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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

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Istruzione: Spesa in calo fino al 2040, lo dice il Def: dal 3,9% del 2010 al 3,1% del 2040

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 aprile 2019

Altro che cambiamento e avvicinamento all’Europa: la scuola figura tra i comparti pubblici con cui i Governi continuano a fare cassa. Il dato tendenziale in riduzione è contenuto nel Documento di economia e finanza 2019, presentato dal Governo ed ora sotto la lente delle commissioni del Senato: rispetto al Prodotto interno lordo, si legge a pagina 115 del documento, l’investimento pubblico per il settore della formazione risulta in discesa di 8 punti percentuali. L’impegno economico per la scuola tornerà a salire (al 3,3%) solo nel 2045. Nel frattempo, la forbice rispetto all’Europa, dove si spende in media il 4,9%, con punte del 7%, diventerà sempre più larga. Marcello Pacifico (Anief): Quello che fa pensare è che negli stessi decenni il Def ci dice che la spesa socio-assistenziale e sanitaria si indicano in crescita, passando rispettivamente dall’1,0 all’1,3 e dal 7,1 al 7,6. Ma che fine hanno fatto le promesse dei partiti di Governo sull’investimento nel settore della Conoscenza, con tanto di impegno di assunzione dei precari e di assegnazione di stipendi finalmente europei? L’alveo scolastico è destinato ancora più a ridimensionarsi: “la proiezione della spesa per istruzione in rapporto al PIL – si legge nel Def 2019 presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri – è coerente con l’aggregato di spesa definito in ambito EPC WGA. Il rapporto spesa/PIL presenta un andamento gradualmente decrescente che si protrae per circa un quindicennio. A partire dal 2022, tale riduzione è essenzialmente trainata dal calo degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche”. In base a quello che è dichiarato nel Def, quindi, il Governo non avrebbe alcuna intenzione di lasciare inalterati gli organici del personale scolastico, pur in presenza di una sensibile riduzione degli iscritti. La proiezione degli economisti del Governo stride con “i principali obiettivi programmatici dell’azione di Governo”, all’interno dei quali vi sarebbe anche “il sostegno all’istruzione scolastica e universitaria e alla ricerca attraverso misure atte a finanziarne lo sviluppo, con particolare attenzione al capitale umano e infrastrutturale”. Ma quali sarebbero questi progetti di sviluppo dell’istruzione pubblica? Il Def elenca una serie di punti, tra i quali spicca la volontà di “promuovere la ricerca, l’innovazione, le competenze digitali e le infrastrutture mediante investimenti meglio mirati e accrescere la partecipazione all’istruzione terziaria professionalizzante”.
Inoltre, “importanti risorse sono state stanziate con un decreto di novembre 2018157 per l’ampliamento dell’offerta formativa: 16,7 milioni destinati, oltre che a migliorare l’offerta formativa – con il coinvolgimento dei territori – anche allo sport e alle emergenze educative”. Per “la lotta alla dispersione scolastica, obiettivo fondamentale del Paese nel quadro europeo, passa anche per un incremento delle opportunità formative sul territorio. In questo senso sono state avviate, per il tramite dei Fondi Europei, una serie di misure per il potenziamento delle competenze di base e per la lotta alla dispersione”. Tra gli investimenti, figurano anche “circa 23 milioni per l’ampliamento dei percorsi formativi degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) per l’anno 2018/2019”. Al fine di migliorare l’offerta formativa, inoltre, saranno avviate “misure per assicurare il reclutamento dei docenti con titoli idonei all’insegnamento della lingua inglese, della musica e dell’educazione motoria nella scuola primaria anche utilizzando, nell’ambito delle risorse di organico disponibili, docenti abilitati all’insegnamento per la scuola primaria in possesso di competenze certificate”. Altre azioni del Governo riguardano “il sistema integrato di educazione ed istruzione. La precocità d’ingresso nel sistema di istruzione è riconosciuta come misura capace di accrescere il successo formativo nel corso della vita: in tal senso per garantire il successo formativo di ciascuno studente si presterà maggiore attenzione alle esigenze della fascia 0-3 anni”.
Nel Documento di economia e finanza, si parla anche di razionalizzazione di spesa: “Con il disegno di legge sulle semplificazioni, approvato dal Governo a febbraio 2019, è prevista una delega nel settore dell’istruzione finalizzata a razionalizzare enti, agenzie, organismi e a modificare la disciplina degli organi collegiali territoriali della scuola, per eliminare sovrapposizioni di funzioni e definire chiaramente compiti e responsabilità”.
Nessun riferimento, invece, viene fatto alle condizioni che muteranno per giustificare il sensibile calo di investimenti per il comparto. Viene da sé che si tratterà, in primis, di una riduzione di spesa legata agli organici del personale, approfittando della riduzione delle nascite e quindi del numero di alunni: facendo in questo caso decadere il sogno della riduzione del numero di alunni per classe e la cancellazione delle non poche classi “pollaio”, tra l’altro caldeggiata anche dal primo partito di Governo con un apposito disegno di legge in discussione nelle commissioni parlamentari di competenza.
Rispetto all’Europa, se si guarda agli ultimi dati Eurostat – riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione – l’investimento dell’Italia per l’Istruzione si delinea quindi ancora di più in chiave negativa: la media di spesa nel vecchio Continente, sempre rispetto al Pil, è infatti del 4,9%. Peggio del Belpaese fa solo la Romania (3,1%), mentre investono circa il doppio Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È poi tutto dire che il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.
“Ogni commento ai contenuti del Def 2019, almeno per quel che riguarda la scuola – precisa Marcello Pacifico – è quasi superfluo: i numeri parlano da soli. Quello che ci sentiamo di dire a chi ci governa è solo di avere un minimo di coerenza rispetto agli impegni presi con i cittadini italiani: il programma di Governo non prevedeva un tracollo di investimenti per la scuola, né la riduzione di posti di docenti e personale Ata. La scuola non è in grado di sopportare un altro dimensionamento, si rischierebbe il default del sistema formativo pubblico”.

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I dati ISTAT mostrano una sanità e una spesa dei Comuni per i servizi sociali molto disomogenea tra le varie Regioni Italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 5 gennaio 2019

Lo dichiara in una nota il Seg.Gen. UIL FPL Michelangelo Librandi.Si evidenzia una ulteriore riduzione della dotazione dei posti letto ordinari negli anni 2014 -15 a 3,2 posti per mille abitanti rispetto alla normativa nazionale che ne prevede 3,7 ogni mille abitanti. In questo caso le differenze tra le varie regioni italiane sono importanti: si passa dal 2,8% al Sud al 3,5% ogni mille abitanti al Nord.Nell’ambito dell’assistenza territoriale, anche quella fornita presso le strutture per l’assistenza residenziale e semiresidenziale, che garantisce una risposta adeguata alla domanda sanitaria da parte di persone non autosufficienti o con gravi problemi di salute, nonostante nel periodo 2014-2016 sia stata potenziata con più posti letto passati da 240 mila nel 2014 a 250 mila nel 2016, presenta una significativa disparità fra Nord e Sud, con valori per le regioni settentrionali decisamente più elevati rispetto a quelli del Mezzogiorno.Infine nonostante l’ammontare delle risorse impiegate per il welfare locale sia in aumento, sul fronte della spesa dei Comuni per i servizi Sociali il divario tra le varie regioni Italiane è marcato; nel Sud in cui risiede il 23% della popolazione, si spende solo il 10% delle risorse destinate ai servizi socio-assistenziali. Per non parlare della spesa pro-capite per i servizi socio-assistenziali: si passa dai 22 euro della Calabria ai 517 della Provincia Autonoma di Bolzano.Una delle poche note positive di questi dati sono invece le risorse quasi raddoppiate destinate ai disabili. Tuttavia anche per l’assistenza rivolta ai disabili le differenze territoriali sono rilevanti: mediamente un disabile residente al Nord-est usufruisce di servizi e interventi per una spesa annua di oltre 5.150 euro mentre al Sud il costo dei servizi ricevuti è di quasi 865 euro pro-capite.Da troppo tempo – conclude Librandi – stiamo denunciando questo divario tra Nord e Sud sia in Sanità che nel Sociale senza tuttavia riscontrare alcun cenno di miglioramento.

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Istruzione – Italia indietro tutta: spesa ferma al 3,9%

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 dicembre 2018

I numeri sullo stato di cultura degli italiani sono impietosi: gli ultimi ad essere stati diffusi sono collocati all’interno del capitolo «La società italiana al 2018» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese che, a livello generale, definisce l’Italia “preda di un sovranismo psichico”. Nello specifico, se si guarda alla formazione dei suoi cittadini, il risultato continua ad essere quello di un territorio, la nostro Penisola, dove si spende in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Preoccupa anche l’alto numero di alunni che lascia anzitempo i percorsi di istruzione nel 2017: riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. Chi arriva alla laurea? Nella fascia 30-34 anni siamo passati appena dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Occorre incrementare gli investimenti, focalizzare la spesa sull’orientamento post-diploma, a partire delle zone territoriali meno avvantaggiate. Ed assorbire nei ruoli tutto il precariato che caratterizza oggi l’insegnamento accademico. Solo pochi giorni fa è emerso che in Italia solo un dottore di ricerca su dieci lavora come professore accademico o ricercatore universitario. Per questo motivo, abbiamo chiesto per l’ambito universitario, nel testo della legge di Stabilità, di ripartire dalla stabilizzazione dei ricercatori.

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Chi meno ha più spende per curarsi

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 dicembre 2018

“L’identikit di chi acquista servizi sanitari privati è presto fatto: agli anziani over 60 sono imputabili oltre 23 miliardi di euro spesi per acquistare beni e prestazioni sanitarie private rispetto ai 40 miliardi complessivi, dei quali solo 5,8 miliardi “gestiti” (poco meno del 14,5%) da Polizze Sanitarie e Fondi Integrativi – spiega Marco Vecchietti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute, intervenuto al convegno “Reddito di Salute: il servizio universale della sanità integrativa”, organizzato a Roma dalla Fondazione Farefuturo, presso la sala del Refettorio della Camera dei Deputati, presentando un approfondimento dell’VIII Rapporto RBM-Censis 2018 -. Il costo medio pro capite sostenuto dagli anziani (1.356,23 euro annui) penalizzati da situazioni reddituali mediamente meno favorevoli, è più che doppio rispetto a quello registrato per tutti i cittadini. Un’altra fascia che acquista prestazioni sanitarie private è quella delle persone che convivono con una patologia cronica, ovvero quasi 1 italiano su 2. Il 58% delle cure acquistate privatamente, infatti, riguarda i malati cronici, il 15% le persone con patologie acute, per oltre il 12% i non autosufficienti/inabili. E ancora, proseguendo nell’identikit di chi paga di tasca propria per curarsi, osserviamo come la Spesa Sanitaria Privata interessi in prevalenza i redditi meno elevati. Si tratta di un fenomeno caratterizzato da un’importante regressività: il 32% della Spesa Sanitaria Privata, infatti, ha riguardato i cittadini con reddito compreso tra 35.000 e 60.000 euro annui, il 17,58% i redditi compresi tra 15.000 e 35.000 euro annui ed il 6,43% i redditi inferiori a 15.000 euro annui”.
A livello territoriale, la spesa sanitaria privata non risparmia le aree economicamente meno agiate: pagano di tasca propria le cure sanitarie il 26% dei cittadini del Sud e Isole, poco meno del 20% di quelli del Centro, poco più del 24% dei cittadini del Nord Est ed oltre il 30% di quelli del Nord Ovest. Inoltre, per quanto riguarda le visite specialistiche il maggior ricorso alla Sanità Privata si osserva al Sud e nelle Isole con una frequenza del 69,6% (scostamento +7,6% rispetto alla media). Ulteriore paradosso è che un lavoratore del Sud versa un’aliquota Irpef superiore a quella di un collega del Nord, ma la sua aspettativa di vita in buona salute è inferiore (57,3 anni in Campania contro i 65,5 di Trento, oltre 9 anni di divario secondo i dati presentati al Convegno OASI2018). Attualmente, nel nostro Paese le forme sanitarie integrative intermediano una spesa sanitaria pro capite di circa 95 euro, 5 volte meno che in Francia e 2 volte in meno che in UK. Tutto ciò a causa del mancato avvio di un Secondo Pilastro Sanitario a favore di tutta la popolazione (al momento riguarda solamente alcune fasce di lavoratori)”. Se da un lato, dunque, si accentuano le disuguaglianze in Italia anche in campo sanitario, dall’altro va evidenziato come il Servizio Sanitario Nazionale e il Secondo Pilastro Sanitario siano sempre più simili a due gemelli diversi che in mancanza di dialogo finiscono per penalizzare una larghissima fascia di utenti.

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In Italia la spesa per l’Istruzione di un punto in meno rispetto all’UE

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

Nel Documento Programmatico di Bilancio 2019 consegnato all’Unione Europea, si legge che la spesa in rapporto al Pil si attesta in media sul 3,6% nel quinquennio 2014-2018 (3,5% nel 2019). A dispetto delle dichiarazioni dei responsabili istituzionali, la spesa per l’Istruzione è destinata addirittura a ridursi. Eppure, gli ultimi dati Eurostat ci dicono che se si guarda alla spesa per l’istruzione rispetto al Pil, l’Italia si trova in coda, solo dopo la Romania (3,1%), con la Germania che resta su valori percentuali apparentemente poco superiori ai nostri (4,3%), salvo poi staccarsi in modo sensibile quando si inquadrano gli assoluti. Anche l’ex Commissario alla spending review italiana, Carlo Cottarelli, ha di recente ammesso di ‘non avere mai proposto tagli alla Scuola, perché per la pubblica istruzione e la cultura non spendiamo affatto troppo rispetto al prodotto interno lordo’. Noi, però, lo stiamo facendo.

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Alipay: l’exploit della spesa cinese in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 settembre 2018

Alipay, piattaforma di pagamento mobile gestita da Ant Financial Services Group, annuncia i dati di utilizzo nel corso dell’estate 2018, periodo di grande affluenza in Italia ed Europa da parte dei turisti cinesi. L’Italia in particolare ha registrato una crescita media dell’87% rispetto al 2017.A livello globale la spesa media per utente è cresciuta del 43% passando da Rmb 2,955 (circa 375 euro) contro i Rmb 2,073 (circa 260 euro) dello scorso anno. L’Italia è tra i primi 10 paesi (4° posizione) per livelli di spesa da parte dei consumatori cinesi con un importo medio di 7363 Rmb (930 euro) calcolato nel periodo 1 luglio – 31 agosto 2018. Il numero totale delle transazioni da parte dei consumatori cinesi in Italia è cresciuto del 188% dal 2017 permettendogli di guadagnare nella classifica mondiale dei paesi dove Alipay è presente il 4° posto nella spesa media per utente e il 17° posto per numero totale di transazioni. Nella classifica dei 10 paesi con la spesa più alta l’Europa ha un posto di rilievo con una presenza di oltre il 50%.Tra gli highlight, il fatto che sono i turisti cinesi nati negli anni ’90 (fascia d’età 19 – 28 anni) ad aver maggiormente contribuito agli elevati livelli di spesa estiva attraverso Alipay. A livello globale quest’estate Alipay ha gestito circa 2 volte e mezzo in più le transazioni all’estero nei negozi rispetto alla scorsa estate.L’Asia continua a dominare la top 10 in termini di transazioni estive all’estero. In prima posizione Hong Kong seguita dalla Thailandia e dalla Korea del Sud. Il numero delle transazioni Alipay in Russia è aumentato di oltre il 5000% dove i viaggiatori cinesi sono accorsi per assistere alla Coppa del Mondo. Fra gli oltre 80 aeroporti che offrono servizi di tax refund istantaneo, è la Korea del Sud ad aver gestito il più alto ammontare di rimborsi, seguita dall’Europa. I paesi nel Nord Europa – come Danimarca, Norvegia, Svezia, Lussemburgo e Svizzera – hanno registrato una crescita dei volumi nelle transazioni tramite Alipay a doppia cifra.

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CWT lancia Price Tracking, che può portare risparmi fino al 2% sulla spesa di viaggi

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 luglio 2018

Carlson Wagonlit Travel, società globale di gestione dei viaggi d’affari, sta lanciando Price Tracking a livello mondiale, a seguito di pilot di successo che hanno evidenziato risparmi fino al 2% della spesa totale per i viaggi.
La tecnologia Price Tracking monitora in maniera continuativa i prezzi dei voli e delle camere d’albergo, verificandoli rispetto alle prenotazioni già effettuate. Ogni volta che identifica potenziali saving, CWT procede a cancellare e riprenotare alla tariffa più vantaggiosa, offrendo ai clienti le migliori offerte possibili e realizzando così significativi risparmi.«Questa tecnologia può far risparmiare ai nostri clienti fino al 2%, una grande somma di denaro per qualsiasi azienda i cui viaggi d’affari abbiano una dimensione considerevole – ha affermato Patrice Simon, CTO Strategy and New Product Development di CWT. – E soprattutto, è in gran parte automatizzata e funziona dietro le quinte 24 ore su 24, 7 giorni alla settimana, offrendo risparmi ogni giorno».
Il servizio è il risultato di una partnership tra CWT e Yapta, un provider di servizi di monitoraggio dei prezzi della biglietteria aerea e degli hotel. CWT ha testato le offerte di vari fornitori di tecnologie concorrenti e ha trovato Yapta costantemente superiore a tutti gli altri competitor, in alcuni casi con ampi margini.I test effettuati inizialmente negli Stati Uniti da CWT hanno avuto molto successo e le possibilità di risparmio nel resto del mondo sono ancora maggiori, data la frammentazione delle offerte tra Latam, Europa e APAC. Attualmente, i consulenti CWT riprenotano manualmente circa 1 itinerario su 20 con lo stesso volo o hotel a una tariffa inferiore. La completa automazione del processo migliorerà in modo consistente questo tasso. CWT mira a un’espansione globale di Price Tracking, che potrà essere adottato da migliaia di clienti in tutto il mondo nei prossimi 18 mesi.

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Spesa famiglie

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 giugno 2018

Secondo l’Istat la famiglia italiana-tipo ha speso 2.564 euro nel 2017, l’1,6% in più dell’anno precedente, con un forte divario tra Nord e Sud. Per Adoc le spese ordinarie incidono al 56% sul reddito netto disponibile, mentre complessivamente impegnano oltre l’83% delle entrate. Un impatto sul reddito più alto del 2,3% rispetto alla media della UE-15, nonostante le spese complessive siano, di media, inferiori del 19,2%. Com’è possibile? A fare la differenza è la minore capacità reddituale della famiglia italiana, inferiore del 24,6% alla media europea, pari a circa 755 euro in meno, per cui ogni singola voce di spesa ha un peso maggiore sul reddito disponibile.“Dai dati Istat emerge una fotografia di ingiustizia sociale, un profondo divario sia territoriale sia di classe sociale – dichiara Roberto Tascini, Presidente dell’Adoc – la combinazione di bassi redditi e alta pressione fiscale rende complicato sostenere le spese quotidiane, che incidono in media al 56% sul reddito. Abbassare la pressione fiscale, tagliare le spese improduttive, contrastare seriamente l’evasione fiscale, prevedere maggiori agevolazioni e detrazioni, incrementare la capacità reddituale sono tutti interventi imperativi. Non va ridotto solo il divario interno, dobbiamo ridurre anche quello tra noi e il resto d’Europa. La forbice di differenza reddituale tra una famiglia italiana e una europea è pari al 24%: i redditi nostrani sono più bassi, in media, di 755 euro. Per cui ogni euro speso da una famiglia italiana pesa molto di più sul reddito rispetto a quello di una famiglia tedesca o francese.”

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Sacchetti bio: prezzo medio tre centesimi

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

sacchetti plasticaDal 1° gennaio è obbligatorio usare sacchetti biodegradabili e compostabili per l’acquisto dei prodotti alimentari sfusi. A due giorni dall’entrata in vigore il prezzo medio rilevato dall’Adoc è pari 3 centesimi di euro a sacchetto. Considerando un acquisto di circa 200 sacchetti l’anno per singolo consumatore, la maggiore spesa a carico del singolo cittadino è pari, in media, a 6 euro.
“Ad oggi il prezzo medio di un sacchetto biodegradabile è pari a 3 centesimi di euro, in linea con le previsioni – dichiara Roberto Tascini, Presidente dell’Adoc – considerando che, mediamente, ogni anno un singolo consumatore acquista 200 sacchetti, se i prezzi non varieranno la maggiore spesa si attesterà sui 6 euro annuali. Per una famiglia composta da 2 adulti e un bambino la spesa potrebbe essere lievemente superiore, considerando la maggiore quantità di prodotti acquistati, ma non dovrebbe superare i 15 euro annui. Un rincaro contenuto ma che poteva essere evitato se il Governo avesse previsto alternative, ecologiche e sostenibili, ai nuovi sacchetti biodegradabili. I nuovi sacchetti, difatti, non si potranno riutilizzare per altri acquisti né si potranno utilizzare sacchetti propri, o di carta, per l’acquisto dei prodotti alimentari sfusi. Ad ogni modo invitiamo tutti i consumatori a segnalarci eventuali anomalie e fenomeni speculativi sui costi dei sacchetti, in modo da denunciarli alle Autorità competenti. Augurandoci che le sanzioni previste, fino a 100mila euro, siano elevate con la massima prontezza e severità”.Ad ogni modo, secondo un breve sondaggio dell’Adoc il 65% dei consumatori è d’accordo con la scelta di introdurre sacchetti biodegradabili.“Il 65% dei consumatori si è dichiarato favorevole ai nuovi sacchetti, in ragione della loro sostenibilità. A dimostrazione che i cittadino premiano sempre di più gli interventi legati alla sostenibilità e alla tutela dell’ambiente, anche se questi vanno ad incidere sulle loro tasche, il prezzo non è più la sola e unica componente da tenere in considerazione – continua Tascini – la ricerca di una maggiore qualità del prodotto/servizio offerto, il rispetto dell’ambiente e delle politiche di sostenibilità sono ormai fattori chiave nelle scelte dei consumatori.”

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Caro-scuola: gli italiani quest’anno spenderanno il 13% in più

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 settembre 2017

scuola-libriRispetto allo scorso anno gli italiani spenderanno in media il 13% in più per pagare libri e corredo scolastico dei figli con una spesa media di 654 euro. Lo rileva l’Osservatorio Findomestic di settembre, realizzato in collaborazione con Doxa, che sottolinea come le famiglie, per far fronte a questa spesa crescente, erodono sempre più i loro risparmi (28% del campione) o ricorrono ad aiuti esterni quali contributi di parenti e amici (7%) o borse di studio (4%).
IL RISPARMIO È D’OBBLIGO. La situazione è più pesante per i nuclei familiari con almeno due figli in età scolare, come dimostra l’analisi di Findomestic Banca (Gruppo BNP Paribas), leader nel settore del credito al consumo: se le coppie con un solo figlio spendono in media 466 euro contro i 503 del 2016, quelle più numerose devono spendere 875 euro contro i 721 del 2016. Come reperire, dunque, le risorse necessarie? Gli italiani seguono sempre più la via del risparmio: il 73% acquista libri e materiale scolastico di seconda mano (+7% rispetto al 2016) e il 77% si affida agli acquisti online (+4% in confronto a dodici mesi fa) anche perché si possono ottenere sconti sui libri di testo.
STRETTA SUI CONSUMI PER PAGARE LA SCUOLA. Dall’Osservatorio Findomestic emerge che il caro-scuola incide anche sulle abitudini familiari: una famiglia su due è pronta a limitare i consumi, rinunciando in particolare alle spese per il tempo libero, per gli elettrodomestici e per i dispositivi tecnologici.
LICEO, QUANTO MI COSTI. Quali sono le voci di bilancio che incidono maggiormente sulle spese scolastiche? Secondo lo studio di Findomestic per il 70% sono libri e dizionari (vale a dire il 2% in più rispetto al 2016), per il 36% articoli di cancelleria e per il 26% i trasporti da casa a scuola. L’Osservatorio rileva che quest’anno costa di più mandare i figli al liceo (880 euro): 100 euro in più rispetto al 2016. La spesa media per gli altri istituti superiori è in leggero calo: 577 euro contro i 598 di un anno fa. Alle scuole medie si spendono 846 euro e alle elementari 623 euro. Schizza la spesa per le scuole medie (da 582 a 846 euro), ma anche per le elementari la crescita è consistente (da 516 a 623 euro).

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Turismo, italiani pronti a spendere fino al 20% in più pur di restare in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 giugno 2017

riminiIn cima ai desideri per l’estate 2017 c’è l’Italia non solo per i turisti stranieri, ma anche per gli stessi italiani. È quanto emerge dai dati del Centro Studi Veratour che vende solo in Italia e che periodicamente analizza i dati sul totale delle prenotazioni pervenute.“La bellezza delle spiagge italiane è indubbia e non ha bisogno di ulteriori conferme, – spiega Stefano Pompili direttore generale Veratour – in più quello che a nostro avviso spinge i clienti a restare entro i confini nazionali è l’alta qualità del servizio per cui i viaggiatori sono disposti a spendere anche qualcosa in più”.
A parità di servizi offerti infatti una vacanza in Italia può costare mediamente il 15% in più rispetto alle isole greche e il 20% in più sulla Spagna, circostanza dovuta alle condizioni strutturali della nostra economia.Per seguire questo trend Veratour, premiato per il secondo anno consecutivo come Migliore Tour Operator Villaggi Vacanze agli Italia Travel awards, lancia per l’estate 2017 due nuove strutture in Italia, il Veraclub Barone di Mare a Torre dell’Orso in Puglia e il Veraclub Scoglio della Galea a Capo Vaticano in Calabria. Queste si aggiungono ai cinque Veraclub di Sardegna e Sicilia, per un totale di 7 villaggi sul territorio nazionale.Questo dimostra come il rinnovato apprezzamento degli italiani per le nostre coste possa portare a miglioramenti significativi per l’economia del Paese, spingendo gli imprenditori a nuovi investimenti per offrire strutture d’accoglienza e generando l’indotto tipico dei turisti in viaggio.“Investire nel nostro Paese è motivo di particolare orgoglio per Veratour – conclude Pompili – soprattutto considerando il periodo non facile per la nostra economia. Disponiamo di coste meravigliose che meritano di essere valorizzate e conosciute, in generale per l’Italia il comparto turismo è un asset strategico fondamentale e ci sono ancora ampi margini di crescita”.

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Affitti turistici: +38% la spesa di chi arriva dall’estero

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 giugno 2017

vacanzeIl portale CaseVacanza.it ha studiato le diverse abitudini di viaggio tra i turisti stranieri e quelli italiani, scoprendo come la prima evidente differenza riguardi il budget che, nel caso di chi arriva dall’estero, è più alto e supera fino al 38% quello dei nostri connazionali.Gli italiani hanno allungato, rispetto allo scorso anno, la durata delle vacanze a giugno e luglio, approfittando di tariffe più basse fino al 35% rispetto ad agosto. Per gli stranieri si conferma la preferenza dei primi mesi estivi per le permanenze più lunghe.
Per gli italiani la Puglia è ancora regina delle prenotazioni, seguita dalla Sardegna e dalla Toscana. Quest’ultima regione è la prima a essere preferita da chi arriva da Germania e Regno Unito, mentre i francesi optano principalmente per la Sardegna. Analizzando i filtri usati da chi si sposta in Italia per cercare una casa vacanze, si nota come sia di fondamentale importanza la possibilità di portare in vacanza anche i propri amici a quattro zampe. Guardando invece alle ricerche degli stranieri, la caratteristica più cercata è una piscina all’interno della proprietà da affittare, seguita dall’aria condizionata e dalla lavatrice. (foto. vacanze)

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Sanità: troppo esosa per gli over 65, spesa media 455 euro l’anno

Posted by fidest press agency su domenica, 30 aprile 2017

federanzianiLa salute costa cara agli anziani. In media, nell’ultimo anno, gli over 65 hanno speso in sanità 455 euro, una cifra non lontana dall’importo di una mensilità di pensione minima (500 euro circa). Troppo oneroso anche l’accesso al sistema sanitario nazionale: più di un anziano su tre (il 35%) ammette di aver rinunciato ad una visita diagnostica specialistica, proprio a causa del costo eccessivo del ticket sanitario, mentre l’11% si è potuto avvalere dell’esenzione. È quanto emerge dalla seconda indagine sul rapporto tra sanità e over 65, condotta da Fipac, in collaborazione con SWG, in occasione della Settimana della Buona Salute, che si concluderà domenica 30 aprile. L’edizione di quest’anno prevede oltre 100 appuntamenti in città e paesi italiani, dalla distribuzione di materiale informativo sull’alimentazione sicura e sull’attività fisica, manuali sui corretti stili di vita ed allestimento di punti prevenzione e visite gratuiti. L’obiettivo è riportare al centro dell’attenzione i temi della salute e del rapporto tra sistema sanitario e pazienti, soprattutto i più anziani che, schiacciati tra ticket che aumentano e pensioni che rimangono ferme, sono tra i più a rischio di ‘povertà sanitaria’, ovvero l’esaurimento delle risorse da dedicare alla salute. Rischio che emerge chiaramente dai dati dell’indagine: il 12% degli intervistati ha dichiarato di aver speso tra i mille ed i 2mila euro nell’ultimo anno, il 15% addirittura oltre duemila. Cifre incompatibili con il reddito di molti over 65: la pensione media, in Italia, è di 825 euro al mese e nel caso dei trattamenti minimi si abbassa ad appena 500 euro. Come è chiaro dal sondaggio, qualcuno rinuncia, per mancanza di risorse, addirittura alla diagnostica, in particolare a quella preventiva. Ma si taglia anche sulle cure, soprattutto in caso di problemi non completamente invalidanti come quelli odontoiatrici.
A parte i costi, però, gli anziani trovano difficoltà di accesso alla sanità pubblica anche in termini di attesa. Tanto che due persone su tre (il 66%) ha deciso di ricorrere, nonostante i costi superiori, a strutture private per realizzare in tempi brevi le visite o le analisi necessarie, a fronte del 28% che ha potuto evitarlo, mentre il restante 6% ha fatto ricorso ai pronto soccorso per aggirare le lunghissime attese.
La riduzione dei tempi d’attesa per la diagnostica e per le visite specialistiche è in cima anche alla classifica degli interventi più richiesti dagli over65, con il 38% delle indicazioni. Seguono l’assegnazione di risorse maggiori al servizio sanitario nazionale (17%) e la riduzione della complessità burocratica (12%), mentre uno su dieci vorrebbe uno sconto del ticket per i redditi più bassi. Giudizio positivo, invece, sul medico di famiglia, ritenuto dal 29% il servizio sanitario pubblico più efficiente, seguito dalle prestazioni ospedaliere (20%) ed il pronto soccorso (13%). In coda alla classifica, invece, le voci dell’assistenza post ospedaliera (3%) e domiciliare (2%).
“Dai risultati della nostra indagine – spiega il Presidente di Fipac Massimo Vivoli – emerge chiaramente un rischio concreto di povertà sanitaria per molti anziani, soprattutto in caso di malattie gravi o degenze croniche o quando è necessario muoversi in fretta. C’è bisogno di un intervento per una sanità maggiormente a misura d’anziano: innanzitutto con una riduzione del costo del ticket a carico dei redditi più bassi, ma anche potenziando l’assistenza domiciliare, per ora nota dolente della nostra sanità pubblica, ma miglior percorso per garantire, in futuro, la sostenibilità del sistema”.

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Prezzi: Istat, a dicembre balzo per spesa di tutti i giorni

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 gennaio 2017

istatSecondo i dati provvisori resi noti oggi dall’Istat, a dicembre vi è un rincaro sia dei prezzi del carrello della spesa (+0,6% su base annua, da -0,1% di novembre) sia dei beni ad alta frequenza di acquisto (+1%, da +0,5% di novembre).
“Il rialzo dei prezzi di fine anno ci preoccupa, perché riguarda quei beni necessari che la massaia acquista tutti i giorni” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Secondo i calcoli dell’associazione, l’incremento tendenziale dell’1% dei prezzi dei beni ad alta frequenza di acquisto significa pagare, in termini di aumento del costo della vita, per una tradizionale famiglia, una coppia con 2 figli, 153 euro in più su base annua. Una coppia con 1 figlio pagherà nei dodici mesi 143 euro in più, un pensionato con più di 65 anni sborserà 79 euro, 81 euro un single con meno di 35 anni, 117 euro una coppia senza figli con meno di 35 anni. Per quanto riguarda l’aumento dei prezzi dello 0,6% dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, l’aggravio di spesa annuo sarà pari a 46 euro per una coppia con 2 figli, 43 euro per una coppia con 1 figlio, 24 euro per un pensionato con più di 65 anni.

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Spesa farmaceutica in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 novembre 2016

psicofarmaciIn costante aumento e sempre più difficile da contenere: la spesa farmaceutica in Italia è una delle voci che più incidono sul fondo sanitario. Il consumo di farmaci cresce e grazie all’innovazione sono disponibili sempre più medicinali e dispositivi ad alto costo. SIFO, Società dei farmacisti ospedalieri e dei servizi territoriali delle aziende sanitarie, farà il punto su questo tema durante il suo congresso nazionale, quest’anno giunto alla XXXVII edizione, che si svolge a Milano dall’1 al 4 dicembre, dal titolo oneroso ma obbligato:”Facciamo quadrato per la salute di tutti: Persona, Istituzioni, Professionisti, Tecnologie.” CHI SONO I FARMACISTI DI SIFO – Sono loro che si impegnano a far quadrare i conti del Servizio sanitario nazionale e cercare di unire qualità e risparmio. Negli ospedali i farmacisti sono coinvolti negli acquisti di farmaci e dispositivi medici impiegati al proprio interno, nel controllo dell’appropriatezza e nella gestione dei prodotti. Nei servizi farmaceutici territoriali delle aziende sanitarie, ai farmacisti spetta il compito di monitorare mensilmente le prescrizioni in SSN di farmaci da parte dei medici di assistenza primaria; spetta inoltre il monitoraggio delle spedizioni da parte delle Farmacie di comunità.
Sorpasso della spesa farmaceutica diretta e ospedaliera rispetto alla spesa cosiddetta convenzionata, ovvero quella che deriva dai farmaci erogati nelle farmacie di comunità. Il 2015 è stato l’anno in cui, per la prima volta, in Italia, la quota di spesa diretta ospedaliera ha superato quella convenzionata. Sul totale di oltre 18 miliardi, infatti, la ‘quota’ della spesa diretta ospedaliera si è attestata a 9 miliardi e 770 milioni di euro, mentre quella convenzionata è risultata di 8 miliardi e 470 milioni di euro. Se si guarda al 2014, la spesa convenzionata era stata di 8 miliardi e 598 milioni di euro contro gli 8 miliardi e 123 milioni di euro dell’ospedaliera (fonte Aifa). Cosa significa e da cosa dipende? Innanzitutto dal boom dei nuovi farmaci innovativi ad alto costo, in primis quelli per curare l’epatite C (di cui c’è stata una vera e propria esplosione nel 2015), che sono distribuiti solo in ospedale e hanno a vuto come effetto un consistente incremento della spesa ospedaliera. In parallelo prosegue il processo di riduzione dei costi di alcune tipologie di farmaci più ‘datati’- con il brevetto ormai scaduto e dunque diventati nel frattempo ‘generici’- che vengono erogati nelle farmacie di comunità. Trend, questo, che negli ultimi anni, progressivamente, ha fatto scendere la spesa convenzionata. Ma non ancora a sufficienza da compensare l’aumento di quella ospedaliera.
Negli ultimi due-tre anni, in Italia, si registra un vero e proprio boom di farmaci di nuova tecnologia, ad alto costo. Oltre agli oncologici (da ormai diverso tempo ai primi posti nelle voci della spesa farmaceutica), a quelli antivirali per curare l’epatite C (che nel 2015 sono costati un miliardo e 722 milioni di euro, ovvero il 7,8% della Spesa del Servizio sanitario nazionale) e a quelli per l’HIV, ci sono anche altri farmaci innovativi e molto costosi per determinate patologie (sclerosi multipla, artrite reumatoide e diabete, patologia quest’ultima in fortissimo aumento). Si tratta di medicinali che vengono gestiti e utilizzati unicamente attraverso l’ospedale, quindi vanno a pesare sulla spesa diretta ospedaliera. La categoria di farmaci per cui nel 2015 si è registrato l’aumento maggiore di spesa è quella degli immunomodulatori, utilizzati anche nella cura di patologie reumatiche, morbo di Chron, psoriasi grave. La spesa, nel 2015, si è att estata a un miliardo e 803 milioni di euro, con una crescita del 13% rispetto all’anno precedente. In crescita anche gli anticoagulanti (+10%), i farmaci per il dolore (+10%) e i vaccini (+9%). L’entità di spesa maggiore, invece, anche nel 2015 è stata quella per i farmaci oncologici, costati nel 2015 due miliardi e 372 milioni di euro (+7% sul 2014).
A fronte di esigenze di cura sempre più mirate e di una spesa farmaceutica sempre in crescita, cosa si può fare? L’incremento della spesa farmaceutica dipende dall’aumentato consumo, ma anche dai prezzi molto elevati degli ultimi farmaci, che arriva anche a decine di migliaia di euro per singolo trattamento- spiega Giovanna Scroccaro, dirigente del Servizio farmaceutico della Regione Veneto e past President SIFO-. L’aumento della spesa rischia di mettere a serio rischio la sostenibilità, l’equità e la universalità del nostro Sistema Sanitario; è pertanto necessaria e urgente una modifica legislativa dell’attuale meccanismo di definizione dei prezzi. Il prezzo attribuito ad un nuovo farmaco deve essere proporzionale ai vantaggi clinici che questo apporta rispetto alle terapie già disponibili e ai guadagni di salute; i farmaci che presentano risultati simili devono essere acquistati dal SSN al medesimo prezzo. Queste richieste sono state avanzate da tempo dalla Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome.
“Le Regioni, con le Aziende del SSN, dal canto loro, devono promuovere l’acquisto dei prodotti farmaceutici attraverso procedure trasparenti, con capitolati, formulati da esperti, che tutelino i requisiti di qualità e la sostenibilità dei costi. –spiega Maria Grazia Cattaneo, Presidente del Congresso SIFO. Sul versante clinico, è necessario attivarsi affinché le prescrizioni mediche siano sempre più appropriate, cioè effettuate all’interno delle indicazioni cliniche raccomandate dalle Linee Guida e all’interno delle indicazioni d’uso (dose, durata, …) per le quali è dimostrata l’efficacia.
E’ necessario, inoltre un migliore monitoraggio degli indicatori di prodotto, di risultato in termini di salute, di costo, possibile anche grazie all’adozione di sistemi informatici sempre più efficienti e completi”, conclude Cattaneo. ANCORA TROPPI SQUILIBRI TRA LE REGIONI, Uno sguardo ai dati suddivisi per regione (fonte Osmed) fa emergere una grande variabilità fra le Regioni e anche fra ospedale e ospedale. I dati della spesa farmaceutica (nazionali e regionali) saranno oggetto di studio durante il congresso, in cui sono in programma diversi momenti di confronto dedicati al tema. Considerando che la media dell’incidenza della spesa farmaceutica ospedaliera sul fondo sanitario regionale è del 4,91% (valore che attesta la messa in atto di misure di contenimento della spesa), ci sono 10 regioni che stanno sopra questo dato: la Toscana presenta l’incidenza più elevata con un valore del 6,34%. Seguono Sardegna con il 5,70%, Abruzzo con il 5,55%, Puglia con il 5,55%, Marche con il 5,30%, Calabria con il 5,21%, Emilia-Romagna con il 5,14%, Liguria con il 5,13%, Campania con il 5,03%. Al di sotto della media ci sono invece: Basilicata con il 4,90%, provincia autonoma di Bolzano con il 4,77%, Friuli Venezia Giulia con 4,76%, Piem onte con il 4,61%, Lombardia con il 4,57%, Lazio con il 4,53%, Veneto con il 4,34%, Valle d’Aosta il 4,31%, Sicilia il 4,29%, Molise il 4,19% e provincia autonoma di Trento il 3,36%.
Passando invece alla spesa farmaceutica territoriale, l’incidenza media per regione sul fondo sanitario è dell’11,61%. Nove regioni ‘sforano’ la media, con numeri più o meno alti: la Sardegna è in testa con il 15,06%. Seguono la Puglia (13,25%), Campania (12,99%), Lazio (12,73%), Calabria (12,70%), Abruzzo (12,62%), Sicilia (12,02%), Basilicata (11,92%), Marche (11,86%). Sotto la media ci sono invece il Friuli Venezia Giulia (11,38%), Molise (11,37%), Toscana (11,06%), Umbria (11,01%), Lombardia (10,84%), Liguria (10,81%), Piemonte (10,68%), Emilia-Romagna (10,22%), Veneto (10,03%), provincia autonoma di Trento (9,91%), Valle d’Aosta (9,82%) e provincia autonoma di Bolzano (8,90%). Dove i valori sono fortemente superiori al dato medio nazionale, è necessario migliorare i meccanismi di controllo sulle prescrizioni.
Durante il Congresso Nazionale SIFO sono previste numerose sessioni con focus importante sia sui farmaci che sui dispositivi medici, dove i diversi attori del sistema potranno discutere e condividere le migliori strategie per la sostenibilità del nostro sistema salute.

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Istat: spesa famiglie ferma, sale potere acquisto

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2016

istatSecondo i dati resi noti oggi dall’Istat, nel I trimestre 2016 i consumi finali delle famiglie sono rimasti invariati rispetto al IV trimestre 2015, mentre il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato dell’1,1%.
“Nulla di buono. Le famiglie sono ancora in crisi. I consumi che sembravano essere ripartiti, anche se con il contagocce, sono nuovamente fermi, mentre la ripresa del potere d’acquisto dipende solo dalla riduzione dei prezzi, ossia dal fatto che a febbraio e marzo 2016 l’Italia è ricaduta nella deflazione, segnando rispettivamente un -0,3% e un -0,2%” afferma Massimiliano Dona, Segretario dell’Unione Nazionale Consumatori. “Infine, la crescita del reddito disponibile delle famiglie consumatrici dimostra che anche quelle poche famiglie che potrebbero permettersi di spendere di più, sono ancora restie a farlo e preferiscono risparmiare” conclude Dona.

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Diabetologi: come curare risparmiando “Ecco le 8 aree dove ridurre la spesa”

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2015

retinopatia diabeticaContinua lo studio delle aree di intervento per la ‘spending review’ dei diabetologi ‘a casa loro’, senza aspettare la scure dei tagli lineari alla cieca. In un’analisi accurata e approfondita Enzo Bonora, presidente della Società Italiana di diabetologia (SID) indica in quali settori è possibile ottenere risparmi consistenti. “Anche noi diabetologi abbiamo delle proposte da fare – precisa il professor Bonora – concrete e, soprattutto, quantificabili.
Sono 8 le aree d’intervento che abbiamo individuato nel nostro lavoro quotidiano:
Ottimizzazione dell’autocontrollo glicemico domiciliare;
Corretta istruzione dell’esecuzione della terapia insulinica per evitare spreco di insulina con la dose test che precede l’iniezione;
Prevenzione delle lipodistrofie nei pazienti insulino-trattati;
Prevenzione delle ipoglicemie con una scelta oculata dei farmaci anti-diabetici;
Uso efficace delle varie opportunità offerte del ricco armamentario terapeutico;
Appropriatezza nella prescrizione di esami di laboratorio e strumentali (propria e indotta);
Prevenzione del ‘piede diabetico’;Riduzione della durata della degenza delle persone con diabete.Ecco dunque le 8 ‘operazioni’ che il diabetologo deve mettere in pratica per risparmiare:
Operazione ‘Strisce appropriate’ – Prescrivendo un appropriato e individualizzato numero di controlli glicemici domiciliari su base nazionale si possono risparmiare circa 30 milioni di euro ogni anno;
Operazione ‘Un click solo’ – Con 1 solo click invece che 2 click con la dose test nelle circa 500 milioni di iniezioni all’anno che vengono fatte in Italia a 750 mila diabetici si ridurrebbe il consumo di insulina di 500 milioni di unità, determinando un risparmio di circa 19 milioni di euro ogni anno;
Operazione ‘Cerca la bozza’ – Verificando l’esistenza di zone di lipodistrofia ed evitando le iniezioni in tali zone fino alla loro scomparsa si può ridurre il consumo di insulina in Italia almeno del 5% – se non oltre – pari ad una riduzione minima di 550 milioni di unità e ad un risparmio di circa 21 milioni di euro ogni anno;
Operazione ‘No ipoglicemia’ – Circa 5.000 ricoveri all’anno in Italia sono causati da sulfoniluree o glinidi su circa 15 mila accessi al Pronto Soccorso (di cui circa 7.500 preceduti da una chiamata del 118). Eliminare 7.500 uscite del 118 per ipoglicemia da sulfonilurea o glinide farebbe risparmiare circa € 3,75 milioni; inoltre eliminare 15 mila accessi al Pronto Soccorso per ipoglicemia da sulfonilurea o glinide farebbe risparmiare circa € 22,5 milioni; eliminare 5 mila ricoveri per ipoglicemia da sulfonilurea o glinide farebbe risparmiare circa altri € 15 milioni. In totale senza queste ipoglicemie nei pazienti non insulino-trattati il risparmio sarebbe circa € 41 milioni ogni anno.Operazione ‘Guarda la convenienza’ – In Italia ci sono circa 200 mila diabetici di tipo 2 che fanno terapia insulinica basal-bolus: non meno di un quarto di questi (circa 50 mila) potrebbe essere trattato con insulina basale + inibitore DPP-4 oppure inibitore SGLT-2 oppure GLP-1 RA. Il risparmio medio per ogni soggetto sarebbe di circa € 700 all’anno: in totale con una terapia di pari efficacia si potrebbe realizzare un risparmio di € 35 milioni per anno.
Operazione ‘L’esame serve davvero?’ – Riflettendo sulla opportunità o meno di prescrivere esami di laboratorio e attenendosi alle linee-guida nazionali si potrebbero risparmiare oltre € 60 milioni di euro ogni anno.
Operazione ‘Guarda prima i piedi’ – Nel corso della vita circa il 15% delle persone con diabete sviluppa un problema ai piedi. Le lesioni ai piedi più gravi sono quasi tutte evitabili con semplici norme igieniche e interventi di screening delle situazioni a rischio (spesso basterebbe aver guardato e agito con tempestività). La spesa nazionale per curare solo le lesioni più gravi ai piedi e che richiedono ricovero in ospedale ammonta a oltre € 100 milioni all’anno: dimezzare questi ricoveri guardando più spesso i piedi dei diabetici determinerebbe un risparmio di circa € 50 milioni per anno.
Operazione ‘Accorcia la degenza’ – La prescrizione da fare è solo quella… di una consulenza diabetologica! Un diabetologo ‘chiavi in mano’ costa circa 80 mila euro all’anno e può fare ogni anno circa 5 mila consulenze a diabetici ricoverati: le circa 2,4 milioni di consulenze necessarie per i circa 1,2 milioni di diabetici ricoverati in Italia (in media ed idealmente 2 consulenze per paziente per ricovero) richiederebbero circa 500 ulteriori diabetologi da immettere nella rete italiana, che costerebbero circa € 40 milioni ogni anno. Per risparmiare € 1 miliardo si devono investire € 40 milioni dei 257 milioni risparmiati dai diabetologi. “Perché non si fa?”
“Certo – conclude il presidente Bonora – i 257 milioni di euro risparmiabili vengono dalla somma delle prime 7 voci, largamente a portata di mano dei diabetologi. Per l’ultimo punto, quello dell’accorciamento delle degenze che porterebbe al maggiore risparmio, serve un investimento da parte di chi organizza la sanità delle Regioni. Ma i soldi necessari li avrebbe dai risparmi ottenuti, e gliene rimarrebbero una gran parte per altri interventi nell’area della diabetologia. E anche al di fuori di essa. Se poi veramente si mettesse in pratica l’intervento sulla durata delle degenze il risparmio sarebbe così ingente da permettere operazioni di ben più ampio respiro”.

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Hotels.com svela chi ha speso di più in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2015

hotel italianoTra le 39 nazionalità analizzate, i viaggiatori che hanno speso di più negli hotel italiani durante i primi sei mesi del 2015 sono stati quelli provenienti dal Medio Oriente, con una media di €194 pagati per camera a notte. Al secondo posto della classifica si trovano gli Stati Uniti, i cui viaggiatori hanno speso €169 per camera a notte, seguiti da Singapore, con una spesa di €161 a notte. Chiudono la TOP 5 la Tailandia (€160 per camera a notte) e il Sud Africa (€159), seguiti da Cina, India e Messico, che si contendono il sesto posto in quanto i viaggiatori provenienti da tutte e tre le nazioni hanno speso una media di €156 per camera a notte. Infine, le ultime due posizioni della classifica delle 10 nazionalità che hanno speso di più nella penisola sono occupate da Australia (€155 a notte) e Hong Kong (€153).Il maggior aumento dei prezzi pagati in Italia è stato registrato dai viaggiatori provenienti da Hong Kong che, passando da una spesa di €132 a una di €153 per camera a notte, hanno pagato il 16% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Una crescita del 14% dei prezzi è stata invece registrata dagli ospiti provenienti da Medio Oriente (€194), Singapore (€161), Sud Africa (€159) e Taiwan (€135). Inoltre, sono state registrate crescite a doppia cifra anche da parte dei viaggiatori cinesi (12%, €156 a notte), turchi (11%, €138) e americani (10%, €169).Ad avere invece pagato di meno per soggiornare in Italia sono stati i viaggiatori provenienti dall’Ungheria (€87 per camera a notte), che hanno anche registrato il maggior calo dei prezzi pagati per una notte in hotel (-10%). Seguono poi gli ospiti provenienti da Polonia (€88), Grecia (€93), Portogallo (€97) e Spagna (€100). Sono stati registrati significativi cali dei prezzi pagati nel Bel Paese anche dai viaggiatori spagnoli (-6%), portoghesi (-4%) e polacchi (-4%). Infine, una lieve flessione della spesa si è verificata anche per gli ospiti provenienti dai Paesi Bassi (-2%, €105), dalla Germania (-1%, €111) e dall’Islanda (-1%, €118).

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Spesa fondi di coesione: dagli eurodeputati l’invito alla Sicilia a raddoppiare gli sforzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2015

sicilia nazioneSi chiude oggi la visita di una delegazione di dodici parlamentari della commissione Sviluppo Regionale del Parlamento Europeo nel distretto della Sicilia orientale.Dopo tre giorni fitti di incontri con le autorità locali, regionali e nazionali e di visite a progetti finanziati dai fondi strutturali europei a Catania, Modica, Piazza Armerina ed Enna, gli eurodeputati fanno il punto su quanto hanno testimoniato riguardo come la Sicilia ha speso e sta spendendo il Fondo per lo Sviluppo Regionale (Fesr) per il periodo 2007-2013 e sulla programmazione 2014-2020.Il presidente della delegazione, il parlamentare della sinistra francese Younus Omarjee, riassume così i tre messaggi chiave che gli eurodeputati vogliono trasmettere alle autorità locali, regionali, nazionali e comunitarie e ai cittadini siciliani: “In primo luogo, la Sicilia deve raddoppiare, rispetto al passato, gli sforzi per spendere bene i fondi di coesione per il periodo 2014-2020. Le politiche di coesione sono importanti in particolar modo per le regioni meno sviluppate come la Sicilia. Secondo: il fondo di sviluppo regionale non deve essere solo a vantaggio delle singole comunità o regioni, ma deve essere speso in modo che a beneficiarne sia tutta l’Unione Europea. Per questo bisogna sfruttare le grandi potenzialità che la Sicilia ha in materia di economia legata alla sua dimensione marittima e portuale e alla possibilità di crescita verde, a basso consumo energetico e a basse emissioni. Infine, tutta la delegazione è rimasta colpita dalla capacità dei siciliani e degli attori politici locali di rispondere all’attuale crisi legata all’accoglienza dei rifugiati. Lavoreremo a stretto contatto con la Commissione Europea per fare in modo che i fondi di coesione siano sempre più utilizzati anche per aiutare regioni come la Sicilia a prendersi carico dei migranti che arrivano sull’isola”.
Constanze Krehl, eurodeputata socialista tedesca e coordinatrice nella Commissione Sviluppo Regionale del PE, ha dichiarato: “Sono contenta di constatare in prima persona, sul campo, che non solo i fondi di coesione aiutano la ricerca e l’innovazione, ma creano un ambiente favorevole alla nascita di start up e al consolidamento delle piccole e medie imprese. Quello che però auspico è che tutti questi sforzi nella ricerca, finanziati anche da contributi comunitari, vengano tradotti massicciamente in pratica per il beneficio di tutti gli europei. Ci tengo infine a ringraziare tutti i siciliani e le siciliane per gli sforzi enormi che stanno facendo e per la loro generosità nella difficile situazione che l’attuale flusso di rifugiati mette di fronte a noi tutti”.L’europarlamentare di area popolare Krzysztof Hetman, ha dichiarato:”Questa delegazione ci ha permesso di visitare sul terreno progetti finanziati dai fondi di coesione e di capire l’impatto concreto e il valore aggiunto che tali fondi hanno per le comunità locali. Chiediamo a tutti gli attori regionali di utilizzare al massimo i finanziamenti per le politiche di coesione per il periodo 2007-2013, e di velocizzare l’attuazione dei programmi di lavoro per il periodo 2014-2020. Questo permetterà di incentivare la crescita e l’occupazione e, di conseguenza, di migliorare la vita dei nostri cittadini.
Più critica nei confronti del governo regionale siciliano è l’eurodeputata dei cinque stelle Rosa D’amato: “Dopo avere ascoltato le caratteristiche del nuovo programma per il fondo di sviluppo regionale 2014-2020 in Sicilia, Abbiamo chiesto delucidazione anche sulla programmazione 2007-2013, proprio perché crediamo sia utile evidenziare le criticità affrontate al fine di non ripetere gli stessi errori. Ricordiamo che la dotazione iniziale del FESR 2007-2013 era di ben 6,5 miliardi di euro, poi ridotti a 4,3 miliardi per manifesta incapacità di spesa del governo regionale precedente. A fine settembre 2015, a tre mesi dalla fine della programmazione, la spesa certificata si registra tra i 2,8 e i 3 miliardi di euro (se contiamo il secondo tratto del Grande Progetto dell’Agrigento Caltanissetta). In pratica ci sono circa 1,3-1,5 miliardi di euro da spendere in tre mesi quando avevamo nove anni di tempo per farlo. Se non lo faremo, al 31 dicembre 2015, scatterà il disimpegno automatico di circa il 35% delle risorse, ripeto più di un miliardo di euro”.Michela Giuffrida, europarlamentare catanese del PD, ha dichiarato: “Credo che l’obiettivo della nostra missione sia stato raggiunto. Visitare alcune delle realtà che hanno beneficiato dei fondi comunitari ma soprattutto rendersi conto delle istanze che il territorio esprime. La Sicilia ha bisogno, per poter sfruttare a pieno le risorse per la Coesione, di procedure semplificate e di puntare sui fondi diretti, bypassando quelle trafile che, spesso, sono un ostacolo insormontabile. Dagli incontri che abbiamo avuto con i tanti amministratori locali questo emerge con forza. E noi non possiamo non prenderne atto”.

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No ai tagli lineari della spesa pubblica si alla modifica urgente del titolo V della costituzione

Posted by fidest press agency su sabato, 22 marzo 2014

I tagli alla spesa pubblica dichiara Pietro Giordano Presidente Nazionale Adiconsum vanno fatti ma non tagliando linearmente la stessa ma operando chirurgicamente sulle spese parassitarie clientelari e fondi di corruzione diffusa.Non si può continuare ad immaginare di operare tagliando orizzontalmente le pensione e magari coprire i buchi dei bilanci comunali e regionali aumentando la tassazione in diretta.Si faccia per legge una norma che obblighi tutte le amministrazioni pubbliche ad acquisti centralizzati, dalla carta per fotocopiatrici alla siringa per gli ospedali.Si proceda da subito alla riforma del titolo V della costituzione che ha prodotto anch’esso disperazione, sprechi e corruzione nella gran parte delle amministrazioni regioni del paese indebolendo la capacità di coordinamento e di offerta del ” prodotto Italia” a livello internazionale.Il punto non è tagliate gli organici della pubblica amministrazione ma rendere questa efficienti e sempre di più al servizio dei cittadini. si taglino invece le spese improduttive e si punti alla qualità della spese indirizzandola verso servizi più efficienti per i cittadini. Non si risolvono i problemi tagliando gli autisti degli autobus ma colpendo gli sprechi di milioni e milioni di euro che le singole municipalizzate da anni operano.

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