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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Posts Tagged ‘smart working’

Brunetta riconosca i suoi errori: serve tornare allo smart working nel pubblico impiego

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 novembre 2021

A fronte della situazione epidemiologica attuale non c’è nessuno che si fermi a ragionare su quanto abbiano prodotto le scelte compiute finora dal governo Draghi per contrastare l’epidemia, piegando le evidenze scientifiche alla tutela del profitto.A partire dal green pass, prima esteso a 12 mesi e adesso in procinto di ritornare ai 9 mesi; poi i tamponi di cui si mette oggi in discussione la durata nonché la reale affidabilità; per finire con la capacità dei vaccini di ridurre la circolazione del virus. Tutte le misure adottate mostrano oggi la loro inconsistenza scientifica e si caratterizzano chiaramente per ciò che sono sempre state, misure a tutela dell’economia che hanno determinato un allentamento delle uniche vere misure di contrasto alla diffusione del virus, distanziamento e DPI.Si è riaperto tutto senza gradualità e senza misurare gli effetti delle riaperture, con il governo preoccupato esclusivamente di far sapere agli italiani che l’economia era ripartita. Anche perché se non ce lo avessero detto, la maggior parte di noi non se ne sarebbe accorta, visto e considerato che a riprendere vigore è stato esclusivamente il profitto senza portare nessun beneficio ai lavoratori. Mentre ci siamo accorti eccome dell’aumento delle bollette e del carovita.Nonostante ciò si insiste sempre sullo stesso filone, tutelare l’economia a danno della sicurezza, ignorando le indicazioni scientifiche.Dentro questa smania governativa rientra il provvedimento a dir poco azzardato del ministro Brunetta che ha riportato i lavoratori pubblici negli uffici, rinunciando a distanziamento e causando un inevitabile sovraffollamento dei trasporti pubblici. Oggi quella scelta appare per quello che era: un intervento teso a mettere immediatamente la PA al servizio dell’impresa e a rilanciare l’indotto legato ai consumi. Oggi, la fanfara di Brunetta che ha magnificato le scelte del suo governo e i suoi effetti sull’economia suona meno potente ma, nonostante l’evidenza che siamo di fronte ad una nuova ondata epidemica, nessun ripensamento sul provvedimento di rientro è alle viste.Nelle settimane passate, USB, in splendida solitudine, aveva avvisato il Ministro sui rischi per ì lavoratori e per la collettività che avrebbe comportato la scelta di un rientro in massa dei dipendenti pubblici, ricordandogli peraltro che la normalità non si ottiene per decreto. Continuare con lo smart working era la scelta giusta, magari fornendo ai lavoratori un supporto che gli consentisse di lavorare ancora meglio evitandogli di arrangiarsi con mezzi propri per erogare servizi ai cittadini. Questo avrebbe dovuto significare uscire dal lavoro agile emergenziale: mettere i dipendenti pubblici nella condizione migliore per svolgere la propria funzione senza rientrare in presenza. Invece il ministro ha agito lasciando prevalere su sicurezza e prevenzione il proprio malcelato odio nei confronti dei lavoratori pubblici.In questa drammatica fase, che ci auguriamo sia chiaro per tutti, non è affatto finita, non servono inutili fanfare che riempiono di proclami, giornali e social media. Non servono provvedimenti rivolti esclusivamente alla tutela del profitto. Non serve una scienza serva del potere.Servono scelte che guardino alla sicurezza e alla salute dei cittadini come assoluta priorità. E una di queste è il mantenimento e il rilancio dello smart working come strumento di distanziamento sociale, anche nel pubblico impiego.

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“L’esperienza dello ‘smart working’ non va totalmente dissipata”

Posted by fidest press agency su martedì, 5 ottobre 2021

“Dal 15 ottobre la maggior parte dei pubblici dipendenti, distribuiti in tutti i Comuni italiani, tornerà nei propri uffici dopo il largo uso dello smart working a causa della pandemia. Il ministro per la pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ne ha fatto una sorta di crociata indicando nella regolarizzazione del contratto, nell’organizzazione del lavoro per obiettivi, nel monitoraggio dei risultati e nella verifica della soddisfazione dell’utente gli obiettivi, naturalmente condivisibili. Riconoscendo, però, un punto sensibile di non poco conto: la sostenibilità dei trasporti.Se il cosiddetto ‘lavoro agile’, nella fase pre-Covid, veniva indicato come un’opportunità per il futuro, il post-pandemia rischia di riportare indietro le lancette dell’orologio: la regola deve essere la presenza, ammoniscono ora dal ministero.Sui pro e i contro del lavoro da remoto si discute molto, con argomentazioni in genere apprezzabili per entrambi i fronti. In termini aziendali molto dipende dall’efficienza dei processi produttivi, dalla capacità gestionali da parte dei manager e dalla responsabilità individuale dei lavoratori: se un professionista è tale in una sede istituzionale, lo sarà anche – e forse di più – da remoto. Sul piano sociale, lo scontro è tra gli aspetti negativi per il tessuto commerciale intorno alle sedi di lavoro (minori incassi per bar, ristoranti, tabaccai, ecc.), ma positivi sul fronte ambientale grazie ai minori spostamenti e all’abbattimento dei consumi energetici o idrici delle sedi fisiche di lavoro.Secondo noi è importante non vanificare l’esperienza di questi mesi, che comunque ha offerto segnali interessanti. Pertanto una strada condivisibile può essere quella del lavoro ibrido, cioè la coesistenza – e non la contrapposizione – tra lavoro in presenza e da remoto per cumulare i vantaggi delle due modalità. È la proposta avanzata, tra gli altri, dal presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda, il quale in un’intervista a PA Magazine sostiene che “non servono camicie di forza per il lavoro agile, ma occorre ristrutturare i processi produttivi in modo da catturare i vantaggi di una combinazione ottimale tra fasi del lavoro svolte in presenza e fasi svolte da remoto: la sfida particolare per la pubblica amministrazione è quella della padronanza delle nuove tecnologie sia da parte dei manager sia da parte dei dipendenti”.Giustamente Fadda indica la strada dello sviluppo di nuove competenze, in particolare su manager in grado di pianificare e riorganizzare organicamente anche nella pubblica amministrazione le fasi dei processi e le procedure operative, i tempi, gli ambienti per il lavoro in presenza individuale e di gruppo, le modalità di leadership, le relazioni interpersonali con e tra i dipendenti, il monitoraggio e il controllo dei risultati. Un modello, in sostanza, analogo a quello dell’impresa privata che funziona”.È quanto scrive, in una nota, Domenico Mamone, presidente dell’Unsic, organizzazione datoriale con oltre tremila sedi – tra Caf, patronati, Caa, ecc. – in tutta Italia.

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Scuola: Tra poco più di 15 giorni addio allo smart working

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 settembre 2021

Largo alle “prestazioni di lavoro in sede” per i dipendenti di tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e le Agenzie di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 e anche il CONI fino a revisione organica della disciplina di settore. Il riferimento, contenuto nel Dpcm del 23 settembre 2021, è al decreto legislativo n. 165 del 30 marzo 2001. Il Governo ritiene, con questo provvedimento, che vi siano “le condizioni per un graduale rientro in presenza, e in sicurezza, dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni”, attraverso apposito “decreto del Ministro per la PA, ovviamente nel rispetto della cornice delle misure di contrasto del fenomeno epidemiologico adottate dalle competenti autorità”. Sul ritorno al lavoro in presenza dei lavoratori pubblici, in piena pandemia da Covid19, con le varianti del virus che si trasformano di continuo e numeri di contagiati e di decessi ancora poco rassicuranti, permangono diversi dubbi. E ancora più perplessità si pongono per l’abbandono del lavoro agile: non più di sei mesi, la parte pubblica si impegnava – con il Patto per l’innovazione e coesione sociale nella PA – ad individuare una disciplina contrattuale per la gestione dello smart working, evitando, si legge nel patto, “una iper regolamentazione legislativa” e che “vi sia più spazio per la contrattazione di adattare alle esigenze delle diverse funzioni queste nuove forme di lavoro che, se ben organizzate, hanno consentito la continuità di importanti servizi pubblici anche durante la fase pandemica”. Di quell’accordo, però, non sembra essere rimasto molto.

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Dl Proroghe: Fp Cgil, contraddizioni su soglia minima smart working Pa

Posted by fidest press agency su domenica, 2 Maggio 2021

“Appare in contraddizione promuovere la flessibilità di definizione delle percentuali dello smart working in base alle esigenze delle amministrazioni con l’introduzione di limiti individuati per decreto, quando in queste ore Aran apre la strada alla contrattualizzazione”. Così la Fp Cgil commenta quanto previsto, come riporta il ministro della Pa, Renato Brunetta, nel decreto legge proroghe approvato oggi in Cdm in tema di smart working.Una notizia, aggiunge il sindacato, “uscita mentre con l’Aran le organizzazioni sindacali avviavano il confronto per il rinnovo contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori delle Funzioni Centrali, cui seguiranno gli avvii delle trattative per tutti gli altri contratti pubblici, e il presidente Naddeo comunicava che proprio lo smart working dovrà essere parte centrale del nuovo testo contrattuale”.Per la Fp Cgil, “Brunetta riconosce che è sbagliato imporre per legge soglie minime o massime di lavoratori che le amministrazioni potranno mettere in lavoro da remoto, perché limiterebbe la flessibilità organizzativa di cui le amministrazioni pubbliche, molto diverse tra loro, hanno bisogno. Però poi impone una soglia al ribasso del 15%, mentre la ministra Dadone prima di lui l’aveva posta al 60%. Sarebbe meglio, visto che si sta parlando di norme a regime, quindi superata l’emergenza e comunque dal 31 dicembre 2021 in avanti, non mettere immediatamente un intralcio sul percorso della contrattazione appena avviato. Altrimenti il ministro commette un ulteriore autogol rispetto alla volontà dichiarata di voler chiudere i contratti pubblici in fretta”, conclude.

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Lavorare a casa: Lo smart working è sempre più diffuso

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2021

Non credo che lavorare da casa in modo permanente sia la nuova normalità e spero che a un certo punto torneremo in ufficio. Siamo creature sociali ed è molto importante che le persone lavorino insieme. Personalmente, i miei colleghi sono creativi e vogliono condividere idee, ma farlo online in modo naturale è abbastanza difficile. Penso però che il fatto di lavorare di più da casa rimarrà una possibilità, e questo è positivo perché è stato dimostrato che aumenta la produttività e permette una maggiore diversità sul posto di lavoro. Sono un genitore che lavora e prima della pandemia spesso era difficile conciliare tutto, per esempio se i miei figli erano ammalati o dovevo partecipare alle serate dei genitori a scuola o alle recite dei bambini. Ora posso lavorare da casa e occuparmi di alcune di queste cose. Quindi, dal punto di vista della diversità di genere, penso che un lavoro più flessibile sia fantastico. Ma in futuro la gente lavorerà al 100% da casa? Non credo. Il Covid-19 ha messo in evidenza l’importanza dei sistemi sanitari e della salute generale delle popolazioni di tutto il mondo, due aspetti su cui ora i governi si soffermano in misura crescente. Per esempio, nel Regno Unito la popolazione ha capito l’importanza di un sistema sanitario nazionale solido e del sostegno all’investimento in quest’ambito in termini di spesa sanitaria pro capite. Ma occorre anche un cambiamento culturale e di stile di vita, che è un altro aspetto su cui la pandemia ha influito. Per esempio, oltre a comportare problemi come il diabete, l’obesità rende le persone più vulnerabili al Covid-19. Questo è il motivo per cui nel Regno Unito, dopo aver contratto il virus, il primo ministro Boris Johnson ha fatto dietrofront riguardo all’obesità, promuovendo uno stile di vita più sano. Di conseguenza, ora il governo britannico propone misure come il divieto di pubblicità online per alimenti ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale prima delle 21.00 e il divieto di promozioni di tipo “1+1 gratis” sugli alimenti poco salutari.È importante sottolineare anche l’ascesa dell’agricoltura sostenibile. La consapevolezza del rischio di trasmissione del virus dalla fauna selvatica all’uomo è aumentata, così come la coscienza che spesso ciò si verifica quando invadiamo in misura crescente gli spazi naturali e della fauna selvatica. Occorre dunque soffermarsi sul settore agricolo e in particolare sulla deforestazione causata dall’agricoltura, e ciò potrebbe indurre i paesi ad adottare pratiche agricole più sostenibili. A livello dei consumatori, la crescente consapevolezza dell’impatto ambientale del consumo di carne e proteine potrebbe accelerare l’adozione di diete più vegetali a livello globale. In definitiva, però, alcune cose non cambieranno. Anche se i viaggi, il tempo libero e l’intrattenimento dal vivo sono stati alcuni dei settori più penalizzati dalla pandemia, la gente ha di nuovo voglia di divertirsi e di fare esperienze. Torneremo a farlo. La domanda non è scomparsa e alcuni paragonano la potenziale fase post-Covid ai ruggenti anni Venti dopo la Prima guerra mondiale, quando tutti morivano dalla voglia di uscire e tornare a divertirsi. Ci auguriamo di poter tornare a fare queste cose come prima.

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Da Mansutti: indagine sullo smart working nel post-covid

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 gennaio 2021

Smart Working: un vademecum per gestirne le complessità nel post-covid. Da un’indagine che Mansutti, storico broker assicurativo indipendente, ha realizzato, tra dicembre e la prima metà di gennaio scorsi, su un campione rappresentativo di oltre 30 imprese, affrontando il tema delle complessità da gestire nello smart working, è emerso l’identikit dell’azienda media che da quasi un anno a questa parte si trova di fronte alla necessità di riorganizzarsi internamente con nuove modalità di lavoro e di interconnessione. Tra i dati rilevati: il 60% delle aziende, di cui in gran parte con un fatturato di oltre 10 milioni di euro e con più di 50 dipendenti, nel post-covid continuerà ad utilizzare questo strumento in percentuali non superiori al 20% della forza lavoro; ad oggi la conoscenza su come contrattualizzare il lavoro agile non è sufficientemente adeguata, il 50% dei titolari di impresa afferma infatti di non disporre di informazioni chiare e precise su forme e modalità attraverso cui regolarizzarlo; il 77% delle aziende ha dotato i propri dipendenti di strumenti idonei per svolgere l’attività lavorativa da casa; quasi un quarto delle aziende ha verificato gli spazi di lavoro, la connessione di rete e ha avviato attività di formazione tecnica e comportamentale; esiste la consapevolezza generale del pericolo a cui è esposta la sicurezza dei dati aziendali, ma solo il 36% delle aziende è ricorso all’implementazione di misure di protezione idonee, intervenendo sulla struttura It, modificando firewall, antivirus, authority agli accessi o vpn gateway per garantire la continuità operativa; la maggioranza (il 56,7%) considera il lavoro da casa più uno svantaggio che un vantaggio, i titolari di azienda ritengono che la flessibilità lavorativa abbia infatti determinato maggiori carichi di lavoro. Il confine lavorativo-personale, diventato più labile con lo smart working, ha evidenziato nuovi casi di infortuni che potrebbero non essere coperti dall’Inail: va verificata la definizione di eventuali polizze a copertura del solo rischio professionale per la concreta sovrapposizione del rischio da infortunio domestico a quello lavorativo. Eseguire un check della clausola di definizione della copertura professionale ed extraprofessionale nelle polizze infortuni e quella di assicurato nella copertura di responsabilità verso i prestatori di lavoro può fare la differenza. A questo si somma il valore aggiunto di cui si può beneficiare dall’avere in dotazione un Business Continuity Plan aziendale, il piano organico che assembla il piano d’emergenza, il Disaster Recovery Plan e il Crisis Communication Plan. Per far fronte a tutte le diverse complessità, Mansutti, insieme a partner e professionisti esperti di consulenza legale, cybersecurity, architettonica, tecnologica e manageriale, ha dato vita al progetto di alleanza Workegg. Il suo obiettivo è fornire un servizio di smart change management. L’iniziativa è nata dall’esigenza di supportare contesti professionali e comunità aziendali nel processo di evoluzione organizzativa per mantenerne la competitività. Oltre a Mansutti, che gestisce l’area assicurativa nell’individuare le modifiche necessarie a colmare le lacune dei trasferimenti dei rischi, vi sono: Arclab, società di ricerca e servizi per i progetti di architettura; Rödl & Partner, team multidisciplinare internazionale in ambito fiscale, legale, giuslavorista, smart working; Twt, leader nel mondo di servizi Tlc e Ict; Maria Cristina Vaccarisi, esperta in progettazione e deployment di people strategy; Paola Brumana Cenciarini, esperta in well-being advisor, executive coach, mentoring; Visionando, gruppo esperto in piani industriali, digital transformation, M&A.

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Il 94% delle aziende italiane manterrà la piena retribuzione per i dipendenti in smart-working

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 dicembre 2020

Le imprese europee prevedono che nei prossimi tre anni un terzo (29%) dei propri dipendenti continuerà a lavorare da casa, con una riduzione contenuta rispetto al dato attuale (38%) determinato da pandemia e quarantena. Lo rivela la “Flexible Work and Rewards Survey” condotta da Willis Towers Watson. La survey mostra che, nonostante alcuni dipendenti torneranno negli uffici quando ci sarà maggiore sicurezza, il lavoro da remoto – che tre anni fa riguardava appena il 6% della popolazione aziendale – diventerà una trasformazione strategica sul lungo periodo. Molti dipendenti sono preoccupati che il lavoro da remoto comporterà una delocalizzazione in altri Paesi. Altri temono che i datori di lavoro li pagheranno diversamente in base al luogo in cui vivono – una mossa che alcune grandi aziende hanno dichiarato di considerare. Le prospettive per l’Italia sono leggermente migliori della media europea: dalla survey emerge che il 94% delle aziende (85% la media europea) pagherà i dipendenti che lavorano da remoto quanto quelli che lavorano in ufficio, a prescindere dal luogo di lavoro, mentre il 6% (5%) differenzierà invece la retribuzione in base a dove i dipendenti da remoto effettivamente vivono. Il 42% delle aziende ha poi affermato di non essere interessato a dove viene svolto il lavoro (39%). Le aziende tuttavia stanno considerando alcune delocalizzazioni del lavoro all’estero. Il 33% dei ruoli che adesso sono gestiti con un’organizzazione flessibile del lavoro sarà trasferito in altri Paesi nel corso dei prossimi tre anni (14%), mentre il 12% delle aziende afferma che non delocalizzerà alcun posto di lavoro di questo tipo (29%). Il 27% dei datori di lavoro non ha inoltre ancora una policy ufficiale per la gestione flessibile del lavoro (34%). “Il Covid ha accelerato bruscamente il passaggio già in atto verso il lavoro agile, e le aziende devono stare al passo. Le modalità con cui il lavoro è organizzato, come e dove viene svolto, e come è gestita la retribuzione sono ancora tutte basate sull’idea che il lavoro sia svolto in ufficio da Team su base geografica. Questo dovrà cambiare se le aziende vogliono continuare a prosperare” ha aggiunto Ciccarelli. “Le aziende ora devono fermarsi a esaminare il futuro assetto organizzativo e determinare come gestire al meglio la nuova forza lavoro agile. Molte imprese stanno rivedendo le politiche di remunerazione e studiando nuovi modi per motivare e coinvolgere i propri dipendenti”. Hanno partecipato 279 aziende in Europa occidentale, di cui 26 in Italia. È stata condotta tra settembre e ottobre 2020. Coloro che hanno risposto rappresentano circa 263 milioni di dipendenti, di cui 143.000 in Italia.

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Scuola: Congresso Cesi, passa mozione per regolamentare lo smart working

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 dicembre 2020

Rivedere le norme che regolano il lavoro in Europa. A partire da quelle sul lavoro agile, ma anche per rispondere alle esigenze in tempo di Covid19. Lo ha detto Marcello Pacifico, presentando la mozione della Cesi. La direttiva sull’orario di lavoro 88/2003 garantisce infatti a tutti i lavoratori il diritto alla limitazione della durata del lavoro e alla tutela contro i rischi per la salute e la sicurezza derivanti da orari lunghi ed irregolari. Tuttavia, questa disposizione, assieme alla risoluzione del Parlamento Europeo 2018/2600, risulta ad oggi incompleta. Perché lo smart working non è supportato normativamente, per esempio non è previsto che il lavoratore operi in altra sede, né vi sono indicazioni chiare sugli orari o sui permessi.“Nella mozione – dice Pacifico – si chiede anche di aggiornare l’elenco delle professioni che sono a rischio rispetto al Covid-19: nella scuola, ad esempio, sappiamo benissimo che c’è quasi l’obbligo di svolgere le attività in presenza, come nella sanità, esponendosi quindi ad un maggiore rischio biologico. Bisogna quindi intervenire presso la Commissione europea per rivedere l’elenco delle professioni”.C’è poi il grande tema del licenziamento, del ricollocamento nel lavoro, della ricerca del lavoro, dei contratti a tempo determinato, della precarietà: degli argomenti che, dopo la risoluzione del Parlamento europeo, devono essere anch’essi rivisti non solo dalla Commissione Ue ma anche dagli Stati membri, per fare in modo di applicare negli stessi Stati le regole che impediscono l’abuso dei contratti a termine. A questi si aggiungono due ulteriori temi: il salario minimo, che sempre la Commissione europea sta valutando attraverso l’esame di un’altra specifica risoluzione. Un salario che, secondo Cisal-Confedir, deve essere per forza di cose legato alla copertura del costo dell’inflazione, ma anche alla parità salariale di genere. È un argomento molto importante. Come lo è quello dell’informazione e della consultazione dei lavoratori”.

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Scuola: Personale Ata, decolla l’idea Anief sullo smart working

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

Importante vittoria per i diritti del personale Ata della scuola: a farla registrare è il sindacato Anief, che in questi giorni ha sottoscritto un accordo con il ministero dell’Istruzione. Nel corso del tavolo di confronto, i dirigenti di viale Trastevere – i dottori Max Bruschi e Filippo Serra – hanno infatti accolto la proposta portata avanti dal comparto Ata della giovane organizzazione sindacale andando a garantire un’ora settimanale di formazione nell’orario di servizio: una novità indiscutibilmente epocale, perché va a beneficio di una categoria di lavoratori della scuola che per quasi vent’anni non ha avuto considerazione alcuna da parte del ministero dell’Istruzione e che giunte a compimento dell’intensa attività di sensibilizzazione pubblica portata avanti dall’Anief nell’ultimo decennio

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Dopo la pandemia solo il 6% delle imprese tornerà senza smart working

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 dicembre 2020

Le difficoltà che le aziende vivono sulla propria pelle e le preoccupazioni per la crisi economica non spengono la voglia di guardare avanti delle imprese italiane, in particolare per quanto riguarda l’innovazione in ambito HR. Innovazione che, anzi, viene riconosciuta come sempre più necessaria: il 67% delle imprese mette la digitalizzazione in cima alla lista delle priorità e il 60% indica nello smart working l’iniziativa più urgente su cui investire per quanto riguarda la gestione delle risorse umane. Dopo averlo sperimentato in modo forzato durante l’emergenza, infatti, solo il 6% delle imprese dichiara di voler tornare alle condizioni preesistenti senza smart working. Sono questi i risultati della terza edizione della survey “Future of Work 2020” rivolta alle direzioni del personale delle grandi aziende italiane, presentata il 25 novembre nel corso di HR Business Summit e realizzata da Osservatorio Imprese Lavoro Inaz e Business International. Una serie di domande introdotta in quest’ultima edizione della ricerca mira invece a indagare come gli effetti della pandemia stiano modificando le prospettive future dell’organizzazione del lavoro. Emerge quindi che, per quanto riguarda il lavoro a distanza, il 78% delle aziende dichiara che l’esperienza è stata positiva durante l’emergenza, ma necessita di una progettualità; il 56% dei Direttori HR evidenzia l’aumento di motivazione e senso di responsabilità dei collaboratori. Nel dettaglio, per quanto riguarda il mix tra lavoro in sede e lavoro a distanza su base settimanale, per il 35% delle aziende interpellate il lavoro delocalizzato sarà, in proporzioni diverse, comunque prevalente rispetto al lavoro in sede. Il 39% delle aziende prevede invece più prudentemente due giorni su cinque di smart working. Un altro 13% infine si sta orientando per un solo giorno di erogazione della prestazione lavorativa in luogo diverso dalla sede dell’azienda.Quanto alle criticità dello smart working, l’aspetto su cui si sono maggiormente concentrate le risposte (1 su 5) è quello della leadership, seguita dal rischio di una diminuzione non tanto delle performance, quanto del senso di appartenenza dei collaboratori (18% delle risposte).

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Smart working: fondamentali sicurezza, uffici flessibili, pianificazione e attenzione al benessere

Posted by fidest press agency su domenica, 18 ottobre 2020

A cura dell’Ufficio Studi di Copernico. Che lo smart working faccia bene era noto già prima della pandemia. Le organizzazioni che adottano questa modalità lavorativa e consentono ai dipendenti di lavorare con flessibilità sulla base del raggiungimento degli obiettivi, registrano un incremento della produttività stimata del 15% (Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano). Ma perché uno strumento sia veramente utile ed efficace, è importante conoscerlo.Lo smart working non è un tipo di contratto, ma un accordo preso tra le parti che si “aggiunge” al contratto: resta quindi valido il principio di subordinazione, ma vengono meno – almeno in parte – i vincoli di luogo.Inoltre, lo smart working è un sistema che si basa su responsabilità e merito e che include il lavoro da remoto, ma sarebbe un errore far coincidere il remote working con lo smart working, che è molto di più. Sappiamo però che i mesi in cui milioni di italiani hanno passato a lavorare da casa possono contribuire allo sviluppo di una mentalità e una cultura aziendale nuove, quindi crediamo che questo smart working “forzato” sia utile per apprezzare una modalità di lavoro che aiuta a ripensare l’organizzazione aziendale e ad adottare modelli di business agili e flessibili, orientati al benessere e alla produttività delle persone, in grado di adattarsi a cambiamenti repentini e, soprattutto, capaci di valorizzare le persone e i talenti, favorendo engagement, learning agility e performance. Modelli la cui realizzazione può essere facilitata dall’utilizzo di uffici serviti e flessibili.Per accompagnarti nel capire come il lavoro agile e gli uffici flessibili possono essere tuoi alleati in questo momento, abbiamo creato la guida “Smart Working: ripensare l’ufficio per crescere oggi”, un eBook gratuito scaricabile a questo link: info.coperni.co/ebook-smart-working.Si stima che durante il lockdown siano stati 8 milioni gli italiani che hanno lavorato da casa. Tra loro, però, solo qualche centinaio di migliaia di persone potrà continuare a farlo nel tempo passata la fase dell’emergenza, mentre per tutti gli altri tornare nei luoghi di lavoro è fondamentale. Probabilmente l’ufficio come l’abbiamo conosciuto non esisterà più, ma non scomparirà. Secondo il Work Trend Index che Microsoft ha rilasciato lo scorso luglio, l’82% dei dirigenti si aspetta norme più propense al lavoro agile. E dall’Italia, dove la percentuale sale a 89%, è emerso un altro dato interessante: il 72% di manager e dipendenti ha espresso il desiderio di continuare a lavorare da casa almeno part-time. Lavorare sempre da casa, del resto, ha mostrato i suoi limiti: le persone si sentono meno connesse ai colleghi e spesso postazioni e strumentazione tecnologica non sono adeguati. Ma mixare il lavoro da ufficio e da casa (o da altro luogo) è il futuro.L’ufficio non può sparire, ma dovrà essere ancora più funzionale all’attività che lì viene svolta e dovrà essere pensato per facilitare la work-rotation.L’ufficio dev’essere visto come una leva di crescita di un’azienda, non come un costo accessorio. Oggi è richiesto un ripensamento degli spazi funzionale allo sviluppo di una nuova modalità lavorativa, ad una riduzione dei costi e adattabile ai cambiamenti repentini. In altre parole, è importante uno spazio di lavoro flessibile.L’imprevedibilità di questa pandemia e l’incertezza tuttora esistente ci costringono a cercare vincoli meno duraturi e a concentrare le risorse interne sulle attività core. Questo permette risparmio di tempo e soldi e un miglioramento significativo delle prestazioni. Gli uffici “serviti” e gli spazi di coworking – permettono di svincolarsi da molte attività che sono incluse nel canone mensile di affitto, potendo restare concentrati sul proprio business.Lavorare da remoto ha dimostrato anche ai più scettici non solo che sia possibile farlo, ma che si può fare anche con ottimi risultati, purché si abbia a disposizione la giusta strumentazione. Le nostre case, però, non sono adatte a diventare uffici a lungo termine. È importante tornare in un luogo dedicato al lavoro e che ci si possa tornare in totale sicurezza. I manager devono dare tranquillità ai lavoratori, sia in termini di salute fisica che mentale, garantendo distanziamento e pulizia, ma anche work-rotation e diritto alla disconnessione quando si lavora da casa. E soprattutto, promuovendo un rapporto empatico.In conclusione, abbiamo visto come lo smart working possa essere un’opportunità per ripensare i modelli di lavoro e le politiche di benefit verso i dipendenti. Come vada di pari passo con una evoluzione delle logiche di utilizzo dell’ufficio, andando incontro innanzitutto alle esigenze delle persone e rispondendo a esigenze di maggiore flessibilità. Lo smart working, in quest’ottica, è uno strumento di crescita individuale e aziendale e di raggiungimento di equilibrio tra autonomia del lavoratore e orientamento al risultato.Sito web: http://www.coperni.co

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Il lavoro da casa? Alla fine, fa bene alla famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 settembre 2020

La sfida, ora, è trasformarlo in smart working, ovvero in una condizione da cui traggano beneficio genitori, aziende e le città in cui viviamo. È, in sintesi, il risultato dell’inchiesta pubblicata sul numero in edicola di Famiglia Cristiana, corredata da dati, storie e opinioni degli esperti.La pandemia ha dato una forte accelerazione a una tendenza già in atto, coinvolgendo 6 milioni di italiani (un milione e mezzo di dipendenti pubblici), anche se bisogna fare chiarezza fra le varie espressioni per definire questa tendenza: smart working, home working, lavoro agile o flessibile… Come tutte le novità, anche questa ha i suoi pregi e i difetti, come spiegano gli esperti Franco Amicucci (responsabile della società di formazione a distanza Skilla), Marco Bentivogli (autore del saggio Indipendenti) e Nicola Spagnuolo (direttore del Centro di formazione e management del terziario di Milano). Fra i pregi, uno dei più rilevanti è la possibilità di conciliare famiglia e lavoro, soprattutto per i nuclei con uno o più figli. Lo confermano alcune famiglie intervistate, come la famiglia Foglio, papà e mamma ingegneri, entrambi in smart working anche se con modalità diverse, e due figli. È soprattutto la possibilità di gestire i tempi e gli impegni, sia professionali sia familiari, con più libertà ad essere apprezzata. Fra gli altri effetti positivi, una minore pressione sui trasporti e quindi sul traffico, con conseguenti benefici sull’inquinamento. È stato calcolato che ogni famiglia potrebbe risparmiare dai 4 ai 5 mila euro all’anno. Inoltre, come osserva Mariano Corsi, professore di Leadership e innovazione e responsabile scientifico dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, lavorare da casa aumenta produttività, efficienza e autonomia. Ma non è tutto ora quel che luccica. Starsene a casa può risultare “disaggregante” in termini sociali e sindacali; i contratti di lavoro rischiano di diventare sempre più deboli e con minori tutele, trasformando i lavoratori da dipendenti a collaboratori; l’identità lavorativa e aziendale può risultarne minacciata… Uno dei nodi da affrontare, è proprio un quadro normativo certo e aggiornato alla nuova situazione. Diventa allora cruciale il ruolo dei dirigenti, che devono dimostrarsi capaci di orientare il fenomeno nella giusta direzione. Anche perché, indietro non si torna: il 93% degli intervistati, afferma con chiarezza di non voler tornare al modo tradizionale di lavoro.

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Il 60% degli italiani pronto a cambiare lavoro per mantenere lo smart working_Wyser

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 luglio 2020

L’arrivo di settembre non segnerà solo la fine del periodo comunemente associato alle ferie. Il nono mese del 2020 avrà un significato molto più che simbolico: milioni di italiani faranno ritorno graduale in ufficio dopo mesi di lavoro da remoto, quasi esclusivo. Un rientro non privo di preoccupazioni: a dirlo sono stati i partecipanti alla ricerca di Wyser, società internazionale di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, condotta per sondare gli umori in vista della fine dello smart working forzato. Ben il 30% degli intervistati, infatti, teme il mancato rispetto delle normative vigenti in fatto di sicurezza e, più in generale, di andare incontro a un nuovo lockdown (32%). Sebbene solo il 35,9% dei professionisti abbia ricevuto chiare comunicazioni rispetto alle modalità del rientro, la quasi totalità degli intervistati (80%) si dice fiduciosa rispetto alla capacità della propria azienda di dotarsi delle necessarie misure di sicurezza.Del resto, gli italiani a casa stavano bene, come dimostrato dalle ragioni per le quali ricominciare da capo la vita da ufficio sembra sarà un po’ difficile: il 50% troverà pesante ritornare ad affrontare la routine pre-lockdown, tra i mezzi pubblici affollati e il traffico sulle strade, mentre il 30% soffrirà il trantran mattutino con la sveglia anticipata e il pensiero dell’abbigliamento. Passare fuori casa la maggior parte delle ore della giornata, come era norma fino allo scorso gennaio, sarà fonte di grande disagio per un lavoratore su 3 (33,3%) e dover continuamente prestare attenzione e rispettare le limitazioni e le misure vigenti renderà meno piacevole e spontaneo interagire con gli altri (19,2%).Nonostante questo, si evidenzia anche il grande lato positivo: poter rivedere colleghi e collaboratori. Il 79,4% dichiara di aver mantenuto o addirittura rafforzato i rapporti con il proprio team durante il lockdown. Ritrovarsi sarà infatti la nota lieta per manager e professionisti italiani: il 52,6% ha accusato infatti la mancanza della socialità nella quotidianità lavorativa e il 20,5% non vede l’ora di spegnere Zoom e tornare a confrontarsi di persona e avere occasioni di networking (9,6%). Anche se questo significherà avere a che fare talvolta con collaboratori poco simpatici (15,4%).

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Scuola: Personale Ata in smart working sino a fine anno? Anief: è facile a dirsi

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 luglio 2020

Quando riprenderà la scuola, il personale amministrativo potrebbe continuare a lavorare a distanza: lo stato di emergenza epidemiologica verrà con ogni probabilità prolungato fino al 31 ottobre o addirittura fino alla fine del 2020. Ad oggi, vale quanto indicato nel DPCM del 14 luglio 2020 che impegna infatti il governo a “confermare le misure di prevenzione previste dal decreto del presidente del Consiglio dell’11 giugno scorso” prorogandole fino alla fine del mese di luglio. Si prevede, tuttavia, una proroga ulteriore della modalità di lavoro agile. “Se così dovesse essere – scrive Orizzonte Scuola -, il personale Ata, in particolare gli assistenti amministrativi, seguendo le indicazioni della nota sopraddetta, potrebbe dover lavorare in smart working fino al termine dello stato di emergenza, andando a scuola solo per le attività indifferibili”. L’Anief ricorda che negli ultimi mesi il personale Ata ha operato da casa in condizioni operative inadeguate utilizzando propri computer e software, connessioni internet ed energia elettrica a proprie spese. Inoltre si è avvalso di una banca dati inesistente e di un portale ministeriale lentissimo. Per non parlare dell’assenza totale della tutela della saluta, ad iniziare dall’ergonomia della postazione di lavoro, prevista invece il Dlgs 81/2008. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ritiene che “se si vuole seriamente regolamentare lo smart working nella scuola, vanno prima definite le condizioni a livello contrattuale prevedendo una adeguata formazione e strumentazione all’uopo. Come vanno introdotti i profili professionali bloccati e mai valorizzati, a partire dagli assistenti tecnici e amministrativi. E va previsto il lavoro straordinario. Pensare di regolarizzare lo smart working senza prima definirne i contorni contrattuali, professionali e di tutela della salute sarebbe uno smacco verso la categoria già meno remunerata di tutta la PA. Perché non si parla di formazione propedeutica al lavoro a distanza? Perché non si organizzano corsi teorici ed esercitazioni disciplinati da un protocollo negoziato? Perché non si definisce un documento, con i sindacati, che contenga i rischi generali e specifici associati all’operare in sicurezza pure da casa? Perché non si predispongono dei dispositivi personali per proteggere i dati aziendali e personali? Perché non si risolvono una volta per tutte gli annosi problemi di reclutamento, con oltre 30 mila posti vacanti, niente potenziamento e tanti profili perennemente bistrattati?”.

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Scuola: Smart working anche dopo il Covid per il personale Ata?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2020

Da quando il personale Ata fa parte della Funzione Pubblica? Lo chiede il sindacato Anief, in risposta alle dichiarazioni della ministra della PA Fabiana Dadone apparse in queste ore sulla rivista Orizzonte Scuola: in particolare, non è stata esclusa la possibilità che assistenti e collaboratori scolastici possano adottare in modo permanente lo smart working, qualora i presidi lo ritengano opportuno. La verità è che negli ultimi mesi il personale Ata ha operato da casa con propri computer, software, connessioni internet ed energia elettrica, quindi a sue spese; inoltre, si è avvalso di una banca dati inesistente e di un portale ministeriale Sidi lentissimo; non ha avuto nemmeno a disposizione una “Scranna di sedia ergonomica”, come prevede invece il Dlgs 81/2008.Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “regolamentare lo smart working in queste condizioni, peraltro senza nemmeno una definizione contrattuale, e con i profili professionali bloccati e mai valorizzati significherebbe aprire al Far West. Delle due l’una: o il personale Ata è invece inquadrato nel comparto scuola, per vero con un certo disallineamento rispetto ad istituti come ferie, permessi e banca ore, oppure si sta finalmente pensando di rendere giustizia ai dipendenti con lo stipendio più basso della pubblica amministrazione collocandoli in un comparto più adeguato. Inoltre, il datore di lavoro che autorizza il dipendente allo smart working deve garantirgli una formazione che gli consenta di essere operativo; ciò presuppone la partecipazione a corsi teorici ed esercitazioni disciplinati secondo un protocollo negoziato; inoltre deve consegnare a lui ed al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza un documento che contenga i rischi generali e specifici associati al lavoro agile. Per non parlare del non remunerato utilizzo di risorse proprie o del vulnus alla sicurezza connesso all’utilizzo di dispositivi personali non programmati per proteggere i dati aziendali”.
Nella scuola operano tra i 200 mila e i 250 mila lavoratori inquadrati tra il personale Ata: svolgono un lavoro delicato e preziosissimo, anche per la proposizione dell’offerta formativa, ma che continua ad essere poco considerato e mal pagato. Il sindacato autonomo ritiene che la categoria Ata sarebbe ben felice di far parte della Funzione Pubblica, sganciandosi in questo modo dal Contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto scuola ed in questo modo accedere ad una retribuzione stipendiale più alta rispetto all’attuale.Nell’intervista alla rivista specializzata, sempre la ministra Fabiana Dadone cita la digitalizzazione e la dematerializzazione. Ma di cosa stiamo parlando? Sicuramente, durante il lockdown il ministero dell’Istruzione e il Mef hanno ottenuto un risparmio, in termini di denaro, con l’adozione dello smart working: entrambi i dicasteri, però, non si sono preoccupati di fornire ai propri dipendenti le strumentazioni necessarie, né derogare eventuali indennizzi economici. E non sembra un caso che la modalità di smart working è stata prorogata al 31 dicembre prossimo, sempre con le medesime modalità.
“A queste condizioni – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief -, il consolidamento dello smart working è solo un ulteriore modo per tagliare ancora gli organici già ridotti all’osso dalle precedenti gestioni, con 50 posti cancellati, anziché aumentarli per via dell’aumento dei carichi di lavoro derivanti dalla scuola dell’autonomia e dal potenziamento introdotto con la Legge 107 del 2015.”

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Web conference “Smart Working”

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 giugno 2020

Il Sole 24 Ore, in collaborazione con 24 ORE Eventi, organizza martedì 30 giugno, a partire dalle 10.30, la web conference “SMART WORKING. Novità normative, soluzioni tecnologiche e scenari organizzativi per il lavoro a distanza”, un momento di confronto tra esperti e istituzioni nel corso del quale verranno approfonditi gli aspetti normativi da presidiare, verrà fatto un panorama delle soluzioni tecnologiche privilegiare e verranno presentati alcuni casi di successo.Su questi temi interverranno Enzo De Fusco, Consulente del lavoro e Fondatore De Fusco & Partners, Renzo Giacometti, Direttore HR e Procurement Tamoil Italia, Alessandro Magnino, Responsabile Marketing Grandi Aziende e Pubbliche Amministrazioni Vodafone Business Italia, Gregorio Moretti, Responsabile Risorse Umane Autostrade per l’Italia, Ivana Pais, Professore associato di Sociologia Economica Università Cattolica di Milano, e Stefano Tomasini, Direttore Centrale per l’Organizzazione Digitale INAIL. La partecipazione è gratuita previa registrazione. Per informazioni e programma https://virtualevent.ilsole24ore.com/smartworking/

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Smart working: il distanziamento sociale diventa generazionale

Posted by fidest press agency su sabato, 20 giugno 2020

C’è chi lo ama, chi lo odia, chi lo ritiene necessario ma solo per brevi periodi, ciò che è certo è che oggi lo smart working è diventato parte della vita di molti italiani e, per questo, è al centro di numerosi dibattiti. ANRA, Associazione Nazionale Risk Manager, e Aon hanno approfondito il fenomeno attraverso la ricerca “Lo smart working in Italia, tra gestione dell’emergenza e scenari futuri”, indagando percezioni ed opinioni pre-pandemia e rivelando poi quali sono stati gli effettivi vantaggi e svantaggi riscontrati quando il lavoro agile è diventato per molti la normalità. I dati raccolti offrono una nitida fotografia della situazione attuale, sfatando alcuni miti ma soprattutto evidenziando, oltre al permanere del gender gap, un divario tutto generazionale.
Prima della pandemia, i giovani (under 35) erano convinti che la principale problematica fosse la pianificazione, gestione e controllo delle attività (57%). Hanno invece scoperto che il più grande nemico è la solitudine: il 56% infatti ha risentito del poco contatto con i colleghi, dell’impossibilità di vivere la socialità del contesto aziendale e coglierne le opportunità di crescita professionale e personale. Al centro delle preoccupazioni della fascia 36-55 anni, invece, oltre ai possibili problemi gestionali, c’era la mancanza di strumentazione idonea (30%), comprensibile per generazioni che non sono cresciute circondate da device e iper connesse. La difficoltà si è rivelata invece marginale rispetto, ad esempio, alla mancanza di separazione tra ambiente di lavoro e ambiente domestico (49%): durante il lockdown, quasi tutte le famiglie si sono trovate a dover condividere gli stessi spazi cercando di far convivere esigenze diverse, e questo ha di fatto creato stress e difficoltà organizzative.Arrivando alla successiva fascia di età, in periodo pre-Covid gli over 56 condividevano la preoccupazione relativa alla strumentazione, e abituati a modalità di confronto tradizionali, ritenevano che lo smart working avrebbe comportato problemi nel rapportarsi con clienti e terze parti (28%). All’atto pratico, tuttavia, si sono accorti che la vera difficoltà stava nel riuscire ad interagire con i loro stessi colleghi e dipendenti (45%): a pesare è stata senz’altro la minore familiarità con gli strumenti digitali, ma soprattutto l’ancora forte mancanza di una cultura aziendale basata su un rapporto fiduciario tra vertici e team.
Se da un lato si sono scontrati con le difficoltà di un’adozione emergenziale e repentina dello smart working, i lavoratori italiani ne hanno però sperimentato anche i benefici, tanto che nel 48% dei casi si dicono certi che questa modalità rimarrà quella prevalente anche in futuro.
Svantaggio universalmente riscontrato: l’enorme difficoltà nel limitare le ore dedicate al lavoro, con un picco addirittura del 60% per gli under 35. Sì allo smart working, dunque, ma solo se correttamente gestito e regolamentato.La ricerca ha messo in luce, infine, come ci sia ancora tanto lavoro da fare per arrivare ad un reale equilibrio di genere. Durante il lockdown, i dati ANRA – Aon hanno registrato una quota più alta di lavoratori in smart working tra le donne (87%) che tra gli uomini (76%). Questo perché le posizioni apicali in azienda, che portano a spostamenti o necessitano di incontri in presenza più frequenti, sono ancora in gran parte appannaggio maschile.Questo gap uomo/donna, estremamente evidente nella fascia d’età over 56, dove solo il 16% dei professionisti è donna, si abbassa però al diminuire dell’età. Questo sottolinea un crescente riconoscimento della parità di genere in campo professionale, un equilibrio che, come evidenziano i dati raccolti da ANRA e Aon, si riscontra già tra i professionisti più giovani: nella fascia under 35, infatti, la componente femminile raggiunge il 51%.In attesa di un reale cambio di paradigma, il lavoro agile può essere un aiuto prezioso per le donne, dal momento che permette un risparmio di tempo (49%), un miglior equilibrio tra vita privata e professionale (43%) e molto meno stress (41%).

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«8 milioni di italiani lavorano da casa, è il momento di trasformarli in smart workers»

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

La pandemia di Coronavirus cambierà per sempre il modo di lavorare. È con questa certezza che siamo entrati nella Fase 2: mentre le attività e i vari settori industriali riaprono progressivamente, molte aziende hanno deciso di continuare a far lavorare da casa i dipendenti le cui mansioni lo consentono. E così, dicono gli ultimi dati dell’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano, gli italiani che lavorano da remoto sono passati dai 500 mila pre-Covid-19 agli 8 milioni di oggi e l’ampliamento delle policy di lavoro da remoto riguarda in questo momento il 93% delle aziende. «Da qui non si torna indietro» è il commento di Alessio Vaccarezza, CEO di Methodos Italia, società di consulenza specializzata nell’accompagnare le imprese nei processi di change management. «Non si tratta solo della necessità rispondere alle esigenze di distanziamento sociale dovute alla pandemia –continua Vaccarezza–. Ora sono i lavoratori per primi a volere lo smartworking: un sondaggio della CGIL ha evidenziato che il 60% vorrebbe proseguire anche dopo l’emergenza. E teniamo conto che l’80% dei rispondenti a quel sondaggio non aveva mai sperimentato il lavoro a distanza prima, e ci si è ritrovato catapultato in modo improvviso e fra grandi difficoltà. Trovando aspetti positivi in una misura inizialmente figlia dell’emergenza, gli italiani stanno dando prova di antifragilità: ora tocca alle aziende dimostrare la stessa capacità, ed è questo che farà la differenza per ripartire davvero». Ma quali sono le misure che leaziende possono mettere in pratica per far sì che la propria organizzazione e le proprie persone possano cogliere tutti i vantaggi del cambiamento, e in particolare dello smart working? Methodos ne ha individuati cinque.
1) Focus su donne, giovani e lavoratori assunti da poco. Mentre secondo alcune ricerche suI comportamento di lavoratori e organizzazioni, i dipendenti meno giovani e le figure senior hanno mostrato di aver risentito meno della crisi degli ultimi mesi, a rischiare di farne maggiormente le spese sono le donne (che a casa, come rileva la CGIL, devono vedersela con un maggior carico di impegni familiari), i giovani e i dipendenti recentemente assunti e figure junior. «Far diventare lo smart working strutturale e non occasionale significa dare un supporto a queste tipologie di lavoratori –suggerisce Giuseppe Geneletti, Head Smart Working di Methodos–. Migliorando la conciliazione tra vita personale e lavorativa grazie allo smart working, le aziende potranno diventare bacini di attrazione dei talenti molto più ampi, diversi e inclusivi».
2) Spiegare chiaramente al personale gli obiettivi di performance futura e gli adeguamenti strategici. Condividere i risultati aziendali e sviluppare un insieme di aspettative quanto più stabile possibile è importante per aumentare i livelli di resilienza e ridurre la depressione e l’ansia. «L’incertezza – sottolinea Geneletti– è la condizione peggiore di tutte per un lavoratore. Gli studi più recenti hanno rilevato che, durante la fase acuta dell’emergenza, coloro che non conoscevano l’andamento e la situazione finanziaria della propria azienda mostravano livelli molto bassi di resilienza psicologica e livelli più alti di depressione».
3) Continuare a ottimizzare i metodi di collaborazione online. Più il lavoro da casa risulta efficiente, più i processi da remoto funzionano, più si riducono depressione e ansia. «Il digitale oggi ci permette modalità di comunicazione e lavoro in team che si avvicinano a quelle in presenza –commenta Geneletti–. Investire per dotare i dipendenti di strumenti efficaci ha un reale impatto sui processi, sulla produttività e sulla soddisfazione delle persone. Non a caso, il 57% dei rispondenti al sondaggio della CGIL ritiene che lo smartworking sia stimolante: lavorare da casa potrebbe quindi essere una leva per generare innovazione e creatività».
4) Promuovere l’attività fisica e le sane abitudini, anche per chi lavora a distanza. Rimanere fisicamente attivi aiuta anche sul piano psicologico quando ci si trova in condizioni di forte stress, come avvenuto durante il lockdown. Questa accortezza va mantenuta anche normalizzando il lavoro a distanza, così com’è importante aiutare i lavoratori a darsi delle regole e delle routine quotidiane. «Mentre si lavora da casa è facile distrarsi sui social o concedersi snack fuori pasto, provando poi senso di colpa e sensazione di non avere il controllo: di questo le aziende devono tenere conto nell’organizzazione del lavoro» spiega Geneletti. Inoltre le organizzazioni dovrebbero aiutare il proprio personale a coltivare relazioni positive e a favorire il dialogo, gli incontri e la socialità all’interno e all’esterno dell’organizzazione.
5) Coltivare la coesione incoraggiando il sostegno reciproco e riconoscendo il valore delle persone. È un aspetto importante per riuscire a costruire la resilienza organizzativa. «Le persone oggi hanno il timore che lo smart working tolga occasioni di confronto e scambio trasparente con i colleghi –sottolinea Geneletti–. Per questo le aziende dovrebbero motivare i dipendenti a innescare la loro naturale spinta per l’assistenza e il sostegno reciproci. I dirigenti dell’azienda devono far sentire il personale apprezzato».
http://www.methodos.com

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E se lo smart working ripopolasse i borghi?

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 Maggio 2020

Se la musica live diventasse un’esperienza di concerto “al cubo”? 50 progettisti italiani riuniti tracciano le linee concrete della quotidianità in convivenza virus, sicurezza e socialità. Cinque aree tematiche, venti mentori, dieci ispiratori, cinquanta esperti e non solo: il futuro post-covid è stato ri-disegnato dalla Covidesignjam che si è svolta dal 22 al 24 maggio 2020.
36 ore no-stop in cui si sono confrontati, hanno progettato e hanno dato vita a soluzioni concrete e applicabili alcuni dei maggiori progettisti italiani, alle prese con la difficile proiezione degli scenari futuri. A ideare l’incontro due riconosciute eccellenze nazionali: Nois3 e Digital Entity.
E se lo smart working ripopolasse i borghi? Se la musica live diventasse un’esperienza di concerto “al cubo” da vivere senza assembramenti ma al tempo stesso in maniera fisica, sociale, condivisa e immersiva? E se ci appropriassimo degli spazi condivisi dei quartieri ora che ci siamo abituati a vivere a 200 metri da casa? Questi e altri scenari reali, fattibili e concreti sono stati disegnati con perizia, attenzione e cognizione di causa durante la Covidesgnjam dai maggiori designer italiani insieme a gente comune ed esperti del settore, gli stessi progettisti del futuro che già in passato hanno teorizzato e progettato le più grandi rivoluzioni sociali e culturali degli ultimi decenni.Vi siete mai chiesti chi ha deciso che il principale pulsante degli smartphone fosse a portata di pollice? I designer. Chi ha progettato l’utilizzo di siti così facilmente consultabili anche dai nostri nonni? I designer. Perché le posate sono le primo cassetto della cucina? Sempre i designer.Quegli stessi designer che in trentasei ore, per la prima volta dal lockdown che ha inginocchiato il paese, hanno dato vita a una vera e propria jam session di persone che si sono ritrovate con il medesimo scopo: riprogettare la nostra quotidianità trasformando il lugubre leitmotiv del social distancing, cercando connessioni ed empatia tra le persone non necessariamente virtuali.Ecco quindi apparire nel nostro futuro orizzonti positivi tutti da sperimentare: nuove vite dei borghi, luoghi perfetti per ospitare l’ormai necessario smart working, con un nuovo Calm Tourism sostenibile; concerti progettati per trasformarsi in esperienze sociali e condivise, il Concerto^3, mantenendo la distanza e sfruttando al massimo gli spazi e i luoghi dislocati; uno spazio prenotabile per ogni quartiere, pulito e a km 0 interamente dedicato al territorio per conoscere, condividere e supportarsi a vicenda, il Robin (neighbour) Hood,… e ancora un Worklife Innovation Lab per i lavoratori e molto altro.

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Le parole chiave rimangono smart working e sicurezza per i dipendenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 Maggio 2020

Siamo ancora in piena emergenza sanitaria ma dal 4 maggio alcuni business hanno riaperto le porte delle loro aziende. Come sta affrontando la ripartenza il settore della comunicazione? UNA – Aziende della Comunicazione Unite – ha condotto una ricerca attraverso il suo Centro Studi per analizzare come le agenzie associate stiano affrontando questa nuova fase. Tra i rispondenti, i rappresentanti di tutte le anime di UNA – in particolare realtà operanti in ambito pubblicitario, PR e comunicazione integrata, eventi, branding, retail, loyalty e digital.Il settore si dimostra generalmente cauto verso le riaperture. Se durante la fase 1 quasi la stragrande maggioranza delle agenzie ha chiuso completamente i propri uffici (88%), c’è ancora qualche incertezza sul rientro: il 29% dei rispondenti considera di tornare alle proprie scrivanie già nella prima metà di maggio, mentre la stessa percentuale guarda alla seconda metà del mese, infine un quarto del campione (25%) dichiara di non aver ancora deciso al riguardo.Diverse le policy che le aziende stanno pensando di mettere in atto per la prevenzione dei loro lavoratori. Oltre alla dotazione di dispositivi di sicurezza e igienizzanti e alla sanificazione degli ambienti, la prima misura a cui ricorreranno i player della comunicazione è il distanziamento delle postazioni di lavoro (88%) e alla limitazione degli accessi per fornitori e partner (82%), preferita alla creazione di turni in entrata e uscita (56%) e alla eliminazione di trasferte di lavoro (56%).Tra le grandi certezze di questa emergenza coronavirus c’è sicuramente lo smart working. Ben il 50% non lo sospenderà e un restante 47% prevede solo di diminuirlo in parte. Nonostante la possibilità di lavorare da casa la problematica maggiore in questa fase è quella della conciliazione lavoro-famiglia, in particolare nella gestione dei figli data la non riapertura delle scuole. La questione della genitorialità è, infatti, il tema più critico per le associate di UNA (79%), seguito dalla sicurezza dei dipendenti nel tragitto casa-lavoro (53%) o in ufficio (44%). Il mantenimento dello smart working viene inteso proprio per far fronte a queste due voci oltre che per non creare assembramenti nei luoghi di lavoro.A pagarne maggiormente le conseguenze è il pubblico femminile. Il 62% del campione sostiene che la gestione dei figli in questa situazione emergenziale ricade sulle madri, solo il 38% su entrambi i genitori. Ne risulta che ben il 76% è convinto che le donne con figli in età scolare possano essere penalizzate in ambito lavorativo in questo preciso momento storico.

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