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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 276

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“Investire nelle infrastrutture mitigando i rischi dell’inflazione e dei rialzi dei tassi”

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2022

A cura di Simone Zoccari, Director of Institutional di Columbia Threadneedle Investments. In un contesto d’inflazione elevata, crescita economica incerta e tassi d’interesse in aumento, è probabile che le caratteristiche difensive degli investimenti infrastrutturali vengano messe alla prova nei prossimi anni. Del resto, gli investitori si sono tradizionalmente esposti alle infrastrutture in ragione della bassa correlazione con i mercati finanziari e le economie più ampie, della protezione dall’inflazione, della solida conservazione del capitale e dei rendimenti stabili su base corretta per il rischio – a fronte di significative componenti di rendimento. Tuttavia, sebbene negli ultimi 10-15 anni i fondi infrastrutturali non quotati abbiano generato una solida performance d’investimento, la variabilità di tale performance è stata superiore alle aspettative. È stato più come investire in private equity.Inoltre, la maggior parte dei rendimenti degli investitori è derivata dai valori di realizzo alla scadenza del fondo piuttosto che dal rendimento ricorrente. Come mai? Riteniamo che ciò sia dovuto a una costruzione non ottimale del portafoglio e alla mancanza di un obiettivo di rendimento esplicito nei fondi di tipo chiuso. Per spiegare perché la diversificazione del portafoglio debba tenere conto delle caratteristiche macroeconomiche specifiche di un attivo infrastrutturale, pensiamo, ad esempio, alla generazione di energia rinnovabile. L’automazione e i software si sono tradotti in una riduzione dei costi operativi e di manutenzione (le principali voci di costo) e molte aziende si aspettano che la tecnologia continui a ridurre i costi. Bloomberg New Energy Finance prevede che il costo del capitale per le energie rinnovabili continuerà a diminuire fino al 2050. Per il solare fotovoltaico, ad esempio, si prevede un calo annuo del 3% di qui al 2030. Ciò significa che il loro contributo al profilo rischio-rendimento del portafoglio varierà nel corso della vita dell’impianto. Il risultato? Due impianti potrebbero trovarsi nello stesso paese, e chiaramente operare nello stesso settore, ma avere rendimenti poco correlati tra loro. Questo perché hanno livelli diversi di sensibilità alla crescita economica e all’inflazione. Non solo: queste sensibilità variano lungo i cicli di vita degli impianti. A nostro avviso, il problema della mancanza di diversificazione nella costruzione del portafoglio risulta amplificato nei fondi chiusi, che sono il veicolo più usato per accedere alle infrastrutture non quotate. Considerando diversi tipi di impianti, ad esempio, una rete elettrica pienamente regolamentata non sarebbe particolarmente sensibile alle variazioni della crescita economica, ma sarebbe molto più colpita da un aumento dell’inflazione, dato che la maggior parte delle tariffe regolamentate è legata all’inflazione. Per quanto riguarda i tassi d’interesse, la maggior parte delle utility avrebbe una correlazione negativa con l’aumento dei tassi, a seconda della struttura del debito. Per contro, i ricavi di una strada a pedaggio parzialmente regolamentata sarebbero influenzati dalla crescita economica, e salirebbero con l’aumento del traffico. Va inoltre detto che spesso l’inflazione si verifica in periodi di accresciuta attività economica, che di solito si traduce in un aumento dei livelli di traffico, compensando ulteriormente l’impatto dell’inflazione dal punto di vista della valutazione. Ad esempio, se si considera il contesto attuale, le attività più legate al PIL possono trarre vantaggio dai rialzi ciclici della crescita e dei tassi d’interesse, con incrementi delle valutazioni più che sufficienti a compensare l’impatto dell’aumento del costo del capitale. Inoltre, all’interno dello stesso settore, come ad esempio quello delle utenze regolamentate, le normative nazionali dei paesi europei presentano varie differenze tecniche nelle modalità di protezione delle remunerazioni delle utility per gli investimenti di capitale in caso di cambiamenti macroeconomici, tra cui l’inflazione. Anche la sostenibilità gioca un ruolo importante, poiché alcuni dei rischi a lungo termine cui sono esposti gli attivi infrastrutturali sono di natura ambientale e sociale. Sebbene la tempesta odierna sia in gran parte di natura economica, il fondo deve tenere conto anche di questi rischi per essere veramente difensivo. (abstract) Per ulteriori informazioni si veda il sito internet di Columbia Threadneedle Investments: http://www.columbiathreadneedle.it

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Addio tassi negativi. Cosa può significare per l’Italia?

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2022

Rialzo di 50bp, addio ai tassi negativi. In una decisione che ha sorpreso i mercati, la BCE ha annunciato un rialzo di 50bp, che ha portato il tasso sui depositi a 0%. Ricordiamo che, nel meeting di giugno, la BCE aveva guidato il mercato in maniera esplicita verso un rialzo di 25bp a luglio, seguito da uno più corposo (50bp?) a settembre. Come mai la BCE ha deciso di “tradire” la sua forward guidance? Per due ragioni. Primo, la BCE sa che i rischi di recessione sono saliti, e quindi c’è una finestra di tempo probabilmente limitata per portare i tassi su livelli normali. Meglio usare questa finestra nella maniera più efficiente possibile, e quindi iniziare con un rialzo più corposo, anche alla luce dei rischi d’inflazione più elevati rispetto a giugno. In secondo luogo, la banca centrale ritiene che il nuovo strumento (TPI) sia in grado di contenere la frammentazione e pertanto consente alla BCE di procedere con passo più spedito. In questo senso, l’unanimità sulla decisione di oggi assume i connotati del compromesso: uno “scudo” allo spread che rassicura le colombe, in cambio di un rialzo più corposo che fa felici i falchi.Come funzionerà il TPI (Transmission Protection Instrument)? Discrezionalità e un alone di mistero… La BCE descrive il TPI come uno strumento nuovo, che va ad aggiungersi a strumenti che già esistono (OMT, reinvestimenti flessibili del PEPP) ma che va a contrastare un fenomeno preciso: un movimento ingiustificato e disordinato dei mercati. La BCE terrà un occhio sui criteri necessari all’esigibilità, ovvero i) rispetto delle regole fiscali ii) assenza di squilibri macroeconomici iii) sostenibilità del debito e iv) rispetto dei requisiti del RRF e osservanza delle raccomandazioni della Commissione in merito di riforme economiche. Detto questo, la BCE mantiene discrezionalità assoluta sull’attivazione del TPI. In altre parole, la BCE vuole mantenere un alone di mistero su questo strumento. Questo è comprensibile, visto che la capacità di intervenire con rapidità e discrezionalità e quindi sorprendere il mercato è un’arma importante per una banca centrale. Allo stesso tempo, è chiaro che usando tanta discrezionalità la BCE si espone potenzialmente a critiche di carattere politico in futuro.E qui veniamo all’Italia…l’allargamento dello spread che stiamo vedendo è giustificato o meno? È abbastanza pronunciato per attivare il TPI? È chiaro che la BCE non può e non vuole dare risposte a questa domanda adesso. Ma – leggendo nel dettaglio il comunicato, e assumendo che l’Italia rientri nei parametri – la BCE dice che userà il TPI solo in caso di movimenti ingiustificati che mettono a rischio la trasmissione monetaria, e prenderà questa decisione in maniera del tutto discrezionale. La Lagarde aggiunge che spera di non dover usare il TPI, e che gli investimenti flessibili nel PEPP rimangono la prima linea di difesa contro movimenti giudicati eccessivi e ingiustificati. Per quello che riguarda il TPI, una possibile interpretazione della discrezionalità della BCE è che la banca centrale vorrà essere sicura della proporzionalità delle sue azioni prima di attivare il TPI, onde evitare rischi legali ad esempio. La traduzione è che una crisi di governo, o la volatilità legata a una campagna elettorale, non garantiscono da sole un intervento della BCE sugli spreads, a meno che la banca centrale non lo giudichi eccessivo. Per il nostro debito, la presenza del TPI è quindi strutturalmente un fattore positivo ma con ogni probabilità non sufficiente a evitare volatilità sullo spread nei prossimi mesi.

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La BCE rialza i tassi di 50 pb ma reagisce al rischio frammentazione

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2022

A cura di Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm. Situazione difficile per Lagarde e colleghi della BCE dopo la crisi politica italiana. Come se inflazione, crisi energetica e rallentamento della crescita non fossero abbastanza, le dimissioni di Mario Draghi nella giornata di ieri hanno infatti riportato il focus sul rischio frammentazione dell’Area Euro, con i tassi dei BTP e lo spread contro il Bund in forte rialzo.In tale contesto, la BCE ha sorpreso i mercati con un rialzo di 50 punti base contro i 25 punti base attesi, decidendo al contempo di affrontare il rischio di frammentazione direttamente con il lancio del già annunciato tool, il TPI (Transmission Protection Instrument). In altre parole, la Banca Centrale ha ricercato un complesso equilibrismo: volendo ribadire da un lato la volontà di combattere l’aumento dei prezzi, anche a scapito delle preoccupazioni sulla crescita economica, ma riaffermando il supporto al progetto Euro in una giornata complessa, partita con le dimissioni di Mario Draghi.La mossa ha funzionato? I primi segnali sembrano suggerire che i mercati stiano reagendo con nervosismo alla narrativa dettata da Francoforte, con vari effetti contrastanti almeno in questa prima fase, anche se gli spread dei Paesi periferici rimangono volatili a fronte dei dubbi sul nuovo tool, esplicitamente finalizzato ad assicurare che la politica monetaria europea sia trasmessa senza attriti in tutta l’Area Monetaria, senza limiti di portata, anche se soggetto a criteri di eligibilità stringenti (soprattutto sul lato della finanza pubblica). Uno strumento che i mercati non sembrano ancora ritenere abbastanza forte, in un contesto di inflazione elevata, crescita in rallentamento ed alto rischio geopolitico, come mostrato dalla mancanza di un apprezzamento deciso dell’Euro contro il Dollaro. Certamente, il focus rimane sull’evoluzione delle vicende politiche nei paesi periferici, Italia sopra tutti, e sul rischio di una ritorsione russa nella fornitura del gas. In tale contesto, l’obiettivo di abbassare l’inflazione senza causare una crisi economica rimane ancora forse realizzabile, ma certamente più arduo. Allo stesso tempo, la Banca Centrale Europea oggi ha reagito all’aumento del rischio frammentazione lanciando un nuovo strumento di politica monetaria (TPI) che, per adesso, non sembra aver convinto completamente, soprattutto per via delle numerose clausole fiscali per l’accesso ai finanziamenti, che lasciano dubbi sulla sua efficacia. Anche per quanto riguarda le pressioni sulla valuta, la crisi politica italiana pesa sull’Euro, incerto nonostante l’aumento dei tassi di Francoforte, un altro segnale che i mercati considerano oggi la situazione politica italiana come elemento di instabilità sistemica. Il differenziale tra il rendimento dei BTP decennali e quello dei Bund tedeschi è tornato ad alzarsi in tempi recenti e probabilmente continuerà su questa strada parallelamente al percorso dei tassi dettato dall’Eurotower. Questo significa che, in termini assoluti, il debito in Italia diventa più costoso (oggi oltre il 3%, livelli simili al 2013), anche se l’effetto negativo sui conti pubblici è in parte compensato dall’inflazione. Infine, un terzo livello di rischio è quello politico, anche se l’arco politico sembra oggi più saldamente legato a un’ottica europeista e atlantista di quanto lo fosse 5 anni fa. Detto questo, non sempre i mercati internazionali hanno gli strumenti per leggere queste sfumature e i toni della campagna elettorale potrebbero portare ulteriore volatilità sui listini italiani (ed europei).

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Bce alza tassi di mezzo punto

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 luglio 2022

“Pessima notizia. Si tratta di una stangata media, per chi ha un mutuo a tasso variabile, pari a 41 euro al mese, 492 euro all’anno” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Un rialzo che danneggerà non solo le famiglie con un mutuo a tasso variabile, ma anche quelle che stanno per comperare una casa e faranno un mutuo a tasso fisso e che già da mesi stanno subendo rialzi dell’Irs. Ci saranno poi effetti negativi sugli investimenti e conseguentemente sulla crescita” prosegue Dona.”Forse ci si salva, invece, almeno in parte, rispetto all’aumento dell’onere del nostro debito pubblico, grazie allo scudo anti spread” conclude Dona.

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I rialzi dei tassi colpiscono i mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Le ultime due settimane sono state particolarmente movimentate per i mercati finanziari, con una serie di notizie che hanno portato agitazione in un contesto già incerto. Il primo dato che ha colpito gli investitori è stata la pubblicazione dell’inflazione USA a maggio. Il Bureau of Labour Statistics ha pubblicato un dato sopra le aspettative, all’8,6%, contro un consensus di Bloomberg dell’8,3%. Il dato risente sicuramente della crescita del prezzo di alimentari ed energia (esacerbati dal contesto internazionale), ma anche l’inflazione core è stata particolarmente sostenuta. La crescita dei prezzi sta cominciando a riflettersi anche nelle aspettative di inflazione di medio termine (che restano comunque vicine alla soglia del 2%) mostrando una crescente, seppur non ancora allarmante, sfiducia dei mercati nella capacità delle Banche Centrali di gestire la situazione. Di fronte a questa situazione le Banche Centrali, nonostante segnali di maturità e rallentamento del contesto economico, hanno reagito “con la mano pesante”, effettuando e annunciando una serie di rialzi che hanno contribuito a determinare il ritracciamento di breve termine dei mercati finanziari. La Fed ha confermato di voler spingere sull’acceleratore, contraddicendo le sue stesse linee guida e aumentando i tassi di 75 punti base, come non succedeva dal 1994. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento di tale portata, gli ultimi dati sull’inflazione più alti delle attese (8,6% annuale a maggio) hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi, pur accompagnato da commenti per rassicurare sull’eccezionalità della misura.Anche la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento dei tassi a partire da luglio. La decisione ha creato tensione sui mercati obbligazionari governativi e ha indebolito l’Euro, facendo aumentare gli spread. L’istituto di Francoforte, complice la pressione da parte dei governi, ha dovuto annunciare un piano per garantire la stabilità dell’Eurozona, prima attraverso il reinvestimento dei rimborsi ottenuti dalle obbligazioni acquistate durante il piano anti-pandemia PEPP e poi addirittura annunciando la possibilità di mettere in campo nuovi strumenti straordinari.Anche la Banca d’Inghilterra ha continuato nel percorso di rialzo dei tassi e la Cina ha messo sul piatto nuove misure anti-Covid che hanno contribuito a creare sconforto sui mercati. Insomma, la “tempesta perfetta” ha colpito sia la parte azionaria, sia la parte obbligazionaria dei portafogli e le prospettive di inflazione, il rallentamento dell’economia e il rialzo dei tassi (che probabilmente continuerà nei prossimi mesi) disegnano un contesto sicuramente non facile per gli investitori.In questa situazione, riteniamo sia importante concentrarsi su alcuni elementi positivi che aiutino ad immaginare una prospettiva per i prossimi mesi, almeno in un’ottica di medio termine. Il mercato del lavoro rimane incredibilmente forte negli Stati Uniti e generalmente robusto o in rafforzamento in Europa. Gli Usa si trovano in una situazione di piena occupazione, con i disoccupati che rappresentano solo il 3,6% della forza lavoro. Per quanto i segnali di rallentamento dell’economia non vadano sottovalutati, non si può ignorare la situazione di relativa forza da cui si parte, dunque non è da escludersi uno scenario in cui il percorso di rialzo dei tassi si risolva con conseguenze non eccessivamente drammatiche per l’economia e in cui una ripresa per i mercati finanziari sia possibile. Le aspettative di inflazione di medio termine, anche se hanno cominciato a crescere nell’ultimo periodo, sono rimaste relativamente stabili, il che lascia ben sperare sul fatto che i mercati abbiano ormai prezzato gli scenari peggiori. Se questa tendenza continuerà, è lecito non attendersi altre sorprese al rialzo, specialmente in uno scenario nel quale l’economia mostra segnali di rallentamento. Con gli ultimi rialzi, le Banche Centrali si sono garantite un piccolo margine di manovra per gestire i prossimi mesi con maggiore flessibilità. In questo senso è importante ricordare che, almeno in Europa, i mercati stanno prezzando più rialzi rispetto a quelli dichiarati dalla forward guidance delle Banche Centrali, riducendo il rischio di sorpresa negativa nei prossimi mesi anche sul lato obbligazionario a basso rischio.Le valutazioni dell’azionario da inizio anno sono crollate in modo sostanziale e ad oggi i mercati azionari hanno prezzi più convenienti rispetto a gennaio, che considerano in gran parte il cambio di politica monetaria delle principali Banche Centrali.Queste considerazioni offrono una prospettiva, ma non suggeriscono necessariamente che la fase di mercato negativa sia prossima alla fine. Nel breve termine l’economia globale dovrà affrontare numerose sfide e la volatilità sui mercati potrebbe accompagnarci ancora per qualche tempo. Come gli investitori più navigati sapranno, i mercati finanziari vivono di cicli. Dal dopoguerra ad oggi abbiamo attraversato 17 mercati ribassisti e quello che stiamo vivendo adesso non sarà certamente l’ultimo. Nonostante ciò, dopo le fasi negative, gli investitori sono sempre stati ricompensati con performance positive e crescita. Non si può fare nulla per cambiare la natura del mercato, per quanto questo sia difficile da accettare e non offra troppo conforto all’investitore che vede le perdite in portafoglio. Ciò non significa che non esistano strumenti per navigare questa fase: i ribilanciamenti dei portafogli che Moneyfarm ha effettuato negli ultimi mesi hanno ridotto il rischio in modo graduale dallo scorso luglio, aumentando le materie prime e l’esposizione al dollaro. È essenziale monitorare continuamente la situazione, per non farsi trovare impreparati quando la ripresa riporterà inevitabilmente in alto i valori azionari. Il consiglio agli investitori è sempre lo stesso: evitare di agire d’impulso e tenere a mente il fatto che cercare di anticipare il mercato porta con sé il rischio di perdere le giornate positive, compromettendo il risultato di un piano di investimento di lungo termine.

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TCW: Dalla Fed il più grande aumento dei tassi degli ultimi 28 anni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2022

A cura di Bret Barker, Head of Global Rates, TCW. È evidente quanto il tema dell’inflazione sia particolarmente sentito dalla Federal Reserve ed è anche per questo che abbiamo assistito al più grande aumento dei tassi degli ultimi 28 anni. Ma soprattutto, la Fed non ha a disposizione più informazioni di noi sul percorso che prenderà l’inflazione. Per questo riteniamo sia passibile di ripetere il ciclo del 1994, in cui il mercato guidava la banca centrale americana nell’aggiustamento della politica. La scorsa settimana l’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC) ha mostrato un’ampia resilienza tanto che le aspettative di inflazione dell’Università del Michigan sono salite ai massimi da oltre un decennio, il che ha spinto al rialzo i tassi dei Treasury front-end. La Fed sembrava accontentarsi di aumentare i tassi di 50 punti base ad ogni riunione, ma la reazione del mercato ai dati ha contribuito a forzare la sua mano, spingendola a effettuare un rialzo di 75 punti base. Concordiamo sul fatto che i rialzi di 75 punti base non saranno la norma in futuro, ma è chiaro che la Fed ha sentito il bisogno di anticipare la narrativa sull’inflazione per calmare i mercati. La conferenza stampa del presidente della Fed, Powell, ha messo in evidenza una serie di questioni. La Fed potrebbe non sapere dove sia la neutralità, ma vuole arrivare il più rapidamente possibile a una situazione, appunto, di neutralità o, almeno, di lieve restrizione. Powell ritiene che la neutralità sia attorno al 2-2,5% e che il 3-3,5% sia una misura restrittiva. Ricordiamo che la Fed ha un duplice mandato: massima occupazione e prezzi stabili. La Fed ritiene che il mercato del lavoro sia così solido da potersi concentrare sull’aspetto inflazionistico del suo mandato. Ci sono rischi di un inasprimento eccessivo, ma anche di un inasprimento insufficiente. Powell vuole chiaramente evitare di bloccare l’inflazione e rallentare la crescita. Secondo le sue parole, la domanda è surriscaldata e bisogna rallentarla. Purtroppo, l’inflazione e il lavoro sono “lagging indicator”, indicatori che seguono in ritardo i movimenti. Concentrarsi sull’IPC o sul tasso di disoccupazione aumenta il rischio che la Fed aumenti i tassi più del necessario.In prospettiva, il Dot plot, che illustra il probabile percorso della politica della Fed da parte del FOMC, mostra che il tasso dei Fed fund si avvicinerà al 3,5% quest’anno e al 3,75% il prossimo. Si tratta di un dato molto vicino alle aspettative del mercato, che indica la volontà della Fed di entrare in un territorio restrittivo. Il percorso futuro non è chiaro, data l’incertezza sull’inflazione, ma il mercato e la Fed sono ora allineati su una politica restrittiva per il resto dell’anno. Prevediamo un rallentamento della crescita e la curva dei Treasury sta lanciando un segnale d’allarme con la sua inversione, ma molto probabilmente è troppo presto per dichiarare che una recessione è imminente. Guardando al resto del mondo, questo ciclo è molto diverso dal ciclo di inasprimento del 2018 che ha visto la Fed alzare i tassi mentre le altre banche centrali dei mercati sviluppati restavano in attesa, spingendo le banche dei mercati emergenti ad alzare i tassi. Questo ciclo ha visto una stretta monetaria su base globale con alcuni Paesi emergenti, come il Brasile, in netto anticipo rispetto alla Fed. Nelle ultime due settimane, le banche centrali globali si sono tutte riunite intorno all’idea di accelerare il ritmo della stretta. La Reserve Bank of Australia aveva segnalato che si stava preparando a un aumento già a febbraio e da allora ha aumentato i tassi di 75 punti base nelle ultime due riunioni. La BCE è stata l’ultima a cambiare idea e ora è disposta ad alzare i tassi di 50 punti base. Le azioni della Fed di ieri sono aggressive, ma si inseriscono nel contesto degli altri Paesi del G7. L’unica eccezione è la Banca del Giappone. La Bank of Japan continua a mantenere un atteggiamento di allentamento difendendo l’ancoraggio al Treasury a 10 anni. Di conseguenza, lo yen non è mai stato così debole negli ultimi 24 anni.

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FED: l’aumento dei prezzi fa più paura dei rialzi nei tassi

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm, ha commentato: “La conferenza della Fed ha evidenziato la debolezza della forward guidance degli ultimi mesi e forse parzialmente indebolito la sua stessa credibilità. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento dei tassi da 75 bps, gli ultimi dati sull’inflazione (8.6% annuale a maggio), più alti delle attese, e le aspettative dei mercati hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi ad oggi, pur accompagnata da commenti sull’eccezionalità della misura. Sembra che i leggendari Bond Vigilantes siano ufficialmente tornati, pronti a vendere bond aggressivamente e forzare le Banche Centrali ad agire con decisione per combattere l’inflazione. In tale contesto, l’aumento dei prezzi inizia a far più paura rispetto ad ulteriori rialzi nei tassi, con l’azionario che ha reagito inizialmente negativamente alla decisione, ma si è mantenuto in positivo (alle 20.00 del 15 giugno).Infatti, sebbene la decisione certamente indebolisca ancor di più le condizioni finanziarie, e di conseguenza peggiori le attese di crescita, l’ulteriore rialzo dei tassi e l’ancoraggio delle aspettative di inflazione suggeriscono che potremmo essere vicini alla fine della dolorosa transizione della politica monetaria a cui abbiamo assistito da inizio anno. In questo senso gli investitori potranno quantomeno aspettarsi un regime di mercato più normale, nel quale la correlazione tra ritorni di azionario e obbligazionario dovrebbe iniziare a diminuire e il focus si dovrebbe, seppur lentamente, spostare di nuovo su crescita, profittabilità aziendali e valutazioni”.

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Lagarde e i tassi di interesse: Il rischio Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

Qualsiasi dichiarazione dei presidenti delle banche centrali ha riflesso sui mercati finanziari e la recente affermazione della presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che è necessario aumentare i tassi di interesse, ha confermato l’assioma. Fermare o limitare l’inflazione si può, ma occorre capirne la natura. Negli Usa l’inflazione ha origine interna, da eccessiva domanda, mentre quella europea deriva dall’aumento del prezzo dei prodotti energetici. Abbiamo bisogno di investimenti che, invece, sono limitati dall’aumento dei tassi. Il Btp decennale ha raggiunto il 4% – certo lontano dal 7,5% del 2011 del governo Berlusconi e relativi ministri che, comunque, significa aumento del debito pubblico. I mercati prezzano il “rischio Italia” anche per la incapacità di fare riforme, si veda la legge sulla Concorrenza ancora ferma in Parlamento, ed eliminare gli sprechi, si veda il caso delle aziende romane Atac (trasporti) e Ama (rifiuti), della lombarda Trenord (trasporti) e dell’Alitalia-Ita. Insomma, è bene accelerare il PNRR per gli investimenti ma è necessario eliminare gli sperperi delle società pubbliche. E’ un binomio inscindibile. Primo Mastrantoni, Aduc http://www.aduc.it

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“Capital Group: Come investire nell’obbligazionario con i tassi al rialzo”

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 Maggio 2022

A cura di Keiyo Hanamura, Investment Director di Capital Group. Con le principali banche centrali all’opera per contrastare l’inflazione, i rendimenti obbligazionari hanno già scontato un inasprimento delle politiche monetarie. Negli Stati Uniti i rendimenti dei Treasury nel segmento a 10 anni della curva si trovano su livelli osservati l’ultima volta prima della pandemia alla fine del 2019, con gli investitori che scontano un aggressivo ciclo di rialzo dei tassi nel corso dei prossimi due anni. Nell’eurozona, invece, il rendimento dei Bund tedeschi a 10 anni è tornato prepotentemente in territorio positivo per la prima volta da tre anni a questa parte. Perfino in Giappone, baluardo di lunga data dei tassi d’interesse ultra-bassi, il rendimento del titolo decennale di riferimento ha raggiunto il proprio massimo degli ultimi sei anni mentre i mercati stanno cercando di testare il limite superiore del target stabilito dalla Bank of Japan. Sebbene ci troviamo solamente all’inizio del nuovo ciclo di rialzo dei tassi, sembra che i mercati stiano già sperimentando una certa volatilità; ciononostante, gli asset a reddito fisso continuano a fornire stabilità ai portafogli e nell’attuale contesto di mercato possono fornire notevoli benefici agli investitori.

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Vengono al pettine i nodi della politica del tasso d’interesse zero

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 febbraio 2022

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Si stanno ancora sottovalutando gli effetti della politica di tasso d’interesse zero, e sotto lo zero. Le dirette conseguenze delle azioni intraprese dalle banche centrali per sostenere i mercati finanziari durante e dopo la Grande Crisi Finanziaria sono stati i rendimenti obbligazionari negativi. Le banche hanno ridotto i tassi d’interesse e avviato programmi di stimolo, finalizzati all’acquisto di obbligazioni, con importanti ricadute sui mercati dei titoli a reddito fisso. Anche una parte del debito societario, a volte persino quello classificato come “spazzatura”, è stato scambiato con rendimenti negativi, nonostante il loro maggiore rischio d’insolvenza. Tale politica ha reso molto conveniente accendere nuovi debiti, anche attraverso la cosiddetta leva finanziaria che spesso usa gli asset da acquisire come garanzia per ottenere i crediti. Ciò, di conseguenza, ha “ingolfato” i mercati con titoli, in particolare obbligazioni pubbliche e corporate bond, a tassi d’interesse negativo. La crisi sembrava essere sotto controllo, ma le turbolenze dei mercati, seguite allo scoppio della pandemia, hanno indotto le banche centrali a riavviare i loro programmi di acquisto di attività e il mercato delle obbligazioni a rendimento negativo è cresciuto dall’aprile 2020. A fine settembre 2021 la stima delle obbligazioni a tasso negativo era di circa 15.000 miliardi di dollari, più di un quinto di tutto il debito dei governi e delle imprese a livello mondiale. Secondo l’indice Bloomberg Barclays, le recenti politiche restrittive della Federal Reserve avrebbero contribuito a ridurre lo stock totale di debito con rendimento negativo a 10.700 miliardi di dollari, in netto calo rispetto al picco di 18.000 miliardi del dicembre 2020. Le opinioni degli economisti sulla questione sono state molto diverse. Larry Summers, già segretario del Tesoro americano, ha definito i tassi negativi come “l’economia del buco nero”, mentre l’influente Kenneth Rogoff dell’università di Harvard, ha raccomandato le banche centrali di farne il cuore della loro politica.Titoli pubblici a tassi negativi sono stati emessi dal Giappone, dalla Svizzera, dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Francia. Tale politica ha coinvolto anche l’Italia e persino la Grecia, che dal 2009 ha affrontato molte crisi del debito.Gli Usa non l’hanno fatto, ma alcuni buoni del Tesoro sono stati scambiati sotto lo zero. Numerosi sono stati, invece, i corporate bond americani a tasso negativo. I fondi pensione e le compagnie assicurative sono tenuti ad acquistare obbligazioni, anche con rendimenti negativi, per gestire il rischio o coprire passività a lungo termine. Si tratta, però, di una situazione che non può durare per molto tempo. Il rischio è la sospensione delle attività e la bancarotta, salvo che non vi sia un salvataggio con i soldi pubblici. Per i fondi, in verità, gli aumenti dei prezzi delle materie prime, a cominciare da quelle energetiche, sono stati una “manna dal cielo”. Hanno “brindato” all’arrivo dell’inflazione e al conseguente aumento dei rendimenti dei titoli. Le obbligazioni a basso rendimento influiscono anche sui mercati azionari, determinando l’alternanza di boom con crolli frequenti e l’inevitabile instabilità finanziaria. Nel 2013 la previsione della Fed di ridurre il quantitative easing provocò l’aumento dei rendimento dei Treasury bond e il calo dei valori delle azioni. I bassissimi tassi d’interesse hanno incoraggiato alcune società a riacquistare le proprie azioni con il denaro raccolto dall’accensione di nuovi debiti, il che, accrescendo il valore delle azioni, ha fatto “lievitare” anche i bonus dei manager. Il tasso zero ha anche alimentato il cosiddetto “carry trade” sui mercati valutari, invogliando gli investitori di un paese con i rendimenti negativi ad acquistare obbligazioni di altri paesi a più alto rendimento ma anche più instabili, esponendoli a possibili fluttuazioni valutarie. L’entrata in gioco dell’inflazione, perciò, potrebbe avere degli effetti inaspettati e dirompenti sui titoli a reddito fisso, pubblici e privati, e sui mercati finanziari. La cosa peggiore sarebbe affrontare questa nuova fase destabilizzante senza idee alternative e senza e programmi correttivi. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Tassi invariati ma confermata la scadenza del PEPP

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 ottobre 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. Come sempre, a catturare tutta l’attenzione non sono stati tanto i fatti, quanto le parole. Le decisioni sui tassi d’interesse e sui programmi di acquisto titoli erano già state largamente anticipate, mentre hanno sorpreso le parole sul PEPP, Pandemic Emergency Purchase Programme. Il governatore Lagarde ha espressamente specificato che questo programma terminerà, come da accordi, a marzo 2022.La decisione ha sorpreso i mercati, che infatti hanno reagito in maniera piuttosto nervosa, con tassi governativi in forte risalita, aumento dello spread e rafforzamento dell’euro. In risposta alla pandemia, la BCE aveva infatti avviato questo programma extra di acquisto di titoli di stato per sostenere e calmierare i costi dello sforzo fiscale messo in atto dai governi. Il PEPP, più noto come quantitative easing, andava ad aggiungersi all’APP (Asset Purchase Programme) ed era stato approvato dai membri del direttorio, nel marzo 2020, a condizione che avesse una scadenza, fissata per marzo 2022.Con l’avvicinarsi di questa scadenza è naturale che l’attenzione degli investitori sia tutta concentrata sul destino dell’enorme mole di titoli acquistati finora. Ricordiamo, infatti, che dei quasi 2 trilioni di euro di titoli pubblici digeriti dall’istituto di Francoforte da marzo 2020, circa il 75% è stato effettuato sotto mandato del PEPP, un programma decisamente rilevante. Non sorprende quindi la forte reazione dei mercati. La questione PEPP assume un ruolo di primaria importanza proprio alla luce della fondamentale attività di sostegno fiscale prevista per il 2022. Una parte verrà, sì, assorbita dal Recovery Fund, ma i governi continueranno a dover emettere debito per sostenere la ripresa e ogni punto base in più sul costo del debito rischia di compromettere questo sforzo. Il prossimo passo sarà quindi monitorare le varie leggi di bilancio e i relativi piani di emissioni per capire quale squilibrio potrà esserci tra domanda e offerta di titoli di debito e, quindi, quanta flessibilità sarà lasciata al destino del PEPP. Flessibilitá è, per l’appunto, la parola chiave per interpretare le parole della BCE. Ma, per ora, i mercati non sembrano aver apprezzato la mancanza di chiarezza su un eventuale successore del PEPP.Interessante il focus sull’inflazione, introdotta già nel meeting di settembre tra i possibili fattori di rischio, ma che da allora ha continuato a crescere imperterrita. La logica della sua “transitorietà” ha scricchiolato sonoramente nel mese di ottobre e le aspettative di inflazione sono salite in tutta l’Eurozona. Costo delle materie prime, salari e colli di bottiglia non si sono affievoliti, e risulta difficile prevedere una normalizzazione prima del secondo trimestre del 2022. Ma non dureranno per sempre. Ed è questa la chiave di volta per interpretare la visione che l’Istituto di Francoforte ha sull’andamento dei prezzi. Il governatore ha quindi insistito molto sul concetto di transitorietá, e sul fatto che sia presto per parlare di tapering. Quello che favorisce la BCE rispetto alle altre banche centrali come la Bank of England e la Federal Reserve, è che il livello dell’inflazione, seppur alto rispetto allo storico, non si discosta molto dal 2% targettizzato dall’Istituto, relegando le prospettive di un rialzo dei tassi d’interesse a uno scenario meno probabile. Inoltre, la BCE si ritrova a gestire una eterogeneità di Paesi, e quindi occorre essere molto pazienti.

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“Flash BCE: la Lagarde mette al riparo i tassi dalle minacce dai tassi USA e dall’arrivo della gobba inflattiva nel Q2”

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 marzo 2021

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte SIM. La riunione Bce si è conclusa con la decisione principale di incrementare gli acquisti tramite il piano PEPP fino al prossimo trimestre. La decisione è stata presa per consenso. Sul fronte macro, lo scenario delineato contempla un possibile calo del Pil nel primo trimestre a fronte di un temporaneo rialzo dell’inflazione, che ha portato lo staff Bce a rivedere sensibilmente al rialzo le stime di inflazione 2021, confermando sostanzialmente il rimanente quadro macro prospettico che, come precisato dalla Lagarde, non tiene ancora in considerazione l’impatto del piano fiscale Us di 1900Mld$ appena varato alla Camera ed in attesa della firma di Biden. enendo in considerazione gli impatti in senso generale (derivanti, ad esempio, anche dalla politica fiscale). Ha inoltre ribadito che la Bce non sta perseguendo una politica di yield curve control e che l’incremento degli acquisti saranno distribuiti su tutta la curva. Infine, sul tema rialzo temporaneo dell’inflazione, la Lagarde ha precisato che l’atteggiamento Bce è quello di guardare oltre eventuali marcati temporanei rialzi della dinamica dei prezzi al consumo. In sintesi, la decisione di oggi di incrementare gli acquisti si inquadra in un atteggiamento Bce volto sia a difendersi dall’effetto contagio del marcato rialzo dei tassi Usa e sia ad assicurare un controllo dei tassi in un trimestre come quello che sta per iniziare, che sarà caratterizzato da un marcato incremento dei prezzi al consumo. L’effetto immediato sui mercati si è riflesso in modo particolare sul calo dei tassi Btp e relativo spread verso Germania e Spagna. I Btp pertanto risultano essere supportati sia dall’imminente rialzo degli acquisti della Bce sia dal possibile arrivo di ulteriore domanda dal lato bancario dopo la prossima asta Tltro di metà marzo. Sulla base di queste considerazioni è possibile ipotizzare l’azzeramento dello spread Ita/Spagna (attualmente intorno ai 30 pb) con approdo del tasso decennale Btp in area 0,30% con spread intorno ai 70pb entro maggio /giugno, pari cioè al periodo di copertura dell’incremento degli acquisti Bce che comprende anche il periodo in cui sarà stata presentata la nuova versione del Recovery Plan.

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Tassi Treasury in ripresa: come si posizionano i portafogli obbligazionari

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2021

A cura di Vittorio Fontanesi, Portfolio Manager mercati obbligazionari AcomeA SGR Il 2021 è iniziato con un movimento al rialzo dei tassi decennali statunitensi sulla scia di aspettative positive di ripresa economica grazie all’adozione dei vaccini e allo stimolo fiscale da 1.9 trilioni di dollari (in aggiunta ai 900 miliardi di fine 2020) promesso dalla nuova amministrazione americana. Per quanto riguarda però gli impatti sui mercati obbligazionari, in particolare sull’universo degli asset emergenti, che è quello dove siamo maggiormente esposti, è fondamentale in questa fase monitorare i movimenti dei tassi nominali e reali. I primi, che oggi viaggiano intorno al 1.35% se si guarda al decennale, solitamente si muovono al rialzo nelle prime fasi di ripresa del ciclo economico e delle aspettative di inflazione, seguendo il cosiddetto reflation trade. Questo è uno scenario negativo per i detentori di titoli del Tesoro americano, ma non lo è necessariamente per chi è esposto verso asset di rischio, tra cui anche i bond e le valute emergenti. Tuttavia, è il movimento dei tassi reali a governare molto da vicino l’andamento dei mercati obbligazionari globali e, in generale, degli asset di rischio. I tassi reali americani, che si trovano in territorio negativo da marzo, sono il risultato della differenza tra tassi nominali e aspettative di inflazione e riflettono in buona sostanza la percezione del mercato sulla stance di politica monetaria della Fed. Quando i tassi reali salgono, specialmente se lo fanno in maniera repentina, il mercato teme un cambio di politica economica da parte della Fed verso una direzione più restrittiva. Uno scenario di ripresa violenta dei tassi reali è chiaramente un incubo per gli investitori e riporta alla memoria il Taper Tantrum del 2013 quando, un po’ a sorpresa, la Fed annunciò che avrebbe ridotto gli acquisti di asset. Se, invece, i tassi reali scendono o rimangono in area negativa, anche in una fase di ripresa del ciclo, è un segnale di una politica espansionistica della Fed. Questo sfondo è chiaramente positivo per i risky assets e provoca un deprezzamento del dollaro, come abbiamo visto dalla seconda metà del 2020.
Per buona parte della seconda metà del 2020 (evidenziata in verde) abbiamo assistito a una crescita dei tassi “breakeven” (linea verde), cioè delle aspettative di inflazione da parte del mercato, più rapida rispetto alla crescita dei tassi nominali (linea blu). Questo ha determinato la discesa dei tassi reali (linea rossa) verso livelli ancor più negativi. Nelle ultime sessioni di mercato, i breakeven si sono stabilizzati attorno a 2.15%, mentre i tassi nominali hanno continuato la loro ascesa, provocando il movimento al rialzo dei tassi reali, da -1% a -0.8%. Questi ultimi rimangono però ancora in area negativa e a livelli storicamente molto bassi. L’ampio stimolo fiscale pro-ciclico, il ritmo sostenuto delle vaccinazioni, la domanda repressa, sono i fattori che hanno fatto crescere le aspettative di una ripresa economica più rapida del previsto negli Stati Uniti e fatto presagire un possibile cambio di passo da parte della Fed.
Nei nostri portafogli obbligazionari continuiamo a mantenere un’esposizione rilevante all’universo emergente e al debito dei finanziari italiani. Nel corso degli ultimi mesi, abbiamo preferito aumentare l’esposizione ai titoli di paesi emergenti in valuta locale, in particolare la parte lunga delle curve di rublo russo e real brasiliano. Valute che, per una serie di fattori idiosincratici, sono rimaste più indietro rispetto al complesso delle divise emergenti e le cui curve mostrano una steepness rilevante. Sorprese positive potrebbero giungere dalle banche centrali di questi paesi che hanno già assunto un tono più hawkish e nei prossimi mesi potrebbero essere tra le prime a iniziare il ciclo di rialzo dei tassi, conferendo così supporto alle rispettive divise. Inoltre, tendenzialmente queste due valute beneficiano della ripresa dei prezzi delle commodities.Sempre sulla componente emergente, abbiamo ridotto alcune posizioni in spread in hard currency, specialmente nella parte lunga della curva. Abbiamo preferito ridurre il Messico in dollari, che potrebbe soffrire particolarmente in caso di ulteriore ripresa dei tassi americani, e abbiamo venduto una serie di posizioni nella parte della duration di alcuni paesi emergenti di frontiera che avevano performato molto bene nella seconda metà del 2020. Anche sulla parte finanziaria, recentemente abbiamo alleggerito il rischio in maniera prudenziale, considerando i rischi domestici di qualche settimana fa, vendendo i Tier1 di Unicredit e Bankia, poiché aveva sovraperformato rispetto al mercato, rimpiazzandole con una esposizione al corporate ciclico legato in settori infrastrutturali (Webuild) e travel (Air France). Sulla componente cambi, stiamo gradualmente aumentando l’esposizione al dollaro sui nostri fondi, attraverso la riduzione delle coperture delle nostre posizioni, come strategia difensiva sul rialzo dei tassi americani. In generale, siamo consapevoli dei possibili shock derivanti dal fronte dei tassi e di una volatilità di breve periodo inevitabile: in particolare del tasso reale americano, anche se riteniamo che l’aggiustamento, questa volta, sarà molto graduale per evitare gli errori commessi in passato. All’interno dei nostri portafogli, in questa fase, preferiamo dunque esporci su storie con caratteristiche più idiosincratiche (Brasile, Russia, ma anche Ucraina), che offrono rendimenti locali attraenti, valute a sconto rispetto agli altri mercati emergenti e minore sensibilità agli eventuali movimenti al rialzo dei tassi americani.

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2021: bisogna avere fede…nei tassi di sconto bassi

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 gennaio 2021

A cura di Maya Bhandari, Gestore di portafoglio Multi-Asset di Columbia Threadneedle Investments. Ne abbiamo fatta di strada, sia i mercati finanziari che noi, dai giorni cupi della primavera sino ai giorni più rosei (malgrado la stagione) dell’inverno. A marzo, quando l’economia subiva l’enorme shock sincronizzato del Covid-19 e le autorità reagivano con risposte politiche altrettanto vaste e sincronizzate, noi e la maggior parte dei nostri colleghi abbiamo ridotto notevolmente le nostre aspettative sulla crescita economica e degli utili societari per il 2020. Malgrado le misure di stimolo, lo shock a breve termine dovuto alle “improvvise interruzioni” dell’attività economica si prospettava immane. Abbiamo tuttavia anche aumentato significativamente la nostra esposizione agli attivi rischiosi di elevata qualità nei fondi multi-asset, mantenendola sino alla fine dell’estate e realizzando guadagni superiori alla media in aree che presentavano forti squilibri di prezzo< e apparivano adeguatamente posizionate per beneficiare di politiche ultra-accomodanti, come la fascia alta delle obbligazioni investment grade e le azioni di elevata qualità. Avvicinandoci a oggi, nei giorni più rosei di novembre, tre sviluppi hanno sconvolto nuovamente gli equilibri, questa volta però avvantaggiando strumenti ciclici selezionati nell’ambito di un budget di rischio più neutrale. In primo luogo, l’esito elettorale statunitense relativamente favorevole, che ha rimosso i rischi estremi, portando con sé un imprevisto sollievo sul versante fiscale; in secondo luogo, le notizie di un numero di vaccini molto superiore alle previsioni e decisamente più efficaci di quanto ci attendessimo noi e la maggior parte dell’opinione pubblica; Infine, sviluppo certo non meno importante degli altri, le contrazioni economiche nel 2020 rivelatesi meno gravi del previsto, che hanno portato alla formulazione di previsioni di ripresa economica e degli utili “a forma di V” in aree come Stati Uniti e Giappone, mentre i mercati asiatici emergenti si sono lasciati rapidamente alle spalle le turbolenze dovute al Covid-19. Quest’ultimo fattore potrebbe rivestire meno importanza per gli investitori proiettati al futuro che guardano oltre la seconda ondata del virus e l’inasprirsi delle misure di contenimento, ma pone le basi per una ripresa più sostenibile.Abbiamo posto l’enfasi sull’ampliamento delle esposizioni nei mercati azionari giapponesi e nei listini asiatici emergenti, abbinate alle posizioni nelle azioni statunitensi. Continuiamo inoltre a prediligere i mercati del credito; con la normalizzazione degli spread stiamo in particolare rafforzando le esposizioni in sterline e dollari nel credito ad alto rendimento, che dovrebbe anche beneficiare di un miglioramento del quadro ciclico e del proseguimento delle politiche ultra-accomodanti. Queste sono le aree che a nostro avviso dovrebbero offrire i migliori rendimenti corretti per il rischio nei prossimi 12-18 mesi. Bisogna tuttavia confidare in tassi di sconto bassi per giustificare le attuali quotazioni di mercato, malgrado i fattori positivi appena descritti.Da un lato, la combinazione di titoli growth di qualità statunitensi e di titoli ciclici di qualità asiatici ci consentirà di beneficiare della crescita degli utili nel prossimo biennio. Tale crescita sarà particolarmente notevole in Asia, caratterizzata da una leva operativa; inoltre da qui al 2022 gli utili dovrebbero crescere a un tasso composto del 10% in Giappone e di oltre il 17% nei mercati emergenti asiatici, a fronte degli stessi multipli prospettici nel Regno Unito, dove gli utili dovrebbero aumentare dello 0,25%. L’Asia è avvantaggiata anche da condizioni monetarie interne accomodanti. In Cina, l’impulso al credito ha ad esempio appena superato i massimi del 2016 ed è a un soffio dai livelli del 2012/13.Dall’altro lato, le valutazioni sono eque e il 40% dei mercati finanziari attualmente si trova a più di una deviazione standard al di sopra delle medie di lungo termine,4 uno dei principali motivi per cui siamo meno ottimisti di quanto non fossimo a inizio anno sui profili di rischio e rendimento. Le valutazioni degli indici azionari hanno raggiunto livelli stratosferici rispetto ai loro valori storici in base a una serie di parametri, e lo yield-to-worst delle obbligazioni societarie high yield è prossimo ai minimi assoluti. In altre parole, i costi di finanziamento delle società sono estremamente convenienti.

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Tassi ai minimi, debiti alle stelle: come investiamo sul mondo bond?

Posted by fidest press agency su domenica, 6 dicembre 2020

A cura di Vittorio Fontanesi, Portfolio Manager mercati obbligazionari AcomeA SGR. Il 2020 è stato un anno senza precedenti nella storia economica. Il diffondersi di una pandemia globale ha prodotto la recessione più profonda dalla Seconda Guerra Mondiale ma ha anche fornito la risposta politica più rapida e aggressiva testimoniata in qualsiasi precedente crisi. L’eredità lasciata da questi eventi ci proietta in un mondo caratterizzato da tassi di interesse a zero o negativi e debiti alle stelle. Nel continente europeo tassi negativi si riscontrano ormai non soltanto nei paesi core, ma anche nelle aree periferiche. Fino a una scadenza di 5 anni, la curva dei rendimenti italiana si trova in territorio negativo. Anche in Portogallo, ormai il decennale offre tassi negativi a scadenza. In sostanza, le occasioni redditizie di investimento sui mercati obbligazionari del mondo sviluppato non soltanto sono ormai ridotte al lumicino, ma non sono nemmeno scevre da rischi. A fine anno, secondo le ultime stime del FMI il debito dei paesi avanzati si attesterà in media intorno al 125% del PIL, con l’Italia vicina al 160% e gli Stati Uniti oltre il 130%. A livello globale a fine novembre 2020, l’ammontare di obbligazioni che offrono tassi di rendimento negativi ha raggiunto un nuovo massimo storico, attestandosi ad oltre 17 trilioni di dollari. Muoversi all’interno di questi territori inesplorati richiede elevata esperienza, abilità di analisi e lascia poco spazio alle improvvisazioni. Nell’ultimo mese, le notizie sul fronte del vaccino e l’esito delle elezioni americane hanno avuto impatti positivi sui mercati obbligazionari emergenti. L’elevata efficacia di un vaccino Covid-19 e le capacità di distribuzione ad ampio spettro e a costi inferiori sono particolarmente incoraggianti per il mondo dei mercati emergenti, perché permettono di ridurre gli ostacoli alla ripresa economica. L’elezione di Biden alla Casa Bianca apre a scenari di maggiore cooperazione internazionale da parte degli Stati Uniti, che potrebbero passare da un approccio di politica bilaterale ad uno più multilaterale. Il mercato, dunque, mantiene la prospettiva di sviluppi un po’ meno dirompenti sulla politica commerciale tra USA-Cina e sulla riduzione dei rischi geopolitici a livello globale. Sul fronte economico la ripresa dell’economia cinese ha trainato i prezzi delle commodities migliorando le posizioni esterne dei paesi emergenti, mentre sul fronte finanziario il dollaro debole e la Fed in modalità espansiva offrono condizioni ampiamente supportive. La liquidità sui mercati si mantiene ampia, grazie appunto al supporto fornito dalle banche centrali, e il decennale americano, una proxy importante per i flussi di capitale nei mercati emergenti, viaggia intorno allo 0.9% e da marzo continua a mantenersi al di sotto dell’1%. La presenza di tassi reali negativi nel mondo avanzato dovrebbe continuare a incoraggiare la ricerca del rendimento in asset più rischiosi e far confluire flussi di investimento nei paesi emergenti. Nell’ultimo mese, l’indice dei mercati emergenti in hard currency ha registrato una performance del 4%, ed è positivo del 3,2% da inizio anno, mentre quello in local currency ha guadagnato il 5.8%, tornando agli stessi livelli di inizio 2020. In questi mercati, gli spread sono tornati a livelli in linea con la media degli ultimi anni.La nostra asset allocation nei fondi obbligazionari si caratterizza per un posizionamento rilevante sui paesi sovrani emergenti, sia espressi in hard currency che in valuta locale, e sul credito bancario europeo, sia senior sia subordinato. Riteniamo comunque che dopo le ottime performance degli ultimi mesi, potrebbero presentarsi nelle prossime settimane occasioni per una presa di profitto. A livello di tassi locali emergenti, le nostre scommesse si concentrano su Messico, per la presenza di tassi reali positivi, e su Sud Africa e Brasile per cogliere le opportunità sulla parte medio-lunga delle curve. A livello valutario, abbiamo esposizione al real brasiliano, lira turca, sol peruviano e rublo russo perché sono state divise particolarmente penalizzate nel corso dell’anno e ci aspettiamo che possano beneficiare di miglioramenti sia sul fronte macro che politico. Per quanto riguarda il credito bancario, riteniamo che la parte subordinata sia quella in grado di esprimere ancora del valore. Nonostante gli effetti negativi dello shock del Covid, il settore bancario europeo presenta oggi una maggiore solidità patrimoniale rispetto alle crisi passate e può contare sul supporto del regolatore e della politica monetaria della Bce.

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Mutui: in Italia tassi fra i più bassi al mondo a maggio

Posted by fidest press agency su sabato, 6 giugno 2020

Uno dei settori economicamente più colpiti dagli effetti collaterali del Coronavirus è stato quello immobiliare; il lockdown imposto a causa della pandemia ha, di fatto, determinato uno stop temporaneo alle compravendite e, con esse, alla richiesta di mutui.
L’analisi, realizzata a metà maggio, è stata effettuata prendendo in considerazione un immobile di valore pari a 180.000 euro, una richiesta di mutuo di 120.000 euro ed un piano di restituzione ventennale. Come detto, nessuno tra gli Stati considerati per l’indagine batte l’Italia; nel nostro Paese questo tipo di finanziamento è indicizzato con TAEG tra 0,75% e 0,80% se fisso e fra 0,73% e 0,77% se variabile. L’Italia si assicura anche un secondo primato: è l’unico Paese tra quelli analizzati dove, di fatto, la distanza in termini di punti percentuali tra tasso fisso e variabile si è azzerata e, in alcuni casi, il primo risulta addirittura più conveniente rispetto al secondo. In Europa, guardando al tasso fisso, si avvicinano ai valori italiani solo la Francia, dove il mutuo viene indicizzato allo 0,80% e la Germania (0,83%). Fanno peggio, invece, alcuni Paesi europei che, tradizionalmente, avevano tassi di interesse più contenuti o comunque simili a quelli italiani: è il caso della Spagna, dove il finanziamento è indicizzato all’1,20%. Sempre restando entro i confini del Vecchio Continente, si vede come le indicizzazioni del tasso fisso (considerando il TAEG) vadano dall’1,40% della Danimarca, al 2,02% della Norvegia sino al 3,20% rilevato nel Regno Unito.
Sebbene per queste due nazioni sia stato possibile rilevare solo il TAN e non il TAEG, è evidente come anche in Svizzera e in Grecia i mutuatari si trovino a pagare tassi notevolmente maggiori e pari, rispettivamente, all’1,26% e al 4,82%.
Anche rispetto al tasso variabile, in Europa, tra i Paesi analizzati, nessuno fa meglio dell’Italia e le offerte rilevate vanno dallo 0,80% della Spagna, fino al 3,10% del Regno Unito.
L’analisi di Mutui.it e Facile.it non si è fermata alla sola Europa e ha verificato quali siano le condizioni applicate ai finanziamenti anche in altre parti del mondo, considerando però, come indice di riferimento rilevabile in ciascuna nazione, non il TAEG, ma il TAN. Guardando ai tassi fissi, gli indici variano dall’1,85% di Singapore al 2,60% del Giappone, dal 3,24% del Canada al 4,65% della Cina. Negli Stati Uniti, nonostante i valori siano scesi ai minimi storici nelle ultime settimane, il fisso resta intorno al 3%, vale a dire sei volte quello italiano (0,50%). Guardando ai tassi variabili, invece, si va dall’1,68% di Singapore al 2,10% rilevato in Canada, dal 2,50% di Hong Kong al 2,69% dell’Australia.
Discorso a parte meritano economie emergenti come il Brasile o la Russia; nonostante siano ancora nel pieno della Pandemia, i tassi fissi rilevati, se paragonati a quelli italiani, risultano davvero proibitivi; rispettivamente il 7,15% e il 10%.
«Uscendo dall’Unione Europea gli indici di riferimento che determinano i tassi applicati ai mutui variano da zona a zona e questo, in parte, spiega una situazione così disomogenea tra una nazione e l’altra», commenta Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it.

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La Fed ha tagliato i tassi di 25 punti base

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 agosto 2019

Commento di Tim Drayson, Head of Economics di LGIM. Le previsioni della sua baseline roadmap (basate su una crescita costante) non vedono ulteriori tagli, ma i rischi fanno propendere per un’altra riduzione quest’anno.Sappiamo che c’è un gruppo al FOMC, che probabilmente include Powell, che considera l’applicazione di due tagli a scopo “assicurativo” come l’approccio migliore (anche se l’outlook di base non cambia molto).Per poter apportare più di un ulteriore taglio quest’anno, è necessario rivedere al ribasso le previsioni di crescita della Fed, fatto questo da collegare probabilmente a un’escalation della guerra commerciale o a un nuovo slittamento nell’inflazione e nelle sue previsioni (magari riconducibile a un’impennata del dollaro)Il mercato prevede ancora 1-2 tagli entro la fine dell’anno e quasi 3 tagli entro la fine del prossimo anno.Questo non sarà di disturbo alla Federal Reserve in questa fase perché riflette il rischio di coda di una flessione (forse legata a un’escalation della guerra commerciale) che richiederebbe tagli aggressivi dei tassi.

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Tensioni politiche e rialzo dei tassi USA turbano i mercati

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 ottobre 2018

“A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management”. I solidi dati macroeconomici (ISM@60), i prezzi del petrolio in crescita e un cambiamento inatteso nella retorica da parte del Presidente della FED Powell (“La FED è ancora lontana dal raggiungimento del livello neutrale dei tassi di interesse”) hanno spinto al rialzo la curva dei rendimenti statunitense. Dall’inizio del mese di settembre, i tassi nominali a 10 anni sono aumentati di 30 bps, con un il livello di breakeven dell’inflazione stabile; i tassi reali hanno superato la soglia dell’1% per la prima volta dal 2011.Sul fronte politico americano, le recenti notizie sono meno rassicuranti. Il confronto tra Cina e USA ha raggiunto un nuovo livello di criticità dopo le accuse che il Vice-Presidente Pence ha rivolto alla Cina parlando di “influenza e interferenza maligna” nelle elezioni americane, accuse che hanno gettato benzina sul fuoco della guerra commerciale. Inoltre, Trump ha criticato aspramente la FED per le sue recenti decisioni di politica monetaria (“Penso che la FED stia commettendo un errore. Sono così restrittivi. Penso che la FED sia impazzita”). Sembra improbabile che la campagna verso le prossime elezioni di medio termine possa portare a una stabilizzazione della situazione: il partito Repubblicano ha una condivisa avversione nei confronti della Cina, e alcuni esponenti considerano apertamente la FED responsabile di una mancanza di sorveglianza o addirittura della turbolenza stessa dei mercati (Trump), al fine di rafforzare la tendenza positiva del consenso nei confronti di Trump.Il panorama politico italiano, così come gli asset da esso influenzati, non ha mostrato segni di stabilizzazione, con lo spread tra BTP e Bund sopra quota 300 bps e un duro e costante scontro tra i due Vice-Premier (Salvini e Di Maio) e diverse istituzioni sia europee (Commissione UE) che italiane (Banca d’Italia).Per quanto riguarda il posizionamento del mercato, in questa occasione il volume di investimenti in strategie di vendita della volatilità è stato certamente inferiore rispetto a quello osservato all’inizio del 2018. In particolare, il numero di contratti Futures sul VIX attualmente in essere è del 30% inferiore; le strategie (Inverse VIX ETP) che scommettono sul declino della volatilità sono quasi del tutto scomparse.Un punto chiave è rappresentato dal fatto che solo gli ETF sul Nasdaq e sugli HY Bond sono andati incontro a una significativa liquidazione fino alla chiusura di ieri (pari a circa il 3%). Pertanto, in generale, il recente drawdown non sembra essere causato dagli ETF stessi. Tuttavia, il rischio di ulteriori vendite non può essere trascurato: le strategie “risk parity” hanno liquidato parte delle posizioni, ma potrebbero essere ancora costrette a liquidazioni forzate a causa dei ribassi contemporanei di azioni e bond (shock di correlazione). Anche questo fattore è però meno pericoloso rispetto al caso osservato tra febbraio e marzo.Le valutazioni relative alle varie asset class risultano ora più che ragionevoli: S&P500 sta quotando a 16 volte il livello degli utili previsto per I prossimi 12 mesi, i rendimenti sul decennale USA sono al 3.2%, mentre dopo la correzione dello scorso febbraio l’S&P500 quotava a 18 volte gli utili e il rendimento sul decennale era al 2.8%.Le aspettative relative agli utili erano in rapida crescita all’inizio dell’anno, soprattutto grazie alla riforma fiscale in fase di approvazione. Al momento attuale, al contrario, le revisioni degli utili stanno volgendo al negativo. Questa tendenza recente potrebbe rappresentare un ostacolo a una rapida stabilizzazione del mercato, tenendo anche in considerazione il fatto che, dopo la straordinaria stagione degli utili osservata nel secondo trimestre, le aspettative sugli utili sono piuttosto robuste (+24% vs Q3 2017). D’altro canto, nelle ultime settimane i riacquisti di azioni proprie da parte delle imprese sono stati condizionati dall’entrata in vigore dei periodi di Blackout (da fine settembre fino all’inizio di novembre, dopo la chiusura della stagione degli utili), sebbene alcuni acquisti autorizzati siano comunque stati condotti durante la correzione dei prezzi. A febbraio i buyback hanno contribuito alla stabilizzazione del mercato.In conclusione, la politica non sta facilitando una stabilizzazione rapida (al netto di cambiamenti repentini), ma il posizionamento e le valutazioni sono meno preoccupanti di quanto lo fossero nove mesi fa. Per quanto riguarda le imprese (utili e riacquisti di azioni proprie) la situazione non sta fornendo indicazioni solide.

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Federal Reserve e andamento rialzo tassi

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 settembre 2018

LONDRA.La Federal Reserve (Fed) potrebbe a breve mettere in pausa il suo programma di rialzo dei tassi, dando finalmente tregua ai mercati emergenti e potenzialmente suscitando un ‘rally da sollievo’. A sostenerlo è Carl Eichstaedt, fixed income portfolio manager di Western Asset, affiliata Legg Mason.Quest’anno i mercati emergenti sono stati messi sotto pressione dai timori sulle effetti di una guerra commerciale e dal rafforzamento del dollaro, con ingenti perdite soprattutto per le valute emergenti, a causa della fuga degli investitori da questa asset class.Secondo Eichstaedt, manager del fondo Legg Mason Western Asset US Core Plus Bond, la maggior parte di queste pressioni potrebbe dissolversi con la fine del ciclo di rialzi della Fed, che potrebbe arrivare prima di quanto il mercato si aspetti.“Le ultime minute della Fed sono state a nostro parere piuttosto dovish” spiega Eichstaedt “ci aspettiamo un altro rialzo in questa riunione, ma dopodiché, per ora, non ce ne saranno altri.”
“La formulazione delle prossime minute sarà fondamentale. In particolare, se la Fed dovesse rimuovere la parola accomodante dalla sua dichiarazione ufficiale, ciò potrebbe significare che il ciclo di rialzi verrà messo in pausa. E, a nostro parere, non riprenderà nemmeno con la riunione di dicembre: potremmo dunque avere un ‘rally da sollievo’ nella parte a breve termine della curva dei rendimenti: sarebbe un’ottima notizia sia per i mercati emergenti che per il credito corporate.”Eichstaedt, che è entrato in Western Asset nel 1994 e ha oltre vent’anni di esperienza nei mercati obbligazionari, sostiene dunque che il debito dei mercati emergenti fosse rappresentato in maniera eccessiva nel budget di rischio del team.“Se guardiamo all’attuale crisi dei mercati emergenti confrontandola con quelle passate, vediamo che oggi questi mercati sono in una posizione completamente diversa” afferma il gestore.“Nel complesso i mercati emergenti hanno fatto un ottimo lavoro nel ridurre la loro dipendenza dal debito in dollari, e a nostro parere rispetto alle crisi passate il problema è molto minore.” “Per questo, dal nostro punto di vista, questa asset class continua ad avere lo stesso appeal di sempre, nonostante ci siano dei rischi idiosincratici.”
Tra i rischi in questione ci sono punti nodali come Tuchia e Argentina: “La Turchia, come ci si aspettava, ha appena alzato i tassi al 24%” spiega Eichstaedt “ e l’Argentina sta attuando le giuste manovre, pur non ottenendo al momento risultati positivi. Ma altre aree restano attraenti.”Tra le posizioni che il team preferisce in portafogli come quello del fondo Legg Mason Western Asset US Core Bond ci sono paesi come Messico, Brasile, Russia e Indonesia.“Molti dei ribassi sui mercati emergenti sono stati eccessivi. Il peso messicano, ad esempio, è la nona valuta più liquida al mondo, mentre la Russia ha oggi valutazioni molto attraenti e gli investitori sono più che compensati per il rischio” conclude Eichstaedt. (by punto di vista di Western Asset (affiliata Legg Mason) sulla riunione della Fed)

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Tassi BoE – commento flash di Investec AM

Posted by fidest press agency su martedì, 7 agosto 2018

Commento di Russell Silberston, Head of Multi-Asset Absolute Return di Investec AM. La Banca d’Inghilterra ha alzato i tassi di 25 punti base a 0,75% come atteso. Nonostante l’aumento appaia modesto, porterà i tassi ai livelli prevalenti del febbraio 2009, quando nel bel mezzo della crisi finanziaria globale, la Banca di Inghilterra ridusse il tasso dall’1% allo 0,5%. Così, questa mossa è un segno del fatto che ci stiamo lentamente lasciando alle spalle l’eredità di quel periodo.Tuttavia, l’economia del Regno Unito è molto diversa oggi rispetto a quella che prevaleva alla vigilia della grande crisi finanziaria, caratterizzata da una crescita economica poco brillante, un mercato del lavoro solido e una bassa produttività.Allora come mai la Banca di Inghilterra sta considerando un restringimento della politica monetaria? La risposta giace più sul versante dell’offerta che su quello della domanda, sul quale solitamente i mercati e gli analisti si focalizzano.
Possiamo guardare all’offerta come a una sorta di “limite di velocità” economico che negli anni recenti ha visto un crollo fino a circa l’1,5% per anno, da un 2%-2,5% annuo.Ci sono diverse spiegazioni per questa discesa, ma il collasso della produttività, legata all’industria manifatturiera e ai servizi finanziari, è uno dei driver principali del crollo. Questo limite di velocità più basso implica che anche con una crescita economica modesta, la capacità di riserva sarà esaurita più rapidamente, aumentando la pressione inflazionistica.
Questa carenza di capacità e il rischio di una maggiore inflazione sono a nostro avviso la spiegazione chiave dietro le azioni della Banca. Un altro aspetto interessante, oltre all’aumento tanto atteso e alle previsioni del Rapporto sull’Inflazione, è un aggiornamento della view della Banca sul livello dei tassi di interesse neutrali del Regno Unito. Questo è il livello dei tassi compatibile con il trend di crescita e l’obiettivo di inflazione. Diversamente dalla Federal Reserve, la Banca di Inghilterra non ha ancora comunicato formalmente la sua valutazione del tasso.Basandosi sul pricing attuale, il tasso è all’1,8%. Probabilmente è troppo basso, visto che ad esempio il modello Laubach-Williams suggerisce un tasso nominale al 3,5%.
La Banca ha ora indicato tassi di interesse nominali neutrali vicini al 2,5%. Tutto ciò farà aumentare in maniera significativa i rendimenti dei titoli di Stato britannici a più lunga scadenza nei prossimi mesi.

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