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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

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Mussolini, la storia non è un supermercato

Posted by fidest press agency su domenica, 22 gennaio 2012

Adolf Hitler and Benito Mussolini in Munich, G...

Image via Wikipedia

La consigliera del Pdl Vanda Burnacci, nel porre una questione che il dibattito e i fatti hanno superato da tempo, sembra confondere la storia con un supermercato: perché se è vero che non ci si può sottrarre ad una analisi di quanto avvenuto, è altrettanto vero che non si può svolgere questa operazione a pezzi, come se fosse una porzione di un salume o di qualche pietanza. L’azione di Benito Mussolini va giudicata nell’insieme, non la si può prendere a fette. Perché se così facessimo, allora anche gli Hitler e Stalin, che lei cita, probabilmente qualcosa di non brutale hanno compiuto; e forse se andassimo a scandagliare nel dettaglio le loro esistenze, anche uomini come Saddam Hussein in fondo hanno eretto palazzi e compiuto qualche opera buona. Ma ci verrebbe mai in mente di voler anche solo immaginare l’idea di ripensare ad un volto “buono” e umano di questi dittatori? Io credo di no e non certo per una posizione ideologica, poiché la stagione delle ideologie è passata da tempo, e personalmente non l’ho vissuta. Da tempo si sta affrontando quel Ventennio e la figura di Mussolini senza timidezze e senza timori, lo stanno facendo in modo coraggioso il sindaco di Predappio e la sua comunità, Giorgio Frassineti, lo farà in maniera ampia e approfondita la mostra che nel 2013 si svolgerà al San Domenico a Forlì, dedicata proprio a quella stagione della storia. Il percorso culturale che ci ha portati fin qui, dal dopoguerra ad oggi, ha espresso un giudizio ormai consolidato su Mussolini e su quella stagione.Ci sono atteggiamenti e punti di vista che vanno rispettati, aspetti che non vanno trascurati, passaggi storici che vanno approfonditi; ma il giudizio storico deve essere totale e non parziale. Perché il rischio che si corre non è solo quello di un revisionismo fuori dal tempo, ma anche di rendere vano il percorso, fatti prima di tutto di immani sacrifici umani (ricordiamolo bene) e non solo, che oggi ci fa dire senza tentennamenti che occorre continuare l’impegno affinché quei fatti, quelle tragedie, quelle vite spezzate e quei tempi bui non tornino mai più. Mai più. (Marco Di Maio)

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L’Europa alla prova della crisi dell’Irlanda

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 novembre 2010

In questi giorni molti si chiedono cosa stia realmente succedendo all’Europa e se siano fondati gli allarmi lanciati prima dal Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy o dalla Cancelliera Angela Merkel, sulla serietà della situazione e rischi per l’euro, e per l’intera costruzione comunitaria. Alcuni analisti evidenziano tentennamenti e mancanza di volontà unitaria con relativa incapacità della classe politica europea di risposte tempestive che diventano concause degli attacchi agli anelli deboli dell’euro. Ci si domanda se i soldi mobilizzati all’UE basteranno per salvare tutti i Paesi a rischio. Cosa è successo in così poco tempo per rendere la prima potenza economica e commerciale del mondo così vulnerabile ed esposta alle tempeste? E davvero gli strumenti utilizzati finora non consentiranno all’Europa di preservare quanto costruito in sessant’anni di integrazione? La storia, come noto, comincia nella seconda metà del 2008 con la più grande crisi finanziaria e poi anche economica dopo quella del 1929. Crisi importata dagli USA ma che ben presto scopre una serie di punti deboli del vecchio continente. Banche e altri investitori con vizi analoghi a quelli USA e un crescente indebitamento pubblico e privato. La recessione (meno 4 punti nel 2009) mette a nudo altre debolezze strutturali: scarsa capacità di crescita e competitività limitata, specie rispetto ai cd emergenti che già hanno ripreso a crescere a quasi due cifre; misure anti crisi – tra cui salvataggi di molte banche – che mettono le ali a deficit e debiti di molti paesi che, in alcuni casi, erano storicamente virtuosi. All’inizio del 2010 appare chiaro che l’uscita dalla crisi per l’Europa sarà lenta e difficile, con tassi di crescita a dir poco modesti. Questo non basta a mercati finanziari sempre più nervosi. Comincia una crisi di fiducia che riguarda le economie dell’area euro più deboli e disastrate. Viene coniato un acronimo davvero volgare “PIGS” per indicare i Paesi più esposti. I nodi arrivano al pettine il 9 maggio 2010 dove l’UE rischia davvero di precipitare nel baratro della fine dell’euro e del mercato interno. Finalmente la Merkel e gli altri Paesi più riluttanti si decidono all’inevitabile. La Grecia viene salvata con l’approvazione della strategia proposta dalla Commissione per un meccanismo di stabilità dotato di 750 miliardi di euro. Si procede speditamente a rafforzare il Patto di Stabilità e di Crescita e a fissare parametri anche per misurare l’effettiva competitività degli Stati. Si approva persino un meccanismo – il cd semestre europeo – per cui i governi nazionali devono dialogare con la Commissione per elaborare i rispettivi programmi di stabilità nazionali. Si va, insomma, verso una vera governance economica europea. La crisi dell’Irlanda, se da un lato conferma, qualora qualcuno ancora ne dubitasse, che l’UE c’è ed è pronta a far fronte agli impegni assunti con 90 miliardi di euro in pochi anni; dall’altro dimostra anche che questa governance – ancora limitata – non basta a spegnere la crisi di fiducia dei mercati verso il vecchio continente. La domanda a cui è ancora difficile rispondere è se siamo di fronte a una nuova crisi di crescita per l’azione della UE verso un’ulteriore integrazione delle politiche economiche e fiscali oppure in una fase meramente difensiva, in cui si aspetta la fine dell’ennesima emergenza per tornare al business as usual, in attesa della prossima crisi. (Carlo Corazza Direttore della Rappresentanza a Milano della Commissione europea da L’Editoriale del Direttore)

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I nuovi metodi della nuovissima mafia

Posted by fidest press agency su martedì, 9 novembre 2010

Vivendo in Sicilia e ben radicato nel territorio e nella cultura siculo-mediterranea,  ho notato una sorta di evoluzione del fenomeno mafioso, oggi più raffinato del passato quando si andava per le spicce, senza tentennamenti e senza compromessi di sorta:  “Paga il pizzo e se non paghi ne subirai le violente conseguenze.” L’evoluzione della comunicazione ha infranto anche le rigorose leggi della mafia, costretta ad adeguarsi e ripararsi dietro formule accattivanti pur di perseguire il medesimo risultato. Così al riottoso imprenditore che si rifiuta di pagare la tassa che impone la mafia, convinta di essere uno Stato dentro lo Stato, anche per coerenza, avendo evaso le tasse dello Stato ufficiale, non vede perchè non debba evadere anche quelle dello Stato-ombra. Non accade  nulla di violento, niente ritorsioni vistose, niente segnali di chiaro avvertimento, nulla di nulla, ma scattano le nuove misure, certificate  anche ai massimi vertici delle Istituzioni, addirittura dal presidente del consiglio, per cui non è legittimo dubitarne, a meno di non essere giustizialisti dichiarati o giurassici comunisti. Il nuovo metodo consiste nello studio attento della vittima, che deve essere danarosa quanto basta, deve possedere una villa, deve avere abitudini certe e registrate, sposato con  una donna non  tanto gelosa, quanto interessata al contenuto o ai contenuti  dei vari conti, ivi compresi quelli rigorosamente depositati all’estero. Quando l’imprenditore, stanco di una faticosissima giornata di far nulla, decide di rilassarsi in solitudine nella sua riservatissima villa, ecco che scatta la vendetta mafiosa. All’ignaro imprenditore viene recapitata una bagascia (chiedo scusa del termine, da adesso userò quello ufficiale di escort, cambia il nome, ma solo il nome !) con tanto di scorta. La escort diventa ammiccante, complice; esordisce affermando di essere stata “conquistata” dal personaggio, mentre sarà solamente “acquistata”. Il compenso varia: da 300 euro del mini dotato ai 5.000 euro del più esigenze (o del più esibizionista). La vendetta mafiosa si compie con la pubblicizzazione dell’evento, che deve giungere all’orecchio della moglie della vittima, che userà l’informazione nella causa di separazione con addebito, per calcare la mano (e anche i piedi che devono andare rigorosamente in faccia) sulla richiesta risarcitoria. Non è ancora chiaro cosa accadrà se l’imprenditore non è un imprenditore, ma una imprenditrice; forse saranno usati gli stalloni di professione. (Rosario Amico Roxas)

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