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Posts Tagged ‘smartworking’

Italiani e Smart working: 1 su 3 non ha strumenti adatti

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2021

Lo Smart working è la nuova norma, ma gli italiani fanno ancora fatica a gestire il sovraccarico di informazioni: è quanto emerge da una ricerca condotta da OpenText – leader nelle soluzioni e software di Enterprise Information Management, per indagare come i professionisti stiano affrontando una quotidianità lavorativa ridefinita dalla pandemia da COVID-19.I dati rivelano che quasi un terzo (31%) degli italiani che lavorano in ufficio ritiene di non disporre di strumenti tecnologici e digitali adatti per svolgere le proprie mansioni da remoto, riscontrando difficoltà a gestire adeguatamente il cosiddetto tecnostress (solo il 15% degli intervistati si sente a proprio agio con il flusso di informazioni cui è sottoposto). Tra le maggiori fonti di tensione, le troppe password da ricordare (39%), l’eccessiva quantità di informazioni e dati da gestire tramite i diversi dispositivi (23%) e i troppi tool da monitorare durante la giornata (22%).Da non sottovalutare, poi, quel 16% di intervistati che non riesce a “staccare” davvero, a causa del costante flusso di informazioni con cui si deve confrontare.Quasi 3 italiani su 4 (74%) concordano sul fatto che le fonti da controllare ogni giorno siano aumentate negli ultimi 5 anni: dalle email alle notizie, dai social media ai server aziendali, tanto che quasi il 22% del campione utilizza in media più di 10 account ogni giorno (email, app, piattaforme di condivisione, ecc). I dati suggeriscono come questo sovraccarico di informazioni abbia un impatto significativo sulla vita degli utenti: solo il 36% dei professionisti è in grado di limitare a 3 o meno il numero di risorse cui accedere per completare un progetto lavorativo. Nonostante questo, gli italiani hanno imparato ad essere veloci: 4 professionisti su 10 impiegano meno di 30 secondi per trovare file o informazioni specifici. Se lo smart working fosse adottato a lungo termine, le difficoltà per gli italiani sarebbero di natura sia organizzativa, sia relazionale. A destare le maggiori preoccupazioni per quasi 2 professionisti su 10 sono l’accesso a sistemi e file aziendali, ma anche i metodi di condivisione delle informazioni con i colleghi (16%): oltre la metà (54%), infatti, ammette di aver condiviso file aziendali almeno una volta tramite tool personali – molto più di quanto accade ai colleghi spagnoli (22%), britannici (20%) o francesi (17%).A risentire degli effetti del lavoro da remoto prolungato, inoltre, anche la capacità di mantenere la collaborazione con i colleghi (20%) e i giusti livelli di motivazione (19%).

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Smart working: ci troviamo di fronte alla nuova rivoluzione industriale?

Posted by fidest press agency su martedì, 6 ottobre 2020

A cura di Matteo Scarabelli, Chief Communications Officer di Cariplo Factory Rivoluzione è una parola che spaventa. Innovazione è una parola che affascina. Ma è cambiamento la parola migliore per descrivere le infinite opportunità che lo smart working ci prospetta. Come tutti cambiamenti può fare un po’ paura all’inizio, ma basta guardare al passato per capire che è quasi impossibile resistere. Allo stesso tempo, però, farlo accadere è tutt’altro che semplice. Servono coraggio e disponibilità per riconoscere l’impatto che lo smart working può avere non solo sull’organizzazione del lavoro ma anche sulla società in cui viviamo. La storia ci ha insegnato che le novità più dirompenti arrivano al termine di un percorso, più o meno lungo, di avvicinamento. La pandemia globale, invece, ci ha imposto all’improvviso lo smart working. Cogliendoci impreparati. Durante il lockdown, la preoccupazione è stata allestire mini-uffici domestici, riorganizzare la vita familiare, adottare soluzioni anti-isolamento. Adesso che la fase acuta dell’emergenza è passata, le aziende pianificano il rientro. Ma il punto della questione è: come rientrare? Grazie allo smart working, che finora è stato soprattutto home working, chiunque ha toccato con mano che “andare a lavorare” è un impegno non da poco. D’altronde che il lavoro agile fosse un modello efficace ed efficiente lo dicevano nel 2018 i numeri dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano. Una ricerca effettuata su un campione dei quasi 500 mila lavoratori italiani che lo praticavano indicava una popolazione più soddisfatta di quella impegnata nel lavoro tradizionale sia per gli aspetti organizzativi (39% contro 18%) sia per quelli relazionali (40% contro 23%). Da questo punto di vista, il COVID-19 rappresenta un punto di non ritorno. . Mentre il lavoro individuale, più operativo, può essere svolto in modo più efficiente da casa, dalla biblioteca, dal bar. E, perché no, dalla spiaggia (a proposito, le Barbados hanno annunciato un visto di un anno per favorire gli smart worker interessati a lavorare dai Caraibi: https://gisbarbados.gov.bb/blog/twelve-month-barbados-welcome-stamp-for-visitors/). C’è dell’altro. Questa nuova organizzazione, basata sulla fiducia e la responsabilità, potrebbe creare i presupposti per una nuova cultura aziendale basata sui risultati, sul merito, sulla qualità del lavoro. Concetti di cui si parla da tempo ma ancora da compiere pienamente. Si tratta di un cambiamento epocale, potenzialmente in grado di trasformare non solo i modelli organizzativi delle imprese e la quotidianità di milioni di persone, ma il concetto stesso di città. Il tessuto urbano potrebbe perdere quella tendenza monocentrica che si è registrata negli ultimi decenni a favore di un modello policentrico che appartiene maggiormente alla tradizione del nostro Paese. E tutto questo sarebbe legato al lavoro da remoto? A una diversa turnazione delle persone in ufficio? Può sembrare eccessivo, sproporzionato. Ma a ben guardare è quello che succede quasi sempre con i grandi cambiamenti. La storia del codice a barre è un esempio perfetto per capire quanto la resistenza al cambiamento sia sempre stata forte. Non c’è da stupirsene. La cosa che deve spaventa, invece, è la prospettiva di perdere questa opportunità che, proprio nei momenti difficoltà come quelli che stiamo vivendo e che ci aspettano nei prossimi mesi, diventa ancora più preziosa. Di storie come quelle del codice a barre ce ne sono moltissime. Una che mi sta particolarmente a cuore è legata alla bicicletta, bollata all’alba del Novecento da parte di Cesare Lombroso come strumento criminale: «Nessuno dei nuovi congegni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa sia come strumento del crimine». Alla base di questo giudizio c’era la velocità che la bicicletta permetteva alle persone che la utilizzavano. Esattamente come lo smart working.

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Wind Tre, altro che smartworking: come ostacolare il lavoro di una partita Iva senza colpo ferire

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

By Anna D’Antuono, legale, consulente Aduc. I servizi di telefonia sono tra i principali di cui Aduc si occupa, a causa dei comportamenti poco trasparenti degli operatori ma anche della mancanza di un’assistenza alla clientela degna di questo nome. Troppo occupate a preparare di continuo costosissime campagne pubblicitarie, le compagnie tendono a “trascurare” la sostanza della propria attività.Da quando il Covid ha purtroppo colpito duramente i cittadini e l’economia del paese, i servizi di comunicazione costituiscono ancora più di prima una componente fondamentale per la vita di milioni di persone, ed invece ecco cosa può accadere all’improvviso ad un professionista partita iva che utilizza i servizi di telefonia, ed internet ancora di più, per lavorare: a mezzogiorno in punto di ieri, Wind Tre ha sospeso il servizio lasciandolo senza linea telefonica fissa, senza linea Adsl e senza linea mobile/dati. Tutto proprio mentre il malcapitato sta affrontando un impegnativo lavoro che scade a giorni! Quale la colpa del cliente? Nessuna, anzi si è era anche dimostrato molto diligente.Lo scorso 30 luglio, non vedendosi recapitare via email la fattura mensile, il cliente ha fatto accesso alla propria area nel sito internet Wind Tre dove il documento era presente. Nell’occasione si è accorto che risultava inevasa la fattura con scadenza giugno, invece regolarmente pagata nei termini. Da cliente diligente, ha subito inviato a Wind Tre una pec per segnalare l’anomalia, comunicando anche gli estremi del pagamento.Nessuna risposta gli è giunta fino a ieri a mezzogiorno, appunto, quando si è visto sospendere il servizio senza nemmeno aver ricevuto alcun preavviso di distacco previsto dalla normativa, e per lo più per un’unica fattura risultante in maniera erronea impagata!
La mancanza più grave è proprio non aver inviato il preavviso: se lo avessero fatto, il cliente avrebbe -nuovamente- inoltrato la ricevuta di pagamento e tutto sarebbe finito lì. E’ questo il modo con cui Wind Tre offre il proprio supporto ad un professionista partita iva, specie in un periodo come quello che purtroppo stiamo attraversando? Un professionista, tra l’altro, cliente da oltre dieci anni, non quindi uno dei milioni di “ballerini” bensì cliente stabile, di quelli che si aspetterebbero -al di là degli slogan pubblicitari- non un trattamento di riguardo ma almeno di essere presi in considerazione quando comunicano con la società. Ed invece Wind Tre non ha rispettato nemmeno le -certo non draconiane- prescrizioni di legge in merito agli insoluti ed ai reclami. E non è il primo strano intoppo che accade al medesimo cliente. (n.r.Non aggiungiamo il nostro cahier de doleance perchè invece di di risolverci in poche righe ci ritroveremmo con un corposo libro di 1200 e passa pagine. Ma vorremmo andare oltre. La responsabilità è politica perché non dovremmo permettere, in forza delle leggi esistenti e di quelle che potremmo varare, che i cittadini venissero turlupinati in modo così plateale. Basterebbe, a nostro avviso, comminare multe astronomiche e in tempo reale.)

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Smart working: misurare le performance per un miglioramento efficace

Posted by fidest press agency su domenica, 14 giugno 2020

Milano. A causa dell’emergenza sanitaria in cui tutto il Paese si è ritrovato, lo smart working è stata una delle principali soluzioni che ha consentito a molte organizzazioni di continuare a fornire i propri servizi mantenendo la loro continuità operativa (business continuity) durante i mesi di lockdown. Nonostante questa modalità di lavoro fosse presente già da diverso tempo, emerge come fino a prima dell’emergenza non fosse perfettamente riconosciuta e conosciuta, in termini di modalità di fruizione ed esecuzione.Per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali lo smart working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e da un’organizzazione del lavoro definita per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.Già prima dell’emergenza da Covid-19 lo smart working mostrava un trend in significativa crescita nel nostro paese che Osservatori.net stimava nel 2018 in circa 480.000 smart worker fino ad arrivare ai 570.000 del 2019 (+18,7%).Lo smart working deve essere considerato un modello organizzativo che può portare vantaggi in termini di produttività e di raggiungimento degli obiettivi per le aziende e di qualità di vita per chi lo pratica. Il nuovo concetto su cui si fonda è un diverso approccio all’organizzazione del lavoro, basato principalmente su un importante cambiamento culturale; una flessibilità rispetto ad orari e luoghi di lavoro; una dotazione di strumenti tecnologici e nuovi spazi fisici. L’emergenza sanitaria ha messo in luce come questo strumento, definito dalla legge 81 del 22 maggio 2017, sia in realtà un’ottima soluzione per gestire la continuità operativa. Tuttavia, le soluzioni attuate in questo periodo, non permettono di usufruire dell’attivazione di tutti i principi e delle leve su cui si basa la nuova organizzazione del lavoro, venendo meno anche i benefici che derivano dall’applicazione dello smart working. Tali benefici possono essere, ad esempio, la riduzione dei costi di trasferta, la riprogettazione (riduzione) degli spazi di lavoro, una maggiore qualità del servizio in termini di tecnologia e innovazione, la soddisfazione dei dipendenti che riescono a bilanciare meglio il rapporto tra vita professionale e vita privata. E, infine, un altro importante elemento è il minore impatto ambientale: minori spostamenti significano minori emissioni di CO2.Le aziende che hanno approcciato lo smart working in quest’ultimo periodo desideravano, in primis, di avere chiarimenti in merito a questa nuova modalità di lavoro. È quanto emerge dalle parole di Sabrina Bruschi, Business Unit Manager della divisione Business Assurance di TÜV Italia, che a questo proposito afferma: “Negli scorsi mesi ci sono pervenute diverse richieste da parte di differenti interlocutori che chiedevano di comprendere meglio in cosa consistesse realmente lo smart working, le modalità per verificare lo stato di avanzamento delle attività, come attuare il controllo dei processi e come verificare il raggiungimento degli obiettivi dell’anno in corso, seppure con gli evidenti ritardi dovuti alla situazione contingente e con le risorse a casa”. Se da un lato vanno tenuti in considerazione i dubbi delle aziende, che si sono ritrovate a dover riprogettare le attività con una differente modalità organizzativa, dall’altro sono un punto fondamentale anche le considerazioni dei dipendenti, che si sono dovuti confrontare con nuove regole, spesso completamente sconosciute o non comunicate.

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Assurdo smartworking per dipendenti pubblici e Agenzie entrate

Posted by fidest press agency su sabato, 13 giugno 2020

“Ritengo assurdo il perpetuarsi nella Fase2 dello smartworking per la quasi totalità dei dipendenti pubblici. Mentre tanti lavoratori italiani hanno dovuto recarsi al posto di lavoro, addirittura in pieno lockdown vedi ad esempio gli addetti di supermercati e farmacie e per non parlare del personale sanitario e di tutti i dipendenti del settore privato che hanno ripreso ormai da settimane il loro abituale impegno, permane l’assenza degli impiegati negli uffici pubblici, che sembrano ormai quasi degli edifici abbandonati al loro decadente destino. È quindi inaccettabile che i Palazzi di Giustizia restino tristemente vuoti e pesantemente deficitari nell’operatività, aggravando peraltro la storica lentezza della Giustizia, per l’assenza della benché minima ordinarietà. E lo stesso accade all’Agenzia delle Entrate, dove addirittura l’importantissima attività di adesione e conciliazione sta avvenendo esclusivamente per via telefonica. Esprimo così solidarietà a tutti i dipendenti che si recano al posto di lavoro, contribuendo al ritorno a una normalità quanto mai necessaria, agli avvocati, impossibilitati ad esercitare efficacemente il proprio ruolo professionale nelle aule di giustizia, come ben significato dal presidente Aiga Antonio De Angelis, ed ai miei colleghi commercialisti, ai quali è pure impedito di confrontarsi -de visu- con gli impiegati dell’Agenzia delle Entrate per risolvere i problemi dei propri clienti. È l’ennesima dimostrazione di inefficienza di questo governo e della discriminazione tra cittadini lavoratori, che penalizza alcuni a vantaggio di pochi altri, ma soprattutto che rallenta il ritorno alla normalità, che è presupposto basilare per la ripresa del Paese”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Andrea de Bertoldi, segretario della Commissione Finanze.

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Smartworking e sicurezza

Posted by fidest press agency su martedì, 5 maggio 2020

La pandemia Covid-19 ha colto aziende e dipendenti sostanzialmente impreparate a un lavoro da remoto di tipo massivo: “Anche aziende che già praticavano varie forme di smart working sono state colte alla sprovvista e hanno dovuto implementare misure integrative per permettere a tutti i dipendenti di lavorare da remoto. La maggior parte delle imprese però si è trovata a dover creare tutto da zero e in brevissimo tempo. Si sono rese necessarie dunque modifiche all’infrastruttura per gestire gli accessi (partendo dalla creazione di VPN e al passaggio al cloud) e si è fatto ricorso massiccio alle piattaforme di videoconferenza – che sono comode ma se non vengono attuati gli accorgimenti necessari possono diventare estremamente rischiose per la sicurezza aziendale”, ha commentato Marco Urciuoli, Country Manager di Check Point Italia.Un’analisi di Check Point svolta in Italia ha dimostrato che più di un sito su dieci registrato negli ultimi 30 giorni e legato ai temi della “salute” è malevolo. Ora che si sta parlando della Fase 2, e dell’attivazione degli aiuti di Stato, gli hacker stanno diffondendo domini ingannevoli e inviando e-mail che diffondono malware per approfittare di questo nuovo tema d’interesse. Ad esempio, nel solo mese di nel marzo 2020 sono stati registrati 2.081 nuovi domini legati a sussidi, fondi e supporti statali (di cui 38 malevoli e 583 sospetti).“Nella cybersecurity non ci sono seconde possibilità, quindi la migliore strategia di protezione si basa sulla prevenzione degli attacchi e, quindi, delle loro potenziali conseguenze. Per questo motivo, e in considerazione dell’attuale scenario occupazionale in cui lo smart working è diventato la norma, è essenziale fornire ai dipendenti nozioni di base di sicurezza che consentano loro di evitare di diventare una nuova vittima dei cyber-criminali e, allo stesso tempo, è essenziale disporre degli strumenti tecnologici necessari per proteggere tutti i dispositivi aziendali e i dati a distanza”, conclude David Gubiani, Regional Director SE EMEA Southern di Check Point.

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Smart Working, buona la risposta delle PMI italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

L’emergenza sanitaria Covid-19 che sta affrontando il nostro paese ha obbligato tutte le aziende italiane a rivedere i propri modelli organizzativi, introducendo lo smart working come unica modalità, laddove possibile, per proseguire con le attività. A distanza di un mese dalle misure di emergenze le PMI stanno vincendo questa sfida? Secondo un recente studio del Reputation Institute, pubblicato negli scorsi giorni sul Sole 24 Ore, le aziende italiane hanno risposto bene alle aspettative che si sono generate in questo momento crisi, dimostrando con i fatti vicinanza e responsabilità nei confronti dei dipendenti e della società in generale: le dimensioni Citizenship (Cittadinanza), Governance (Trasparenza) e Workplace (Benessere dei propri dipendenti) sono aumentate rispettivamente di 1,9, 2,7 e 3 punti. Le PMI italiane hanno, nel complesso, attivato prontamente misure di protezione a supporto della comunità e dei loro dipendenti, dimostrando così di avere una capacità di garantire la continuità lavorativa attraverso lo smart working.”L’impatto è stato molto forte” dichiara Maurizio Guidi, Sales & Marketing Manager di Datalog Italia, società specializzata in software professionali “all’inizio le aziende e gli studi hanno vissuto momenti di panico e di difficoltà. Tuttavia, passata la fase iniziale, hanno dimostrato capacità di attuare un veloce adattamento tecnologico”.Lo smart working si è reso necessario per tutte quelle attività non legate alle prime necessità e che si possono svolgere senza alcuna difficoltà da casa: in seguito all’emergenza sanitaria, il Governo è intervenuto più volte nella regolamentazione dello smart working, imponendo il lavoro agile come forma lavorativa primaria (con il Dpcm dell’11 marzo 2019) rispetto a quello in azienda.Quando si parla di tecnologie per lo smart working si fa riferimento sia alle piattaforme software sia ai device utilizzati. Per ottimizzare questi nuovi processi operativi è necessario integrare più strumenti, di modo che coprano aree funzionali diverse: un aspetto non semplice per chi è stato abituato, per anni, a processi tradizionali offline.”In questo processo repentino, ognuno di noi ha giocato, e continua a giocare, un ruolo chiave nella comunità: tutti possiamo offrire un contributo per superare la crisi” continua Guidi “per questo abbiamo cercato di supportare i nostri clienti in questo passaggio, offrendo sostegno pratico, morale e aiutando chi era in difficoltà a trovare le soluzioni organizzative e tecnologiche da attuare velocemente. Inoltre, abbiamo redatto una mini-guida allo smart-working, disponibile sul nostro sito, su quelli che sono i software e gli strumenti digitali gratuiti che supportano il lavoro agile”. “Esistono ormai numerosi strumenti tecnologici che facilitano il lavoro agile, connettendo persone remote, agevolando la condivisione e lo svolgimento dei processi lavorativi, aiutando a distribuire e condividere documenti e informazioni in modo immediato, facile e sicuro. Orientarsi fra questi non è facile per questo, sulla nostra guida abbiamo descritto e raggruppato le tecnologie per funzione-obiettivo e indicato, per ognuna, alcune delle soluzioni software migliori” conclude Guidi.Come usciranno le nostre imprese da questo periodo di crisi quindi?La risposta l’avremo solo tra qualche mese, nel frattempo c’è bisogno di sostenerci tutti e di guardare al futuro con forza e speranza.

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Smartworking e mal di schiena

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

Si chiama “lavoro agile”, smart working dall’inglese, ma per la colonna vertebrale è tutt’altro che agile il lavoro da casa. Adoperare sedute improvvisate per l’utilizzo dei dispositivi che consentono di lavorare fuori dall’ufficio, pc, tablet, smartphone, può essere dannoso per la salute e scatenare quel fastidioso mal di schiena, che è considerato il male del secolo. In questi giorni più che mai, a lavorare su tavoli e sedie, addirittura dal divano, quindi non utilizzando sedie ergonomiche alla giusta altezza di una scrivania che consenta il corretto funzionamento del nostro sistema scheletrico, si rischia d acuire patologie pregresse o agevolare il diffondersi del dolore lombare, dorsale, cervicale, che nella maggior parte dei casi dipende da una stimolazione dei nervi, spesso associata a una contrattura diffusa della muscolatura paravertebrale.È possibile trovare nella Chiropratica un alleato che consente di porre rimedio al dolore senza ricorrere all’utilizzo dei farmaci. Ciò perché si tratta di una cura del tutto naturale, che fa soprattutto uso delle tecniche manuali, frutto dell’esperienza e dell’accurata conoscenza delle discipline scientifiche da parte del Dottore Chiropratico. «Identificare il tipo specifico di mal di schiena, che sia da stress, di tipo muscolo tensivo, da sforzo o di altra natura, permetterà di fornire al paziente specifici consigli e miglioramenti sullo stile di vita, sulle soluzioni ergonomiche e le attività fisiche più idonee – spiega John Williams, presidente dell’Associazione Italiana Chiropratici – Molto spesso, i piccoli o grandi stress della vita quotidiana portano a trascurare la nostra salute, favorendo la sedentarietà e una maggiore tensione anche a livello muscolare; di conseguenza, il dolore si intensifica con l’aumentare della tensione fino a diventare insopportabile».
Le “sublussazioni” alla base del mal di schiena. Come si formano e come affrontarle.
Il mal di schiena e le disabilità che ne possono conseguire sono tra le disfunzioni più comuni riscontrabili nella popolazione italiana. Traumi, abitudini lavorative scorrette, vita sedentaria, abitudini alimentari sbagliate e stress, possono essere individuati tra le cause più comuni. In seguito a uno o più fattori sopra elencati, può capitare che una o più vertebre presentino delle disfunzioni meccaniche che possono creare un’interferenza che può essere definita “sublussazione vertebrale”. Si può creare, cioè, un’interferenza nella normale comunicazione tra la radice del nervo spinale e il midollo spinale, e, di conseguenza, tra sistema nervoso centrale e periferico. Questo processo di trasmissione alterata viene troppo spesso sottovalutata. Una diminuzione o un aumento dello stimolo neurale può portare ,infatti, a una serie di compensazioni e infiammazioni che possono sfociare in sintomatologie spiacevoli, tra cui, solo per citarne alcuni: mal di schiena, dolori muscolari diffusi e cervicalgie.
Chi è il Dottore in Chiropratica? Come lavora? E perché non prescrive farmaci.
Il Dottore in Chiropratica, grazie a un percorso di studi con una laurea magistrale a tempo pieno e frequenza obbligatoria a ciclo unico di almeno cinque anni, è in grado di individuare le cause di questi problemi tramite un anamnesi accurata, che include vari aspetti dello stile di vita, e utilizzando dei test funzionali particolare alla Chiropratica e, qualora rientrasse nel suo campo di azione, è in grado di aiutare il paziente con un approccio di tipo “olistico conservativo”, in totale sicurezza, e spesso permettendo il paziente di non ricorrere ai farmaci.
Come riconoscere un Chiropratico affidabile (e laureato)?
Per completezza, bisogna sottolineare come sia fondamentale la comunicazione inter-disciplinare tra medici e Dottori Chiropratici. Questi ultimi, infatti, devono essere membri dell’Associazione Italiana Chiropratici – AIC, l’unica associazione operante in Italia e riconosciuta dalla comunità scientifica a livello internazionale. L’AIC, infatti, raggruppa i professionisti che esercitano questa disciplina riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’appartenenza all’Associazione, ad oggi, risulta per il paziente l’unica garanzia di trovarsi di fronte a professionisti sanitari con una preparazione scientifico-universitaria e con la capacità di capire quale sia il problema e al contempo di decidere velocemente se il paziente necessita di cure mediche. In conclusione, per garantire che il paziente sia tutelato al meglio, è necessaria una comunicazione chiara ed efficiente con altri professionisti della salute, per esempio, medici e fisioterapisti.

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Smart working, smart family, smart school: il sostegno di AVM Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

AVM, nell’intento corale delle tante aziende e associazioni italiane che in questo momento particolare cercano di migliorare la situazione delle persone che si vedono costrette a cambiare le proprie abitudini di lavoro, di studio e di vita con gesti di ‘solidarietà digitale’, ha deciso con slancio di mettere a disposizione webinar gratuiti di informazione digitale.In tutto il Paese si sta moltiplicando in modo esponenziale l’esigenza di utilizzo di strumenti smart allargandosi anche agli ambiti in cui era poco diffuso e in quelle regioni geografiche dove il divario digitale ancora limita le connessioni Internet. Si pensi alla didattica a distanza per scuole e università, alla pubblica amministrazione o semplicemente alle famiglie che devono fare la spesa online e che in un brevissimo lasso di tempo – e in molti casi senza conoscenze tecniche – devono affidarsi completamente alle soluzioni smart per salvaguardare la continuità lavorativa e la produttività.Per accedere da remoto ai dati aziendali, partecipare a un video conferenza, organizzare una lezione di storia, o guardare un film in streaming, occorrono soluzioni affidabili in grado di garantire connessioni a Internet stabili e sicure. Per contribuire all’opera di divulgazione e digitalizzazione a supporto di cittadini e imprese, AVM Italia organizza due tipologie di corso formativo online completamente gratuiti:
– FRITZ! Home Academy, per rispondere alle esigenze degli utenti finali. Gli interessati possono iscriversi a una delle due sessioni giornaliere e ricevere gratuitamente il webinar formativo della durata di trenta minuti per approfondire tutte le tematiche legate al Wireless di casa. Gli esperti AVM sapranno fornire semplici e chiare indicazioni utili per migliorare le prestazioni WiFi, per esempio, come estendere la copertura del segnale in tutti gli ambienti della casa sfruttando al massimo la connessione ad Internet per attività di e-learning, per l’intrattenimento di tutta la famiglia e il lavoro agile. https://www.eventbrite.it/e/biglietti-fritz-home-academy-100120972524

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Gli strumenti necessari per lo smart-working

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

La situazione attuale ha portato numerose persone a lavorare da casa. Gli smart worker stanno stressando ancora di più la rete domestica per trasferire file, fare riunioni online o videochiamate con colleghi o amici: tutte attività che stanno facendo aumentare in modo impressionante il traffico internet.
Se in ufficio si poteva contare sulla rete aziendale, più performante e sicura, adesso che la maggior parte delle persone lavora da casa, la rete domestica è quella più “stressata”. Al traffico internet generato dall’attività lavorativa di una o due persone si somma quella degli altri componenti della famiglia che, contemporaneamente, desiderano passare il tempo guardando film in streaming e giocando online. Tutto questo, se non si è in presenza di una connessione internet adeguata, può creare per gli smart worker un importante rallentamento delle attività come ad esempio, ritardi audio nelle call, impossibilità di attivare video o lavoro su file condivisi rallentato.Netgear, azienda leader nell’innovazione e nel connettere le persone a internet, ha identificato i tre “mai più senza” per uno smart working davvero produttivo:segnale stabile: probabilmente, mai come in questi giorni, ci si è accorti di quanto sia importante avere una linea internet stabile anche a casa. Video call, numerosi dispositivi connessi come PC o tablet per le lezioni online dei propri figli mettono a dura prova le performance della rete che, fino a qualche giorno fa, serviva quasi esclusivamente per il tempo libero; massima copertura: la maggior parte delle persone non ha nel proprio appartamento una postazione ufficio; ecco perché, ogni smart worker sta cercando di trovarla in qualche angolo della casa. Diventa quindi fondamentale avere la stessa copertura in tutta la casa. Se prima ci si arrangiava con qualche soluzione intermedia, adesso la qualità e copertura in tutta la casa non possono più essere un compromesso;
rete sicura: si tende a preoccuparsi sempre troppo poco della sicurezza della rete domestica e nella maggior parte dei casi si scelgono password di rete troppo deboli. Una rete aziendale è, ovviamente, costruita con alti livelli di protezione che devono essere mantenuti anche quando si lavora connettendosi alla rete domestica, considerando il fatto che si accede a server e documenti aziendali.
Netgear, da azienda esperta del WiFi, offre soluzioni che combinano tutte queste esigenze: affidabilità di rete, copertura e, soprattutto, sicurezza. Tra questo i sistemi WiFi Orbi di Netgear, che offrono una copertura del segnale WiFi in tutta la casa senza eguali. Inoltre, l’ultimo standard WiFi 6 disponibile su Orbi (RBK852) e i router Nighthawk AX permetteranno di creare una rete di livello superiore in grado di gestire oltre 40 dispositivi contemporaneamente senza compromettere velocità e stabilità del segnale. Anche la produttività migliorerà.Questi dispositivi sono dotati dell’esclusivo Netgear Armor by Bitdefender: un sistema avanzato di sicurezza che blocca spyware e malware e tiene al sicuro tutte le informazioni sensibili e tutti i dispositivi indipendentemente dal fatto che siano connessi o no alla rete domestica.La particolarità che contraddistingue questo sistema di sicurezza e che lo differenzia da altre soluzioni è che la protezione viene installata direttamente sulla rete domestica. Questo significa che tutti i dispositivi connessi alla rete saranno protetti e potrete navigare e lavorare in totale sicurezza.

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Smart working: Il parere degli esperti

Posted by fidest press agency su domenica, 22 marzo 2020

Nell’ambito delle misure adottate dal Governo per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 (coronavirus), il Presidente del Consiglio dei ministri ha emanato il 1° marzo 2020 un nuovo Decreto che interviene sulle modalità di accesso allo smart working, confermate anche dal Decreto del 4 marzo 2020. Come indicato nel DPCM dell’11 marzo 2020, si raccomanda venga attuato il massimo utilizzo, da parte delle imprese, di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza. Lo smart working è lo strumento utile alle aziende che necessitano di garantire operatività e continuità quando le risorse sono impossibilitate a recarsi sul posto di lavoro, in questo particolare periodo storico tutte le aziende che hanno tale possibilità, hanno invitato i propri dipendenti ad usufruire di questa modalità di lavoro agile. Tuttavia questa porta con sé diverse insidie, a partire dalla difficoltà di pronto intervento sui processi, soprattutto in quelli per cui sono richieste una costante supervisione ed un intervento su diversi sistemi all’interno di un’organizzazione.
Serve quindi dotarsi di capacità “just-in-time” di risposta ai problemi, ma soprattutto serve adottare strategie che possano prevenire perdita di informazioni ed interruzioni di processo. Infatti, se da una parte il lavoro agile ha evitato la chiusura di molte imprese, dall’altro il ricorso emergenziale e l’approccio improvvisato potrebbero esporre a numerosi rischi le aziende sia sotto il profilo della gestione delle catene produttive che della sicurezza informatica, che del rispetto della protezione dei dati personali. Tuttavia potrebbe trattarsi di un’evoluzione con una portata tale da avere riflessi sul sistema socioeconomico, in cui l’efficienza operativa e la tutela della riservatezza è indispensabile.Quali sono quindi strumenti necessari di cui le aziende dovrebbero dotarsi per far fronte a tali esigenze? «Le aziende dovrebbero puntare su strumenti di Data Quality ed Automation – spiega Annamaria Gerace, Team Leader Fraud & Crime per la BU Digital Trust di Soft Strategy-. La qualità del dato è fondamentale: se le aziende riescono a mitigare la presenza di errori sui dati processati, diminuisce la probabilità di riscontrare errori in tutta la catena produttiva di elaborazione degli stessi, evitando in tal modo la necessità di intervento umano dovuto al ripristino, ad esempio, di un monitoraggio, di un processo distributivo o per la verifica della conformità dei dati elaborati.Possiamo esemplificare questo approccio strategico?«Riporto ad esempio i processi di compliance ed antifrode – continua Gerace – che devono rispettare la segnalazione secondo termini di legge di alcune informazioni che devono essere corrette e verificate.Inoltre, una buona qualità dei dati evita di dover eseguire elaborazioni e lunghe fasi di analisi sui risultati, permettendo di riconoscere facilmente dove vi siano ambiguità e necessità di cambiare una o più regole di aggregazione o di alerting perché poco efficienti.Allo stesso modo tutte le aziende che non lo hanno ancora previsto, dovrebbero investire, ove possibile, in Automation, soprattutto nelle fasi che prevedono l’interazione con diversi sistemi interni ed esterni alle organizzazioni: si evita così ulteriore movimento dei dati dovuto all’accesso da postazioni di smart working. Si ottiene il risultato finale di una velocizzazione di interi processi e notevole risparmio in termini di tempo e di costi, nonché minor impegno di risorse che non potendo essere presenti, non possono garantire tempestività di intervento».

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Smartworking ed emergenze sanitarie

Posted by fidest press agency su sabato, 21 marzo 2020

In merito a Smart Working e diffusione del virus Covid-19, Vittorio De Luca dello Studio De Luca & Partners commenta: “Siamo in piena emergenza e molte aziende sono state improvvisamente costrette a cercare e ad adottare prontamente alternative al normale svolgimento dell’attività lavorativa. In altre parole, le aziende da un giorno all’altro hanno dovuto ripensare e riorganizzare il lavoro e rivalutare il cosiddetto Smart Working. Ma cosa succede a tutte quelle aziende che non hanno voluto o potuto adottare questo nuovo approccio al lavoro? In primo luogo, diciamo che sino a quando non sarà cessata l’emergenza Covid-19, il datore di lavoro non è totalmente libero di decidere se ricorrere o meno al lavoro agile. In effetti, il DPCM dell’ 11 marzo, prevede che sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza. Occorre poi considerare che sul datore di lavoro incombe un preciso obbligo di protezione della salute psico-fisica del lavoratore che trova la propria fonte nell’art. 2087 cod. civ. L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Il datore di lavoro deve, cioè, adottare tutte le misure tassativamente imposte dalla legge in relazione allo specifico tipo di attività esercitata, le misure generiche dettate dalla comune prudenza e tutte le altre misure che, in concreto, si rendano necessarie per la tutela del lavoratore secondo la particolarità del lavoro, dell’esperienza e della tecnica. La violazione di questo obbligo comporta il rischio che sia imputata al datore di lavoro la responsabilità, in questo caso, di un eventuale contagio e della diffusione dello stesso. Il datore di lavoro potrebbe essere pertanto chiamato a risarcire il lavoratore per l’eventuale danno patito e a rispondere dei reati che danno origine alla responsabilità amministrativa della società”.

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Smart-working e coronavirus

Posted by fidest press agency su sabato, 14 marzo 2020

L’emergenza coronavirus ha posto le aziende italiane di fronte alla necessità di attrezzarsi per offrire ai propri dipendenti l’opportunità di lavorare da casa. Di punto in bianco da una base di circa 570.000 persone si è passato a quasi 2 milioni di potenziali lavoratori che si sono ritrovati così alle prese con una realtà nuova, quella dello smartworking.“In realtà quello che è stato autorizzato, o meglio forzato, è il telelavoro, ovvero la possibilità di trasferire la sede lavorativa presso il domicilio del lavoratore”, precisa Simone Colombo, HR fractional ed esperto di direzione del personale in outsourcing.Secondo il consulente, “All’inizio molti hanno avuto l’impressione che si trattasse di una soluzione di breve durata e che fosse relativamente semplice organizzare le attività da remoto, ma ora che il periodo di Smartworking è stato prolungato fino al 3 aprile potremo verificare se le aziende hanno davvero adottato o stanno sviluppando la cultura dello Smartworking”. Per farlo occorre applicare parametri e chiavi di lettura precisi e oggettivi.Fino ad oggi gran parte degli accordi di Smartworking hanno previsto solo alcuni giorni la settimana e per particolari categorie. “Lavorare da remoto per 4/5 settimane consecutive metterà a dura prova le organizzazioni e i risultati attesi. In particolare le aziende dovranno prestare attenzione ad alcuni elementi critici”.
I dati forniti dall’Osservatorio sullo Smartworking del Politecnico di Milano dicono che tra i fattori critici evidenziati dai manager c’è la condivisione di informazioni (11%) all’interno del team di smartworker. Fra le altre criticità evidenziate la più frequente è la percezione di un senso di isolamento circa le dinamiche dell’ufficio (18%), seguita dal maggiore sforzo di programmazione delle attività e di gestione delle urgenze (16%). Altre difficoltà sono legate alle distrazioni esterne, come la presenza di altre persone nel luogo in cui si lavora (14%), alla necessità di frequenti interazioni di persona (13%) e alla limitata efficacia della comunicazione e della collaborazione virtuale (11%).La soluzione è quella di utilizzare tools ed applicazioni che permettano da una parte di organizzare i lavori e dall’altra un costante contatto con i colleghi. (penso ad Asana, Trello, ma anche gruppi Whatsapp, Telegram per i broadcast etc) Allo stesso tempo è fondamentale l’attività di coordinamento. Per chi lavora a distanza qualche riunione in più da remoto è utile per chiarirsi e comprendere meglio le problematiche, tenendo alto il livello di collaborazione e di appartenenza del gruppo.

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Il ministero dell’Istruzione apre allo smart working per il personale Ata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Ha avuto immediato accoglimento, da parte del ministero dell’Istruzione, la richiesta presentata del sindacato Anief sulla necessità di aprire al “lavoro agile” per il personale Ata, nei giorni di sospensione delle attività didattiche a seguito dell’emergenza Coronavirus, al fine di garantire il diritto alla salute anche degli oltre 200 mila lavoratori della scuola che operano a supporto della didattica e che in questi giorni sono stati impropriamente obbligati a recarsi negli istituti: nella Nota – la n. 278 pubblicata la sera del 6 marzo 2020 –, oltre a nuove indicazioni sulle riunioni degli organi collegiali e ulteriori chiarimenti per dirigenti e personale scolastico, l’amministrazione spiega che viene “attribuita a ciascun Dirigente scolastico la valutazione della possibilità di concedere il lavoro agile al personale ATA che dovesse farne richiesta, ferma restando la necessità di assicurare il regolare funzionamento dell’istituzione scolastica”.Marcello Pacifico (Anief): “Premesso che noi vogliamo la chiusura delle scuole, non è l’accoglimento pieno alla nostra richiesta, però dimostra l’attenzione delle istituzioni finalmente anche per il personale Ata. In questo momento storico, direi che possiamo ritenere questo segnale un piccolissimo passo avanti. Adesso lotteremo ancora di più perché tutto questo venga regolamentato nel prossimo contratto. Siamo sempre più convinti che #tuttiinsiemecelapossiamofare”. Trova spazio immediato la richiesta sindacale di aprire allo smart working anche per il personale Ata della scuola, così come avviene in altri comparti di lavoro. Nella Nota ministeriale si dà facoltà al dirigente scolastico di concedere il lavoro agile al personale Ata che dovesse farne richiesta, ferma restando la necessità di assicurare il regolare funzionamento dell’istituzione scolastica e ricorrendo pure all’utilizzo a turno del personale.

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Lo smartworking e i possibili effetti collaterali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

Nella seconda settimana di misure straordinarie per l’emergenza Coronavirus, misure che hanno cambiato la vita lavorativa di molti, emergono i primi segnali che il lavoro forzato da casa sta mettendo alla prova le aziende e i dipendenti. E, invece che smartworking, cioè lavoro intelligente ed efficace, rischia di trasformarsi in un’esperienza negativa. A rilevarlo è Methodos, società di consulenza società di consulenza specializzata nell’accompagnare le imprese nei processi di change management: «Obbligare tutti a lavorare da casa improvvisamente non è smartworking – osserva il CEO di Methodos Alessio Vaccarezza –. L’esperienza nelle attuali circostanze eccezionali dimostra, ed è un bene, che si può lavorare da casa senza troppe difficoltà con alcune accortezze e attenzioni. Tuttavia, superato lo shock iniziale, il lavoro forzato a distanza palesa diversi svantaggi e c’è il rischio che un’analisi superficiale porti a credere che lo smartworking crei problemi. Non è così».Perché il fenomeno in atto non è smartworking? «Perché alla base del lavoro agile c’è la libertà – sottolinea Vaccarezza –. Libertà di scegliere di lavorare nelle modalità, tempi e posti più funzionali al raggiungimento degli obiettivi. Quindi l’imposizione forzosa e prolungata ne snatura l’essenza». Se ci si trova di punto in bianco proiettati in una dinamica di lavoro a distanza, non è detto che la situazione sia tanto “smart”: processi non definiti, tecnologie non note o che fanno le bizze, poca dimestichezza con gli strumenti. Inoltre il “vero” smartworking non è mai 7 giorni su 7, e nemmeno è la forma di prestazione di lavoro prevalente (se non per alcune figure particolari).
Ecco quindi quali sono, secondo Methodos, gli effetti collaterali da gestire con maggiore attenzione e le possibili soluzioni per uscirne vincenti.
Ricreare le relazioni sociali. «Ebbene sì, ciò che sembra aver colpito maggiormente i lavoratori in questa settimana di lavoro da casa forzato è stato proprio un nostro bisogno primario di esseri umani: stare insieme – spiega Maria Vittoria Mazzarini, senior consultant, esperta di smartworking di Methodos –. La sfida di questa seconda fase di lavoro da remoto forzato sta nell’essere capaci di rispondere al bisogno di appartenenza». Soluzione? Attivare le webcam e preferire le videochiamate alle semplici chat o telefonate. .
Separare vita personale e vita professionale. «Molti genitori si sono trovati a lavorare da casa con i figli presenti, con le inevitabili interruzioni – nota Mazzarini –.
Fare attenzione al benessere fisico. «Lavorare da casa non dev’essere sinonimo di passare tutta la giornata in casa – afferma l’esperta di Methodos –. Nelle pause la cosa migliore è fare una passeggiata, o concedersi dei break fisici almeno due volte al giorno, per riattivare i muscoli e riposare la vista».
Non rimandare gli impegni e trovare continuità (anche grazie agli strumenti digitali). «In questi tempi particolari bisogna evitare di cedere all’idea di rimandare tutto a “quando le cose torneranno nella normalità” – sottolinea Mazzarini –. Anche se voli, eventi e workshop saltano, ricordiamoci che abbiamo a disposizione ottime tecnologie per riorganizzare le cose da remoto con un livello di interattività, partecipazione e coinvolgimento inimmaginabile fino a pochi anni fa».
Prepararsi a gestire il dopo-emergenza. «Le aziende devono prepararsi a fare un post-audit su come hanno affrontato questa crisi – spiega Maria Vittoria Mazzarini –. Cosa ha funzionato e cosa no? Cosa faremmo di diverso la prossima volta? Abbiamo il giusto grado di flessibilità o dobbiamo cambiare la policy attuale sullo smartworking?». È importante valutare come abbiamo impattato noi su di loro e loro su di noi, per minimizzare i rischi futuri».

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Smartworking: Le nuove frontiere del lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 febbraio 2020

“C’era una volta, neppure tanti anni fa, l’ufficio tradizionale, dove si doveva tutti essere presenti alle 9 al massimo, e dove tutti gli impiegati lavoravano fino alle 18, timbrando un cartellino cartaceo quattro volte al giorno”, spiega Roberto D’Incau , Founder&CEO Lang&Partners, scrittore, headhunter ed executive coach attualmente in tutte le librerie con “Il Lessico della Felicità”, un manuale nato con l’obiettivo di spiegare attraverso 33 parole chiave come affrontare lo stravagante disturbo che è la vita, compresa quella lavorativa. Che spiega:Il commitment al lavoro c’era, per carità, ma era molto legato anche alla presenza fisica, e a uno stile di leadership tipicamente direttivo, dove il capo era rassicurato se i dipendenti erano fisicamente presenti, e controllabili. Poi arrivò la tecnologia, internet, lo smartphone, le cose cambiarono, ma l’idea che ci debba essere una presenza fisica in ufficio purtroppo ancora resta nella testa di molti: una azienda italiana su due non ha mai preso in considerazione l’ipotesi che i suoi dipendenti possano lavorare con lo smart working. Un dato che non depone certo a favore dell’attenzione alle risorse umane e all’innovazione.Lo smart working, qui sta l’opportunità e al tempo stesso la difficoltà, non è solo una possibilità tecnologica come si pensa comunemente: in realtà presuppone un approccio manageriale nuovo in cui le persone godono di autonomia nella scelta di dove lavorare (da casa, in un coworking, in un caffè) e di quando lavorare, perché sono responsabilizzati sui risultati e non oggetto di micromanagement come faceva il capufficio di qualche decennio fa.Quali sono i vantaggi? Per l’ambiente è evidente che far lavorare una percentuale maggiore di persone da remoto (oggi gli smart worker in Italia sono solo alcune centinaia di migliaia) ha un impatto ambientale positivo molto forte: traffico, emissione di CO2, trasporti pubblici meno ingolfati, ecc. Inoltre, lo smart working è percepito come un vero e proprio benefit dai lavoratori, che già in fase di colloquio con noi headhunter porta a preferire le aziende che lo offrono regolarmente.Per le aziende questa modalità di lavoro è invece il frutto di una nuova cultura manageriale che, a fronte di una maggiore responsabilizzazione del lavoratore, offre più flessibilità e autonomia: lo smart working richiede quindi non solo un cambiamento tecnologico, ma un vero e proprio cambiamento culturale nella leadership. Presuppone infatti una riflessione organizzativa in cui i vecchi modelli di postazione di ufficio fissa e di orario imposto non funzionano più, a fronte dei cambiamenti che il nostro modo di lavorare ha avuto negli ultimi anni, prima fra tutte con la digital transformation.E’ dimostrato dagli studi, a fronte di questo maggiore empowerment del lavoratore, un impatto positivo sulla produttività, e anche un risparmio di costi: le aziende non devono più prevedere sedi monstre, con una scrivania per ogni singolo lavoratore, ma spazi condivisi più piccoli, sulla base del bisogno effettivo di essere presenti in azienda.E’ altrettanto dimostrato, da studi americani, che il 75% dei lavoratori lascerebbe volentieri un’azienda che non offre lo smart working per una che invece lo offre ai propri dipendenti. Infine, il pregiudizio che lo smartworker non lavori, paura di manager con uno stile fortemente orientato al micromanagement, è assolutamente infondato: è vero il contrario. Lasciamo queste paure a chi non è abituato a lavorare con la tecnologia e lo stile di leadership che serve alle aziende in questo decennio.

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Le aziende ferme per il Coronavirus ripartono con lo smartworking

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 febbraio 2020

È smartworking la parola d’ordine di queste ore per le imprese che rischiano di rimanere ferme a causa dell’emergenza sanitaria per il nuovo Coronavirus. Nelle regioni più colpite dal contagio si cerca di limitare al massimo gli spostamenti e, mentre uno dei decreti attuativi del DL 23 febbraio 2020 n. 6 facilita l’adozione del telelavoro (come sperimentato su scala più piccola per il crollo del ponte Morandi), è già massiccio in moltissime aziende il ricorso al lavoro agile. Per attuare forme di lavoro agile in modo efficace, prevedendo i possibili intoppi e preparando dipendenti e management a lavorare in modo nuovo, Methodos ha stilato una serie di consigli rivolti sia ai lavoratori, che magari si trovano a fare smartworking per la prima volta nella vita, sia ai capi, che devono sperimentare nuovi metodi per organizzare, dirigere e valutare i propri dipendenti.Per i lavoratori, invece, la sfida è riprodurre a casa la forma mentis che si assume in ufficio. I consigli di Methodos sono cinque:
1) Stabilire chiaramente gli orari. «È importante indicare i momenti di inizio e fine del lavoro – spiega Giuseppe Geneletti –. Dedicare delle ore specifiche al lavoro facilita non solo la concentrazione, ma anche l’allineamento con gli altri interlocutori, che sanno in quali momenti siamo disponibili e pronti a rispondere».
2) Vestirsi come se si andasse in ufficio (o quasi). «Non è necessario essere iper-formali e in giacca e cravatta – commenta sempre Geneletti – ma passare dalla modalità “da casa” a quella “da lavoro” è molto importante per concentrarsi, e l’abbigliamento gioca la sua parte».
3) Fare delle pause e spostarsi. Se è fondamentale, anche a casa, avere la sensazione di “iniziare” la propria giornata, allo stesso modo, quando si prende una pausa, bisogna davvero staccare. «Per questo il consiglio è di allontanarsi fisicamente dallo spazio di lavoro – spiega l’esperto di Methodos –. Fare un passo lontano dalla scrivania può aiutare a liberare la mente e ad avere maggiore attenzione al ritorno».
4) Organizzare gli spazi. Cioè avere una scrivania libera dal disordine, con file digitali e/o archivi cartacei facilmente individuabili e uno spazio adatto all’attività. «Sono elementi importanti per aumentare la produttività e rimanere concentrati mentre si lavora ai vari progetti» sottolinea Geneletti.
5) Staccare la spina dalla vita digitale. A casa, ancor più che in ufficio, le distrazioni di web e social sono in agguato. «Per sfruttare al meglio il tempo – spiega sempre Geneletti – è bene silenziare o bloccare alcune app, anche attraverso alcuni tool che ne limitano l’utilizzo».
Un approfondimento ad hoc lo meriterebbero i cosiddetti “meeting digitali”, ovvero chiamate e videoconferenze, di cui nei prossimi giorni si farà grande uso. «Le tecnologie rendono le comunicazioni di una facilità impensabile rispetto a pochi anni fa, anche senza complicati apparati ma con gli strumenti che tutti hanno a casa – commenta Giuseppe Geneletti –. Non tutti però sono ancora abituati a rapportarsi in questo modo ed è necessario accogliere e coinvolgere nel modo giusto chi non usa quotidianamente questi strumenti».

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Lo smartworking è anche per le PMI

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 ottobre 2018

Lo smartworking è ormai una realtà consolidata fra le multinazionali e le imprese più grandi, ma lo stesso non può dirsi per le PMI, che raccolgono la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani. Grazie alla legge 81 del 2017 sul lavoro agile, qualcosa però si sta muovendo anche per i “piccoli”, e a fare da aprifila sono quelle imprese che portano la tradizione manifatturiera italiana a competere sui mercati globali. È il caso di Eurojersey, una realtà da circa 200 dipendenti, di cui 140 impiegati in produzione e una sessantina negli uffici. La missione di Eurojersey è quella di portare in tutto il mondo i suoi tessuti tecnici indemagliabili prodotti a Caronno Pertusella (VA). «E per farlo dobbiamo essere rapidi, flessibili, saper anticipare i trend, offrire prodotti e servizi personalizzati al massimo per ogni cliente. In una parola, dobbiamo essere agili: anche nel nostro modo di organizzare il lavoro e gestire le persone». A parlare è Matteo Cecchi, direttore commerciale di Eurojersey, che racconta come l’azienda ha raccolto la sfida dell’innovazione introducendo lo smartworking. In Eurojersey, infatti, dalla fine di settembre una decina di persone sta sperimentando, su adesione volontaria e in base a un accordo definito con dipendenti e RSU, la possibilità di lavorare da casa per un giorno alla settimana, organizzando in autonomia impegni e tempi. Le ricadute sono positive sia per l’azienda (maggiore produttività e flessibilità nel seguire i clienti internazionali), sia per il benessere dei lavoratori, che beneficiano di una maggiore conciliazione con gli impegni familiari. Entro fine anno, a sperimentazione conclusa, la platea degli interessati allo smartworking potrebbe raddoppiare di numero.Un accordo win-win che, sottolinea, Cecchi, «È frutto prima di tutto di un cambiamento di mentalità. Non abbiamo improvvisato: all’inizio abbiamo avuto una difficoltà a trovare modelli e case history incentrati sulle PMI come la nostra. Anche le associazioni di categoria sono ancora impreparate a dare indicazioni ad hoc. Occorre farsi seguire da consulenti, non solo per tutta la parte contrattualistica, ma soprattutto per supportare una trasformazione che coinvolge moltissimi aspetti della vita aziendale».Per questo Eurojersey ha scelto Methodos, società di consulenza specializzata nell’affiancare le imprese nei processi di change management organizzativo e culturale, che è stata chiamata a mettere a punto un progetto di smartworking strutturato e condiviso per l’azienda di Caronno Pertusella.

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Smart working: il 64,2% degli italiani lavora ancora da luogo fisso, ma il 40% vuole la flessibilità

Posted by fidest press agency su domenica, 25 giugno 2017

smartworkingLe nuove tecnologie facilitano più che mai il lavoro flessibile, dando ai lavoratori dipendenti maggiore libertà in termini di dove e quando lavorare. Tuttavia, nonostante l’influenza degli strumenti mobili, la ricerca “La forza del lavoro in Europa” svolta da ADP – leader mondiale nell’human capital management – mostra che due terzi dei dipendenti italiani (64,20%) lavora ancora da un luogo di lavoro fisso, come un ufficio o una fabbrica.Ciò contrasta con le aspirazioni dei dipendenti, dei quali oltre un terzo (40%) dichiara di volere una combinazione di lavoro da casa o altro luogo e ufficio (ma lo fa solo l’8%,) e un 21,8% che vorrebbe solo lavorare da casa senza avere un ufficio, una situazione questa che attualmente è una realtà soltanto per il 13,5%. Analogamente, la maggior parte degli italiani lavora ancora secondo orari fissi (58%), nonostante il fatto che solo il 39% affermi di preferire tale forma di lavoro. Infatti, oltre un terzo, (38,5%) ha asserito di preferire una combinazione di orari fissi e flessibili, mentre quasi un quarto (22,5%) ha detto di preferire una totale flessibilità.
L’Olanda è il paese con la maggiore flessibilità di lavoro e la più alta percentuale di persone che lavorano in remoto senza supporto di uffici (20% contro il nostro 7,9%) e con orario totalmente flessibile (33% conto il nostro 25,5%). All’altra estremità della scala, i lavoratori tedeschi hanno la più bassa flessibilità in termini di luogo di lavoro, con oltre due terzi (70%) che lavorano da un luogo fisso. Nel frattempo, i lavoratori spagnoli hanno il minor grado di controllo sull’orario lavorativo, con il 65% che lavora secondo orari fissi e solo il 20% che lavora a orario flessibile.
Abbiamo detto come una notevole percentuale di lavoratori italiani desideri maggiore flessibilità nel lavoro, i dipendenti vorrebbero che i loro datori di lavoro investissero in tecnologie che rendano possibile tale flessibilità. Un lavoratore italiano su tre chiede al proprio datore di lavoro di investire in computer portatili (35,6%) e in software specialistici (34%) mentre uno su cinque vorrebbe che il suo datore di lavoro investisse in smartphone e tablet (22%).Sotto il profilo delle competenze, oltre un quinto dei lavoratori in Italia sostiene che gradirebbe corsi di formazione IT avanzati (24,4%), mentre un ulteriore 23,5% afferma di avere bisogno di assistenza con le nuove tecnologie e dispositivi. (foto: smartworking)

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