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Posts Tagged ‘tassi’

TCW – Tassi USA: è questo il Pivot di Powell?

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 novembre 2022

A cura di Jamie Patton, Managing Director Fixed Income, TCW. Nel tentativo di riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%, la decisione della Federal Reserve di aumentare nuovamente i tassi di interesse di 75 punti base era stata anticipata dal mercato. Il presidente Powell non vede più la necessità di aumentare i tassi al ritmo che abbiamo visto fino ad ora. Ma questo non indica necessariamente una svolta nella politica. Storicamente il mercato ha chiamato “pivot” un cambiamento nella funzione di reazione o un cambiamento nella politica da restrittiva a neutrale a espansiva. Non abbiamo interpretato nulla di ciò che abbiamo visto e sentito come un cambiamento di politica o di funzione di reazione. Il cambiamento che abbiamo visto riguardava il ritmo degli aumenti dei tassi, ovvero un rallentamento del ritmo dei rialzi, il che è molto diverso da un “pivot dovish”. La Fed ha sottolineato più volte e in molti modi diversi che è ancora impegnata a ridurre l’inflazione e che ha ancora molto lavoro da fare. Storicamente, 75 punti base rappresentano una variazione insolitamente ampia dei tassi. Prima di giugno, la Fed non aveva aumentato i tassi in questo modo dagli anni Novanta. Quindi, rallentare il ritmo dei rialzi dopo quattro rialzi consecutivi di 75 punti base è più una gestione prudente del rischio che un cambiamento di rotta nella lotta all’inflazione.Non è solo il ritmo dei rialzi che conta. È anche il tasso finale, che Powell ha detto sarà “più alto di quanto previsto in precedenza”, una dichiarazione da falco. Inoltre, è importante sapere per quanto tempo la Fed si manterrà al livello terminale e per quanto tempo manterrà i tassi in territorio restrittivo. Su questo fronte non abbiamo ricevuto molte informazioni, probabilmente perché le ipotesi di chiunque sono valide quanto quelle di Powell.Per quanto riguarda la domanda su quando la Fed potrebbe mettere in pausa questo ciclo di rialzi, Powell ha detto in modo molto diretto nella conferenza stampa che è prematuro pensare a una pausa e che siamo molto lontani dalla neutralità. La Fed ha chiaramente una strada da percorrere per arrivare al livello di restrizione che riporti l’inflazione al 2%. Il problema è che nessuno sa dove si trovi esattamente.A dicembre otterremo un nuovo riepilogo delle proiezioni economiche e dei dot aggiornati e maggiori informazioni su ciò che la Fed considera come tassi terminali.La Fed di oggi ha un problema ancora più complicato di quello che avevano gli ex presidenti Burns e Volcker nelle loro rispettive epoche. Non solo deve ridurre l’inflazione minimizzando i danni all’economia e al mercato del lavoro, ma deve anche preoccuparsi della stabilità finanziaria. Finora Powell è stato coerente nel lodare Volcker, nel concentrarsi sull’inflazione e nel tollerare l’impatto che la lotta all’inflazione avrà sull’economia. Ma per quanto complicato sia questo dilemma, al momento il compito della Fed è molto facile. È facile parlare di inflazione quando la disoccupazione è ai minimi da 50 anni. A quel punto vedremo se sarà davvero un sostenitore di Volcker come sembra essere oggi. Il lavoro di Powell e le sue decisioni diventeranno molto più difficili se e quando la disoccupazione aumenterà, ma l’inflazione sarà ancora al di sopra dell’obiettivo del 2%.Alla vigilia della riunione della Fed, il mercato prevedeva un tasso terminale di poco inferiore al 5% con uno o due allentamenti entro la fine del 2023. Dopo la conferenza stampa, il tasso finale è aumentato di 10-15 punti base, attestandosi al 5,1%, ma il mercato prevede ancora uno o due allentamenti per la fine del 2023. Riteniamo che il livello finale dei tassi d’interesse sarà più alto del previsto e, sebbene il ritmo possa essere più lento, la Fed manterrà la rotta e la politica restrittiva finché non vedrà scendere l’inflazione. By http://www.verinieassociati.com/

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Quando le banche centrali smetteranno di aumentare i tassi?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 novembre 2022

By Steven Bell, Chief Economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments. Questa è una settimana importante per gli osservatori delle banche centrali. Oggi abbiamo la Federal Reserve e domani la Banca d’Inghilterra (BoE). Entrambe dovrebbero aumentare i tassi ufficiali di 75 punti base, dopo l’analoga mossa della BCE la scorsa settimana.In questo 2022 stiamo assistendo alla più aggressiva manovra di inasprimento coordinata da parte delle banche centrali da decenni a questa parte. Sorge quindi spontanea la domanda: quando finirà tutto questo? La risposta è: quando le Banche Centrali riterranno di aver superato il problema dell’inflazione, che a sua volta dipende dalle rispettive economie. Cominciamo con l’economia più importante di tutte: gli Stati Uniti. Qui c’è una strana combinazione di forze economiche. Cercate la debolezza e la vedrete nel PIL, la misura più ampia dell’attività economica. Quest’ultimo, infatti, è cresciuto nel terzo trimestre del 2022, ma dopo due trimestri di contrazione. C’è una vera e propria recessione in atto nel mercato immobiliare, dove sia l’attività sia i prezzi stanno precipitando. I dati dei sondaggi economici stanno crollando, ma questo è compensato dalla forza del mercato del lavoro che, secondo tutti gli indicatori, è in piena crisi. Un basso tasso di disoccupazione significa aumento dei salari e degli affitti, le due più potenti e persistenti fonti di inflazione negli Stati Uniti. Venerdì verrà pubblicato il rapporto sul lavoro di ottobre e fino a quando non ci sarà un aggiornamento negativo sui posti di lavoro, la Federal Reserve continuerà a esercitare pressioni sui rialzi. Da sempre riteniamo che per far scendere l’inflazione negli Stati Uniti sia necessaria una recessione. Ciò comporterà una riduzione dei margini di profitto e un calo degli utili. Siamo nella stagione dei bilanci del terzo trimestre e il quadro generale è che le società stanno già lottando per soddisfare le aspettative degli analisti. Le prospettive per gli utili non sono buone. Gli investitori, tuttavia, si aspettano aggiornamenti deludenti.L’inflazione tedesca è salita all’11,6% in ottobre, ben oltre le aspettative. La Banca Centrale Europea si trova ad affrontare un’economia che si sta indebolendo e un’inflazione elevata: un cocktail sgradevole per una banca centrale.Nel frattempo, nel Regno Unito, la BoE deve agire in un contesto di incertezza fiscale. Riteniamo che adotterà la strada più facile e aumenterà i tassi in linea con il consenso – 75 punti base. Ma l’economia del Regno Unito è già in difficoltà e l’improvviso aumento dei tassi ipotecari farà calare ulteriormente la spesa. I tassi rimangono bassi, anche se la BoE li spingerà al 3% come ci aspettiamo, l’era dei tassi d’interesse ultra-bassi è ormai alle spalle. E questo non è di buon auspicio per il mercato immobiliare. In generale, il contesto attuale è difficile per l’economia e per gli asset di rischio, ma osserviamo che i titoli azionari sono già scesi molto e gli investitori si aspettano una debolezza economica. È possibile che si verifichi un’ulteriore svendita degli asset di rischio, che potrebbe proseguire fino al 2023, ma che potrebbe rappresentare un’opportunità di acquisto.

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Bce: porta aperta alla fine del ciclo di rialzi dei tassi

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 ottobre 2022

A cura di Antonella Manganelli, AD e Responsabile Investimenti di Payden & Rygel Italia. Se non fosse per l’avvenuto aumento di 75pb nei tassi, verrebbe da definire la riunione di oggi ribassista. Il rialzo è stato in linea con le attese; tuttavia, è stato rimosso il riferimento a “diversi” rialzi a venire, lasciando la porta aperta a una fine del ciclo di aumenti già dopo la fine del 2022. Anche nel rinvio della fornitura di dettagli sul “quantitative tightening” (ovvero la riduzione del supporto tramite acquisto di titoli) appare come un’indicazione che la Banca Centrale Europea sia sempre più preoccupata per lo stato della crescita. Difatti, l’aggiornamento fornito durante la riunione sulla visione dello stato dell’economia mostra un’Europa sempre più vicina allo scenario meno positivo tra di quelli delineati dalla Banca Centrale. La BCE sembra pensare sempre di più al conflitto tra inflazione testarda, crescita in rallentamento e considerazioni riguardanti la stabilità finanziaria.In queste ultime sessioni di scambi sembra ci sia una narrativa a cui i mercati vogliono credere a tutti i costi, ed è quella che le banche centrali finiranno per rallentare il loro ritmo di rialzi. I rendimenti dei governativi scendono, gli spread si stringono, il dollaro perde forza. Eppure, i dati non sembrano supportare questa visione di “pivot”, soprattutto qui in Europa, dove l’inflazione resta alta e non sembra accennare a ridursi. Difficile quindi, a nostro avviso, pensare a un’inversione di tendenza per le principali banche centrali dei mercati sviluppati prima della fine dell’anno.

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In Italia i tassi dei mutui sono tornati a crescere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2022

Ma come sono oggi le condizioni offerte rispetto a quelle di altre nazioni? Tutto sommato buone per i variabili, ma, secondo l’analisi di Facile.it e Mutui.it, notevolmente peggiori per i fissi se confrontate, ad esempio, con quelle di Francia, Spagna, Portogallo e molti altri.Guardando al fisso, nel nostro Paese, le migliori offerte disponibili online per un mutuo medio a inizio settembre partivano da un TAN pari a 2,89% valore in netto aumento rispetto allo scorso anno, quando l’Italia risultava essere lo Stato con i tassi più bassi. Oggi, invece, fanno peggio solo Grecia (3,20%) e Germania (3,12%), mentre le condizioni sono migliori in Francia (1,80%), Spagna (2%) e Portogallo (2,10%).Per il tasso variabile, invece, l’Italia mantiene il suo primato e nessuno, tra i Paesi analizzati, offre un tasso iniziale migliore (1,32%); fuori dai confini nazionali gli indici sono più alti e partono da 1,87% in Portogallo, 2% in Svizzera e 2,34% nel Regno Unito.Varcando i confini europei, i mutui risultano essere più onerosi rispetto ai nostri; negli Stati Uniti, ad esempio, i TAN offerti per un mutuo fisso partono da 5,25%, in Australia dal 4,59%, in Brasile dal 9% e in Russia addirittura dal 10,8%. L’indagine completa è disponibile in allegato e qui: https://www.facile.it/ufficio-stampa/comunicati/mutui-in-europa-italia-bene-sul-variabile-male-sul-fisso.html

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Bankitalia: tassi mutui a 2,45

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 settembre 2022

Secondo i dati di Bankitalia, in luglio i tassi di interesse sui prestiti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni comprensivi delle spese accessorie (Tasso Annuale Effettivo Globale, TAEG) si sono collocati al 2,45 per cento dal 2,37 di giugno.”Una iattura che segue l’annuncio di ieri della Bce. In un anno il Taeg è passato da 1,7486 di luglio 2021 al 2,45 di luglio 2022, con un rialzo di 70 punti base. Considerando l’importo e la durata media di un mutuo, si tratta di un aumento della rata, per chi ha un tasso variabile, pari a 46 euro al mese, 552 euro all’anno” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Una stangata a cui si aggiunge l’incremento di ieri deciso dalla Bce, pari a 0,75 punti percentuali, che determinerà, a regime, un rincaro della rata pari a 52 euro al mese, 624 euro annui. Insomma, alla fine si tratta di una mazzata pari a 1176 euro” conclude Dona.

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PIMCO: La BCE aumenta i tassi, altri rialzi in arrivo

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 settembre 2022

A cura di Konstantin Veit, Portfolio Manager European Rates di PIMCO. Riteniamo che la Banca Centrale Europea (BCE) punterà a portare i tassi di interesse in territorio neutrale in tempi ragionevolmente brevi, dopo la decisione di aumentare il tasso di riferimento di 75 punti base nella riunione di settembre. L’aumento del tasso di riferimento significa che il tasso sui depositi presso la banca centrale si attesta ora allo 0,75%, a metà strada rispetto alla maggior parte delle stime sulla posizione neutrale della politica monetaria nel lungo periodo (1,5%).Nel corso della conferenza stampa, il Presidente della BCE Christine Lagarde ha dichiarato che ci saranno altri rialzi dei tassi e che la BCE non ha ancora una visione precisa sul punto finale del percorso dei tassi. Lagarde ha anche chiarito che l’inasprimento quantitativo sarà all’ordine del giorno solo in un secondo momento del ciclo di normalizzazione. Ha aggiunto che la BCE è assolutamente determinata a riportare l’inflazione al target e che il Consiglio direttivo non vuole un disancoraggio delle aspettative inflazionistiche, con il rischio che si verifichino effetti secondari. Il mercato ne ha preso atto: i tassi di interesse sono saliti durante la conferenza stampa e la valutazione di mercato sul tasso terminale è passata dal 2,15% al 2,25%.Più che il percorso preciso dei rialzi dei tassi sarà importante la destinazione. Il capo economista della BCE Philip Lane ha recentemente ribadito che i fattori ciclici possono richiedere che i tassi di riferimento si spostino al di sopra o al di sotto della soglia di neutralità affinché l’inflazione si stabilizzi al target.Rimane una notevole incertezza su quale possa essere il tasso neutrale per l’area dell’euro, ma circa l’1,5% in termini nominali sembra ragionevole, soprattutto se confrontato con altre giurisdizioni dei mercati sviluppati come il Regno Unito o gli Stati Uniti. Le valutazioni attuali del mercato suggeriscono quindi un territorio piuttosto restrittivo per la BCE, con un picco del tasso ufficiale pari al 2,25% intorno alla metà del prossimo anno.Prevediamo che la BCE continuerà a valutare opzioni per controllare meglio i tassi del mercato monetario, potenzialmente sulla falsariga della reverse repo facility della Fed. Le opzioni a medio termine includono un nuovo strumento garantito o non garantito a disposizione degli operatori di mercato che non hanno accesso alle operazioni di deposito della BCE, oppure l’emissione su larga scala di certificati di debito della BCE a brevissimo termine.Riteniamo che la BCE sarà riluttante a rallentare significativamente il ritmo dei rialzi dei tassi fino a quando il picco di inflazione non sarà alle spalle. Avendo iniziato i rialzi a un livello superiore al tradizionale incremento di 25 punti base, non sembrano esserci motivi per cambiare significativamente l’andamento finché l’orientamento della politica monetaria rimarrà accomodante.Riteniamo che la BCE punterà a portare i tassi ufficiali in territorio neutrale in tempi ragionevolmente brevi e ci aspettiamo di conseguenza ulteriori rialzi di 50 punti base in ottobre e dicembre. Dopodiché, ci aspettiamo rialzi di 25 punti base l’anno prossimo, quando il ciclo passerà in modo più deciso dalla normalizzazione alla stretta monetaria. (abstract)

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La BCE combatte l’inflazione: “tassi oltre il livello neutrale nel 2023?”

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 settembre 2022

A cura di Pasquale Diana, Head of Macro Research di AcomeA SGR.Un rialzo storico… La BCE ha annunciato un rialzo dei tassi di 75bp, il più corposo della sua storia. Il tasso sui depositi (0,75%) è quindi tornato in territorio positivo per la prima volta dal 2014. Il mercato era diviso tra un rialzo di 50bp e uno di 75bp, anche se dopo le parole di Schnabel a Jackson Hole la seconda opzione sembrava francamente più probabile. Le nuove previsioni macroeconomiche mostrano un profilo di inflazione molto elevato (vd tabella). In particolare, la revisione dell’HICP nel 2023 e 2024 indica uno scostamento rispetto all’obiettivo di inflazione che va ben oltre il momento presente e che la BCE non può ignorare. …con ogni probabilità seguito da altri rialzi. Il comunicato parla del forte rialzo di oggi come di un anticipo (frontloading) di rialzi futuri, ma anche di ulteriori rialzi nei mesi a venire. L’interpretazione più plausibile è che la BCE non considera rialzi di 75bp come “standard”, ma di certo si aspetta di continuare su questo percorso, magari con rialzi più moderati (25bp o 50bp). Detto questo la Lagarde ha chiaramente lasciato intendere che altri rialzi significativi sono possibili nei mesi a venire, se necessari. La BCE deciderà di volta in volta in base ai dati.Decisione unanime, tono della press conference chiaramente hawkish. In uno dei passaggi più interessanti della conferenza stampa, la Lagarde ha detto che dopo un dibattito sostenuto, la BCE ha preso questa decisione in forma unanime. La Lagarde ha fatto spesso riferimento al fatto che ai tassi attuali la BCE è ancora lontana da un livello che porterebbe l’inflazione al target in tempi ragionevoli. Tra le linee, la mia lettura è che la BCE porterà i tassi non solo a un livello “neutrale” (tra 1 e 2%) ma anche oltre.Una “finestra temporale”: 2-4 meetings? Nel Q+A, la Lagarde ha menzionato che la BCE avrebbe alzato i tassi probabilmente in più di 2 meetings e in meno di 5. Questo appare abbastanza inusuale, specialmente alla luce del fatto che la BCE non vuol dare forward guidance. Presa alla lettera, vuol dire che la BCE vuole portare a termine il suo lavoro di normalizzazione entro marzo 2023. Una possibile spiegazione sta nel fatto che entro quella data il quadro macro vedrà l’eurozona chiaramente in recessione quindi la BCE sa che ulteriori rialzi saranno difficili.Liquidità e banche. La BCE ha inoltre sospeso il sistema a due livelli per la remunerazione delle riserve in eccesso. Questo implica ad esempio che le banche che depositano riserve in eccesso pari a poco meno di 4 trilioni di EUR presso la BCE possono ora beneficiare di un tasso di 0,75%, essendosi finanziate a tassi vantaggiosi nelle TLTROs. Questo chiaramente rappresenta risk-free income aggiuntivo per le banche, anche se la Lagarde ha aggiunto che la BCE intende rivedere il meccanismo del TLTRO nel tempo, senza dare per ora dettagli.Il tutto lascia pensare che la BCE alzerà i tassi in ognuno dei prossimi meetings. La banca non parla esplicitamente di un livello neutrale dei tassi, ma sa di non esserci ancora vicina. Sa inoltre che potrebbe dover portare i tassi oltre questo livello neutrale. E, infine, lascia intendere di voler concludere il tutto entro marzo 2023. In un ipotetico scenario di rialzi di 75bp a ottobre, 50bp a dicembre e 25bp a febbraio e marzo, il tasso sui depositi passerebbe a 2,50%, probabilmente in area restrittiva stando alle stime non ufficiali della BCE. Almeno per i prossimi mesi, e fino a che l’inflazione non comincia a dare concreti segnali di rallentamento, la BCE continuerà con ogni probabilità a restringere le condizioni monetarie, senza troppo riguardo per la crescita. (abstract)

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Bce alza tassi di 0,75 punti

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 settembre 2022

La Banca centrale europea ha alzato i tassi d’interesse di 75 punti base.”Pessima notizia per chi ha un mutuo a tasso variabile. Considerando l’importo e la durata media di un mutuo, si tratta di un aumento della rata pari a 52 euro al mese. Una stangata annua pari a 624 euro” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”E’ ovvio che la Bce con un’inflazione galoppante come questa non aveva molte alternative, ma il rischio, essendo le cause principali di questa fase inflattiva dipendenti dall’offerta e dai prezzi impazziti del gas, un’inflazione quindi importata, è che alla fine gli effetti negativi sul piano della crescita, degli investimenti e dei maggiori oneri sul debito pubblico superino quelli positivi” prosegue Dona.”Insomma, il carovita va affrontato soprattutto con le politiche fiscali e un accordo europeo per cambiare le regole del mercato energetico, più che con la politica monetaria della Bce. Ma fino a che l’Ue non ottiene risultati…” conclude Dona.

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“Investire nelle infrastrutture mitigando i rischi dell’inflazione e dei rialzi dei tassi”

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2022

A cura di Simone Zoccari, Director of Institutional di Columbia Threadneedle Investments. In un contesto d’inflazione elevata, crescita economica incerta e tassi d’interesse in aumento, è probabile che le caratteristiche difensive degli investimenti infrastrutturali vengano messe alla prova nei prossimi anni. Del resto, gli investitori si sono tradizionalmente esposti alle infrastrutture in ragione della bassa correlazione con i mercati finanziari e le economie più ampie, della protezione dall’inflazione, della solida conservazione del capitale e dei rendimenti stabili su base corretta per il rischio – a fronte di significative componenti di rendimento. Tuttavia, sebbene negli ultimi 10-15 anni i fondi infrastrutturali non quotati abbiano generato una solida performance d’investimento, la variabilità di tale performance è stata superiore alle aspettative. È stato più come investire in private equity.Inoltre, la maggior parte dei rendimenti degli investitori è derivata dai valori di realizzo alla scadenza del fondo piuttosto che dal rendimento ricorrente. Come mai? Riteniamo che ciò sia dovuto a una costruzione non ottimale del portafoglio e alla mancanza di un obiettivo di rendimento esplicito nei fondi di tipo chiuso. Per spiegare perché la diversificazione del portafoglio debba tenere conto delle caratteristiche macroeconomiche specifiche di un attivo infrastrutturale, pensiamo, ad esempio, alla generazione di energia rinnovabile. L’automazione e i software si sono tradotti in una riduzione dei costi operativi e di manutenzione (le principali voci di costo) e molte aziende si aspettano che la tecnologia continui a ridurre i costi. Bloomberg New Energy Finance prevede che il costo del capitale per le energie rinnovabili continuerà a diminuire fino al 2050. Per il solare fotovoltaico, ad esempio, si prevede un calo annuo del 3% di qui al 2030. Ciò significa che il loro contributo al profilo rischio-rendimento del portafoglio varierà nel corso della vita dell’impianto. Il risultato? Due impianti potrebbero trovarsi nello stesso paese, e chiaramente operare nello stesso settore, ma avere rendimenti poco correlati tra loro. Questo perché hanno livelli diversi di sensibilità alla crescita economica e all’inflazione. Non solo: queste sensibilità variano lungo i cicli di vita degli impianti. A nostro avviso, il problema della mancanza di diversificazione nella costruzione del portafoglio risulta amplificato nei fondi chiusi, che sono il veicolo più usato per accedere alle infrastrutture non quotate. Considerando diversi tipi di impianti, ad esempio, una rete elettrica pienamente regolamentata non sarebbe particolarmente sensibile alle variazioni della crescita economica, ma sarebbe molto più colpita da un aumento dell’inflazione, dato che la maggior parte delle tariffe regolamentate è legata all’inflazione. Per quanto riguarda i tassi d’interesse, la maggior parte delle utility avrebbe una correlazione negativa con l’aumento dei tassi, a seconda della struttura del debito. Per contro, i ricavi di una strada a pedaggio parzialmente regolamentata sarebbero influenzati dalla crescita economica, e salirebbero con l’aumento del traffico. Va inoltre detto che spesso l’inflazione si verifica in periodi di accresciuta attività economica, che di solito si traduce in un aumento dei livelli di traffico, compensando ulteriormente l’impatto dell’inflazione dal punto di vista della valutazione. Ad esempio, se si considera il contesto attuale, le attività più legate al PIL possono trarre vantaggio dai rialzi ciclici della crescita e dei tassi d’interesse, con incrementi delle valutazioni più che sufficienti a compensare l’impatto dell’aumento del costo del capitale. Inoltre, all’interno dello stesso settore, come ad esempio quello delle utenze regolamentate, le normative nazionali dei paesi europei presentano varie differenze tecniche nelle modalità di protezione delle remunerazioni delle utility per gli investimenti di capitale in caso di cambiamenti macroeconomici, tra cui l’inflazione. Anche la sostenibilità gioca un ruolo importante, poiché alcuni dei rischi a lungo termine cui sono esposti gli attivi infrastrutturali sono di natura ambientale e sociale. Sebbene la tempesta odierna sia in gran parte di natura economica, il fondo deve tenere conto anche di questi rischi per essere veramente difensivo. (abstract) Per ulteriori informazioni si veda il sito internet di Columbia Threadneedle Investments: http://www.columbiathreadneedle.it

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Addio tassi negativi. Cosa può significare per l’Italia?

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2022

Rialzo di 50bp, addio ai tassi negativi. In una decisione che ha sorpreso i mercati, la BCE ha annunciato un rialzo di 50bp, che ha portato il tasso sui depositi a 0%. Ricordiamo che, nel meeting di giugno, la BCE aveva guidato il mercato in maniera esplicita verso un rialzo di 25bp a luglio, seguito da uno più corposo (50bp?) a settembre. Come mai la BCE ha deciso di “tradire” la sua forward guidance? Per due ragioni. Primo, la BCE sa che i rischi di recessione sono saliti, e quindi c’è una finestra di tempo probabilmente limitata per portare i tassi su livelli normali. Meglio usare questa finestra nella maniera più efficiente possibile, e quindi iniziare con un rialzo più corposo, anche alla luce dei rischi d’inflazione più elevati rispetto a giugno. In secondo luogo, la banca centrale ritiene che il nuovo strumento (TPI) sia in grado di contenere la frammentazione e pertanto consente alla BCE di procedere con passo più spedito. In questo senso, l’unanimità sulla decisione di oggi assume i connotati del compromesso: uno “scudo” allo spread che rassicura le colombe, in cambio di un rialzo più corposo che fa felici i falchi.Come funzionerà il TPI (Transmission Protection Instrument)? Discrezionalità e un alone di mistero… La BCE descrive il TPI come uno strumento nuovo, che va ad aggiungersi a strumenti che già esistono (OMT, reinvestimenti flessibili del PEPP) ma che va a contrastare un fenomeno preciso: un movimento ingiustificato e disordinato dei mercati. La BCE terrà un occhio sui criteri necessari all’esigibilità, ovvero i) rispetto delle regole fiscali ii) assenza di squilibri macroeconomici iii) sostenibilità del debito e iv) rispetto dei requisiti del RRF e osservanza delle raccomandazioni della Commissione in merito di riforme economiche. Detto questo, la BCE mantiene discrezionalità assoluta sull’attivazione del TPI. In altre parole, la BCE vuole mantenere un alone di mistero su questo strumento. Questo è comprensibile, visto che la capacità di intervenire con rapidità e discrezionalità e quindi sorprendere il mercato è un’arma importante per una banca centrale. Allo stesso tempo, è chiaro che usando tanta discrezionalità la BCE si espone potenzialmente a critiche di carattere politico in futuro.E qui veniamo all’Italia…l’allargamento dello spread che stiamo vedendo è giustificato o meno? È abbastanza pronunciato per attivare il TPI? È chiaro che la BCE non può e non vuole dare risposte a questa domanda adesso. Ma – leggendo nel dettaglio il comunicato, e assumendo che l’Italia rientri nei parametri – la BCE dice che userà il TPI solo in caso di movimenti ingiustificati che mettono a rischio la trasmissione monetaria, e prenderà questa decisione in maniera del tutto discrezionale. La Lagarde aggiunge che spera di non dover usare il TPI, e che gli investimenti flessibili nel PEPP rimangono la prima linea di difesa contro movimenti giudicati eccessivi e ingiustificati. Per quello che riguarda il TPI, una possibile interpretazione della discrezionalità della BCE è che la banca centrale vorrà essere sicura della proporzionalità delle sue azioni prima di attivare il TPI, onde evitare rischi legali ad esempio. La traduzione è che una crisi di governo, o la volatilità legata a una campagna elettorale, non garantiscono da sole un intervento della BCE sugli spreads, a meno che la banca centrale non lo giudichi eccessivo. Per il nostro debito, la presenza del TPI è quindi strutturalmente un fattore positivo ma con ogni probabilità non sufficiente a evitare volatilità sullo spread nei prossimi mesi.

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La BCE rialza i tassi di 50 pb ma reagisce al rischio frammentazione

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2022

A cura di Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm. Situazione difficile per Lagarde e colleghi della BCE dopo la crisi politica italiana. Come se inflazione, crisi energetica e rallentamento della crescita non fossero abbastanza, le dimissioni di Mario Draghi nella giornata di ieri hanno infatti riportato il focus sul rischio frammentazione dell’Area Euro, con i tassi dei BTP e lo spread contro il Bund in forte rialzo.In tale contesto, la BCE ha sorpreso i mercati con un rialzo di 50 punti base contro i 25 punti base attesi, decidendo al contempo di affrontare il rischio di frammentazione direttamente con il lancio del già annunciato tool, il TPI (Transmission Protection Instrument). In altre parole, la Banca Centrale ha ricercato un complesso equilibrismo: volendo ribadire da un lato la volontà di combattere l’aumento dei prezzi, anche a scapito delle preoccupazioni sulla crescita economica, ma riaffermando il supporto al progetto Euro in una giornata complessa, partita con le dimissioni di Mario Draghi.La mossa ha funzionato? I primi segnali sembrano suggerire che i mercati stiano reagendo con nervosismo alla narrativa dettata da Francoforte, con vari effetti contrastanti almeno in questa prima fase, anche se gli spread dei Paesi periferici rimangono volatili a fronte dei dubbi sul nuovo tool, esplicitamente finalizzato ad assicurare che la politica monetaria europea sia trasmessa senza attriti in tutta l’Area Monetaria, senza limiti di portata, anche se soggetto a criteri di eligibilità stringenti (soprattutto sul lato della finanza pubblica). Uno strumento che i mercati non sembrano ancora ritenere abbastanza forte, in un contesto di inflazione elevata, crescita in rallentamento ed alto rischio geopolitico, come mostrato dalla mancanza di un apprezzamento deciso dell’Euro contro il Dollaro. Certamente, il focus rimane sull’evoluzione delle vicende politiche nei paesi periferici, Italia sopra tutti, e sul rischio di una ritorsione russa nella fornitura del gas. In tale contesto, l’obiettivo di abbassare l’inflazione senza causare una crisi economica rimane ancora forse realizzabile, ma certamente più arduo. Allo stesso tempo, la Banca Centrale Europea oggi ha reagito all’aumento del rischio frammentazione lanciando un nuovo strumento di politica monetaria (TPI) che, per adesso, non sembra aver convinto completamente, soprattutto per via delle numerose clausole fiscali per l’accesso ai finanziamenti, che lasciano dubbi sulla sua efficacia. Anche per quanto riguarda le pressioni sulla valuta, la crisi politica italiana pesa sull’Euro, incerto nonostante l’aumento dei tassi di Francoforte, un altro segnale che i mercati considerano oggi la situazione politica italiana come elemento di instabilità sistemica. Il differenziale tra il rendimento dei BTP decennali e quello dei Bund tedeschi è tornato ad alzarsi in tempi recenti e probabilmente continuerà su questa strada parallelamente al percorso dei tassi dettato dall’Eurotower. Questo significa che, in termini assoluti, il debito in Italia diventa più costoso (oggi oltre il 3%, livelli simili al 2013), anche se l’effetto negativo sui conti pubblici è in parte compensato dall’inflazione. Infine, un terzo livello di rischio è quello politico, anche se l’arco politico sembra oggi più saldamente legato a un’ottica europeista e atlantista di quanto lo fosse 5 anni fa. Detto questo, non sempre i mercati internazionali hanno gli strumenti per leggere queste sfumature e i toni della campagna elettorale potrebbero portare ulteriore volatilità sui listini italiani (ed europei).

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Bce alza tassi di mezzo punto

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 luglio 2022

“Pessima notizia. Si tratta di una stangata media, per chi ha un mutuo a tasso variabile, pari a 41 euro al mese, 492 euro all’anno” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Un rialzo che danneggerà non solo le famiglie con un mutuo a tasso variabile, ma anche quelle che stanno per comperare una casa e faranno un mutuo a tasso fisso e che già da mesi stanno subendo rialzi dell’Irs. Ci saranno poi effetti negativi sugli investimenti e conseguentemente sulla crescita” prosegue Dona.”Forse ci si salva, invece, almeno in parte, rispetto all’aumento dell’onere del nostro debito pubblico, grazie allo scudo anti spread” conclude Dona.

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I rialzi dei tassi colpiscono i mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Le ultime due settimane sono state particolarmente movimentate per i mercati finanziari, con una serie di notizie che hanno portato agitazione in un contesto già incerto. Il primo dato che ha colpito gli investitori è stata la pubblicazione dell’inflazione USA a maggio. Il Bureau of Labour Statistics ha pubblicato un dato sopra le aspettative, all’8,6%, contro un consensus di Bloomberg dell’8,3%. Il dato risente sicuramente della crescita del prezzo di alimentari ed energia (esacerbati dal contesto internazionale), ma anche l’inflazione core è stata particolarmente sostenuta. La crescita dei prezzi sta cominciando a riflettersi anche nelle aspettative di inflazione di medio termine (che restano comunque vicine alla soglia del 2%) mostrando una crescente, seppur non ancora allarmante, sfiducia dei mercati nella capacità delle Banche Centrali di gestire la situazione. Di fronte a questa situazione le Banche Centrali, nonostante segnali di maturità e rallentamento del contesto economico, hanno reagito “con la mano pesante”, effettuando e annunciando una serie di rialzi che hanno contribuito a determinare il ritracciamento di breve termine dei mercati finanziari. La Fed ha confermato di voler spingere sull’acceleratore, contraddicendo le sue stesse linee guida e aumentando i tassi di 75 punti base, come non succedeva dal 1994. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento di tale portata, gli ultimi dati sull’inflazione più alti delle attese (8,6% annuale a maggio) hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi, pur accompagnato da commenti per rassicurare sull’eccezionalità della misura.Anche la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento dei tassi a partire da luglio. La decisione ha creato tensione sui mercati obbligazionari governativi e ha indebolito l’Euro, facendo aumentare gli spread. L’istituto di Francoforte, complice la pressione da parte dei governi, ha dovuto annunciare un piano per garantire la stabilità dell’Eurozona, prima attraverso il reinvestimento dei rimborsi ottenuti dalle obbligazioni acquistate durante il piano anti-pandemia PEPP e poi addirittura annunciando la possibilità di mettere in campo nuovi strumenti straordinari.Anche la Banca d’Inghilterra ha continuato nel percorso di rialzo dei tassi e la Cina ha messo sul piatto nuove misure anti-Covid che hanno contribuito a creare sconforto sui mercati. Insomma, la “tempesta perfetta” ha colpito sia la parte azionaria, sia la parte obbligazionaria dei portafogli e le prospettive di inflazione, il rallentamento dell’economia e il rialzo dei tassi (che probabilmente continuerà nei prossimi mesi) disegnano un contesto sicuramente non facile per gli investitori.In questa situazione, riteniamo sia importante concentrarsi su alcuni elementi positivi che aiutino ad immaginare una prospettiva per i prossimi mesi, almeno in un’ottica di medio termine. Il mercato del lavoro rimane incredibilmente forte negli Stati Uniti e generalmente robusto o in rafforzamento in Europa. Gli Usa si trovano in una situazione di piena occupazione, con i disoccupati che rappresentano solo il 3,6% della forza lavoro. Per quanto i segnali di rallentamento dell’economia non vadano sottovalutati, non si può ignorare la situazione di relativa forza da cui si parte, dunque non è da escludersi uno scenario in cui il percorso di rialzo dei tassi si risolva con conseguenze non eccessivamente drammatiche per l’economia e in cui una ripresa per i mercati finanziari sia possibile. Le aspettative di inflazione di medio termine, anche se hanno cominciato a crescere nell’ultimo periodo, sono rimaste relativamente stabili, il che lascia ben sperare sul fatto che i mercati abbiano ormai prezzato gli scenari peggiori. Se questa tendenza continuerà, è lecito non attendersi altre sorprese al rialzo, specialmente in uno scenario nel quale l’economia mostra segnali di rallentamento. Con gli ultimi rialzi, le Banche Centrali si sono garantite un piccolo margine di manovra per gestire i prossimi mesi con maggiore flessibilità. In questo senso è importante ricordare che, almeno in Europa, i mercati stanno prezzando più rialzi rispetto a quelli dichiarati dalla forward guidance delle Banche Centrali, riducendo il rischio di sorpresa negativa nei prossimi mesi anche sul lato obbligazionario a basso rischio.Le valutazioni dell’azionario da inizio anno sono crollate in modo sostanziale e ad oggi i mercati azionari hanno prezzi più convenienti rispetto a gennaio, che considerano in gran parte il cambio di politica monetaria delle principali Banche Centrali.Queste considerazioni offrono una prospettiva, ma non suggeriscono necessariamente che la fase di mercato negativa sia prossima alla fine. Nel breve termine l’economia globale dovrà affrontare numerose sfide e la volatilità sui mercati potrebbe accompagnarci ancora per qualche tempo. Come gli investitori più navigati sapranno, i mercati finanziari vivono di cicli. Dal dopoguerra ad oggi abbiamo attraversato 17 mercati ribassisti e quello che stiamo vivendo adesso non sarà certamente l’ultimo. Nonostante ciò, dopo le fasi negative, gli investitori sono sempre stati ricompensati con performance positive e crescita. Non si può fare nulla per cambiare la natura del mercato, per quanto questo sia difficile da accettare e non offra troppo conforto all’investitore che vede le perdite in portafoglio. Ciò non significa che non esistano strumenti per navigare questa fase: i ribilanciamenti dei portafogli che Moneyfarm ha effettuato negli ultimi mesi hanno ridotto il rischio in modo graduale dallo scorso luglio, aumentando le materie prime e l’esposizione al dollaro. È essenziale monitorare continuamente la situazione, per non farsi trovare impreparati quando la ripresa riporterà inevitabilmente in alto i valori azionari. Il consiglio agli investitori è sempre lo stesso: evitare di agire d’impulso e tenere a mente il fatto che cercare di anticipare il mercato porta con sé il rischio di perdere le giornate positive, compromettendo il risultato di un piano di investimento di lungo termine.

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TCW: Dalla Fed il più grande aumento dei tassi degli ultimi 28 anni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2022

A cura di Bret Barker, Head of Global Rates, TCW. È evidente quanto il tema dell’inflazione sia particolarmente sentito dalla Federal Reserve ed è anche per questo che abbiamo assistito al più grande aumento dei tassi degli ultimi 28 anni. Ma soprattutto, la Fed non ha a disposizione più informazioni di noi sul percorso che prenderà l’inflazione. Per questo riteniamo sia passibile di ripetere il ciclo del 1994, in cui il mercato guidava la banca centrale americana nell’aggiustamento della politica. La scorsa settimana l’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC) ha mostrato un’ampia resilienza tanto che le aspettative di inflazione dell’Università del Michigan sono salite ai massimi da oltre un decennio, il che ha spinto al rialzo i tassi dei Treasury front-end. La Fed sembrava accontentarsi di aumentare i tassi di 50 punti base ad ogni riunione, ma la reazione del mercato ai dati ha contribuito a forzare la sua mano, spingendola a effettuare un rialzo di 75 punti base. Concordiamo sul fatto che i rialzi di 75 punti base non saranno la norma in futuro, ma è chiaro che la Fed ha sentito il bisogno di anticipare la narrativa sull’inflazione per calmare i mercati. La conferenza stampa del presidente della Fed, Powell, ha messo in evidenza una serie di questioni. La Fed potrebbe non sapere dove sia la neutralità, ma vuole arrivare il più rapidamente possibile a una situazione, appunto, di neutralità o, almeno, di lieve restrizione. Powell ritiene che la neutralità sia attorno al 2-2,5% e che il 3-3,5% sia una misura restrittiva. Ricordiamo che la Fed ha un duplice mandato: massima occupazione e prezzi stabili. La Fed ritiene che il mercato del lavoro sia così solido da potersi concentrare sull’aspetto inflazionistico del suo mandato. Ci sono rischi di un inasprimento eccessivo, ma anche di un inasprimento insufficiente. Powell vuole chiaramente evitare di bloccare l’inflazione e rallentare la crescita. Secondo le sue parole, la domanda è surriscaldata e bisogna rallentarla. Purtroppo, l’inflazione e il lavoro sono “lagging indicator”, indicatori che seguono in ritardo i movimenti. Concentrarsi sull’IPC o sul tasso di disoccupazione aumenta il rischio che la Fed aumenti i tassi più del necessario.In prospettiva, il Dot plot, che illustra il probabile percorso della politica della Fed da parte del FOMC, mostra che il tasso dei Fed fund si avvicinerà al 3,5% quest’anno e al 3,75% il prossimo. Si tratta di un dato molto vicino alle aspettative del mercato, che indica la volontà della Fed di entrare in un territorio restrittivo. Il percorso futuro non è chiaro, data l’incertezza sull’inflazione, ma il mercato e la Fed sono ora allineati su una politica restrittiva per il resto dell’anno. Prevediamo un rallentamento della crescita e la curva dei Treasury sta lanciando un segnale d’allarme con la sua inversione, ma molto probabilmente è troppo presto per dichiarare che una recessione è imminente. Guardando al resto del mondo, questo ciclo è molto diverso dal ciclo di inasprimento del 2018 che ha visto la Fed alzare i tassi mentre le altre banche centrali dei mercati sviluppati restavano in attesa, spingendo le banche dei mercati emergenti ad alzare i tassi. Questo ciclo ha visto una stretta monetaria su base globale con alcuni Paesi emergenti, come il Brasile, in netto anticipo rispetto alla Fed. Nelle ultime due settimane, le banche centrali globali si sono tutte riunite intorno all’idea di accelerare il ritmo della stretta. La Reserve Bank of Australia aveva segnalato che si stava preparando a un aumento già a febbraio e da allora ha aumentato i tassi di 75 punti base nelle ultime due riunioni. La BCE è stata l’ultima a cambiare idea e ora è disposta ad alzare i tassi di 50 punti base. Le azioni della Fed di ieri sono aggressive, ma si inseriscono nel contesto degli altri Paesi del G7. L’unica eccezione è la Banca del Giappone. La Bank of Japan continua a mantenere un atteggiamento di allentamento difendendo l’ancoraggio al Treasury a 10 anni. Di conseguenza, lo yen non è mai stato così debole negli ultimi 24 anni.

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FED: l’aumento dei prezzi fa più paura dei rialzi nei tassi

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

Giorgio Broggi, Quantitative Analyst di Moneyfarm, ha commentato: “La conferenza della Fed ha evidenziato la debolezza della forward guidance degli ultimi mesi e forse parzialmente indebolito la sua stessa credibilità. Sebbene a maggio Powell avesse fondamentalmente escluso un aumento dei tassi da 75 bps, gli ultimi dati sull’inflazione (8.6% annuale a maggio), più alti delle attese, e le aspettative dei mercati hanno forzato una retromarcia, con appunto un aumento di tre rialzi ad oggi, pur accompagnata da commenti sull’eccezionalità della misura. Sembra che i leggendari Bond Vigilantes siano ufficialmente tornati, pronti a vendere bond aggressivamente e forzare le Banche Centrali ad agire con decisione per combattere l’inflazione. In tale contesto, l’aumento dei prezzi inizia a far più paura rispetto ad ulteriori rialzi nei tassi, con l’azionario che ha reagito inizialmente negativamente alla decisione, ma si è mantenuto in positivo (alle 20.00 del 15 giugno).Infatti, sebbene la decisione certamente indebolisca ancor di più le condizioni finanziarie, e di conseguenza peggiori le attese di crescita, l’ulteriore rialzo dei tassi e l’ancoraggio delle aspettative di inflazione suggeriscono che potremmo essere vicini alla fine della dolorosa transizione della politica monetaria a cui abbiamo assistito da inizio anno. In questo senso gli investitori potranno quantomeno aspettarsi un regime di mercato più normale, nel quale la correlazione tra ritorni di azionario e obbligazionario dovrebbe iniziare a diminuire e il focus si dovrebbe, seppur lentamente, spostare di nuovo su crescita, profittabilità aziendali e valutazioni”.

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Lagarde e i tassi di interesse: Il rischio Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

Qualsiasi dichiarazione dei presidenti delle banche centrali ha riflesso sui mercati finanziari e la recente affermazione della presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che è necessario aumentare i tassi di interesse, ha confermato l’assioma. Fermare o limitare l’inflazione si può, ma occorre capirne la natura. Negli Usa l’inflazione ha origine interna, da eccessiva domanda, mentre quella europea deriva dall’aumento del prezzo dei prodotti energetici. Abbiamo bisogno di investimenti che, invece, sono limitati dall’aumento dei tassi. Il Btp decennale ha raggiunto il 4% – certo lontano dal 7,5% del 2011 del governo Berlusconi e relativi ministri che, comunque, significa aumento del debito pubblico. I mercati prezzano il “rischio Italia” anche per la incapacità di fare riforme, si veda la legge sulla Concorrenza ancora ferma in Parlamento, ed eliminare gli sprechi, si veda il caso delle aziende romane Atac (trasporti) e Ama (rifiuti), della lombarda Trenord (trasporti) e dell’Alitalia-Ita. Insomma, è bene accelerare il PNRR per gli investimenti ma è necessario eliminare gli sperperi delle società pubbliche. E’ un binomio inscindibile. Primo Mastrantoni, Aduc http://www.aduc.it

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“Capital Group: Come investire nell’obbligazionario con i tassi al rialzo”

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 Maggio 2022

A cura di Keiyo Hanamura, Investment Director di Capital Group. Con le principali banche centrali all’opera per contrastare l’inflazione, i rendimenti obbligazionari hanno già scontato un inasprimento delle politiche monetarie. Negli Stati Uniti i rendimenti dei Treasury nel segmento a 10 anni della curva si trovano su livelli osservati l’ultima volta prima della pandemia alla fine del 2019, con gli investitori che scontano un aggressivo ciclo di rialzo dei tassi nel corso dei prossimi due anni. Nell’eurozona, invece, il rendimento dei Bund tedeschi a 10 anni è tornato prepotentemente in territorio positivo per la prima volta da tre anni a questa parte. Perfino in Giappone, baluardo di lunga data dei tassi d’interesse ultra-bassi, il rendimento del titolo decennale di riferimento ha raggiunto il proprio massimo degli ultimi sei anni mentre i mercati stanno cercando di testare il limite superiore del target stabilito dalla Bank of Japan. Sebbene ci troviamo solamente all’inizio del nuovo ciclo di rialzo dei tassi, sembra che i mercati stiano già sperimentando una certa volatilità; ciononostante, gli asset a reddito fisso continuano a fornire stabilità ai portafogli e nell’attuale contesto di mercato possono fornire notevoli benefici agli investitori.

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Vengono al pettine i nodi della politica del tasso d’interesse zero

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 febbraio 2022

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Si stanno ancora sottovalutando gli effetti della politica di tasso d’interesse zero, e sotto lo zero. Le dirette conseguenze delle azioni intraprese dalle banche centrali per sostenere i mercati finanziari durante e dopo la Grande Crisi Finanziaria sono stati i rendimenti obbligazionari negativi. Le banche hanno ridotto i tassi d’interesse e avviato programmi di stimolo, finalizzati all’acquisto di obbligazioni, con importanti ricadute sui mercati dei titoli a reddito fisso. Anche una parte del debito societario, a volte persino quello classificato come “spazzatura”, è stato scambiato con rendimenti negativi, nonostante il loro maggiore rischio d’insolvenza. Tale politica ha reso molto conveniente accendere nuovi debiti, anche attraverso la cosiddetta leva finanziaria che spesso usa gli asset da acquisire come garanzia per ottenere i crediti. Ciò, di conseguenza, ha “ingolfato” i mercati con titoli, in particolare obbligazioni pubbliche e corporate bond, a tassi d’interesse negativo. La crisi sembrava essere sotto controllo, ma le turbolenze dei mercati, seguite allo scoppio della pandemia, hanno indotto le banche centrali a riavviare i loro programmi di acquisto di attività e il mercato delle obbligazioni a rendimento negativo è cresciuto dall’aprile 2020. A fine settembre 2021 la stima delle obbligazioni a tasso negativo era di circa 15.000 miliardi di dollari, più di un quinto di tutto il debito dei governi e delle imprese a livello mondiale. Secondo l’indice Bloomberg Barclays, le recenti politiche restrittive della Federal Reserve avrebbero contribuito a ridurre lo stock totale di debito con rendimento negativo a 10.700 miliardi di dollari, in netto calo rispetto al picco di 18.000 miliardi del dicembre 2020. Le opinioni degli economisti sulla questione sono state molto diverse. Larry Summers, già segretario del Tesoro americano, ha definito i tassi negativi come “l’economia del buco nero”, mentre l’influente Kenneth Rogoff dell’università di Harvard, ha raccomandato le banche centrali di farne il cuore della loro politica.Titoli pubblici a tassi negativi sono stati emessi dal Giappone, dalla Svizzera, dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Francia. Tale politica ha coinvolto anche l’Italia e persino la Grecia, che dal 2009 ha affrontato molte crisi del debito.Gli Usa non l’hanno fatto, ma alcuni buoni del Tesoro sono stati scambiati sotto lo zero. Numerosi sono stati, invece, i corporate bond americani a tasso negativo. I fondi pensione e le compagnie assicurative sono tenuti ad acquistare obbligazioni, anche con rendimenti negativi, per gestire il rischio o coprire passività a lungo termine. Si tratta, però, di una situazione che non può durare per molto tempo. Il rischio è la sospensione delle attività e la bancarotta, salvo che non vi sia un salvataggio con i soldi pubblici. Per i fondi, in verità, gli aumenti dei prezzi delle materie prime, a cominciare da quelle energetiche, sono stati una “manna dal cielo”. Hanno “brindato” all’arrivo dell’inflazione e al conseguente aumento dei rendimenti dei titoli. Le obbligazioni a basso rendimento influiscono anche sui mercati azionari, determinando l’alternanza di boom con crolli frequenti e l’inevitabile instabilità finanziaria. Nel 2013 la previsione della Fed di ridurre il quantitative easing provocò l’aumento dei rendimento dei Treasury bond e il calo dei valori delle azioni. I bassissimi tassi d’interesse hanno incoraggiato alcune società a riacquistare le proprie azioni con il denaro raccolto dall’accensione di nuovi debiti, il che, accrescendo il valore delle azioni, ha fatto “lievitare” anche i bonus dei manager. Il tasso zero ha anche alimentato il cosiddetto “carry trade” sui mercati valutari, invogliando gli investitori di un paese con i rendimenti negativi ad acquistare obbligazioni di altri paesi a più alto rendimento ma anche più instabili, esponendoli a possibili fluttuazioni valutarie. L’entrata in gioco dell’inflazione, perciò, potrebbe avere degli effetti inaspettati e dirompenti sui titoli a reddito fisso, pubblici e privati, e sui mercati finanziari. La cosa peggiore sarebbe affrontare questa nuova fase destabilizzante senza idee alternative e senza e programmi correttivi. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Tassi invariati ma confermata la scadenza del PEPP

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 ottobre 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager Moneyfarm. Come sempre, a catturare tutta l’attenzione non sono stati tanto i fatti, quanto le parole. Le decisioni sui tassi d’interesse e sui programmi di acquisto titoli erano già state largamente anticipate, mentre hanno sorpreso le parole sul PEPP, Pandemic Emergency Purchase Programme. Il governatore Lagarde ha espressamente specificato che questo programma terminerà, come da accordi, a marzo 2022.La decisione ha sorpreso i mercati, che infatti hanno reagito in maniera piuttosto nervosa, con tassi governativi in forte risalita, aumento dello spread e rafforzamento dell’euro. In risposta alla pandemia, la BCE aveva infatti avviato questo programma extra di acquisto di titoli di stato per sostenere e calmierare i costi dello sforzo fiscale messo in atto dai governi. Il PEPP, più noto come quantitative easing, andava ad aggiungersi all’APP (Asset Purchase Programme) ed era stato approvato dai membri del direttorio, nel marzo 2020, a condizione che avesse una scadenza, fissata per marzo 2022.Con l’avvicinarsi di questa scadenza è naturale che l’attenzione degli investitori sia tutta concentrata sul destino dell’enorme mole di titoli acquistati finora. Ricordiamo, infatti, che dei quasi 2 trilioni di euro di titoli pubblici digeriti dall’istituto di Francoforte da marzo 2020, circa il 75% è stato effettuato sotto mandato del PEPP, un programma decisamente rilevante. Non sorprende quindi la forte reazione dei mercati. La questione PEPP assume un ruolo di primaria importanza proprio alla luce della fondamentale attività di sostegno fiscale prevista per il 2022. Una parte verrà, sì, assorbita dal Recovery Fund, ma i governi continueranno a dover emettere debito per sostenere la ripresa e ogni punto base in più sul costo del debito rischia di compromettere questo sforzo. Il prossimo passo sarà quindi monitorare le varie leggi di bilancio e i relativi piani di emissioni per capire quale squilibrio potrà esserci tra domanda e offerta di titoli di debito e, quindi, quanta flessibilità sarà lasciata al destino del PEPP. Flessibilitá è, per l’appunto, la parola chiave per interpretare le parole della BCE. Ma, per ora, i mercati non sembrano aver apprezzato la mancanza di chiarezza su un eventuale successore del PEPP.Interessante il focus sull’inflazione, introdotta già nel meeting di settembre tra i possibili fattori di rischio, ma che da allora ha continuato a crescere imperterrita. La logica della sua “transitorietà” ha scricchiolato sonoramente nel mese di ottobre e le aspettative di inflazione sono salite in tutta l’Eurozona. Costo delle materie prime, salari e colli di bottiglia non si sono affievoliti, e risulta difficile prevedere una normalizzazione prima del secondo trimestre del 2022. Ma non dureranno per sempre. Ed è questa la chiave di volta per interpretare la visione che l’Istituto di Francoforte ha sull’andamento dei prezzi. Il governatore ha quindi insistito molto sul concetto di transitorietá, e sul fatto che sia presto per parlare di tapering. Quello che favorisce la BCE rispetto alle altre banche centrali come la Bank of England e la Federal Reserve, è che il livello dell’inflazione, seppur alto rispetto allo storico, non si discosta molto dal 2% targettizzato dall’Istituto, relegando le prospettive di un rialzo dei tassi d’interesse a uno scenario meno probabile. Inoltre, la BCE si ritrova a gestire una eterogeneità di Paesi, e quindi occorre essere molto pazienti.

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“Flash BCE: la Lagarde mette al riparo i tassi dalle minacce dai tassi USA e dall’arrivo della gobba inflattiva nel Q2”

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 marzo 2021

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte SIM. La riunione Bce si è conclusa con la decisione principale di incrementare gli acquisti tramite il piano PEPP fino al prossimo trimestre. La decisione è stata presa per consenso. Sul fronte macro, lo scenario delineato contempla un possibile calo del Pil nel primo trimestre a fronte di un temporaneo rialzo dell’inflazione, che ha portato lo staff Bce a rivedere sensibilmente al rialzo le stime di inflazione 2021, confermando sostanzialmente il rimanente quadro macro prospettico che, come precisato dalla Lagarde, non tiene ancora in considerazione l’impatto del piano fiscale Us di 1900Mld$ appena varato alla Camera ed in attesa della firma di Biden. enendo in considerazione gli impatti in senso generale (derivanti, ad esempio, anche dalla politica fiscale). Ha inoltre ribadito che la Bce non sta perseguendo una politica di yield curve control e che l’incremento degli acquisti saranno distribuiti su tutta la curva. Infine, sul tema rialzo temporaneo dell’inflazione, la Lagarde ha precisato che l’atteggiamento Bce è quello di guardare oltre eventuali marcati temporanei rialzi della dinamica dei prezzi al consumo. In sintesi, la decisione di oggi di incrementare gli acquisti si inquadra in un atteggiamento Bce volto sia a difendersi dall’effetto contagio del marcato rialzo dei tassi Usa e sia ad assicurare un controllo dei tassi in un trimestre come quello che sta per iniziare, che sarà caratterizzato da un marcato incremento dei prezzi al consumo. L’effetto immediato sui mercati si è riflesso in modo particolare sul calo dei tassi Btp e relativo spread verso Germania e Spagna. I Btp pertanto risultano essere supportati sia dall’imminente rialzo degli acquisti della Bce sia dal possibile arrivo di ulteriore domanda dal lato bancario dopo la prossima asta Tltro di metà marzo. Sulla base di queste considerazioni è possibile ipotizzare l’azzeramento dello spread Ita/Spagna (attualmente intorno ai 30 pb) con approdo del tasso decennale Btp in area 0,30% con spread intorno ai 70pb entro maggio /giugno, pari cioè al periodo di copertura dell’incremento degli acquisti Bce che comprende anche il periodo in cui sarà stata presentata la nuova versione del Recovery Plan.

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