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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 229

Posts Tagged ‘sistema giudiziario’

La giustizia in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

 Ho scritto queste cose trent’anni fa. Sta al lettore di oggi rilevare le eventuali diversità introdotte nel sistema giudiziario italiano e capire, come credo, quanto poco sia stato fatto per restituire al precetto giuridico la sua identità e il suo indirizzo nella realtà sociale e civile di un Paese che vorremmo definire a democrazia compiuta. Come posso ampiamente rilevare la società contemporanea, da una parte, ha fatto tesoro delle esperienze passate, recenti e remote, maturate negli studi approfonditi degli studiosi del diritto che, a mio avviso, hanno inteso, in questo modo, tutelare l’ordinato evolversi della “comunità” rispetto ai suoi compositi impegni ai quali è, di volta in volta, chiamata. Alla base di questo modello “evoluto e specialistico”, offertoci dall’amministrazione della giustizia, vi è stata da sempre la convinzione che solo una “società” ordinata, secondo certi principi universalmente riconosciuti e accettati dalle genti che sceglievano di vivere in comunità e che tracciavano un’area autonoma di territorio dove costruire il loro avvenire, potesse offrire una base concreta sulla quale poter assicurare forza e determinazione ai suoi progetti unitari. Scrivevo, infatti: “La storia, per altro, ci insegna che là dove è venuta meno la giustizia e con essa l’autonomia del giudice dagli altri poteri forti dello Stato, vi è stato il collasso statuale e la crisi è diventata irreversibile fino alle sue estreme conseguenze con le dittature, lo Stato di polizia e via dicendo. Ma la giustizia per essere valida non ha solo bisogno di buone leggi e quindi di un legislatore nato per essere “saggio, accorto e sensibile alle realtà del mondo che cambia”, ma deve far sentire la sua presenza facendo in modo che essa pervenga ai destinatari, attori o convenuti che siano, con tempestività, equità ed uniformità di giudizio a prescindere dalle loro condizioni sociali, dal ceto e dal ruolo politico svolto. Ebbene in Italia, e in una certa misura anche nel resto del mondo industrializzato e non, stanno venendo meno questi presupposti perché si sta scivolando sul piano inclinato di una giustizia che si vuole al servizio di qualcuno, ad usum delphini e non nell’interesse generale. Questo malessere è avvertito un po’ da tutti. Scriveva nel 1986, tra l’altro, il Presidente pro tempore della Corte di Appello di Roma Carlo Sammarco: “Finora il cittadino italiano nutriva una sostanziale fiducia nei suoi giudici, pur essendo ripagato con disfunzioni e ritardi. Di recente ha mutato atteggiamento: esso è divenuto critico se non sospettoso nei confronti dell’istituzione giudiziaria. La verità è che il giudice italiano è chiamato a rendere giustizia in una società che nell’ultimo trentennio si è profondamente trasformata e lo ha fatto ad un ritmo vertiginoso. L’avvento dello stato sociale, finalizzato a garantire a tutti i consociati i benefici conseguiti attraverso lo sviluppo economico, ha comportato la tendenza alla socializzazione del diritto; nel contempo il processo di democratizzazione del sistema socio-economico, per effetto di una imponente moltiplicazione dei soggetti economici sociali ed istituzionali, ha, a sua volta, sviluppato la tendenza al policentrismo del diritto, essendosi la funzione legislativa del Parlamento rivolta alla composizione degli interessi ed alla regolamentazione dei poteri dei corpi intermedi e dei gruppi in competizione fra di loro, per cui le leggi spesso si atteggiano a veri e propri statuti di gruppo. A queste due tendenze del diritto se n’è aggiunta una terza: la proliferazione del diritto; le leggi si accumulano, si contraddicono, si cancellano, il tutto in maniera caotica. Di conseguenza, è venuta appannandosi la posizione di terziarità del giudice, per cui taluno ha parlato di amministrativizzazione della funzione giudiziaria.” Ebbene mentre cambiavano a un ritmo inusitato i connotati sostanziali della giurisdizione e il ruolo del giudice si ampliava e si potenziava occupando spazi un tempo impensabile, non si provvedeva prontamente alla riconsiderazione della sua professionalità e al rinnovamento della legge concernente il loro status e dei codici di rito e tanto meno all’ammodernamento delle strutture organizzative. Cosicché, accanto alle disfunzioni di sempre, andatesi gradualmente aggravandosi, è venuta proponendosi una messa in mora per i modi in cui la giustizia è amministrata in Italia. Un evento, questo, carico di conseguenze negative per l’ordinato vivere civile della comunità nazionale di fronte alla quale non si può rimanere inerti e continuare a credere che tutto possa rimanere come prima. Ebbene nonostante questo e molti altri appelli apparsi sugli organi di stampa, non solo specialistici, e in tutte quelle sedi, compreso il Parlamento dove non solo si poteva informare ma anche decidere una svolta, nel senso voluto in apparenza da tutti, per ridare fiato alla questione giustizia e a conferirle quella funzione vitale per la tenuta stessa della democrazia, po o nulla è stato fatto. Queste riflessioni ho incominciato a farle nella prima stesura di questa pubblicazione, ovvero nel 1995. L’ho vista come la giustizia che si propone con sconti di pena, di condoni  e di amnistie, ma nessuno sembrava voler prendere il classico toro per le corna ed affrontare il problema alla radice. E’ sempre di quel tempo il commento-sfogo, fin troppo amaro, per quanto fosse realistico, di un magistrato, Fabio Salamone – chiamato a svolgere una delicata inchiesta – quando in un’intervista, rilasciata a un giornalista del “Corriere della sera”, dice: “Come il solito in questa Italia che continua a prendersi in giro, il problema non è posto correttamente, mi pare. Intanto, i processi una volta in piedi si devono fare. Salvo che il potere politico si assuma la responsabilità di bloccarli o modificarne la procedura in corso d’opera. Ovviamente – egli rileva – non spetta a noi magistrati decidere. Siamo solo dei tecnici che potremmo esprimere un parere, se richiesto, fermo restando l’obbligo di applicare leggi e norme fatte da altri, da un altro potere costituzionale, appunto quello legislativo. II chiarimento, quindi, va ricercato esclusivamente in sede politica.” Se ci soffermiamo un attimo a considerare proprio questo specifico aspetto richiamato da Salamone, per quanto ovvio, ci troviamo a dover registrare la prima grossa incongruenza nel sistema Italia. Il Parlamento legifera ed è quello che è chiamato a fare nel caso specifico, ma non ci sembra corretto, per non dire altro, che una volta affidate le leggi da esso emanate ai magistrati i quali, a loro volta, sono preposti per farle applicare, si debba dire “tra le righe” che se colpiscono certi uomini influenti le stesse norme non valgono più e che, ancor peggio, esistono degli “intoccabili” che possono rubare, uccidere e compiere qualsiasi illecito, ma guai a chi osa chiamarli a risponderne. Anche in questa circostanza continua a valere la logica del più forte, quella del vincitore che in guerra si vede assolte le sue atrocità mentre condanna quelle del nemico sconfitto, che trasforma in “eroi” dei biechi assassini e riduce a “carnefici” quelli dell’altra parte che hanno avuto il demerito di essere dei perdenti. Dov’è la giustizia in questi casi? E’ indubbiamente in un solo posto: nel cuore dei malvagi, dei prevaricatori, e allora non chiamiamola, ipocritamente, giustizia, ma qualcosa d’altro. E al contrario di quanto pensa Salamone, noi diciamo che in Italia, e aggiungiamo non solo in Italia, non si tratta di schizofrenia del potere politico quando affronta i temi della giustizia peccando di farlo senza uno studio sereno, né di avvalersi di emozioni legate a casi particolari tanto da valutare ogni grande tematica in rapporto solo alla soluzione di una singola emergenza, ma è qualcosa di ancora più grave. E’ vero e proprio disfattismo. La corruzione non è solo il frutto di una burocrazia malata, ma è la volontà di alcune categorie di voler comunque mestare nel torbido per ricavarvi il massimo profitto a costo zero. E a chi si straccia le vesti scandalizzato per queste oscenità da “ergastolo”, chiediamo se onestamente lo Stato italiano dalla sua unità a oggi abbia mai fatto qualcosa in nome di tutta la nazione o, più semplicemente, se non si sia servita del Meridione come di un semplice mercato di sbocco delle produzioni concentrate nel Nord.  Allo stesso modo si è comportata la Francia di Napoleone III nel momento in cui intese favorire l’unità d’Italia. La sua riserva mentale era quella di procurarsi uno spazio “privilegiato” per i  suoi commerci in Italia in ricambio degli appoggi resi. Le forze politiche devono avere la serenità di valutare i temi della giustizia nella loro globalità e senza preconcetti. C’è troppa confusione. L’ignoranza della legge non scusa, si dice. Ma non esiste un codex, un corpus con tutte le norme penali. Si fa una legge finanziaria e s’inserisce una norma penale. Si vara una legge sui bovini ed è lo stesso. Con la conseguenza che nessuno sa quanto siano i reati in Italia. A questo punto è urgentissimo ordinare la materia. Non dimentichiamo che nel nostro Paese vige un codice penale di una società che non esiste più. A questo si aggiunge il problema del sovraccarico degli uffici penali”. Dal libro di Riccardo Alfonso “Diritto e rovescio”

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Diritto ad un equo processo

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 giugno 2011

“Il diritto ad un equo processo è essenziale affinché i cittadini abbiano fiducia nel sistema giudiziario,” ha dichiarato la Vicepresidente Viviane Reding, Commissaria europea per la Giustizia. “In caso di arresto, occorre garantire ai cittadini il diritto di essere assistiti da un avvocato in qualsiasi paese dell’Unione europea. Nel caso in cui si trovino agli arresti in un paese straniero, devono poter essere assistiti dal loro consolato o dalla loro ambasciata. Il provvedimento adottato oggi rafforzerà la fiducia reciproca tra i nostri sistemi giudiziari, garantendo che gli indagati beneficino dello stesso trattamento grazie a norme minime identiche in tutta l’Unione europea.” Il diritto proposto oggi di aver accesso ad un difensore rappresenta la terza direttiva di una serie di proposte che mirano a garantire i diritti minimi ovunque nell’Unione europea. Gli altri diritti sono il diritto alla traduzione e all’interpretazione.

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Credibilità e fiducia nel sistema giudiziario

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2010

“Recuperare efficienza, credibilità e fiducia nel sistema giudiziario italiano è una questione vitale per la democrazia”. Con queste parole il Sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Casellati ha aperto il suo intervento nel corso del dibattito “Aspetti normativi nella riforma della Giustizia”, promosso a Fabriano dalla fondazione Magna Carta Marche in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati di Ancona. ”Nei primi due anni di Legislatura il Governo Berlusconi ha messo in atto una serie di interventi volti a coniugare le garanzie dei cittadini con l’effettività del processo. Obiettivi prioritari sono stati la razionalizzazione e l’accelerazione dei tempi per il compimento delle attività processuali, ma anche – ha precisato la Senatrice – l’approvazione di importanti provvedimenti come lo stalking e la ratifica della Convenzione sulla protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Tuttavia, c’è ancora molto da fare. Auspico – ha concluso il Sottosegretario – una virtuosa sinergia tra tutti i protagonisti del sistema-Giustizia”.

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Il caso Cosentino

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2009

Editoriale Fidest. L’avvocato Nicola Cosentino, per quanto ci è dato di sapere, già mesi fa ebbe a subire una mozione di sfiducia nei suoi confronti, ma l’aula a larga maggioranza la respinse. Oggi si ripete e, questa volta, l’unico partito, l’Idv, che l’ha presentata, si ritrova solo. Questo significa che sarà respinta dalla Camera dei deputati la richiesta della magistratura di autorizzazione a procedere nei suoi confronti in aggiunta al fatto che continuerà a fare il sottosegretario come se nulla fosse. Dobbiamo meravigliarcene? Assolutamente no. E’ nella norma. Se si insiste finiamo con il trasformare quest’uomo politico in una vittima e noi non lo vogliamo in tale veste. La verità è che dovremmo fare una seria riflessione sul nostro sistema giudiziario che ha il suo tallone d’Achille nella eccessiva lungaggine del suo iter procedurale. Cosa intendiamo dire con ciò? E’ che un po’ tutti di là delle proteste formali trovano conveniente lasciare che la magistratura languisca perchè esiste un interesse trasversale nel quale i carcerati e i “grandi inquisiti” possono sperare nei condoni, nelle prescrizioni e nelle amnistie. E se ritorniamo per un momento al caso Cosentino, ma potrebbe essere di molti altri politici e non, possiamo, nella peggiore delle ipotesi, prefigurare il seguente scenario: un rinvio a giudizio da parte dell’organo inquirente per la celebrazione di un processo che tra rinvii di varia natura potrebbe concludersi tra tre o quattro anni. Ma non è tutto. Se l’imputato è condannato continuerà a non accadere nulla in quanto c’è l’appello ovvero almeno altri tre o quattro anni e alla fine c’è la prescrizione. E allora perché, ci chiediamo, tanta fatica per inquisirlo e arrestarlo? Se le cose vanno in questo modo non dobbiamo prendercela con chi fa il suo dovere ma con il sistema che produce tali anomalie ridicolizzando il ruolo della giustizia e alla giustizia nel subire questa umiliazione. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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