Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘soldato’

Il coronavirus “è un soldato di Allah?”

Posted by fidest press agency su domenica, 5 aprile 2020

Il mondo è chiamato a una sfida epocale, che potrebbe ridisegnare gli equilibri planetari. Alcuni analisti hanno già paragonato il dopo Covid-19 sia alla crisi post 1929, sia al periodo successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.Una sfida epocale che coinvolge tutti. Un problema condiviso da miliardi di persone che stanno cercando di tenere duro in questo momento difficile.
In questo unico grande popolo che vuole tornare alla normalità non c’è l’Imam Jamil Al-Mutawa, predicatore legato ad Hamas, che senza mezzi termini ha lodato la pandemia.Frasi choc pronunciate proprio alla tv dell’organizzazione terroristica che controlla la Striscia di Gaza, che parlando dell’Occidente ha detto:“Guardate quanto sono vuote le loro strade e guardate quanto è affollata questa moschea. Chi è che ci ha dato sicurezza e li ha terrorizzati? Chi è che ci ha protetto e danneggiato? È Allah! Allah ci ha inviato un solo soldato. Cosa sarebbe successo se avesse inviati 50 come il coronavirus? Ha inviato un solo soldato e ha colpito tutti e 50 gli stati (americani). Gli americani hanno detto che si aspettano che il 58 percento della California venga infettato entro due mesi. Parlano di 25 milioni di persone infette in uno dei 50 stati americani”.
Frasi che fanno rabbrividire. Davanti a tante vittime in tutto il mondo, l’Imam Jamil Al-Mutawa, predicatore legato ad Hamas, ha sostenuto che il Covid-19 sia “un soldato di Allah” e, riferendosi alla piano di pace proposto dal presidente Usa Donald Trump, ha aggiunto:“Allah, tieni il coronavirus lontano da noi, allontanaci da noi e scatenalo contro le persone dietro il malvagio Deal”.
Frasi che fanno ancora più rabbrividire visto che secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, presso la popolazione palestinese i casi finora accertati da Covid-19 sono 59 e si crede possano aumentare a breve.Una dichiarazione delirante dell’Imam Jamil Al-Mutawa legato ad Hamas, che mostra ancora una volta l’odio verso l’Occidente.

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Libro. Daniel Mason: Soldato d’inverno

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 febbraio 2020

Vienna, 1914. Lucius è uno studente di medicina di ventidue anni quando la Prima guerra mondiale esplode in tutta Europa. Animato da improbabili e romantiche idee di chirurgia sul campo di battaglia, Lucius si arruola nell’esercito, aspettandosi una posizione in un ospedale da campo ben organizzato. Invece viene inviato nella remota valle dei Monti Carpazi, dove trova ad attenderlo un avamposto gelido e devastato dal tifo. Gli altri dottori sono fuggiti e rimane solo una misteriosa infermiera di nome Sorella Margarete.Lucius non ha mai tenuto in mano un bisturi. Mentre la guerra imperversa e la neve imbianca il paesaggio, si ritrova, contro ogni aspettativa, a innamorarsi della donna da cui deve imparare una medicina brutale e improvvisata. Poi, un giorno, gli viene portato un soldato privo di sensi, trovato mezzo congelato tra la neve, l’uniforme piena di strani disegni. L’uomo sembra destinato a morte certa, ma Lucius prenderà una decisione fatale, destinata a cambiare per sempre la vita di medico, paziente e infermiera.Dalle dorate sale da ballo della Vienna imperiale alle foreste ghiacciate del fronte orientale; dalle improvvisate sale operatorie ai campi di battaglia battuti dalla cavalleria cosacca, Il soldato d’inverno è un romanzo di amore e guerra, degli errori che commettiamo e delle preziose opportunità di espiarli.Pagine: 96 Traduzione dall’inglese di Ada Arduini Prezzo: €18,00
Daniel Mason è un medico psichiatra e autore dei romanzi L’accordatore di piano e Un paese lontano. Il suo lavoro è stato tradotto in ventotto lingue e adattato per il teatro. Destinatario di una borsa di studio del National Endowment of the Arts, è attualmente professore di psichiatria presso la Stanford University, dove tiene corsi di scienze umanistiche e medicina. Vive nella Bay Area con la sua famiglia. (Neri Pozza Editore)

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Ancora un soldato che si toglie la vita

Posted by fidest press agency su martedì, 24 dicembre 2019

Mentre la politica e l’Amministrazione Difesa stanno a guardare o cercano soluzioni per “curare” il personale arruolando Psicologi, ma non si preoccupano di impedire il manifestarsi di queste forme di disagio. I tagli di bilancio a cui è stato sottoposto il Comparto Difesa si sono ripercossi quasi completamente sulle condizioni di lavoro del personale che è sempre di meno, sempre più vecchio e pagato sempre peggio. Il nuovo mantra dell’amministrazione, di “riuscire a fare di più con meno soldi e meno uomini” ha portato a condizioni di lavoro sempre più stressanti, orari di lavoro più lunghi, l’aumento delle ore di straordinario pro-capite ed a continue attività fuori sede. Il massiccio ricorso al precariato militare e adeguamenti economici impercettibili, quando non inesistenti, mettono in crisi i riferimenti familiari, affettivi e la stabilità economica e l’equilibrio psicologico. Come Sindacato Aeronautica Militare intendiamo proporre all’Amministrazione di invertire totalmente l’approccio ovvero di “prevenire invece che curare” e questo si può fare solo attraverso una più oculata gestione delle risorse umane e delle condizioni di lavoro unitamente ad una più attenta ripartizione di adeguate risorse economiche al fine di evitare l’eccessivo carico di stress che si verifica oggi. Monitoreremo e saremo i portavoce di questo nuovo paradigma a tutela di tutti i colleghi e di tutte le colleghe perchè non vogliamo più suicidi nelle forze armate.

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Salvate il soldato Gruber

Posted by fidest press agency su martedì, 23 luglio 2019

Vincenzo Olita, di Società libera, (www.societalibera.org) in un suo comunicato che mi ha inviato, tempo fa, mi faceva notare che: “A chi è capitato, nell’ultimo anno, di assistere, su La7, il programma quotidiano di approfondimento politico Otto e Mezzo non sarà sfuggito che la conduttrice Lilli Gruber, qualsiasi sia l’argomento trattato, non riesce a fare a meno di evocare Salvini con impressionante periodicità”. Da quel momento la circostanza mi ha incuriosito tanto da seguire la trasmissione come di solito non faccio, soprattutto per mancanza di tempo. Conosco la Gruber fin da quando era in Rai e poi è diventata parlamentare europea nelle file del PD fino a traghettare a la Sette nel regno dell’attuale patron Cairo. Mi è parsa, come giornalista, una persona corretta e professionalmente ineccepibile anche se da parlamentare europea si faceva vedere poco in plenaria (direi a scapito della sua supposta militanza). Ma ora l’accusa è diretta e particolareggiata tanto che Olita mi precisava che è stata “Assolutamente prevedibile nelle domande che tendono a riportare su Salvini qualsivoglia responsabilità, il più delle volte, apolitici e sentimentali i ragionamenti, le analisi e le considerazioni espressi in fase di interlocuzione e soggiungeva: “Un osservatore superficiale potrebbe valutare questo comportamento, ossessivo ma, fortunatamente, così non è, in quanto la giornalista esprime solo una forte e radicata militanza politica, ipersensibile all’attività dell’avversario politico”. A questo punto, a scanso di equivoci, il mio interlocutore ha ritenuto opportuno precisarmi che: “Non abbiamo particolare simpatia per Salvini (lo scrive anche a nome di Società libera) né come uomo di governo, né tantomeno come statista, ma allo stesso tempo non amiamo un’informazione militante e partigiana ammantata di pluralismo. La società aperta, a cui aspiriamo, contempla un giornalismo attento e parimente critico verso il potere e la sua opposizione, purtroppo professionalità rare in un Paese in cui l’informazione si connota sempre più come un sottoprodotto della lotta politica. Per poi giungere a questa amara riflessione: “La Gruber ne è un plastico esempio, avrebbe necessità di essere confortata da un sincero politologo, capace di intendere la dinamica politica, e da uno psicologo sociale capace, senza essere Gustav Le Bon, di intendere i primi rudimenti della Psicologia delle Folle. Con questo sostegno, forse, la volenterosa giornalista potrebbe riuscire a smettere i panni della militanza prendendo coscienza che il suo maldestro essere combattente per una causa produce solo un buon beneficio d’immagine alla controparte politica”. A questo punto lasciamo aperto il discorso invitando qualche nostro lettore ad esprimere un giudizio di merito in proposito soggiungendo solo che non è facile fare il giornalista, direi da sempre, se penso che sovente da cronista politico, decenni fa, mi vedevo consegnato alla fine di una conferenza stampa la famosa “velina” dove l’addetto stampa o il segretario del personaggio politico mi imponeva, in pratica, il “pezzo” che avrei dovuto scrivere. (Riccardo Alfonso)

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Salvate il soldato Matteo

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

salvate-il-soldato-ryanIl ricordo del film di Steven Spielberg, con il rifiuto del soldato Ryan di abbandonare la sua compagnia a seguito di tragiche notizie familiari, sovviene a proposito della caparbietà del segretario del PD, delle confuse notizie provenienti dalla galassia politica alla sua sinistra e degli scricchiolii della minoranza del suo partito. Nella nostra news del 12 dicembre 2016 “Dimissioni o Continuità?” si sottolineava che “il futuro è ancora nelle mani di Renzi e nella sua personale capacità di analisi, se amici e consiglieri validi scarseggiano il suo futuro politico dovrà salvaguardarlo da solo, ci riuscirà se saprà dare spessore e concretezza alle sue dimissioni lontano da interessate sirene, altrimenti, la sua rivincita politica sarà irrimediabilmente compromessa”. E così sembra essere.
Dalle dimissioni in poi un’ondivaga linea politica ha caratterizzato la sua strategia, oscillante tra la certezza di un’ autosufficienza sua e della sua liquida e, contemporaneamente, bulgara classe dirigente, incapace di una complementare elaborazione politica, e i timidi scomposti tentativi di autocritica. L’incertezza ha contribuito ai deludenti risultati elettorali e ancor più alla scelta di una pessima legge elettorale che, tra l’altro, rischia di favorire il centrodestra e “risulta incomprensibile alla maggioranza degli elettori, come lo è anche per un’aliquota di addetti ai lavori – parte degli stessi ambienti politici favorevoli alla nuova legge non ne saprebbe valutare gli effetti”- vedi news 30 ottobre 2017. E’ la stessa confusione che lo porta a dare credito elettorale ad una scheggia del mondo radicale della Bonino e Della Vedova, pellegrino in tante formazioni politiche, del resto siamo il Paese in cui basta rilasciare fantasiose interviste per ritrovarsi leader di mai nate formazioni politiche, Parisi e Passera, Pisapia e Sala, Pizzarotti e Tosi insegnano. La perdita di lucidità del segretario e il disorientamento che pervade il PD non è solo affare di una parte politica, dopo le elezioni, sia in caso di vittoria che di sconfitta, la democrazia e quindi il Paese bisognano di una sinistra moderata e riformatrice, capace di perseguire chiari obiettivi nel quadro di una coerente intelligibile strategia, pena la stabilità dell’intero quadro politico. Se la funzione della dirigenza di una formazione politica è quella di coadiuvare, criticamente e con intelligenza, il vertice, compito di quella democratica è di salvare il soldato Matteo dalle sue certezze, pena il ricoprire un banale ruolo di osannanti replicanti. (fonte: http://www.societalibera.org)

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650 bambini reclutati da gruppi armati in Sud Sudan

Posted by fidest press agency su sabato, 20 agosto 2016

sud sudanSecondo l’UNICEF, dall’inizio di quest’anno più di 650 bambini sono stati reclutati da gruppi armati in Sud Sudan. Da quando ha avuto inizio nel dicembre 2013 la crisi del Sud Sudan si stima che circa 16.000 bambini siano stati reclutati da gruppi e forze armate. L’UNICEF afferma che i bambini continuano ad essere reclutati e utilizzati da gruppi e forze armate, nonostante l’impegno politico diffuso per porre fine alla pratica.Dal momento che sono scoppiati i combattimenti nel dicembre 2013:
▪ Circa 900.000 bambini sono sfollati;
▪ Più di 13.000 bambini sono scomparsi, sono stati separati dalle loro famiglie o sono
non accompagnati;
▪ Oltre la metà di tutti i bambini del Sud Sudan sono fuori dalla scuola – il paese che ha la più alta
percentuale al mondo di bambini in età scolare che non va a scuola
▪ 250.000 bambini si trovano ad affrontare una grave malnutrizione acuta.
Temendo che il riaccendersi del conflitto potrebbe mettere più che mai a rischio decine di migliaia di bambini, l’UNICEF ha chiesto la fine immediata dei reclutamento e il rilascio incondizionato di tutti i bambini da parte di gruppi armati.
“Il sogno che abbiamo tutti condiviso per i figli di questo giovane paese è diventato un incubo”, ha dichiarato il ViceDirettore generale dell’UNICEF Justin Forsyth, al suo ritorno da una missione a Bentiu e Juba, nel Sud Sudan. “In questa fase precaria nella breve storia del Sud Sudan, l’UNICEF teme che un ulteriore picco di reclutamenti di bambini potrebbe essere imminente”.
Nel 2015 l’UNICEF ha supervisionato il rilascio di 1.775 ex bambini soldato in quello che era uno dei più grandi piani di smobilitazione dei bambini di sempre. I nuovi combattimenti e il reclutamento in Sud Sudan rischia di minare gran parte di questi progressi.
L’UNICEF ha inoltre evidenziato un aumento di gravi violazioni, sottolineando che la violenza di genere, già diffusa in Sud Sudan, si è notevolmente intensificata durante l’attuale crisi. “I bambini continuano a subire prove terribili”, ha detto Forsyth. “I recenti rapporti indicano diffuse violenze sessuali contro ragazze e donne. L’uso sistematico dello stupro, lo sfruttamento sessuale e il sequestro come arma di guerra in Sud Sudan devono cessare, insieme con l’impunità per tutti i responsabili”.
L’UNICEF ha osservato che è urgente l’accesso incondizionato a tutti gli interventi umanitari a Juba e in tutte le altre parti del paese, in modo da fornire sostegno, protezione e assistenza a bambini e donne in tutto il paese. “Senza un’area umanitaria pienamente operativa, le conseguenze per i bambini e le loro famiglie saranno catastrofiche”, ha detto Forsyth.

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Sono un bambino, non sono un soldato

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 giugno 2011

Nel distretto dello Uélé, all’estremo nord della Repubblica Democratica del Congo ogni giorno 300 bambini attraversano 12 chilometri di foresta equatoriale. Partono dalle loro case all’ora del pranzo, a piccoli gruppi, e dopo poche ore tornano indietro, quasi sempre. Nel tragitto subiscono soprusi, vengono derubati e rischiano di essere rapiti dalle milizie armate del LRA, il famigerato Esercito di resistenza del Signore. Ma questo è l’unico modo per continuare ad andare a scuola. Nel 2009 la scuola primaria di Bakudangba venne quasi completamente distrutta durante un attacco del LRA. I sei maestri e l’amministratore impiegati nella scuola decisero di non chiuderla, ma di spostare le lezioni nei locali della scuola primaria cattolica a Doruma, il centro abitato piu’ grande che dista 12 chilometri dal piccolo villaggio. Prima dell’attacco, la scuola contava 318 scolari, mentre ora solo 310 (118 ragazze e 192 ragazzi) frequentano le classi dalla prima alla sesta. Le famiglie sono divise durante la settimana, la normale vita quotidiana del villaggio e’ interrotta, e per tutti recarsi a scuola e’ fonte di paura e grandi difficolta’.
La zona dove opera INTERSOS e’ al confine tra RDCongo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, ed e’ totalmente coperta dalla foresta equatoriale. I trasporti e i movimenti dello staff INTERSOS, sono necessariamente affidati unicamente alle motociclette, con le quali e’ possibile raggiungere i villaggi. Le macchine non riescono a passare. INTERSOS e’ in quest’area dal 2009 per dare riparo agli sfollati e assistere le vittime delle violenze fisiche e psicologiche dei miliziani, soprattutto i bambini. Anche per gli operatori umanitari la zona e’ molto difficile, e sono loro stessi bersagli delle violenze.
Con la Campagna di Intersos ‘costruiamo le scuole in Congo per togliere i bambini dalla guerra’ si puo’ contribuire a garantire l’accesso all’educazione agli scolari piu’ giovani, e a ridurre il rischio di reclutamento di bambini soldato dovuto ai continui spostamenti nelle zone insicure della foresta.

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Onore a Matteo Miotto: soldato italiano belligerante

Posted by fidest press agency su domenica, 2 gennaio 2011

Con grande coerenza e consapevolezza, Matteo  Miotto ha lasciato il suo testamento morale, nel quale chiede, come in un tragico presentimento, di essere sepolto tra i “cauti in guerra”. Chiede, quindi, il riconoscimento ufficiale del suo “status” di soldato belligerante, altro che “missione di pace!”  Uno status che coinvolge indistintamente tutti i militari in quel teatro di guerra. Il ministro La Russa vorrebbe seppellire questa scomoda salma sotto un simulacro di parole idonee a proseguire nell’itinerario della menzogna, ma si ritrova davanti un’accusa pesantissima che deve riconoscere oppure continuare a mistificare. Onore a Matteo  Miotto, soldato italiano belligerante, vittima di guerra! ( Rosario Amico Roxas)

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Reclutamento di bambini soldato in Somalia

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 maggio 2010

“Siamo sbigottiti nello scoprire che il reclutamento e l’impiego di bambini come soldati da parte di gruppi armati in Somalia è in aumento. Tutte le parti in conflitto sono coinvolte, e in alcuni casi vengono reclutati anche bambini di nove anni.   Recenti rapporti indicano che le scuole sono utilizzate come centri di reclutamento e che i bambini soldati vengono spesso picchiati o giustiziati dopo la cattura.   L’utilizzo di bambini da parte dei gruppi e delle forze armate è un crimine di guerra. Dobbiamo fermarlo immediatamente. Tutte le parti coinvolte devono rilasciare i bambini. L’impunità deve cessare e gli autori devono essere assicurati alla giustizia.   I bambini che sono stati reclutati sono vittime e devono essere trattati di conseguenza.   L’UNICEF e l’ufficio del Rappresentante speciale del Segretario Generale ONU per i bambini e i conflitti armati sono pronti ad offrire la loro assistenza nel processo di smobilitazione dei bambini somali e ad aiutarli a recuperare la loro infanzia e reinserirli nelle comunità.   Chiediamo inoltre alla comunità internazionale, compresi coloro che sostengono i gruppi somali, di condannare all’unanimità questa pratica e di utilizzare il proprio potere per porvi fine.   Bambini costretti ad indossare un uniforme e a portare una pistola subiscono danni psicologici e spesso anche fisici e, senza assistenza, crescendo, possono diventare istigatori di violenza e, come adulti, reclutatori di bambini soldato. L’utilizzo dei bambini soldato è una tragedia per la Somalia in questo momento e, se non viene attuato un intervento urgente, può anche minacciare la stabilità futura del paese. I bambini e i giovani costituiscono la maggioranza della popolazione della Somalia e meritano di avere una infanzia libera dalle atrocità di un conflitto armato”.

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Rebecca West: Il ritorno del soldato

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2009

Quando il capitano Chris Baldry parte per la guerra, lascia dietro di sé due donne, l’adorabile moglie Kitty e l’incantevole cugina Jenny, che hanno fatto dell’amore per lui lo scopo della loro vita. L’armonia e il clima di trepida attesa delle due donne vengono turbati, però, dalla terribile notizia: Chris è stato ferito alla testa. A portare il doloroso messaggio è una strana donna che Kitty e Jenny, appartenenti alla buona società inglese, trattano con diffidenza e freddezza per l’evidente differenza di classe che le separa dalla sconosciuta. Quando il capitano ritorna, però, le due donne si ritrovano davanti alla più crudele e inaspettata realtà: Chris Baldry non ricorda nulla di Kitty e della sua algida e lunare bellezza. Della devota Jenny, poi, conserva soltanto la vaga immagine di una compagna d’infanzia. I ricordi del soldato si fermano soltanto al suo grande amore di quindici anni prima, a quella che appare essere l’unica donna della sua vita: Margaret, la sconosciuta. Formidabile romanzo sulle intimità e le illusioni, sul possesso e sullo snobismo terribile e distruttivo di due memorabili figure di donne, Il ritorno del soldato è l’opera narrativa di esordio di Rebecca West scritta quando l’autrice aveva soltanto 24 anni. Il capitano Chris Baldry ritorna dalla guerra, ma non ricorda più nulla delle donne che ha lasciato dietro di sé, l’adorabile moglie Kitty e l’incantevole cugina Jenny. Nel suo cuore c’è posto soltanto per Margaret, un amore di quindici anni prima. Ritorna in libreria, in una nuova traduzione, uno dei grandi libri del Novecento, un formidabile romanzo sulle intimità e le illusioni, sul possesso e sullo snobismo terribile e distruttivo di due donne. Traduzione dall’inglesea cura di Benedetta Bini Euro 12,00 144 pagine
EAN 9788854503366
Rebecca West (1892-1983) nasce a Londra con il nome di battesimo di Cicely Isabel Farfield. Adotta lo pseudonimo letterario di Rebecca West dal personaggio del dramma di Ibsen La casa dei Rosmer. Fa il suo esordio nel 1916 con Henry James. Tra le sue opere di narrativa oltre a The Return of the Soldier (1918) si segnalano The Judge (1922), Harriet Hume (1929), The Harsh Voice (1956), The Thinking Reed (1936), The Mountain Overflows (1956), The Birds Fall Down (1966) e Sunflower (1986) e la sua grande opera Black Lamb and Grey Falcon (1941). Nel 1959 viene insignita dell’Ordine dell’Impero Britannico. Dopo la morte del marito nel 1968, ritorna a Londra dove muore il 15 marzo 1983.

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Il soldato italiano non è un mercenario

Posted by fidest press agency su martedì, 22 settembre 2009

Editoriale fidest. Un prete, Paolo Farinella, dalle colonne di Micromega ci parla della strage di Kabul “mettendosi di traverso” al giudizio di molti e a quanto la stampa nazionale riporta di quel tragico evento. Può avere ragione quanto afferma che si parla molto dei sei militari italiani uccisi e non altrettanto dei 20 afghani che sono morti con loro colpiti dallo stesso disegno criminale. Lo stesso si può dire per i 4 militari italiani feriti e dei 60 afghani che hanno avuto la medesima sorte. Ma vi è anche da fare una sottile distinzione in proposito. I militari italiani sono lì per cercare di scongiurare questi atti estremi di violenza terroristica che non fa differenza tra civili e militari e spesso fa vittime tra donne e bambini. Ma il punto in cui il nostro dissenso diventa totale è quando questo prete definisce i soldati dell’Onu e dell’Ue dei “mercenari”. Non è solo una questione di terminologia. Per mercenario, infatti, s’intende chi “compie azioni militari per conto di un privato o anche di uno Stato” ma non lo fa per degli ideali tanto che la sua figura non è regolamentata nel diritto internazionale né dalla Convenzione di Ginevra. Quest’ultima ha anche precisato che il termine “mercenario” è da considerarsi dispregiativo e preferisce usare la parola contractor. Ma l’errore grave e imperdonabile, che questo prete commette, è che cerca di coinvolgere tutti i militari italiani in un unico giudizio critico. Semmai sono i nostri politici e governanti da prendere di mira. E’ non solo ingeneroso ma ne distorce la verità lasciandosi sedurre dalle tante sirene critiche che pure si mantengono su binari di giudizio meno virulento. Ancora una volta gioca sulle terminologie contestando la parola “eroe” ai morti di Kabul, nello specifico, e dimentica volutamente che questi militari sono presenti in quell’area da pacificatori e non da aggressori. Possiamo, e lo abbiamo fatto, criticare l’interventismo militare dell’occidente e giudicarlo negativamente, ma nel momento in cui il Parlamento italiano consente la partecipazione dei soldati italiani nel contingente di pace internazionale (e in questo caso sono concordi sia la maggioranza sia la minoranza) è nostro preciso dovere non far mancare il nostro appoggio, sia pure morale, a questi giovani che sono stati educati ad obbedire e a servire la patria. E’ un compito ingrato? Certo lo è e se non fosse motivato lo sarebbe in tutti i sensi. Per questa ragione ci sentiamo di respingere al mittente le tante “parole gettate al vento” e ci addolora solo che provengono da un uomo di chiesa e per il quale il linguaggio può anche essere quello della denuncia e del dissenso ma non della denigrazione. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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