupazioni di Berlino per una simile soluzione anche per MPS. E’evidente che farsi le pulci tra sistemi bancari, in questo caso quello tedesco e quello italiano, aumenta il discredito verso l’intero mondo bancario, minando la stessa architettura europea. Secondo noi è giunto il momento in cui i consigli di amministrazione e i manager delle varie banche dissestate vengano sottoposti al rigoroso vaglio della magistratura, unitamente ai maggiori beneficiari dei capitali elargiti. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Il sistema bancario sempre in bilico

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2016

banca mondialeDopo le grandi agitazioni nel mondo bancario internazionale provocate dagli stress test, le vacanze estive sembra abbiano creato un’ovattata atmosfera di apparente tranquillità. Ma, osservando con più attenzione i processi finanziari in corso, l’emergenza resta sempre dietro l’angolo.
Non solo per quanto riguarda il futuro della MPS, della Veneto Banca e di altre banche in Italia.
Negli Usa, per esempio, la componente repubblicana del Comitato per i Servizi Finanziari della Camera dei Deputati ha recentemente presentato un dossier sul coinvolgimento della grande banca inglese, la Hong Kong Shanghai Bank Corporation (HSBC), nel riciclaggio dei soldi provenienti dal traffico di droga operato dal cartello messicano di Sinaloa e da quello colombiano del Norte del Valle.
Sono stati documentati ben 881 milioni di dollari “lavati” dai narcotrafficanti nel sistema bancario americano. Quella emersa e documentata dalle indagini in realtà è solo una piccola parte dell’enorme business che si è sviluppato, in modo incontrastato, per anni.Durante le indagini, iniziate nel 2013, la HSBC aveva ammesso il crimine e accettato di pagare una multa di circa 2 miliardi di dollari. Il rapporto accusa in particolare il Dipartimento di Giustizia americano di avere bloccato il processo contro la banca, anche su pressione della Financial Services Authority, l’equivalente inglese della Consob, in quanto “ esso avrebbe potuto avere serie conseguenze per il sistema finanziario”.
E’ un’accusa molto forte che la dice lunga sull’opacità di certe operazioni fatte da importanti attori del sistema bancario americano e inglese. Soprattutto sulla capacità delle ‘too big to fail’ di influenzare le decisioni delle istituzioni finanziarie di controllo e addirittura di quelle dei governi. L’opacità naturalmente si estende anche a molte altre operazioni finanziarie e ai bilanci delle banche che spesso non riflettono il loro vero stato di salute. Nonostante gli stress test.
Anche in Europa sono in corso alcune complesse operazioni bancarie, in particolare in Germania. All’inizio di agosto l’indice borsistico europeo Stoxx Europe 50 ha rimosso dal suo listino la Deutsche Bank e il Credit Suisse per evitare che il livello dell’indice fosse influenzato negativamente dalle continue perdite di valore delle azioni delle suddette banche.
Attraverso le pagine del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Martin Hellwig, un importante economista dell’istituto tedesco di ricerca Max Planck, ha addirittura ventilato l’ipotesi della necessità di una nazionalizzazione della Deutsche Bank che si troverebbe in “una crisi peggiore di quella del 2008”. Il bail in, con la partecipazione di azionisti e obbligazionisti nella copertura delle perdite della banca, non sarebbe sufficiente a salvarla.
Da parte sua il Fmi ha recentemente dichiarato che la DB “presenta grandi rischi ” per l’intero sistema bancario. Infatti essa sarebbe grandemente indebitata e pericolosamente sotto capitalizzata.
La DB è anche in continuo conflitto con l’agenzia americana Commodity Futures Trading Commission (CFTC), che controlla il mercato dei derivati, in quanto non esporrebbe in modo chiaro la vera situazione delle sue operazioni in derivati finanziari otc, “compromettendo la capacità di valutare i potenziali rischi sistemici del mercato dei derivati”.
Da ultimo anche la Banca del Regolamenti Internazionali e l’International Organization of Securities Commissions (IOSCO), che coordina gli enti di vigilanza dei mercati finanziari a livello mondiale, affermano che persino le Central Counterparty Clearing (CCP), cioè le “casse di compensazione” che dovrebbero garantire le parti coinvolte nei contratti in derivati, non sarebbero in grado di far fronte ai loro compiti per mancanza di fondi.
Al riguardo non è un caso che la stabilità delle casse di compensazioni e i rischi derivanti dalla speculazione finanziaria siano stati posti, su iniziativa della Cina e dell’India, nell’agenda del G20 che si terrà nella città cinese di Hangzhou all’inizio di settembre. Ciò dovrebbe essere di monito anche in Europa per far sì che il sistema bancario e i derivati non siano lasciati in balia del “fai da te“ del mercato. Senza ulteriori indugi essi dovrebbero essere sottoposti ad una stringente e profonda revisione da parte dei governi che dovrebbero ovviamente mirarli più al credito produttivo che agli interessi della speculazione finanziaria.
(Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Banche italiane su orlo fallimento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2016

salva bancheDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Il sistema bancario italiano è sull’orlo del fallimento. La notizia è su tutte le prime pagine dei principali quotidiani finanziari internazionali. Financial Times, Wall Street Journal, Bloomberg, solo per citare quelli più importanti, parlano apertamente di nuova crisi finanziaria internazionale innescata dal crollo delle banche italiane per effetto dello spaventoso ammontare di crediti inesigibili che esse detengono, pari al 17% dei crediti totali. Crediti spazzatura che nessun acquirente vuole comprare.
Le statistiche parlano di un disastro finanziario senza precedenti. Nell’ultimo anno, il FTSE MIB banche ha perso il 60% del suo valore. A questa débâcle, che non ha precedenti nella storia, hanno contribuito le principali banche del paese. MPS, per anni il polmone finanziario della sinistra, ha perso l’83% in un anno, per effetto dei suoi 47 miliardi di crediti inesigibili che pesano come un macigno sul suo bilancio e che nessuno sa come smobilizzare. Unicredit ha perso il 69%, CARIGE e Banco Popolare l’81%, Intesa SanPaolo il 49%. Le cronache di Borsa ci riportano ormai quotidianamente raffiche di sospensioni dei titoli bancari per eccesso di ribasso o perché in assenza di acquirenti i titoli non riescono nemmeno a fare prezzo.
Per potersi riprendere, il sistema italiano avrebbe bisogno di capitali freschi per almeno 40 miliardi di euro. Soldi che, al momento, il Tesoro non sa dove andare a trovare. A seguito della direttiva bail in, infatti, gli Stati non possono più intervenire per salvare le banche in dissesto. Lo dovrebbero fare i privati, come nel caso delle 4 banche recentemente fallite, a partire dalla famigerata Banca Etruria, che hanno mandato sul lastrico decine di migliaia di risparmiatori.
Tutto questo sta accadendo nel silenzio della stampa di regime, che pensa soltanto a scrivere delle lotte interne al Partito Democratico, quando il risparmio di milioni di italiani è a rischio. Dall’esecutivo tutto tace e non si capisce se il silenzio è dovuto al disinteresse o all’incapacità di trovare soluzioni. Questo è un momento estremamente grave per il nostro paese, e Renzi e il suo governo mostrano, ogni oltre ragionevole dubbio, la loro inadeguatezza. Prima tolgono il disturbo meglio è”.

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Possiamo “ancora” fidarci delle banche?

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 aprile 2016

salva bancheFederico Rampini, corrispondente da New York per il quotidiano La Repubblica, già autore di un utile saggio dal titolo “Banchieri” è uscito, da una quindicina di giorni, con un nuovo libro che si concentra più sul sistema bancario italiano dal titolo: “Banche: possiamo ancora fidarci?”. Per chi vive, per professione, tutti i giorni le storture del sistema bancario italiano ciò che Rampini scrive non è niente di eclatante. Il grande pregio di questo libro è quello di essere scritto da un giornalista che sa come usare “la penna” ed è edito e distribuito dal principale editore italiano, quindi si presume che verrà letto da un grande numero di persone.
Si tratta di un libro di cui ci sentiamo di consigliare caldamente la lettura. Rampini scrive sicuramente molto, molto bene, ed ha il pregio di semplificare concetti difficili (talvolta, da tecnico, mi sento di dire che la semplificazione arriva a travisare alcuni concetti secondari, ma è un peccato che si può accettare se è il prezzo per far passare i concetti più importanti che sono tutti corretti).C’è un bel capitolo, ad esempio, sui fondi comuni d’investimento nel quale si spiega in modo molto semplice, ma efficace, la differenza fra gestione attiva e passiva e quella che da molti anni, nel web di Aduc, chiamiamo “la favola del bravo gestore”.
Quali sono le conclusioni, assolutamente di buon senso e più che condivisibili, di Rampini alla domanda che fa da titolo al suo libro? Conclude Rampini “No, non possiamo fidarci delle banche, perché il loro bilancio si regge sull’estrazione di commissioni, tariffe e balzelli che sono prelevati dai nostri soldi. C’è una divergenza d’interessi alla base, tra noi e loro, insuperabile.
No, non dobbiamo pensare che i loro consigli d’investimento siano accurati e affidabili, soprattutto se i prodotti finanziari che ci collocano sono “fatti in casa”. No, il bancario che sta dietro lo sportello non è generalmente una persona disonesta, tutt’altro, ma la sua preparazione economica è modesta e i consigli che ci da’ vengono impartiti dall’alto per ragioni che noi non conosciamo. […]
Quando investiamo i nostri soldi, non facciamoci aggirare da “proiezioni” di lungo termine su dove andranno i mercati. Quello non lo sa nessuno. Meglio guardare da vicino: alle commissioni, alle spese di gestione che intanto si mangiucchiano il nostro piccolo capitale.
Vale nell’economia come nella politica: le promesse irrealistiche, prima o poi le paghiamo noi, non chi le ha fatte!”
Se ascoltiamo tutti i bancari, invariabilmente, ci diranno che alla base del rapporto fra clienti e banche deve esserci la fiducia. Questa è la tesi che noi ci sentiamo di contestare da anni. Alla base del rapporto fra banche e clienti deve esserci la più completa trasparenza e la correttezza dei comportamenti. Nel suo libro, Rampini racconta un episodio personale accaduto a sua madre anziana, la quale si è trovata nel dossier dei titoli per i quali non aveva mai firmato niente e che gli erano solo stati indicati vagamente per telefono dall’impiegata.
Questi comportamenti non sono un’eccezione, ma sono l’assoluta normalità e in Aduc vediamo tutti i giorni episodi del genere.
Proprio poche ore fa, per citare l’ultima notizia che mi è giunta, mi ha telefonato un collega che mi riferiva di un suo cliente il quale doveva rinnovare un finanziamento vecchio stipulato a tassi non più di mercato. Ebbene, la banca gli ha posto la condizione, a mo’ di ricatto, di acquistare obbligazioni collocate dalla stessa banca per un importo pari al 70% del valore del finanziamento, fra l’altro emesse in dollari! Altro che fiducia! La realtà è che l’intero sistema bancario, da ormai moltissimi anni, approfitta dell’ignoranza dei clienti per tosare i risparmi che essi affidano loro attraverso prodotti e servizi progettati appositamente per fare l’interesse degli emittenti a scapito di quelli dei sottoscrittori. La piccola fetta di clienti “fortunati” che s’informano, possono sfuggire alle trappole del sistema, ma la quasi totalità, purtroppo, rimarrà sempre raggirata. Almeno fino a quando le norme a tutela del risparmio rimarranno queste, bellissime sulla carta, ma rimangono – appunto – solo sulla carta e non incidono (se non in maniera trascurabile) nei comportamenti reali degli intermediari e dei loro clienti. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Stato e mercato: una contrapposizione non obbligata

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 marzo 2016

banca centrale europeaLa Banca Centrale Europea ha deciso di rilanciare alla grande il suo Quantitative easing nella speranza di far crescere l’inflazione al 2% e di far aumentare investimenti e crescita. Ha portato i tassi di interessi a meno 0,4% per i depositi effettuati dalle banche presso la Bce. L’intento è quello di dissuaderle dal ‘parcheggiare i soldi’ nei forzieri di Francoforte invece di indirizzarli verso l’economia reale. Draghi ha annunciato anche nuovi crediti alle banche al tasso di meno 0,4%. per la durata di 4 anni In altre parole esse restituiranno meno di quanto hanno ottenuto. Si vuole portare inoltre da 60 a 80 miliardi di euro al mese l’ammontare per acquisti di obbligazioni pubbliche e private, suscitando in verità critiche per l’estensione ai bond societari.
Di fatto si intende continuare con la politica fallimentare finora attuata. Se ne aumenta le dimensioni e si continua a considerare il sistema bancario l’unico referente, ignorando che esso è più interessato a coprire i propri buchi di bilancio che a sostenere investimenti e imprese. I dati e i fatti degli anni passati sono rivelatori e inconfutabili. Non si tratta di un’opposizione preconcetta. Di ideologico c’è invece la fede cieca negli automatismi monetari e finanziari. Si sostiene che i tassi di interesse bassi e una liquidità crescente andrebbero automaticamente a finanziare gli investimenti.
E’ lo stesso atteggiamento ideologico imposto dalle economie dominanti del G20, quella americana, quella europea e quella giapponese. A Shanghai è stata presa la decisione di fare crescere gli interventi nelle infrastrutture sia in termini quantitativi che qualitativi. Le Banche di Sviluppo regionali sono state perciò invitate a preparare progetti ambiziosi e di alta qualità anche per attrarre settori della finanza privata verso la concessione di prestiti di lungo termine. Al prossimo summit del G20 allo scopo dovrebbe essere creata una ‘alleanza globale di collegamento infrastrutturale’.
Gli intenti ci sembrano positivi anche se preoccupa la mancanza di attori capaci di realizzarli. Le banche centrali creano liquidità e si aspettano che “il mercato” la porti verso gli investimenti. Il G20 propone lo sviluppo infrastrutturale ma si aspetta che sia sempre “il mercato” a finanziarlo. Cosa succede se il ‘dio mercato’ non funziona secondo le aspettative, come è successo negli anni passati?
Il liberismo economico, l’ultima ideologia ottocentesca rimasta in vita e purtroppo tuttora egemone, invita a non intervenire, a lasciare che sia solo il mercato con le sue leggi a rilanciare la ripresa e a ristabilire un equilibrio virtuoso. Noi riteniamo che questa non sia la strada obbligata. Occorre un ‘different thinking’.
Gli esempi storici più vicini e simili a quelli dell’attuale crisi globale ci indicano strade e prospettive differenti e alternative.
Si pensi al ‘New Deal’ del presidente americano F. D. Roosevelt quando, per uscire dalla Grande Depressione del 1929-33, egli lanciò il vasto programma di investimenti infrastrutturali e di modernizzazione tecnologica. Dopo avere messo sotto controllo e neutralizzato la finanza speculativa, egli favorì la creazione di nuove linee di credito e nuovi bond del Tesoro per finanziare importanti progetti, utilizzando anche il veicolo delle istituzioni bancarie statali . Di fatto si trattava di uno dei primi esperimenti riusciti di Partenariato Pubblico Privato. Lo Stato era la guida, il finanziatore e la garanzia della continuità e della riuscita dei progetti mentre le imprese private, non solo quelle statali, erano impegnate nella loro realizzazione.
Oggi invece, nonostante quasi 8 anni di vani tentativi per portare l’economia e la finanza globale fuori dalle sabbie mobili della recessione, la parola Stato resta uno dei grandi tabù. Non si tratta di proporre un ritorno allo statalismo pervasivo ma di trovare soluzioni razionali. Se il mercato da solo non basta occorre che la politica di sviluppo e di crescita sia guidata dagli Stati. Del resto la programmazione economica e la pianificazione territoriale spettano allo Stato.
Nel mondo non c’è stato soltanto la pianificazione quinquennale dei Paesi socialisti, ma anche la ‘planification indicative’ di Charles De Gaulle e in Italia l’esperimento positivo dell’IRI nella ricostruzione del dopoguerra. In Francia l’economia dirigista, il piano di orientamento in lotta contro le inevitabili tendenze alla burocratizzazione, cercava di mettere insieme le varie componenti sociali ed economiche del Paese evitando che esse si neutralizzassero tra loro. Il ‘Commissariat au Plan’ doveva definire le priorità nazionali e, attraverso i momenti della concertazione, della decisione e della realizzazione, lavorare per creare un’armonia di interessi superando certe derive corporative.
Si pensi che negli stessi Stati Uniti, patria del liberismo economico imperante, certi settori delicati, come quello militare, sono ancora guidati dallo Stato ma con il contributo essenziale delle imprese private ad alta tecnologia.
In una economia sociale di mercato la collaborazione pubblico-privato dovrebbe essere una costante, un impegno per i governi e per gli stessi operatori privati. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Va prosciugato l’oceano dei derivati finanziari

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 agosto 2011

Chi è oggi il prestatore di ultima istanza, il “lender of last resort”, colui che può “salvarci” dalla più virulenta crisi del debito e delle borse verificatasi dopo la seconda guerra mondiale? Nel 2008 quando il sistema bancario internazionale nel suo insieme era in default furono gli Stati ad intervenire con massicce iniezioni di liquidità a tassi di interessi inesistenti. La Federal Reserve fece scuola stampando centinaia di miliardi di dollari per elargire alle banche “crediti a perdere” e per acquistare Treasury bond a sostegno di un tentativo di rilancio basato sul debito. Senza nuove regole e senza un nuovo modello economico, il mix di liquidità – tassi allo 0%, deficit e debito – non è servito a rilanciare la produzione, i consumi e l’occupazione. In Europa la Bce ha seguito le stesse orme. In modi più complicati e contraddittori in quanto l’Europa unita è ancora da fare e manca di una azione federale univoca. Nella sostanza le sue politiche di salvataggio della finanza privata e quelle di stimolo economico sono state simili a quelle americane. Soprattutto nella inefficacia. La crisi di oggi, però, parte dalla debolezza degli Stati e dalla insostenibilità dei loro debiti pubblici, cresciuti soprattutto per salvare le banche. Chi può essere allora il “prestatore di ultima istanza” per il debito sovrano degli Stati? Certamente non la finanza privata e le grandi banche che più di altri sono coinvolte nelle speculazioni a breve, in particolare sui titoli di stato. Alcuni auspicano un salvataggio da parte della Cina e degli altri Paesi con un surplus finanziario. Soltanto degli ingenui possono sperare nell’arrivo di novelli re magi dall’oriente carichi di doni e di oro per comprare titoli di carta. La Cina, invece, ha già messo sull’avviso Washington! Molti chiedono un intervento risolutivo da parte delle banche centrali. Si illudono che tali istituzioni siano qualche cosa di diverso dagli Stati e che abbiano nei loro caveau qualche pozione miracolosa. La Fed ha già annunciato la sua politica: tassi zero per altri due anni, un altro “quantitative easing” che vuol dire creare nuova liquidità, stampare dollari e acquistare titoli del Tesoro. Lo stesso si vorrebbe dalla Bce. Ma l’attuale Fondo di Stabilità di 440 miliardi di euro è insufficiente a garantire la sicurezza dell’euro. Ci vorrebbero almeno 2.000 miliardi per far sì che l’intero debito europeo si avvicini ai livelli di stabilità di quello tedesco. Se la Bce intervenisse direttamente nell’acquisto dei titoli degli Stati in difficoltà, diventerebbe sempre più la copia della fallimentare Fed. Senza averne i prerequisiti costituzionali. Sono politiche perdenti che ripropongono delle condizioni già viste. Una maggiore liquidità che diventa la droga dei mercati finanziari e un aumento del rischio di inflazione. Il rilancio economico non è alla base dei loro meccanismi. Anche se simili misure portassero ad un momentaneo stato di calma apparente, rimanendo nel vecchio paradigma, possiamo essere certi che a breve ci sarebbe un nuovo “run” proprio sulla sostenibilità delle stesse banche centrali. Allora chi può raddrizzare le cose? La politica oppure i mercati? Noi da tempo riteniamo che debbano essere gli Stati sovrani a indirizzare le decisioni e le politiche, a dettare le condizioni e le regole ai mercati. Occorre riprendere con urgenza il percorso mai concluso della grande riforma del sistema finanziario economico globale. Lo si era ritenuto indispensabile dopo lo shock del 2008. Poi le lobby bancarie ci hanno riportato al business as usual. I governi del G20, degli Stati Uniti, dell’Europa, del Giappone, e anche dei Paesi del Brics, però con un ruolo maggiore, devono ridisegnare il sistema. Occorre togliere ogni autorità alle agenzie di rating. Si può tollerare che le loro valutazioni di tripla A dettino legge sugli investimenti? Che i grandi investitori e i fondi pensione debbano disfarsi di quei titoli che non hanno tale valutazione? Che anche le banche centrali debbano tenerne conto per i titoli portati in garanzia dei crediti concessi? Bisogna inoltre prosciugare l’oceano dei derivati finanziari, a cominciare dagli Otc negoziati fuori dai mercati e tenuti fuori dai bilanci. È indispensabile introdurre da subito semplici ma chiare misure per proibire azioni speculative allo scoperto e altri pericolosi giochi finanziari. Occorre ristabilire un moderno Glass-Steagall Act, cioè la legge bancaria anti-Grande Depressione del 1933 che separava le banche commerciali da quelle di investimento, per evitare che i risparmi siano usati per le speculazioni. E si mandi a casa chi sostiene che bisogna dare credito ai mercati e non alla politica. Chi pretende per la finanza e per la speculazione una libertà assoluta. Non ci si può sottrarre alla domanda: Chi merita maggiore protezione? Gli Stati, la vita e il lavoro dei cittadini oppure i mercati e gli speculatori? (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi e Paolo Raimondi Economista da Italia Oggi)

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Bankitalia: boom di sanzioni

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 giugno 2011

Una recentissima relazione della Banca d’Italia riporta delle notizie importanti che riguardano i controlli obbligatori sul sistema bancario ed in particolare le sanzioni irrogate agli enti sottoposti a vigilanza che Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” ritiene funzioni fondamentali per la tutela dei cittadini in sistemi, quello bancario e quello dell’intermediazione finanziaria, non sempre trasparenti. Secondo il suddetto documento nel 2010 e nei primi cinque mesi del 2011 è da segnalarsi un decisivo aumento dell’attività sanzionatoria della Banca d’Italia che è da attribuirsi all’incremento “dei controlli sugli intermediari bancari e finanziari, alla crescente attenzione ai temi della protezione della clientela e alla tutela dell’integrità del mercato e, in generale, al più accentuato rigore nell’enforcement nell’attività di vigilanza”. La relazione pone poi l’accento sulla circostanza che alcune delle condotte illecite rilevate – particolarmente quelle riscontrate presso intermediari poi sottoposti a provvedimenti straordinari – sono così rilevanti a causa della “gravità dei fatti rilevati”, comportando come conseguenza l’irrogazione sanzioni unitarie di elevatissimo importo.
Come c’era da aspettarsi il maggior numero di verifiche ha riguardato i controlli presso gli intermediari anche se numerosi sono stati i procedimenti avviati a seguito di segnalazioni di irregolarità provenienti da altre autorità e organi inquirenti (in specie, la Guardia di finanza) o si è sulla base di elementi tratti dall’attività di vigilanza. A seguito di tali controlli ispettivi e a distanza vi è stato un gran numero di procedimenti di cancellazione di intermediari dell’elenco generale ex art. 106 TUB.

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Banche che puntano sull’etica e sulle persone

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 dicembre 2009

Oltre 6 milioni 600 mila euro messi a disposizione del territorio da parte delle Bcc del Friuli Venezia Giulia: ossigeno importante per le comunità locali, per iniziative socio-culturali, assistenziali, sportive e per la tutela dell’ambiente. Una cifra considerevole che ha consentito di finanziare 3 mila e 735 progetti. Ulteriori 2 milioni 367 mila euro sono stati riservati alle sponsorizzazioni. «Anche nel 2009 – commenta il presidente della Federazione delle Bcc del Fvg, Giuseppe Graffi Brunoro –, il nostro sistema bancario non ha fatto mancare il suo sostegno a quella moltitudine di realtà che rispondono, con iniziative e progetti, alle esigenze delle comunità nella quale operano. Le Bcc della regione, infatti, hanno garantito finanziamenti e aiuti al mondo delle associazioni e del volontariato, a enti e istituzioni locali, parrocchie e scuole che, grazie al nostro contributo, hanno potuto sviluppare nuove attività e avviare progetti a beneficio dell’intera collettività. Un sostegno concreto che proseguirà anche se, probabilmente, con minore intensità nell’anno che sta per iniziare. Il Credito Cooperativo è attento ai mutamenti economici e non è certo indifferente ai tempi di crisi in cui si trova a operare». «Al forte impegno a favore del territorio – evidenzia il direttore della Federazione, Gilberto Noacco – si affianca l’attenzione nei confronti del personale. Puntare sulla conoscenza e sullo sviluppo delle competenze professionali, è sempre stato uno degli obiettivi del Credito Cooperativo regionale, che considera la formazione, a tutti i livelli, l’elemento strategico che sostiene l’innovazione, la competitività e marca la differenza. Per questo anche nel 2009 è proseguito l’impegno nella formazione dei 1.431 collaboratori, per oltre 60 mila ore». In aumento anche il numero dei soci delle Bcc che hanno superato, complessivamente, quota 48 mila. Ai soci giovani è stata dedicata crescente attenzione attraverso iniziative formative, incontri, eventi ricreativi e culturali, accordi con le scuole, il supporto all’Università di Udine per il Master per Operatore bancario, le borse di studio per stage formativi all’Ufficio della Regione a Bruxelles. Recentemente è stato presentato pure il progetto di educazione finanziaria “Capire l’Economia”: le Bcc, la Regione, l’Anci e l’Ufficio scolastico uniti in una serie di percorsi formativi e informativi sul territorio, finalizzati alla sensibilizzazione della comunità regionale in tema di economia e finanza, per creare un linguaggio comune tra banca e cliente. I formatori, messi a disposizione dalle Bcc, si occuperanno di coinvolgere i risparmiatori sull’importanza di costruirsi un’adeguata consapevolezza finanziaria, per amministrare le proprie risorse in maniera informata e sulla sostenibilità dell’indebitamento familiare. A questi numeri, già di per sé significativi, si affiancano le importanti iniziative sviluppate a sostegno di imprese e famiglie per fronteggiare la difficile congiuntura economica. Ne rappresentano esempi qualificanti l’accordo con la Regione, le categorie e i sindacati, rinnovato nei giorni scorsi, per l’anticipo delle indennità di Cassa Integrazione con un plafond complessivo di 20 milioni di euro, e i numerosi protocolli anticrisi sottoscritti con le categorie economiche e i Confidi a sostegno delle aziende, finalizzati a permettere flessibilità nella gestione dei rimborsi rateali dei crediti.

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Alla Carige negano il cambio di un assegno

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2009

Lettera al direttore. Abbiamo ricevuto una lamentela da parte di L.L. che si è recata presso una filiale della banca Carige, situata in via Bissolati 59 a Roma, con un assegno per un risarcimento da parte dell’assicurazione, emesso da circa una settimana, che non le sarebbe stato cambiato per motivi di sicurezza, pur avendone pieno diritto. Questa è stata l’ultima di tante segnalazioni ricevute e sembra che si tratti di un  comportamento piuttosto diffuso. “Il caso presenta ancora una volta – ha commentato Vittorio Marinelli, responsabile per la tutela dei consumatori dell’Italia dei Diritti- la necessità di una riflessione sullo strapotere del sistema bancario. Volendo applicare la norma in modo tecnico è indubitabile come la banca si sia appropriata indebitamente del denaro del quale aveva possesso al fine di avere un duplice, ingiusto, profitto. Il primo è la percezione della somma con tutto ciò che questo comporta, con la possibilità di disporne a proprio piacimento. Altro aspetto ancora più grave sfiora addirittura l’estorsione in quanto si mira ad obbligare la malcapitata posseditrice del titolo ad aprire un conto corrente quando magari non ha nessuna voglia di procedere in tal senso”. A tal proposito abbiamo sentito, telefonicamente, la direttrice della banca in questione che ha affermato che l’assegno non è stato cambiato per motivi di sicurezza. La ragazza non era una loro cliente e non avendo la possibilità di verificare l’identità hanno evitato di cambiarle l’assegno. Stando alle parole della direttrice si tratta solo di una questione di sicurezza. Ma il codice penale dice ben altro: secondo il comma 11 dell’articolo 61 ci sarebbe l’aggravante dell’abuso di autorità perpetrato dal vice direttore dell’istituto bancario. “Non si sa a chi rivolgersi in questi casi – continua il responsabile del movimento presieduto da Antonello De Pierro – visto che la Banca d’Italia è controllata dalle banche”.

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Marinelli commenta usura nel Lazio

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2009

“Le famiglie del Lazio sono stritolate dalle due “delinquenze” organizzate, ossia dai gruppi di camorra e dai gruppi bancari”. Questo il commento di Vittorio Marinelli, responsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti, riguardo ai dati emersi dal rapporto annuale dello sportello antiracket «Sos impresa Lazio». Secondo l’associazione  un terzo dei commercianti attivi nella regione, pari a 26 mila titolari di negozi, sarebbero ricorsi all’usura negli ultimi anni, mentre il fenomeno si starebbe estendendo anche ad artigiani, professionisti, dipendenti pubblici e pensionati, interessando circa 70 mila famiglie nel Lazio. “Il ricorso all’usura – ha spiegato Marinelli – è determinato nonché occasionato dall’abdicazione voluta e perseguita dal sistema bancario. Per questo le famiglie ricorrono agli “zii” di quartiere. Il dato risulta oltremodo sconcertante soprattutto se si considera che l’Italia ha il maggior numero di forze dell’ordine rispetto ala popolazione. Ciò nonostante la delinquenza spadroneggia. Se oggi leggiamo questi dati probabilmente è tutto il sistema del nostro Paese a non funzionare”.

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Italia dei Diritti contro l’usura

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 marzo 2009

Marinelli, responsabile consumatori del movimento: ” Gli italiani sono sempre più vittime di un sistema bancario che funziona secondo logiche medievali”  “I  numeri presenti nel dossier testimoniano non solo la spinta forsennata verso il sovraindebitamento, frutto dell’altrettanto esasperata corsa al consumismo, e nel contempo la difficoltà di accesso creditizio da parte dei non addetti ai lavori”. Questo il commento di Vittorio Marinelli, responsabile consumatori del movimento Italia dei Diritti, sui dati relativi ai cittadini che nell’anno 2008 si sono rivolti al numero verde antiusura attivato dalla provincia di Roma e gestito in collaborazione con il Codici. L’identikit prototipico della vittima corrisponde ad un individuo  tra i 26 e i 65 anni, di istruzione media-superiore e con reddito fisso, residente nella capitale e in particolar modo nel XIII municipio. ” Commercianti e liberi professionisti – ha poi aggiunto Marinelli – sono infatti ben introdotti nei folli e farraginosi meccanismi del credito italiano e riescono quasi sempre ad ottenere un trattamento diverso dal classico amico direttore di banca che solo una volta che sono rovinati inesorabilmente li indirizza dall’usuraio di turno. Diversamente da impiegati, pensionati e studenti che ci arrivano direttamente avendo sempre l’altrettanto classico ‘zio’ a portata di mano. Al di là della lettura dei dati statistici, il risultato incontrovertibile è che sono tutti schiavi e che è schiava l’Italia nel suo complesso e tutti gli italiani, per via di un sistema bancario come il nostro che dovrebbe soltanto mettersi da parte e consentire agli altri operatori europei di poter agire liberamente senza barriere e limitazioni di sorta”.

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