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A 8 anni dall’indipendenza dal Sudan

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 luglio 2019

E’ stata proclamata il 9 luglio 2011, il Sud Sudan è ancora vittima di una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta: 7 milioni di persone hanno carenza di cibo e alcune zone sono a rischio di grave carestia. Gli sfollati sono 1.9 milioni, 2.3 milioni i profughi fuggiti nei paesi limitrofi. Una situazione aggravata da condizioni climatiche irregolari e siccità in alcune aree. Nonostante gli accordi di pace, secondo un recente rapporto della missione di pace dell’Onu in Sud Sudan, in alcune zone non cessano le violenze sui civili da parte di milizie e forze governative. Dalla firma degli accordi nel settembre 2018 ad oggi ci sono stati più di 100 morti accertati e 56mila persone sono fuggite dai loro villaggi rifugiandosi altrove nel paese o in Uganda. Complessivamente dal 2013 le stime parlano di almeno 380.000 vittime. Una guerra che ha provocato ferite e danni profondissimi a un paese che già era tra i più impoveriti al mondo, nonostante le sue ricchezze naturali. Come ha implorato il Papa in occasione dell’incontro avuto con i leader politici dei due paesi nell’aprile 2019, è necessario un impegno coraggioso affinché il “fuoco della guerra si spenga una volta e per sempre”, si superino le “divisioni politiche ed etniche”, si cominci a “costruire la Nazione”. Caritas Italiana, nell’anniversario dell’indipendenza si unisce all’appello del Santo Padre e dei Vescovi del Sud Sudan affinché la guerra cessi nei fatti e si inizi a costruire la pace ponendo le basi per lo sviluppo umano integrale della popolazione stanca e martoriata oramai da decenni. Allo stesso tempo Caritas Italiana in collaborazione con la rete Caritas internazionale ed altre realtà, prosegue il suo impegno accanto alla chiesa locale che si adopera in modo incessante nella risposta umanitaria, per lo sviluppo umano, per la promozione della pace. Nel 2018, oltre 80.000 persone hanno ricevuto aiuti dalla Caritas Sud Sudan e da altre realtà, con la distribuzione di cibo, sussidi economici, alloggi temporanei, beni di prima necessità, mezzi per il ripristino di attività produttive e la fornitura di assistenza sanitaria. Ne hanno beneficiato anche i profughi sud sudanesi e le comunità ospitanti in Uganda. Un impegno, che prosegue con un piano triennale in cui all’aiuto d’urgenza, ancora necessario, è affiancato un intervento significativo per il sostegno ad attività generatrici di reddito, la riabilitazione di strutture, il sostegno a processi di riconciliazione in tutto il paese. Interventi possibili grazie anche alla Conferenza Episcopale Italiana, che proprio oggi, attraverso la sua Presidenza, per il quarto anno consecutivo, ha deliberato un nuovo stanziamento di 1 milione di euro dai fondi 8×1000, in favore della popolazione del Sud Sudan. Ora più che mai è necessaria la solidarietà di tutti per non lasciare solo questo popolo che tenta di rialzarsi.

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Migrazioni forzate in Sud Sudan

Posted by fidest press agency su domenica, 14 agosto 2016

sud sudanMigliaia di persone sono in fuga dal Sud Sudan e i paesi confinanti hanno sempre più difficoltà ad accogliere numeri così alti di rifugiati, anche alla luce della mancanza di finanziamenti adeguati per le operazioni di assistenza. Nella regione sono attualmente presenti circa 930,000 rifugiati, ed ogni giorno se ne aggiungono altri. L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime grave preoccupazione per il fatto che nonostante la popolazione dei rifugiati sia in aumento, i fondi necessari per assicurare i bisogni primari si stiano esaurendo.Lo scoppio delle violenze a Juba a Luglio sembra aver spostato l’ago della bilancia a sfavore di un’imminente soluzione politica al conflitto in Sud Sudan. Vi sono numerose testimonianze di scontri armati occasionali e violazioni dei diritti umani, tra cui violenza sessuale e di genere, perpetrate dai gruppi armati, a cui si aggiunge una sempre maggiore insicurezza alimentare, causa di enorme sofferenza. In generale, le condizioni di sicurezza rimangono precarie e sono stati registrati scontri negli Stati di Equatoria Centrale e Occidentale, Bahr al-Ghazāl Occidentale, nell’Alto Nilo e in alcune aree di Unità.Inoltre, l’economia del paese è in deterioramento, con un aumento senza precedenti dell’inflazione, che ha raggiunto il 600% nell’ultimo anno. Questa è la situazione mentre si avvicina l’anniversario degli accordi di pace dell’Agosto 2015. Circa 200,000 persone sono state costrette a fuggire dalla nuova ondata di violenza in aree considerate fino ad allora stabili come la Grande Equatoria e il Grande Bahr al-Ghazāl.Nel 2016, l’Uganda e il Sudan hanno accolto rispettivamente circa 110,000 e 100,000 nuovi arrivati, il 90% dei nuovi arrivi nella regione. La maggior parte delle persone che fuggono dal Sudan sono arrivate nei primi sei mesi dell’anno, a causa del peggioramento dell’insicurezza alimentare. A questi si aggiungono 1.61 milioni di persone sfollate all’interno del Sud Sudan. In Uganda, tre quarti dei rifugiati sono arrivati a partire dallo scoppio del conflitto, a Luglio, quando il tasso di arrivi aveva raggiunto il picco di 8,000 persone al giorno. Il 90 per cento dei nuovi arrivi sono donne e bambini, provenienti soprattutto da Juba ed altre parti dell’Equatoria Centrale. Le loro testimonianze riportano il collasso dell’ordine pubblico nelle loro aree di origine ed una violenza dilagante, che comprende uccisioni e scontri tra forze del governo e gruppi armati. I nuovi arrivati affermano inoltre che i gruppi armati stanno saccheggiando i civili, estorcendo loro denaro, impedendo la fuga a coloro che non possono pagare e violentando le donne. Tali gruppi armati sarebbero inoltre responsabili di minacce e rapimenti dalle scuole di bambini dai 12 anni in su. Il numero di persone scomparse è in aumento.Il Governo dell’Uganda ha creato una nuova area d’accoglienza nel nord-ovest del paese, a Yumbe, con capacità superiore alle 100,000 persone. Sono necessari fondi per velocizzare il trasferimento di oltre 45,000 rifugiati dai centri di accoglienza e di transito, congestionati e sottoposti a un’altissima pressione. Vista la presenza di così tante persone che vivono così vicine l’una all’altra, è alto il rischio di un’epidemia.Il personale dell’UNHCR sta monitorando da vicino la situazione, ma sono necessarie ulteriori risorse per fronteggiarla in maniera efficace. In presenza di centri di accoglienza che ospitano un numero di persone superiore di oltre cinque volte la loro capienza massima, sono essenziali interventi di protezione, come servizi psicosociali, in particolare di prevenzione e di assistenza nei casi di violenza sessuale e di genere. L’alto numero di rifugiati grava sul sistema sanitario pubblico e sui servizi scolastici. I lavori nell’insediamento Mali III, che era stato aperto in precedenza quest’anno, sono stati sospesi lasciando il nuovo insediamento senza infrastrutture e servizi di base (l’assistenza medica viene fornita all’interno delle tende).Ad Adjumani (a circa 20 chilometri dal confine con il Sud Sudan) le scorte di acqua potabile sono state portate con i camion, un‘operazione costosa, in attesa che siano disponibili i fondi per la creazione di nuovi pozzi e l’ampliamento dell’impianto idrico nelle nuove aree di insediamento. Allo stesso tempo, per la creazione di nuove aree di insediamento nei distretti di Adjumani e Yumbe ci sarà bisogno di ulteriori importanti investimenti. Le piogge torrenziali ostacolano gli interventi di assistenza, rallentano le operazioni di trasferimento e rendono urgente il riassestamento delle strade. Il timore è che nel caso di uno scoppio di un’epidemia le attuali capacità e risorse siano inadeguate per fronteggiarlo in maniera efficace.Di fronte ai bisogni urgenti della popolazione dei rifugiati sudsudanesi, che attualmente sono 930.000, l’UNHCR si trova a fronteggiare una critica mancanza di fondi. Con i 122 milioni di dollari statunitensi ricevuti, che rappresentano il 20% dei 60.8 milioni di dollari di cui l’UNHCR ha bisogno per i rifugiati in Sud Sudan e nei sei paesi che offrono loro asilo, molte attività sono state sospese per fornire assistenza d’emergenza ai nuovi arrivati. Ad essere maggiormente colpite sono le regioni più remote in Uganda, in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana dove l’UNHCR non era presente in precedenza. Anche l’Etiopia e il Sudan, che hanno fronteggiato arrivi di massa, sono stati colpiti in modo significativo da questi spostamenti.L’UNHCR esprime ammirazione per la generosità dei paesi che mantengono aperte le loro frontiere e che mettono a disposizione il loro territorio per l’insediamento dei rifugiati sudsudanesi. In particolare, apprezza le generose politiche e leggi in materia d’asilo dell’Uganda che tra i vari benefici riconoscono ai rifugiati la libertà di movimento, il diritto di cercare lavoro e affidano loro porzioni di territorio per costruire le loro nuove case e coltivare.

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Il Sud Sudan compie 5 anni. Un nuovo inizio?

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 luglio 2016

sud sudanIl 9 luglio 2016 il Sud Sudan, il Paese più giovane del mondo, celebra i 5 anni dalla sua nascita con il tragico primato dell’aver vissuto nell’ultimo anno e mezzo la più cruenta guerra civile del continente africano: 50.000 morti, oltre 2 milioni di sfollati e profughi, intere città date alle fiamme, stupri di massa e brutalità di ogni genere contro i civili, arruolamento diffuso di bambini soldato. Una guerra che lascia segni profondi in una popolazione già poverissima all’indomani dell’indipendenza.
Alla vigilia dell’anniversario e dopo i recenti accordi di pace e la formazione di un governo di unità nazionale, i Vescovi del Sud Sudan hanno lanciato un messaggio di speranza e incoraggiamento per il futuro. Caritas Italiana, impegnata da più di trent’anni in Sudan e in Sud Sudan, fa eco al messaggio dei Vescovi sudsudanesi con il Dossier “2016: un nuovo inizio?” dove si ripercorrono le tappe più importanti di questo martoriato paese e si offre uno spaccato della situazione socio-economica, delle dinamiche alla base del recente conflitto, delle principali questioni aperte, con uno sguardo anche al Sudan.
Nel 2016 si sono intensificati gli interventi in risposta all’emergenza legata al conflitto grazie al contributo della Conferenza episcopale italiana con fondi dell’8×1000.
In Sudan e Sud Sudan complessivamente dal 2011 al 2016 sono stati impiegati circa 2,5 milioni di euro provenienti principalmente da donazioni private e collette in ambito parrocchiale e diocesano.

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L’UNHCR è preoccupato per le espulsioni in Sudan

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 giugno 2016

sud sudanL’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha appreso con grande preoccupazione delle recenti espulsioni collettive dal Sudan di persone eritree verso l’Eritrea. Almeno 313 eritrei sono stati arrestati in data 6 maggio a Dongola, città del Sudan settentrionale. Queste persone sono state accusate e condannate per “ingresso illegale” in Sudan secondo le leggi nazionali sull’immigrazione e sono state forzatamente rimpatriate in Eritrea il 22 maggio. L’UNHCR ha anche appreso di una precedente espulsione collettiva che ha coinvolto 129 eritrei verso il loro paese di origine, qualche giorno prima dell’incidente del 22 maggio. L’ultima espulsione ha incluso sei eirtrei che erano registrati come rifugiati. Gli altri non avevano fatto richiesta di asilo ma rimane non chiaro se fosse stato data loro l’opportunità di presentarla. Ogni individuo ha il diritto di fare richiesta di asilo in qualsiasi momento e di avere accesso ad una procedura di asilo giusta ed efficiente.Il rimpatrio forzato dei rifugiati, richiedenti asilo, o di altre persone che potrebbero avere bisogno di protezione internazionale verso i loro paesi di origine potrebbe rappresentare un caso di refoulement, proibito dal diritto nazionale del Sudan, così come dalla Convenzione relativa allo status dei Rifugiati del 1951, dalla Convenzione del 1969 dell’Organizzazione dell’Unità Africana, dai diritti umani internazionali, e dal diritto internazionale consuetudinario.L’UNHCR ricorda al Sudan i suoi obblighi nel quadro del diritto internazionale e sudanese e fa appello al Governo affinché non continui i rimpatri forzati degli eritrei verso il loro paese di origine.

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Sudan: dramma dimenticato dei profughi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 gennaio 2016

sud sudanL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore protezione per la popolazione civile del Sudan occidentale terrorizzata dalle aggressioni delle milizie Rapid Support Forces (RSF) controllate dallo stato. Per l’APM, le truppe di pace UNAMID delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza e l’Unione Africana devono prendere atto del fatto che la popolazione civile del Darfur vive nel terrore delle milizie e devono finalmente avviare passi concreti per una migliore tutela delle persone. Senza garanzie per la propria sicurezza le centinaia di migliaia di persone che attualmente vivono nei campi profughi non possono tornare nei propri villaggi ancora distrutti e non vi può essere una pace duratura nella regione.Lo scorso 10 gennaio un attacco delle milizie RSF al villaggio di Mouli (Stato federale del Darfur occidentale) ha causato nove morti. Durante i funerali tenuti il giorno dopo nella capitale provinciale El Geneina si sono formate proteste spontanee contro la violenza delle forze dell’ordine. La polizia è intervenuta con la forza e nei tumulti che ne sono risultati sono state uccise tre persone con armi da fuoco e altre 27 sono rimaste ferite. L’APM chiede con forza che gli abusi commessi delle forze dell’ordine vengano indagati da una commissione indipendente e che i responsabili delle violenze vengano puniti da un tribunale.Le milizie RSF sottostanno formalmente ai NISS, i servizi segreti sudanesi. Il governo sudanese è quindi responsabile delle aggressioni compiute dalle RSF così com’è responsabile dell’eccessiva violenza messa in atto da esercito e polizia. Non passa ormai settimana senza che vi sia un attacco delle RSF a villaggi o campi profughi e la violenza delle milizie si dirige in modo particolare contro le donne. In ampie parti del Darfur regna un clima di impunità e di paura. Furto, rapimenti, sequestro arbitrario di proprietà e stupri sono l’arma con cui le milizie diffondono paura e terrore.Ciononostante il governo sudanese chiede con insistenza lo scioglimento dei campi profughi nei quali attualmente vivono circa 1,7 milioni di persone. Il 28 dicembre 2015 il vicepresidente sudanese Hassabo Abdel-Rahman ha annunciato la chiusura di tutti i campi profughi entro il 2016 poiché, sostiene, “il Darfur si è completamente ripreso dalla guerra e cerca ora stabilità e sviluppo”. Per il governo si tratta anche di diffondere l’immagine di un paese che ha raggiunto la pace. L’organizzazione di auto-aiuto dei profughi “Darfur Displaced and Refugees Association” rifiuta invece l’idea di un ritorno forzato dei profughi ai propri villaggi. Secondo l’APM, lo scioglimento forzato dei campi senza alcuna garanzia di sicurezza comporterà solo nuovi conflitti e nuove violenze nel paese e certo non favorisce una pace duratura.

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Catastrofe in Sud Sudan

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2015

sud sudanLe agenzie ONU – Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), l’ UNICEF e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) – hanno fatto appello alle parti in conflitto perché garantiscano accesso immediato e senza restrizioni nello Stato di Unity. Il nuovo studio Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha rilevato che almeno 30.000 persone vivono attualmente in gravi condizioni, esposte alla fame e al rischio di morte. Dall’inizio del conflitto in Sud Sudan, quasi due anni fa, è la prima volta che uno studio IPC registra il livello cinque (“catastrofe”) – il più alto nella scala da uno a cinque – per tutte le fasce della popolazione.“E’ il periodo in cui si inizia il raccolto, dovremmo quindi assistere a un miglioramento significativo della sicurezza alimentare nel paese. Purtroppo, in luoghi come le zone meridionali dello Stato di Unità, ciò non sta avvenendo e le persone sono sull’orlo di una catastrofe che potrebbe essere scongiurata”, ha detto la Direttrice del WFP nel paese, Joyce Luma. “La popolazione del Sud Sudan ha bisogno di pace, di cibo nutriente e di assistenza umanitaria, insieme al sostegno alle proprie attività di sostentamento per sopravvivere e ricostruire la propria vita”, ha aggiunto Luma.Se non verrà garantito accesso umanitario senza restrizioni, hanno dichiarato le agenzie, l’insicurezza alimentare potrebbe aggravarsi fino alla carestia in zone dello Stato di Unity dove nei mesi scorsi l’assistenza umanitaria è stata compromessa da violenze terribili e dall’impossibilità di accesso. Alcune famiglie sfollate dicono di sopravvivere con solo un pasto al giorno a base di pesce e ninfee.“Dallo scoppio delle violenze quasi due anni fa, i bambini hanno sofferto il conflitto, la malattia, la paura e la fame”, ha detto Jonathan Veitch, Rappresentante dell’UNICEF in Sud Sudan. “Le loro famiglie sono state incredibili nel cercare di provvedere al loro sostentamento, ma hanno ora esaurito tutte le strategie di sopravvivenza. Le agenzie possono fornire sostegno, ma solo se verrà loro garantito accesso senza restrizioni. Altrimenti, molti bambini rischiano di morire”.Lo studio IPC indica che 3,9 milioni di persone in Sud Sudan soffrono la fame acuta. Nonostante il numero di nuclei familiari in stato di insicurezza alimentare sia diminuito durante la stagione del raccolto – come previsto – esso è superiore di circa l’80% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò è dovuto al fatto che anche la popolazione delle regioni non direttamente coinvolte nel conflitto ne subisce gli effetti di lungo periodo, assieme a quelli causati da precipitazioni irregolari, da strumenti di sostentamento in esaurimento, da alti prezzi alimentari, dal costo del carburante e dall’inflazione, in una condizione economica in generale degrado.Inoltre, l’IPC registra come la situazione nutrizionale complessiva rimanga critica, con la Malnutrizione Acuta Globale (Global Acute Malnutrition, GAM) tra i bambini al di sotto dei cinque anni superiore alla soglia di emergenza negli stati colpiti dal conflitto di Jonglei, Upper Nile e Unity nel mese di settembre, e a livelli elevati nel Bahr el Ghazal settentrionale e nel Warrap durante tutto l’anno. Il livello elevato è dovuto a consumo alimentare inappropriato, ad inadeguate pratiche di alimentazione per madri e bambini, al cattivo stato di salute e all’offerta limitata di servizi sanitari e nutrizionali.Le tre agenzie – che lavorano nell’ambito della sicurezza alimentare e della nutrizione – hanno avvertito che la drammatica situazione economica nel paese sta contribuendo alla crescita record dei prezzi alimentari, che condiziona negativamente il potere d’acquisto delle famiglie acuendo i livelli di insicurezza alimentare. Anche le aree prima non interessate ora mostrano i segni di un grave deterioramento, con ampie parti della popolazione negli Stati del Greater Bahr el Ghazal in stato di crisi alimentare.
“Le attività di sostentamento sono state gravemente colpite da tassi di inflazione elevati, dall’interruzione dei mercati, dai fenomeni di sfollamento legati al conflitto e dalla perdita di bestiame e produzione agricola”, ha spiegato Serge Tissot, Responsabile FAO in Sud Sudan.
“Inoltre, al termine della stagione agricola, alla fine dell’anno, ci si attende una produzione cerealicola al di sotto della media in Uganda, Sudan ed Etiopia, che condizionerà gravemente le importazioni di cibo in Sud Sudan. Se verranno create nuove modalità di sostegno ai produttori agricoli, agli allevatori di pesce e bestiame, la resilienza di queste comunità ne uscirà rafforzata”, ha aggiunto Tissot.UNICEF, WFP e FAO, insieme ad altri partner dell’ONU e delle organizzazioni non governative, stanno raggiungendo milioni di persone con cibo, assistenza nutrizionale e kit d’emergenza per le attività di sostentamento. Le missioni di risposta rapida convogliano l’assistenza in molte aree remote, che sarebbero altrimenti tagliate fuori dai soccorsi umanitari. Il sostegno rapido alla produzione alimentare contribuisce alla sicurezza alimentare di lungo termine per le persone più gravemente colpite. Le agenzie hanno fatto appello alla comunità internazionale perché fornisca le risorse necessarie a sostenere ed estendere gli sforzi di assistenza salvavita.

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Save the children

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 gennaio 2014

Sfollati nella contea di Awerial (Minkamen)

Sfollati nella contea di Awerial (Minkamen) (Photo credit: Medici con l’Africa Cuamm)

Sud Sudan, Save the Children: necessario rendere accessibile l’area colpita dal conflitto per portare aiuto a migliaia di bambini in situazione di grande bisogno e soliJuba, Sud Sudan: a causa delle recenti violenze molti bambini – probabilmente migliaia – sono in questo momento soli, separati dai propri genitori e in zone remote e difficilmente raggiungibili. Save the Children è estremamente preoccupata per la loro sicurezza e le loro condizioni di salute fisica e psicologica: molti di essi hanno assistito all’uccisione dei genitori e al saccheggio o distruzione delle proprie abitazioni.Oltre 121.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case quando il conflitto è esploso violentemente 2 settimane fa a Juba (capitale del Sud Sudan, ndr). Caos e violenze hanno causato lo smembramento di molti nuclei familiari: il 27 dicembre, a Juba, in uno dei compound delle Nazioni Unite in cui si sono rifugiate molte persone sfollate, Save the Children ha identificato più di 20 bambini soli, senza genitori o adulti di riferimento. Si suppone che il fenomeno sia molto più vasto in aree come quella di Jonglei dove i combattimenti sono stati più intensi.Molti degli sfollati hanno trovato protezione nelle strutture Onu o presso familiari, in zone più sicure, ma una parte – tra cui molti bambini – si sono rifugiati nella boscaglia, in luoghi nascosti e non facilmente raggiungibili, dove non ci sono ripari, si è costretti a bere acqua stagnante e non si ha accesso ad alcuna forma di aiuto umanitario.“Identificare bambini e adolescenti separati dai genitori e riunirli ai loro cari è in questo momento la priorità di Save the Children. Stiamo lottando contro il tempo nei campi sfollati a Juba per far sì che le famiglie possano ricevere almeno degli aiuti di base”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. “Tuttavia siamo molto preoccupati per il fatto di non poter fornire lo stesso aiuto ai bambini e ai nuclei familiari che in questo momento si trovano in altre aree del Sud Sudan, dove i combattimenti sono stati più intensi e dove i bisogni dei bambini sono sicuramente crescenti”.
Save the Children ha una consolidata esperienza nella risposta alle necessità delle famiglie colpite dai combattimenti in Sud Sudan e nell’identificazione e riunificazione dei bambini separati e soli, con i genitori.“Durante il conflitto a Pibor, all’inizio dell’anno, Save the Children ha registrato più di 1.150 minori separati. Ciò è accaduto in una sola contea del Sud Sudan”, prosegue Valerio Neri. “Le recenti violenze si sono estese a più della metà del paese e questo ci allarma molto perché pensiamo che i bambini e gli adolescenti in pericolo e bisognosi di aiuti siano tanti ma noi non possiamo raggiungerli a causa dei combattimenti in corso”.Save the Children sta lavorando nei 2 compounds delle Nazioni Unite a Juba dove hanno trovato rifugio molti sfollati, monitorando e proteggendo i bambini, assicurando loro un riparo, cibo, cure mediche e fornendo aiuti di prima necessità. L’ong è presente da molti anni in molte delle aree attualmente interessate dalle violenze, compreso lo stato di Jonglei e dell’Upper Nile, con progetti di salute, educazione, nutrizione, protezione. Grazie ad una consistente presenza in tutto il Sud Sudan Save the Children sta predisponendo un ampliamento del proprio intervento d’emergenza anche nelle aree più remote, intervento che diventerà operativo non appena le condizioni di sicurezza lo renderanno possibile.
• Il 24 dicembre è arrivato in Sud Sudan il primo volo di Save the Children con un carico di aiuti di prima necessità: taniche, kit per cucinare, teli di plastica, serbatoi per l’acqua. Grazie al cooordinamento con altre agenzie, questi aiuti stanno supportando i bambini e gli adulti rifugiati nei compounds a Juba.
• Nei prossimi giorni Save the Children fornirà ulteriori aiuti a Juba e agli sfollati che si trovano in altre zone del paese, man mano che le condizioni di sicurezza lo consentiranno.
• A Juba Save the Children si sta occupando in modo particolare della protezione dei bambini più vulnerabili, attraverso per esempio strutture familiari che garantiscano loro adeguato cibo e cure.
• Save the Children sta lavorando per identificare i bambini che siano stati separati dai propri genitori, con l’obiettivo di ricongiungerli ai familiari laddove possibile o per fornire loro adeguato sostegno.
• Save the Children sta pianificando un ampliamento del suo intervento di protezione a Juba, fornendo ai bambini e agli adolescenti supporto psicologico e accesso a delle “aree a misura di bambino”.
• Save the Children conferma il proprio impegno a sostegno della popolazione del Sud Sudan sia in questa fase di emergenza che nel medio-lungo periodo, con l’obiettivo di aiutare questo giovane paese, a cominciare dalle sue giovani generazioni.

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Darfur: violenza in continuo aumento nel Sudan occidentale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

In considerazione della crescente violenza nel Sudan occidentale, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede alla comunità internazionale di aumentare e migliorare la tutela della popolazione civile nel Darfur. Gli attacchi aerei, gli stupri di donne e ragazze, la mancanza cronica di cibo, acqua e medicinali, l’espulsione di cooperanti stranieri, il blocco dei convogli dei caschi blu dell’UNAMID e gli scontri armati tra diversi gruppi trasformano la già difficile vita di circa 7,2 milioni di persone profughe di guerra in un inferno. La comunità internazionale deve immediatamente impegnarsi per porre fine agli attacchi aerei dell’aviazione sudanese contro la popolazione civile del Sudan occidentale e a favore di una reale tutela della popolazione civile e dei profughi. La comunità internazionale deve inoltre sostenere con maggiore forza i processi di pace locali per ridurre e porre fine agli scontri tra diversi gruppi etnici in lotta tra loro.Negli scorsi quattro giorni sono state uccise più di 300 persone appartenenti alle popolazioni arabe dei Rizeigat e dei Maalia. Queste popolazioni che tradizionalmente vivono da nomadi nel Darfur occidentale sono in lotta per il bestiame e il controllo dei pascoli. Molti di loro hanno fatto parte delle famigerate milizie Janjaweed le quali, a partire dal 2003, avevano partecipato al genocidio di almeno 400.000 Darfurini. Oggi gli ex-miliziani si trovano in lotta tra loro e si accusano a vicenda di “pulizia etnica” per il controllo dei pascoli e del bestiame. L’APM è preoccupata per la crescente spirale di violenza e impunità. Le milizie etniche del Darfur, a suo tempo armate dal governo sudanese e impiegate nel genocidio del Darfur, sono oggi fuori controllo e formano quasi uno stato nello stato. Lunedì 12 agosto un gruppo di Maalia ha addirittura tentato di uccidere il governatore del Darfur Occidentale Abdel Hamid Musa Kasha in opposizione al governo sudanese che non sarebbe capace di garantire la loro sicurezza.Oltre ai gravi scontri armati tra gruppi arabi e/o arabizzati, il governo di Khartum sta sferrando una serie di attacchi aerei arbitrari che colpiscono la popolazione civile nelle montagne di Jebel Marra. Un bombardamento dello scorso 11 agosto ha causato nove morti civili, tra cui due bambini di sette anni. 17.000 persone sono finora fuggite dalle loro case nel tentativo di mettersi in salvo dai bombardamenti nelle montagne di Jebel Marra.La situazione catastrofica nei campi profughi, la cronica mancanza di tutto, i danni provocati dalle piogge torrenziali e i forti ostacoli posti dalle autorità ai cooperanti internazionali rendono la sopravvivenza della popolazione civile sempre più ardua. In agosto 2013 le autorità sudanesi hanno rifiutato il rinnovo dei permessi di lavoro di 20 su 37 collaboratori stranieri dell’UNHCR, l’organizzazione dell’ONU per i profughi, nonostante il numero dei profughi in Darfur sia cresciuto di 300.000 persone dall’inizio dell’anno ad oggi.

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Dieci anni di conflitto nel Darfur

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2013

KHARTOUM – Le nuove violenze in Sudan, nella regione occidentale del Darfur, registrate negli ultimi mesi, hanno spinto oltre 250.000 persone ad abbandonare i propri villaggi ed averi, ha dichiarato oggi il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP).Il conflitto decennale ha recentemente subito un’accelerazione, a causa di conflitti interni tribali per l’accaparramento di terre coltivabili e risorse, creando la più grande ondata di popolazione sfollata negli ultimi anni e mettendo a dura prova la capacità del WFP di raggiungere le famiglie vulnerabili.“Siamo molto preoccupati per come si sta evolvendo la situazione che minaccia la fragile sicurezza alimentare in questa regione”, ha affermato il Direttore del WFP in Sudan, Adnan Khan. “Questa è la stagione in cui le persone dovrebbero dedicarsi a seminare o a lavorare nelle fattorie , invece fuggono dai loro villaggi ed un numero significativo di essi è addirittura dovuto fuggire nei campi rifugiati del vicino Ciad”.
La natura del conflitto si è evoluta ed è diventata più complessa, a causa del coinvolgimento di un numero maggiore di gruppi in quasi tutte le aree del Darfur. In aggiunta ai 250.000 sfollati all’interno del Sudan, secondo l’UNHCR circa 30.000 sudanesi hanno attraversato il confine con il Ciad negli ultimi mesi. Fino ad ora circa 16.000 persone si sono stabilite nel paese vicino e stanno ricevendo assistenza nel nuovo campo profughi di Abgadam nella zona di Tissi, in aggiunta ai 300.000 rifugiati del Darfur che sono in Ciad da diversi anni.
Nelle altre aree del paese, nelle regioni colpite dai conflitti del Blue Nile e del Sud Kordofan, confinanti con la Repubblica del Sud Sudan, vi sono stati oltre 100.000 sfollati a causa di una ripresa delle violenze. Il WFP sta rispondendo a questa situazione, fornendo assistenza alimentare nelle aree a cui ha accesso.In Sudan, la maggior parte delle operazioni del WFP si svolgono in Darfur, dove l’agenzia per l’assistenza alimentare delle Nazioni Unite, all’inizio dell’anno, aveva previsto di raggiungere 2,7 milioni di persone, inclusi 1,4 milioni di persone che vivono nei campi. A causa dei recenti movimenti di popolazione, il numero totale delle persone che riceveranno assistenza nel Darfur salirà a oltre 2,9 milioni di persone.“Questo conflitto sta andando avanti da un decennio e l’escalation a cui abbiamo assistito in questa prima metà dell’anno ha creato non solo maggiori necessità ma ha anche reso più difficile il nostro compito di assistere tutti coloro che ne hanno bisogno a causa dell’insicurezza. Il prolungarsi di questa situazione potrebbe mettere a rischio i nostri programmi per garantire la sicurezza alimentare nel lungo periodo e costruire la resilienza delle comunità” ha dichiarato Khan.Il WFP ha raccolto, finora, solo 180 milioni di dollari del suo bilancio operativo, che è pari a 397 milioni di dollari, necessari a sfamare 3,9 milioni di persone colpite dal conflitto in Sudan. Nonostante un buon raccolto nel 2012, la sicurezza alimentare rimane fragile ed è minacciata da una combinazione di fattori quali il conflitto, l’insicurezza e alti prezzi degli alimenti.

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Sudan and South Sudan must step back from war

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 aprile 2012

-Khartoum,Sudan-

-Khartoum,Sudan- (Photo credit: Vít Hassan)

Caritas Internationalis fears that a full scale war is imminent between Sudan and South Sudan with dire humanitarian consequences for both unless there is pull back from further military action.
South Sudan became independent from Sudan last July following a popular vote. It was the culmination of the 2005 Comprehensive Peace Agreement that ended decades of war. However, areas of contention including border demarcation, the status of disputed areas in Abyei, South Kordofan and Blue Nile and oil rights still have not been resolved. The Caritas confederation of over 160 Catholic aid agencies fears that recent clashes over these issues have now brought the two countries to the brink. Caritas is also concerned over the use of extreme rhetoric by officials and that it is inciting an environment of fear. Attacks in Sudan on Christians such as the ransacking of the Presbyterian Evangelical Church in Khartoum on Saturday are deeply troubling. Over 500,000 South Sudanese live in Sudan. Relations at a community level between the predominately Muslim Sudanese and the Christian South Sudanese remains good. Caritas Internationalis Secretary General Michel Roy says, “Caritas appeals to Sudan and South Sudan to stop military actions along the border. It’s not too late for both governments to check the momentum leading to an all out war. Peace can only be achieved by returning to the negotiating table and fully implementing the Comprehensive Peace Agreement. “The international community has failed to act decisively to prevent an escalation towards war. They must follow through with their commitments to ensure all outstanding issues are resolved peacefully. “Two million people died in the last war. Everyone will be losers in another conflict. Our belief is that the peoples of Sudan and South Sudan want peace. Their governments and the international community achieved great things in ending the war, they cannot allow those gains to be lost.” “Both sides must exercise restraint. They have a duty to all their people and must ensure their safety. This includes refraining from inflammatory language that incites violence against minorities.
“Caritas Internationalis stands in solidarity with the people of Sudan and South Sudan. We are committed to supporting the efforts of the Church at providing humanitarian assistance and fostering peace between the nations.” Caritas Internationalis is looking for more details after its member Sudan Aid has had its office closed in Nyala in Darfur by security forces. Sudan Aid is part of relief efforts for 500,000 people in Darfur providing food, clean water, healthcare and other aid. Caritas organisations have operations in Sudan and South Sudan, including pre-emergency planning to cope with the fallout from a return to fighting with its large displacement of people.

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Sudan: appelli di pace

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2012

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) mette in guardia da una nuova crisi umanitaria in Africa orientale. Nelle regioni di frontiera tra Sudan e Sudsudan circa 3 milioni di persone vivono grazie agli aiuti alimentari. In caso di guerra la loro situazione sarebbe ancora più disperata. Questo da solo è già un motivo sufficiente per tentare di evitare una guerra tra i due paesi, e se fosse necessario anche ricorrendo alla minaccia di sanzioni a meno che non siano disposti a tornare al tavolo delle trattative. In Sudsudan 2,7 milioni di persone subiscono le conseguenze di un cattivo raccolto e dipendono quindi dagli aiuti internazionali. Inoltre nelle regioni di conflitto di Abyei, Kordofan meridionale e Nilo Blu, nelle regioni di confine tra Sudsudan e Sudan, vivono circa 245.000 profughi che devono essere assistiti. Nella lunga guerra civile tra Sudan e Sudsudan sono morte dal 1955 ad oggi più di due milioni e mezzo di persone. Gli esodi di massa, la messa in fuga della popolazione e il genocidio non possono ripetersi. Non vi è e non vi può essere alcuna alternativa alla tavola delle trattative per risolvere le questioni ancora aperte tra i due paesi. Ma poiché sembra che i governi di entrambi i paesi siano pronti a costringere a una nuova guerra le loro popolazioni già stremate non resta che la pressione internazionale. Soprattutto il Sudsudan potrebbe essere convinto a cambiare idea all’ultimo momento poiché le possibili sanzioni colpirebbero duramente questo paese costituitosi solo da pochi mesi. Per il periodo dal 2011 al 2013 l’Unione Europea ha infatti assicurato al Sudsudan un aiuto allo sviluppo di 200 milioni di Euro. Gli Stati Uniti partecipano alla ricostruzione del paese con un impegno finanziario ancora maggiore. Giovedì scorso il presidente sudsudanese Salva Kiir si è rifiutato di ritirare le sue truppe dalla zona occupata di Heglig e ha dichiarato di non voler accettare alcuna ingerenza internazionale.

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Donne peacekeeper in Sud Sudan: un pioneristico progetto di NP

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 aprile 2012

Peace agreement dancers in Kapoeta, Eastern Eq...

Peace agreement dancers in Kapoeta, Eastern Equatoria (now in South Sudan), 2006 (Photo credit: Wikipedia)

In Sud sudan NP sta sperimentando un pioneristico progetto di formazione di Women Peacekeeping Teams (WPTs). Si tratta di team formati da sole donne locali con il compito di monitorare gli avvenimenti relativi alla violenza di genere (Gender-Based Violence –GBV-) e creare una spazio sicuro di confronto e conforto per le altre donne affette da tale problema. Il primo team é stato formato nel novembre 2011 a Juba ed ora ne sono sorti altri quattro in grado di coprire due distretti nel Central Equatoria State e tre nel Western Equatoria State. Il lavoro del WPT viene registrato presso il Ministero dello Sviluppo Sociale e si stanno creando sempre piú collaborazioni con gli altri attori interessati: forze di polizia, isitituzioni assitenziali e centri di salute.Ogni team é composto da circa 20 donne, la maggior parte sono madri di famiglia che non hanno mai avuto un lavoro fomale. Nonostante il Comprehensive Peace Agreement (CPA) menzioni la necessitá di un maggior coinvolgimento della donna nelle attivitá sociali e governative, sono in realtá pochissime le possibilitá di partecipare alla vita pubblica per una donna sud sudanese. Pertanto, i WPTs di NP sono une delle rare opportunitá di coinvolgimento delle donne locali nel processo di peacebuilding e ricostruzione post-conflitto del Sud Sudan. (fonte:Centro Studi Difesa Civile (CSDC)

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Sud-Sudan: preoccupazioni per la sicurezza dei rifugiati

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 marzo 2012

Nuba woman of Sudan

Nuba woman of Sudan (Photo credit: Wikipedia)

I ciclici combattimenti nella contesa area di confine di Lake Jau alimentano la preoccupazione per la sicurezza dei rifugiati sudanesi nel vicino insediamento di Yida. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) si dice ulteriormente allarmato per gli scontri avvenuti ieri tra gli eserciti nazionali di Sudan e Sud Sudan a Lake Jau e in altre aree di frontiera. L’Agenzia tiene regolari colloqui con i leader dei rifugiati sulla urgente necessità di un loro trasferimento al fine di evitare feriti tra una popolazione civile che ha già dovuto vivere notevoli traumi. In collaborazione con diversi partner l’UNHCR sta fornendo assistenza di base a oltre 16.000 rifugiati stabilitisi a Yida dopo essere fuggiti dalla violenza nella regione dei monti Nuba. L’Agenzia si occupa anche del sostegno alle famiglie vulnerabili. Nel mese di febbraio, inoltre, l’UNHCR ha svolto la registrazione completa della popolazione, oltre a una rilevazione in materia di nutrizione e una vasta campagna di vaccinazione contro il morbillo per i bambini rifugiati. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) distribuisce razioni di cibo standard, attraverso un canale di distribuzione ben funzionante. MSF e CARE si occupano poi dei servizi medici, mentre Samaritan Purse e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) provvedono alla fornitura di acqua potabile e ai sistemi igienico-sanitari. L’UNHCR ritiene che l’insediamento di Yida non sia sicuro per un soggiorno a lungo termine, a causa della sua vicinanza all’instabile area di confine. Anche le autorità sud-sudanesi – sia a livello centrale che locale – stanno esortando i leader dei rifugiati a spostarsi, in linea con le disposizioni della Convenzione sui rifugiati dell’OUA (oggi Unione Africana). In base all’articolo 2 della Convenzione infatti “per motivi di sicurezza, gli Stati d’asilo dovranno, per quanto possibile, sistemare i rifugiati ad una distanza ragionevole della frontiera del loro Paese di origine”. I leader dei rifugiati sostengono di voler restare vicino alle loro case sui monti Nuba e di essersi ormai adattati all’ambiente di Yida. Ma le minacce per la sicurezza sono una preoccupante realtà. Non è possibile ignorare che Yida è vicina a una zona pesantemente militarizzata, in cui combattimenti e bombardamenti si susseguono regolarmente. La stessa Yida è stata oggetto di un attacco aereo lo scorso novembre, quando i rifugiati sono stati costretti a fuggire nella boscaglia. In dicembre delle granate sono cadute vicino al campo. L’UNHCR teme che eventuali future esplosioni di violenza possano causare vittime tra i rifugiati. Finora 2.300 rifugiati sono stati trasferiti più a sud, nei più sicuri siti di Nyeel e Pariang. L’Agenzia sta fornendo loro cibo, acqua, alloggio, servizi igienici e cure mediche. I leader dei rifugiati hanno acconsentito a trasferire i bambini – riconoscendo le loro necessità di sicurezza e di un’istruzione regolare. Sono 1.500 gli studenti di scuola secondaria registrati per ricevere istruzione a Pariang, accompagnati da insegnanti e tutori rifugiati. Sono inoltre 450 i bambini rifugiati e locali che attualmente frequentano la scuola primaria a Nyel, dove le autorità hanno messo a disposizione terra da coltivare. Alle famiglie sono stati distribuiti sementi e utensili. Nello stato di Upper Nile, dove l’afflusso di rifugiati è continuo, le operazioni di trasferimento dalle aree di frontiera sono la routine. Circa 86.000 rifugiati sudanesi in fuga dagli attacchi nello stato di Blue Nile sono stati trasferiti nei più sicuri siti di Doro e Jammam. L’UNHCR svolge missioni di monitoraggio e si coordina con le autorità locali per individuare e trasferire i nuovi arrivati in questi insediamenti, dove possono ricevere assistenza umanitaria. Complessivamente al momento sono oltre 105.000 i rifugiati sudanesi provenienti dagli stati di Sud Kordofan e Blue Nile che hanno trovato asilo in Sud Sudan. Altri 30.000 sono fuggiti dal Blue Nile in Etiopia.

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Eritreo deportato dall’Italia in Turchia. Pericolo persecuzione e morte in Eritrea

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2011

English: Asmara, Eritrea.

Kidan Asmeron, nato ad Asmara (Eritrea) il 23 aprile 1977 è stato arrestato all’aeroporto di Roma dalle autorità italiane in data 14 dicembre 2011. Il giovane, che proveniva dall’Eritrea, nazione in cui è in corso una grave crisi umanitaria, ha chiesto protezione internazionale, facendo presente di aver già subito gravi forme di persecuzione in Eritrea: due anni di carcere per aver rifiutato l’arruolamento coatto, nonché trattamenti inumani e degradanti. Quindi Kidan Asmeron è fuggito dall’Eritrea, affrontando il pericoloso viaggio verso il Sudan, dove ha vissuto per due anni e da dove ha preso contatto con la sorella in Germania. La polizia italiana gli ha consentito di effettuare una telefonata alla sorella, alle 8.30 del mattino. Il giovane tentava di spiegare che a causa del suo stato di profugo, non disponeva di tutti i documenti richiesti, ma solo del passaporto e che era necessario un contatto con l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati per chiarire la sua posizione umanitaria. Le autorità tuttavia ignoravano le richieste del giovane, che si appellava invano alla Convenzione di Ginevra sui Rifugiati. Le autorità non prendevano contatto con l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, ma decidevano di deportare il profugo in Turchia. Perché in Turchia? Le autorità non hanno fornito spiegazioni, ma hanno comunicato al profugo che la deportazione era stata decisa poiché i suoi documenti non erano sufficienti per accoglierlo in Italia. Lo stesso giorno, il 14 dicembre 2011, le autorità italiane costringevano il profugo a imbarcarsi su un volo per Istanbul. Kidan riusciva a contattare la sorella da Istanbul alle 20.00. Si trovava nella stazione di polizia dell’aeroporto. Comunicava alla sorella di trovarsi agli arresti e di non aver avuto, neanche a Istanbul, diritto a un interprete né a un contatto con l’UNHCR. Il Gruppo EveryOne, in contatto con la sorella di Kidane, lancia un appello urgente all’UNHCR e al governo turco affinché il profugo non venga deportato in Eritrea, dove subirebbe l’imprigionamento, trattamenti inumani e degradanti e forse la morte, come è accaduto a molti altri profughi ingiustamente rimpatriati in Eritrea. Il Gruppo EveryOne chiede inoltre al governo italiano di rivedere la propria posizione rispetto al giovane, posizione che viola apertamente la Convenzione di Ginevra del 1951 e che ha messo – attraverso un’inspiegabile deportazione in Turchia – un profugo innocente e già vittima di persecuzione in gravissimo pericolo di vita. E’ fondamentale che il governo italiano comunichi con grande urgenza con il governo turco, per concordare un rientro del giovane in Italia o comunque il trasferimento di Kidan in un paese sicuro.

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Sudan: la Caritas intensifica gli aiuti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 giugno 2011

Lo scorso 9 gennaio si è svolto il referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan, previsto dagli accordi di pace del 2005. Si è così sancita la divisione del Sud Sudan dal governo di Khartoum, a partire dal 9 luglio 2011. Con l’avvicinarsi di quella data si intensificano scontri e violenze tanto che i vescovi sudanesi hanno lanciato un appello alla pace e una novena che prenderà il via domani, mercoledì 29 giugno. La situazione si è progressivamente aggravata, con scontri sempre più intensi nell’area di confine tra Nord e Sud Sudan e nelle ultime settimane nel Nord Sudan, specialmente nella regione del Sud Kordofan. Imprecisato il numero di vittime e oltre 60.000 le persone in fuga a causa di razzie, incendi di villaggi, violazioni di diritti umani, esecuzioni sommarie, bombardamenti aerei.
Oltre 30 anni di guerre, colpi di stato militari, crisi economiche e alimentari hanno portato l’82% della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà, oltre 2 milioni di morti e 6 milioni di profughi, nonostante gli accordi di pace nel 2005. Come da tempo viene sottolineato dalla Campagna italiana per il Sudan (www.campagnasudan.it), sono molti i nodi irrisolti e gli interessi in campo, soprattutto per quanto concerne l’uso delle risorse, che trasformano la data del 9 luglio in motivo di conflitto, nonostante il riconoscimento dell’esito del referendum da parte del governo di Khartoum.
Caritas Italiana si unisce alla preghiera per la pace dei vescovi locali e intensifica il sostegno a Caritas Sudan. In collaborazione con la rete internazionale Caritas è in atto un piano di aiuto d’urgenza in tutto il paese, rivolto alle persone che si spostano da nord a sud e in particolare alle fasce più vulnerabili: donne, minori, anziani. Da anni Caritas Italiana è attiva in Sudan e nei paesi limitrofi con un impegno complessivo di oltre 500.000 euro in programmi in favore della pace, educazione, sanità, sviluppo agricolo e, dal 2009, con la presenza di un’operatrice sul campo, affianca la Chiesa locale in un piano di formazione delle comunità di base e del personale diocesano, per accrescere la capacità di lettura e di risposta ai bisogni delle fasce più vulnerabili della popolazione.

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Sudan: dramma dei bambini sfollati

Posted by fidest press agency su sabato, 18 giugno 2011

L’escalation di violenza che si è abbattuta negli ultimi giorni nel Kordofan meridionale ha causato 60.000 sfollati, tra cui 30.000 bambini, che sono a rischio di essere separati dalla loro famiglie, abusati e di subire traumi devastanti. “Siamo molto preoccupati per i bambini sfollati a causa dei combattimenti e stiamo combattendo contro il tempo per fornire loro aiuto prima che arrivi la stagione delle piogge”, afferma Amin El Fadil, Direttore Generale di Save the Children in Sudan.
Gli abitanti del Kordofan meridionale hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni in mezzo ad attacchi aerei, sparatorie, incendi e saccheggi. La maggior parte delle vie di accesso alla zona non sono sicure o sono bloccate, limitando di fatto l’accesso umanitario volto ad aiutare i bambini e le loro famiglie. L’aeroporto di Kadugli è stato chiuso ed anche le vie terrestri per arrivare in città sono bloccate, mentre cresce la preoccupazione che i combattimenti tra l’esercito regolare del Sudan e l’Armata di liberazione del Sudan (Sudan Liberation Army) possano aumentare e diffondersi. I bambini sfollati sono esposti a numerosi rischi, come quello di essere coinvolti nelle violenze, assistere ad eventi traumatici, nonché perdere le loro famiglie nella confusione generale. In particolare, i bambini che rimangono separati alle famiglie sono molto vulnerabili e a rischio di abuso fisico e sessuale, e possono anche essere arruolati forzatamente. Questa nuova ondata di sfollati segue un conflitto simile che ha già afflitto la zona di Abyei e si inquadra nella più ampia crisi umanitaria che affligge il Sud Sudan. Negli ultimi mesi, c’è stato un massiccio afflusso di persone dal nord al sud del paese, in vista della dichiarazione d’indipendenza di luglio.
Save the Children lavora in Sudan dal 1984 e ha messo al servizio del paese i suoi oltre 90 anni di esperienza nel fronteggiare crisi umanitarie in tutto il mondo. L’Organizzazione ha uffici in tutto il paese e lavora anche con numerose comunità locali, nonché partner e associazioni che si occupano di bambini. Save the Children, grazie alla sua presenza capillare negli stati chiave del nord del paese, è in grado di distribuire cibo, medicinali e materiali di rifugio per i bambini sfollati.

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On the conflict in Sudan

Posted by fidest press agency su sabato, 18 giugno 2011

It is the height of the hunger season in Sudan and the violence that has engulfed South Kordofan is hindering WFP’s efforts to reach hundreds of thousands of people in need of food assistance. As the security situation in South Kordofan state deteriorates, I would like to echo the UN Secretary General’s deep concern about the escalation in the conflict. WFP has delivered food to more than 26,000 people who have fled the most recent violence in South Kordofan, but I am deeply concerned that any further escalation in the conflict may undermine our efforts to reach the 400,000 people we were feeding in Kordofan before this latest outbreak of fighting. More than 60,000 people are reported to be on the move in remote and inaccessible areas. Many are vulnerable women and children, who will bear the brunt of the violent upheavals. The precarious security situation is preventing us from distributing food to where it is needed most. For humanitarians it is of grave concern that we have the food, but we cannot get it out to those whose lives depend on it. If we are to reach the most vulnerable in the coming days, it is vital that we have the secure and unhindered humanitarian access that is essential for our life-saving work delivering food to the hungry..

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Rifugiati in Sudan

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 maggio 2011

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati(UNHCR) e Prosolidar (Fondo nazionale per progetti di solidarietà del Settore del Credito e dell’ABI) hanno firmato oggi un accordo per il finanziamento del progetto “Light Years Ahead”. L’accordo prevede una donazione di 480.000 euro che fa di Prosolidar il principale donatore dell’UNHCR nel 2011. Il finanziamento permetterà di installare 97 lampioni solari nei campi di Shagarab e Kilo 26 nel Sudan orientale e fornire 5.823 lanterne domestiche ad energia solare e altrettante pentole a basso consumo (1 per nucleo familiare). Più di 29.000 rifugiati eritrei, somali ed etiopi ospitati nei due campi avranno accesso a tecnologie semplici, innovative ed eco-sostenibili in grado di migliorare la loro condizione di vita e, nel contempo, incidere in misura minore sui delicati equilibri ambientali ed ecologici delle zone di accoglienza. Avere un’adeguata illuminazione all’interno dei campi significa garantire maggiore protezione alle donne, normalmente incaricate della raccolta della legna e quindi esposte al rischio di subire violenze sessuali nei lunghi tragitti in aree spesso isolate. Ma vuol dire anche dare ai ragazzi e ai bambini la possibilità di studiare in orari serali e quindi favorire percorsi di istruzione. Il progetto Light Years Ahead, oltre al Sudan, verrà realizzato anche in Chad, Djibouti, Etiopia, Uganda, Rwanda, Kenya all’interno di 12 campi gestiti dall’UNHCR, a sostegno di 450mila rifugiati. Il Sudan è un paese in cui negli ultimi 20 anni si sono sviluppate
gravi crisi umanitarie (Sud Sudan e Darfur) che hanno causato la fuga di oltre 368mila rifugiati* e più di 1 milione di sfollati interni. Allo stesso tempo in Sudan hanno trovato rifugio oltre 186mila rifugiati provenienti da Eritrea, Etiopia, Chad.

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Referendum nel Sudsudan

Posted by fidest press agency su martedì, 11 gennaio 2011

In occasione del referendum per l’indipendenza attualmente in corso in Sudsudan, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) vuole ricordare le decennali e gravi violazioni dei diritti umani commessi nei confronti della popolazione africana del Sudsudan. Tre generazioni di Dinka, Nuer, Scilluk, Anuak, Bari, Zande e di altre popolazioni africane del Sudan non hanno praticamente mai conosciuto il significato della parola pace. Dal 1955 ad oggi circa quattro milioni di persone sono state vittime di genocidio nel Sudsudan, nelle montagne Nuba e in Darfur. In seguito alla consegna del sud del paese al Nordsudan arabo fatto dalla potenza coloniale britannica, il regime di Khartoum iniziò già negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso a mettere in fuga e a radere al suolo interi villaggi. Comunità intere vennero chiuse in chiese poi incendiate, furono uccisi dirigenti sudsudanesi e un numero imprecisato di Sudsudanesi morì sotto tortura. Dopo una breve pace, il massacro continuò a partire dal 1983 con la messa in fuga in massa della popolazione, i bombardamenti mirati alle scuole, agli ospedali e a altre istituzioni civili. Come arma da guerra venne utilizzata anche la fame e vaste aree del paese furono sistematicamente devastate costringendo milioni di persone alla fuga. Il Sudsudan è un simbolo di un genocidio ignorato, rimosso e negato per decenni. La politica dell’oppressione religiosa, dello sfruttamento economico, della persecuzione razziale e della discriminazione sociale continuò fino al 2005 e per molto tempo i governi europei e statunitensi sostennero i diversi regime sudanesi.Anche per questo motivo l’Europa ora ha un preciso dovere di riparazione nei confronti della popolazione africana del Sudan ed è quindi chiamata a sostenere con impegno la ricostruzione del Sudsudan, in particolar modo se nel referendum in corso la popolazione si esprimerà – come di fatto tutti si aspettano – a favore dell’indipendenza della regione.

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Un anno di Sudan

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 gennaio 2011

Si chiude un anno importantissimo nella storia del Sudan e un altro altrettanto decisivo si apre. Il 2010 è stato l’anno delle prime elezioni multipartitiche dal colpo di stato che, nel 1989, aveva portato al potere il presidente Bashir. L’appuntamento, previsto dagli accordi di pace del 2005, avrebbe dovuto essere un passaggio decisivo nel processo di democratizzazione necessario per rendere l’unità del paese attraente per tutti i suoi cittadini. Si è risolto invece in una prova di forza e destrezza tesa a rinsaldare il potere dei due partiti di governo, il Ncp al Nord e lo Splm al Sud.
La comunità internazionale, chiamata in causa a più riprese dall’opposizione politica e dalla società civile democratica, ha avvallato i risultati, pur ammettendo che tutto il processo elettorale era ben lontano dagli standard necessari per definirlo libero e credibile. L’obiettivo ultimo era portare a termine il percorso previsto dagli accordi di pace con il referendum di autodeterminazione, che si terrà dal 9 al 13 di gennaio di quest’anno, il 2011. È ormai evidente che il sostanziale fallimento del processo di democratizzazione porterà con ogni probabilità alla secessione del Sud. Cosa succederà dopo è difficile da prevedere. Troppe sono le variabili in gioco e gli scenari possibili sono innumerevoli.   Il nuovo paese si affaccia alla storia in un contesto particolarmente difficile. Sul piano interno molte questioni rimangono aperte: i confini tra il Nord e il Sud; la gestione di risorse strategiche come l’acqua del Nilo e il petrolio; l’instabilità di vaste regioni al conflitto sempre aperto in Darfur;  i diritti di cittadinanza, il rispetto dei diritti umani, politici e civili in genere.  Sul piano internazionale i due potenziali paesi hanno già ora una storia differente: il Nord rischia l’isolamento, soprattutto a livello regionale, dove si attribuisce al governo di Khartoum la responsabilità della secessione del Sud, che potrebbe aprire molte altre rivendicazioni in tutto il continente; il Sud ha per ora molti sostenitori, soprattutto in Occidente, ma sono già vive le preoccupazioni per la gestione complessiva del paese. Nel corso del 2011 la Campagna italiana per il Sudan seguirà l’evolversi di questa complessa situazione, dando particolare attenzione al contesto regionale in cui si inscrive e all’uso delle risorse, da cui dipende il consolidarsi di una pace sostenibile o lo scoppio di altri conflitti. http://www.campagnasudan.it

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