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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘sistema immunitario’

Sistema immunitario ed effetti deleteri dell’alcol

Posted by fidest press agency su martedì, 7 luglio 2020

Camerino. L’attivazione del sistema immunitario è responsabile di alcuni degli effetti deleteri dell’alcol, come la dipendenza: è questa la conclusione di una ricerca condotta da un team internazionale, coordinato dal dott. Santiago Canals dall’Istituto di Neuroscienze di Alicante in Spagna e di cui fanno parte i gruppi di ricerca del prof. Roberto Ciccocioppo dell’Università di Camerino, del prof. Wolfgang Sommer del Central Institute of Mental Health dell’Università di Heidelberg in Germania, e colleghi della Charles University di Praga.I ricercatori hanno osservato che la capacità dell’alcol di evocare dipendenza è in parte legata alla sua tendenza a cambiare l’organizzazione spaziale del cervello, in particolare della materia grigia, come mostrato dallo studio appena pubblicato sulla rivista Science Advances. “Siamo molto soddisfatti per questo risultato – ha sottolineato il prof. Roberto Ciccocioppo – dal momento che comprendere il meccanismo attraverso cui l’alcol altera le funzioni cerebrali è fondamentale per lo sviluppo di nuove terapie”.I dati riportati nello studio dimostrano che i cambiamenti della geometria spaziale osservata nella materia grigia dei soggetti esposti all’alcol è legata all’attivazione del sistema immunitario cerebrale, in particolare delle cellule della microglia. L’alcol provoca l’attivazione di queste cellule responsabili della difesa dell’ospite, portando ad un cambiamento delle loro caratteristiche biochimiche e conformazionali. La microglia passando dalla sua forma inattiva a quella attivata cambia di morfologia trasformandosi da cellule dalla struttura ramificata a cellule dalla forma arrotondata o ameboide. Cambiamento che altera la geometria dello spazio extracellulare, consentendo una maggiore diffusione delle sostanze chimiche responsabili della comunicazione fra i neuroni. Una di queste sostanze è la dopamina, uno dei neurotrasmettitori più importanti nel mediare la sensazione di gratificazione che accompagna l’uso dell’alcol.Aumentare la diffusione di dopamine e probabilmente di altri neurotrasmettitori come il glutammato o il GABA può potenziare le proprietà gratificanti dell’alcool, altrimenti deboli, incrementando la motivazione al suo consumo. Questo studio traslazionale dimostra che il consumo cronico di alcol aumenta la diffusivita’ media nella materia grigia cerebrale sia dell’uomo che del ratto. Queste alterazioni compaiono poco dopo l’inizio del consumo di alcol nei ratti, persistono nell’astinenza precoce sia nei roditori che nell’uomo e sono riconducibili alla diminuzione delle barriere spaziali extracellulari dovuta all’attivazione della della microglia in risposta all’azione tossica dell’alcol.In un precedente articolo, pubblicato nell’aprile dello scorso anno su JAMA Psychiatry, questo stesso gruppo di ricercatori, ha dimostrato che l’alcol continua a danneggiare il cervello anche dopo prolungata astinenza. Quel lavoro suggeriva già un aumento della diffusività nel cervello a causa dell’alcol, ma i ricercatori non sapevano ancora perché. Ora il nuovo studio, pubblicato su Science Advances, risolve il mistero dimostrando che l’aumento della diffusività è dovuto all’attivazione delle cellule immunitarie del cervello.

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La scienza del sistema immunitario: “la miglior difesa” di Matt Richtel

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 agosto 2019

Scrive Douglas Preston, autore di “La città perduta del dio scimmia”: “È il racconto affascinante e avvincente delle ultime, e piuttosto sorprendenti, scoperte che riguardano il sistema immunitario umano e il suo funzionamento. Ma è anche una storia di persone che affrontano la mortalità, di scienziati appassionati che cercano la verità, e una meditazione sulla morte e su come tutti noi lottiamo con il mistero supremo. Sincero e commovente, pieno di compassione, amore e dramma umano, questo è il lavoro di uno scrittore di grande eticità che affronta grandi problemi e questioni profondamente umane. Che lettura stimolante e meravigliosa! Consiglio vivamente questo libro straordinario.”
HarperCollins, 22,00 € – 503 pag. – Traduzione di Paolo Lucca. Matt Richtel Reporter del New York Times, ha vinto il premio Pulitzer con una serie di articoli sui meccanismi dell’attenzione nell’era digitale che successivamente hanno dato vita al suo primo saggio, A Deadly Wandering. Vive a San Francisco. http://www.mattrichtel.com

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Le malattie autoimmuni sono causate da errori del sistema immunitario

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2017

tiroide5Accade quando aggredisce le cellule dei tessuti sani invece di attaccare i nemici, virus, batteri, ecc. che l’organismo può ospitare. Possono colpire un solo organo o organi diversi anche nello stesso soggetto e in genere la causa non è nota.«Una delle malattie autoimmuni più comuni è la tiroidite di Hashimoto che si riflette con una sintomatologia che va dall’ipo o all’ipertiroidismo o anche non avere necessariamente avere una sintomatologia evidente, spiega Michele Zini, Centro Malattie Tiroidee dell’IRCCS Arcispedale “S. Maria Nuova” di Reggio Emilia e membro AME, Associazione Medici Endocrinologi.Un recente studio, pubblicato sulla rivista Autoimmunity Reviews, ha dimostrato che i pazienti con tiroidite autoimmune sono esposti al rischio di sviluppare nel tempo altre malattie autoimmuni in misura maggiore rispetto alle persone non colpite da tiroidite autoimmune. Le malattie autoimmuni sono state rilevate nel 19.5% dei pazienti con tiroidite autoimmune, e solo nel 3.9% dei controlli. Questo significa che avere una tiroidite autoimmune conferisce un rischio 5 volte maggiore di sviluppare una seconda patologia autoimmune oltre alla tiroidite.Le malattie autoimmuni più frequentemente associate alla tiroidite indicate dallo studio sono la gastrite cronica autoimmune, la vitiligine, la artrite reumatoide, la polimialgia reumatica, la celiachia, il diabete mellito tipo 1, la malattia di Sjögren, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico, la sarcoidosi.
Il problema può essere visto anche da una prospettiva diversa, e cioè arrivare alla diagnosi di tiroidite autoimmune partendo da altre patologie autoimmuni. Questo ha importanti ricadute pratiche, ad esempio, tutti i pazienti con diabete mellito tipo 1 devono essere periodicamente testati per valutare la funzionalità tiroidea e la formazione di anticorpi antitiroidei, soprattutto i bambini diabetici. I pazienti con malattie reumatologiche autoimmuni dovrebbero essere periodicamente valutati per cogliere la presenza di una tiroidite autoimmune, così come i pazienti con le altre patologie autoimmuni più frequentemente associate alla tiroidite. Il riconoscimento di una tiroidite autoimmune è semplice: bastano due test di laboratorio (TSH con metodo reflex e anticorpi anti-tireoperossidasi), eventualmente seguiti in caso di risultato patologico da una ecografia tiroidea.Nella pratica clinica, l’endocrinologo e i medici di medicina generale terranno presente la possibilità che una seconda malattia autoimmune si manifesti nei pazienti con tiroidite autoimmune di Hashimoto, soprattutto in coloro che ne hanno una suscettibilità genetica: eventuali sintomi, dati di laboratorio, famigliarità possono essere indicatori per la ricerca di altre patologie autoimmuni.Se, in teoria, sembrerebbe ragionevole ricercare attivamente la presenza di malattie autoimmuni in tutti i pazienti con tiroidite di Hashimoto, cercando di identificarle in una fase precoce quando ancora non hanno dato sintomi, al lato pratico, la numerosità delle possibili patologie autoimmuni rende molto difficile questa ricerca, che comporterebbe il ricorso a numerosissimi test di laboratorio ed esami strumentali. Inoltre, anche quando fossero colte in una fase iniziale, non è possibile mettere in atto una vera e propria prevenzione, cioè non si riesce ad evitare l’insorgenza della malattia conclamata.Non esiste una manifestazione clinica comune a tutte le malattie autoimmuni, e i sintomi, i disturbi e le conseguenze cliniche delle malattie autoimmuni sono quelle specifiche di ogni singola patologia. Analogamente, non esiste un trattamento comune unico per tutte le patologie autoimmuni, ma ognuna viene trattata con farmaci e schemi specifici. E’ vero che per molte malattie di questo gruppo si ricorre a farmaci che sopprimono il sistema immunitario, ma i singoli farmaci, gli schemi, i tempi, le dosi e le associazioni sono stati studiati e validati singolarmente per ogni patologia. Analogamente, anche il decorso clinico di ogni malattia autoimmune è indipendente. In altre parole, non ci può aspettare che curando una malattie autoimmune anche le altre eventualmente presenti migliorino.In conclusione, spiega l’esperto, è bene conoscere queste interazioni tra patologie autoimmuni senza che questo diventi fonte di ansia dal momento che possibilità di ammalarsi non significa necessariamente malattia».

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Infezione da HCV e fattori di rischio

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 febbraio 2015

epatite-CL’Epatite C è un’infiammazione del fegato causata da un virus della famiglia Flaviviridae appartenente al genere hepacavirus (HCV) che attacca l’organo, attraverso l’attivazione del sistema immunitario dell’ospite, provocando danni strutturali e funzionali anche molto gravi. Nello specifico, l’infezione causa la morte delle cellule epatiche (necrosi epatica), che vengono sostituite da un nuovo tessuto cicatriziale che, a lungo andare, occupa tutta o quasi la componente sana del fegato, da cui deriva una grave compromissione delle sue attività, evolvendo come ultimo stadio alla cirrosi epatica.
La fase acuta dell’infezione del virus dell’Epatite C decorre quasi sempre in modo asintomatico, tanto che la patologia è definita un “silent killer”. L’infezione da HCV cronicizza nel 70-85% dei soggetti. Ciò significa che anche un’incidenza relativamente modesta dell’infezione contribuisce ad alimentare efficientemente il numero dei portatori cronici del virus. Un danno epatico cronico è osservabile nella maggior parte dei soggetti con infezione cronica, tuttavia solo il 20-30% dei soggetti con danno epatico cronico sviluppa cirrosi nell’arco della propria vita. Ogni anno il 4-6% dei soggetti con cirrosi presenta scompenso clinico o epatocarcinoma.
Il virus HCV possiede un’estrema variabilità genomica che ha portato alla distinzione di 6 diversi genotipi entro i quali si identificano molteplici sottotipi. I genotipi 1, 2 e, in misura minore 3, sono quelli maggiormente diffusi in Europa e negli Stati Uniti. Il genotipo 1 presenta la più bassa risposta alle terapie attualmente in uso ed è, insieme al genotipo 3, un importante fattore di rischio per la progressione della malattia e lo sviluppo di carcinoma epatocellulare, la forma più comune di cancro primitivo del fegato. Non bisogna inoltre sottovalutare il genotipo 4 che, insieme al genotipo 1, è quello meno responsivo alle terapie tradizionali.
l virus dell’Epatite C è “a trasmissione ematica”, il che significa che le persone vengono infettate attraverso il contatto diretto con sangue infetto.

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L’insicurezza a proposito di vaccini

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2009

Non è infrequente imbattermi in persone, per lo più giovani, che denotano un certo grado di insicurezza nel giudicare taluni eventi che pervengono alla loro attenzione tramite notizie di cronaca o dei commenti da parte dei media. E’ ricorrente, infatti, la domanda che mi pongono: ma è vero? Chi l’ha detto? Che fonte è? E’ sicura? In essi prevale il timore di sbagliare, di prendere una cantonata. Questa insicurezza è oggi, purtroppo, alimentata dalla disinformazione. Lo sappiamo bene noi che siamo “operatori dell’informazione” allorquando riceviamo segnali contradditori in specie su temi importanti come la salute. E l’esempio che ora facciamo è di questi giorni e di attualità. Ci riferiamo all’influenza che si preannuncia pandemica e che molti suggeriscono la vaccinazione per evitarla. Ma vi è anche chi va in contro tendenza. Lo scrive Cristina Bassi dopo aver tradotto su http://www.thelivingspirits.net uno studio che potremmo così riassumere: Si consigliano caldamente i genitori di documentarsi sugli effetti (e l’utilità) del vaccino che il Ministero della “Sanità” ci sta proponendo, prima di permettere che il delicato sistema nervoso dei loro bambini (e quello degli adulti in generale) sia violato dai forti inquinanti presenti nel vaccino stesso. E precisa: “Si presume che una vaccinazione ci aiuti a costruire immunità nel nostro sistema nei confronti di organismi potenzialmente dannosi che causano malessere e malattia. Tuttavia il nostro sistema immunitario è già programmato per ciò, in risposta ad organismi che invadono il corpo”. E prevedendo le nostre perplessità si sofferma su taluni dati “tecnici” informandoci che “La maggior parte degli organismi che generano malattie entra nel corpo attraverso le mucose del naso, della bocca, del sistema polmonare o del tratto digestivo. Queste membrane mucose hanno un loro sistema immunitario, chiamato IgA (è l’abbreviazione di immunoglobulina). Dette anche anticorpi, le immunoglobuline sono proteine presenti nel sangue. Ne esistono cinque tipi (IgA, IgD, IgE, IgG e IgM) Le IgA sono gli anticorpi particolarmente presenti nelle secrezioni (saliva, lacrime, muchi, ecc.). In quanto tali costituiscono una barriera che le mucose oppongono ad un agente infettivo che vuole introdursi nel nostro organismo. Questo è un sistema di protezione diverso da quello attivato quando il vaccino è iniettato nel corpo”. Ma allora, ci sembra di capire, a cosa serve il vaccino se abbiamo nel sistema IgAla prima linea di difesa del corpo? Ma cosa contiene questo vaccino di tanto sospetto? Non si tratta solo di virus morti o di quelli vivi che sono stati attenuati (cioè, indeboliti e resi meno nocivi)? Nossignore, ci dicono: “I vaccini contro l’influenza contengono anche un numero di tossine chimiche, incluso: il glicole etilenico (antigelo), la formaldeide, il fenolo (acido carbolico) e antibiotici come neomicina e streptomicina. In aggiunta ai virus e ad altri additivi, molti vaccini contengono anche immuno-adiuvanti come l’alluminio e lo squalene. Questo immuno-adiuvante aggiunto al vaccino ha lo scopo d’aumentare (l’effetto “turbo”…) la risposta immunitaria alla vaccinazione. Gli adiuvanti fanno si che il sistema immunitario iper-reagisca alla introduzione dell’organismo contro il quale si è stati vaccinati. Questi adiuvanti si suppone che facciano il lavoro più velocemente (ma certamente non in modo innocuo). Gli adiuvanti riducono la dose del vaccino quindi, tanto meno sarà il vaccino richiesto per ogni individuo, tanto più dosi individuali saranno disponibili per le campagne di vaccinazione di massa”. Tutto chiaro? Per nulla se sull’altro versante vi è schierata un’intera classe medica pro-vaccino in specie per le categorie più a rischio: bambini, anziani, soggetti con gravi patologie e personale medico, infermieristico o persone più esposte a frequentazioni con i più disparati soggetti”. Ma il dubbio non arretra. Ci chiediamo:  “Nei vaccini contro la febbre suina ci saranno immuno-adiuvanti?” Sembra di si. Cosa significa? E’ che, ci dicono, gli “Adiuvanti di vaccini su base oleosa come lo squalene, a lungo raggio temporale non hanno dimostrato di produrre risposte immunitarie concentrate e ininterrotte. Inoltre, una ricerca del 2000 pubblicata nell’American Journal of Pathology ha dimostrato che una singola iniezione dell’adiuvante squalene sui topi, ha attivato “una infiammazione cronica, mediata immunologicamente sull’articolazione”, altresi nota come artrite reumatoide. Il nostro sistema immunitario riconosce lo squalene come una molecola d’olio indigena del corpo. Essa si trova in tutto il sistema nervoso e nel cervello. Infatti, si può consumare squalene in olio d’oliva. Il sistema immunitario non solo la riconosce, ma si avvale anche delle sue proprietà antiossidanti”. “Ma cosa succede, ci dicono, se le nostre difese s’imbattono anche con lo “squalene cattivo”? La risposta più logica è che il nostro sistema immunitario, preso di contropiede finisca con l’attaccare tutto lo squalene nel corpo e a distruggere, non solo quello contenuto nell’adiuvante”. E a rafforzare il ragionamento ci ricordano i “veterani della Guerra del Golfo che hanno contratto la sindrome che porta questo nome (Gulf War Syndrome:GWS). Essi ricevettero vaccini all’antrace che contenevano squalene”. Il ministero della Difesa (USA ndt) fece, ovviamente, di tutto per negare che lo squalene fosse veramente un inquinante nel vaccino all’antrace somministrato al personale militare nella guerra nel Golfo Persico – schierato o meno. Tuttavia, la FDA (Food and Drug Administration, ndt) scoprì la presenza di squalene in certi lotti di prodotto AVIP (= programma di vaccinazione per l’immunizzazione all’antrace). Secondo la dr Viera Scheibner, in precedenza eminente ricercatore scientifico per il governo australiano: “…questo adiuvante [lo squalene] contribuì alle reazioni a cascata chiamate “Gulf War Syndrome,”  (sindrome della Guerra del Golfo) documentate nei soldati coinvolti nella Guerra del Golfo. I sintomi da loro sviluppati includevano: artrite, fibromialgia, adenopatia, irritazioni cutanee fotosensitive, fatica cronica, emicranie croniche, perdita abnorme di peli, lesioni cutanee non guaribili, ulcere da afte, vertigini, debolezza, perdita di memoria, attacchi epilettici, cambi di umore, problemi neuropsichiatrici, effetti antitiroidei, anemia, alto tasso di sedimentazione degli eritrociti, lupus eritematoso sistemico, sclerosi multipla, fenomeno di Raynaud, sindrome di Sjorgren, diarrea cronica ecc.” A questo punto ci chiediamo quale barriera possiamo creare all’influenza se non usiamo il vaccino? Ce lo dice il dott. Mercola nel suo decalogo: – Eliminare gli zuccheri. Il consumo di zucchero ha un effetto immediatamente debilitante sul sistema immunitario. – Prendere Omega 3 di buona qualità.  – Fare esercizio fisico.  – Avere un livello ottimale di Vit D, la cui carenza causa anche i malesseri influenzali stagionali; un buon livello di questa vitamina permetterà di combattere le infezioni.  – Dormire molto e con qualità.  – Gestire lo stress in modo efficace, se c’è eccesso di stress il corpo non sarà in grado di fronteggiare le infezioni. – Lavarsi le mani, ma non con un sapone antibatterico; usare un sapone naturale senza sostanze chimiche. http://www.thelivingspirits.net Traduzione di Cristina Bass Fonte dell’articolo:http: //articles. mercola. com/sites/articles/ archive/2009/08/04/Squalene-The-Swine- Flu-Vaccines-Dirty-Little-Secret-Exposed.aspx

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Speranze da farmaco per cancro alla prostata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2009

Speranze da un nuovo farmaco contro il cancro alla prostata testato dai ricercatori della statunitense Mayo Clinic, in Minnesota. Tre uomini con neoplasia in stato avanzato hanno avuto risultati talmente brillanti, a detta dei ricercatori capitanati da Eugene Kwon, che ora sarà possibile operarli, nonostante la malattia fosse giunta a una fase che sbarrava ai tre pazienti le porte della sala operatoria. Nel caso dei tre uomini su cui il farmaco, un anticorpo monoclonale che stimola il sistema immunitario, ha avuto “risultati straordinari”, il tumore si è ridotto a tal punto che i tre hanno potuto sottoporsi all’intervento per rimuovere la neoplasia. E il primo trial su 108 pazienti ha mostrato risultati talmente positivi, assicurano i ricercatori, che si è ora deciso di passare a un altro studio su 30 volontari per testare dosi più alte del ritrovato. Una ricerca che accende speranze, soprattutto considerando che sono ben poche attualmente le terapie che consentono di intervenire sulla malattia in stato avanzato. Il farmaco “rappresenta il Santo Graal della ricerca sul cancro alla prostata – afferma Kwon, usando una metafora leggendaria, sulle pagine dell’Independent – eravamo sulle sue tracce da anni”. Ma sulle pagine della Bbc online, John Neate, chief executive del Prostare Cancer Charity, invita alla prudenza. “Va ricordato – sottolinea – che si tratta di risultati preliminari. Vanno condotti studi su larga scala per vedere se si tratta di esiti replicabili. Se lo fossero – riconosce – non c’ dubbio che avremmo stanato una strada estremamente promettente”.

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Troppe polveri fini (PM10) nell’aria che respiriamo

Posted by fidest press agency su domenica, 19 aprile 2009

La maggior parte della popolazione respira di continuo concentrazioni tossiche di polveri fini. La causa principale delle elevate immissioni di PM10 nelle città fortemente inquinate è il traffico. Gas di scarico non trattati dei motori diesel sono particolarmente pericolosi. Le polveri fini (PM10) che penetrano nei polmoni con un diametro inferiore a un millesimo di millimetro sono considerate componenti particolarmente tossiche dell’aria inquinata che respiriamo. Mentre la polvere grossolana è trattenuta dal naso, quella sospesa invisibile può penetrare nelle ramificazioni più fini dei polmoni. Le PM10 indeboliscono il sistema pulente delle vie respiratorie, producono localmente delle infiammazioni e sottopongono a continuo stress il sistema immunitario di gruppi particolarmente a rischio: bambini, malati, persone anziane. Persone sensibili come gli asmatici i cui bronchi si contraggono più velocemente a ogni possibile irritazione, avvertono una frequente mancanza di respiro già in seguito a piccoli sforzi. Con un carico eccessivo di PM10, una persona inala a ogni respiro milioni di particelle di polveri fini. A questa continua sollecitazione reagiscono non solo i gruppi particolarmente a rischio, ma anche adulti sani. L’esposizione alle PM10 può portare a tosse, aumento delle infezioni alle vie respiratorie superiori e inferiori, bronchiti, casi di asma, raffreddore del fieno, malattie al sistema circolatorio cardiaco e tumori. Con questo il componente del Dipartimento Tematico “tutela del Consumatore di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA segnala la necessità della riduzione delle sostanze inquinanti generate da motori diesel ed informa sulle possibilità tecniche di trattamento dei gasi di scarico. I motori diesel sprovvisti di filtri per gas di scarico sono tra le più temibili fonti di emissione di questo impalpabile, quanto pericoloso pulviscolo. Nel corso degli ultimi anni si sono registrati grandi progressi nel trattamento dei gas di scarico prodotti da motori diesel. Per tutti i campi d’applicazione sono oggi a disposizione dei filtri per particolato efficaci, in grado di ridurre di oltre il 99% le emissioni delle polveri fini particolarmente pericolose. Ciò consente di migliorare sensibilmente e a costi sopportabili la prestazione ecologica del trasporto ed un filtro dura circa quanto la vita stessa del veicolo su cui è montato. I filtri antiparticolato installati in particolare sui motori diesel delle macchine da cantiere, sui camion e sugli autobus sono strumenti di sofisticata tecnologia. I gas di scarico vengono convogliati attraverso un filtro rivestito che trattiene le particelle nocive. I veicoli e le macchine possono essere adeguati anche dopo l’acquisto. È una necessità, avvertita soprattutto là dove le emissioni da motori diesel caricano eccessivamente l’ambiente con particelle di fuliggine pericolose, per esempio su strade incassate mal ventilate dove si concentrano asili nido, edifici scolastici e pubblici come nel caso di Lecce dove i genitori degli alunni di una scuola hanno ottenuto per questi motivi la chiusura della strada adiacente l’edificio scolastico. Di conseguenza anche le polveri fini contenute nei gas di scarico generati dalla combustione di diesel devono essere ridotte massicciamente.  Pertanto, il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA al pericolo riconosciuto reagisce auspicando un inasprimento dell’ordinanza contro l’inquinamento atmosferico chiedendo il divieto di circolazione nei centri urbani dei veicoli pesanti sprovvisti di FILTRI che causano, ogni anno, centinaia di morti premature con costi sanitari per milioni di euro.

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