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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

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Il lato positivo e quello negativo… dei tassi d’interesse negativi

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 ottobre 2019

Noi viviamo delle trasformazioni storiche, in genere, non abbiamo la lucidità mentale per comprenderle appieno. Il cambiamento avviene mentre siamo occupati a fare altro.
In questi ultimi mesi, mi sto formando sempre di più la convinzione che stiamo vivendo una radicale trasformazione del concetto di moneta e quindi anche del mondo della finanza.
La reazione delle banche centrali alla crisi del 2008, inizialmente vissuta come eccezionale, progressivamente diventata strutturale, sta rendendo evidenti a tutti alcuni concetti che prima erano appannaggio solo di ristretti circoli culturali. I tassi d’interesse negativi e l’immissione nei mercati finanziari di decine e decine di miliardi di euro “creati dal nulla” stanno generando le condizioni per un cambiamento veramente radicale del sistema che forse vivremo fra qualche decennio, ma che a me pare inevitabile.
La prima condizione necessaria affinché avvenga un cambiamento radicale del sistema finanziario è la consapevolezza che un diverso sistema sia concretamente possibile.
Prima del 2008, il solo fatto che la banca centrale valutasse concretamente delle soluzioni tecniche per dare denaro direttamente nelle tasche dei cittadini era impensabile. Oggi è realtà.Le politiche monetarie non convenzionali, che ormai sono presenti da oltre un decennio, hanno avuto il primo effetto di cambiare la visione delle élite, prima ancora del popolo. Prima del 2008 la visione di gran lunga dominante era sostanzialmente quella che il libero mercato avrebbe sempre e comunque fatto meglio di qualunque regolamentazione: il pubblico si dovrebbe occupare di regolamentare il minor numero di cose possibili. A questa visione si accompagnava il dogma della necessità per lo Stato di spendere il meno possibile: la spesa pubblica, in questa visione, sarebbe per sua natura inefficiente.Gradualmente, questa visione sta perdendo sempre di più forza. A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, ai tempi di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, un certo modo estremo di vedere il liberismo economico si è fatto sempre più largo fino al disastro del 2008. In quell’occasione si è seriamente rischiato di far scomparire l’intero sistema finanziario mondiale, se non fosse intervenuto il pubblico. E’ stato necessario circa un decennio affinché questo evento traumatico iniziasse ad essere assorbito nel contesto culturale dominante. Oggi non è più vero che il dogma iper-liberista è culturalmente indiscusso, come lo era all’inizio del secolo. Sono sempre di più – e sempre più autorevoli – le voci che si levano all’interno del mondo delle istituzioni finanziarie, le quali mettono in discussione, più o meno radicalmente, il pensiero in base al quale tutto deve essere delegato al libero mercato senza “lacci a lacciuoli”. A sostegno di questa tesi vorrei citare forse l’economista in attività più citato al mondo: Olivier Blanchard. E’ stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, considerato il “tempio” del capitalismo mondiale. Per molti anni, Blanchard è stato senza dubbio un riferimento per quel tipo di pensiero che dagli anni ‘80 è culturalmente egemone. Da qualche anno Blanchard ha, da prima, attenuato le sue tesi e recentemente sta caldeggiando tesi chiaramente più favorevoli ad un bilanciamento pubblico dell’azione dei mercati. “Le élites hanno confidato troppo nel capitalismo”, ha dichiarato recentemente in un’intervista. Ancora più recentemente: “Non vorrei un taglio del budget a spese della crescita. Che senso ha frenare il Pil dell’1% per ridurre il debito di mezzo punto?”Sono parole che non sarebbero mai state pronunciate prima del 2008 da un economista così autorevole come lui. Blanchard è ovviamente solo l’esempio più clamoroso di economista un tempo totalmente allineato al pensiero iper-liberista ed oggi più su posizioni favorevoli ad interventi pubblici. Pensare che questo cambiamento possa far ritornare al mondo precedente a quello degli anni ‘80 sarebbe una visione ingenua della storia. Dagli anni ‘80 ad oggi c’è stata di mezzo una rivoluzione tecnologica che ha reso – di fatto – obsoleti una serie di meccanismi finanziari. Se vogliamo guardare alle cose così come sono – e non come vorremmo che fossero – non possiamo non renderci conto che, oggi come oggi, la quasi totalità di ciò che fa il sistema finanziario potrebbe essere fatto in modo molto più efficiente da infrastrutture informatiche appositamente progettate. Per trasferire denaro, dal punto di vista tecnologico, non abbiamo più bisogno di banche e per avere denaro in prestito o sotto forma di partecipazione agli utili, potremmo non avere più bisogno dei mercati finanziari sviluppando apposite infrastrutture informatiche. Le banche centrali potrebbero benissimo sostituire l’intero sistema finanziario con apposite piattaforme informatiche le cui regole potrebbero essere progettate ed adeguate per facilitare gli scopi della collettività (in primo luogo la piena occupazione). Tecnicamente – già adesso – questo sarebbe possibile.
Al momento sembra una follia anche solo pensarlo, ma fra qualche decennio – personalmente mi appare scontato – ci domanderemo se tutto questo “Circo Barnum” che continuiamo a tenere in piedi non ci stia costando un po’ troppo, rispetto a piattaforme informatiche che possano disintermediare completamente l’azione delle istituzioni finanziarie private. Se, come è possibile, le banche centrali inizieranno a mettere i soldi direttamente in tasca ai cittadini ed imprese e se realizzeranno delle loro monete elettroniche (come stanno progettando) il passo verso la disintermediazione totale del sistema bancario sarà fatto e sarà solo questione di tempo. Questo, a mio avviso, è uno dei lati positivi dei tassi d’interesse negativi.
Le trasformazioni del sistema finanziario che potrebbero essere innescate da questi tassi d’interesse negativi, protratti per molti anni, stanno generando una serie di comportamenti problematici come l’assunzione di rischi nella maggior parte dei casi in modo del tutto inconsapevoli. Il problema strutturale più grande è quello della sostenibilità dei sistemi previdenziali ed assicurativi. La sostenibilità di questi strumenti, ad oggi, si fonda sulla circostanza che le riserve matematiche generano dei rendimenti positivi. Nel momento in cui questo è messo seriamente in discussione, nel lungo termine questi comparti dovranno essere ristrutturati. Ovviamente le banche centrali potranno inventarsi delle tecnicalità per trasferire soldi a questi comparti, ma al momento è una questione da affrontare completamente da zero ed è ben probabile che la prossima grande crisi nasca dall’incertezza su come affronteremo questo problema. Il problema più immediato, che ci sentiamo di evidenziare anche a tutela di chi ci legge, è uello del proliferare di forme d’investimento sempre più rischiose. Tale proliferare è favorito dal fatto che l’alternativa che un tempo era considerata sicura è diventata una “sicura perdita”.Questo ha generato una fame quasi atavica di rendimento sui mercati.Nel mondo parliamo di oltre 13 mila miliardi di dollari di obbligazioni a rendimento negativo! Circa il 70% di tutte le obbligazioni disponibili dell’area Euro sono a rendimento negativo!Vorrei che vi fermaste un attimo a pensare a questo dato. Investendo in obbligazioni nell’area euro e tenendole a scadenza, oggi abbiamo la certezza di perdere dei soldi, almeno nel 70% delle obbligazioni disponibili. Nell’altro 30% dei casi si sostengono rischi che non vengono ripagati dal rendimento.
Questo significa che una parte importante dei portafogli finanziari oggi è sostanzialmente non investibile.Ovviamente questo ha resto e sta rendendo sempre di più gli strumenti finanziari rischiosi sempre meno redditizi. Questo vale per le azioni, anche se questo è difficile da percepire per il risparmiatore non esperto che in genere non è in grado di valutare il reale valore di un’azione, ma vale anche -e forse in maggior misura- per le obbligazioni così dette “ad alto rendimento” o “obbligazioni spazzatura”. Il differenziale di rendimento fra queste obbligazioni e quelle governative si è abbassato notevolmente. Pur di non prendere rendimenti negativi, gli investitori, comprensibilmente, si accontentano di rendimenti positivi minimi per tipologie di rischio che non sanno stimare. Ma il differenziale di rendimento storico fra le obbligazioni più rischiose ed i titoli governativi ha una giustificazione legata al fatto che quando l’economia va male, una parte non trascurabile di quelle obbligazioni non viene ripagata. Vorrei che fosse molto chiaro a chi compra queste obbligazioni oggi, che sta scommettendo o sulla sua capacità di uscire dall’investimento prima degli altri (e – credetemi – sui mercati finanziari non è mai una buona strategia pensare di essere più furbi degli altri) oppure si sta scommettendo sull’ipotesi che ormai le banche centrali si inventeranno sempre qualcosa di nuovo per non far crollare i mercati, controllare i cicli economici, insomma evitare le notizie veramente brutte. Dal momento che sui mercati tradizionali non ci sono alternative un minimo soddisfacenti, anche le società di gestione si stanno inventando sempre di più strumenti d’investimento alternativi. E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia che Azimut sta lanciando i fondi di Private Equity per investitori retail. Questo genere di fondi hanno un profilo di rischio totalmente diverso rispetto all’investimento azionario tradizionale. E’ molto elevato il rischio che la società di gestione non riesca ad allocare in modo efficiente le grandi masse che si pone l’obiettivo di raccogliere. Questo è solo l’ultimo esempio dei prodotti finanziari sempre più rischiosi che vengono proposti ad un pubblico di risparmiatori. Questi ultimi, in maggioranza, hanno perso la memoria delle grandi crisi finanziarie e si stanno formando l’idea che le banche centrali in qualche modo metteranno una pezza a qualunque situazione. Il vero problema è che effettivamente non ci sono sui mercati finanziari opzioni concretamente percorribili, almeno per quella grande parte del portafoglio che dovrebbe servire a garantire la sicurezza. Troppo spesso, le scelte degli investitori sono dettate dal disagio che si prova nel “tenere i soldi fermi” da tanto tempo, magari dopo aver verificato che altri investimenti più rischiosi in passato sono andati bene.
Questo è il contesto perfetto per vedere un “bagno di sangue” collettivo nei mercati finanziari, nell’ipotesi in cui il ciclo economico dovesse entrare in recessione e le banche centrali decidessero che dal “cilindro” non uscirà più nessun “coniglio”… (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio)

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“Domande e risposte: ciclo del credito e tassi d’interesse”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 novembre 2018

a cura Alasdair Ross, Responsabile credito investment grade, EMEA di Columbia Threadneedle Investments. In genere, quando si parla di ciclo del credito, si pensa alla facilità con cui i mutuatari possono accedere ai prestiti e alla disponibilità dei prestatori a concedere finanziamenti. Dieci anni fa la stretta creditizia ha messo in discussione la solvibilità dei mutuatari, e i prestatori non hanno più potuto o voluto concedere finanziamenti. I bilanci aziendali erano eccessivamente appesantiti e il sistema bancario era sovracapitalizzato. Da allora le aziende hanno impiegato i cash flow generati dagli utili per ridurre l’indebitamento e rafforzare i bilanci. Di conseguenza, la qualità creditizia delle società è gradualmente migliorata e i prestatori sono divenuti più disponibili a concedere finanziamenti, alimentando così la crescita degli utili e dell’attività economica. Siamo così entrati in una fase di ripresa in cui il credito ha cominciato a fluire più liberamente, la crescita economica ha registrato un’accelerazione e la redditività è migliorata. Quello in cui ci troviamo attualmente è l’ultimo stadio del ciclo, la fase di espansione: gli utili sono particolarmente solidi, ma vengono trasferiti agli azionisti sotto forma di dividendi, riacquisti di azioni e operazioni di fusione e acquisizione, e quindi l’indebitamento nei bilanci societari registra alcun miglioramento. Dopo di che, la dinamica degli utili dovrebbe subire un’inversione, e i prestatori diverranno nuovamente riluttanti a concedere finanziamenti.
SIAMO QUINDI VICINI ALLA FINE DEL CICLO?
Questo è il grande dibattito che infiamma le piazze obbligazionarie e l’insieme dei mercati. Siamo fermamente convinti di trovarci nella fase finale del ciclo, alla luce di una serie di segnali tipici di questo stadio: riacquisti di azioni, attività di fusione e acquisizione, sovraperformance dei mercati azionari rispetto ai mercati del credito, e cash flow impiegati per remunerare gli azionisti. È stato un ciclo lungo, principalmente perché la politica monetaria straordinariamente accomodante ne ha alimentato l’espansione, e negli Stati Uniti il recente stimolo fiscale ne ha favorito l’ulteriore prolungamento.Naturalmente è difficile prevedere esattamente quando il ciclo si concluderà. Riteniamo che la prossima tappa importante sarà il passaggio alla fase di contrazione, che generalmente non coincide con un periodo molto favorevole per gli attivi rischiosi; il prossimo passo sarà quindi al ribasso, e per gli investitori non sarà certo il momento di adottare un posizionamento aggressivo sul rischio di credito nei portafogli.
QUALI SVILUPPI SI ASPETTA SUL FRONTE DEI TASSI D’INTERESSE, IN PARTICOLARE NEL REGNO UNITO, E QUALI SONO LE IMPLICAZIONI PER I MERCATI OBBLIGAZIONARI?
Nei mercati obbligazionari i prezzi dei titoli sono inversamente correlati al livello dei tassi d’interesse; quindi se i tassi aumentano, i prezzi diminuiscono. Sul Regno Unito incombe la grande nube della Brexit, che resta al centro dell’attenzione della Bank of England e di Mark Carney. Indipendentemente dall’esito atteso dei negoziati sulla Brexit, l’incertezza rende la BoE più prudente riguardo a un rialzo troppo aggressivo dei tassi d’interesse prima del 29 marzo 2019 o successivamente a tale data. Il mercato sconta una probabilità di circa il 50% che il prossimo aumento dei tassi britannici avvenga ad agosto 2019, in netto contrasto con lo scenario negli Stati Uniti, dove prevediamo un nuovo rialzo a dicembre dopo quello effettuato a settembre. In assenza di un reale decollo delle retribuzioni, mi aspetto che la BoE rimanga prudente, in attesa di maggiore chiarezza sugli sviluppi futuri.
QUINDI LE SUE ASPET TATIVE PER IL FUTURO SONO PIUT TOSTO MODERATE?
Assolutamente. Uno degli aspetti sorprendenti della ripresa successiva al 2009 è la diminuzione della disoccupazione, che specialmente in economie come il Regno Unito e gli Stati Uniti è generalmente accompagnata da una decisa accelerazione della crescita dei salari. Negli ultimi anni si sono registrati aumenti occasionali, ai quali però ha sempre fatto seguito una diminuzione.Prevediamo che la disoccupazione continuerà a calare e che l’inflazione aumenterà, ma quest’ultima continua ad essere frenata da quattro importanti tendenze strutturali emerse nel corso dell’attuale ciclo: la globalizzazione, l’impatto della tecnologia, l’invecchiamento della popolazione e livelli di indebitamento persistentemente elevati in economie come il Regno Unito e gli Stati Uniti. Tutti questi fattori inibiscono l’inflazione.
NEGLI STATI UNITI IN PARTICOLARE, QUALE POTREBBE ESSERE L’IMPAT TO SUI MERCATI OBBLIGAZIONARI DI UNA CONCLUSIONE ANTICIPATA DEL MANDATO DI TRUMP?
Negli Stati Uniti il mercato obbligazionario sembra considerare gli sgravi fiscali e la solida crescita degli utili e del PIL come un’occasionale sferzata di energia, mentre le aspettative d’inflazione a lungo termine, che si situano attorno al 2%, sono rimaste invariate. Quindi, se Donald Trump uscisse di scena, lasciando il campo a un Partito Repubblicano più tradizionale e conservatore sul fronte fiscale, le prospettive a lungo termine per il mercato obbligazionario realmente non cambierebbero in termini di aspettative d’inflazione a lungo termine o di profilo di crescita reale dell’economia statunitense.

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Tassi di interesse a un punto di svolta

Posted by fidest press agency su domenica, 30 aprile 2017

tassi interesseLondra. I tassi di interesse globali vedranno una svolta decisiva nel corso del 2017. E’ quanto risulta dall’ultima ricerca di ETF Securities, uno dei provider indipendenti più importanti al mondo di Exchange Traded Products (ETP).Dopo circa un decennio nel quale i tassi di interesse sono stati mantenuti artificialmente a livelli minimi, le banche centrali potrebbero finalmente adottare un approccio più equilibrato per stabilire la traiettoria dei tassi di interesse, senza farsi condizionare dall’instabilità politica ed economica.James Butterfill, Head of Research per ETF Securities, afferma: “Dopo un periodo senza precedenti di politica monetaria accomodante, la velocità alla quale ci stiamo avvicinando a questa svolta e l’intensità con la quale le banche centrali possono normalizzare i tassi di interesse dipendono da un insieme di fattori di rischio ormai imminenti.
La crescita dei movimenti populisti e il potenziale ribaltamento del trend della globalizzazione potrebbero alimentare ulteriori pressioni inflazionistiche che a loro volta potrebbero bloccare il ritorno alla “normalità” delle banche centrali. In aggiunta, la Federal Reserve americana si è già dimostrata fin troppo lenta nell’adottare una politica restrittiva e, con un elevato debito pubblico, il ritorno alla “normalità” delle banche centrali sarà molto complesso. Riteniamo che l’esito più probabile sarà un’ulteriore cauta contrazione della politica monetaria da parte delle banche centrali nel 2017 e 2018, che altrimenti rischiano di cadere dietro la curva e di dover effettuare tagli in maniera più aggressiva nelle fasi successive del ciclo.”
ETF Securities prevede che la Bank of England alzerà i tassi nel 2017, senza però rinunciare agli stimoli per l’economia. Questa decisione rappresenterà un’opportunità per la sterlina inglese, attualmente la moneta più sottovalutata tra quelle dei paesi del G10, dal momento che gli investitori stanno chiudendo le loro posizioni corte.
ETF Securities non prevede un “taper tantrum” e, a differenza della reazione del mercato degli Stati Uniti nel 2013, ritiene che il mercato azionario europeo potrà trarre vantaggio dalla ripresa economica.
James butterfillETF Securities ha individuato le compagnie più vulnerabili ai rialzi dei tassi di interesse osservando le società con il debito più alto e pertanto caute nei confronti dei titoli azionari large cap inglesi e alle small cap statunitensi.“Il Regno Unito ha visto un sostanziale deterioramento nel suo rapporto di copertura degli interessi – una misura della capacità delle compagnie di gestire i loro debiti– sceso da 9x nel 2012 a solo 3.4x oggi. Un valore al di sotto di 1.5x è sintomo di una compagnia malsana che ha problemi a gestire il debito. Il FTSE 100 mostra un rapporto più basso del FTSE 250 e, in questo, i settori immobiliari e delle risorse appaiono particolarmente vulnerabili.
“Negli Stati Uniti, le coperture sugli interessi delle società più piccole sono diverse da quelle delle large cap. I Real Estate Investment Trusts (REITS) sono il gruppo di compagnie incluse nello S&P 500 più chiaramente vulnerabili al rialzo dei tassi di interesse, ma anche il settore del petrolio e quello del gas risultano deboli, soprattutto dopo un anno in cui i prezzi del petrolio sono stati davvero bassi,” ha commentato.
ETF Securities evidenzia che le obbligazioni inflation linked sono attraenti nei periodi di ripresa economica e inflazione. Questi strumenti inoltre hanno performato meglio di tutte le altre asset class negli ultimi 10 anni, per questo motivo si prevede che l’appetito degli investitori crescerà di conseguenza. (foto: tassi interesse, James butterfill)

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Ad aprile il mercato immobiliare USA registra un aumento del numero di vendita e dei prezzi degli immobili

Posted by fidest press agency su sabato, 28 Maggio 2016

soldCon l’inizio della stagione dedicata all’acquisto di case, aprile ha segnato un aumento delle vendite del 7,5% rispetto a marzo e del 3,2% rispetto al mese di aprile dello scorso anno, rientrando così nell’aumento medio del 4,3% registrato in questi primi mesi del 2016.Il prezzo mediano di vendita ad aprile è stato di $215.000, con un aumento significativo del 5,4% rispetto all’anno scorso e del 7,5% rispetto al mese di marzo.Ad aprile l’offerta di case in vendita rimane contenuta in molte città del Paese, registrando una diminuzione del 15,2% rispetto allo scorso anno. Nel mese di aprile, l’offerta mensile nazionale di case in vendita è stata di 3.2, in diminuzione dal 3.7 di marzo. “Anche se l’offerta di case è rimasta contenuta, aprile ha visto una maggiore richiesta di immobili rispetto allo scorso anno. Gli acquirenti realizzano che i tassi di interesse sono veramente bassi e la possibilità di ottenimento di un mutuo sembra aumentare e migliorare insieme a tutta l’economia. L’aumento dei prezzi è al livello che ancora permette a chi decide di comprare per la prima volta di essere parte integrante del mercato, e dall’altra parte, i venditori possono sentirsi a proprio agio nella vendita”, dichiara Dave Liniger, RE/MAX AD, Presidente e Co-fondatore.“Il continuo aumento del valore degli immobili è piuttosto sostenuto e mostra un’economia migliorata. Siamo sempre alla ricerca di rialzi che siano simili alla crescita inflazionistica evitando però quegli aumenti che potrebbero portare paure. Ora siamo in quella fase che porta segnali positivi per molti proprietari di immobili”, ha aggiunto Bob Walters, Chief Economist Quicken Loans. (photo: sold)

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Banche: tassi di interesse

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 Maggio 2011

La terza sezione civile della Suprema Corte ha infatti ribadito con l’importante decisione che Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” porta in evidenza, alcuni principi che devono osservare gli istituti di credito in merito alla gestione dei conti in materia di tassi d’interesse, sulla valenza probatoria dell’estratto conto ai fini della dimostrazione del credito vantato dalla banca e sulla capitalizzazione trimestrale degli interessi per i contratti ante riforma. Per quanto riguarda la necessità di chiarezza, secondo i giudici di piazza Cavour sono illegittimi i tassi di interesse che non sono indicati analiticamente per iscritto e individuabili dalle parti contraenti con precisione. Ogni clausola riguardante gli interessi ai fini della sua validità deve essere redatta in forma scritta e il tasso da applicare deve essere specificato in modo puntuale. La Corte, infatti, esclude sul punto che si possa configurare la possibilità di un uso normativo nelle condizioni abitualmente praticate dalle aziende di credito sulla piazza (rinvio a clausole «su piazza») in assenza di regolamentazioni vincolanti stabilite a livello nazionale con accordi di cartello: in caso contrario non sarebbe possibile stabilire a quale previsione le parti contraenti abbiano voluto riferirsi di fronte alle diverse tipologie di interessi esistenti. Stesso discorso, vale per le previsioni di costi, commissioni e la disciplina della postergazione delle valute di accredito. Inoltre, in materia di valore probatorio dell’estratto del conto corrente, se contestato, per i giudici del Palazzaccio non costituisce di per sé prova del credito della banca anche perché la certificazione stabilita dall’articolo 50 del D.Lgs 385/93 non può dimostrare validamente l’entità del credito vantato in quanto atto unilaterale e proprio per tale ragioni non può attribuirsi a tale documento valenza probatoria ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo. In merito all’annosa questione della capitalizzazione trimestrale degli interessi, gli ermellini ribadiscono che le clausole anatocistiche stipulate antecedentemente alla riforma del Decreto Legislativo 342/99 sono nulle perché risultano fondate su di un uso negoziale e non normativo e ciò ai sensi dell’articolo 1283 Cc.

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Il canale del credito

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2009

Le famiglie e le imprese possono essere soggette a vincoli di liquidità qualora il livello desiderato di spesa ecceda i fondi attualmente disponibili o l’ammontare del credito che possono ottenere. Questo meccanismo, che si attiva in presenza di mercati finanziari imperfetti e dà vita al cosiddetto canale del credito, opera in modi diversi. Il primo passa attraverso l’offerta di prestiti bancari in quanto le imprese e le famiglie spesso dipendono dalle banche come principali fornitori di finanziamenti esterni (canale del credito bancario). Un altro passa attraverso la disponibilità e il valore delle garanzie necessarie alle operazioni di finanziamento (canale del bilancio) o la disponibilità di fondi liquidi (canali dei flussi e di cassa). Il canale del credito dipende dal livello dei tassi d’interesse e degli altri prezzi delle attività e normalmente il suo ruolo si somma a quello del più tradizionale canale del tasso d’interesse, rafforzando tipicamente gli effetti generati attraverso i canali di sostituzione, del costo del capitale e della ricchezza. Nel complesso, la rilevanza del canale del credito dipende dalla struttura e dalla stabilità finanziaria dell’economia oggetto di analisi. (effetti di “accelerazione finanziaria”). L’elevato grado di dipendenza dagli istituti di credito e la limitata dimensione dei mercati azionari e degli altri mercati finanziari nell’area dell’euro favoriscono il verificarsi di possibili effetti legati al canale del credito. Ciò giustifica una particolare enfasi, nello studio del meccanismo di trasmissione, sull’analisi di tali canali, in particolare sul ruolo degli istituti di credito.

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Mutui prima casa, una circolare per chiarire i dubbi

Posted by fidest press agency su martedì, 19 Maggio 2009

Con una nuova circolare, il ministero dell’Economia e delle finanze ha ribadito che non c’è bisogno di fare alcuna domanda per accedere ai benefici sui mutui a tasso variabile varati dal decreto anticrisi. Per scontare le rate, le banche devono utilizzare gli elenchi comunicati dall’Agenzia delle Entrate. A tale proposito è stato emanato il 5 marzo scorso uno specifico provvedimento. Coloro che non sono inclusi o che intendano chiedere l’agevolazione per un immobile diverso da quello incluso nell’elenco possono ricorrere all’autocertificazione. La norma anticrisi sui mutui a tasso variabile prevede che le rate da corrispondere nel 2009 siano calcolate con riferimento al maggiore tra un tasso di interesse pari al 4%, senza spread, spese varie o altro tipo di maggiorazione e il tasso contrattuale alla data di sottoscrizione del contratto e, comunque, per un ammontare non superiore a quanto previsto dalle condizioni contrattuali in essere. La differenza tra gli importi a carico del mutuatario e le rate da corrispondere, in base al contratto di mutuo sottoscritto, è a carico dello Stato. Il contributo dello Stato a favore dei mutuatari per la riduzione dell’importo delle rate a tasso non fisso nel corso del 2009 viene corrisposto dalle banche mutuanti, senza alcun costo per il cliente, alla data di scadenza di ciascuna rata. Le rate interessate sono tutte quelle da corrispondere nel corso del 2009. La disposizione interessa i mutui erogati prima del 31 ottobre 2008 per l’acquisto, la costruzione e la ristrutturazione dell’abitazione principale, ad eccezione di quelle di categoria A1, A8 e A9. Il provvedimento si applica anche ai mutui che sono stati oggetto di rinegoziazione.

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