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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

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Stefano Surace: “L’Italia del Sud deve separarsi”

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 dicembre 2010

Si tratta infatti, precisa Surace, dell’unica soluzione in grado di risolvere concretamente una buona volta il famigerato “problema del Mezzogiorno”. Problema nato da una cosiddetta “unità d’Italia” che in realtà è stata un autentico, prolungato crimine contro l’umanità, di cui gran parte del Paese sta tuttora pagando drammaticamente le conseguenze. “Ha distrutto – incalza Surace – di colpo l’Italia del Sud, le cui condizioni economiche e culturali erano fino allora – come Regno delle due Sicilie con capitale Napoli – fra le più floride del mondo. Tanto che il Sud Italia, divenne meta ambìta di ondate di immigrati provenienti da ogni parte d’Europa, attratti da ragioni economiche oltre che dalla bellezza dei luoghi e dalla qualità della vita.  Ma in pochi anno dopo l’unità divenne di colpo zona di emigrazione in massa: addirittura il 30% dei meridionali lasciò il luogo di nascita per dirigersi prevalentemente verso le Americhe…” E questa tragedia ebbe il suo battesimo del fuoco con una vera e propria “occupazione militare costituita da 120mila unità che ebbero ragione – asserisce Surace – delle popolazioni del Sud bruciando sistematicamente villaggi coi loro abitanti uccidendo e seviziando in massa uomini, donne, preti, bambini, distruggendo i raccolti agricoli e incendiando vaste foreste compresi i villaggi che vi si trovavano e chi ci viveva… E per tentare di giustificare questi massacri, coloro che manovravano affermavano di combattere contro delinquenti (“briganti”) mentre i criminali erano loro, autori e programmatori di queste atrocità.  Parallelemente alle loro stragi contro la popolazione, i famelici piemontesi e lombardi si davano a depredarne le ricchezze: le ingentissime riserve auree del Regno delle Due Sicilie, il denaro delle sue banche, le sue efficienti strutture economiche e civili, facendo strage delle sue industrie che, al momento dell’ “unità”, erano di gran lunga al primo posto in Italia. Smantellandole e trasportando le loro strutture, pezzo per pezzo, a Nord, in modo da far passare artificiosamente in tutta fretta il polo dell’industria italiana dal Sud al triangolo, fino allora sottosviluppato, Torino-Milano-Genova. Utilizzando a tale scopo, oltre ai capitali rapinati, anche i tecnici e la mano d’opera sperimentata che fino allora aveva lavorato nelle industrie del Sud ormai smantellate, e che quindi erano i soli in grado di far funzionare queste nuove industrie fatte sorgere improvvisamente come funghi nel Nord”. Queste dunque, in sintesi, le dichiarazioni rilasciate da Stefano Surace. In effetti Surace (questo filantropo italo-parigino dalle tante vittoriose battaglie civili, asso del giornalismo d’inchiesta e maestro di arti marziali di rinomanza mondiale) era già stato il primo a definire testualmente “crimine contro l’umanità” la cosiddetta “unità d’Italia”, dimostrandolo dettagliatamente in una sua famosa inchiesta diffusa lo scorso luglio e in un libro di prossima pubblicazione. Ed ora è il primo a esigere senza mezzi termini il distacco del Sud Italia, cioè del territorio già regno delle due Sicilie, dal resto della Penisola, come sola via concreta par far cessare finalmente la situazione aberrante in cui è stata messa questa civilissima terra”. (n.r. riconosciamo che la storia “ufficiale” ha poco o nulla approfondito i retroscena di una unità d’Italia resa necessaria e da sempre auspicata dai nostri vati ma realizzata in maniera maldestra e amministrata ancora peggio. Come dire il fine era giusto l’utilizzo disastroso. Ma dobbiamo aggiungere, ad onore del vero, che il meridione d’Italia è stato violentato non dai “vandali” del Nord ma dagli stessi suoi figli. Il fascino del tutto cambiare per nulla cambiare, o meglio peggiorare ha avuto molti padri e nipoti ma, guarda caso, nati per lo più al Sud. Noi dissentiamo dall’idea separatista di Surace perché siamo convinti che sarebbe una iniziativa inutilmente traumatica ma vorremmo che questo popolo “cinico e rassegnato” secondo alcuni storici, non si piangesse addosso ma alzasse la testa con dignità e diventasse l’artefice del suo riscatto con l’arma che le democrazie assegnano ai popoli liberi: il voto e la rappresentanza politica.)

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Stefano Surace da Parigi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2010

A domanda del cronista su cosa pensa di Umberto Bossi il noto giornalista e maestro di ari marziali risponde:  Beh, Bossi non è certo idiota.  Tuttavia costui cade letteralmente nel grottesco quando proclama che la lega dei Comuni lombardi, coalizzata attorno all’invincibile Carroccio, impedì all’imperatore Federico Barbarossa di invadere la Lombardia… Ma dimentica di aggiungere che poco dopo l’imperatore Federico II, re di Sicilia, alla testa delle sue truppe siciliane somministrò una memorabile legnata a quei comuni lombardi, si prese l’invincibile Carroccio e se lo portò a Palermo…Ma bisogna capirlo il buon Bossi…  se avesse ricordato quel piccolo dettaglio che ne sarebbe stato del morale di suoi seguaci patani (pardon, padani) ?Affari da seguire…

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L’unità d’Italia “senza veli”

Posted by fidest press agency su domenica, 18 luglio 2010

Scrive da Parigi Stefano Surace citando Antonio Gramsci: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, fucilando, contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infangare col marchio di briganti”. E’ il prologo di una critica “severa”, quasi “feroce” a commento della “celebrazione del 150° anniversario della cosiddetta “unità d’Italia”. Per Surace: “Si vuol celebrare ufficialmente in pompa magna, come una fulgida gloria, il 150° anniversario di quello che in realtà  è stato un evento drammatico.  Si sta tuttavia verificando che vari ambienti, personaggi, studiosi e politici di ogni orientamento, ognuno per proprio conto, indipendentemente l’uno dall’altro, stanno tentando di demistificare questa manipolazione sistematica, che è  ancor oggi di grande, drammatica attualità poiché grazie ad essa si “giustificano” con sfrontatezza provvedimenti pesantemente contrari agli interessi materiali e morali del Sud.  La realtà in effetti è che nel 1860, alla vigilia della cosiddetta “unità d’Italia”  il Regno delle due Sicilie, con capitale Napoli, contrariamente a quel che si vuol far credere, era in ben floride condizioni economiche e culturali. Mentre l’Italia del Nord era in condizioni particolarmente penose. Napoli, infatti, era di gran lunga la  più ricca città d’Italia, ed una delle più ricche e prestigiose d’Europa mentre Torino e il Piemonte ne erano una zona fra le più sottosviluppate.  Il Regno delle due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.  La riserva aurea a garanzia della moneta circolante, nel Regno delle due Sicilie, (9 milioni di abitanti) era due terzi di quella esistente nell’intera Italia (22 milioni di abitanti) ed era invidiata da tutte le nazioni.  Ammontava precisamente a 443,2 milioni di lire dell’epoca, contro 227,2 milioni del resto dell’Italia.  Mentre la riserva del Piemonte era di soli… 27 milioni, e quella della Lombardia di 8 milioni. La Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la rendita del Regno delle due Sicilie al 120 per cento, ossia la più alta di tutti.  Il Piemonte aveva un debito pubblico triplo di quello del Regno delle due Sicilie, con circa la metà degli abitanti.  In effetti con 5 milioni di abitanti il Piemonte aveva oltre un miliardo di debiti (precisamente un miliardo e 271 milioni) mentre il Regno delle due Sicilie, con 9 milioni di abitanti, ne aveva per appena 441 milioni”.  E ancora precisa Surace: “La conferenza internazionale di Parigi del 1856 aveva assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo per sviluppo industriale, dopo l’Inghilterra e la Francia. Oltre al milione e seicentomila addetti nell’industria c’erano duecentomila commercianti e tre milioni e mezzo di contadini. Gli sportelli bancari erano diffusi capillarmente in ogni paese e villaggio. Perfino dal censimento ufficiale effettuato dopo l’ ”unità”, nel 1861, dal nuovo “regno d’Italia” risulta che il Sud (fino a quel momento appunto Regno delle due Sicilie) pur con solo un terzo circa della popolazione di questo nuovo regno (il 36.7%) aveva una forza-lavoro nell’industria pari a più della metà (51%). Disponeva infatti di quasi 5000 fabbriche : cantieri navali (che avevano dato al Regno delle due Sicilie la prima flotta mercantile e militare del Mediterraneo, e la quarta flotta mercantile  nel mondo) industrie siderurgiche, tessili, cartiere, estrattive, chimiche, conciarie, del corallo, vetrarie, alimentari. Il Sud aveva la più grande industria metalmeccanica d’Italia, la più grande industria siderurgica per materie prime e semilavorati, il più grande cantiere navale che fra l’altro aveva prodotto il primo vascello a vapore del Mediterraneo.  Le navi mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari  di tutto il mondo e la sua flotta mercantile era seconda solo a quella inglese e così pure la flotta da guerra terza in Europa dietro quella inglese.  L’industria tessile della zona di Salerno era al primo posto in Italia.  Il Sud aveva la più importante industria estrattiva di zolfo del mondo, la più grande cartiera d’Italia, il primo posto in Italia per la produzione di vetri, cristalli, corallo, un’industria conciaria tra le prime d’Europa (secondo posto per i guanti)”. Fra i risultati di queste industrie c’erano, fra l’altro, la costruzione della prima linea ferroviaria e della prima locomotiva in Italia, il primo telegrafo elettrico della penisola, il primo ponte in ferro ad impalcato sospeso in Italia e tra i primi nel mondo, la prima illuminazione a gas in Italia e appunto la prima rete di fari lenticolari in Europa.  Gli operai  lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostentare le loro famiglie ed erano i primi in Italia ad usufruire di una  pensione statale, in quanto fu istituito un sistema pensionistico (con una ritenuta del 2% sugli stipendi). Quanto all’agricoltura, il Sud aveva il primo posto per produzione di olio, agrumi, pasta, pomodoro, pesce, vino, formaggi e nell’allevamento di ovini, equini e suini, con il 55,8% di operai agricoli specializzati e il 56,3% dei braccianti.  Nelle Due Sicilie vi era la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia : 9390 medici su circa 9 milioni di abitanti, mentre Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna messe insieme ne avevano 7087, su 13 milioni di abitanti.  Nel Sud vi era il minor tasso di mortalità infantile d’Italia, mentre i più elevati si riscontravano, fino alla fine del 1800, in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna.  La prima clinica ortopedica d’Italia fu creata a Napoli”. Abbiamo solo in parte riportato quanto ha scritto Surace e la sua documentazione si rifà a molte dichiarazioni pubbliche e note private dell’epoca sull’avventura garibaldina che diede il via all’Unità d’Italia così fortemente criticata da Surace. Qui parliamo di Napoleone III, Lord Lennox, Benjain Disraeli, Giorgio Bowyer Deputato inglese (Lettera a Lord Palmestron – 1861), Alessandro Bianco conte di Saint Jorioz, Teodoro Salzillo, Hercule de Sauclières, Massimo D’Azeglio, Lord John Russel Ministro degli esteri inglese, Pietro Cala Ulloa, Carlo Margolfo (uno dei bersaglieri che entrò  a Pontelandolfo), Giacinto De Sivo, Francesco Crispi, Gemau, generale francese, Giuseppe Ferrari (Storico nato a Milano) Nocedal (deputato spagnolo – 1863), Pasquale Stanislao Mancini, Pio IX,  Antonio Gramsci, Francesco Proto, Carafa Pallavicino, Duca di Maddaloni, Luigi Einaudi, Indro Montanelli, Giustino Fortunato, Rocco Chinnici (Giudice antimafia),  Claude Duvovisin (Console svizzero, 2006)  Milan Kundera George Orwel e altri.
Stefano Surace, è giornalista, scrittore, maestro dell’arte marziale di origine giapponese Ju-Jitsu. E’ residente a Parigi da oltre 30 anni.In precedenza in Italia aveva assunto  la carica di direttore responsabile del settimanale Le Ore e di altre pubblicazioni. Da queste tribune condusse inchieste nelle quali svelava fra l’altro gli abusi di vari personaggi e oligarchie ai danni dei cittadini, e diversi retroscena come quelli relativi al caso Andreotti. Questa sua attività suscitò nella magistratura una specie di dicotomia, nei suoi riguardi tanto che credettero bene di lanciargli, in sua assenza, una serie di condanne per presunti reati a mezzo stampa per un totale di oltre… 18 anni di galera, definitive ed esecutive, facendogli conseguire il record mondiale (almeno del mondo occidentale) per condanne ricevute per quel tipo di reati. Quando, nel 2001, si recò in Italia poiché la madre 92enne, che abitava a Napoli, gli chiedeva di occuparsi di alcune pratiche che ella, data l’età, non era più in grado di seguire. Ma a Napoli venne arrestato in esecuzione di una condanna per traffico di droga che tuttavia, in realtà, non era mai stata emessa. Venuto fuori l’ “errore”, si cercò di trattenerlo comunque in carcere adducendo condanne per suoi articoli pubblicati circa 40 anni prima. Ma tutto ciò suscitò la reazione massiccia della stampa italiana e internazionale, fra cui i quotidiani francesi “Le Monde” (in prima pagina) e “Le Figaro”, il britannico “Guardian” (che definì “kafkiano” il suo caso, nonché come un “affare Dreyfus all’italiana”) dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, della Federazione della stampa, del movimento per i diritti civili di Corbelli, di deputati e senatori dei più diversi partiti – dall’estrema destra all’estrema sinistra – di intellettuali di ogni orientamento politico. E così, sull’onda di questa mobilitazione a suo favore si dovette farlo uscire dal carcere. Attualmente Surace, anche come presidente dell’”Observatoire Européen pour la Justice et la liberté de presse”, segue con interesse l’evoluzione di certe situazioni in Italia. (altri dati qui)

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La costituzione italiana vista da Stefano Surace

Posted by fidest press agency su domenica, 18 ottobre 2009

Gli abbiamo cosa ne pensa dell’attuale scontro drammatico fra la Corte Costituzionale e l’attuale capo del governo italiano Silvio Berlusconi, con sullo sfondo il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Riassumiamo quì di seguito il suo commento. Per rendersi conto che la Costituzione italiana non è democratica basti dire che, per esempio, non solo non garantisce la libertà di stampa ma neanche la nomina, neppure nel famoso articolo 21 poichè parla solo vagamente, di una libertà di espressione per i cittadini, cosa ben diversa della libertà di stampa che è invece libertà di informazione, e quindi di controllo democratico, da parte della stampa, per conto del pubblico – che in democrazia, non dimentichiamolo, è sovrano – su ogni questione di pubblico interesse… Ben diversamente, per esempio, dalla Costituzione americana, che al primo emendamento stabilisce a chiare lettere che il Congresso (corrispondente al nostro Parlamento) “non può emanare leggi che limitino la libertà di stampa”. Ciò per la semplice ragione che la libertà di stampa, per chi non lo sapesse, o fingesse di non saperlo, è un pilastro fondamentale della democrazia. In carenza di libertà di stampa qualsiasi democrazia non potendo che degenerare in tempi brevi. Chiaro che chi si appella alla intoccabilita sacra della Costituzione lo fa solo perché gli conviene così com’è, consentendogli di perpetuare privilegi tutt’altro che democratici e confessabili. Patetico perciò chi afferma, come Veltroni, che bisogna essere fedeli all’attuale Costituzione poiché è nata “grazie al sacrificio di milioni di italiani che contrastarono chi aveva cancellato il ruolo del Parlamento e messo gli oppositori in condizione di non poter esprimere le proprie idee”. Certo che è nata così (oltre che da compromessi contingenti fra posizioni, ideologiche poi crollate) ma è certo che da tempo non è più adeguata alla realtà. E non è che si si tratti solo di libertà di stampa (citata qui solo come esempio eclatante) ma anche di consentire efficacia e tempestività al governo e al Parlamento, attualmente ostacolati da norme costituzionali lontane anni-luce da quelle ben collaudate in vigore da tempo negli Stati democratici. Dando ai cittadini una certezza del diritto con un codice di procedura penale degno di questo nome, che fra l’altro imponga che i P.M. siano ben separati dai giudici, escludendo ogni possibilità che poi passino a giudici, e che siano messi allo stesso livello dei difensori.  Un codice che preveda fra l’altro una garanzia fondamentale che esiste in tutti i paesi occidentali salvo, guarda un pò, in Italia (la ex culla del diritto che ne è divenuta la tomba) secondo cui una condanna “in absentia” cioè emessa in un processo in cui l’accusato non è stato presente, non può assolutamente diventare definitiva… Sicche bisogna rifare il processo allorché il “condannato”, in un modo o nell’altro, diventa presente. Insomma si assiste al fenomeno che una serie impressionante di riforme strutturali e istituzionali, in atto da tempo negli altri Paesi europei, in Italia non si riesce mai a farle con grave danno per i cittadini e per il peso internazionale della Penisola Che si aspetta dunque di coprirla senza pietà di emendamenti ben fatti, questa Costituzione non democratica? Ancora una volta bisogna riconoscere che Surace, dal suo ineffabile osservatorio parigino, non manca di chiarezza e di indipendenza di giudizio sugli aspetti inquietanti di certe istituzioni della Penisola. (fonte: http://abcnews.free.fr)

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12e Grand Stage International de Ju-Jitsu

Posted by fidest press agency su domenica, 12 aprile 2009

samuraisamurai1Paris 10 rue Pierre Nicole, Paris 5e Métro: Luxembourg (sortie rue Abbé de l’Epée) Semaine du samedi 18  au  samedi  25 Avril 2009 Organisé par le Koryu Club de France Le Stage se déroulera avec deux légendes  des Arts Martiaux :  Maître Stefano Surace  10e dan de Ju-Jitsu  NS, WBI, EJJU, IJJF, AJB, FSA, FFJJBA, CEKAMA, WUMA, ATAMA, WBFOMA, IBA, IHF, BI, IBS, KBK, ESJJAS, ASAY, WJJABF, AYBK, HNL, Président du World Butokukai Institute et grand maître de Ju-Jitsu Butokukai® (Surace Ju-Jitsu) Le « Must » de la self-defense « Le seul Ju-Jitsu authentique existant en France (Magazine « Kakutogi Tsushin», Tokyo –  Manabu Takashima)10e dan de Ju-Jitsu, Président de l’Association des Maîtres d’Arts Martiaux des Etats-Unis (ATAMA) représentant en USA de l’International Ju Jitsu Federation (IJJF)

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