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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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Lavorare da casa: vantaggi e svantaggi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2015

lavorare da casaMilano. Secondo un’indagine internazionale Regus, oltre il 50% (50,9% dato Italia e 52% media globale) dei professionisti intervistati dichiara di lavorare fuori ufficio, molto spesso da casa, per almeno metà dei giorni lavorativi della settimana. Queste modalità di lavoro agile comportano indubbiamente dei vantaggi, come la maggior flessibilità degli orari, l’ottimizzazione dei tempi evitando trasferimenti casa-ufficio nelle ore di punta e un miglior equilibrio tra vita lavorativa e tempo libero. Quindi tutto bene? Non proprio. Come in ogni cambiamento nelle abitudini consolidate sorgono delle criticità. Regus, il principale fornitore di spazi di lavoro flessibili, nella sua inchiesta condotta a livello globale su un campione di 44.000 manager e professionisti ha riscontrato negli intervistati che lavorano per molto tempo da casa un profondo senso di solitudine (38% media globale), leggermente inferiore nel nostro paese (28% il dato relativo all’Italia). Molto avvertito è anche il disagio dovuto a una minor interazione e possibilità di confronto con altri colleghi e professionisti (67% Italia e 64% media globale). Inoltre il 40% degli italiani (62% media globale) avverte la necessità di programmare frequenti meeting, viaggi e incontri di lavoro fuori casa per compensare il senso di solitudine e isolamento. Rispetto alla tradizionale organizzazione di routine “casa-ufficio”, queste modalità innovative di smart working o di lavoro agile a volte non sono perfettamente comprese dalle famiglie, causando il timore in chi lavora da casa che la propria attività professionale venga sminuita e considerata meno importante. Questa situazione è particolarmente avvertita in Italia per il 45% degli intervistati, mentre il dato globale registra una media del 39%.Un’altra considerazione degli intervistati, meno professionale e più collegata al benessere personale, riguarda il timore di ingrassare poiché, trascorrendo molto tempo in casa lavorando alla scrivania si è tentati dagli snack fuori dall’orario dei pasti (il dato Italia e la media globale coincidono al 32%).
Ecco in sintesi il confronto fra il dato italiano e la media mondiale delle principali conclusioni del rapporto Regus:
· il 50,9 % (52% media globale) dei professionisti segnala che lavorano fuori ufficio oltre la metà della settimana e molto spesso da casa
· Il 28% (38% media globale) dichiara di sentirsi solo e il 67% (64% media globale) avverte la mancanza di confronto con altri colleghi e professionisti
· Il 40% (62% media globale) ha la necessità di organizzare meeting e viaggi di lavoro per sfuggire al senso di isolamento lavorando da casa
· Il 45% (39% media globale) teme che la sua famiglia percepisca che il lavoro svolto lontano dall’ufficio tradizionale sia meno importante
· Il 32% (media globale 32%) teme di ingrassare poiché a casa dispone di molti snack fuori pasto
Mauro Mordini country manager di Regus in Italia ha così commentato: “Chi lavora in modalità organizzative di smart working o lavoro agile necessita di ambienti professionali e completamente attrezzati per essere efficace e produttivo. Gestire il proprio lavoro lontano dall’ufficio, ma quasi sempre da casa chiaramente non è la soluzione più efficace. Chi ha la possibilità di lavorare in un ambiente completamente funzionale, invece che da uno spazio improvvisato all’interno della propria casa, ha l’opportunità di confrontarsi con altri professionisti e superare così il senso di isolamento. Le aziende che forniscono ai propri dipendenti l’accesso a un business center vicino a casa, sfruttano appieno i vantaggi di modalità di lavoro agile offrendo ai propri collaboratori ambienti professionali e funzionali, riducono i costi fissi degli uffici tradizionali, incrementano la produttività ed eliminano il tempo perso in lunghi viaggi casa-ufficio”. (foto: lavorare da casa)

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Berlusconi ringrazia Tremonti e Napolitano

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 luglio 2011

Il governo è salvo. Lo deve ai mercati e al concentrato di solidarietà che ha incassato in questi giorni nei quali è riuscito a far passare una manovra finanziaria i cui effetti deleteri si avvertiranno sempre di più, man mano che i giorni trascorrono. Giustamente Rosario Amico Roxas faceva osservare che “L’attuale crisi ci fa riflettere sui vantaggi e gli svantaggi che determinano la tenuta di un governo e le ragioni che, nonostante tutto, lo tengono in piedi con una fitta rete di protezioni, privilegi, sanatorie, ecc.” E soggiunge: “il timore di. questo governo, nell’attuale momento di crisi (peraltro sempre negata, fino a quando non ci è franata addosso), si materializza nell’ipotesi che “nemmeno” la prima classe potrebbe salvarsi se le classi subalterne e sacrificabili, non dovessero accettare le misure che, innanzitutto, dovranno salvare le “prime classi”, costrette a intervenire anche loro, trascurando l’abitudine all’evasione fiscale, ai privilegi, alle protezioni, ai condoni, alle sanatorie, agli scudi fiscali.” Qui Roxas ci introduce ad un suo ragionamento sulle “classi” e noi vorremo aggiungervi una nostra considerazione. In Italia esiste, come del resto altrove nel mondo, una classe dominante, altri la chiamerebbero “padrona”, la quale deve salvaguardare i propri privilegi. E per farlo deve “sfruttare” le altre classi. In Italia è una virtù consolidata tanto che ad assumerne il ruolo di garante è stato chiamato alle bisogna una persona che per i suoi trascorsi ne è la figura più rappresentativa. Il discorso resta politico e culturale al tempo stesso. Se 45 milioni di italiani, su sessanta che siamo, non riescono ad esprimere una propria volontà e, peggio ancora, a sentirsi sfruttati dalla minoranza dominante non ci sarà giustizia sociale, non ci sarà uguaglianza di diritti, non ci sarà equa ridistribuzione delle risorse, ma solo sfruttamento e sudditanza e una resa incondizionata. Questa è la cruda realtà e il rituale che oggi si celebra con l’approvazione della finanziaria non dovrebbe farci esultare, come invece sta accadendo, perché perpetua, peggiorando, la condizione in cui ci troviamo: sfruttati dai soliti sfruttatori e frastornati sino al punto di plaudire una manovra che ci renderà ancora più poveri e impotenti. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Mediazione civile

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2010

Si prepara un autunno  denso di prospettive di lavoro per chi è già conciliatore,  grazie alla politica dell’O.U.A. che è contro la mediazione civile e commerciale diventata legge dal 20 marzo 2010. E’ stato chiesto al presidente Pecoraro – dell’Associazione Nazionale per la Conciliazione  e l’Arbitrato (ANPAR), una delle prime associazioni (anno di costituzione 1995), a credere nei sistemi alternativi alla giustizia ordinaria –  del perchè l’O.U.A. è contraria alla mediazione e quali sono i vantaggi o svantaggi degli organismi di conciliazione già costituiti. “Gli organismi di conciliazione sotto sorveglianza  del ministero di giustizia hanno superato il numero di cento, fra questi spicca l’assenza della maggior parte degli Ordine degli avvocati. Infatti, l’Organismo Unitario  dell’Avvocatura, non opera bene nella mediazione civile,  perchè vuol mantenere a tutti i costi posizioni di privilegio  a discapito dei cittadini e della giustizia. Non si capisce perchè l’Italia dovrebbe discostarsi da quelle che sono le direttive Europee e dalla volontà del popolo, che ha chiesto al Governo il rispetto della delega  parlamentare, in materia di mediazione civile. Bene fa il ministro, Angelino Alfano, nel dire di mettere da parte le “lobby” o di non legiferare secondo la loro volontà su tematiche prive di ogni fondamento. I dati ci dicono, che più l’O.U.A. esprime contrarietà alla mediazione, più i cittadini ed avvocati o commercialisti prendono le distanze dai rispettivi vertici che presiedono gli ordini professionali. La verità è una sola, afferma Pecoraro – i consigli degli ordini degli avvocati, possono a “semplice richiesta”, cosi come dettato dall’art. 18 del D. Leg. 28/2010, istituire  organismi presso ciascun tribunale, avvalendosi di proprio personale e utilizzando i locali loro, messi loro a disposizione del tribunale. Perchè non l’hanno fatto?  La risposta è molto semplice e  senza equivoci: i rappresentanti legali degli ordini professionali hanno  gli stessi obblighi e responsabilità di altri organismi pubblici e privati  iscritti  nel registro tenuto presso il Ministero, per tali motivi  il  rappresentante legale dell’ordine  deve  assumere  carichi di responsabilità senza oneri per conto di terzi  e a favore di terzi, questi sono i veri motivi per cui si chiede l’abolizione dell’informativa, dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione prima della  domanda giudiziale e la presenza  necessaria  in qualità di assistenti nella mediazione da parte degli avvocati. Qui non c’è nessun principio di  “lesa maestà”, c’è solo buon senso di dare possibilità, agli stessi avvocati, ai giovani ed ai neolaureati –  attraverso gli Organismi costituiti e dopo un corso formativo “ad hoc”  – la possibilità di lavorare. Il grosso problema dell’O.U.A. è che per la prima volta nella storia dell’avvocatura e della giustizia, i presidenti degli Ordini,   sono responsabili delle designazioni  in materia di risoluzione di controversie  civili e commerciali, in particolare per quelle materie il cui tentativo  è obbligatorio a partire dal marzo 2011.
Infatti -. dice ancora Pecoraro –  se,  il mediatore al quale è affidata la risoluzione di una controversia  formula una proposta di conciliazione”  NON nel rispetto del limite dell’ordine pubblico e delle norme imperative,  il relativo verbale diventa non omologabile e la responsabilità ricade unicamente  in capo al rappresentante dell’ordine professionale, costituitosi Organismo.
Inoltre, c’è anche da dire, che la norma deontologica degli ordini professionali, non consente a chi è al vertice  e chi ne fa parte  di “autodesignarsi” conciliatore, al massimo il responsabile dell’organismo potrebbe comportarsi come succede oggi per altri incarichi, tesi unicamente a favorire “gli amici o gli amici degli amici” a prescindere dalle specifiche competenze. Tantissimi avvocati,  praticanti avvocati, giovani laureati in giurisprudenza e/o in materia economiche, laureati con titoli equipollenti, che hanno creduto e credono nella mediazione civile, quale sistema efficiente  in grado di deflazionare il carico delle controversia sia pendenti che  da venire, ringraziano l’O.U.A. , perchè mentre  questo organismo aspetta “riscontri”  dal Ministro alle loro insensate proteste, quelli che sono già conciliatori specializzati esercitano ed hanno esercitato,  alla gran! de questa nuova attività professionale, basta leggere i dati delle conciliazioni effettuate da altri organismi di conciliazione e dalle camere di commercio, che registrano un  incremento di risoluzione delle liti di circa il 60% da quando è andato in vigore il D. Leg.  n. 28 a marzo del 2010. Un dato per tutti: l’ANPAR che rappresento, ha avviato procedure conciliative su tutto il territorio nazionale ed estero, dall’entrata in vigore della legge,  sia per numero che per valore (oltre i 6 milioni di euro).   Ormai, quasi nessuno più crede,  in particolare i cittadini,  alle accuse  dell’O.U.A. contro il nuovo istituto giuridico della mediazione civile. Al contrario l’avvocato che fino ad oggi  “ha chiuso gli occhi  alla mediazione”  dovrebbe già cominciare a porsi il problema di cosa succederà quando il  proprio assistito, al quale non è stato detto che  la risoluzione della propria controversia poteva e può  risolversi a costo zero e nel tempo massimo di 4 mesi, verrà a conoscenza di questa carente “informazione”? L’aver da tempo invitato a disertare la formazione da parte dell’O.U.A. ai propri iscritti  ha significato semplicemente  “paralizzare quegli avvocati che hanno perso e stanno perdendo  quote di mercato professionale,  sono sempre di più  i conciliatori avvocati che  anche con giudizi pendenti stanno ricorrendo ad essa e più sciopera l’O.U.A., più  aumentano  gli avvii di procedure conciliative, più si disertano le udienze più i giudici “demandano” agli organismi le controversie in corso, più non si assistono i meno abbienti  più gli organismi di conciliazione si fanno avanti.  Egoisticamente – dice  Pecoraro – non sò proprio come avremmo fatto noi associazione se, non ci fosse stata l’O.U.A. (A. Bove)

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Hiv: terapia combinata prolunga sopravvivenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2009

I soggetti che contraggono l’infezione da Hiv fra i 20 ed i 40 anni possono confidare di sopravvivere oltre i 70 anni se iniziano precocemente il trattamento con una terapia antiretrovirale combinata (cART). Anche nelle migliori delle circostanze, comunque, la durata media della vita dei pazienti con infezione da Hiv è ancora inferiore di circa 10 anni rispetto a quella dei pazienti non infetti. La speranza di vita di questi pazienti all’età di 20 anni è pari a circa due terzi di quella dei loro coetanei della popolazione generale. Ciò probabilmente si deve agli svantaggi clinici precedentemente non rilevati del mancato trattamento dell’infezione. Il trattamento precoce quando la conta CD4+ è ancora al di sopra delle 500 cellule/litro sarebbe forse il test clinico più importante che andrebbe effettuato nell’era post-cART. (Lancet 2008; 372: 266-7 e 293-9)

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