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Una possibile escalation globale della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 luglio 2019

Potrebbe costare al commercio mondiale, da qui alla fine del 2020, circa 1.500 miliardi di dollari per mancati scambi commerciali. La cifra corrisponde all’azzeramento del valore dell’export dell’Italia per circa tre anni.Dopo un decennio di costanti miglioramenti, il clima di incertezza che caratterizza il commercio mondiale potrebbe far aumentare i livelli d’insolvenza a livello mondiale oltre il 2% già ipotizzato. A trainare quest’impennata a livello aggregato sarà quasi esclusivamente l’Europa occidentale (+2%).Si ridisegnano al contempo le direttrici export dei principali partner commerciali del gigante orientale, vale a dire Giappone, Taiwan, Vietnam e Sud Corea, che hanno già visto un significativo decremento dell’export verso la Cina, in alcuni casi a livelli pari al 20% dell’export verso il mercato cinese. È il caso del Vietnam che ha registrato un incremento delle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, aiutato dal costo del lavoro competitivo e dai settori orientati all’export, in particolare il tessile.“Le politiche rimangono ancora incerte e le relazioni commerciali restano tese, di conseguenza le insolvenze sono in rialzo. Le nostre previsioni – commenta Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius – mostrano un rallentamento della crescita del commercio mondiale quest’anno con una leggera ripresa nel 2020, ma con aumento dei fallimenti aziendali del 2% nel corso del 2019”.
“In questo contesto difficile per il commercio mondiale, il principale rischio per le imprese è che diventino più vulnerabili, soprattutto nell’indebitamento finanziario. Per questo motivo – aggiunge Massimo Mancini, Country Manager Italia di Atradius, è importante che le aziende fornitrici una valutazione accurata della solvibilità dei loro clienti, soprattutto di quelli all’esportazione. Ciò avvalendosi delle informazioni creditizie più aggiornate, per evitare che gravi problemi di cassa possano danneggiare la loro attività. Le informazioni, e le valutazioni previsionali della solvibilità della clientela rappresentano il valore aggiunto della assicurazione dei crediti commerciali, che costituisce oggi lo strumento più efficace a difesa del credito di fornitura”.

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“Guerra commerciale è nuova Guerra Fredda, divisione in tre blocchi”

Posted by fidest press agency su domenica, 16 giugno 2019

Stati Uniti e Cina sono invischiati in un’esplicita guerra commerciale, a cui sottostà una guerra fredda sui temi tecnologici. Gli investitori nei mercati finanziari hanno le idee chiare sulle implicazioni di breve periodo, e questo agevola le scelte per quanto riguardo questa finestra temporale. Al contrario, le conseguenze di lungo periodo sono meno ovvie e l’impatto duraturo sulla catena del valore e sui processi decisionali è sottovalutato. La conclusione inevitabile da trarre è che il mondo stia inesorabilmente andando incontro ad un lungo periodo di divergenza economica e politica, che ha alcune somiglianze con la Guerra Fredda del passato, ma per certi versi è più invasivo e pericoloso per gli investitori.L’effetto collaterale di tutto ciò sarà la divisione del mondo in tre aree, con un ritorno diffuso ad un maggior interventismo da parte dei governi.
Storicamente, le guerre commerciali durano un solo round. Entrambe le parti infatti ad un certo punto arrivano a capire che si stanno danneggiando, e che continuare le ostilità vorrebbe dire solo aumentare il costo finale. Se la guerra commerciale continuerà con questa intensità potrebbe trascinare nella disputa altri attori, i quali a loro volta potrebbero reagire ai dazi imposti a loro danno. Questa escalation probabilmente porterà ad un ritorno generalizzato di un maggior interventismo statale, in quanto gli elettori lo esigeranno dai loro rispettivi governi. I paesi che vengono da una lunga tradizione di interventismo statale si adatteranno più rapidamente, e nell’immediato saranno avvantaggiati. Quelli che invece non lo faranno rischieranno di mettere un’ipoteca sulla propria crescita futura e sulla solidità delle proprie istituzioni.
Il gruppo guidato dalla Cina: composto per lo più dai paesi coinvolti nel progetto della Nuova Via della Seta e da quelli che hanno firmato il RCEP, il trattato commerciale sponsorizzato dalla Cina che coinvolge la maggior parte dei paesi asiatici e del Pacifico occidentale. Questo gruppo di paesi godrà di volumi e valori di scambi crescenti, allo stesso tempo diventando sempre più allineato alla sfera geopolitica di Pechino. Al suo completamento, il RCEP avrà dimensioni e ampiezza impressionanti. Riguarda infatti 3,5 miliardi di persone e il 33,3% del Pil mondiale, il tutto seguendo le regole del WTO.
I resti del vecchio ordine mondiale: ne farebbero parte Giappone, l’UE e alcuni paesi del sud-est asiatico e del Pacifico, in virtù dell’Accordo di partenariato economico UE-Giappone e del Partenariato Trasn-Pacifico (CPTPP). L’accordo tra Europa e Giappone, tra l’altro, mette in condizione di grave svantaggio il Regno Unito dopo la Brexit. L’accordo coinvolge complessivamente 638 milioni di consumatori, il 28% dell’economia mondiale e oltre un terzo degli scambi globali. Il CPTPP conta a sua volta oltre 753 milioni di consumatori, il 15% dell’economia mondiale e mette a sua volta in una situazione di svantaggio i paesi non membri rispetto a quelli membri; le aziende americane in questi mercati sono infatti ora in condizione di svantaggio nei confronti dei loro concorrenti canadesi, messicani, giapponesi e australiani. Allo stesso modo le aziende thailandesi, coreane e con sede a Taiwan saranno in difficoltà nei confronti dei concorrenti malesi, vietnamiti e giapponesi.
Il gruppo USA: costituito dagli Stati Uniti, la cui economia è relativamente meno dipendente dal commercio, e da un numero ridotto di paesi non allineati che con il passare del tempo diventeranno meno rilevanti come partner commerciali, a causa dell’erodersi della loro abilità di competere sul piano tecnologico. Il Regno Unito è candidato a rientrare in questo gruppo di paesi qualora si verificasse una “Hard Brexit”, che comporterebbe la perdita dei benefici dati dalla cooperazione con l’UE sulla ricerca tecnologica, senza che la Gran Bretagna possa da sola tenere il passo con gli USA in questo campo.
Logicamente, una guerra commerciale prolungata rischia di intensificarsi e coinvolgere altri paesi, portando ad un trincerarsi su posizioni distanti e a ulteriori barriere commerciali diverse dai dazi. UBS ha pubblicato recentemente un report sull’impatto sulla crescita economica, l’inflazione e i mercati finanziari, secondo cui la crescita del Pil mondiale potrebbe diminuire dell’1%, con i maggiori effetti soprattutto sugli USA (-2,45%) e la Cina (-2,3%). I tassi di interesse saranno colpiti più delle valute, e tutti i mercati azionari potrebbero arrivare a perdere circa il 20%. L’Australian Productivity Commission, a sua volta, ha pubblicato un report in cui afferma che se tutti i paesi alzassero i dazi del 15%, il Pil globale scenderebbe del 2,9% .
Per un po’, sembra lecito aspettarsi che i paesi più sviluppati continuino a ricercare accordi commerciali multilaterali, come il Partenariato Trans-Pacifico, la RCEP e gli accordi UE-Giappone. Questo dovrebbe, in teoria, portare il volume degli scambi “extra-USA” a crescere a sufficienza da fornire un cuscinetto rispetto a potenziali barriere commerciali poste dagli USA. Potrebbe funzionare, ma solo fino a quando ogni paese non sarà costretto a scegliere con quale campo schierarsi.

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Strage in ufficio negli Stati Uniti: funzionario ammazza 13 persone e viene ucciso

Posted by fidest press agency su sabato, 1 giugno 2019

Un ingegnere, pubblico funzionario del dipartimento dei lavori pubblici a Virginia Beach, negli Stati Uniti, ha commesso una strage aprendo il fuoco contro i colleghi di lavoro all’interno di un ufficio municipale. L’uomo ha ucciso in tutto 13 persone prima di essere colpito a morte dalla polizia. Altre cinque persone sono rimaste ferite, alcune in grave modo. Erano da poco passate le 16 (le 22 in Italia), quando il 40enne, ha fatto irruzione armato all’interno dell’edificio, che ospita anche il commissariato della polizia, per poi colpire in modo casuale su diversi piani. Nella sparatoria è stato colpito anche un poliziotto ma a salvarlo è stato il giubbotto antiproiettile, ha precisato il capo della polizia. Sul luogo della sparatoria sono stati trovati una pistola semi automatica e un fucile. Le armi sarebbero state acquistate legalmente, secondo le prime informazioni. Negli Stati Uniti ci sono più armi che persone. Secondo le ultime statistiche sono 357 milioni le armi in possesso di civili contro i 317 milioni di popolazione totale. Si tratta di una stima basata su una combinazione di dati del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives e del Congresso. La cifra di 357 milioni, però, non tiene inoltre conto delle armi entrate illegalmente oppure di quelle distrutte o andate perse. Sta di fatto poi, che l’industria delle armi ha comunque raddoppiato la sua produzione, passando da 5 milioni e 600mila a quasi 11 milioni. Purtroppo, osserva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, l’allarme e il dibattito sulle regole per l’accesso alle armi da fuoco negli Stati Uniti si riaccende ogni volta che una nuova strage di massa fa notizia. Questa è la terza in un mese: si tratta della terza sparatoria mortale avvenuta negli Stati Uniti nell’ultimo mese dopo quella alla University of North Carolina (2 vittime) del 30 aprile scorso e quella del liceo Stem School Highlands Ranch in Colorado (1 vittima) del 7 maggio.

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Oggi si vota per gli Stati Uniti d’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 26 Mag 2019

Tutto iniziò a Roma, in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori. Era il 25 marzo 1957 e 6 Paesi, Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo, firmarono il Trattato che istituì la Comunità Economica Europea.
L’insieme dei Trattati, in seguito sottoscritti, portò alla nascita dell’Unione europea, che oggi comprende 28 Paesi.L’Unione europea garantisce la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali all’interno del suo territorio attraverso un mercato europeo comune e la cittadinanza dell’Unione europea, promuove la pace, i valori e il benessere dei suoi popoli, lotta contro l’esclusione sociale e la discriminazione, favorisce il progresso scientifico e tecnologico e mira alla stabilità politica, alla crescita economica e alla coesione sociale e territoriale tra gli Stati membri.
L’inno ufficiale dell’Unione europea, è costituito da un brano del movimento finale della Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven, chiamato Inno alla Gioia.
Così l’Europa, uscita da una devastante guerra, ha garantito 74 anni di pace e, pur rappresentando solo il 7% della popolazione mondiale, produce il 25% della ricchezza mondiale e spende il 50% delle sue risorse nel welfare, cioè in sanità, assistenza e pensioni. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Stati Uniti d’Europa. La lettera di Emmanuel Macron agli europei: l’anatra zoppa?

Posted by fidest press agency su sabato, 9 marzo 2019

Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha inviato una lettera agli europei per comunicare loro le sue idee in prospettiva delle prossime elezioni europee di maggio (1). Rievocazione della realtà storica di un continente dilaniato dalla storia e oggi unito e solidale. La difesa della libertà (agenzia di controllo dei metodi democratici di formazione del consenso, rimessa in discussione di Schengen). La protezione del Continente (“.. e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come come fanno i nostri concorrenti americani e cinesi.”). La beffa della Brexit. Ritrovare lo spirito di progresso, etc….
Ovviamente da leggere e rileggere con attenzione.
Ma noi, che siamo quelli dei granelli di polvere negli occhi, dopo averlo letto e riletto siamo rimasti un po’ perplessi e ci siamo posti una domanda: di quale Europa sta parlando il nostro Macron? Quella in un fortino dove ci sono delle dinamiche e dei conflitti dentro le mura? L’Europa che ha levato i ponti levatoi, sicura del fossato intorno ad essa, e comunque d’amore e d’accordo con quei biricchini di Oltremanica? L’Europa dove si possono fermare solo i nati e i cittadini europei? L’Europa dove ogni Paese, con le proprie sovranità, continua a sbrogliarsi i fatti propri come fossero beghe di quartiere o di città o di provincia, ché poi al disegno strategico essenziale e plasmante ci pensa il cervello (al centro, al sud, al nord, a est, dovunque esso possa essere), che lui strategicamente incarna? Caro presidente Macron, ma gli immigrati e i migranti, dove sono in questa Europa? Quale funzione svolgono, visto anche che le politiche verso di loro possono far cambiare i governi come dal giorno alla notte, e magari questi governi (noi italiani ne siamo testimoni) poi si pongono come baluardi, roccaforti di violazioni di diritti umani (gli stessi che genericamente, lei Macron, dice che sono uno dei nostri elementi distintivi) e di non secondari scombussolamenti di politiche non solo nazionali? Questi soggetti non ci sono. Come non ci sono le politiche verso di loro… a parte un generico “pensiamo all’Africa e lavoriamo con loro” che da buon francese sarebbe strano non lo avesse inserito in un suo discorso. Noi, europei a cui si è rivolto, siamo basiti! Certo il suo discorso non è male, tanti passaggi sono condivisibili perché ipotizzano il perfezionamento di quanto già avviato… anche se restiamo perplessi di fronte alle restrizione di Schengen e il suo appello alla diffusione del “nostro” modello di libertà e circolazione… certo, non siamo statisti come lei, ma restiamo lo stesso perplessi.
Le racconto, rispondendo al fatto che lei mi ha indirizzato questa lettera e quindi mi sento legittimato e motivato nel fare altrettanto, una sensazione strana di disagio che ho avuto un paio di anni fa quando sono andato a visitare Tokyo: mi sembrava di essere in un fortino, per strada era rarissimo incontrare persone disagiate, i caucasici erano rari (ovvio) ma neri ed arabi praticamente inesistenti, nella gigantesca moltitudine di quel popolo mi sentivo a disagio. E infatti, dopo che ho preso il volo per tornare a casa, cambiando aereo a Parigi, mi sono incrociato con centinaia di passeggeri non-orientali e non caucasici, essenzialmente donne e uomini africani che coi loro profumi, il loro interloquire, il loro abbigliamento, i loro modi, mescolati a quelli di migliaia di orientali e caucasici, mi hanno fatto svanire il disagio e mi hanno fatto sentire a casa. Una sensazione fisica, e culturale, dovuta anche al fatto che anche lì dove sono nato e vivo, l’Italia, la promiscuità multirazziale e multiculturale (nonostante le urla dell’attuale governo) sono quotidianità. Le dico questo perché, mentre leggevo e rileggevo la sua lettera, ho provato lo stesso disagio di quando ho visitato Tokyo. Non vorrei ritrovarmi, in questa Europa che lei prospetta, a sperare di riprovare le sensazioni del mio volo di transito a Parigi. So che non è così. In Francia, poi… neanche la Le Pen ci porterebbe a tanto.
Discorso lungo, articolato e pieno di pensieri, osservazioni, riflessioni quello su un’Europa che, come sembra lei voglia comunicarci, rimane al palo per le politiche sull’immigrazione. Le vogliamo ignorare? Suvvia, presidente Macron, noi potremmo anche ignorarle, ma loro non ignoreranno mai noi. Il suo messaggio sembra un’anatra zoppa. Cos’è che non torma? (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Viaggiare sicuri. Nuove disposizioni sul bagaglio a mano per chi vola negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 giugno 2018

Tempo d’estate, mentre fervono i preparativi per le vacanze di molti italiani che stanno già preparando le valigie, nuove disposizioni sugli oggetti proibiti in aereo li complicano. Si tratta delle nuove disposizioni della Transport Security Administration americana (TSA) sui bagagli a mano, che va a colpire una categoria di prodotti che, finora, avevate forse sempre reputato innocui: quelli in polvere. Le nuove regole, in vigore da sabato 30 giugno, si applicano solo ai voli diretti verso gli Stati Uniti, dall’Italia o da un altro Paese del Vecchio Continente.. A essere banditi saranno i contenitori con prodotti in polvere più grandi di 350 ml, che dovranno tassativamente andare nel bagaglio in stiva. Per gli amanti della palestra potrebbe trattarsi di proteine, per chi va a visitare dei parenti oltre oceano del sacchetto di “farina bona”. I cosmetici, invece, non dovrebbero causare problemi, a meno di non portare con sé un barattolo di terra per il viso con all’interno una scorta per un anno. A seconda del prodotto, si può dire che i grammi riportati sulla confezione (g) corrispondono sommariamente al volume in millilitri (ml), ma questa indicazione molto generale non vale sempre. Se si è diretti verso gli Stati Uniti, il consiglio è di imbarcare i prodotti in polvere nel bagaglio in stiva, così da evitare eventuali ritardi ai controlli. Esclusi da queste limitazioni, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, sono i medicamenti, gli alimenti in polvere per bambini e le urne contenenti ceneri funerarie. Come per i liquidi, continuerà inoltre a essere possibile portare sull’aereo i prodotti in polvere e i granulati acquistati al duty free dell’aeroporto.

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Food Made in Italy negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 Mag 2018

Secondo le stime di Coldiretti, ammontano a 4 miliardi i consumi di prodotti alimentari di origine italiana negli Usa, con un aumento del 6% nel 2017. Attualmente gli Stati Uniti sono al terzo posto tra i principali acquirenti di alimenti Made in Italy, dopo Germania e Francia. Gli USA sono dunque un enorme bacino di possibilità per l’export delle aziende food italiane, ma quali sono gli elementi da tenere in considerazione per esportare negli Stati Uniti? DHL Global Forwarding propone un vademecum con le informazioni più importanti da considerare.
Dal 12 dicembre 2013 tutte le aziende, anche straniere, che producono, trattano, confezionano e detengono alimenti destinati al consumo da parte di persone o animali negli USA devono registrarsi presso la Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia governativa degli Stati Uniti incaricata di emanare le norme che regolano la vendita dei prodotti alimentari sul territorio americano, e notificare ogni spedizione effettuata negli Stati Uniti, per ottenere il cosiddetto “numero FDA”. Il mancato rispetto di tali regole può portare a conseguenze pesanti, tra cui l’interdizione per l’azienda di esportare prodotti negli Stati Uniti: si viene inseriti nella cosiddetta Black List.La notifica anticipata (Importer Security Filing – ISF) di ogni spedizione di prodotti alimentari destinati al mercato USA deve essere effettuata all’FDA tramite mezzo elettronico o via telefono, non prima di 5 giorni dall’arrivo della merce e almeno 24 ore prima che parta dall’Italia. La notifica deve contenere il codice completo FDA del prodotto; il nome comune o di mercato; il marchio o nome commerciale; la quantità descritta dalla confezione più piccola al container più grande; i codici di lotto o altri elementi di identificazione. Se la notifica non viene accettata, la spedizione rimane ferma al porto d’arrivo.
Le recenti norme introdotte dal Food Safety Modernization Act (FSMA) prevedono nuovi obblighi per le imprese che esportano negli Stati Uniti e rafforzano i controlli sugli alimenti da parte della FDA. Da settembre 2016, per commercializzare prodotti alimentari trasformati nel mercato statunitense, tutte le aziende registrate alla FDA (attualmente circa 10.300 operatori italiani), dovranno adeguarsi alle novità legislative nel caso in cui esportino in USA, che obbligano tutti gli operatori del settore alimentare che producono prodotti destinati al mercato statunitense ad adottare un sistema di gestione della sicurezza alimentare rispondente a Preventive controls e Standards for produce safety. I Preventive Controls for Human Food prevedono che l’azienda adotti un sistema di procedure di controllo preventivo, basate sull’analisi del rischio, H.A.R.P.C. – Hazard Analisys and Risk Based Preventive Controls – che dovranno andare ad integrare il Piano H.A.C.C.P. Per gestire queste procedure l’azienda dovrà formare un Preventive Controls Qualified Individual (PCQI) tramite un corso di 3 giorni tenuto da un Lead Instructor qualificato dalla FSPCA (Food Safety Preventive Controls Alliance). Ad ogni attestato corrisponderà un codice identificativo del PCQI, tale figura può essere anche un consulente esterno qualificato designato dall’ azienda, il cosiddetto “FDA Agent”.

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La FDA degli Stati Uniti approva benznidazole di Chemo Group

Posted by fidest press agency su martedì, 5 settembre 2017

WASHINGTON./PRNewswire/ Riguarda il trattamento dei bambini affetti dalla malattia di Chages. la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha accettato la Richiesta di autorizzazione di un nuovo farmaco (NDA) presentata da Chemo Research per benznidazole. Si tratta del primo farmaco che l’FDA abbia mai approvato per il trattamento della malattia di Chagas.
Il benznidazole è un farmaco essenziale per la malattia di Chagas, una pericolosa parassitosi che secondo le stimewashington colpisce da 6 a 8 milioni di persone nel mondo. Negli Stati Uniti, si stima che in circa 300.000 convivano con la malattia di Chagas. Precedentemente il farmaco era disponibile attraverso i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, ma non era stato approvato dall’FDA.
Con l’approvazione del benznidazole, l’FDA ha concesso a Chemo Research un buono per il processo di revisione prioritaria (PRV) per malattie tropicali trascurate. Secondo i termini della collaborazione tra Chemo, Mundo Sano e DNDi, una parte sostanziale dei profitti derivati dalla futura vendita del PRV sarà investita nel potenziamento dell’accesso al trattamento da parte dei pazienti affetti dalla malattia di Chagas e al miglioramento della salute dei pazienti di altre aree patologiche.”Pochissime persone affette dalla malattia di Chagas hanno acceso alle cure a livello globale, e negli Stati Uniti si contano sulle dita delle mani”, racconta Bernard Pécoul, Executive Director di DNDi. “Speriamo che la registrazione presso l’FDA spingerà anche i Paesi endemici dell’America Latina a intraprendere lo stesso percorso. In definitiva, crediamo che questo contribuirà a trasformare la dinamica dell’accesso alle cure in tutte le Americhe.”
Guardando al futuro, Chemo Group continuerà a lavorare in collaborazione con Exeltis, Mundo Sano e Drugs for Neglected Diseases initiative (DNDi) per superare gli ostacoli nel trattamento della malattia di Chagas. Exeltis sarà responsabile della distribuzione del prodotto sul mercato statunitense. Parallelamente, Mundo Sano e DNDi profonderanno ogni sforzo per potenziare l’accesso alle cure e sensibilizzare i pazienti.

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Sea Shepherd chiede agli Stati Uniti di verificare le affermazioni in materia di sostenibilità della flotta per la pesca ai gamberi

Posted by fidest press agency su sabato, 3 giugno 2017

Sea Shepherd Global ha presentato formalmente istanza al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti affinché siano condotte verifiche circa le aree di pesca “sostenibile” di gamberi in Nigeria. Il programma, noto come processo di certificazione “Sezione 609”, richiede che anche le nazioni che importano gamberi neglSea Shepherdi Stati Uniti muniscano le proprie navi di dispositivi per l’esclusione delle tartarughe (TED Acronimo della locuzione inglese “turtle excluder devices”). I TED sono grate poste sulle bocche delle reti a strascico usate per pescare i gamberi. Esse fanno sì che le tartarughe e altri animali marini non siano intrappolati nella rete. Dato che gli Stati Uniti sono la principale nazione importatrice di gamberi a livello mondiale, il programma Sezione 609 è uno strumento di importanza cruciale per la protezione delle tartarughe marine (e di altri animali marini) in tutto il mondo.Quale rilevante importatore di gamberi negli USA, la Nigeria gode di benefici economici grazie alla certificazione favorevole relativa alla Seazione 609, di cui è in possesso. Sea Shepherd Global ha individuato prove di attività illegali di pesca ai gamberi da parte di un’imbarcazione battente bandiera nigeriana e questo mette in serio dubbio tale certificazioni. Ormai da molti mesi Sea Shepherd Global sta conducendo Operazione Sola Stella, una campagna condotta in collaborazione con il Ministero liberiano della Difesa e tesa a contrastare la pesca illegale in Liberia, Stato nelle cui acque impera il bracconaggio. L’obiettivo della campagna è di migliorare la capacità della Liberia di applicare le leggi fornendo a questa nazione una nave di Sea Shepherd (la M/Y Bob Barker) con a bordo una squadra di membri della Guardia Costiera liberiana.
Il 13 marzo 2017, alcuni ufficiali liberiani che agivano nell’ambito di Operazione Sola Stella hanno arrestato e trattenuto la Star Shrimper XXV in acque liberiane per sospetta pesca illegale. L’imbarcazione è stata sorpresa mentre pescava gamberi usando reti a strascico prive di TED in acque in cui è nota la presenza di tartarughe liuto. La Star Shrimper XXV fa parte di un’enorme flotta composta da 70 navi nigeriane per la pesca ai gamberi. Proprietaria della flotta è la Atlantic Shrimpers Limited (“Atlantic Shrimpers”). Questa azienda si fa orgogliosamente pubblicità parlando delle proprie presunte pratiche “sostenibili”, tra cui la capacità di vendere gamberi agli Stati Uniti in virtù della certificazione Sezione 609 della Nigeria.Sea Shepherd Global nutre forti sospetti circa il fatto che le attività illegali della Star Shrimper XXV in materia di pesca ai gamberi non siano un episodio isolato, in particolare considerando le dimensioni della flotta. Per persuadere il Dipartimento di Stato degli USA ad aprire un’indagine formale, Sea Shepherd Global ha fornito informazioni dettagliate e prove riguardanti le attività illegali perpetrate dalla Star Shrimper XXV. Nell’istanza presentata, Sea Shepherd Global esorta le autorità statunitensi a “considerare questo incidente come un grave segnale d’allarme che mette in discussione tutta la flotta [dell’Atlantic Shrimpers]”. (Traduzione di Sea Shepherd Italia)

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Americana: Per una storia del romanzo degli Stati Uniti di oggi

Posted by fidest press agency su martedì, 4 aprile 2017

Roma Martedì 4 Aprile 2017, ore 9:00 Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere. Sala Ignazio Ambrogio Via del Valco di San Paolo 19 Chi sono oggi gli autori statunitensi più rappresentativi? Che ne è stato dell’eredità della grande triade modernista Fitzgerald-Hemingway-Faulkner? E dell’eredità Raymond Carver o di David Foster Wallace? Che direzioni indicano gli ultimi due premi Nobel assegnati agli USA, a Toni Morrison e a Bob Dylan? In quali territori si addentra oggi la scrittura letteraria? Dove si sta dirigendo il romanzo e dove l’industria editoriale? Mattia Carratello e Sara Antonelli ne parlano con Luca Briasco, autore di Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea. Luca Briasco, editor di narrativa straniera per minimum fax, è stato direttore editoriale di Fanucci ed editor di narrativa e saggistica straniere per Einaudi Stile libero. Collabora da più di dieci anni con Alias, il supplemento di il manifesto, e più recentemente a Il Venerdì di Repubblica. Tra le sue pubblicazioni, Retoriche del conflitto. Identità, amore e guerra in A Farewell to Arms (2001) e La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (2011), curato con Mattia Carratello. Ha tradotto quasi 50 tra romanzi e racconti, tra gli altri, di James Ballard, Jim Thompson, Ed. McBain, Richard Powers, Paul Harding, Edward St. Aubyn. Le ultime due traduzioni, Una vita come tante di Hanya Yanagihara e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, premio Pulitzer 2016, sono state particolarmente apprezzate da recensori e critici. Mattia Carratello è editor presso Sellerio di narrativa italiana e straniera. Ha curato la collana Bloom di Neri Pozza, è stato direttore editoriale di Fanucci ed editor di narrativa straniera per Einaudi Stile libero. Insieme a Stefano Ratchev ha scritto le colonne sonore di diversi film, tra cui Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio, Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni, Un giorno speciale di Francesca Comencini, Tommaso di Kim Rossi Stuart e la serie televisiva I delitti del BarLume di Sky Cinema.

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L’impatto di Trump sul futuro degli affari negli Stati Uniti

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 febbraio 2017

trumpLe politiche proposte dal presidente Donald Trump avranno implicazioni significative per diversi settori e per l’intera economia globale. Mentre molte delle politiche proposte sul commercio, l’ambiente e la sanità potrebbero richiedere tempo per essere attuate, la spesa per le infrastrutture e la difesa darà slancio a breve termine all’economia degli Stati Uniti.Se ampiamente distribuito, sostenendo così i progetti sia pubblici che privati, l’aumento della spesa creerà opportunità per aggiornamenti tecnologici sicuri e intelligenti sia nell’ambito delle infrastrutture sia della difesa, spianando la strada alla prossima generazione di servizi legati a viaggi, trasporti, banda larga e utility. Tuttavia, c’è mancanza di chiarezza riguardo ai modi in cui la spesa, insieme ai tagli fiscali, influenzerà la crescita economica a medio termine, specialmente se le riforme commerciali proposte da Trump porteranno alla contrazione economica.
“L’autodeterminazione avrà un ruolo sempre più importante nella cultura americana nei prossimi quattro anni e i cittadini, le aziende, le città e gli stati si adatteranno allo spostamento delle responsabilità dal governo federale”, afferma Jillian Walker, Senior Consultant per il gruppo Visionary Innovation di Frost & Sullivan. “Le decisioni relative al reddito, agli investimenti e ai finanziamenti diventeranno ancora più specifiche, personalizzate e consequenziali, e ci sarà una maggiore necessità di guidare i consumatori.”Ci sarà anche una maggiore attenzione alle tecnologie di automazione nel settore manifatturiero, in cui i produttori troveranno un equilibrio tra il controllo dei costi e l’espansione delle operazioni americane. I settori che trarranno il maggior beneficio dalla deregolamentazione proposta sono l’energia e i servizi finanziari. “In termini di consumatori, prevediamo che i modelli di erogazione connessi per l’istruzione, la sanità e i servizi finanziari guadagneranno terreno, soddisfacendo la maggiore domanda dei consumatori per una più ampia gamma di alternative convenienti, a prezzi accessibili e on-demand”, osserva Walker.Il commercio, in particolare, è avvolto in una nube di incertezza, portando le aziende a rivalutare le proprie catene di approvvigionamento e strategie di investimento a lungo termine. Le aziende si stanno inoltre adattando all’utilizzo di Trump dei social media e attueranno sempre più strategie proattive che enfatizzano il proprio impegno verso l’America.“In termini di politica estera, Trump ha iniziato la sua amministrazione con un atteggiamento molto più amichevole verso la Russia e c’è una forte possibilità che gli Stati Uniti rimuoveranno le sanzioni verso tale paese”, osserva Walker. “Le relazioni degli Stati Uniti con il Messico e la Cina saranno tese nei primi mesi della presidenza Trump. È evidente che il Messico subirà il colpo più duro, poiché i produttori americani stanno già riconsiderando l’espansione degli investimenti di capitale in tale paese.” Complessivamente, il progetto economico di Trump, il suo approccio al commercio e il suo riallineamento alle potenze globali potrebbero stimolare un boom nel breve periodo, ma potrebbero anche portare a una contrazione economica nel medio periodo se gli approcci pianificati non daranno i risultati previsti. (fonte: Frost & Sullivan)

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I deputati europei condannano con forza il divieto di ingresso negli Stati Uniti nel dibattito con Federica Mogherini

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 febbraio 2017

Bruxelles Parlamento europeo. I leader dei gruppi politici hanno reagito mercoledì all’ordine esecutivo del Presidente Donald Trump che vieta ai cittadini di sette Paesi di entrare in territorio statunitense. La maggior parte dei deputati ha definito le restrizioni d’ingresso come arbitrarie e in spregio dei valori fondamentali delle democrazie occidentali, come la libertà, la non discriminazione e la solidarietà.Il Capo della politica estera dell’UE Federica Mogherini ha accolto con favore il chiarimento da parte delle autorità statunitensi che i cittadini dell’UE non saranno interessati dal divieto di ingresso, anche se in possesso della cittadinanza di uno dei sette Paesi interessati. Ha comunque chiarito che “ciò non cambia la nostra valutazione complessiva degli ordini esecutivi. (…) L’UE non respingerà nessuno che gode della protezione internazionale”, aggiungendo che “questo è il nostro punto di vista e continueremo a difenderlo”.“Trump è stato eletto e noi vogliamo il dialogo”, ha detto il leader del gruppo PPE Manfred Weber (DE). “Quando Trump dice che sta combattendo l’immigrazione clandestina o l’islamismo radicale, ci trova d’accordo. Ma il divieto di ingresso non è così. Il sospetto generalizzato di Paesi e di persone conduce alla xenofobia. Gli Stati Uniti sono sempre stati un Paese di libertà e di diritti fondamentali, ora Trump tollera la tortura”. Così facendo, “uno Stato diventa esso stesso un criminale”, ha concluso.Gianni Pittella, in nome del gruppo S&D, ha dichiarato: “I provvedimenti di Trump sono un attacco alla civiltà giuridica europea e ai suoi valori fondamentali. (…) Siamo chiari: il “travel ban” contro alcuni cittadini non è diretto contro il terrorismo, è una bugia, è demagogia, colpisce alcuni Stati e altri no, quelli con cui Trump fa affari! Chiedo alle compagnie aeree di non rifiutare passeggeri di quei Paesi. (…) E noi dovremo evitare una visita di Trump in Europa fino a che le restrizioni restano. Porte sbarrate nei suoi confronti!”Syed Kamall (ECR, UK) ha dichiarato che “questo divieto arbitrario invia il messaggio che vi sarebbe contraddizione tra l’essere un buon musulmano e l’essere un buon cittadino di una democrazia occidentale. Sta dalla parte di Daesh e di altri estremisti, che fanno esattamente la stessa affermazione […]. Tuttavia, gli americani hanno votato per il candidato, che sta facendo ciò che ha promesso di fare. Dobbiamo quindi accettare che questo Presidente, le sue priorità e le politiche siano la conseguenza della crescente ondata di malcontento”.Secondo Guy Verhofstad (ALDE, BE), il fatto che nessun terrorista proveniente dai Paesi vietati abbia mai compiuto attentati sul suolo degli Stati Uniti dimostra che si tratta di “pura discriminazione”, di una misura destinata ad alimentare il populismo e il nazionalismo. Anche l’Europa è minacciata da quelle forze, ha aggiunto, auspicando che i leader europei, quando si riuniranno a Valletta, si dichiarino contrari “al gruppo di populisti e nazionalisti che vogliono distruggerci”.La leader del gruppo GUE/NGL Gabrielle Zimmer (DE), ha chiesto di “mettere i nostri valori contro il disprezzo di Trump, di mostrare, con una politica migratoria caratterizzata dalla solidarietà, che le persone in cerca di protezione non sono la causa di tutti i mali. (…) Che cosa sarebbe diventata l’Europa democratica del dopoguerra se i rifugiati del nazismo non avessero trovato un rifugio sicuro?”“Chi avrebbe mai pensato che le libertà e i diritti che noi diamo per scontati avrebbero potuto dileguarsi così in fretta. Questo, apparentemente, è come muore una democrazia liberale”, ha osservato la leader del gruppo verde Ska Keller (DE). Ha quindi invitato l’UE a essere il “campione della protezione del diritto internazionale, dei diritti umani e delle libertà. Cerchiamo di fare dell’Europa, ha concluso, il contraltare del modello Trump”.Per Nigel Farage (EFDD, UK), quello che sta accadendo negli Stati Uniti è che “un verace eletto democratico stia facendo quello per cui è stato eletto”. Le rimostranze europee sono una prova dell'”antiamericanismo comunitario” e ha proposto di invitare il Presidente Trump a venire al Parlamento, per tenere un “dialogo aperto con il più potente uomo neoeletto al mondo”.Il co-presidente del gruppo ENF, Marcel De Graaff (NL), ha invitato il Presidente del Consiglio europeo Tusk e la Commissione a “seguire l’esempio del Presidente Trump, installando controlli alle frontiere nazionali. Tenere fuori i jihadisti. Non solo dai sette Paesi indicati da Trump, ma da molti di più.” Intervento conclusivo di Federica Mogherini

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La crescita dei dividendi negli Stati Uniti rallenta sui minimi dopo la crisi

Posted by fidest press agency su martedì, 22 novembre 2016

dividendiNel terzo trimestre, i dividendi globali sono scesi a 281,7 miliardi di dollari, in calo del 4,0% rispetto all’anno precedente, secondo l’Henderson Global Dividend Index. È stata la peggiore performance dal secondo trimestre del 2015. Questa flessione è attribuibile a tre fattori principali. Primo, il calo dei dividendi straordinari soprattutto negli Stati Uniti. Secondo, il terzo trimestre è il picco stagionale in regioni che in questo momento presentano una crescita dei dividendi più lenta, come i mercati emergenti, l’Australia e il Regno Unito. Infine, la crescita dei dividendi negli Stati Uniti ha rallentato. Essendo il paese che contribuisce di più ai dividendi, un suo rallentamento produce un impatto rilevante. Su base sottostante, ovvero rettificato per i tassi di cambio, per i dividendi straordinari e altri fattori, il totale globale è sceso dello 0,3%.
Gli Stati Uniti rappresentano il 40% dei dividendi globali, pertanto le tendenze di questo paese producono un impatto rilevante. Le distribuzioni sono scese del 7,0% a quota 100,4 miliardi di dollari nel 3° trimestre, principalmente perché non si sono ripetuti i dividendi straordinari molto alti del 3° trimestre dello scorso anno. Comunque, la crescita sottostante è stata del 3,0% soltanto, il tasso di crescita più basso negli Stati Uniti dalla crisi finanziaria, che conferma una decelerazione iniziata circa un anno fa. Il rallentamento è collegato a un calo della crescita degli utili negli Stati Uniti dovuto in parte al dollaro forte, e riflette anche l’aumento dell’indebitamento delle imprese americane che di conseguenza sono più prudenti con i flussi di cassa.Le società australiane pagano la maggior parte dei dividendi nella regione Asia-Pacifico (Giappone escluso), e oltre il 40% del totale annuale del paese viene distribuito nel 3° trimestre. È stata la performance peggiore della regione, con un calo del totale (18,2 miliardi di dollari) del 6,9% in termini complessivi, nonostante il rafforzamento della valuta. Il calo dei dividendi sottostanti in Australia del 10,2% dipende da BHP Billiton, conglomerata del settore minerario, che ha tagliato il dividendo di oltre 2 miliardi di dollari nel 3° trimestre, seguita a ruota dalla concorrente più piccola Rio Tinto. Le società finanziarie sono i principali erogatori di dividendi in Australia, con il 60% del totale annuale. I dividendi bancari finora hanno resistito nonostante i timori di un boom del credito nel paese e la possibilità di nuovi controlli sul capitale obbligatorio. ANZ ha rappresentato un’eccezione, il nuovo CEO ha tagliato leggermente il dividendo per proteggere i capital ratios. I dividendi nei mercati emergenti sono scesi per il terzo trimestre consecutivo. I dividendi complessivi sono scesi del 7,1% a 42,9 miliardi, quelli sottostanti del 7,7%. In Cina, di gran lunga il principale pagatore nei mercati emergenti, i dividendi sono sotto pressione. Il 2016 registrerà il secondo calo annuale consecutivo per la Cina. Le società cinesi stanno riducendo i payout ratios, soprattutto nel settore bancario, che sta cercando di proteggere la situazione patrimoniale, vulnerabile nei confronti delle sofferenze. Per esempio, China Construction Bank, il principale pagatore al mondo nel terzo trimestre, quest’anno ha tagliato il dividendo di 1,8 miliardi di dollari a 10,0 miliardi di dollari. Complessivamente le banche rappresentano oltre l’80% dei dividendi cinesi e questo spiega perché il totale in Cina è sceso del 4,5% a 24,6 miliardi di dollari, con un calo su base sottostante del 10,8%. Gli investitori globali nel mercato azionario britannico hanno registrato dividendi1un calo del 13,9% su base annua nel 3° trimestre a 26,3 miliardi di dollari, dovuto principalmente alla svalutazione della sterlina dopo il voto sulla Brexit. I dividendi sottostanti nel Regno Unito sono scesi del 2,9% a causa dei profondi tagli operati dalle grandi società minerarie quotate nel Regno Unito, come Glencore, e da parte di Rolls Royce. Il 3° trimestre non è una stagione rilevante per i dividendi in Giappone ed Europa. In Giappone continua il rapido aumento dei dividendi complessivi grazie alla forza dello yen, ma la crescita sottostante è lenta a causa degli utili aziendali sotto tono. Per l’Europa sarà un anno positivo. La Spagna si distingue nel 3° trimestre, e i dividendi nel paese sono più contenuti rispetto ai vicini europei, pertanto questo fattore maschera la forza in altre aree della regione.
Henderson ha rivisto leggermente al ribasso le stime per l’intero anno, prevediamo una crescita complessiva dello 0,9% su base annua che equivale a una crescita sottostante dell’1,0%. I dividendi globali si attesteranno probabilmente sui 1.160 miliardi di dollari.
Alex Crooke, Responsabile Global Equity Income di Henderson Global Investors ha dichiarato: “La crescita dei dividendi globali è stata debole quest’anno. La tendenza più significativa è la riduzione della crescita dei dividendi negli Stati Uniti, oggi sui minimi dal lancio dell’indice nel 2009. Non ci sembra un importante fattore di preoccupazione, dato che la crescita dei dividendi negli Stati Uniti è tornata su ritmi più sostenibili dopo un paio d’anni di espansione a doppia cifra. Gli Stati Uniti sono stati il motore dei dividendi globali negli ultimi due anni, pertanto il rallentamento nel paese spiega la decelerazione della crescita dei dividendi su scala globale. Con una buona performance in Europa, è possibile che la crescita sottostante della regione quest’anno superi il Nord America, ma non è bastata a compensare l’imprevista debolezza in altre regioni come Cina, Australia e Regno Unito.La nostra ricerca mostra che il reddito degli investitori in alcune regioni del mondo dipende da pochi settori, o da un gruppo ristretto di società. Inoltre, i tassi di cambio sono stati molto volatili ultimamente. Di conseguenza, un approccio globale al reddito riduce questo rischio e amplia le opportunità disponibili, consentendo agli investitori di avvicinarsi a titoli con prospettive di crescita dei dividendi interessanti che altrimenti non sarebbero disponibili sui mercati locali.”Fonte: Henderson Global Investors al 30 settembre 2016. (foto: dividendi)

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Immobiliare, nel cuore degli americani batte un cuore tricolore

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2016

cwt-ermSecondo Gate-away.com, il portale immobiliare dedicato agli acquirenti esteri alla ricerca di una seconda casa in Italia, il numero delle richieste per immobili italiani in arrivo dagli USA è cresciuto del 50%.
Viaggiatori frequenti, con un bagaglio culturale medio alto ­e un forte interesse per l’Italian lifestyle, non solo in termini più scontati di moda, lusso o cibo, ma anche alla natura del territorio, con la sua storia e le sue tradizioni. Questo è il profilo del potenziale compratore che utilizza Gate-away.com.“Il valore medio degli immobili ricercati è di 375mila euro – commenta Simone Rossi, direttore generale della web company – ma oltre il 70% delle istanze riguarda proprietà sotto ai 250mila euro. Segno che la voglia di una seconda casa in Italia non coglie solo chi ha badget consistenti da spendere e il mercato italiano, fortunatamente, può accontentare tutte le tasche. Una buona notizia per chi vuole vendere casa agli stranieri.
cwt-erm1Oltretutto, fra le probabili motivazioni che spingono gli americani a ricercare una seconda casa in Italia – prosegue Simone Rossi – c’è quella del ritorno alle origini: circa il 30% dei cognomi di coloro che inviano le richieste su Gate-away.com sono italiani. Possiamo presumere che l’interesse nasca dalla volontà di riscoprire o recuperare le radici della propria famiglia scegliendo di venire in Italia. In questo ultimo periodo il nostro paese è al centro dell’attenzione globale sia per eventi speciali come il giubileo che per l’attenzione catalizzata dalla recente cena di stato organizzata alla Casa Bianca. L’italianità è stata protagonista in ogni particolare, apprezzata e celebrata con nostra grande soddisfazione”.Negli ultimi tre mesi il trend in crescita delle richieste in arrivo da USA su Gate-away.com vede nella top five degli stati confederati più attivi la California, con le città di Los Angeles (25%) e San Francisco (77%) in prima linea, lo stato di New York con New York city, la Florida, il Texas – che registra un incremento notevole – e lo stato del New Jersey. Ma quali sono le regioni italiane preferite dagli americani? Sul podio salgono Toscana (17,68%), Umbria (11,97%) e Liguria (9,03%). Seguono Lombardia (8,55%), Abruzzo (7,91%), Sicilia (7,72%). Chiudono la top ten Puglia (6,67%), Calabria (6,32%), Piemonte (4,21%), Marche (3,96%). Il dato interessante è quello relativo alle città più richieste nel 2016 fino a d oggi: Scalea è al primo posto e seguono Carovigno, Sanremo, Siracusa e Fivizzano. La classifica delle prime dieci preferite si chiude con Todi, Ostuni, Montepulciano, Roma e Menaggio.

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Gli Usa vivono in gran parte sulle spalle del resto del mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2016

congresso stati unitiAnche negli Usa non è tutto oro quello che luccica. Nel mondo non è adeguata l’attenzione all’andamento del debito degli Stati Uniti. La realtà è che esso, insieme ad altri indicatori economici, segna rosso costante. E’ come per le automobili, quando il cruscotto segnala un problema, anche se la macchina ancora cammina non è consigliabile continuare a guidare come se nulla fosse.
E’ un dato inoppugnabile che ciò che avviene negli Usa non riguarda solo gli americani perché esso riverbera i suoi effetti nel resto del mondo. All’inizio del 2016 il debito pubblico federale americano ha raggiunto i 19.200 miliardi di dollari, pari a circa il 105% del Pil. Alla fine del 2007 era di 9.200 miliardi pari al 65% del Prodotto interno lordo. Nel 2000 era di 5.600 miliardi. In pratica si è più che triplicato. Perciò per il sistema americano è il suo tasso di crescita, o meglio, di accelerazione della sua crescita esponenziale che deve preoccupare maggiormente. Lo stesso andamento si è avuto per il debito delle corporation private non finanziarie che oggi è pari a 6.600 miliardi di dollari. Era di 3.300 miliardi nel 2007ed è raddoppiato.
Di conseguenza non ci si deve stupire dell’attuale stratosferica cifra di quasi 64.000 miliardi di debito totale (governo federale, singoli stati, enti locali, business, famiglie e ipoteche). Era di 28.600 miliardi nel 2000. Si sottolinea che oggi è evidente che è più che raddoppiato.In pratica si tratta in gran parte di “debito sporco”. Fatto per tappare i buchi di bilancio, per evitare i fallimenti di banche e corporation e non per sostenere investimenti e sviluppo. La spia rivelatrice è il perenne deficit di bilancio degli Usa. Nel 2009 esso aveva raggiunto l’incredibile vetta di 1.413 miliardi di dollari portando gli Usa fino alla soglia della bancarotta. Anche il 2015 si è chiuso con un deficit di 438 miliardi.Significativo quanto preoccupante è il crollo della bilancia commerciale. Dal 2000 ad oggi gli Usa hanno accumulato un deficit commerciale di oltre 8.630 miliardi di dollari. Dallo scoppio della crisi ad oggi è aumentato di ben 3.500 miliardi. Sarebbe ancora peggiore se si considerasse soltanto la bilancia commerciare di beni reali che dal 2000 è in negativo per oltre 10.500 miliardi. Quasi 4.700 miliardi a partire dal 2009. E’ evidente che l’avanzo commerciale nel settore dei servizi ne attenua la portata. Anche se nei servizi convivono quelli dell’ingegneristica e quelli finanziari, dove la componente speculativa è notevole.E’ quindi naturale chiedersi come facciano gli Usa a continuare a stampare e a spendere dollari quando l’economia sottostante,come visto, non è tanto solida. Il tutto sembra molto simile al gioco delle tre carte.
La prima è sicuramente il Quantitative easing, cioè la decisione a suo tempo adottata dalla Federal Reserve di immettere nuova liquidità nel sistema. L’effetto è ben visibile nella crescita straordinaria del bilancio della Fed che è passato da 860 miliardi di dollari del 2007 ai circa 4.500 miliardi di oggi. La decisione della Fed e del governo di Washington anche se ha una valenza monetaria è soprattutto politica. Secondo noi la situazione non può durare all’infinito. I nodi prima o poi verranno al pettine.
La seconda carta è il debito pubblico americano, finora largamente scaricato sulle ‘spalle’ del resto del mondo che, in verità, per varie ragioni ha assecondato tale tendenza. Infatti circa 6.000 miliardi di dollari di obbligazione del Tesoro Usa sono in mani straniere. La Cina da sola ne ha 1250 miliardi ed il Giappone ne possiede ben 1.133 miliardi. La Fed ha in bilancio T-bond fino a 2.500 miliardi.La terza carta si chiama derivati otc (over the counter), cioè quelli trattati al di fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori dai bilanci. Si sottolinea che, a seguito del tasso di interesse zero, il’ammontare complessivo di tali derivati a livello mondiale è sceso a 500.00 miliardi di dollari. Però di questi ben 180 mila sono nella banche americane. Come è noto, i derivati sono un mezzo per generare nuova liquidità quando se ne ha bisogno. Sono titoli creati attraverso una forte leva finanziaria e con alti rischi. Possono anche essere messi in garanzia per ottenere dei prestiti veri dalla Fed o dalla Bce.
Fin tanto che gli Usa riescono a scaricare il proprio debito sul resto del mondo e sui propri cittadini avranno mano libera per creare la liquidità necessaria per continuare a comprare a debito e finanziare spese di ogni tipo prescindendo, purtroppo, dalla loro effettiva capacità economica e finanziaria. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Antibiotici orali: negli Stati Uniti un terzo delle prescrizioni in ambulatorio è inappropriato

Posted by fidest press agency su martedì, 10 Mag 2016

antibioticiNegli Stati Uniti circa un terzo delle prescrizioni di antibiotici orali avvenute negli ambulatori pediatrici tra il 2010 e il 2011 potrebbe essere stato inappropriato, secondo uno studio pubblicato su Jama. «Dalle stime dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), le infezioni resistenti colpiscono 2 milioni di persone con 23.000 decessi l’anno solo in Nord America» scrivono gli autori dell’articolo, coordinati da Katherine Fleming-Dutra dei Cdc di Atlanta, ricordando che l’uso di antibiotici non solo alimenta la resistenza, ma provoca eventi avversi che vanno dalle reazioni allergiche alle infezioni da Clostridium difficile.«Nel 2011 negli Stati Uniti sono state effettuate 262 milioni di prescrizioni ambulatoriali di antibiotici, con un tasso di inappropriatezza sconosciuto» spiegano i ricercatori dei Cdc, che per chiarire l’argomento hanno usato i dati 2010-2011 del National Ambulatory Medical Care Survey e del National Hospital Ambulatory Medical Care Survey, verificando le percentuali di prescrizioni inappropriate in adulti e bambini statunitensi. Delle 184.032 visite analizzate il 12,6% ha portato a una prescrizione di antibiotici, con la sinusite in testa alla lista delle cause seguita dall’otite media purulenta e dalla faringite. Tra le malattie respiratorie la bronchite è stata il motivo più frequente di antibiotico-terapia orale, con un’appropriatezza globale stimata in un caso su due.
«Ciò significa che potrebbe essere stata inutile la metà delle prescrizioni di antibiotici per le infezioni respiratorie acute, ossia circa 34 milioni di ricette l’anno» riprendono gli autori stimando che, globalmente, un terzo delle prescrizioni di antibiotici orali avvenute in ambulatorio potrebbe essere stato inadeguato. «I tassi di inappropriatezza prescrittiva riportati in questo studio sono probabilmente sottostimati, ma offrono un importante e utile punto di partenza per comprendere le dinamiche alla base delle prescrizioni di antibiotici in ambito ambulatoriale, in modo da guidare i futuri sforzi della sanità pubblica per ridurre quelle non conformi alle attuali linee guida» commenta in un editoriale di accompagnamento Sara Cosgrove della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora.

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Diciamo addio agli Stati Uniti e ci alleiamo con la Russia?

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2016

europa-261011-cIl generale Vincenzo Camporini ospite di Mix24 su Radio 24 alla domanda di Giovanni Minoli su cosa debba fare l’Europa tra Trump e Sanders isolazionisti e Hillary Clinton inseguita dai fantasmi di Bengasi ha così sintetizzato la sua opinione in proposito: “Dobbiamo sicuramente avere una nostra identità europea, limitata certamente non a ventotto, ma a tre, quattro, cinque. Dopodiché si potrà negoziare con Putin un’alleanza o una convergenza di interessi che sicuramente sarà favorevole sia per noi che per la Russia”.
Questa possibilità mi richiama alla mente una conversazione avuta oltre venti anni fa con un giornalista Ucraino sul dissolvimento dell’URSS e i nuovi possibili rapporti dell’Unione Europea con la Federazione russa “orfana” dei diversi stati europei che si sono staccati da lei dopo la caduta del muro di Berlino.
Prima di tutto il mio interlocutore dopo qualche esitazione mi parlò di un “misterioso”, a suo avviso, incontro ai vertici a Mosca nel 1987 dove fu fatto il punto sulla sempre più difficile tenuta delle relazioni con i paesi europei dell’Est e si convenne sulla necessità di un radicale cambiamento di rotta che si concretizzò qualche anno dopo con la mossa a sorpresa di quella che apparve all’Occidente come lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
Mi incuriosii a tal punto che cercai di saperne di più da questo giornalista e da altri e tra qualche omissione e l’altra il quadro che ne ricavai fu che la mossa operata dagli strateghi del Cremlino non mi apparve del tutto avventata ma capace, semmai, di rimescolare le carte e allontanare nel contempo l’idea che si era fatta il mondo occidentale di una URSS in perenne guerra fredda con il resto del mondo. Divenne da subito una inaspettata ma benefica vittoria del capitalismo nei confronti del socialismo reale. La Russia, a sua volta, poté incominciare ad intraprendere un percorso più virtuoso, senza il peso di alleati al suo interno diventati costosi, inaffidabili e recalcitranti, e per consolidarsi si avvalse della possibilità di aprire le sue frontiere ai capitali e agli interscambi commerciali. L’asso nella manica della Russia era e resta la sua capacità di barattare le enormi riserve petrolifere e di gas con le tecnologie occidentali per rinforzarsi senza darne molto a vedere.
Se da allora veniamo all’oggi i risultati di questa strategia si possono considerare soddisfacenti. La federazione russa è ritornata la grande potenza di un tempo e può far sentire il peso delle sue azioni nel resto del mondo Europa compresa, beninteso.
Ora che si ha netta la percezione che gli statunitensi stanno chiudendosi a riccio e incominciano a ridurre sensibilmente la loro presenza sullo scacchiere internazionale mentre sia l’Europa comunitaria e la Cina non sono certo in grado di prendere il suo posto, l’unico successore naturale sembra proprio la Federazione russa con le sue enormi riserve energetiche le sole che possono sostenere le produzioni industriali del vecchio continente.
Un’Europa, del resto, che sembra volersi autodistruggere senza bisogno dell’opera di terzi.
Da qui è nata la convinzione, e pare che il generale Camporini sia della partita, che l’Europa sognata dai nostri padri come un “corpo unico” non possa essere una realtà praticabile per le tante diversità inconciliabili tra loro e che sia necessario una rivisitazione della sua formazione geografica creando una sorta di “nuovo continente” che vedrebbe il Nord Europa da una parte e il Sud Europa dall’altra con la Russia, la Cina, il vicino oriente e l’Africa occidentale. Pensando a tutto questo sembra quasi di fare della fantapolitica, ma se riflettiamo sui grandi eventi storici del passato dai babilonesi ai faraoni, dalla Grecia di Alessandro Magno all’impero romano e alla stessa Urss e all’attuale sistema capitalistico in evidente crisi, l’idea non appare del tutto peregrina. Ma se su questi paventati cambiamenti geostrategici non si ha ancora un segno manifesto è forse perché i tempi non sono del tutto maturi, sebbene vi siano senza dubbio le premesse e solo chi è miope non riesce a scorgerle. La stessa figura di Putin, per quanto certi ambienti occidentali sono propensi a demonizzarla, appare quella giusta per questo genere di cambiamenti sullo scacchiere mondiale e soprattutto per tenere dritto il timone nel suo Paese. Il problema sta semmai come ci arriveremo.
E’ che tre possono essere le possibili soluzioni: o il cambiamento è traumatico o arriva alla chetichella e si consolida senza molti clamori. Nel primo caso la risposta verrebbe da una vera e propria guerra mondiale sia pure a “scacchiera” interessando ora una regione ora un’altra del mondo oppure con la rivoluzione silente con la presa del potere per via democratica come è accaduto con il fascismo e il nazismo. La terza mescolerebbe le due citate opzioni a seconda dei paesi trattati e della capacità d’offrire al loro interno delle valide e credibili leadership. Ciò che posso dire sino ad ora che la partita è aperta tra i giocatori di scacchi e quelli di poker e a noi miseri mortali non ci resta che fare da spettatori. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi politici della Fidest – fidest@gmail.com)

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La Cciaa di Udine alla missione regionale di New York coordinerà i B2b delle imprese

Posted by fidest press agency su domenica, 4 ottobre 2015

udineAlla missione regionale negli Stati Uniti della prossima settimana ci sarà anche la Camera di Commercio di Udine che, con il sistema camerale, i partner di missione e l’Ice, coordinerà alcune attività. Nello specifico, quelle della delegazione di imprese del comparto food&wine, che sarà presente a Eataly Ny per incontri di business e per presentarsi al pubblico della Grande mela, e quella delle aziende dell’arredo-meccanica, che in contemporanea porteranno avanti B2b con le controparti locali preselezionate. «La missione, istituzionale ed economica insieme, è lo strumento migliore – aggiunge infatti il presidente camerale Giovanni Da Pozzo – per garantire alle nostre imprese il contesto ideale di sistema per espandere esportazioni e collaborazioni commerciali negli States, il terzo mercato di riferimento per l’export del Fvg, con una crescita del 47% tra 1° semestre 2014 e 2015. Tra i prodotti più esportati Fvg-Usa, navi e imbarcazioni, prodotti della siderurgia e macchinari, quindi mobili, articoli da coltelleria, strumenti per le telecomunicazioni e il nostro agroalimentare d’eccellenza».

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Raccomandazioni del PE per i negoziati TTIP

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2015

BruxellesBruxelles Dibattito: martedì 7 luglio Le raccomandazioni del PE alla Commissione europea per i negoziati in corso con gli Stati Uniti sull’Accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) sono nuovamente nell’agenda di luglio, dopo che il dibattito e la votazione erano stati rinviati nel corso della sessione di giugno.
Il dibattito di martedì dovrebbe incentrarsi sul sistema di protezione degli investitori (ISDS), con pareri contrastanti sull’eventualità che il Parlamento chieda l’esclusione dai negoziati del ricorso all’arbitrato privato per risolvere le controversie tra investitori e autorità pubbliche. La votazione è prevista per mercoledì.
L’accordo TTIP è in fase negoziale tra Stati Uniti e UE dal 2013 e potrebbe condurre alla creazione della più vasta zona mondiale per il libero scambio. Fin dall’inizio, un’ampia maggioranza di deputati aveva fortemente appoggiato questi colloqui, in quanto potenzialmente utili alla crescita e all’occupazione, ma – allo stesso tempo – avevano posto dei limiti oltre ai quali gli interessi dell’UE devono essere salvaguardati (per esempio una richiesta di escludere i servizi audiovisivi dall’accordo).
Il Parlamento voterà una risoluzione, elaborata dalla sua commissione per il commercio internazionale con il contributo di altre 13 commissioni. Il documento valuta i progressi compiuti fino ad ora e definisce la posizione del Parlamento sugli obiettivi e sulle tutele che la Commissione dovrebbe negoziare con gli Stati Uniti in settori come l’agricoltura, gli appalti pubblici, la protezione dei dati, l’energia e i diritti dei lavoratori.Il 29 giugno scorso, la commissione per il commercio internazionale aveva deciso che anche gli emendamenti e le richieste di voto per parti separate saranno poste in votazione, come previsto per la seduta di giugno. Una volta raggiunto un accordo tra negoziatori dell’UE e degli Stati Uniti, il TTIP dovrà ricevere l’avvallo del Parlamento europeo e del Consiglio per entrare in vigore.

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Stati Uniti e Toscana, è boom di scambi commerciali per 4,5 miliardi

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 giugno 2015

firenzeQuattro miliardi e mezzo di euro in scambi commerciali solo l’anno scorso, un incremento del valore dell’export dell’80,7% e un volume di importazioni aumentato del 67,7% dal 2009 al 2014: gli Stati Uniti sono per la Toscana il primo partner economico extraeuropeo e mai come in questi ultimi anni il rapporto è cresciuto e maturato, con un sempre maggior numero di imprese che trovano partnership Oltreoceano e scambi politici, educativi, culturali che si uniscono al business.
Proprio per sfruttare al massimo il potenziale di due aree geografiche molto legate fra loro si è svolto nel Salone de’ Dugento di Palazzo Vecchio lo USA Day, una mattina per conoscere meglio le opportunità commerciali con gli Stati Uniti, organizzata da Camera di Commercio di Firenze e PromoFirenze, in collaborazione con Comune di Firenze e Consolato Generale degli Stati Uniti d’America a Firenze. Presenti il console generale degli USA a Firenze Abigail M. Rupp, il presidente della Camera di Commercio di Firenze Leonardo Bassilichi, l’assessore allo sviluppo economico del Comune di Firenze Giovanni Bettarini, i rappresentanti di oltre cento imprese del territorio.«Sono convinto che gli ottimi rapporti fra USA e Italia possano agevolare ancora di più gli scambi economici nei prossimi anni – ha detto Leonardo Bassilichi -. Oggi gli investitori americani trovano un Paese più solido, positivo, che ha voglia di crescere e l’ottimo lavoro svolto con le imprese multinazionali presenti a Firenze per il progetto One Contact Point ne è un chiaro esempio, tanto da volerne stimolare altre a venire. Allo stesso tempo sappiamo benissimo che solo gli USA garantiscono tante opportunità avendo anche un patrimonio storico e culturale comune».«Maggiori opportunità commerciali e di investimento negli Stati Uniti per le aziende toscane proverranno dal T-TIP, il nuovo trattato fra Stati Uniti ed Unione Europea sul commercio e gli investimenti, ancora in fase di negoziazione – ha aggiunto il console generale Abigail M. Rupp -. Una volta completato, il trattato consentirà alle imprese toscane, soprattutto le piccole e medie imprese, di accedere più facilmente al mercato americano, grazie a una consistente riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie. Inoltre, il T-TIP fisserà degli standard internazionali per l’apertura ai mercati».
Nel 2014 la Toscana ha esportato negli USA merci e servizi per un valore di 3 miliardi di euro, pari al 9,5 per cento del totale e ne ha importate 1,48 miliardi pari al 7,4 per cento del totale (dati Istat elaborati dall’Ufficio Statistica di Camera di Commercio di Firenze). E la prospettiva è anche migliore. Secondo l’ultima indagine realizzata dal Servizio Studi di Intesa Sanpaolo per Banca CR Firenze, l’aumento del PIL americano e le condizioni di cambio euro/dollaro favorevoli stanno facilitando molti distretti toscani come la ceramica di Sesto Fiorentino, i vini del Chianti, la pelletteria e le calzature di Firenze e Arezzo, il tessile e l’abbigliamento di Prato e Arezzo, i mobili di Poggibonsi e l’agroalimentare di Lucca.«L’iniziativa di oggi intercetta l’interesse reale delle aziende che portano avanti l’economia della città – ha detto l’assessore allo Sviluppo economico e turismo del Comune di Firenze, Giovanni Bettarini –. La fortissima propensione all’internazionalizzazione dell’economia della nostra città è un plus che consente a Firenze di guardare con fiducia al futuro. Siamo portatori di una storia di creatività, talento e merito che possiamo ancora interpretare con grande orgoglio in giro per il mondo. Firenze è una realtà attrattiva, in grado di esportare all’estero molto del suo talento, con grande vantaggio per la propria economia. Dobbiamo essere capaci di leggere davvero le nostre potenzialità e metterle a sistema per essere più competitivi. In questo momento sono molto importanti i sistemi urbani di riferimento, in una competizione tra città capaci di esprimere economie, messaggi e senso di sé. In questa competizione Firenze è già molto forte. Siamo riconoscibili e conosciuti in tutto il mondo, ora dobbiamo riempire questa fama di contenuti di attualità e della creatività che ancora abbiamo».Durante la mattinata in Palazzo Vecchio sono state presentate alcune proposte per il mercato statunitense, con particolare riferimento al Texas, anche attraverso contributi e testimonianze di esperti e operatori dei diversi settori, mentre il pomeriggio è stato riservato a incontri bilaterali organizzati dai rappresentanti di Italy-America Chamber of Commerce Texas e PromoFirenze. Infine, maggiori informazioni sulle opportunità d’investimento negli Stati Uniti per le imprese italiane si trovano sul sito del Dipartimento per il Commercio Estero USA all’indirizzo: http://selectusa.commerce.gov/. (foto: scambi commerciali)

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