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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

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Rapporto Svimez: economia e società del Mezzogiorno alle prese con il Covid

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 dicembre 2020

Il Rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno è stato presentato dal Direttore Luca Bianchi il 24 novembre di questo anno e discusso dal Presidente del Consiglio, dal Ministro per il Mezzogiorno e dall’economista Lucrezia Reichlin.Il Rapporto è calato in una realtà quanto mai incerta, sia per quanto riguarda l’andamento della pandemia e della crisi connessa, sia per quanto attiene alla disponibilità, nei tempi e nella quantità, delle risorse del Fondo Europeo Next Generation e ai programmi di impiego da parte del Governo. Comprensibile, pertanto, la decisione della Svimez di modificare la struttura del Rapporto, estendendo l’analisi al successivo periodo Covid, così da portare elementi aggiornati di conoscenza nel dibattito in corso sulla “ricostruzione del Paese”.La documentazione statistica fornita indica che ben prima del Covid l’Italia si stava allontanando dal resto dell’Europa in termini di crescita, così come il Sud si stava allontanando dal Centro-Nord. E che anche gli interventi di sostegno del Governo nel periodo Covid non hanno impedito che il Mezzogiorno pagasse un prezzo più elevato per il maggior peso nella sua economia dei settori più colpiti (turismo, commercio) e per la maggiore fragilità del mercato del lavoro, le cui categorie più deboli (precari, autonomi, lavoratori in nero) hanno minori possibilità di accesso alla tutela dei redditi fornita dallo Stato. Ma ora c’è un fatto nuovo che può determinare una svolta nella politica nazionale.Prima o poi le risorse europee saranno disponibili e il loro impiego nelle direttrici già individuate di uno sviluppo verde e digitale può costituire un’opportunità per un riallineamento del Mezzogiorno agli standard economici e sociali del Centro-Nord. Problema decisivo sarà la redistribuzione di tali risorse: quanta parte sarà destinata a investimenti aggiuntivi con cui dare una spinta supplementare alla crescita, e quanta parte sarà destinata a sostenere progetti già in cantiere, sostituendo – in tal caso – i prestiti del mercato con i prestiti più convenienti europei.Più alta sarà la quota degli investimenti aggiuntivi, maggiore potrà essere il beneficio che il Mezzogiorno potrà trarne. Il Rapporto Svimez sostiene tale giudizio con una simulazione econometrica che individua per gli investimenti aggiuntivi un moltiplicatore di reddito più sostenuto nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord.Il rafforzamento della capacità produttiva del Mezzogiorno, in un contesto competitivo meglio attrezzato, favorirebbe una convergenza fra le due aree e, per questa via, un più accelerato percorso di crescita per il Paese.Non m’è dato sapere quanto peso abbiano, nella simulazione Svimez, variabili quali la qualità delle istituzioni pubbliche locali e la presenza di organizzazioni criminali, che da sempre condizionano la capacità di spesa pubblica del Mezzogiorno.I ritardi e le inefficienze nell’utilizzo delle risorse europee dei Fondi di Coesione non sono certo un buon viatico per quando le risorse da gestire saranno ben maggiori.Si pone allora l’interrogativo: su quali gambe istituzionali dovranno poggiare i nuovi progetti europei? Un dibattito è aperto nei paesi sull’assetto istituzionale più appropriato, con la proposta del Governo di una struttura piramidale facente capo alla Presidenza del Consiglio e sostenuta tecnicamente da esperti esterni. Una soluzione politica tecnocratica che porrebbe complicati problemi di coordinamento con le strutture operative delle amministrazioni centrali, regionali e locali, senza contare l’indebolimento della collegialità del Governo.Per quanto riguarda il Mezzogiorno, la sfida aperta dalla gestione dei progetti europei può costituire l’occasione per rafforzare la sua debole rete istituzionale promuovendo un più efficace funzionamento delle strutture di Governo locale e delle Pubbliche Amministrazioni. In funzione dei singoli progetti, individuare i centri di decisione, migliorare i meccanismi di coordinamento a livello politico e burocratico, valorizzare le risorse professionali esistenti e innescare nuove competenze esterne.Il ricorso, soprattutto nel Mezzogiorno, ai vari commissariamenti non ha dato i risultati sperati. Meglio investire sull’architettura istituzionale per la governance dell’utilizzo dei fondi europei quale perno per una modernizzazione dell’intero apparato pubblico del Mezzogiorno e del Paese. Gli investimenti sono importanti perché definiscono le opportunità di una collettività, ma sono le istituzioni e le regole condivise a realizzarle.

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Rapporto Svimez: Confermato il disimpegno su Scuola e Istruzione

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 novembre 2019

Gli investimenti per la Scuola e l’Università si confermano in calo, soprattutto al Sud: lo dice, chiaramente, il rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato oggi a Montecitorio, a Roma, proprio nelle ore in cui la manovra inizia al Senato il suo percorso parlamentare. Istruzione, Innovazione, Ambiente e Lavoro risultano tra le priorità emerse dal Rapporto nazionale, con il dato sulla formazione dei giovani che risulta ormai collocato stabilmente tra i comparti che riservano risparmi pubblici. Marcello Pacifico, presidente Anief, rivendica “organici aggiuntivi per gli istituti collocati in zone ad alto rischio dispersione scolastica, l’eliminazione delle classi pollaio, ad iniziare da quelle con alunni disabili e con problemi di apprendimento. Laddove gli enti locali e i territori non danno alcuna spinta agli istituti scolastici, è indispensabile che nella scuola si agisca introducendo propri anticorpi, come gli organici maggiorati, anche di personale Ata che in condizioni sempre più sottodimensionate svolge un prezioso lavoro di raccordo e di sorveglianza, il ritorno delle compresenze, l’ampliamento del tempo pieno, l’eliminazione dell’organico di fatto e la riduzione del numero di alunni per classe. Si deve poi prevedere, inoltre, uno stanziamento di risorse straordinarie, anche per favorire l’orientamento, considerando il sempre troppo alto numero di abbandoni precoci dei banchi. Sono tutte disposizioni che necessitano di investimenti corposi e non di certo dei tagli al settore previsti fino al 2035”. Sulla scuola non ci sono inversioni di tendenza: scorrendo i dati forniti oggi attraverso la ricerca annuale dello Svimez, risulta che in Italia la spesa per l’istruzione si riduce con una flessione del 15% a livello nazionale, di cui il 19% nel Mezzogiorno e il 13% nel Centro-Nord. Nel Mezzogiorno solo poco più di 3 diplomati e 4 laureati su 10 sono occupati da uno a tre anni dopo aver conseguito il titolo. Prosegue l’abbandono scolastico, nel 2018 gli early leavers meridionali erano il 18,8% a fronte dell’11,7% delle regioni del Centro-Nord. Per di più al Sud il 56% delle scuole ha bisogno di manutenzione urgente. Il rapporto Svimez, quindi, è un altro ulteriore tassello che conferma i passi indietro degli ultimi Governi sull’istruzione nazionale. Passi che hanno già avuto i loro importanti negativi effetti sulle scuole più esposte alle difficoltà, ad iniziare da quelle territoriali: laddove vi è carenza di agenti culturali, soprattutto al Sud, le competenze degli alunni risultano decisamente indietro, come certificato dai dati Invalsi, pubblicati ad inizio estate. Una tendenza sulla quale pesano anche il numero eccessivo di alunni per classe, che quando superiore ai 22-23 o ai 20, in caso di presenza di alunni disabili, non permette all’insegnante di incidere con alta efficacia nella formazione, la bassa presenza di tempo pieno, l’alto numero di docenti precari, in particolare di sostegno, e la scarsità di risorse umane, in organico, indispensabili per attuare la didattica con successo in determinate condizioni.

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L’Università del Mezzogiorno

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

di Giuseppe BIANCHI. La Svimez ha recentemente dedicato un proprio seminario ai problemi dell’Università nel Mezzogiorno, coordinato dal direttore dell’Istituto Luca Bianchi e partecipato da autorevoli membri di questo mondo. Tre sono i fenomeni posti al centro del dibattito.Il numero crescente di giovani che, laureatosi al Sud, si trasferiscono poi nelle regioni centro-settentrionali. 200 mila i laureati emigrati nel periodo 2001-2015 che, tenendo conto del costo medio della loro formazione calcolato dall’OCSE, porta ad una cifra di 26 miliardi trasferiti dal Sud alle aree più avvantaggiate.Secondo, l’attitudine più recente dei giovani meridionali di anticipare la loro delocalizzazione andando a studiare nelle Università del Centro-Nord. Su 680 mila giovani meridionali iscritti all’università ben 175 mila, pari al 26% studiano in un Ateneo collocato fuori dal Mezzogiorno. Anche questa forma di emigrazione ha un costo, minori consumi privati e pubblici nei territori abbandonati dagli studenti che Luca Bianchi ha stimato in circa 3 miliardi di euro. Infine che la grande maggioranza dei giovani che abbandonano il Mezzogiorno non ritornano nelle terre di origine, rendendo definitiva la perdita di capitale umano.Un ulteriore circolo vizioso che penalizza il Mezzogiorno: una economia debole che crea emigrazione dei giovani più qualificati impoverendo di risorse pubbliche e private i territori che si avvitano in una decrescita progressiva.Che si può chiedere alle università per uscire da tale situazione? C’è una risposta quasi obbligata: accrescere la loro capacità di creare competenze spendibili sul mercato del lavoro, una volta assodato che il semplice titolo di studio non è più garanzia di occupabilità, nonostante l’equivalente valore legale.
Ma quali sono le competenze domandate da territori privi di attività economiche importanti? La risposta deve essere selettiva perché il Mezzogiorno non è tutto uguale e perché non è vero che nel Mezzogiorno non è possibile fare impresa. Ci sono le medie imprese studiate dalla Fondazione La Malfa che, per quanto ridotte in numero a causa della grande crisi, quelle rimaste progrediscono nella competitività non meno delle pari imprese del Nord più avanzato. Ci sono i distretti monitorati da Intesa S. Paolo che segnano una recuperata vitalità nell’export, soprattutto nell’agro-alimentare.
Le aree più sviluppate del Mezzogiorno dal punto di vista degli insediamenti industriali e della presenta di un terziario avanzato che include anche centri universitari di eccellenza. In queste aree il problema è di estendere le buone pratiche già in atto di cooperazione fra singole imprese ed Università, sperimentando nuove formule istituzionali di raccordo tra i due mondi, oggi non dialoganti, al fine di arrivare ad una migliore calibratura dei rapporti fra domanda ed offerta di competenze. Un salto di qualità che da un lato deve impegnare il sistema delle imprese nel sostenere investimenti nella ricerca universitaria e nell’offrire borse di studio ai giovani più meritevoli; dall’altro un sistema universitario che, in presenza di una sostituzione di risorse private rispetto a quelle pubbliche (entro limiti da definire) si spinge su nuove frontiere in termini di autonomia gestionale e di responsabilità di risultato.Dal lato opposto le aree più sfavorite del Mezzogiorno nelle quali potenziare gli investimenti pubblici nella formazione universitaria dei giovani. Va osservato che la grande crisi ha interrotto quel processo di riallineamento nelle tre circoscrizioni territoriali nei tassi di proseguimento dalla scuola superiore all’Università. Molti giovani nel Mezzogiorno sono oggi intrappolati nell’emarginazione sociale a causa dell’impoverimento delle loro famiglie. Se a questi giovani è precluso il lavoro nei luoghi di residenza si consenta loro almeno l’accesso agevolato allo studio tramite forme di sostegno finanziario per metterli in condizione di cercare fortuna altrove. Una fortuna che l’Università deve aiutare riducendo l’attuale proliferazione dei corsi (spesso a tutela dei posti di lavoro dei docenti) ed inserendo nelle diverse culture disciplinari le nuove metodologie della conoscenza che favoriscano approcci interdisciplinari orientati al “problem solving” ed allo studio di gruppo. Diamo a questi giovani una ciambella di salvataggio per affrontare i marosi del mercato del lavoro.

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Sicurezza: un bisogno avvertito e crescente

Posted by fidest press agency su martedì, 10 ottobre 2017

sicurezza alimentareSecondo un rapporto della Svimez di qualche anno fa “non vi è dubbio che la presenza della criminalità organizzata scoraggi gli investimenti, quindi l’occupazione, riduca la dimensione del bilancio fiscale attraverso la riduzione della base imponibile, abbassa l’effetto moltiplicativo degli incrementi di spesa, sottraendo debito e risparmio dal circuito legale.” E’ una circostanza che si aggiunge all’intrecciarsi di realtà sommerse, al limite della legalità, per fattori di insicurezza, per gli sfruttamenti insani dell’ambiente, per quelle circostanze, diciamo epocali, che si delineano nella grande confusione e disordine dei processi migratori. Sono tutte condizioni oggettive di una realtà composita con la quale deve di continuo avere a che fare e che si sommano alle problematiche che l’intera area dispiega associandola ai problemi dello sviluppo. Il nostro compito non può farsi chiaro se rimaniamo nel chiuso delle nostre paure, dei possibili conflitti etnici, di un assillo della sicurezza, che ci porta fuori da ogni umana riflessione sui fattori di una politica diversa, la cui fonte ispiratrice dovrebbe essere ancora una volta culturale, di un neoumanesimo realistico, senza sogni, tutto rivolto a fare vivere i principi etici della convivenza, nel rispetto pieno dei diritti umani e delle culture altre, tutto ciò, visto come una occasione storica che tocca a noi, vivere con coraggio e intelligenza politica, non come una penalizzazione. (Riccardo Alfonso)

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Il Petraroia-pensiero sul “Molise in fermento”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2015

campobasso villa comunaleGentile direttore, pur riconoscendo all’assessore molisano Michele Petraroia un amore sconfinato per il Molise e un’onestà intellettuale che non tutti gli amministratori possono vantare, tuttavia le sue frequenti comunicazioni, diffuse dagli organi d’informazione regionali, non fanno altro che evidenziare quel che del Molise già si conosce, trascurando – viceversa – qualsiasi proposta progettuale per il futuro. Insomma, queste note dell’assessore sono molto coerenti con quel diffuso “conservatorismo” che da sempre rappresenta più croce che delizia del territorio, mancando di “affacci sul futuro” e di soluzioni concrete per tentare di frenare un inarrestabile declino che vede associati alla regione – vedi ultimo rapporto Svimez – numeri da record negativo in ambito di Pil, occupazione, ecc. (tra l’altro, materie di cui si occupa proprio il Petraroia). Nell’ultima comunicazione, intitolata un po’ troppo entuusiasticamente “Il Molise in fermento”, l’assessore ci ricorda che i borghi molisani in questi giorni “sono vestiti a festa per accogliere turisti (davvero pochi, aggiungo io) ed emigranti (sempre meno)” e, a supporto di ciò, stila un lungo elenco di eventi ed iniziative culturali da Termoli a Capracotta, da Guglionesi ad Agnone. Tutto bene? Sì, ma in fondo niente di nuovo. Anche l’accento posto e riposto su “Molise Cinema” o su “Cammina Molise” fa un po’ sorridere dal momento che queste manifestazioni si svolgono da tanti anni ed il cinema molisano è reduce da quel “capolavoro” costruito con l’arte di Checco Zalone (a proposito, dov’è quel fiume di turisti che la pellicola avrebbe dovuto smuovere verso le nostre terre?). E se, nonostante questo “fervore”, il Molise continua a perdere ricchezza, numero di residenti, turismo, rientri di emigrati, ecc., evidentemente quanto messo in campo finora non è sufficiente o addirittura è sbagliato. La “forza di volontà”, che richiama l’assessore, da sola evidentemente non basta. Il Molise è sempre più emarginato, debole, sfiduciato. Colpa anche di una classe politica incapace di grandi slanci, anche perché assiduamente e diligentemente legata a ciò che stancamente si ripete ogni anno. (Valerio Mancini Socio dell’associazione “Forche Caudine”)

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Al sud serve l’agricoltura

Posted by fidest press agency su martedì, 4 agosto 2015

agricolturaI dati dello Svimez hanno evidenziato il collasso del Mezzogiorno italiano causato dal menefreghismo, dalla superficialità e dall’incompetenza mostrata in questi anni da Regioni ed esecutivi. Ma quel che sbalordisce di più – dichiara in una nota il presidente nazionale Confeuro, Rocco Tiso – è il finto stupore dei nostri politici nel commentare quanto dovrebbe essere ovvio: il Sud è stato abbandonato nel cassetto delle promesse insieme a tanti altri temi. Eppure – continua Tiso – il patrimonio enogastronimico meridionale, la sua biodiversità e la sua ricchezza paesaggistica indicano con chiarezza e senza difficoltà il percorso da seguire: quello agricolo.
Nonostante sia tutto così evidente però – continua Tiso – c’è chi ancora oggi propone ricette industriali sullo stile di quelle di Taranto; nonché quindi, se possibile, di cercare di peggiorare la situazione del Sud Italia e dei suoi abitanti.
Quel che chiediamo al governo, ed in particolare al ministro Guidi che ha appena annunciato un “Piano Marshall” per il Sud di 80 miliardi di euro, è di ragionare sulla multifunzionalità del settore agricolo e sul beneficio reciproco che il primario e il Sud potrebbero ricevere l’uno dall’altro. Almeno per una volta – conclude Tiso – vorremmo avere l’illusione che l’esecutivo stia lavorando nell’interesse degli italiani e non solo per quello di qualche interesse particolare.

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