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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘tensioni’

Tensione in crescita negli equilibri del commercio mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 luglio 2019

Una possibile escalation globale della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe costare al commercio mondiale, da qui alla fine del 2020, circa 1.500 miliardi di dollari per mancati scambi commerciali. La cifra corrisponde all’azzeramento del valore dell’export dell’Italia per circa tre anni.Dopo un decennio di costanti miglioramenti, il clima di incertezza che caratterizza il commercio mondiale potrebbe far aumentare i livelli d’insolvenza a livello mondiale oltre il 2% già ipotizzato. A trainare quest’impennata a livello aggregato sarà quasi esclusivamente l’Europa occidentale (+2%).Si ridisegnano al contempo le direttrici export dei principali partner commerciali del gigante orientale, vale a dire Giappone, Taiwan, Vietnam e Sud Corea, che hanno già visto un significativo decremento dell’export verso la Cina, in alcuni casi a livelli pari al 20% dell’export verso il mercato cinese. È il caso del Vietnam che ha registrato un incremento delle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, aiutato dal costo del lavoro competitivo e dai settori orientati all’export, in particolare il tessile.“Le politiche rimangono ancora incerte e le relazioni commerciali restano tese, di conseguenza le insolvenze sono in rialzo. Le nostre previsioni – commenta Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius – mostrano un rallentamento della crescita del commercio mondiale quest’anno con una leggera ripresa nel 2020, ma con aumento dei fallimenti aziendali del 2% nel corso del 2019”.“In questo contesto difficile per il commercio mondiale, il principale rischio per le imprese è che diventino più vulnerabili, soprattutto nell’indebitamento finanziario. Per questo motivo – aggiunge Massimo Mancini, Country Manager Italia di Atradius, è importante che le aziende fornitrici una valutazione accurata della solvibilità dei loro clienti, soprattutto di quelli all’esportazione. Ciò avvalendosi delle informazioni creditizie più aggiornate, per evitare che gravi problemi di cassa possano danneggiare la loro attività. Le informazioni, e le valutazioni previsionali della solvibilità della clientela rappresentano il valore aggiunto della assicurazione dei crediti commerciali, che costituisce oggi lo strumento più efficace a difesa del credito di fornitura”.
Atradius è una società di assicurazione del credito a livello globale, attiva anche nel ramo cauzioni e recupero crediti, con una presenza strategica in oltre 50 Paesi. L’assicurazione del credito, cauzioni e recupero crediti offerte da Atradius proteggono le aziende dai rischi di mancato pagamento connessi alla vendita a credito di beni e servizi. Atradius fa parte del Grupo Catalana Occidente (GCO.MC), uno dei maggiori assicuratori in Spagna ed uno dei maggiori assicuratori del credito commerciale a livello mondiale. Maggiori informazioni su https://group.atradius.com

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Economia globale e tensioni sulla crescita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 luglio 2019

Di Adrien Pichoud, Chief Economist e Head of Multi-Asset di SYZ Asset Management. Perturbando l’esistente catena di approvvigionamento mondiale, con l’imprevisto aumento dei costi di produzione per le industrie, e, cosa più importante, creando profonde incertezze riguardanti il contesto economico futuro, le sanzioni commerciali e i dazi sono stati un grosso ostacolo per gli investimenti societari e l’attività industriale. Data la recente escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Cina, nonché la possibilità dell’applicazione di dazi sulle esportazioni messicane da parte degli USA, è improbabile che lo scenario commerciale e di crescita avverso migliori nel breve periodo.
Stati Uniti
• Il dissiparsi dell’effetto delle misure di stimolo fiscale pesa sull’attività interna. Il FMI ha recentemente rivisto al ribasso le stime di crescita per l’anno in corso al 2,3%, e all’1,9% per il 2020. Dopo un primo trimestre sorprendentemente solido, i diversi indicatori in tempo reale della crescita del PIL evidenziano un’espansione più debole per il secondo trimestre, con una crescita su base annua compresa tra l’1% e l’1,5%. Oltre alle tensioni commerciali, anche la politica fiscale interna sta avendo un impatto meno positivo sulla crescita. L’impeto fornito dal Tax Cuts and Jobs Act ha sostenuto la crescita del PIL lo scorso anno, ma l’impatto è svanito nel tempo. Difficilmente l’economia statunitense potrà accelerare senza ulteriori misure di stimolo fiscale e un ampliamento del deficit pubblico.
• Debolezza del settore industriale
La produzione industriale statunitense è in calo dell’1,2% rispetto all’inizio dell’anno e la creazione di posti di lavoro nel settore è sostanzialmente cessata. I nuovi ordini all’esportazione hanno smesso di aumentare, penalizzati dal rallentamento mondiale della crescita, degli investimenti, dei consumi e degli scambi commerciali. La flessione nel 2018 della serie di investimenti sostenuti dal taglio delle tasse e una domanda più debole sono risultati in un rallentamento della spesa in conto capitale. Quanto più durerà questa “bolla d’aria”, tanto più rischia di aver un impatto su tutta l’economia statunitense, in particolare se influisce sulla fiducia delle imprese e delle famiglie. Gli sviluppi dei negoziati con la Cina saranno fondamentali per il sentiment. Nel frattempo, intrattenere la prospettiva di un allentamento monetario è un modo per la Fed di sostenere la fiducia.
Europa
• Tassi – I tassi tedeschi ritornano in territorio negativo – al di sotto dei tassi giapponesi L’economia europea storicamente registra una convergenza strutturale verso uno scenario simile a quello giapponese. Sia la BCE che la BoJ hanno portato i tassi di riferimento a breve termine in territorio negativo nel 2016. Nel 2017 però, l’eurozona ha registrato una breve ma intensa accelerazione della crescita, che ha portato a una temporanea revisione al rialzo delle aspettative relative ai tassi, all’annuncio della normalizzazione monetaria e tassi dei bond a lungo termine ritornati ad aumentare. In Giappone invece, gli interventi della BoJ e il ridotto margine di una ripresa dell’inflazione e della crescita nominale hanno mantenuto i tassi dei titoli di Stato a lungo termine ancorati attorno allo zero. Dallo scorso anno però, la realtà ha iniziato a prevalere e i tassi in euro hanno ripreso a convergere verso i livelli giapponesi, accompagnati dalla crescita del PIL, dall’inflazione e dalla politica monetaria. A maggio i rendimenti del decennale tedesco sono scesi al di sotto di quelli del JGB decennale.
• Theresa May: atto finale Dopo un altro tentativo fallito di interrompere la fase di stallo della Brexit, negli ultimi giorni di maggio il primo ministro Theresa May ha deciso di dimettersi. Le probabilità di un mancato accordo sono ricomparse e la May sarà probabilmente sostituita da un “brexiteer”. Il tempo passa e restano solo sei mesi per risolvere la situazione. A farne le spese è stata soprattutto la sterlina, scesa a 1,26 nei confronti del dollaro. Nonostante un contesto caratterizzato da una crescita robusta, una banca centrale non accomodante e miglioramenti nei deficit gemelli, la sterlina continua a subire l’impatto della saga della Brexit.
Cina
• La crescita debole spinge a ricorrere a un ulteriore allentamento monetario. A maggio l’indice PMI manifatturiero della Cina ha registrato una contrazione, dal 50,1 al 49,4. La ragione del rallentamento è stata principalmente la debolezza della domanda globale, con nuovi ordini e nuovi ordini all’esportazione in diminuzione. La maggior parte degli indicatori (investimenti obbligazionari, produzione industriale e vendite al dettaglio) sono in calo e sono scesi al di sotto delle aspettative nel corso degli ultimi due mesi. Solo le vendite al dettaglio hanno registrato una ripresa a maggio, in parte per effetto delle vacanze. A meno di un rapido allentamento delle tensioni commerciali, le autorità cinesi potrebbero essere costrette ad adottare una politica monetaria e fiscale ancor più accomodante per sostenere la crescita.
• Materie prime – Il petrolio crolla sulla scia di una crescita potenzialmente più bassa. Dopo un rally costante quest’anno, a maggio i prezzi del petrolio hanno fatto segnare il primo mese negativo. Le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran e il netto calo delle esportazioni di petrolio iraniane, in seguito alla decisione degli USA di non rinnovare le esenzioni, non hanno fatto altro che acuire i timori per la crescita mondiale che hanno penalizzato i prezzi dell’energia. L’indice PMI manifatturiero mondiale ha continuato a scendere in seguito all’ulteriore escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Il prezzo del greggio è stato inoltre penalizzato dalle pubblicazioni di dati elevati relativi alle scorte di petrolio statunitensi.
• Cambi – Lo yen giapponese e il franco svizzero ritrovano la loro qualifica di bene rifugio Il trend rialzista degli attivi rischiosi, cominciato all’inizio del 2019, ha invertito la tendenza in seguito al ritorno sotto i riflettori della guerra commerciale, con la maggior parte dei mercati azionari e tutti i settori che hanno chiuso il mese di maggio in territorio negativo. D’altro canto, l’orientamento accomodante delle banche centrali ha contribuito al rally degli attivi non rischiosi come i titoli di Stato, l’oro e le valute come il franco svizzero e lo yen giapponese. Queste valute hanno ritrovato la loro qualifica di bene rifugio, guadagnando rispettivamente l’1,8% e il 2,9% nei confronti del dollaro USA in un contesto caratterizzato da mercati dei cambi poco volatili. In uno scenario in cui i mercati stanno scontando i tagli dei tassi d’interesse negli Stati Uniti e gli interrogativi su un indebolimento della crescita mondiale stanno facendo aumentare le probabilità di una potenziale recessione, le valute considerate beni rifugio potrebbero continuare a brillare
• Azioni – Sottoperformance dei settori europei dell’automotive e bancario Il famoso detto “vendi a maggio e scappa”, secondo il quale il mese di maggio sarebbe un mese nefasto per i mercati finanziari, si è rivelato vero per i mercati azionari, in particolare per i settori ciclici europei e per quelli sensibili ai tassi d’interesse come l’automotive e quello bancario. L’indice STOXX Europe 600 ha chiuso il mese di maggio al -5,7%, mentre i settori dell’automotive e bancario hanno perso rispettivamente il 13,7% e l’11,6%. Il settore automobilistico europeo non è rimasto immune al riemergere delle tensioni commerciali. Inoltre, anche le banche europee sono state sotto pressione, in seguito al taglio dei tassi d’interesse in Europa, con il Bund tedesco e le OAT francesi decennali che hanno perso rispettivamente 23 e 16 punti base.
• Le incertezze politiche rendono volatile il mercato Il tweet di Trump di inizio anno riguardante l’incremento dei dazi doganali nei confronti della Cina ha amplificato i timori di una continua stagnazione della crescita. Per ora le tensioni hanno riguardato essenzialmente gli Stati Uniti e la Cina, ma nei prossimi mesi le ritorsioni potrebbero estendersi ad altri beni, servizi o aree geografiche. Di conseguenza, i mercati hanno perso terreno, con l’indice MSCI World in valuta locale che ha ceduto il 6%, mentre il VIX è salito dal 13 al 19 sulla scia di questo mix tossico di crescita deludente e incertezze generate dalla guerra commerciale.

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UniCredit: tensioni nel top management, voci uscita capo corporate Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 marzo 2019

(Fonte: Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) Tensioni nella prima linea manageriale di UniCredit. Secondo indiscrezioni raccolte da Radiocor, il responsabile corporate per l’Italia della banca, Giovanni Ronca, sarebbe in uscita per contrasti con i vertici poche settimane dopo il riassetto manageriale deciso dall’amministratore delegato Jean Pierre Mustier, in vista del nuovo piano industriale da varare a dicembre. Ronca era stato chiamato nel luglio del 2016 proprio da Mustier a guidare le attività corporate in Italia lasciando la filiale di New York. Al suo fianco era stato nominato Andrea Casini, responsabile delle attività retail italiane secondo lo schema caro a Mustier: due co-responsabili per ogni attività e non un solo capo in grado di farsi una propria squadra e creare potenziali ostacoli all’amministratore delegato. La riorganizzazione del 2016 era quella che aveva portato all’uscita della prima linea più vicina all’ex amministratore delegato Federico Ghizzoni, quella composta da Paolo Fiorentino, Gabriele Piccini e da Bernardo Mingrone che era da poco rientrato dall’esperienza di cfo al Monte Paschi. Ronca, genero dell’ex ministro Elsa Fornero, secondo le indiscrezioni raccolte non sarebbe stato valorizzato dalle scelte manageriali di Mustier che il mese scorso ha rinnovato la primissima linea, ignorando i due responsabili dell’Italia e mettendo a capo del Commercial banking per l’Europa occidentale Francesco Giordano e Olivier Khayat a diretto riporto dell’amministratore delegato e quindi con la supervisione anche dell’Italia. Le nomine varate a febbraio, ha spiegato Mustier, sono finalizzate a far partire il nuovo piano industriale 2020-2023 con una squadra già rodata con la responsabilità di attuarlo fin dall’avvio della pianificazione.

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Corea del Nord: lancio missili

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 settembre 2017

corea del nord“Il lancio di missili effettuato da Pyongyang e la conseguente reazione di Seul confermano l’impressione di tensione che ho avuto durante la mia visita e giorni scorsi in Corea del Sud durante la quale mi sono potuto confrontare con i massimi livelli parlamentari e governativi. Ho avuto, però, la conferma che la Corea del Sud non intende procedere sulla via della sua nuclearizzazione ma che anzi intende continuare a lavorare per la denuclearizzazione dell’intera penisola coreana”. A dirlo è Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato e deputato in Commissione Affari Esteri alla Camera dei deputati.
“Il secondo missile da parte di Kim Jong-un – continua – è una evidente reazione annunciata alle sanzioni, per altro ammorbidite grazie l’intervento di Cina e Russia, che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso qualche giorno fa. Occorre una chiara dimostrazione di senso di responsabilità da parte dei quattro grandi attori che sono protagonisti degli scenari nella penisola coreana, cioè Cina, Russia, Giappone e Stati Uniti. E occorre sfuggire alla tentazione di soluzioni bilaterali, in quanto una situazione come quella che ormai si è consolidata da oltre 60 anni non è risolvibile se non in un consesso globale. Le Nazioni Unite, da questo punto di vista continuano a costituire il tavolo di trattative più credibile e serio”. “L’escalation di tensione nella regione – conclude – preoccupa il mondo intero e non si può negare che vi sia una responsabilità primaria delle due grandi potenze che hanno sempre, in un modo o nell’altro, sostenuto il regime nordcoreano, cioè Cina e Russia. Al di là delle unanimi condanne da parte dell’intera comunità internazionale, alle quali ci associamo, bene ha fatto il segretario di Stato americano Tillerson a richiamare esplicitamente Pechino e Mosca affinché utilizzino tutte le leve, delle quali solo loro dispongono, per indurre Pyongyang alla ragione. D’altra parte le reazioni muscolari del presidente Trump non hanno giovato certamente alla distensione in quella tormentata area, anzi, in un contesto delicato e sensibile come quello orientale, hanno rappresentato e rappresenta un elemento di forte preoccupazione sia a livello politico, sia nella percezione della popolazione”. (foto fonte: Il Fatto quotidiano)

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Artico: vietare l’estrazione di petrolio e ridurre le tensioni

Posted by fidest press agency su sabato, 18 marzo 2017

articoI deputati europei in una risoluzione votata giovedì chiedono norme per salvaguardare il vulnerabile ecosistema dell’Artico, introdurre il divieto di estrazione di petrolio e mantenerlo come zona di cooperazione a bassa tensione. Il Parlamento sottolinea che i cambiamenti climatici stanno creando nuovi problemi ambientali e di sicurezza, poiché con lo scioglimento della calotta artica si aprono nuove rotte di navigazione e nuove zone di pesca e aumenta la competizione per le sue risorse naturali.“La regione artica è molto sensibile e vulnerabile. Se distruggiamo quest’area sfruttandone le risorse in maniera non sostenibile, non distruggiamo solo una regione unica, ma acceleriamo anche il cambiamento climatico, riduciamo le nostre possibilità di avere acqua pulita e gli effetti sulla riserva ittica saranno devastanti” ha dichiarato la co-relatrice Sirpa Pietikainen (PPE, FI).I deputati evidenziano che l’Artico si sta riscaldando a velocità doppia rispetto alla media mondiale e che il mare ghiacciato è diminuito in maniera significativa a partire dal 1981, al punto da essere circa il 40% più piccolo rispetto all’estate di 35 anni fa.
I quattro milioni di persone che vivono nella regione artica, più tutta la flora e la fauna ivi presente, sono le prime a subire le conseguenze negative dell’aumento dell’inquinamento. Per tale motivo i deputati ribadiscono che “il vulnerabile ambiente artico e i diritti fondamentali dei popoli indigeni devono essere rispettati e protetti con salvaguardie più rigorose”.Chiedono inoltre di vietare “trivellazioni petrolifere nelle acque ghiacciate artiche dell’UE e del SEE”, come pure l’utilizzo di combustibili fossili che potrebbe accelerare ulteriormente il cambiamento climatico. Inoltre, hanno reiterato la loro richiesta del 2014 di bloccare l’uso di olio combustibile nei trasporti marittimi nel Mar Artico. Se ciò non fosse possibile data la situazione internazionale, la Commissione dovrebbe creare delle norme che proibiscano l’uso e il trasporto di olio combustibile (HFO) su navi dirette verso i porti dell’UE.Il co-relatore Urmas Paet (ALDE, ET) ha dichiarato: “L’importanza geopolitica dell’Artico sta crescendo. Il nostro scopo principale è quello di mantenere la regione come un’area di bassa tensione e non bisogna evitare la militarizzazione dell’Artico”.I deputati evidenziano la crescente presenza di forze armate russe nell’Artico, che dal 2015 “hanno fondato almeno sei nuove basi a nord del Circolo Polare Artico, inclusi sei porti in acque profonde e 13 aerodromi”. Inoltre, notano il crescente interesse della Cina nell’accesso a nuove rotte commerciali e a nuove risorse energetiche.Sottolineando gli sforzi per mantenere l’Artico una zona a bassa tensione, evidenziano “il ruolo importante del Consiglio Artico” nel “mantenere una cooperazione costruttiva, bassa tensione e stabilità” nella regione.La risoluzione è stata approvata con 483 voti in favore, 100 contrari e 37 astensioni.

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Conti pubblici: tensioni a Palazzo Chigi

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 febbraio 2017

Palazzo chigi1Dichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia:“Sulla risposta alla lettera della Commissione europea sui conti pubblici italiani si gioca il futuro del governo. E in effetti c’è tensione tra palazzo Chigi e Ministero dell’economia per trovare una via d’uscita, che arriverà last minute domani sera.Né Gentiloni né Padoan, infatti, sanno come fare per coprire ancora una volta le mance elettorali di Renzi. Non sono le spese per il terremoto l’oggetto del contendere, quanto la polvere sotto il tappeto dei mille giorni del precedente esecutivo, pronta ad esplodere. E se non sarà domani sarà ad aprile con il Def, oppure ancora con la legge di Bilancio del prossimo autunno. I nodi prima o poi vengono al pettine, caro Renzi, e non se ne sono accorti solo gli italiani, che il 4 dicembre ti hanno mandato a casa, ma anche l’Europa, che per tre anni ti ha dato una fiducia che non meritavi e che hai tradito. Ora l’imbroglio è stato svelato. E tu vuoi davvero andare ad elezioni? Prenderai una batosta ancora più pesante”.

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Senegal: in 45.000 fuggono dal Gambia a causa delle tensioni politiche

Posted by fidest press agency su domenica, 22 gennaio 2017

senegal.gifCirca 45.000 persone sono arrivate in Senegal in fuga dalla situazione di continua incertezza politica in Gambia, mentre le truppe del Senegal e dell’Africa Occidentale entravano ieri nel paese.
In Senegal sono arrivate persone di diverse nazionalità, fra cui gambiani, senegalesi, persone con entrambe le nazionalità, ghanesi, liberiani, guineani e mauritani. Inoltre, almeno 800 persone hanno attraversato il confine e sono entrate in Guinea-Bissau.
Le persone fuggite in Senegal si sono dirette nelle regioni di Fatick, Kaolack e Kaffrine, altre verso la parte settentrionale del Gambia e verso le regioni di Ziguinchor, Sedhiou e Kolda al confine meridionale fra Gambia e Senegal. I prossimi giorni saranno cruciali, considerato che altre persone potrebbero fuggire se l’attuale situazione non si risolverà al più presto in modo pacifico.
Oltre il 75 per cento degli arrivi è costituito da minori, per la maggior parte accompagnati da donne. Hanno trovato sistemazione presso parenti, in hotel oppure presso famiglie ospitanti. Alcune di queste famiglie arrivano a ospitare fino a 40 o 50 persone e presto avranno bisogno di essere sostenute, dato che potrebbero rapidamente esaurire le risorse a loro disposizione. Le autorità senegalesi hanno predisposto piani per la distribuzione di viveri e altri beni di prima necessità per un massimo di 100.000 persone. Beni alimentari includono riso, olio e zucchero mentre il resto dei beni include materassi, stuoie, coperte, lenzuola e saponi. Quaranta tonnellate di cibo sono state consegnate ieri nella regione di Ziguinchor e la distribuzione alle persone arrivate in questi giorni e alle famiglie ospitanti dovrebbe cominciare a breve. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), insieme alle altre agenzie umanitarie, è pronta a sostenere le autorità mettendo a disposizione le proprie competenze per assistere le popolazioni costrette alla fuga. L’UNHCR è inoltre disponibile a sostenere le autorità sia per istituire un efficiente sistema di registrazione degli arrivi, sia per formare il personale di frontiera in materia di diritto d’asilo e protezione. L’UNHCR ha dispiegato il proprio personale per effettuare le prime valutazioni nelle zone chiave di confine fra Senegal e Gambia e sta lavorando a stretto contatto con le autorità locali per valutare i bisogni delle persone giunte in Senegal. A Dakar, l’UNHCR è costantemente in contatto con il Ministero dell’Interno che coordina le operazioni umanitarie. L’Agenzia ONU per i rifugiati continuerà a pianificare interventi di contingenza insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, alle ONG internazionali e locali, ai partner e al governo.Il Gambia stesso accoglie circa 8.000 rifugiati, soprattutto senegalesi, che vivono con ansia e preoccupazione l’evolversi della situazione politica nel Paese.

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Roma: “Sette aspiranti Re in guerra continua”

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 aprile 2016

sette colli di roma“A proposito di amministrative a Roma: sembra proprio che alleanze e guerre interne definiscano il perimetro di una di quelle storie infinite raccontate per infiacchire la volontà dei romani e demotivarli al voto. A sinistra tra Fassina e Giachetti non si vede alcuna possibilità di convergenza su temi e obiettivi comuni. A destra le tensioni Meloni-Bertolaso si possono tagliare col coltello, tanto sono spesse e virulente nei rimandi reciproci e d’altra parte neppure Storace sembra disposto a fare un passo indietro per sostenere la Meloni. Al centro Marchini, da solo, continua a sprizzare ottimismo da tutti gli angoli delle strade, anche se senza effettive convergenze dal centrodestra sarà dura anche per lui arrivare al ballottaggio. Mentre la Raggi è così convinta di vincere, anzi di stravincere al primo turno, da far temere per la sua capacità di interpretare correttamente il quadro politico-amministrativo della città”. Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare.
“Strano destino quello di Roma. Avrebbe avuto bisogno di un sussulto di dignità da parte di tutti questi aspiranti Re di Roma: sono sette come i sette re di Roma – prosegue Binetti – ma non si vede proprio chi avrà la possibilità di governare la capitale, dal momento che nessuno é in grado di fare rete, di agganciare i suoi competitori per farne una squadra forte e coraggiosa. La corruzione di Roma e, ancora più grave delle sue buche e del suo traffico impazzito, la sciatteria di una amministrazione comunale che non riesce a prendere decisioni efficaci e quando le prende si dimentica di metterle in pratica, richiederebbero un governo di larghe intese per la città. Un governo forte in cui il meglio delle diverse componenti politiche sapesse stringere un patto d’acciaio per rilanciare il cuore stesso della città. La sua bellezza straordinaria, millenaria, è diventata talmente decadente da far dubitare che si possa invertirne l’andamento. Il cuore grande di Roma si esprime nella creatività delle sue iniziative di servizio e di volontariato, a cui costantemente Papa Francesco ci rimanda. Ma di tutto ciò non parlano i sette candidati in lizza – conclude Binetti – perché sono assorti solo nel gioco delle parti, in una faticosa lotta per battere l’avversario invece di cercare modi nuovi e più concreti per collaborare in vista del rilancio di Roma capitale, anche nella prospettiva delle prossime Olimpiadi”.

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Berlusconi e lo scontro Tv

Posted by fidest press agency su domenica, 15 settembre 2013

Non sono le urla, le pitonesse e la costante tensione, gli ingredienti utili a costruire il consenso tra gli elettori. La ripartenza in grande stile dei talk show televisivi in un clima di scontro al calor bianco sulla vicenda della decadenza di Silvio Berlusconi, radicalizza le opinioni e non sposta voti, o ne sposta pochissimi.A sostenerlo è Mario Rodriguez, consulente, docente all’Università di Padova e autore di ConSenso, saggio sulla comunicazione politica edito da Guerini e Associati e dal 5 settembre in libreria. “I sondaggi, – spiega Mario Rodriguez – ci dicono che questo scontro quasi tutto televisivo sulla decadenza di Berlusconi non fa guadagnare voti a nessuno. Il motivo è chiaro: siamo di fronte a un modo di comunicare che non mette al centro delle proprie attenzioni chi riceve il messaggio e lo rielabora, ma solo chi lo emette.”Il caso Berlusconi, appare un caso da manuale– spiega Rodriguez nel suo libro– di quelli che vengono definiti gli effetti limitati dei media. La casalinga di Voghera, che in passato votava DC, oggi guarda Il grande fratello e vota Berlusconi, mentre la casalinga di Casalecchio di Reno, che prima votava PCI, e ora guarda anche lei Il grande fratello, continua a votare a sinistra. E’ il segno di quanto poco la TV sposti il voto degli italiani. Basti pensare a una vicenda oramai celebre: il caso Clinton – Lewinsky. Mesi di dibattiti e polemiche e le ricerche fatte allora dimostrarono che i media avevano imposto all’attenzione il fatto, ma non avevano spostato gli orientamenti politici.“Se continuiamo a rimanere fermi all’idea che per fare comunicazione politica occorre andare a urlare in TV presidiandola manu militari – conclude Rodriguez – non si supereranno mai le difficoltà attuali e la disaffezione dei cittadini. La crisi della politica si specchia in questa incapacità di creare consenso. E la soluzione è una sola. Serve la capacità di trovare parole e frasi appropriate, credibili, capaci di motivare le persone, dare senso ai comportamenti che si chiede di mettere in campo. È la rivincita della parola sull’immagine, dell’autenticità sulle ambiguità, delle chiacchere quotidiane sulla tv. Parole da dire con passione ma da pensare dal punto di vista di chi ascolta.” M. Rodriguez, Consenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati, prefazione di Ilvo Diamanti, pp.142, euro 16,50, ISBN 978-88-6250-476-8, Guerini e Associati, 2013.
MARIO RODRIGUEZ (Napoli 1947) è un consulente di comunicazione in ambito politico e pubblico ed è professore a contratto di Comunicazione pubblica all’Università degli Studi di Milano e di Comunicazione politica a Padova. Dopo le prime esperienze di lavoro come giornalista e dirigente politico è stato dirigente d’azienda e senior consultant di una delle principali società di relazioni pubbliche internazionali. Nel 1994 ha fondato la MR & Associati Comunicazione. Collabora sin dalla fondazione con il quotidiano Europa ed è autore di diversi saggi apparsi sulla rivista Comunicazione Politica. Ha collaborato ai volumi La rivoluzione elettorale, a cura di Renato Mannheimer e Giacomo Sani (1993) e Milano a Roma, a cura di Ilvo Diamanti e Renato Mannheimer (1994).

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Egitto: cresce la tensione tra i Beduini

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 maggio 2012

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) mette in guardia dall’esplosiva situazione nella penisola del Sinai dove cresce in modo esponenziale il numero dei turisti, soldati egiziani, caschi blu e lavoratori stranieri rapiti. Dall’inizio dell’anno ad oggi i Beduini hanno preso 48 ostaggi. Questo è, secondo l’APM, un segnale preoccupante delle crescenti tensioni nella regione. Finora la maggior parte degli ostaggi per fortuna è stata rilasciata dopo poche ore e senza il pagamento di alcun riscatto. Il messaggio però è chiaro e una delle priorità del nuovo governo egiziano deve essere lo sviluppo e la pace in questa regione a lungo trascurata. Chi vuole garantire la sicurezza nel Sinai non può continuare a criminalizzare tutti i Beduini come presunti terroristi ma deve finalmente rispettare i loro diritti pari a quelli di tutti gli altri cittadini.
Lo scorso 7 maggio 2012 sono stati liberati dieci soldati dell’ONU originari delle Isole Fiji ma prima di loro erano stati rapiti in gennaio 25 operai cinesi, in febbraio tre turisti sudcoreani e due viaggiatori statunitensi, in marzo due turiste brasiliane e il 5 maggio 2012 sei soldati egiziani. L’APM pensa che i Beduini vogliano soprattutto attirare l’attenzione sulla loro difficile situazione e ottenere la liberazione di parenti in carcere. Le condanne al carcere sono purtroppo frequenti tra i Beduini. L’estrema povertà in cui versano nella regione costringe molti a guadagnarsi da vivere con il contrabbando oppure li spinge tra le braccia dei gruppi islamici radicali.Per molti candidati alle presidenziali egiziane il Sinai non è altro che un problema di sicurezza. Altri ancora promettono di dare finalmente impulso all’economia, come il candidato dei Fratelli Musulmani che promette l’avvio nel Sinai di progetti industriali e agricoli e la costruzione della ferrovia per un valore di tre miliardi di dollari. La maggior parte dei Beduini si fida poco di simili promesse, già pronunciate in passato da altri e mai mantenute. I Beduini comunque non si accontentano di possibili impulsi all’economia, che, seppur importanti, devono essere comunque accompagnati dalla concessione e rispetto dei loro diritti. I Beduini sono stanchi di poter contare su di un solo rappresentante nel Parlamento egiziano e a trent’anni dalla ritirata dell’esercito israeliano chiedono di essere finalmente trattati come cittadini con pari diritti.

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Manovra: la forza delle lobby

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Occhio al governo Monti...

Image by Cau Napoli via Flickr

Editoriale Fidest. La recente manovra del Governo Monti, praticamente approvata da entrambi i rami del Parlamento, lascia un segno profondo sul percorso che l’ha portata a diventare legge di Stato. Lo è in quanto ha denotato la capacità delle corporazioni, alias lobby, alias interessi particolari e via di questo passo, di condizionare la vita stessa della società italiana e di spiegare l’immobilismo che l’ha distinta, in specie negli ultimi 20 anni. Quell’amara pillola che ci portiamo dietro, e passiamo da una generazione all’altra come se si trattasse di un “testimone” degno d’essere tramandato, si chiama “riforma strutturale” che non è solo legata ad una necessità contingente ma si rifà alle mutate condizioni del quadro internazionale e comunitario al quale ci colleghiamo in misura sempre più stretta. Ciò che deve renderci, innanzitutto, consapevoli, è che noi abbiamo accorciato “mentalmente” il nostro rapporto temporale. L’idea, ad esempio, calzante è quella della giustizia con processi che durano anche 8-10 anni, prima che la sentenza passi in giudicato. E’ una circostanza che non riusciamo ad accettare, perchè la riteniamo assurda, inconcepibile, controproducente e costosa, per altro. E se ponessimo mano non solo alla riforma della giustizia, da quella burocratica che la pervade, sino a calarci nel civile e nel penale nelle fasi istruttorie e giudicanti, ma espandessimo il nostro intervento alla previdenza, all’assistenza, alla scuola, alla difesa e alla gestione della cosa pubblica centrale e periferica ci accorgeremmo che al “fattore tempo” potremmo agevolmente associare risparmi gestionali significativi. Queste cose le scrivevo già 20 anni fa e col pensiero andavo ancora più indietro ritenendo che avevamo perso un’occasione magica per riformare il sistema Stato negli anni successivi la seconda guerra mondiale conciliandolo con la ricostruzione del Paese. Ma tant’è. Il passato è passato. E’ l’oggi che mi interessa e mi preoccupa, al tempo stesso. Allora scrissi, e riproponendo la mia idea non la ritengo del tutto peregrina, che l’Italia delle riforme potrà realizzarsi solo ad una condizione nella quale trovato l’uomo giusto e carismatico gli si lasci fare le riforme senza interferenze di sorta dandogli un anno di tempo. In questo frangente dovrebbero essere sospese tutte le prerogative parlamentari, politiche e persino costituzionali. D’altra parte non possiamo continuare a prenderci in giro oltre misura. Oggi non basta un governo di larghe intese. Non basta stravincere alle elezioni. Non basta procedere a piccoli passi e ad introdurre riforme parziali, limitate e privandole di una visione d’insieme. Occorre uno choc istituzionale. Un qualcosa di simile ad una guerra civile, ma questa volta intellettuale e non armata dalla violenza. Ci riusciremo? Non vorrei che ci pervenissimo troppo tardi, come è stato tremendamente tardi varare l’attuale governo Monti. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Il sociale nei “Centri studi Fidest”

Posted by fidest press agency su domenica, 9 ottobre 2011

Abbiamo più volte richiamato l’attenzione, di chi ci onora leggerci, sulla necessità, in via prioritaria, che si ponesse mano alle riforme della previdenza e dell’assistenza. Più volte ci siamo soffermati sul progetto da noi elaborato e ci siamo persino addentrati su alcune possibili varianti, ma non diciamo che la nostra proposta è valida al 100% ma che, pur essendo perfettibile, sia capace di migliorare la nostra esistenza e di ridurre le tensioni generazionali e i conflitti di genere.
Pensiamo alla previdenza. Abbiamo subito avanzato una indicazione che a taluni è parsa provocatoria allorchè abbiamo detto “aboliamo le pensioni”. In effetti con l’allungamento della vita, con la ricerca medico-scientifica che tende a renderla migliore, noi possiamo fare un passo avanti importante. E lo abbiamo spiegato. Se, infatti, accantoniamo l’idea della previdenza e passiamo a quella dell’assicurazione possiamo garantire per ogni 10 anni di lavoro una rendita pari al 20% della media delle retribuzioni erogate e il discorso vale sia per i lavoratori dipendenti che per gli autonomi. Non solo. Possiamo nell’arco della nostra esistenza calibrare le nostre forze in rapporto al lavoro che si svolge. In proposito abbiamo fatto un esempio tipico che è quello del giocatore di calcio professionista. Di solito tra i 35 e i 40 anni tende ad appendere gli scarpini al chiodo ma non per questo si considera un pensionato. Tutt’altro. Si cercherà un’altra attività e lo stesso dovrebbe verificarsi a tutti noi ricercando una scala graduata di lavori in rapporto al “peso degli anni”. Dopo tutto che senso ha risparmiare per fare un gruzzoletto da servire come “assicurazione” per gli anni di magra quando sarebbe possibile concentrare le proprie risorse per avere con cadenza decennale una rendita che in 50 anni di attività potrebbe raggiungere il 100% della media delle retribuzioni percepite in tale arco di tempo? L’assistenza non dovrebbe essere da meno assicurando non una “assistenza universale” ma una “prevenzione universale”. E si sa che prevenire e sempre meglio che curare e non solo in senso economico, ma soprattutto per individuare in tempo i mali e porvi riparo al minor costo e per sollevarsi da quelle che potrebbero essere delle sofferenze inevitabili. Quindi si può costruire un modello di società diverso con un impegno economico che si premia da solo. Ma se è facile proporre non è altrettanto agevole la realizzazione perché vi interferiscono gli egoismi personali, la consapevolezza che si possano ridurre gli arricchimenti individuali e che si possa arrivare ad una società dove si “rischia” di far scomparire le logiche del consumismo e il suo figlio degenere che è il profitto, ad ogni costo, a scapito dei più deboli. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Iraq: conferenza delle nazionalità e religioni dell’Iraq

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2011

Kirkuk lunedì 18 luglio Con il patrocinio di Luis Sako, Vescovo cattolico-caldeo di Kirkuk, si incontreranno nella città nord-irachena circa 150 personalità e rappresentanti di tutte le nazionalità e religioni dell’Iraq. La conferenza organizzata dall’Associazione per i Popoli Minacciati (APM), sezione del Kurdistan iracheno, vuole stimolare il dibattito sulle possibili misure da adottare per smontare e evitare tensioni e garantire la pacifica convivenza. Gli organizzatori attendono rappresentanti kurdi, arabi, turkmeni, assiro-aramei-caldei, shabak, mandei, cristiani e musulmani, tra cui anche rappresentanti del governo centrale iracheno di Baghdad. Nella città di Kirkuk e nell’omonima provincia il rapporto tra i diversi gruppi etnici è segnato da difficoltà e tensioni. Durante la dittatura di Saddam Hussein centinaia di migliaia di Kurdi, ma anche di Turkmeni e di Assiro-Aramei-Caldei cristiani sono state cacciate dalla regione ricca di petrolio. Al loro posto sono stati insediati Arabi provenienti dall’Iraq centrale e meridionale. Tuttora non è stato deciso se la regione farà parte della regione autonoma del Kurdistan iracheno o se sarà governata da Baghdad. Secondo la Costituzione la decisione dovrebbe esser presa tramite un referendum dai circa 755.000 abitanti della regione. Nel frattempo la maggior parte delle persone deportate durante il regime di Saddam Hussein sono tornate a Kirkuk e potranno partecipare al referendum che deciderà il futuro della regione. Essi sperano nell’annessione della regione alla regione autonoma del Kurdistan iracheno. La popolazione araba che ormai vive là da decenni è tornata ad essere una minoranza che però sente di appartenere più a Baghdad che non al Kurdistan. Il governo centrale finora ha evitato di affrontare il conflitto attorno a Kirkuk nonostante l’art. 140 della costituzione preveda che il governo elimini le tracce della “politica di persecuzione praticata” e adotti misure riparatrici adatte. Dal 2003 la regione autonoma del Kurdistan iracheno, riconosciuta come tale da Baghdad, gode di un’ampia autonomia e autodeterminazione con un proprio governo regionale, parlamento, primo ministro e presidente regionale. La regione ha finora accolto decine di migliaia di profughi provenienti dalle regioni arabe dell’Iraq dove Cristiani, Mandei e Yezidi subiscono ancora pesanti persecuzioni. Il governo del Kurdistan iracheno è caratterizzato da una proporzionale che garantisce la presenza di rappresentanti Assiro-Aramei-Caldei, Armeni e Turkmeni nel parlamento regionale. Questi gruppi etnici dispongono inoltre di un sistema scolastico e di giornali e mezzi di comunicazione nella propria lingua. Nel 2006 è stata fondata una sezione dell’APM nella capitale Arbil nel cui direttivo siedono rappresentanti di tutti i gruppi etnici.

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Lega-Pdl su intervento in Libia

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 maggio 2011

Dopo le tensioni degli ultimi giorni tra Bossi e Berlusconi sull’improvviso cambio di rotta del presidente del Consiglio relativamente all’intervento militare italiano in Libia, torna la quiete nella maggioranza. Ieri, infatti, la Camera ha approvato, con 309 voti favorevoli e 294 contrari, la mozione di Lega e Pdl sulla posizione che dovrà tenere il Governo italiano nella guerra libica. La decisione è stata definita, da più parti, come l’ennesimo passo indietro fatto dal Carroccio nei confronti del Popolo della Libertà. Allo stesso modo la pensa Gennaro Saltalamacchia, responsabile per la Difesa e gli Affari Militari dell’Italia dei Diritti, che commenta il voto in questo modo: “Ancora una volta si palesa la mancanza di coerenza politica da parte della Lega che, in questo caso, aveva dimostrato, fino a qualche giorno fa, una linea politica completamente in opposizione a quella del Pdl. Ieri, è stata votata una mozione che io ritengo estremamente ridicola, poiché non è possibile stabilire ad oggi una data certa per la fine di un conflitto di questo tipo”. L’esponente del movimento guidato da Antonello De Pierro, quindi, si sofferma sulla questione libica: “Innanzitutto, dovremmo domandarci se è il caso di continuare a fare una guerra che ritengo inutile, giacché se ne dovrebbero occupare le diverse diplomazie che hanno il compito di intervenire al fine di prevenire disastri, come quello che si sta consumando attualmente nel Maghreb”. Saltalamacchia conclude il suo intervento, analizzando la decisione presa dal Parlamento e tenendo presente i problemi generali del Belpaese: “Con il voto di ieri, ancora una volta, il Governo ha dimostrato di essere estremamente egoista, poiché non tiene conto né delle possibilità delle proprie forze militari né delle volontà dei propri cittadini. Dobbiamo dire, una volta e per tutte, basta ai massacri inutili. Inoltre, abbiamo il dovere di soccorrere queste popolazioni sul posto, sul loro territorio, in modo da aiutare loro a non abbandonare le proprie terre, le proprie origini, per venire in un Paese come il nostro, privo di un’organizzazione capace di ricevere queste persone e inadeguato ad offrire loro la sicurezza necessaria. In conclusione, ritengo che sia indispensabile un intervento da parte del Governo che miri a recuperare le risorse che stiamo dissipando in modo incosciente. Bisogna muoversi, immediatamente, per una politica sociale e occupazionale, soprattutto in riferimento ai giovani, che possa migliorare lo stato sociale nazionale e ridurre lo stato di disoccupazione dilagante”. (fonte: Ufficio Stampa Italia dei Diritti)

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Federalismo fiscale

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 marzo 2011

L’aumento delle tasse rinviato al 2013, cioe’ a dopo le elezioni. Che furbi Non poteva che essere cosi’. Come previsto il cosiddetto federalismo porterà all’aumento delle tasse locali. La commissione bicamerale ha votato il federalismo fiscale, cioe’ l’aumento delle tasse, con l’astensione del Pd che ha subito le pressioni dei propri governatori regionali a secco di soldi. Pero’ furbizia delle furbizie il tutto andra’ in onda nel 2013, cioe’ dopo le elezioni. Problema rimasto aperto e’ la perequazione, cioe’  la spartizione dei soldi tra regioni ricche e regioni povere. Ovviamente, tale problema non ha trovato soluzione. Riforma monca, quindi, foriera di ulteriori tensioni.

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Islam e Integrazione nella Città

Posted by fidest press agency su domenica, 20 marzo 2011

Firenze 22 Marzo, 9:30 – 17:30 Villa La Pietra—New York University Florence. Le recenti polemiche sorte attorno alla costruzione di moschee in alcune città europee e americane hanno sollevato interrogativi più vasti sull’immigrazione mussulmana nel mondo post 11 settembre: come si sono adattati i Mussulmani alle loro nuove vite, quale ruolo ha giocato l’Islam nello sviluppo delle società multiculturali contemporanee e in quale modo le polemiche sulle moschee hanno cristallizato le tensioni? La conferenza Islam e Integrazione nella Città,  riunirà un gruppo di esperti per discutere il caso di Firenze e collocarlo in un contesto globale. La conferenza è aperta al pubblico su prenotazione allapietra.policy.dialogues@nyu.edu. Relatori:Timothy Verdon, Presidente della Commissione per l’Ecumenismo ed il Dialogo Interreligioso dell’Arcidiocesi fiorentinaIzzedin Elzir, Imam di Firenze e Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche  d’ItaliaFranco Cardini, professore ordinario di Storia Medievale, l’Istituto Italiano di Scienze UmaneClaudius Wagemann, professore, New York University a Firenze e segretario scientifico, Istituto Italiano di Scienze UmaneRainer Bauböck, professore di teoria politica e sociale, l’Istituto Universitario EuropeoLorenzo Bosi, Marie Curie Fellow, European University InstituteLaura Grazzini, responsabile  per l’immigrazione, l’integrazione e l’antirazzismo, ARCI di Firenze.

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Lampedusa: tensioni

Posted by fidest press agency su sabato, 19 marzo 2011

Georges Alexandre (Kajak per il diritto alla vita e Gruppo EveryOne) ha documentato una giornata di grande tensione nell’isola di Lampedusa, nonostante gli arrivi di profughi siano al momento contenuti, in linea con quelli verificatisi nel 2008, prima delle politiche di respingimento condannate successivamente dalle Nazioni Unite e delle Istituzioni dell’Unione europea. Malauguratamente, vi sono personalità della politica italiana e responsabili media che amplificano il fenomeno, gettando benzina sul fuoco e creando allarme sia presso i lampedusani che presso tutta l’opinione pubblica italiana. Con un simile clima, fomentato ieri sera dal generale Pappalardo, il cui comizio anti-migranti è stato ospitato da Anno Zero, oltre cento cittadini di Lampedusa hanno impedito presso il molo Favaloro lo sbarco di una motovedetta della Capitaneria di Porto con 116 profughi a bordo, soccorsi a largo dell’Isola. Nel pomeriggio la cittadinanza ha dato vita a una manifestazione contro l’accoglienza dei migranti, ripetendo sotto forma di slogan i timori già espressi dal sindaco Bernardino De Rubeis: “Lampedusa è al collasso, vi sono nel centro 2800 migranti contro una capienza di 800, non abbiamo la possibilità di gestire una tendopoli”. I profughi hanno lamentato trattamenti molto duri da parte delle forze dell’ordine e un diffuso clima di intolleranza intorno a loro ed hanno espresso il proposito di attuare una manifestazione chiedendo il rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951. Mentre il Gruppo EveryOne otteneva da parte delle autorità italiane la rassicurazione dell’esistenza di un progetto immediato di trasferimento e accoglienza dei migranti in alcune strutture dislocate in diverse città italiane, Georges Alexandre entrava in contatto con i rappresentanti dei rifugiati, chiedendo loro di mantenere calma e sopportazione ancora per qualche giorno, in vista dell’attuazione del piano umanitario, cui partecipa la Croce Rossa Italiana, che mette sul piatto una lunga esperienza nella messa in atto di programmi di accoglienza e supporto umanitario destinati ai profughi.

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La crisi di sistema in Europa

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 febbraio 2011

Secondo l’ultimo rapporto della B.I. sulla Stabilità finanziaria dell’Eu la crisi della Grecia mostra che l’assenza di meccanismi di risoluzione della situazione di grave difficoltà di un paese dell’area dell’euro “determina incertezza e accresce i costi e i tempi degli interventi di sostegno. In risposta alle rinnovate tensioni nei mercati che minacciavano la stabilità finanziaria dell’insieme dell’area, contestualmente alla decisione di concedere sostegno all’Irlanda, i ministri finanziari dei paesi dell’area hanno concordato le caratteristiche principali di un meccanismo permanente di gestione della crisi da attivarsi in situazioni di difficoltà di uno stato membro (European Stability Meccanism) (ESM). Tale meccanismo che andrebbe a sostituire lo European Financial Stability Facility (EFSF) dal giugno del 2013, prevede il sostegno finanziario al paese che chiede assistenza a condizioni rigorose, analoghe a quelle attualmente previste dall’EFSF. Tale sostegno è subordinato ad una approfondita analisi di solvibilità per i paesi considerati solvibili, il settore privato sarebbe incoraggiato a mantenere le esposizioni e il nuovo meccanismo interverrebbe con uno status di creditore privilegiato secondo soltanto all’FMI, qualora invece l’analisi rivelasse una situazione di insolvenza, lo stato membro dovrebbe, in primo luogo, negoziare con i creditori privati un piano di ristrutturazione del debito.”(Riccardo Alfonso)

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Militari lontani e separati dalla società civile

Posted by fidest press agency su domenica, 2 gennaio 2011

Da una riflessione di Francesco Santoro.  Dal punto di vista delle scienze sociali, le Forze armate accentuano la separazione  dalla società di cui fanno parte al fine di svolgere compiti impopolari all’interno di essa. Specchio e metro di misura del livello di civiltà di una società,  esse incrementano il controllo e la subordinazione dei loro appartenenti all’aumentare  della conflittualità dell’ambiente in cui operano. Da qui è stato desunto che le Forze armate diventano sempre più separate e  marginali in quanto centrali per il funzionamento di una società più conflittuale, dove  diminuisce il ricorso al consenso per gestire le tensioni. In una società in cui si  assiste all’emersione di tensioni sociali di tipo economico, ecologico ed etnico e dove la  disponibilità di risorse per farvi fronte diminuisce, c’è il rischio che le politiche  conseguenti siano sempre più di tipo repressivo. In quest’ottica non è un caso la normalizzazione dell’utilizzo di militari nelle più  svariate emergenze, anche di ordine pubblico, proposti mediaticamente come una  panacea per i mali dell’Italia. Indicativo a riguardo è stato l’intervento del  Capo della Polizia Manganelli di  alcuni giorni fa (13 novembre), che ha parlato di ”una deriva  patologica di fenomeni che dovevano essere risolti da chi è pagato per farlo”, e che invece sfociano in emergenze di ordine pubblico. Per sintetizzare, il concetto è: accentuazione della separazione e del  controllo interno degli organismi a struttura militare come passaggio e  prerequisito verso una società dotata di un’architettura sempre più  autoritaria. Da qui, l’interesse del cittadino che ha a cuore la democrazia del proprio  paese a far sì che il percorso s’inverta e che i cittadini militari non siano  isolati dalla società democratica, ma pratichino la democrazia che  proteggono contribuendo attivamente alla sua vitalità. (Francesco Santoro Componente Direttivo Nazionale Ficiesse)

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Università: protesta e riforma

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 novembre 2010

USB Università e USB Scuola raccolgono “l’appello alla responsabilità” del presidente del Senato Schifani e lo invitano a dimostrare con coerenza e nella pratica le sue dichiarazioni chiedendo al Ministro Gelmini di ritirare il ddl sull’Università e di rinviare i progetti di riforma alla discussione democratica tra diretti interessati: lavoratori e studenti.  Invitano inoltre l’onorevole Schifani ad “abbassare i toni” evitando di creare tensioni e preoccupazioni tra le famiglie, i lavoratori, gli studenti e le forze dell’ordine con i suoi riferimenti ad atti di “violenza” inesistenti e addirittura con l’annuncio di “eventi luttuosi”.  USB Università e USB Scuola chiedono al Presidente della Camera Fini di sospendere la discussione del ddl: una “riforma” che coinvolgerà milioni di studenti e di lavoratori, che avrà gravissime conseguenze sul futuro delle nuove generazioni e del Paese non può essere affrontata con un Governo di fatto in crisi. A tutte le opposizioni chiedono infine di esprimersi con chiarezza e con precisione su questo ddl e sulle loro proposte per la Scuola e l’Università. Le mobilitazioni continueranno fino al ritiro del ddl Gelmini e la cancellazione di tutti i finanziamenti alla scuola privata previsti in Finanziaria. Domani l’USB ha proclamato lo sciopero intercategoriale regionale nel Lazio e in Calabria, contro la regionalizzazione della scuola e tutti i finanziamenti ai privati, per il ripristino dei fondi per il diritto allo studio, per la difesa del lavoro contro la precarietà, con cortei a Roma e Villa San Giovanni.

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