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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

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Due mesi ricoverato per Covid negli Stati Uniti. Il conto: 1,2 milioni di dollari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 giugno 2020

Può accadere anche questo, nell’America delle contraddizioni: essere ricoverato in ospedale per Covid ed uscirne con un conto da quasi 1,2 milioni di dollari (sì, avete capito bene, circa 1.066.000 euro). È successo ad uno dei primi pazienti Covid degli Stati Uniti, quello ricoverato più a lungo a Seattle, 62 giorni nella clinica Swedish Issaquah, e si è avvicinato così tanto alla morte che un’infermiera gli ha tenuto un telefono all’orecchio mentre sua moglie e i suoi figli gli davano l’addio. Si chiama Michael Flor, ha 70 anni – racconta il Seattle Times – e dopo la dimissione il 2 maggio si sta riprendendo nella sua casa a West Seattle. Lo hanno soprannominato il “bambino miracolo” perché è come se fosse nato una seconda volta in quell’ospedale, lo stesso dove era venuto alla luce. Ma ora potrebbe essere definito il “bambino da un milione di dollari”. Quando l’ospedale gli ha mandato il conto della sua odissea sanitaria, racconta, gli è quasi preso un infarto. Una dettagliata parcella di 181 pagine per un totale di 1.222.501 dollari. Flor ha un’assicurazione e dovrà pagare solo una parte del salatissimo conto o, più probabilmente, non dovrà pagare nulla grazie a una speciale normativa varata per i pazienti Covid. Il costo di ogni giornata in terapia intensiva in isolamento è di 9.736 dollari per un totale, considerati i 42 giorni di degenza in rianimazione, di 408.912 dollari. Il paziente 70enne è stato sottoposto a ventilazione meccanica per 29 giorni per un costo complessivo di 82.215 dollari, cioè 2.835 dollari al giorno. Per i due giorni in cui gli organi interni erano quasi collassati e i medici hanno fatto l’impossibile per salvarlo la parcella ammonta a 100.000 dollari. Più tutto il resto: farmaci, riabilitazione, terapie varie. «Mi sento colpevole di essere sopravvissuto», è stato il suo sconsolato commento. La morale evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”: per i nostri connazionali in vista di un lavoro all’estero, l’assicurazione sanitaria inclusa nel contratto come priorità. Pena non potersi permettere cure ospedaliere. È un aspetto sul quale noi italiani dovremmo riflettere, quando ci lamentiamo del sistema sanitario italiano.

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Stati Uniti d’Europa. Ue, Coronavirus ed economia: serve un decisore

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 marzo 2020

In attesa che il Coronavirus si diffonda in Europa, i ministri delle Finanze comunitari stanno monitorando la situazione, la BCE sta monitorando la situazione e il G7 sta monitorando la situazione.Qualche esponente governativo europeo ritiene che il virus si fermi alla frontiera. Non è così, ovviamente, ma sembra difficile accettare che 27 sistemi sanitari diversi, cioè quanti sono i Paesi aderenti all’Ue, si muovano all’unisono. La realtà dimostra il contrario, ci vorrebbe, cioè, una politica sanitaria comune e un ministro della Salute europeo.Ci vorrebbero, cioè, gli Stati Uniti d’Europa, ma non ci sono.Il Coronavirus rappresenta “un rischio senza precedenti” per l’economia mondiale, dichiara l’OCSE.Per affrontare la situazione occorrerebbe una politica europea omogenea di interventi strutturali e di politica fiscale, e strumenti di stabilizzazione in grado di affrontare le conseguenze occupazionali e produttive, insomma, serve un ministro dell’Economia europeo.
Ci vorrebbero, cioè, gli Stati Uniti d’Europa, ma non ci sono.La situazione che sta attraversando il nostro Paese dovrebbe essere un monito per coloro che ancora credono all’Italexit: vedete cosa succede a essere isolati? Siete convinti che muoversi da soli sia conveniente? Siete persuasi che affrontare una “guerra” da soli sia l’arma vincente?La risposta non dovrebbe essere difficile. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Dagli Stati Uniti appello a Bergamo: spiegateci il vostro modello contro il Covid-19

Posted by fidest press agency su domenica, 8 marzo 2020

La Comunità scientifica internazionale guarda con attenzione a come l’Italia stia affrontando l’emergenza Covid-19. Così alcuni colleghi statunitensi dell’Harvard Surgical Leadership Class del 2019, attraverso il professor Angelo Nascimbene dell’Università di Houston, hanno chiesto e ottenuto di organizzare per questa sera un webinar per capire come prepararsi, attraverso l’esperienza del Papa Giovanni, che ha da sempre numerose e positive relazioni internazionali. A fare da portavoce sul modello organizzativo dell’ospedale bergamasco Stefano Fagiuoli, a casa con qualche linea di febbre ma sempre collegato con i colleghi impegnati sul campo, e l’urologo Richard Naspro, membro della Masterclass di Harvard.
Prosegue intanto senza sosta l’attività dell’ASST Papa Giovanni XXIII per fronteggiare l’emergenza coronavirus, come spiega il direttore generale Maria Beatrice Stasi. “Oggi ho autorizzato, dopo la riunione giornaliera on l’Unità di crisi a cui partecipo in conferenza, il cambio di destinazione di altri numerosi posti letto. Il meccanismo che consente di riservare aree di ricovero ai pazienti con il Coronavirus ormai è ben collaudato, tuttavia anche il Papa Giovanni deve confrontarsi con la criticità dei posti in Terapia Intensiva e subintensiva. Voglio ringraziare tutti gli operatori che con grande impegno e rapidità stanno cercando di dare le risposte più adeguate possibili ai pazienti. Il direttore sanitario Fabio Pezzoli, la direzione strategica, la direzione medica e delle professioni sanitarie e sociali stanno svolgendo da giorni un lavoro straordinario: siamo arrivati a formare oltre 600 operatori sull’impiego di dispositivi che abitualmente non utilizzano. Medici e infermieri, tecnici, chi si occupa del personale o del centralino, tutti stanno dando il massimo”.
Uno sforzo che ha suscitato la grande vicinanza dei bergamaschi: “Per rispondere a tutte le sollecitazioni abbiamo aperto un IBAN per le donazioni (IT75Z0569611100000008001X73 – Codice Swift: PosoIT22, ndr) dove è possibile indicare come causale Donazione Covid-19, che useremo come integrazione per far fronte alle spese legate all’emergenza”. Privati e ristoratori hanno consegnato dolci e pizze per il Personale del Pronto Soccorso, ma per motivi di sicurezza invitiamo a non consegnare generi di alcun tipo in ospedale. “Arrivano tante offerte d’aiuto dal territorio, siamo commossi da tanta vicinanza ma non dobbiamo dimenticare che il miglior aiuto che potete darci, per non vanificare gli enormi sforzi che stiamo facendo, è attenervi responsabilmente alle regole di comportamento che vengono richiamate da tutti gli infettivologi e gli esperti: stare a casa il più possibile, proteggere gli anziani, ridurre i contatti il più possibile, lavarsi spesso le mani per rallentare il contagio e fermare il virus insieme”.
Lo stesso direttore generale del Papa Giovanni è in isolamento a casa da domenica scorsa, il tampone positivo ha confermato in settimana che le precauzioni adottate erano necessarie, ma sta bene e anche lei resta sempre “connessa” con l’ospedale e la Regione.

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Stati Uniti d’Europa, Governo e Coronavirus. Whatever it takes

Posted by fidest press agency su domenica, 1 marzo 2020

“Whatever it takes”. E’ la celebre frase pronunciata da Mario Draghi, nel 2012, quando era governatore della Banca Centrale Europea (BCE). Davanti ad una platea di investitori, Draghi affermò: “Ho un messaggio chiaro da darvi: nell’ambito del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Fu avviato un programma di acquisto del debito dei Paesi in difficoltà e la speculazione finanziaria si fermò.Oggi, con l’epidemia da Coronavirus in corso, occorrerebbe un “Whatever it takes” e dovrebbero affermarla i governi nazionali che siedono nel Consiglio Europeo, il centro decisionale dell’Unione europea, ma la Commissione europea ha stanziato solo 230 milioni di euro per aiutare la lotta contro la diffusione del Coronavirus.Gli Usa hanno stanziato 7,7 miliardi di euro per affrontare l’emergenza da Coronavirus.Insomma, 230 milioni europei a fronte di 7,7 miliardi americani.Purtroppo, non c’è l’equivalente di un Draghi che siede nella cabina di comando europea. Purtroppo, non ci sono gli Stati Uniti d’Europa.Il nostro Paese non è da meno: vediamo il premier Conte partecipare alle riunioni vestito con la maglietta della Protezione Civile, quasi ci fosse stato un terremoto, dopo aver bloccato i voli della “infetta” Cina, e il governatore della Lombardia, Fontana, mettersi la mascherina.Tutti segnali che generano panico, ai quali cerca di porre rimedio il ministro Di Maio con un elogio alla nostra comunità scientifica, dimenticando di essere latore di un movimento che ha sostenuto per anni “l’uno vale uno” e che l’infezione degli ulivi da Xylella era una truffa.Non ci siamo. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Stati Uniti d’Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 22 febbraio 2020

Questa politica, per la nostra presidente, può essere riassunta con l’espressione “sovranità tecnologica”, le capacità dell’Europa per compiere le scelte sulla base dei propri valori e nel rispetto delle proprie regole. L’uso del termine “sovranità” è per noi inappropriato, ché la terminologia ha una sua importanza per spiegare le proprie intenzioni, soprattutto a livello politico. Dove anche le virgole e le enfasi sono produttrici di impegno o meno. E parlare di “sovranità” in un mondo dove ciò che conta è il mercato globale e i valori globali, forse per intenderci sarebbe stato meglio parlare di “specificità” e “qualità” europea. Noi lo intendiamo così, non vorremmo sbagliarci e magari ritrovarci, dopo le continue battaglie per scongiurare qualunque tipo di “sovranismo nazionale”, a dover contrastare un “sovranismo europeo”. Che, oltre l’aspetto politico, ci pare perdente, anche da un punto di vista tecnologico ed economico.
– Dice la nostra presidente: “Non vogliamo nuove normative, ma salvaguardie pratiche, responsabilità e la possibilità di intervento umano in caso di pericolo o controversie”. Così come accaduto, per esempio, in ambito alimentare e automobilistico, faremo altrettanto nella “nuova economia agile basata sui dati”.Oggi viviamo nel mondo dell’algoritmo. Anche se in Europa non lo stiamo ancora sperimentando (come in Usa) per l’applicazione della giustizia, l’uso dell’algoritmo (e spesso anche la logica dell’algoritmo) è notevolmente diffuso. L’algoritmo può essere applicato al caso singolo con il “modo della correlazione”, sostituendosi al “modo logico”. “Correlazione”, cioé, visto il numero di casi simili, anche il tuo è considerato nello stesso modo in cui sono stati trattati gli altri; per esempio: le tue caratteristiche (anche etniche e di genere) sono tali per cui, se la maggior parte dei casi risultano dannosi al mio interesse, in questa dannosità ci rientri anche tu. “Logico”, invece, significa che ogni caso viene trattato a sé; l’algoritmo viene usato solo per raggruppare e confrontare velocemente i casi simili (invece di ore ed ore di ricerca in archivio), che poi servono per meglio capire cosa accade ed è accaduto, ma il giudizio finale spetta all’elaborazione di un cervello umano.Il “modo logico” sembra ciò che auspica la presidente von der Leyen. Noi crediamo che questo auspicio si debba, anche duramente, confrontare, per molto limitarlo se non debellarlo, col “modo della correlazione”, oggi molto diffuso. Noi siamo oggi attori di un’economia dei servizi (si pensi a banche, telecomunicazioni, energia, pubblica amministrazione e altro) in cui chi offre fa strage del “modo logico”, anche sconfinando nella parte penale dei nostri codici. E siccome la nostra presidente ha posto al centro del suo programma la soddisfazione e il governo dei cittadini (tutti utenti e consumatori), ci aspettiamo azioni conseguenziali. Le politiche verso l’industria sono determinanti, ma solo nella misura in cui queste industrie agiscano creando opportunità e ricchezze che rispondano al “modo logico” e non esclusivamente al “modo della correlazione”. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Alessandro Aresu: Le potenze del capitalismo politico Stati Uniti e Cina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 febbraio 2020

Uscita prevista: 5 marzo. Il conflitto politico fra Stati Uniti e Cina è solo apparentemente lontano: un testo indispensabile per comprenderne a fondo i risvolti tecnologici e legali di questa guerra fredda e le conseguenze nell’economia mondiale.“La difesa è molto più importante della ricchezza”. Adam Smith segna così i confini dell’economia politica, nel momento della sua nascita. Anche oggi la sconfinatezza del mercato ha il suo limite nella sicurezza nazionale, dominio arcano dei grandi contendenti dell’arena globale, gli Stati Uniti e la Cina. Le due potenze del capitalismo politico fondono l’ambito economico e quello politico, attraverso le decisioni del Partito Comunista Cinese e degli apparati di difesa e sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Pechino e Washington vivono un acceso conflitto di geodiritto: una guerra giuridica e tecnologica combattuta attraverso sanzioni, uso politico delle istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri.

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Studenti italiani selezionati per lavorare negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 febbraio 2020

Milano. Studenti universitari di tutta Italia hanno ottenuto un’offerta lavorativa da prestigiosi datori di lavoro che, il 18 gennaio scorso, dagli Stati Uniti hanno raggiunto Milano per selezionare giovani intraprendenti e motivati da inserire nel loro staff durante l’estate 2020.
Le selezioni sono state un enorme successo e quasi 100 candidati sono tornati a casa con un’offerta di lavoro in mano, assicurandosi così la possibilità di lavorare durante i 3 mesi estivi negli Stati Uniti, grazie al Programma Summer Work Travel USA.Lo sponsor americano ASSE International/Aspire Worldwide e i datori di lavoro provenienti da California, Maryland e Wyoming hanno incontrato gli studenti iscritti al programma Summer Work Travel dell’associazione Mondo Insieme e “si sono rivelati entusiasti del livello di preparazione e di motivazione mostrati dai candidati: giovani studenti pieni di iniziativa, in molti casi alla loro prima esperienza di lavoro o di vita all’estero, ma pronti a mettersi in gioco per dare una svolta internazionale al loro futuro” – riferisce Elena Bergonzoni, responsabile del Programma.I candidati provengono dai percorsi di studio più vari: Economia, Giurisprudenza, Scienze Naturali, Comunicazione, Marketing, Lingue, Ingegneria e altri ancora; tantissime sono le posizioni offerte nel settore turistico, ancora di più saranno le opportunità di crescita garantite.Le motivazioni che spingono gli studenti a partire, sfruttando al meglio il periodo estivo per immergersi nella cultura americana, sono molteplici: “per mettermi in gioco e uscire dalla mia zona di comfort”, “per migliorare il mio inglese”, “per dare un tocco in più al mio percorso universitario”, “per mettermi alla prova in un contesto lavorativo internazionale” – sono solo alcune di esse, così come raccontano i protagonisti stessi, intervistati a conclusione del colloquio di selezione.Gli studenti selezionati partiranno intorno alla metà di giugno per vivere la loro avventura oltreoceano, supportati costantemente da Mondo Insieme, organizzazione italiana specializzata da oltre 30 anni in scambi culturali e programmi di studio e lavoro all’estero. Per tutti coloro che non hanno fatto in tempo a presentarsi ai primi colloqui, le selezioni proseguono via Skype fino ad esaurimento delle posizioni lavorative disponibili, che verranno assegnate in ordine di iscrizione.Maggiori dettagli, requisiti di partecipazione e modalità di iscrizione sono reperibili su http://www.mondoinsieme.it, contattando Mondo Insieme allo 051 236890

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Commercio estero: Unc, male con Stati Uniti

Posted by fidest press agency su sabato, 25 gennaio 2020

“Se il commercio estero extra Ue va bene, ed il 2019 si chiude con una crescita dell’export del 3,8%, preoccupa, in prospettiva, il peggioramento del saldo commerciale con gli Stati Uniti registrato a dicembre. Mentre nel 2019 le esportazioni superavano le importazioni per 2.356 mln, nel dicembre 2018 il saldo era stato di 2.510 mln. Si è registrata una perdita, quindi, in un solo mese, di 154 milioni, -6,1%” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando i dati del commercio estero extra Ue resi noti oggi dall’Istat.”Per ora i dazi non hanno avuto ripercussioni nel complesso del 2019, dato che il saldo dello scorso anno con gli Stati Uniti supera quello del 2018 di ben 2139 mln, con un rialzo dell’8%. Ma il problema è cosa succederà nel 2020, a fronte di un possibile inasprimento della sanzioni decise da Trump” conclude Dona.

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Stati Uniti d’Europa. Trump vuole che l’Italia esca dall’Ue. Non conviene

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 novembre 2019

Ci ha provato prima con il Regno Unito e, pochi giorni fa, anche con l’Italia. E’ il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha dichiarato: “L’Italia è un altro Paese che starebbe molto meglio senza la Ue”, promettendo vantaggi commerciali. I dati smentiscono il presidente Trump. Vediamo:
Valore delle esportazioni italiane nel Mondo: 462 miliardi.
Valore delle esportazioni italiane verso la Ue: 260 miliardi.
Valore delle esportazioni italiane verso gli USA: 42 miliardi.
Quindi, le esportazioni italiane verso gli Usa rappresentano solo il 9% delle nostre esportazioni nel Mondo, mentre le esportazioni italiane verso la Ue ne rappresentano ben il 56%. La principale voce delle esportazioni italiane sono i macchinari, siamo, cioè, un Paese “metalmeccanico”. E’ di tutta evidenza che all’Italia conviene rimanere nella Ue.Fuori dalla Ue, l’Italia si troverebbe il muro dei dazi alzati dai Paesi europei, il cui valore sarebbe complessivamente superiore a quelli posti dagli Usa.Fuori dalla Ue, l’Italia si troverebbe schiacciata tra due colossi economici: quello americano e quello cinese, che rappresentano rispettivamente il 24% e il 16% del prodotto interno lordo mondiale. L’Italia con il suo 2,4% del Pil mondiale farebbe la fine del vaso di coccio tra quelli di ferro: una catastrofe per i cittadini italiani.Ricordiamo che il Pil complessivo della Ue è del 21%, secondo agli Usa e prima della Cina, e che, solo muovendoci come Ue, possiamo confrontarci con questi due giganti economici.Eppure, prima delle elezioni nazionali, Lega e M5s volevano uscire dalla Ue. Ora il M5s ci ha ripensato, la Lega, invece, ondeggia tra dichiarazioni favorevoli alla Ue la mattina, e quelle contrarie la sera. Sempre a caccia di voti.E’ necessario, quindi, proseguire nella integrazione europea, per arrivare alla stessa politica estera, fiscale e militare. Insomma, occorrono gli Stati Uniti d’Europa. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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“Stati Uniti e Medio Oriente, una situazione in evoluzione”

Posted by fidest press agency su domenica, 3 novembre 2019

Roma, mercoledì 6 novembre, alle ore 18.30, nella sede della John Cabot University, in via della Lungara 233, Trastevere. Si parlerà di Stati Uniti e Medio Oriente – dalla Turchia al Kurdistan, da Israele allo Yemen, dall’Arabia Saudita all’Iran – e di come gli scenari che si prospettano potranno avere influenza sulle elezioni presidenziali americane del prossimo anno. “The US and the Middle East, an evolving situation”, questo il titolo del dibattito organizzato dalla John Cabot University (JCU) – il maggior ateneo Usa d’Italia – a cura dell’Istituto Guarini per gli Affari Pubblici. Interverranno Lucio Martino, esperto di relazioni transatlantiche e problemi strategici; Viviana Mazza, che segue gli Usa e il Medio Oriente per la redazione esteri del Corriere della Sera; Farian Sabahi, docente di politica e religione, studiosa di Iran; Pratishtha Singh, autrice e attivista per i diritti delle donne indiane.Saranno presenti Franco Pavoncello, presidente della John Cabot University, e Federigo Argentieri, direttore dell’Istituto Guarini per gli Affari Pubblici. Modererà i lavori la giornalista Rai Helen Romana Viola.

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Stati Uniti d’Europa, Bolzano e giochi senza frontiere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 ottobre 2019

“Giochi senza frontiere” è lo spettacolo a cui ci ha invitato l’amministrazione della Provincia di Bolzano con la sua decisione di cancellare dai suoi documenti la dizione “Alto Adige”, lasciando solo quella di Sud Tirolo (in tedesco, ovviamente: Südtirol). Comprensibili (dal loro punto di vista) le reazioni di alcune destre italiane, così come comprensibile la reazione del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia, che ha ricordato la Costituzione, etc etc.. Così come comprensibili le reazioni di quelli che hanno ricordato che lo statuto di autonomia di quella Provincia (leggi: vantaggi economici) che rende un orpello la loro Regione, ha un costo di italianità anche nel lessico. Sembra che gli amministratori bolzanini ci stiano ripensando… vedremo come andrà a finire.
A questo punto, visto che le azioni di riflesso fanno parte del genere umano, ci aspettiamo le iniziative della Valle d’Aosta e, perché no, i paesini calabresi in cui si parla albanese… ammesso che vogliano unirsi all’Albania… e poi, spostandosi oltre gli attuali confini, non dimentichiamo Nizza e l’Istria. Se valdostani e albanesi di Calabria non ci avessero pensato, glielo consigliamo: sai quanto scrivere e parlare ne verrà fuori… e, gira gira, qualche vantaggio ne trarranno. Ci sarebbero anche i sardi e – forse, visto che storicamente hanno molto meno manifestato intenzioni indipendentiste – anche i siciliani… ma quelle di queste isole ci sembrano storie molto diverse rispetto ai miasmi causati dalle decisioni dell’amministrazione di Bolzano.
Fatti e notizie del genere sono importanti perché servono a farci ricordare la nostra natura di Nazione Italia: un controsenso con alcune forzature geografiche, conseguenze di questa o quell’altra guerra dei secoli passati. Certamente i corsi storici hanno tempi molto più lunghi delle nostre vite individuali, e se cento o duecento anni (grossomodo il periodo in cui queste unioni o separazioni territoriali più o meno forzate di cui parliamo hanno avuto luogo) per noi viventi e scriventi ci sembrano eterni visto che ci transitano alcune generazioni, per quella che diventerà materia di studio storico dei nostri prossimi nipoti, è “robuccia”.
Ma è bene tener presente che c’è stato un evento storico che ha marcato e sta marcando tutto un lungo periodo non tanto lontano in cui italici, francesi, tedeschi, etc si scannavano tra di loro per un pezzo di terra e magari poi facevano pace scambiandosi qualche principessa tra figlioli: è l’Unione Europea. Un continente (con ancora alcune defaillance… ma la Svizzera…) che fino a pochi decenni fa aveva regni e popoli che si ammazzavano gli uni con gli altri, e che oggi, dopo l’Unione è tra le prime potenze economiche del Pianeta. Appunto: economiche. Ché per essere anche una potenza politica, al momento si batte ancora il passo. Ed è forse questo uno dei motivi che spinge gli amministratori di Bolzano ad indire questa sorta di “giochi senza frontiere”.
Noi futurologi ci immaginiamo una Federazione tipo “Stati Uniti d’Europa”, dove sortite come quella bolzanina verrebbero trattate come in California si fa per gli indipendentisti che vorrebbero quello Stato fuori della Nazione Usa. E altrettanto per quelli del Texas… e forse ce ne siamo persi qualcun altro. C’è un nome a tutto questo: cultura e folklore. Due manifestazioni del genere umano che hanno ogni legittimità di esistere, manifestarsi e, perché no, provare anche a diventare istituzione… non possiamo dimenticare quando, sempre in America del Nord, gli indipendentisti del Québec fecero un referendum per abbandonare il Canada… perso clamorosamente, per fortuna anche di quegli indipendentisti…
La nostra “futurologia” per ora batte il passo. Basti pensare alle vicende della Catalogna della penisola iberica, dove è notizia di questi giorni che si continuano a mettere in galera gli indipendentisti e che questi ultimi non si danno pace nonostante le batoste democratiche che hanno collezionato.
E quindi non ci stupiamo più di tanto per quanto accade “al di sopra del fiume Adige” o “a sud della regione austriaca del Tirolo”. Ci stupisce, ma non ci rassegniamo, continuando ad alimentare il desiderio che il tutto possa essere ben presto relegato a cultura e folklore. Sperando che un domani se, per esempio, alcuni operatori di marketing genovesi volessero far risorgere la serenissima repubblica, non dovrebbero sottostare alle minacce di anticostituzionalità del ministro italiano degli Affari Regionali, ma solo lanciare una nuova versione di giochi senza frontiere. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Stati Uniti d’Europa: Ora più uniti che mai

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

E’ tutto un guardarsi l’ombelico, a farsi i fatti propri e non guardare oltre. Viene in mente Francesco Guicciardini (1483-1540), letterato e storico fiorentino, per il quale si deve “badare alla realtà delle cose, senza spingere lo sguardo al futuro troppo remoto”; già, ma così non avremmo avuto Galileo Galilei. Una realtà delle cose è quella che si sta svolgendo nel Medio Oriente che coinvolge Turchia, Usa, Siria, Russia e la popolazione curda. La cronaca è quella che leggiamo o ascoltiamo dai media.Pensiamo a noi, direbbe qualcuno ma, se vogliamo, è proprio pensando a noi che dovremmo pensare a loro, cioè alla realtà che si è determinata, perché se non ce ne occupiamo, sarà la realtà a occuparsi di noi.Non serve scandalizzarsi, servono decisioni politiche che solo una Europa unita può assumere: i singoli Paesi hanno scarsa incisività. Occorre una Europa che esprima una politica estera comune, che abbia un esercito comune, cioè occorrono gli Stati Uniti d’Europa. Ora più che mai, prima che l’incendio divampi. (Primo Mastrantoni, presidente Aduc)

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Una possibile escalation globale della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 luglio 2019

Potrebbe costare al commercio mondiale, da qui alla fine del 2020, circa 1.500 miliardi di dollari per mancati scambi commerciali. La cifra corrisponde all’azzeramento del valore dell’export dell’Italia per circa tre anni.Dopo un decennio di costanti miglioramenti, il clima di incertezza che caratterizza il commercio mondiale potrebbe far aumentare i livelli d’insolvenza a livello mondiale oltre il 2% già ipotizzato. A trainare quest’impennata a livello aggregato sarà quasi esclusivamente l’Europa occidentale (+2%).Si ridisegnano al contempo le direttrici export dei principali partner commerciali del gigante orientale, vale a dire Giappone, Taiwan, Vietnam e Sud Corea, che hanno già visto un significativo decremento dell’export verso la Cina, in alcuni casi a livelli pari al 20% dell’export verso il mercato cinese. È il caso del Vietnam che ha registrato un incremento delle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, aiutato dal costo del lavoro competitivo e dai settori orientati all’export, in particolare il tessile.“Le politiche rimangono ancora incerte e le relazioni commerciali restano tese, di conseguenza le insolvenze sono in rialzo. Le nostre previsioni – commenta Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius – mostrano un rallentamento della crescita del commercio mondiale quest’anno con una leggera ripresa nel 2020, ma con aumento dei fallimenti aziendali del 2% nel corso del 2019”.
“In questo contesto difficile per il commercio mondiale, il principale rischio per le imprese è che diventino più vulnerabili, soprattutto nell’indebitamento finanziario. Per questo motivo – aggiunge Massimo Mancini, Country Manager Italia di Atradius, è importante che le aziende fornitrici una valutazione accurata della solvibilità dei loro clienti, soprattutto di quelli all’esportazione. Ciò avvalendosi delle informazioni creditizie più aggiornate, per evitare che gravi problemi di cassa possano danneggiare la loro attività. Le informazioni, e le valutazioni previsionali della solvibilità della clientela rappresentano il valore aggiunto della assicurazione dei crediti commerciali, che costituisce oggi lo strumento più efficace a difesa del credito di fornitura”.

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“Guerra commerciale è nuova Guerra Fredda, divisione in tre blocchi”

Posted by fidest press agency su domenica, 16 giugno 2019

Stati Uniti e Cina sono invischiati in un’esplicita guerra commerciale, a cui sottostà una guerra fredda sui temi tecnologici. Gli investitori nei mercati finanziari hanno le idee chiare sulle implicazioni di breve periodo, e questo agevola le scelte per quanto riguardo questa finestra temporale. Al contrario, le conseguenze di lungo periodo sono meno ovvie e l’impatto duraturo sulla catena del valore e sui processi decisionali è sottovalutato. La conclusione inevitabile da trarre è che il mondo stia inesorabilmente andando incontro ad un lungo periodo di divergenza economica e politica, che ha alcune somiglianze con la Guerra Fredda del passato, ma per certi versi è più invasivo e pericoloso per gli investitori.L’effetto collaterale di tutto ciò sarà la divisione del mondo in tre aree, con un ritorno diffuso ad un maggior interventismo da parte dei governi.
Storicamente, le guerre commerciali durano un solo round. Entrambe le parti infatti ad un certo punto arrivano a capire che si stanno danneggiando, e che continuare le ostilità vorrebbe dire solo aumentare il costo finale. Se la guerra commerciale continuerà con questa intensità potrebbe trascinare nella disputa altri attori, i quali a loro volta potrebbero reagire ai dazi imposti a loro danno. Questa escalation probabilmente porterà ad un ritorno generalizzato di un maggior interventismo statale, in quanto gli elettori lo esigeranno dai loro rispettivi governi. I paesi che vengono da una lunga tradizione di interventismo statale si adatteranno più rapidamente, e nell’immediato saranno avvantaggiati. Quelli che invece non lo faranno rischieranno di mettere un’ipoteca sulla propria crescita futura e sulla solidità delle proprie istituzioni.
Il gruppo guidato dalla Cina: composto per lo più dai paesi coinvolti nel progetto della Nuova Via della Seta e da quelli che hanno firmato il RCEP, il trattato commerciale sponsorizzato dalla Cina che coinvolge la maggior parte dei paesi asiatici e del Pacifico occidentale. Questo gruppo di paesi godrà di volumi e valori di scambi crescenti, allo stesso tempo diventando sempre più allineato alla sfera geopolitica di Pechino. Al suo completamento, il RCEP avrà dimensioni e ampiezza impressionanti. Riguarda infatti 3,5 miliardi di persone e il 33,3% del Pil mondiale, il tutto seguendo le regole del WTO.
I resti del vecchio ordine mondiale: ne farebbero parte Giappone, l’UE e alcuni paesi del sud-est asiatico e del Pacifico, in virtù dell’Accordo di partenariato economico UE-Giappone e del Partenariato Trasn-Pacifico (CPTPP). L’accordo tra Europa e Giappone, tra l’altro, mette in condizione di grave svantaggio il Regno Unito dopo la Brexit. L’accordo coinvolge complessivamente 638 milioni di consumatori, il 28% dell’economia mondiale e oltre un terzo degli scambi globali. Il CPTPP conta a sua volta oltre 753 milioni di consumatori, il 15% dell’economia mondiale e mette a sua volta in una situazione di svantaggio i paesi non membri rispetto a quelli membri; le aziende americane in questi mercati sono infatti ora in condizione di svantaggio nei confronti dei loro concorrenti canadesi, messicani, giapponesi e australiani. Allo stesso modo le aziende thailandesi, coreane e con sede a Taiwan saranno in difficoltà nei confronti dei concorrenti malesi, vietnamiti e giapponesi.
Il gruppo USA: costituito dagli Stati Uniti, la cui economia è relativamente meno dipendente dal commercio, e da un numero ridotto di paesi non allineati che con il passare del tempo diventeranno meno rilevanti come partner commerciali, a causa dell’erodersi della loro abilità di competere sul piano tecnologico. Il Regno Unito è candidato a rientrare in questo gruppo di paesi qualora si verificasse una “Hard Brexit”, che comporterebbe la perdita dei benefici dati dalla cooperazione con l’UE sulla ricerca tecnologica, senza che la Gran Bretagna possa da sola tenere il passo con gli USA in questo campo.
Logicamente, una guerra commerciale prolungata rischia di intensificarsi e coinvolgere altri paesi, portando ad un trincerarsi su posizioni distanti e a ulteriori barriere commerciali diverse dai dazi. UBS ha pubblicato recentemente un report sull’impatto sulla crescita economica, l’inflazione e i mercati finanziari, secondo cui la crescita del Pil mondiale potrebbe diminuire dell’1%, con i maggiori effetti soprattutto sugli USA (-2,45%) e la Cina (-2,3%). I tassi di interesse saranno colpiti più delle valute, e tutti i mercati azionari potrebbero arrivare a perdere circa il 20%. L’Australian Productivity Commission, a sua volta, ha pubblicato un report in cui afferma che se tutti i paesi alzassero i dazi del 15%, il Pil globale scenderebbe del 2,9% .
Per un po’, sembra lecito aspettarsi che i paesi più sviluppati continuino a ricercare accordi commerciali multilaterali, come il Partenariato Trans-Pacifico, la RCEP e gli accordi UE-Giappone. Questo dovrebbe, in teoria, portare il volume degli scambi “extra-USA” a crescere a sufficienza da fornire un cuscinetto rispetto a potenziali barriere commerciali poste dagli USA. Potrebbe funzionare, ma solo fino a quando ogni paese non sarà costretto a scegliere con quale campo schierarsi.

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Strage in ufficio negli Stati Uniti: funzionario ammazza 13 persone e viene ucciso

Posted by fidest press agency su sabato, 1 giugno 2019

Un ingegnere, pubblico funzionario del dipartimento dei lavori pubblici a Virginia Beach, negli Stati Uniti, ha commesso una strage aprendo il fuoco contro i colleghi di lavoro all’interno di un ufficio municipale. L’uomo ha ucciso in tutto 13 persone prima di essere colpito a morte dalla polizia. Altre cinque persone sono rimaste ferite, alcune in grave modo. Erano da poco passate le 16 (le 22 in Italia), quando il 40enne, ha fatto irruzione armato all’interno dell’edificio, che ospita anche il commissariato della polizia, per poi colpire in modo casuale su diversi piani. Nella sparatoria è stato colpito anche un poliziotto ma a salvarlo è stato il giubbotto antiproiettile, ha precisato il capo della polizia. Sul luogo della sparatoria sono stati trovati una pistola semi automatica e un fucile. Le armi sarebbero state acquistate legalmente, secondo le prime informazioni. Negli Stati Uniti ci sono più armi che persone. Secondo le ultime statistiche sono 357 milioni le armi in possesso di civili contro i 317 milioni di popolazione totale. Si tratta di una stima basata su una combinazione di dati del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives e del Congresso. La cifra di 357 milioni, però, non tiene inoltre conto delle armi entrate illegalmente oppure di quelle distrutte o andate perse. Sta di fatto poi, che l’industria delle armi ha comunque raddoppiato la sua produzione, passando da 5 milioni e 600mila a quasi 11 milioni. Purtroppo, osserva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, l’allarme e il dibattito sulle regole per l’accesso alle armi da fuoco negli Stati Uniti si riaccende ogni volta che una nuova strage di massa fa notizia. Questa è la terza in un mese: si tratta della terza sparatoria mortale avvenuta negli Stati Uniti nell’ultimo mese dopo quella alla University of North Carolina (2 vittime) del 30 aprile scorso e quella del liceo Stem School Highlands Ranch in Colorado (1 vittima) del 7 maggio.

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Oggi si vota per gli Stati Uniti d’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 26 maggio 2019

Tutto iniziò a Roma, in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori. Era il 25 marzo 1957 e 6 Paesi, Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo, firmarono il Trattato che istituì la Comunità Economica Europea.
L’insieme dei Trattati, in seguito sottoscritti, portò alla nascita dell’Unione europea, che oggi comprende 28 Paesi.L’Unione europea garantisce la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali all’interno del suo territorio attraverso un mercato europeo comune e la cittadinanza dell’Unione europea, promuove la pace, i valori e il benessere dei suoi popoli, lotta contro l’esclusione sociale e la discriminazione, favorisce il progresso scientifico e tecnologico e mira alla stabilità politica, alla crescita economica e alla coesione sociale e territoriale tra gli Stati membri.
L’inno ufficiale dell’Unione europea, è costituito da un brano del movimento finale della Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven, chiamato Inno alla Gioia.
Così l’Europa, uscita da una devastante guerra, ha garantito 74 anni di pace e, pur rappresentando solo il 7% della popolazione mondiale, produce il 25% della ricchezza mondiale e spende il 50% delle sue risorse nel welfare, cioè in sanità, assistenza e pensioni. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Stati Uniti d’Europa. La lettera di Emmanuel Macron agli europei: l’anatra zoppa?

Posted by fidest press agency su sabato, 9 marzo 2019

Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha inviato una lettera agli europei per comunicare loro le sue idee in prospettiva delle prossime elezioni europee di maggio (1). Rievocazione della realtà storica di un continente dilaniato dalla storia e oggi unito e solidale. La difesa della libertà (agenzia di controllo dei metodi democratici di formazione del consenso, rimessa in discussione di Schengen). La protezione del Continente (“.. e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come come fanno i nostri concorrenti americani e cinesi.”). La beffa della Brexit. Ritrovare lo spirito di progresso, etc….
Ovviamente da leggere e rileggere con attenzione.
Ma noi, che siamo quelli dei granelli di polvere negli occhi, dopo averlo letto e riletto siamo rimasti un po’ perplessi e ci siamo posti una domanda: di quale Europa sta parlando il nostro Macron? Quella in un fortino dove ci sono delle dinamiche e dei conflitti dentro le mura? L’Europa che ha levato i ponti levatoi, sicura del fossato intorno ad essa, e comunque d’amore e d’accordo con quei biricchini di Oltremanica? L’Europa dove si possono fermare solo i nati e i cittadini europei? L’Europa dove ogni Paese, con le proprie sovranità, continua a sbrogliarsi i fatti propri come fossero beghe di quartiere o di città o di provincia, ché poi al disegno strategico essenziale e plasmante ci pensa il cervello (al centro, al sud, al nord, a est, dovunque esso possa essere), che lui strategicamente incarna? Caro presidente Macron, ma gli immigrati e i migranti, dove sono in questa Europa? Quale funzione svolgono, visto anche che le politiche verso di loro possono far cambiare i governi come dal giorno alla notte, e magari questi governi (noi italiani ne siamo testimoni) poi si pongono come baluardi, roccaforti di violazioni di diritti umani (gli stessi che genericamente, lei Macron, dice che sono uno dei nostri elementi distintivi) e di non secondari scombussolamenti di politiche non solo nazionali? Questi soggetti non ci sono. Come non ci sono le politiche verso di loro… a parte un generico “pensiamo all’Africa e lavoriamo con loro” che da buon francese sarebbe strano non lo avesse inserito in un suo discorso. Noi, europei a cui si è rivolto, siamo basiti! Certo il suo discorso non è male, tanti passaggi sono condivisibili perché ipotizzano il perfezionamento di quanto già avviato… anche se restiamo perplessi di fronte alle restrizione di Schengen e il suo appello alla diffusione del “nostro” modello di libertà e circolazione… certo, non siamo statisti come lei, ma restiamo lo stesso perplessi.
Le racconto, rispondendo al fatto che lei mi ha indirizzato questa lettera e quindi mi sento legittimato e motivato nel fare altrettanto, una sensazione strana di disagio che ho avuto un paio di anni fa quando sono andato a visitare Tokyo: mi sembrava di essere in un fortino, per strada era rarissimo incontrare persone disagiate, i caucasici erano rari (ovvio) ma neri ed arabi praticamente inesistenti, nella gigantesca moltitudine di quel popolo mi sentivo a disagio. E infatti, dopo che ho preso il volo per tornare a casa, cambiando aereo a Parigi, mi sono incrociato con centinaia di passeggeri non-orientali e non caucasici, essenzialmente donne e uomini africani che coi loro profumi, il loro interloquire, il loro abbigliamento, i loro modi, mescolati a quelli di migliaia di orientali e caucasici, mi hanno fatto svanire il disagio e mi hanno fatto sentire a casa. Una sensazione fisica, e culturale, dovuta anche al fatto che anche lì dove sono nato e vivo, l’Italia, la promiscuità multirazziale e multiculturale (nonostante le urla dell’attuale governo) sono quotidianità. Le dico questo perché, mentre leggevo e rileggevo la sua lettera, ho provato lo stesso disagio di quando ho visitato Tokyo. Non vorrei ritrovarmi, in questa Europa che lei prospetta, a sperare di riprovare le sensazioni del mio volo di transito a Parigi. So che non è così. In Francia, poi… neanche la Le Pen ci porterebbe a tanto.
Discorso lungo, articolato e pieno di pensieri, osservazioni, riflessioni quello su un’Europa che, come sembra lei voglia comunicarci, rimane al palo per le politiche sull’immigrazione. Le vogliamo ignorare? Suvvia, presidente Macron, noi potremmo anche ignorarle, ma loro non ignoreranno mai noi. Il suo messaggio sembra un’anatra zoppa. Cos’è che non torma? (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Viaggiare sicuri. Nuove disposizioni sul bagaglio a mano per chi vola negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 giugno 2018

Tempo d’estate, mentre fervono i preparativi per le vacanze di molti italiani che stanno già preparando le valigie, nuove disposizioni sugli oggetti proibiti in aereo li complicano. Si tratta delle nuove disposizioni della Transport Security Administration americana (TSA) sui bagagli a mano, che va a colpire una categoria di prodotti che, finora, avevate forse sempre reputato innocui: quelli in polvere. Le nuove regole, in vigore da sabato 30 giugno, si applicano solo ai voli diretti verso gli Stati Uniti, dall’Italia o da un altro Paese del Vecchio Continente.. A essere banditi saranno i contenitori con prodotti in polvere più grandi di 350 ml, che dovranno tassativamente andare nel bagaglio in stiva. Per gli amanti della palestra potrebbe trattarsi di proteine, per chi va a visitare dei parenti oltre oceano del sacchetto di “farina bona”. I cosmetici, invece, non dovrebbero causare problemi, a meno di non portare con sé un barattolo di terra per il viso con all’interno una scorta per un anno. A seconda del prodotto, si può dire che i grammi riportati sulla confezione (g) corrispondono sommariamente al volume in millilitri (ml), ma questa indicazione molto generale non vale sempre. Se si è diretti verso gli Stati Uniti, il consiglio è di imbarcare i prodotti in polvere nel bagaglio in stiva, così da evitare eventuali ritardi ai controlli. Esclusi da queste limitazioni, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, sono i medicamenti, gli alimenti in polvere per bambini e le urne contenenti ceneri funerarie. Come per i liquidi, continuerà inoltre a essere possibile portare sull’aereo i prodotti in polvere e i granulati acquistati al duty free dell’aeroporto.

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Food Made in Italy negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

Secondo le stime di Coldiretti, ammontano a 4 miliardi i consumi di prodotti alimentari di origine italiana negli Usa, con un aumento del 6% nel 2017. Attualmente gli Stati Uniti sono al terzo posto tra i principali acquirenti di alimenti Made in Italy, dopo Germania e Francia. Gli USA sono dunque un enorme bacino di possibilità per l’export delle aziende food italiane, ma quali sono gli elementi da tenere in considerazione per esportare negli Stati Uniti? DHL Global Forwarding propone un vademecum con le informazioni più importanti da considerare.
Dal 12 dicembre 2013 tutte le aziende, anche straniere, che producono, trattano, confezionano e detengono alimenti destinati al consumo da parte di persone o animali negli USA devono registrarsi presso la Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia governativa degli Stati Uniti incaricata di emanare le norme che regolano la vendita dei prodotti alimentari sul territorio americano, e notificare ogni spedizione effettuata negli Stati Uniti, per ottenere il cosiddetto “numero FDA”. Il mancato rispetto di tali regole può portare a conseguenze pesanti, tra cui l’interdizione per l’azienda di esportare prodotti negli Stati Uniti: si viene inseriti nella cosiddetta Black List.La notifica anticipata (Importer Security Filing – ISF) di ogni spedizione di prodotti alimentari destinati al mercato USA deve essere effettuata all’FDA tramite mezzo elettronico o via telefono, non prima di 5 giorni dall’arrivo della merce e almeno 24 ore prima che parta dall’Italia. La notifica deve contenere il codice completo FDA del prodotto; il nome comune o di mercato; il marchio o nome commerciale; la quantità descritta dalla confezione più piccola al container più grande; i codici di lotto o altri elementi di identificazione. Se la notifica non viene accettata, la spedizione rimane ferma al porto d’arrivo.
Le recenti norme introdotte dal Food Safety Modernization Act (FSMA) prevedono nuovi obblighi per le imprese che esportano negli Stati Uniti e rafforzano i controlli sugli alimenti da parte della FDA. Da settembre 2016, per commercializzare prodotti alimentari trasformati nel mercato statunitense, tutte le aziende registrate alla FDA (attualmente circa 10.300 operatori italiani), dovranno adeguarsi alle novità legislative nel caso in cui esportino in USA, che obbligano tutti gli operatori del settore alimentare che producono prodotti destinati al mercato statunitense ad adottare un sistema di gestione della sicurezza alimentare rispondente a Preventive controls e Standards for produce safety. I Preventive Controls for Human Food prevedono che l’azienda adotti un sistema di procedure di controllo preventivo, basate sull’analisi del rischio, H.A.R.P.C. – Hazard Analisys and Risk Based Preventive Controls – che dovranno andare ad integrare il Piano H.A.C.C.P. Per gestire queste procedure l’azienda dovrà formare un Preventive Controls Qualified Individual (PCQI) tramite un corso di 3 giorni tenuto da un Lead Instructor qualificato dalla FSPCA (Food Safety Preventive Controls Alliance). Ad ogni attestato corrisponderà un codice identificativo del PCQI, tale figura può essere anche un consulente esterno qualificato designato dall’ azienda, il cosiddetto “FDA Agent”.

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La FDA degli Stati Uniti approva benznidazole di Chemo Group

Posted by fidest press agency su martedì, 5 settembre 2017

WASHINGTON./PRNewswire/ Riguarda il trattamento dei bambini affetti dalla malattia di Chages. la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha accettato la Richiesta di autorizzazione di un nuovo farmaco (NDA) presentata da Chemo Research per benznidazole. Si tratta del primo farmaco che l’FDA abbia mai approvato per il trattamento della malattia di Chagas.
Il benznidazole è un farmaco essenziale per la malattia di Chagas, una pericolosa parassitosi che secondo le stimewashington colpisce da 6 a 8 milioni di persone nel mondo. Negli Stati Uniti, si stima che in circa 300.000 convivano con la malattia di Chagas. Precedentemente il farmaco era disponibile attraverso i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, ma non era stato approvato dall’FDA.
Con l’approvazione del benznidazole, l’FDA ha concesso a Chemo Research un buono per il processo di revisione prioritaria (PRV) per malattie tropicali trascurate. Secondo i termini della collaborazione tra Chemo, Mundo Sano e DNDi, una parte sostanziale dei profitti derivati dalla futura vendita del PRV sarà investita nel potenziamento dell’accesso al trattamento da parte dei pazienti affetti dalla malattia di Chagas e al miglioramento della salute dei pazienti di altre aree patologiche.”Pochissime persone affette dalla malattia di Chagas hanno acceso alle cure a livello globale, e negli Stati Uniti si contano sulle dita delle mani”, racconta Bernard Pécoul, Executive Director di DNDi. “Speriamo che la registrazione presso l’FDA spingerà anche i Paesi endemici dell’America Latina a intraprendere lo stesso percorso. In definitiva, crediamo che questo contribuirà a trasformare la dinamica dell’accesso alle cure in tutte le Americhe.”
Guardando al futuro, Chemo Group continuerà a lavorare in collaborazione con Exeltis, Mundo Sano e Drugs for Neglected Diseases initiative (DNDi) per superare gli ostacoli nel trattamento della malattia di Chagas. Exeltis sarà responsabile della distribuzione del prodotto sul mercato statunitense. Parallelamente, Mundo Sano e DNDi profonderanno ogni sforzo per potenziare l’accesso alle cure e sensibilizzare i pazienti.

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