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Sclerosi multipla: Il peso eccessivo peggiora la malattia

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 giugno 2019

Una verità per molte patologie che ora uno studio italiano conferma anche per la sclerosi multipla: la situazione immuno-metabolica delle persone con sclerosi multipla recidivante-intermittente, la forma più diffusa della malattia. gioca un ruolo importante nel determinare la gravità della patologia, fin dagli esordi. Lo studio, finanziato in gran parte dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM), è stato condotto grazie a uno sforzo collaborativo tra l’Unità di Neurologia dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), l’Istituto per l’Endocrinologia e l’Oncologia Sperimentale del CNR (IEOS-CNR) di Napoli, il Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche dell’Università di Napoli Federico II, assieme all’Unità di Neuroimmunologia del San Raffaele di Milano.Pubblicata sul giornale scientifico Multiple Sclerosis Journal, la ricerca, che ha coinvolto 140 persone con sclerosi multipla recidivante remittente (SMRR), ha evidenziato come i pazienti in sovrappeso e obesi abbiano un maggiore rischio di presentare già al momento della diagnosi una maggiore disabilità alla scala EDSS (Expanded Disability Status Scale), lo strumento comunemente usato per valutare la gravità della sclerosi multipla. I ricercatori hanno inoltre approfondito a livello immunologico la relazione tra sclerosi multipla e peso corporeo eccessivo, analizzando i livelli di infiammazione del sistema nervoso centrale, la concentrazione di fattori connessi al peso corporeo come la leptina (ormone prodotto da grasso), di citochine infiammatorie e la concentrazione dei grassi nel sangue.La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria del sistema nervoso centrale che colpisce la mielina, una guaina che riveste i neuroni e ne permette la conduzione degli stimoli elettrici. Nei pazienti obesi, l’analisi del liquido cerebrospinale (che viene raccolto con la puntura lombare) ha mostrato un livello più elevato di interleuchina-6 (IL-6) e leptina, due molecole ben note per essere promotrici del processo infiammatorio nel sistema nervoso centrale. Al contrario l’interleuchina-13 (IL-13), che ha azione antinfiammatoria, è risultata ridotta. Inoltre, livelli più elevati di trigliceridi e un più elevato rapporto tra colesterolo totale e colesterolo HDL, sono stati correlati a livelli di IL-6 più alti.“Questo studio – dice Mario Stampanoni Bassi, Neurologo del Neuromed – conferma che l’obesità è associata a una maggiore gravità sintomatologica della sclerosi multipla recidivante remittente. In particolare, l’analisi del liquor cerebrospinale ha evidenziato il ruolo della leptina prodotta dalle cellule adipose. Studi precedenti hanno dimostrato che questa molecola è direttamente coinvolta nel complesso rapporto fra metabolismo e infiammazione. I nostri risultati suggeriscono quindi che l’eccessivo peso corporeo, o un profilo lipidico alterato, provochi una maggiore espressività clinica della malattia”.
“È importante – commenta Diego Centonze, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università Tor Vergata e Responsabile dell’Unità di Neurologia dell’IRCCS Neuromed – definire con esattezza la relazione tra obesità, lipidi del sangue e sclerosi multipla. Ricordiamo che il peso corporeo eccessivo e le dislipidemie sono implicati in diverse condizioni infiammatorie croniche, ma sono anche fattori che dipendono strettamente dallo stile di vita. L’adozione di strategie specifiche, come la dieta o una maggiore attività fisica, potrà quindi aprire la strada alla possibilità di migliorare la condizione dei pazienti con sclerosi multipla, contrastando l’aumento di disabilità nel tempo”.
Infine, aggiunge – Giuseppe Matarese, Professore Ordinario di Patologia Generale presso l’Università di Napoli Federico II, Dipartimento di Medicina Molecolare e Responsabile del Treg Cell Lab dell’Istituto di Endocrinologia e Oncologia Sperimentale del CNR di Napoli – “questo studio pone le basi e rafforza ancora di più la prospettiva dell’utilizzo di approcci nutrizionali (per esempio dieta e restrizione calorica) volti a riprogrammare l’infiammazione nei confronti del sistema nervoso centrale. Questa idea è anche oggetto di un nuovo Progetto Speciale Finanziato dalla FISM che stiamo per iniziare in collaborazione con Neuromed e varie istituzioni della Regione Lazio (Università la Sapienza di Roma, la Fondazione Santa Lucia e l’Ospedale San Camillo) e della Regione Campania (Università Federico II e Ospedale Cardarelli). Una sperimentazione clinica che vuole comprendere se la dieta sia in grado di potenziare l’efficacia di farmaci di prima linea nella sclerosi multipla, con evidenti importanti ripercussioni sulla progressione della malattia.Questo studio conferma l’impegno della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla a promuovere e indirizzare una ricerca innovativa e responsabile, insieme alle persone e con un impatto concreto sulla loro qualità di vita.

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I dati relativi all’obesità e al sovrappeso infantile in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 7 aprile 2018

Genova il XVII Congresso Mediterraneo di Reumatologia si terrà dal 12 al 14 aprile a Genova e vedrà la partecipazione di oltre 400 reumatologi, oltre che a pazienti, provenienti 45 diverse nazioni. E per la prima volta al mondo un evento scientifico verrà interamente dedicato al problema e alle connessioni tra dieta, clima e malattie reumatiche. “Nuove abitudini alimentari stanno prendendo il sopravvento al posto della dieta mediterranea che è universalmente considerata la più salutare – afferma il prof. Maurizio Cutolo, organizzatore del congresso internazionale e Direttore della Divisione Universitaria di Reumatologia del DiMI e del Policlinico San Martino in Genova. Seguire fin dai primi anni di vita un’alimentazione equilibrata significa fare una prevenzione primaria di molte malattie croniche. In effetti è dimostrato che alcuni costituenti nutrizionali possono svolgere una funzione protettiva contro i processi infiammatori che sono alla base di quasi tutte le patologie reumatiche. Bisogna quindi usare regolarmente verdura e frutta, possibilmente colorata, perché rappresentano un’importante fonte di fibre e vitamine antiossidanti e quindi anti-lesioni cellulari. Simili vantaggi si ottengono anche dal pesce azzurro e rosa che sono ricchi di preziosi acidi grassi omega-3. Ed infine è molto importante il consumo di derivati del latte, anche di capra, che apportano calcio e altri sali minerali. Va invece limitato il più possibile l’uso di bevande zuccherate e del sale da cucina perché il cloruro di sodio, oltre a favorire l’ipertensione, attiva alcune cellule infiammatorie come i linfociti Th-17 coinvolti nel processo infiammatorio”.
Al congresso di Genova molte sessioni saranno interamente dedicate ai pazienti e ai loro caregiver che potranno rivolgere domande direttamente a nutrizionisti, dietisti e reumatologi di fama internazionale. “La nutrizione corretta può essere considerato un vero e proprio ‘farmaco’ contro alcuni disturbi cronici dell’apparato muscolo-scheletrico – aggiunge il prof. Mauro Galeazzi, Presidente Nazionale della Società Italiana di Reumatologia (SIR) -. Nei pazienti con artrite reumatoide, per esempio, vanno raccomandati alcuni cibi che hanno dimostrato di avere effetti terapeutici non trascurabili sulla progressione del malattia. I peperoncini rossi aumentano la produzione di macrofagi anti-infiammatori che regolano la risposta immunitaria. Alcuni flavonoidi antiossidanti, contenuti nel cacao sono delle potenti sostanze anti ossidanti che limitano il processo di ‘arrugginimento’ delle cellule. Anche il consumo di ginseng rosso riduce lo stato di attività le citochine responsabili dell’infiammazioni. Infine una dieta ricca di vitamina D e acidi grassi omega-3 migliora i risultati dei trattamenti contro l’artrite reumatoide. In molti casi è quindi necessario prescrivere al paziente una supplementazione corretta alimentare”.
Le malattie reumatiche affliggono oltre 5 milioni di italiani e le forme più gravi possono compromettere seriamente la qualità di vita. “Sono circa 800mila i cittadini a rischio di invalidità – prosegue il prof. Cutolo -. E’ proprio a questa particolare categoria di pazienti che abbiamo deciso di dedicare il congresso internazionale di Genova patrocinato dalla SIR e dall’EULAR, la Società Europea di Reumatologia. Alla base dell’insorgenza di molti disturbi esiste una predisposizione genetica ma questa non è sufficiente. Esistono altri fattori, tra cui quelli nutrizionali, che partecipano allo sviluppo e alla progressione della patologia agendo sul patrimonio genetico di ognuno. La ricerca medico-scientifica si sta concentrando anche su questi aspetti ed è necessario stringere una più forte alleanza tra reumatologi, dietisti e nutrizionisti per poter così garantire una migliore assistenza ai malati cronici reumatici che rappresentato il 25% di tutti quelli colpiti da patologia cronica”. “All’alimentazione errata sono riconducibili oltre il 90% dei casi di gotta e il 60% di quelli di osteoporosi – conclude il prof. Galeazzi -. Inoltre la maggioranza delle persone afflitte da lupus e artriti registra un peggioramento dei sintomi nei mesi invernali. Questo evento è dimostrato anche dipendere dalla mancanza di vitamina D che nella stagione più fredda è causata sia dal clima meno soleggiato sia da una dieta squilibrata. Aumentare il livello di conoscenza sulle malattie reumatiche e delle cause predisponenti, sia tra la popolazione sana sia tra i pazienti, è uno degli obiettivi della SIR. Proprio in queste settimane siamo impegnati con la campagna nazionale #Reumadays. Nelle piazze di 11 città italiane abbiamo allestito degli info point, all’interno di tensostrutture, e i nostri specialisti incontrano i cittadini per speciali lezioni di salute su disturbi complessi ed in aumento nel nostro Paese”.

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Tumore del rene e sovrappeso

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 novembre 2016

tumore-reneArezzo è centro di riferimento internazionale per il trattamento dei tumori genito-urinari. Ogni anno vengono trattati nella città toscana oltre 400 pazienti colpiti da queste neoplasie (che interessano in particolare rene, vescica, prostata e testicolo) e la metà viene da fuori Regione a testimoniare l’alto livello delle cure fornite dalla struttura. Alle nuove prospettive nel trattamento è dedicato il Convegno internazionale “The 5th World Top Communications of the Year in Genito-Urinary Oncology” che si apre oggi ad Arezzo con la partecipazione dei più importanti esperti. “Stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione degli scenari terapeutici – spiega il dott. Sergio Bracarda, presidente del Congresso e Direttore dell’Oncologia Medica di Arezzo e del Dipartimento Oncologico dell’Azienda USL Toscana SUDEST -. Si stanno evidenziando risultati importanti nell’ambito delle neoplasie urologiche ad opera di farmaci immunoterapici anti PD-1, anti PD-L1 e inibitori di CTLA-4. In particolare nel tumore del rene l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario per combattere con più forza la neoplasia, sta cambiando lo standard di cura: grazie a nuove molecole, come nivolumab, oggi è possibile rendere cronica la malattia”. Ogni anno nel nostro Paese si registrano 11.400 nuove diagnosi, quasi 600 in Toscana. “Sono diversi i fattori di rischio associati all’insorgenza di questa neoplasia – continua il dott. Bracarda -: il fumo, l’ipertensione arteriosa e l’esposizione occupazionale a cancerogeni chimici. Un ruolo particolare può essere attribuito al sovrappeso, a cui va ricondotto il 25% delle diagnosi. Un dato preoccupante se consideriamo che il 45% degli italiani over18 è in eccesso di peso. E’ stato stimato un incremento del rischio pari al 24% negli uomini e al 34% nelle donne per ogni aumento di 5 punti dell’indice di massa corporea. Per questo è importante promuovere campagne di sensibilizzazione per informare i cittadini”. Circa il 60% dei casi di carcinoma renale è diagnosticato casualmente attraverso un’ecografia addominale eseguita per altri motivi, senza che si abbiano sintomi specifici. “Una casualità che presenta conseguenze positive perché in questo modo la malattia è spesso individuata in fase precoce e può essere curata con successo – afferma il dott. Bracarda -. Ma circa un quarto delle diagnosi avviene ancora in stadio avanzato, con limitate possibilità di trattamento. Fino a oggi infatti il tasso di sopravvivenza a un quinquennio, nella fase metastatica, non aveva mai superato il 12%. Come evidenziato in uno studio presentato allo scorso Congresso americano di oncologia medica (ASCO) il 34% dei pazienti trattati con nivolumab è invece vivo a 5 anni. Un risultato davvero straordinario perché queste armi non solo migliorano la sopravvivenza ma anche la qualità di vita. E la combinazione di terapie immuno-oncologiche apre prospettive importanti visto che il 70% dei pazienti è vivo a due anni. L’obiettivo è arrivare in poco tempo ad una personalizzazione del trattamento che è sempre più articolato grazie alle continua innovazioni nelle conoscenze biologiche della malattia”. Il convegno di Arezzo riunisce 200 esperti da tutta Italia e dal mondo e prevede un confronto anche con altri specialisti (cardiologi, patologi, geriatri), per promuovere l’approccio multidisciplinare. “La nostra struttura ha una notevole capacità di attrarre ‘cervelli’ e numerose sono le collaborazioni a livello nazionale ed internazionale – afferma il dott. Enrico Desideri, Direttore Generale Azienda USL Toscana SUDEST -. Solo in questo momento stiamo conducendo oltre 10 studi sulle neoplasie genito-urinarie, mentre altri 7 sono in programma. Siamo impegnati anche in studi di ricerca traslazionale, in grado di produrre risultati rapidamente trasferibili al letto del paziente. La nostra struttura oncologica vanta diverse specializzazioni per differenti patologie tumorali e nel trattamento delle neoplasie genito-urinarie abbiamo una tradizione pluriennale confermata anche dalla produzione scientifica: ogni anno pubblichiamo circa 15 lavori su riviste internazionali che hanno come tema proprio il trattamento di queste forme di cancro. E l’Urologia di Arezzo, diretta dal dott. Michele de Angelis, è centro di riferimento per una moderna chirurgia urologica, prevalentemente robot-assisted, di tutte le più importanti neoplasie urologiche (prostata, rene, vescica)”.
Complessivamente in Italia i tumori genito-urinari colpiscono ogni anno più di 80mila persone ed è fondamentale garantire ai pazienti che ne sono affetti percorsi di cura uniformi sul territorio. “La rete oncologica della Toscana – sottolinea la dott.ssa Simona Dei, Direttore Sanitario Azienda USL Toscana SUDEST – è lo strumento con cui sono organizzate nella Regione la prevenzione, la cura e la ricerca in campo oncologico. Un sistema di accessi diffusi nel territorio consente al cittadino di entrare nei percorsi di cura direttamente nel proprio luogo di residenza e di disporre di una valutazione multidisciplinare. Per le patologie tumorali più diffuse la disponibilità di raccomandazioni cliniche condivise e il monitoraggio della reale omogeneità delle procedure permettono di garantire al cittadino la gestione appropriata della malattia nelle strutture oncologiche presenti nel territorio toscano. Questo criterio ha fatto crescere l’intero sistema e ha consentito di raggiungere risultati importanti in termini di qualità dell’assistenza. La rete toscana è attiva dal 2002 e, insieme a quella piemontese, è stata una delle prime nel nostro Paese”. L’immuno-oncologia si sta rivelando efficace anche nel tumore della vescica, con 26.600 casi stimati in Italia nel 2016. “Questo approccio – continua il dott. Bracarda – sta modificando in maniera sostanziale uno scenario terapeutico che era fermo a 30 anni fa, per decenni sono infatti mancate significative novità. Le persone colpite da questa malattia sono spesso anziane e fragili con molte altre patologie, condizione che frequentemente sconsiglia l’uso della chemioterapia. Questi nuovi farmaci (atezolizumab, nivolumab, pembrolizumab, etc) stanno dimostrando di poter controllare in modo efficace le neoplasia della vescica anche in pazienti critici garantendo anche una buona tollerabilità”.
Nivolumab è stato approvato negli Stati Uniti e in Europa per il trattamento dei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato precedentemente trattati con inibitori dell’angiogenesi. Il National Institute for Health and Care Excellence (Nice) ha concesso recentemente l’approvazione al rimborso da parte del Servizio sanitario britannico per questa indicazione. “È essenziale che anche in Italia le terapie realmente innovative siano rese disponibili in tempi brevi per i pazienti – conclude Giancarlo Sassoli, Presidente CALCIT (Comitato autonomo per la lotta contro i tumori) di Arezzo -. I vantaggi in termini di sopravvivenza e qualità di vita possono avere un impatto decisivo anche per il reinserimento sociale e lavorativo. Le disparità nelle condizioni assistenziali dei pazienti oncologici hanno implicazioni significative sui costi sociali e, in particolare, su quelli privati che pesano sui malati e sulle famiglie. Ci auguriamo che la recente istituzione da parte del Governo del Fondo nazionale per l’oncologia, con uno stanziamento annuo di 500 milioni di euro, contribuisca ad abbreviare i tempi di approvazione”.

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Sovrappeso: rischi per la salute e consigli pratici

Posted by fidest press agency su sabato, 14 Mag 2016

obesoMilano giovedì 19 Maggio gli esperti del Centro di Ricerca e Formazione Scientifica Cerifos condurranno a Milano, in via Paisiello 24, la conferenza “Sovrappeso: rischi per la salute e consigli pratici”. L’incontro, ad ingresso libero, sarà l’occasione per acquisire informazioni pratiche sul coretto piano alimentare da seguire e sullo stile di vita da condurre. «Ad esempio, nel caso di malattie cardiovascolari vanno evitati gli zuccheri semplici presenti nei dolci, perché possono aumentare il rischio di obesità e di conseguenza di patologie aterosclerotiche; alcuni tipi di grassi, come gli acidi grassi trans e i grassi saturi, presenti negli insaccati, nella carne rossa e nei formaggi stagionati» spiegano gli specialisti di Cerifos. «Di contro, seguire una dieta mediterranea, ricca di cereali integrali, legumi, proteine vegetali, frutta e verdura, è fondamentale nel modificare l’evoluzione della patologia e nella riduzione dei fattori di rischio». La conferenza, dunque, mira a fare vera prevenzione: è, infatti, la terza in calendario del ciclo di incontri “Dal disturbo alla malattia – dal rimedio naturale al farmaco di sintesi”, organizzate dal Centro di Ricerca e Formazione Scientifica, Cerifos, proprio per divulgare la cultura della prevenzione della salute, per insegnare a distinguere il “disturbo” dalla “malattia” e per riuscire a comprendere quando è sufficiente ricorrere ad un sostegno naturale e quando, invece, è il caso di optare per un farmaco di sintesi.

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Sovrappeso, ipertensione e colesterolo sono ancora i nemici più diffusi di una vita lunga e in buona salute

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 giugno 2015

anzianiSovrappeso (48%), pressione alta (46%) e colesterolo (38%) sono le tre minacce alla longevità più diffuse e ancora poco contrastate, persino da un campione rappresentativo di persone che pure sembrano avere particolarmente a cuore un invecchiamento in buona salute. Questi risultati, infatti, sono emersi dal Longevity Check-up, un vero e proprio test sui sette parametri di salute cardiovascolare il cui rispetto è ritenuto dalla scienza il vero segreto della longevità. Il Chech-up è stato offerto dalle Marche, regione con l’aspettativa di vita più alta d’Italia, all’interno del proprio spazio EXPO, per promuovere le abitudini alimentari e gli stili di vita che rappresentano le strategie ottimali per candidarsi a divenire centenari.Grazie alla collaborazione di Italia Longeva – network internazionale fondato dalla Regione insieme al Ministero della Salute, proprio per indagare e diffondere le evidenze scientifiche su un invecchiamento in buona salute fisica e mentale – i visitatori dello spazio Marche all’interno dell’EXPO hanno avuto l’opportunità di eseguire il Longevity Check-up. Hanno effettuato il test, rivolgendosi ai medici di Italia Longeva, circa mille persone: il 94% italiani e il 6% stranieri, con un’età media di 54 anni e con una prevalenza del campione femminile (il 56%, contro il 44% di maschi).“Il dato genetico – dichiara il professor Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – incide fra il 20 e il 25% sulla speranza di vita di ciascuno di noi. Ciò significa che quel che fa la differenza sono le abitudini di vita, dall’alimentazione all’attività fisica: la longevità è quindi una conquista personale. Per questo abbiamo posto al centro del nostro Longevity Check-up i sette parametri di salute cardiovascolare che sono alla base di una vita lunga e in salute: astensione dal fumo, regolare esercizio fisico, dieta equilibrata con adeguato apporto di frutta e verdura, lotta al sovrappeso, valori di colesterolemia sotto controllo e attenzione anche alla pressione arteriosa e alla glicemia. Purtroppo, dal nostro test sui visitatori dello spazio Marche in EXPO è risultato che solo il 9% delle persone esaminate rispetta tutti e sette questi parametri”.E infatti quasi la metà del campione che si è sottoposto al Longevity Check-up (48%) presenta un peso corporeo eccessivo (di questo 48%, il 35% è risultato in sovrappeso e il 13% addirittura obeso); il 46% ha la pressione troppo alta e il 38% valori di colesterolo fuori controllo. Ancora molto diffuso anche il vizio del fumo, con il 17% di fumatori impenitenti e il 25% di ex fumatori. Meglio, invece, la sensibilità per una dieta corretta e un adeguato esercizio fisico, con l’80% del campione analizzato che segue una dieta equilibrata e il 70% che pratica regolarmente un’attività sportiva.“Significativamente – aggiunge Bernabei – dal nostro test è risultato che i marchigiani seguono una dieta corretta addirittura nell’85% dei casi, e conseguentemente manifestano un controllo ottimale del colesterolo nel 66% del campione che si è sottoposto al Check-up. È chiaro, quindi, che l’alimentazione gioca un ruolo cruciale per la conquista della longevità, eppure mangiare bene non basta: l’esercizio fisico, che nelle Marche è spesso imposto dall’acclività del terreno, fatto di sali-scendi collinari, una rete familiare e sociale solida, il mantenimento di forti rapporti inter-generazionali, fra genitori e figli e fra nonni e nipoti, e persino saldi riferimenti spirituali sono all’origine di una vecchiaia lunga e serena, che si fonda sulla salute fisica, ma anche sulla lucidità intellettiva e sull’equilibrio psicologico”. Nel Forum internazionale sulla longevità, con il quale proprio oggi termina la presenza della Regione Marche all’Expo, è stata proposta un’analisi scientifica – grazie alla presenza dei massimi esperti a livello internazionale – delle abitudini delle popolazioni più longeve del mondo, gli abitanti delle famose ‘Blue Zone’. “Gli studi mostrano chiaramente che il fumo, l’obesità, la felicità e persino la solitudine sono contagiosi – ha detto nel corso del Forum Dan Buettner, l’esploratore del National Geographic che ha studiato le Blue Zone sparse per il pianeta –. Il segreto, in fondo, è circondarsi di amici che seguano e ci incoraggino a seguire uno stile di vita salutare. Anche dal punto di vista dell’esercizio fisico, infatti, i popoli più longevi del mondo non passano la giornata a sollevare pesi in palestra, non sono maratoneti né assidui frequentatori di circoli sportivi: piuttosto, vivono in un ecosistema familiare, lavorativo, sociale e ambientale che li induce a muoversi in continuazione, senza neanche pensarci. La strategia ottimale per la longevità sembra quindi soprattutto combattere la pigrizia e la tristezza, andare a piedi a lavoro, fare le scale invece di prendere l’ascensore”.“Negli ultimi decenni – ha spiegato Gianni Pes, del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Sassari, scopritore della prima Blue Zone – le ricerche sulla longevità si sono concentrate su una strategia multidisciplinare, che ha visto l’integrazione di genetica, demografia, antropologia e scienza dell’alimentazione, tutte alleate nello sforzo comune di comprendere non solo come si viva più a lungo, ma soprattutto come si possa invecchiare in buona salute, fisica e mentale. Non tutti sanno che è italiana la prima zona del pianeta ormai ampiamente accreditata dalla scienza come vero osservatorio internazionale sulla longevità: la prima Blue Zone. Si tratta dell’Ogliastra, la zona montuosa centro-orientale della Sardegna nella quale si registrano gli indici di sopravvivenza media più elevati al mondo, soprattutto nella popolazione di sesso maschile, e ciò in controtendenza rispetto a quanto avviene nel resto del pianeta. A mio parere, la principale lezione che possiamo apprendere dallo studio delle Zone Blu è che i fattori modificabili hanno un peso maggiore di quelli ereditari, e pertanto uno stile di vita equilibrato è la migliore strategia per una vita lunga e in buona salute. Cibi elaborati, sedentarietà, isolamento sociale, vizi persino ricercati e ogni altra abitudine che più si discosti dallo stile di vita di popoli pastorali, con un’alimentazione essenziale e la necessità di spostarsi al seguito delle greggi, sono senza dubbio le strategie meno efficaci per candidarsi alla longevità”.“Complessivamente abbiamo rilevato – conclude Roberto Bernabei – che per vivere a lungo l’alimentazione corretta è necessaria ma non sufficiente. È imprescindibile anche l’esercizio fisico, una rete familiare e sociale solida e persino saldi riferimenti spirituali. In sostanza, quasi con uno slogan, può dirsi che la salute fisica non è sufficiente per invecchiare in salute, e gli elementi psico-sociali sono altrettanto indispensabili; se non altro, perché la longevità non è ‘sopravvivere molto’, ma piuttosto imparare a costruire e a difendere, giorno dopo giorno, una vita degna di essere vissuta a lungo”.

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L’allarme chili di troppo

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 febbraio 2011

L’obesità è una delle piaghe del nuovo millennio con incidenze pesantissime sul welfare di ogni stato per gli effetti sulla salute dei cittadini poiché già il semplice sovrappeso aumenta i fattori di rischio riguardanti le malattie cardiovascolari, il diabete e il cancro ed è all’origine di circa 3 milioni di morti premature ogni anno. La conferma viene da una recente indagine statistica pubblicata dalla rivista scientifica britannica “The Lancet” realizzata dai ricercatori dell’Imperial College di Londra e dell’Università di Harvard che ha analizzato comparandole sistematicamente varie ricerche delle autorità sanitarie nazionali e degli studi epidemiologici su indice di massa corporea, livelli di colesterolo e ipertensione condotti nel mondo tra il 1980 e il 2008. Gli esiti finali dello studio sono tanto sorprendenti quanto preoccupanti se nel 2008, il 9,8% degli uomini e il 13,8% delle donne sono risultati obesi, con un Body Mass Index (BMI, indice di massa corporea) superiore a 30 kg/m2 e costituiscono quasi il doppio rispetto ai dati del 1980 (erano solo il 4.8% maschi e il 7,9% femmine).L’importanza della ricerca può evidenziarsi sia per l’ampiezza della comparazione, che ha razionalizzato mettendo a confronto tutti i dati disponibili in ben 199 Paesi del globo, per un totale di 9,1 milioni di soggetti di età superiore ai 20 anni, che per lo straordinario arco dell’analisi che ha riguardato ben 30 anni di ricerche, alcune, peraltro, non pubblicate. Lo studio parte dalla definizione di Indice di Massa Corporea, definito come: IMC= peso (kg) / altezza (m)2. che qualifica la densità della superficie del corpo ed è misurato in kg / m².Per  fare un esempio: un uomo alta 1 metro e 80 cm, con un peso di 85 kg ha un IMC= 85 (kg) / 1,8m(2) = 26.23 kg/m2.Il primato mondiale di obesità spetta alle popolazioni delle isole di Pacifico e Oceania (Nauru, isole Cook e Samoa, Tonga, Polinesia francese), dove il BMI medio raggiunge i 34-35kg/m2. Tra gli stati industrializzati, la crescita più impressionante di sovrappeso e obesità è stata riscontrata in USA. Nella corsa all’obesità dei Paesi ricchi, seguono Nuova Zelanda e Australia (donne), Regno Unito e ancora Australia (uomini). All’ultimo posto il Giappone, con un BMI medio pari a 22 per le donne e 24 per gli uomini. In Europa ed in particolare Belgio, la Finlandia, la Francia, l’Italia (IMC 28 per le donne adulte) e la Svizzera non risulta esservi stato un incremento significativo dell’Indice, ma ciò non deve fare abbassare la guardia agli organismi deputati al controllo della salute pubblica.In alcune regioni sta avendo successo il modello definito “hub and spoke” che prevede la concentrazione dell’assistenza di maggiore complessità in centri di eccellenza (hub) e l’invio dei pazienti ai centri periferici (spoke) in relazione alla prosecuzione del percorso terapeutico e riabilitativo.

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Gli obesi in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 dicembre 2010

“Nel 2015 gli obesi adulti in Italia cresceranno del 40% mentre l’obesità infantile del 200% ” lo ha dichiarato il Prof. Michele Carruba, Direttore del Centro Studi e Ricerche sull’Obesità dell’Università di Milano. Gli individui adulti in Italia che sono in soprappeso sono 16 milioni a cui vanno aggiunte 4 milioni di persone obese con evidenti aggravi sul costo sostenuto dallo Stato per garantire la loro salute. “Questo altissimo numero di malati – continua Carruba – incide sul servizio sanitario nazionale per ben 22,8 miliardi di euro (dato del 2005). Ogni singola persona in sovrappeso costa allo stato 878 euro ogni anno, gli obesi 1653 euro, i gravemente obesi 2220 euro. E’ la cultura di questo Paese che deve cambiare. Finchè il singolo non si renderà conto che l’obesità è un problema medico anziché estetico non si riuscirà mai a diminuire l’incidenza di questa malattia del benessere.”

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Allarme degli esperti: ritorna il caldo

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 agosto 2010

L’afa e il caldo mettono a rischio oltre ad anziani, bambini, cardiopatici, anche chi ha accumulato chili di troppo. I disturbi gastro-intestinali ‘da caldo’ sono molto diffusi in chi ha problemi di obesità. Ma l’organo più a rischio di sofferenza nei soggetti obesi è il fegato. Il ‘fegato grasso’, o steatosi epatica, è una condizione patologica che interessa oltre 20 milioni di italiani. Tra i motivi principali la dieta scorretta e l’abuso di alimenti grassi. “In Italia siamo in piena epidemia di obesità, con un incremento marcato di persone in sovrappeso o francamente obese, adulte e non solo” spiega Nicola Caporaso, Professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università “Federico II” di Napoli. “Durante la stagione calda la dieta consigliata deve essere a basso potere calorico e accompagnata da attività fisica nelle ore più fresche – afferma il professore. – Queste sono le due regole fondamentali che valgono sempre ed in particolare per chi soffre di steatosi, o fegato grasso, che interessa quasi un quarto della popolazione italiana.” L’obesità si riconosce dall’indice di massa corporea e dalla circonferenza addominale, rilevata all’altezza del giro-vita: se superiore a 88 cm nella donna o 102 cm nell’uomo, è pericolosa perché indica eccesso di grasso viscerale, che si accumula cioè in organi come il fegato. Spesso si accompagna ad altre malattie croniche, cui l’obesità contribuisce a volte in modo determinante, quali ipertensione, aumento di grassi nel sangue, diabete, malattie cardiache, ed è denominata sindrome metabolica.  Per evitare di appesantire un fegato già provato dall’alimentazione scorretta, conviene approfittare della stagione calda per cambiare le abitudini alimentari, scegliendo un modello ‘mediterraneo’ da adottare poi per tutto l’anno. “Viviamo in un Paese dove frutta e verdura, pomodori, cibi non elaborati e poveri di grassi, sono alla base della nostra cucina – prosegue Caporaso. – Quindi il consiglio è mangiare in abbondanza verdura e frutta di stagione e bere molta acqua, seguire una dieta ipocalorica che assicuri al tempo stesso l’apporto di vitamine e anti-ossidanti importanti per il fegato e praticare un’attività fisica moderata ma costante, come una semplice passeggiata di 30 minuti almeno 3 volte a settimana, e continuare poi così per tutto il resto dell’anno”. I risultati sulla riduzione del peso non si faranno attendere così come i benefici sulla salute. Rispetto al 2000, sia negli uomini che nelle donne, il tasso di obesità è salito nel 2005 dell’1% negli uomini e dello 0,9% nelle donne. Anche le persone in sovrappeso sono aumentate dell’1,5% nei maschi ma solo dello 0,2% nelle femmine. Secondo l’Istat, i tassi relativi a sovrappeso ed obesità quasi si triplicano sopra i 45 anni, fenomeno più evidente negli uomini. La classe di età che mostra i valori più elevati è quella tra i 65 e i 74 anni e raggiunge circa il 70% negli uomini. Ma non è solo un fatto estetico: quando l’ago della bilancia supera il peso forma si rischia la salute, in particolare la steatosi epatica. Il fegato grasso interessa il 25-30% della popolazione adulta, ma non è più considerata una condizione innocua, è la spia di una possibile malattia. Sono molti i fattori di rischio: obesità già in età pediatrica, alcool, virus, dislipidemie, diabete di tipo 2, farmaci, deficit congeniti che confluiscono tutti verso un unico risultato, la steatosi. Questa segna l’inizio di una sofferenza epatica che, se protratta, evolve a steatoepatite, forma di infiammazione del fegato associata ad accumulo di grasso. Quando trascurato, il danno può evolvere nel tempo a fibrosi e cirrosi per formazione di tessuto cicatriziale e a complicanze, anche se rare, quali l’epatocarcinoma. Se adottate le giuste precauzioni invece il fegato può ritornare al normale funzionamento. Esistono anche prodotti (reperibili nelle farmacie), come l’associazione di silibina, fosfolipidi e vitamina E, stabilizzatori di membrana e anti-ossidanti naturali, in grado di ‘depurare’ il fegato grasso e rallentare il danno e che riequilibrano l’assetto metabolico del fegato. Dati clinici hanno dimostrato, in alcuni casi, la normalizzazione degli indici bio-umorali di funzionalità epatica, quali le transaminasi (AST, ALT) e gamma-GT, oltre ad una diminuzione della steatosi e quindi dei trigliceridi nel fegato.

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Metà degli italiani in sovrappeso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 Mag 2010

(acorep.com)  Nonostante l’estate sia alle porte la prova costume evidentemente non spaventa tutti, almeno non quella metà di italiani che è in sovrappeso, l’80% dei quali in vista dell’estate ricorre a diete di ogni genere sperando così di dire addio ai chili di troppo. Ma questi rimedi dell’ultima spesso non funzionano. La soluzione? La dieta dell’Ipnosi Attiva inventata dallo psicologo Stefano Benemeglio (www.ipnosibenemeglio.com), fondatore delle Discipline Analogiche (www.accademianalogica.com), che rafforza la volontà dei pazienti davanti al cibo che spesso è visto come una valvola di sfogo da stress e frustrazioni. «L’Ipnosi Attiva non è propriamente una tipologia di dieta ma una tecnica con la quale si può dimagrire perché si riesce ad affrontare meglio la dieta, di qualunque tipo essa sia, senza quella sensazione di frustrazione e di privazione che usualmente caratterizza le diete» sottolinea Stefano Benemeglio, secondo il quale i chili di troppo sono molto spesso solo la punta dell’iceberg, dietro ci sono problemi di altra natura, spesso sentimentali-affettivi: l’amore per il partner sbagliato o la mancanza di affetto. (acorep)

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Giornata europea dell’obesità

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 Mag 2010

Dal 22 al 29 maggio oltre 600 farmacie nazionali contrassegnate dal logo Alphega Farmacia saranno a disposizione per effettuare misurazioni e fornire consigli sul controllo del peso. L’iniziativa è realizzata con il contributo di GlaxoSmithKline Consumer Healthcare L’obiettivo della Prima Giornata Europea dell’Obesità è quello di creare un’Europa più sana riducendo significativamente il numero di cittadini europei che soffrono e muoiono prematuramente di sovrappeso e obesità. http://www.alphega-farmacia.it

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Nuovo trattamento per il sovrappeso

Posted by fidest press agency su sabato, 17 aprile 2010

L’obesità è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una malattia pandemica e nonostante gli innumerevoli sforzi compiuti sino a oggi, lo scenario futuro sarà certamente dominato da un ulteriore aumento del fenomeno con conseguenze drammatiche sulla salute pubblica: aumento del diabete di tipo 2, della patologia cardiovascolare ischemica, delle neoplasie legate all’alimentazione e all’obesità, etc. Come combattere la pandemia è al centro dei lavori del 5° Congresso Nazionale SIO (Società Italiana dell’Obesità) che si chiude oggi. E come riuscire a ridurre il cosiddetto grasso viscerale, uno tra i più pericolosi nemici della salute. Il grasso viscerale è, infatti, grasso metabolicamente attivo che, se presente in quantità eccessive, può aumentare il rischio di malattie croniche. Un valido presidio farmacologico per il sovrappeso e la riduzione del grasso viscerale, accompagnato da un cambio di abitudini alimentari e di attività fisica, è fornito da orlistat 60 mg, in vendita in Italia dallo scorso novembre senza obbligo di ricetta, e recentemente al centro di una polemica sollevata da “Altroconsumo”.  A ribadire l’efficacia del prodotto anche nella riduzione del grasso viscerale sono disponibili nuovi dati a supporto. “Un nuovo studio – prosegue Vettor – dimostra che l’assunzione di orlistat 60 mg nell’ambito di un corretto piano dietetico può portare a una significativa riduzione non solo del peso ponderale ma anche del grasso viscerale”. La ricerca, condotta presso il più grande centro di imaging in Europa e presentata a gennaio al 1° “International Congress on Abdominal Obesity” di Hong Kong, illustra i cambiamenti del corpo umano provocati dall’assunzione di orlistat 60 mg in adulti in sovrappeso (BMI > 28 kg/m2) che hanno utilizzato il farmaco in combinazione con un corretto piano dietetico per 12 settimane. A conclusione di tale studio, i pazienti non solo hanno subito una riduzione del 5% del peso corporeo, ma hanno constatato anche una diminuzione del grasso viscerale pari al 10% rispetto al basale e una riduzione media della circonferenza vita di 4,5 cm.

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Mangia bene cresci meglio

Posted by fidest press agency su martedì, 9 marzo 2010

Sono in pieno svolgimento anche quest’anno le campagne FOOD 4U e Mangia Bene Cresci Meglio promosse dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e rivolte a studenti e insegnanti italiani ed europei, con l’obiettivo di sensibilizzare i giovani sull’importanza di una consapevole e corretta alimentazione. Le due iniziative, partite fin dallo scorso ottobre con la pubblicazione dei bandi di concorso, sono un esempio, unico in Europa, di campagne di sensibilizzazione su un importante problema per la società attuale. I giovani oggi, generalmente, mangiano male, troppo e in maniera disordinata. Una preoccupante statistica vede il 15% della popolazione giovanile obesa o in forte sovrappeso, con concreti rischi di diabete e malattie cardiovascolari (fonte ISTAT).  Molti giovani trascorrono diverse ore in attività sedentarie, in particolare davanti alla tv e ai videogiochi, mangiano cibi ricchi di grassi, svolgono poche ore di educazione fisica a scuola e praticano poco sport nel tempo libero. Non si tratta di un problema risolvibile in un giorno, ma con il contributo e il coinvolgimento di tutti, e a più livelli, può essere arginato. Le due campagne di sensibilizzazione, dando la possibilità ai giovani di creare annunci pubblicitari e spot sulla corretta alimentazione, aiutano i ragazzi a riflettere sulle scelte nutrizionali e invitano a sperimentare e a comprendere il complesso linguaggio della pubblicità. La campagna Mangia Bene Cresci Meglio è, invece, destinata ai soli alunni della scuola secondaria di primo grado italiana. Giunta alla sua quinta edizione, chiede al mondo della scuola di dedicare uno spazio nel panorama didattico per guidare i ragazzi verso una maggiore consapevolezza alimentare attraverso la realizzazione di annunci pubblicitari che promuovono la qualità agroalimentare italiano e l’importanza del mangiare sano. Con questa esperienza i ragazzi possono arricchire le loro conoscenze in materia di alimentazione, imparando nel contempo a porsi in modo critico di fronte ai messaggi promozionali

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Gravi rischi per le anziane in sovrappeso

Posted by fidest press agency su martedì, 6 ottobre 2009

Aumentare di peso nel corso degli anni e risultare in sovrappeso in età avanzata comprometterebbe in maniera molto seria la salute delle donne. Valutazioni dettagliate riguardanti incidenza di patologie croniche, funzioni fisiologiche e capacità cognitive in donne settantenni hanno permesso di stabilire una chiara correlazione tra stato di salute e peso corporeo. In particolare, gli autori dell’indagine pubblicata su British Medical Journal, seguendo la storia clinica di oltre 17mila donne, a partire dall’età di 50 anni, hanno potuto osservare un decremento della qualità della vita direttamente legato all’aumento di peso corporeo. Partecipanti con indice di massa corporea maggiore di 30 hanno mostrato probabilità inferiori al 79% di vivere senza malattie croniche, quali cancro e patologie cardiovascolari, rispetto a donne con indice compreso tra 18,5 e 22,9. «Quanti più chili la donna prende nel periodo compreso tra i 18 anni e la mezza età tanto più elevato diventa il rischio di deterioramento delle sue condizioni di salute» ha dichiarato Oscar Franco, professore presso la Public Health at Warwick Medical School, Coventry  (L.A.).

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Antistaminici per trattare diabete e obesità?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2009

Sono quattro gli studi pubblicati da Nature Medicine in cui si suggerisce un ruolo terapeutico dei farmaci antistaminici nel trattamento di diabete e obesità. La sperimentazione su modelli animali delle due patologie ha permesso di osservare che nel tessuto adiposo delle cavie erano presenti in eccesso cellule del sistema immunitario tipiche delle reazioni allergiche. Trattandole con due antistaminici (chetotifene fumarato e cromolina), si verificava un controllo del peso e della glicemia maggiore rispetto a quello ottenuto con la dieta. La combinazione dei due interventi migliorava del 100% i valori di tutti i parametri. Inoltre è stato anche un eccesso di cellule Cd8-T in cavie sottoposte a una dieta ad alto contenuto di grassi; mentre, i roditori geneticamente modificati per essere privi di questo tipo di cellule mostravano meno infiammazione nei tessuti, anche se nutriti con molti grassi. Anche le osservazioni su pazienti hanno suggerito un coinvolgimento della risposta immunitaria, in particolare di macrofagi, nei soggetti in sovrappeso.

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Malattie cardiovascolari: a rischio un italiano su 2

Posted by fidest press agency su martedì, 28 aprile 2009

Gli italiani trascurano la salute del proprio cuore: uno su 5 fuma, il 40% soffre di colesterolo troppo alto, il 52% è iperteso, il 41% presenta una frequenza cardiaca sopra i 75 battiti al minuto e ben il 52% non pratica alcuna attività fisica. Il 41% è sovrappeso, il 12% addirittura obeso e ben il 20% degli uomini ha una circonferenza addominale sopra i 102 cm, livello considerato come soglia di rischio. Questi dati emergono da una singolare ricerca compiuta dall’Università di Ferrara, città che ha posto la salute cardiovascolare in testa alle proprie priorità: primo e unico caso in Europa, ha sviluppato un percorso integrato che comprende Istituzioni, strutture sanitarie, e Fondazioni. E grazie alla collaborazione fra Università e privati sono nati prodotti di eccellenza mondiale, come il “pane della salute”, il solo completamente privo di sale e ricco di omega 3. Ad oggi, lo studio ha valutato il livello di rischio di 6.321 visitatori del Museo Estense e ora si estenderà a tutti i dipendenti dell’Azienda Ospedaliera S. Anna, ai lavoratori di un’industria metalmeccanica e ai clienti di un supermercato, con l’obiettivo di creare una vera e propria “clinica per i sani”, centro permanente dedicato al benessere cardiaco. Ma il prof. Roberto Ferrari, presidente della Società Europea di Cardiologia (ESC) e anima del progetto è ben più ambizioso: “Voglio esportare questo modello su scala nazionale e poi europea perché sono convinto che la prevenzione sia compito dell’interna comunità. Per questo è nato “Il cuore al centro”: un’iniziativa che punta l’attenzione sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari, prima causa di morte nel nostro Paese e responsabili di 4 decessi su 10”. Il progetto è promosso dalla “Fondazione Anna Maria Sechi per il Cuore” (FASC), presieduta dal prof. Ferrari, ed ha già realizzato un’iniziativa innovativa, dedicata alla buona comunicazione, supportata da Boehringer Ingelheim. “In Italia non si insegna ai medici come rapportarsi con i malati, con i familiari, e neppure con i loro colleghi o con i media, essenziali per sviluppare strategie di prevenzione davvero efficaci. Per colmare questa lacuna abbiamo attivato “Comunicare con il cuore”:  una serie di corsi di alta formazione e di materiali di approfondimento rivolti alla comunità scientifica. E ancora, un premio giornalistico per il miglior articolo sulle malattie cardiovascolari, che verrà consegnato a settembre al Congresso Europeo di Cardiologia di Barcellona”. Ma anche cittadini e pazienti, primi interlocutori della Fondazione, devono poter comunicare: per loro la FASC ha attivato il numero verde del cuore (800.216.662), un servizio gratuito di ascolto e counselling unico in Italia, attivo tutti i giorni feriali dalle 15 alle 17 e reso possibile da un educational grant di Medtronic. Tra gli obiettivi, fornire informazione su fattori di rischio e prevenzione, offrire orientamento e supporto nella prenotazione della visita, indirizzare il paziente alle strutture di cura e assistenza. Tutte le informazioni sulle attività della Fondazione Sechi sono accessibili nel sito http://www.cuorealcentro.it, il portale dedicato al progetto.

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L’obesità e la lotta per combatterla e prevenirla

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2009

Da uno studio dell’Università del Colorado (Health Sciences Center) basterebbe mangiare in meno un biscotto al giorno per ridurre il rischio di obesità. Questo studio fa presente, tra l’altro, che il 90% della popolazione mangia in media, ogni giorno, 50 calorie extra, ovvero quelle che l’organismo non brucia e che vengono in parte trasformate in grasso. Per ovviare a queste “anomalie” sistemiche basta adottare opportuni accorgimenti sia di natura alimentare che buone regole di vita come fare regolarmente attività fisica. Ma come si diventa obesi? Sembra che gli obesi abbiano atrofizzato un acronimo tessuto adiposo bruno denominato Bat. Esso serve per bruciare l’energia in eccesso accumulata dopo un pasto abbondante. Le sue cellule producono mitocondri e sono questi gli organuli che fanno entrare in funzione il Bat per “combattere” gli eccessi alimentari introdotti nel nostro organismo. Da uno studio condotto alla statale di Milano dal prof. Michele Carruba ed Enzo Nisoli dell’ateneo milanese  ed Emilio Clementi dell’Università della Calabria e del dipartimento di biotecnologie del San Raffaele è stata identificata la sostanza che regola la genesi dei mitocondri  e che deriva dal deficit nella produzione del gas ossido nitrico. Questo gas provvede a rifornire di ossigeno tutte le cellule dell’organismo ed è coinvolto nella produzione dei mitocondri che trasformano la “benzina”cellulare  (grassi e glucosio) nella forma di energia fruibile dai tessuti (Atp).Essi sono maggiormente presenti nei tessuti muscolari. In pratica la carenza di ossido nitrico nel nostro organismo è uno dei fattori determinanti la nostra obesità e con tendenza ad effetti collaterali di ipertensione, di diabete e dislipdemicia.
L’obesità in cifre in Italia. Il 9% della popolazione italiana è obesa. Il 45% è in soprappeso. Aumentano i giovani ed i giovanissimi con misure extra-large pari al 20% per i bambini ed adolescenti tra i 6 ed i 18 anni. Seguono, in crescendo, gli anziani, i malati di obesità sarcopenica ovvero l’impoverimento  della massa muscolare a favore di quella grassa. L’obesità ha un picco a 64 anni per l’uomo e a 70 anni per la donna e cresce ad un ritmo del 25% ogni 5 anni. Di pari passo aumentano le patologie  come l’ipertensione, il diabete e la dislipdemia.

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Cresce l’accoppiata diabete più obesità in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2009

Crescono le persone sovrappeso, obese o con diabete in tutto il mondo. In Italia, secondo le più recenti stime, è sovrappeso 1 persona su 3 (34,2%), obesa 1 su 10 (9,8%), diabetica 1 su 20 (5%). In pratica, sono sovrappeso circa 20 milioni di Italiani, obesi 6 milioni, diabetici oltre 3 milioni, considerando che a questi ultimi ne vanno aggiunti circa 1 milione che sono diabetici senza saperlo. Inoltre, secondo i dati degli Annali 2008 dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), due terzi delle persone con diabete di tipo 2 sono anche obesi (BMI o indice di massa corporea superiore a 27), e meno del 20% risulta di peso normale. Tra i diabetici di tipo 1 è obeso “solo” un quarto delle persone.  “Questi numeri ci fanno capire come diabete e obesità si sostengano a vicenda, e il perchè, in combinazione fra loro, siano considerate la vera epidemia dei nostri tempi”, spiega Antonio Pontiroli, Direttore Divisione Medicina 2a, Ospedale San Paolo, Università degli Studi di Milano e Presidente dell’8° Congresso Nazionale “Diabete-Obesità”. L’associazione diabete e obesità, per la quale è stato coniato il termine diabesità, costa molto al Sistema Sanitario. Lo studio SPESA, condotto all’inizio degli anni 2000 dal Centro di Farmacoeconomia dell’Università degli Studi di Milano, indicava in circa 23 miliardi di euro il costo diretto per ospedalizzazioni e cure mediche di sovrappeso, obesità e malattie collegate. Un terzo circa di questi costi è assorbito dal diabete, che ha una progressione allarmante. “Nel 1998, il costo del diabete per le casse dello stato si stimava in circa 5 miliardi di euro, pari al 6,7% della spesa totale per la sanità”, dice Antonio Nicolucci, Capo Dipartimento Farmacologia Clinica ed Epidemiologia del Consorzio Mario Negri Sud. “Nel 2006, a fronte di un quasi raddoppio, dal 3 al 5%, del numero di persone con diabete siamo passati a oltre 8 miliardi, circa l’8% della spesa sanitaria”, continua Nicolucci. “Per il 2010, l’anno prossimo, il numero di diabetici si ipotizza in crescita al 7%, con un costo che supererà gli 11 miliardi di euro: più che raddoppiato in meno di 15 anni”, conclude. “Ma non sono evidentemente solo i costi a preoccupare”, interviene Pontiroli. “Del binomio diabete-obesità si muore, con un rischio che raddoppia ogni 5 punti di crescita di BMI: un diabetico in sovrappeso ha rischio doppio di morte nell’arco di 10 anni rispetto a un normopeso; uno obeso doppio di uno sovrappeso”, aggiunge. “Dimagrire è quindi una misura fondamentale, per curare il diabete, prevenire le complicanze e incidere positivamente sui costi della malattia. Una misura più importante anche dell’impiego dei farmaci”, dice Pontiroli.

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Salute: Cutrufo, la prevenzione è la chiave

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 marzo 2009

“La prevenzione è la chiave per una buona assistenza sanitaria”. A parlare il sen. Mauro Cutrufo, Vicesindaco di Roma alla conferenza stampa di presentazione di un mezzo sanitario per effettuare screening cardiovascolari che si è tenuta oggi in Campidoglio. “Queste malattie che nel  mondo sono generate anche dal sovrappeso – ha detto Cutrufo – costano agli Stati molto più di una sana prevenzione. Di questi problemi ci siamo occupati con l’associazione Adao (Associazione per lo studio e la ricerca dei disturbi alimentari e obesità)  – ha spiegato il Vicesindaco – ed abbiamo presentato al Senato un disegno di Legge che è all’attenzione della Commissione Sanità, ma che proporremo al Governo di fare proprio trasformandolo in decreto perché il sovrappeso e l’obesità sono in allarmante aumento nel nostro Paese”.

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