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Delinquenza minorile: normale “anormalità”

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 febbraio 2018

armiSi spara, si accoltella, si aggredisce, senza fare una piega, nella più desolante normalità. Una vera e propria a-normalità, ben vestita di giustificazioni, di attenuanti, di indifferenza ubriaca di falso moralismo, di buonismo venduto al miglior offerente. Un giovane, un adolescente, a pochi passi da un’età adulta purtroppo disacerbata, taglia la faccia a una insegnante, a una donna, alla propria docente, le affetta una guancia con la lama di un coltello.In questa nuova puntata sul bullismo, ma che bullismo proprio non è, tutt’altro, la comunicazione permane un soggetto privato del complemento oggetto, l’informazione costantemente manipolata dalle suggestioni, piuttosto che dalle spiegazioni oggettivamente riscontrabili.Diciassette anni non sono proprio pochi, non sono proprio anni ciechi, neppure anni irrisolti, neanche somigliano ai tredici anni domiciliati al rifiuto delle regole. Diciassette anni hanno prossimità con la maggiore età.
Colpisce e tramortisce la “normalità” con cui il colpevole, l’imputato reo confesso, defenestrato del suo piedistallo dalla platea non più plaudente, venga fermato, condotto in caserma, accompagnato in una comunità di recupero. Indipendentemente dalle varie scuole di pensiero, dalle psicologie più o meno astruse, dalle didattiche mordi e fuggi, rimane il fatto, che quell’adolescente si recava a scuola, in classe, insieme ai coetanei ignari ( si spera ) con un serramanico in tasca, come si trattasse di un astuccio porta matite, oppure una medaglietta ben appuntata sul petto. Non mi pare a onor del vero che girare armati sia sinonimo delle solite ragazzate, del tram tram obsoleto del così fan tutti, anche peggio, sono soltanto menate che da sempre coinvolgono i più giovani. No, non è così, in ogni tempo, luogo, questo tipo di comportamento-atteggiamento è dichiaratamente un devianza, una permanenza residenziale-delinquenziale, per cui addolcire la pillola significherebbe arrendersi, non mettersi a mezzo, di traverso, affinché ciò non solo non accada più, ma soprattutto ne venga compresa la gravità del gesto.Colpire una docente in volto, sfregiandola con 33 punti di sutura, significa non essere un bullo, un famoso per forza, un maledetto per vocazione, piuttosto si tratta di una fascinazione delinquenziale. Bullismo è un disagio relazionale, non è ancora un accadimento criminale, in questo caso si tratta di delirio di onnipotenza, di uso e abuso di intolleranza culturale, al di là del disturbo di personalità che verrà diagnosticato.
L’atto di forza o miserabile debolezza che dir si voglia, dimostrato dallo studente, impugnando quel serramanico, non è la studiata scientificamente reazione adolescenziale a un richiamo ricevuto, ma la sub-cultura del ferro, del fuoco, della botta che annichilisce, il brodo culturale dell’io vinco e tu perdi non si fanno prigionieri.
Nel carcere per minori ci sono ragazzetti detenuti per spaccio, per rapina, per furto, per violenze sulle cose e sulle persone, infatti il carcere c’è, esiste, perché ha, o dovrebbe possedere ruolo, scopo, utilità, non soltanto equivoche sintesi a non farvi entrare i più giovani, in quanto non ancora criminali,
Ho la sensazione che criminali si diventa apprendendo la locazione dell’uscita di emergenza, la possibilità dello scarto di lato, dell’attenuante prevalente alla aggravante.
Quanto accaduto in quella scuola ancora una volta si farà beffe della giustizia, in nome di una comprensione educativa che nulla ha a che fare con l’educazione alla legalità, l’educazione al rispetto delle regole, il rispetto per se stessi e degli altri, soprattutto degli innocenti.
La scuola è autorevole quando il suo educare non contempla soltanto la trasmissione delle nozioni, ma il valore della conoscenza, la traducibilità di qualcosa che appare incomprensibile, come ad esempio il dazio da pagare quando si commettono atti di una gravità eccezionale, dazi da pagare per apprendere il rispetto della vita umana. (vincenzo.andraous)

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Peschereccio mitragliato: Gli “spari di Maroni”

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2010

“Io non avrei detto ciò che ha detto Maroni”. Così il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, intervenendo questa mattina a “24 Mattino” su Radio 24 è tornato sui rapporti Italia-Libia e sulla frase del ministro dell’Interno che dopo gli spari al peschereccio italiano ha dichiarato: “Forse i libici pensavano che la nave trasportasse immigrati clandestini”: “Io non l’avrei detto – ha commentato Mantica -; è uno dei tanti incidenti che può capitare a ciascuno di noi. Quando si è sottoposti a ‘torture’ da parte dei giornalisti può scappare una frase. Maroni ha poi rettificato. Qui non si tratta di fare differenze tra migranti, chi pesca o chi è in crociera, le armi non si usano in pattugliamenti verso navi civili. E’ un principio assoluto”.  Su quanto successo Mantica ha aggiunto: “Io mi auguro che sia stato un errore umano, che chi ha sbagliato a interpretare un ruolo sia punito dalle autorità libiche. Registro le scuse dell’ambasciatore libico, del comandante e del ministro degli esteri di Tripoli. L’incidente è certamente grave, nessuno può accettare l’uso delle armi, ma riportiamolo a quello che è: un incidente tra due Paesi. Mi pare che in questo momento Sarkozy abbia qualche problemi col Lussemburgo, non credo che questo porti alla rottura di rapporti antichi e tradizionali tra i due Paesi”. Infine l’ipotesi di rivedere gli accordi italo-libici dopo quanto è successo: “Andremo fino in fondo per capire l’accaduto – ha detto a Radio 24 Mantica – e sapere se è stato un atto scomposto di irrazionalità del comandante o se invece è stato, come si può anche temere, qualcosa di più grave. In questo secondo caso mi pare ovvio che gli accordi che abbiamo, almeno nelle loro modalità, verranno aggiornati alla luce degli eventi. Resta comunque il fatto che un atto del genere non può essere mai accettato”. (n.r. il sottosegretario ha cercato una difesa d’ufficio, lo possiamo capire. Per noi è un classico lapsus freudiano: il ministro lo pensava e lo ha detto perché sparare agli immigrati è di gran lunga meno grave che farlo ai pescatori.)

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