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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

Posts Tagged ‘terapia’

Università di Parma: Terapia del tumore del polmone

Posted by fidest press agency su sabato, 21 dicembre 2019

Parma Il gruppo di ricerca guidato da Nicola Sverzellati, docente di Diagnostica per immagini al Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, ha vinto un importante bando dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro – AIRC. Approccio Radio-Immuno-Genomico nell’identificazione di modelli prognostici e predittivi della risposta all’immunoterapia nel tumore del polmone non a piccole cellule il titolo del progetto, che ha ottenuto un finanziamento di 1 milione e 119mila euro.Lo studio trae origine da una continua e solida collaborazione multidisciplinare tra il gruppo del prof Sverzellati (Principal investigator, Scienze radiologiche), l’Oncologia Medica (referente Marcello Tiseo), l’Ematologia (referente Giovanni Roti), la Chirurgia toracica (referente Luca Ampollini), e l’Anatomia patologica (referente Letizia Gnetti), in una piena sinergia tra Ateneo e Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. L’esperienza di Federico Quaini, già docente del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, è stata fondamentale per la sua realizzazione. La ricerca coinvolgerà diverse figure professionali, con particolare attenzione a giovani ricercatori, che in parte hanno contributo alla progettazione dello studio (Gianluca Milanese, dottorando in Scienze Mediche e Chirurgiche Traslazionali, Giulia Mazzaschi, specializzanda in Oncologia Medica e Roberta Minari, biologa molecolare presso Oncologia Medica).Il progetto si articola nell’ambito della patologia oncologica toracica ed è finalizzato al miglioramento delle conoscenze nel campo dell’immunoterapia del tumore del polmone. Prevede l’utilizzo combinato di strumenti tecnologicamente avanzati, che includono sistemi di intelligenza artificiale, per l’integrazione di multipli (migliaia) parametri potenzialmente utili per prevedere sopravvivenza e risposta alla terapia in pazienti affetti da tumore del polmone.
Gli specialisti coinvolti, ciascuno per il proprio settore di competenza, studieranno un approccio integrato Radio-Immuno-Genomico per individuare specifiche caratteristiche dei pazienti e per predire la risposta alla terapia in maniera personalizzata, basandosi sull’analisi di dati radiologici estratti dalle immagini TAC ed immuno-genetici ottenuti da campioni di tessuto e di sangue.I risultati dello studio potrebbero avere una fondamentale ricaduta clinica per tutti i pazienti affetti da tumore del polmone, ed aprire nuovi orizzonti di ricerca anche per altre malattie oncologiche.

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IRVIN D. YALOM, Terapia allo specchio

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Ginny Elkin è stata una paziente del dott. Yalom. Mentre si svolgeva il percorso terapeutico, lo psichiatra la ha spronata a condividere le proprie riflessioni attraverso una serie di resoconti.Ginny Elkin era una scrittrice giovane e di talento che il mondo psichiatrico aveva etichettato come schizoide. Dopo aver provato diverse varietà di terapie, tutte inutili, Ginny ha iniziato un trattamento privato con Irvin Yalom presso la Stanford University. Come parte del loro lavoro insieme, hanno concordato di scrivere diari separati di ciascuna delle loro sessioni. Questo sorprendente libro è il risultato di quel percorso, in cui si alternano le loro voci e in cui scopriamo che non solo la paziente ha tratto beneficio dalla terapia, ma lo stesso medico curante. Traduzione dall’inglese di Serena Prina Euro 17,00 274 pagine
Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Stanford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Neri Pozza ha pubblicato molti dei suoi bestseller: La cura Schopenhauer (2005), Le lacrime di Nietzsche (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014), Sul lettino di Freud (2015), Creature di un giorno (2015), Il senso della vita (2016), Fissando il sole (2017), Diventare se stessi (2018), Chiamerò la polizia (2019) e Psicoterapia esistenziale (2019).Neri Pozza editore.

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Per il glioblastoma una terapia mirata

Posted by fidest press agency su martedì, 29 ottobre 2019

Per circa 1000 pazienti colpiti ogni anno in Italia da glioblastoma recidivato cambiano radicalmente le possibilità di cura. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha inserito una terapia mirata, regorafenib, nell’elenco dei farmaci erogabili con procedura anticipata, cioè a carico del Servizio Sanitario Nazionale nei casi in cui non vi sia un’alternativa terapeutica valida (legge 648/1996). La decisione dell’ente regolatorio deriva dai risultati di uno studio tutto italiano di fase II (REGOMA), pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet Oncology. Una svolta in una neoplasia molto difficile da trattare, evidenziata al XXI Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) in corso a Roma.
“Negli ultimi quindici anni a livello europeo non si sono registrati nuovi farmaci efficaci per il trattamento del glioblastoma recidivato, con risultati negativi di tutti gli studi effettuati – spiega Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -, e la sopravvivenza mediana dei pazienti affetti da glioblastoma rimane inferiore a 2 anni, con percentuali di recidiva prossimi al 100% e opzioni terapeutiche molto limitate e scarsamente efficaci. Lo studio clinico REGOMA ha dimostrato la superiorità di regorafenib nei confronti dello standard preesistente, rappresentato dalla chemioterapia con lomustina rendendo finalmente disponibile un nuovo farmaco innovativo nel trattamento del glioblastoma cerebrale recidivato”.
Il trial ha coinvolto 119 pazienti, in 10 tra i principali centri italiani di neuro-oncologia, ed è stato coordinato dall’Istituto Oncologico Veneto-IRCCS. L’articolo pubblicato su Lancet Oncology nel gennaio del 2019 vede la firma di Giuseppe Lombardi (Oncologia Medica 1, IOV-IRCCS Padova) come primo autore e quella di Vittorina Zagonel (Direttore Oncologia 1, IOV-IRCCS) come ultimo autore.
“Negli ultimi tre decenni, si è registrato un progressivo aumento di incidenza dei tumori cerebrali, soprattutto negli over 65, fascia d’età in cui i casi sono maggiormente aumentati – afferma Giuseppe Lombardi -. Le cause possono essere legate alle radiazioni ionizzanti e alle mutazioni ambientali dovute anche all’inquinamento atmosferico. Inoltre, si sta ricercando una possibile correlazione con la prolungata esposizione ai campi elettromagnetici. La sopravvivenza globale, obiettivo primario dello studio REGOMA, è significativamente aumentata con regorafenib rispetto alla lomustina, con una sopravvivenza mediana di 7,4 mesi. La sopravvivenza a 12 mesi dall’inizio del trattamento è stata più del doppio con regorafenib (38,9%) rispetto al braccio di controllo (15%). Notevole anche il livello di tollerabilità della molecola. Solo il 17% dei pazienti trattati con regorafenib ha richiesto una riduzione di dose per eventi avversi e solo il 7% ha interrotto definitivamente il trattamento a causa di eventi avversi seri”.
“Abbiamo inoltre presentato recentemente al congresso europeo di Oncologia Medica (ESMO) i dati sulla qualità di vita dimostrando come regorafenib abbia un impatto positivo – conclude Vittorina Zagonel -. Questa sperimentazione mette in luce anche l’eccellenza della ricerca italiana in ambito neuro-oncologico. I dati dello studio REGOMA, in un contesto clinico gravato da una prognosi altamente sfavorevole, rappresentano un’importante risposta a un bisogno clinico insoddisfatto”. A evidenziare la svolta costituita da questa ricerca, la “lettura Marco Venturini”, riconosciuta al miglior giovane oncologo dell’anno, oggi in sessione plenaria al Congresso Nazionale AIOM, sarà tenuta dal dott. Giuseppe Lombardi e sarà dedicata proprio allo studio REGOMA.
In Italia, nel 2019, sono stimati 6.300 nuovi casi di tumori maligni del sistema nervoso centrale, di cui il 90% rappresentato da gliomi. Il glioblastoma costituisce il 54% di tutti i gliomi: può insorgere a tutte le età, ma il 70% è diagnosticato tra i 45 e i 70 anni. Dal 2005, lo standard di trattamento è rappresentato dalla resezione chirurgica più ampia e sicura possibile, seguita da chemioterapia e radioterapia concomitante e successiva chemioterapia di mantenimento. Regorafenib è riservato ai pazienti con recidiva in buone condizioni cliniche, che rappresentano circa il 30% di tutti i pazienti che hanno ricevuto una terapia di prima linea: in Italia, circa 1000 pazienti all’anno.

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Nuove prospettive nella terapia dei tumori

Posted by fidest press agency su sabato, 26 ottobre 2019

Lo studio di un team di ricerca della Sapienza, in collaborazione con la Michigan State University statunitense, la University of Technology di Graz in Austria e il Center for Life Nano Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia, rivela che rivestire i nanovettori di farmaci con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane permette loro di evadere il sistema immunitario e permanere a lungo nell’organismo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications In campo biomedico l’ultima frontiera delle nanotecnologie è costituita dai liposomi, microsfere cave formate da uno o più doppi strati lipidici, utilizzate per la veicolazione e il trasporto di farmaci per le terapie antitumorali. Il loro impiego offre numerosi vantaggi rispetto alle tecnologie tradizionali come la possibilità di ridurre le dosi dei medicinali aumentandone l’efficacia terapeutica o di trasportare un farmaco in un organo specifico, evitando effetti collaterali potenzialmente dannosi. Tuttavia, nonostante questi enormi vantaggi solo un numero esiguo di formulazioni liposomiali è entrata stabilmente nella pratica clinica.Il team internazionale, guidato da Giulio Caracciolo in collaborazione con Alessandra Zingoni e Isabella Screpanti del Dipartimento di Medicina Molecolare, ha stabilito che il limitato successo clinico dei liposomi è dovuto principalmente ai cambiamenti a cui essi vanno incontro non appena entrano in contatto con il sangue. Introducendosi nel liquido organico le vescicole lipidiche si ricoprono infatti di proteine plasmatiche che formano intorno a esse un rivestimento proteico detto “corona proteica”. Pertanto non è la superfice del liposoma, come ritenuto da decenni dalla comunità scientifica, a interagire con i sistemi biologici dell’organismo ma è lo strato proteico ad avere un ruolo centrale nel regolare l’attività all’interno delle cellule. Quello che il sistema immunitario combatte quindi non è il liposoma in se stesso, ma il suo rivestimento proteico.Da questa osservazione i ricercatori hanno individuato un procedimento per ingannare il sistema immunitario e “fargli accettare” i nanovettori che contengono la terapia farmacologica.“Rivestire i liposomi con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane– spiega Giulio Caracciolo – permette di ridurre drasticamente la captazione da parte dei leucociti e di prolungare la circolazione delle vescicole lipidiche nell’organismo, aumentando così l’efficacia terapeutica del trattamento farmacologico.Numerose sono le applicazioni di questa scoperta, la più rilevante è sicuramente nell’ambito della immunoterapia dei tumori, ma possono interessare altri campi di natura biomedica.Lo studio, che si avvale della collaborazione dei ricercatori della Michigan State University statunitense, della University of Technology di Graz in Austria e del Center for Life Nano Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia, è pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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Scompenso cardiaco, da Gimbe le linee guida Nice per diagnosi e terapia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Raccomandazioni sulla gestione dello scompenso cardiaco dalla diagnosi, ad un approccio multidisciplinare, allo sviluppo del piano assistenziale, passando per la terapia farmacologica, il monitoraggio dei pazienti, consigli su stili di vita e programmi di riabilitazione, sino alle cure palliative. Questo quanto contenuto nelle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (Nice), aggiornate al settembre 2018, che la Fondazione Gimbe ha tradotto in lingua italiana. Una serie di raccomandazioni destinate prevalentemente ai professionisti delle cure primarie, in particolare a medici di medicina generale e infermieri che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema Nazionale Linee Guida, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo scompenso cardiaco cronico costituisce un problema di salute pubblica sempre più rilevante perché, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei progressi terapeutici nell’ambito delle malattie cardiovascolari, il numero dei malati è in costante aumento. In Italia si stimano circa 1 milione di pazienti con scompenso cardiaco, pari all’1,7% della popolazione, con circa 90.000 nuovi casi all’anno. La prevalenza della malattia aumenta di circa il 2% per ogni decade di età sino a raggiungere almeno il 10% nei pazienti over 70.
«II dati epidemiologici – puntualizza Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – quelli provenienti dal real world e le evidenze scientifiche suggeriscono che per la gestione dei pazienti con scompenso cardiaco è indispensabile puntare su modelli organizzativi a gestione extra-ospedaliera, efficaci nel migliorare la qualità di vita e nel ridurre la mortalità e le re-ospedalizzazioni, i cui costi rischiano di diventare insostenibili per la sanità pubblica. I pazienti con scompenso cardiaco – continua il Presidente – possono essere ospedalizzati oppure assistiti in setting specialistici in occasione di riacutizzazioni e “restituiti” alle cure primarie una volta stabilizzati. Considerato che spesso presentano comorbidità rilevanti (ipertensione, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva, etc.), gestire tutte le informazioni è un processo complesso con ruoli e responsabilità non sempre chiari». Ecco perché le linee guida Nice raccomandano di redigere e aggiornare periodicamente piani assistenziali personalizzati e strutturati da condividere con pazienti, familiari e caregiver oltre che con tutti i professionisti coinvolti nell’assistenza.Lo scompenso cardiaco cronico è gravato da un elevato tasso di mortalità: circa il 10% dei pazienti muore in occasione del primo ricovero ospedaliero, oltre il 25% decede entro un anno dalla diagnosi e circa la metà entro 5 anni; inoltre, quasi il 60% viene re-ospedalizzato entro un anno dal primo ricovero. Secondo il Rapporto annuale 2017 sull’attività di ricovero ospedaliero del Ministero della Salute, lo scompenso cardiaco è la prima causa di ricovero per malattie non chirurgiche: 176.254 dimissioni con una degenza media di 9,2 giorni, un totale di 1.626.769 giornate di degenza e una remunerazione teorica di oltre € 527 milioni. A questi si aggiungono 6.331 ricoveri in regime di riabilitazione con una degenza media di 19,9 giorni, un totale di 131.956 giorni di ricovero e 14.638 accessi in regime diurno. Il tasso di ospedalizzazione è di gran lunga superiore a quello di tutte le altre malattie croniche: 312 per 100.000 abitanti nei pazienti maggiorenni e 1.052 per 100.000 abitanti negli over 65, con ampie variabilità regionali che documentano una notevole eterogeneità della presa in carico territoriale. L’impatto economico della malattia è enorme: secondo i dati dell’Osservatorio ARNO pubblicati nel 2015 un paziente con scompenso cardiaco costa quasi € 12.000 euro l’anno di cui l’85% assorbito dal ricovero ospedaliero, il 10% dai farmaci e il 5% dalle prestazioni specialistiche. (fonte: doctor33)

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Una terapia mirata per il tumore al pancreas

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Il carcinoma del pancreas è una delle neoplasie a prognosi più severa e tra le più aggressive con un tasso di sopravvivenza a 5 anni dell’ 8% . Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) pubblicato oggi su Cancer Research ha identificato, a livello preclinico, una nuova terapia mirata per un sottogruppo di pazienti affetti da tumore del pancreas con marcata dipendenza dall’oncogene K-RAS. Il lavoro, condotto dal gruppo di ricerca guidato da Luca Cardone, team leader dell’Unità di Immunologia e immunoterapia IRE, ha mostrato che, la decitabina, un farmaco già in uso clinico per altre neoplasie, ha una potente azione antitumorale mirata per i tumori del pancreas con specifiche caratteristiche. I pazienti selezionati con screening molecolare ne potrebbero beneficiare grazie ad un approccio di “riposizionamento” di farmaci, cioè nuove indicazioni terapeutiche per farmaci conosciuti, altrimenti detto “Drug repurposing”.
Il tumore del pancreas ha un tasso di mortalità in aumento rispetto ad altri tumori che hanno un trend stabile o in miglioramento. Non è possibile fare diagnosi precoce, è aggressivo e, tra le terapie, l’opzione chirurgica non sempre è praticabile, mentre i chemioterapici disponibili offrono risposte terapeutiche limitate. Molti i fattori di rischio associati a questa neoplasia, come ad esempio il fumo ma, tra le cause genetiche, l’oncogene K-RAS ha un ruolo chiave nella formazione e progressione del tumore pancreatico.Attraverso un approccio multidisciplinare, con l’utilizzo di modelli sperimentali e calcoli biocomputazionali, i ricercatori hanno quindi dimostrato che i tumori pancreatici con alta dipendenza molecolare per K-RAS hanno un’alta sensibilità al trattamento con la decitabina, mentre tumori indipendenti da K-RAS sono quasi cento volte meno sensibili o completamente resistenti. Il farmaco si è dimostrato anche capace di arrestare la progressione metastatica della malattia in modelli sperimentali di tumori pancreatici K-RAS dipendenti. Infine hanno anche compreso il meccanismo molecolare alla base della vulnerabilità selettiva dei tumori con tale dipendenza.
Da una stima effettuata su database di tumori pancreatici disponibili, si calcola che una percentuale che va dal 30% fino al 50% dei casi di tumori pancreatici ha una dipendenza molecolare da K-RAS che può, pertanto, potenzialmente rispondere al trattamento farmacologico con la decitabina.Grazie a questo studio preclinico, si potranno ora avviare studi clinici con la decitabina, come singolo trattamento o in combinazione, individuando e selezionando i pazienti con alta probabilità di risposta per confermare l’efficacia del trattamento.

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Ipertesi, terapia da rimodulare in estate ma sempre col medico

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 luglio 2019

By Paola Baroni Se la temperatura passa in poche ore da 26 a 37 gradi, chi soffre di ipertensione, oltre ad avere ben presente alcuni principali accorgimenti, deve anche prendere particolari precauzioni. La dottoressa Grazia Panigada, direttore Area Medicina della Asl Toscana centro, ricorda un’importante precauzione che ogni paziente iperteso deve tenere ben presente non solo in previsione dell’allerta meteo di domani ma anche durante tutto il periodo estivo: non sospendere terapie in corso se non in accordo con i medici. “Qualora ce ne fosse bisogno e sempre sotto controllo medico – spiega Panigada – andrebbe ridotta la terapia antipertensiva, riducendo il dosaggio dei farmaci stessi e in caso di politerapia, eliminando alcune molecole, in particolar modo i diuretici. In alcuni casi nei pazienti con ipertensione notturna, se necessario ma sempre sotto controllo medico, andrebbe spostata l’assunzione delle medicine alla sera anziché di giorno”. Per la notte Panigada ricorda che dormire con le gambe sollevate su di un cuscino, è una buona abitudine perché il caldo estivo, rallentando la circolazione favorisce il ristagno di liquidi negli arti inferiori causando abbassamenti di pressione. E la mattina è buona regola per chi soffre di ipertensione evitare di alzarsi velocemente dal letto. “Bisogna abituarsi a passare dalla posizione sdraiata a quella seduta – precisa la dottoressa – e dopo qualche istante, alla posizione eretta”.Punti fermi anche per gli ipertesi rimangono gli inviti a bere molta acqua (almeno 2 litri al giorno) per reidratarsi e contrastare la perdita dei liquidi e dei sali minerali con la sudorazione; a non esporsi direttamente ai raggi solari coprendosi il capo o riparandosi con l’ombrellone se al mare, e di non praticare sport o sforzi fisici nelle ore più calde della giornata (in particolare fra le 12.00 e le 17.00) per prevenire l’insolazione ed il colpo di calore; vestirsi in modo leggero per facilitare la termoregolazione; bagnarsi spesso con acqua fresca le mani, i polsi, le caviglie, i piedi, il viso, ed il collo; prediligere frutta e verdura di stagione (ricchi in acqua e potassio come le albicocche, i pomodori, i cetrioli, l’anguria, il melone e le banane), alimenti come latticini e frutta secca (ricchi di acqua, calcio, potassio e magnesio), preferire il consumo di pesce alle carni; eliminare gli alcolici, perché peggiorano la termoregolazione, aumentando la sudorazione che favorisce la disidratazione. (fonte: AUSL TOSCANA CENTRO)

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Dal codice genetico dei centenari la possibilità di una nuova terapia contro le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su sabato, 13 luglio 2019

Alcune persone vivono molto più a lungo della media, in parte anche grazie al loro DNA. Una ricerca tutta italiana mostra che potrebbe essere possibile replicare questo “dono genetico” anche per chi ne è sprovvisto. Si apre la strada ad un modello innovativo di terapia, capace di prevenire e combattere le malattie cardiovascolari attraverso un vero e proprio ringiovanimento dei vasi sanguigni.Lo studio, condotto dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), dall’I.R.C.C.S. MultiMedica di Sesto San Giovanni (MI) e dal Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria, Scuola Medica Salernitana dell’Università degli Studi di Salerno, con il sostengo di Fondazione Cariplo e Ministero della Salute, è stato pubblicato sul giornale scientifico European Heart Journal ed è incentrato sul gene che codifica la proteina BPIFB4. In passato lo stesso gruppo di ricerca aveva individuato una variante di questo gene, la cosiddetta LAV (“longevity associated variant”), che prevale nelle persone dalla vita particolarmente lunga, oltre i cento anni. Ora i ricercatori hanno inserito, attraverso un vettore virale, il gene LAV-BPIFB4 nel DNA di animali da laboratorio particolarmente suscettibili all’aterosclerosi e, di conseguenza, a patologie cardiovascolari.
“I risultati – dice Annibale Puca, coordinatore di un’équipe di ricerca presso l’Università di Salerno e presso l’I.R.C.C.S. MultiMedica – sono stati estremamente incoraggianti. Abbiamo osservato un miglioramento della funzionalità dell’endotelio (la superficie interna dei vasi sanguigni), una riduzione di placche aterosclerotiche nelle arterie e una diminuzione dello stato infiammatorio”.In altri termini, l’inserimento del “gene dei centenari” nei modelli animali ha provocato un vero e proprio ringiovanimento del sistema cardiocircolatorio. Lo stesso effetto positivo è stato ottenuto anche in laboratorio, questa volta non inserendo geni nelle cellule ma somministrando la proteina codificata dal gene LAV-BPIFB4 a vasi sanguigni umani.A questi dati sperimentali i ricercatori hanno quindi aggiunto un ulteriore studio condotto su gruppi di pazienti. Si è visto prima di tutto che ad un maggiore livello di proteina BPIFB4 nel sangue corrispondeva una migliore salute dei loro vasi sanguigni. Inoltre proprio i portatori della variante genetica LAV avevano livelli di proteina maggiori.“Questo studio – commenta Carmine Vecchione, Preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Salerno, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Ruggi D’Aragona di Salerno e Responsabile del Laboratorio di Fisiopatologia Vascolare dell’I.R.C.C.S. Neuromed – apre la strada alla possibilità di soluzioni terapeutiche basate sulla proteina LAV-BPIFB4. Naturalmente saranno necessarie ancora molte ricerche, ma pensiamo che sia possibile, somministrando la proteina stessa ai pazienti, rallentare i danni cardiovascolari dovuti all’età. In altre parole, anche se una persona non possiede quelle particolari caratteristiche genetiche che la rendono longeva, potremmo essere in grado di offrire lo stesso livello di protezione”.

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Tumori: terapia metronomica

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

Roma, 21 giugno 2019 ore 14-16 Ministero della Salute (Auditorium), Lungotevere Ripa 1 L’International School of Metronomic Chemotherapy ISMe®, con il patrocinio di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) organizza l’incontro “Terapia Metronomica in oncologia: l’alba di un nuovo giorno”. Interverrano, fra gli altri, Marina Elena Cazzaniga (presidente ISMe® e Direttore del Centro di ricerca Fase 1 della ASST di Monza), Andrea Camerini, Direttore Day Hospital Oncologia Ospedale Versilia – Azienda USL Toscana Nord-Ovest, Elisabetta Munzone, Vice Direttore Senior, Divisione di Senologia Medica all’istituto Europeo di Oncologia, Stefania Pedroli, Coordinatore Ricerca clinica presso il Centro di Monza e Olga Trevisi, Infermiera presso il Centro di ricerca Fase 1 della ASST di Monza.

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Diabete: Le innovazioni e le limitazioni della terapia

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 giugno 2019

In Italia sono oltre 3 milioni le persone con diabete di tipo 2, una malattia subdola – per molto tempo asintomatica – di cui si parla tanto ma si conosce poco nella vita reale. È una malattia cronica, invalidante, gravata da una costellazione di complicanze croniche e acute, che aumentano drammaticamente la morbilità e la mortalità nei diabetici rispetto alla popolazione senza la malattia. Rappresenta oggi un’emergenza globale: si calcola che nel mondo i diabetici accertati siano circa 425 milioni (1 adulto su 11) e sono almeno 212 milioni le persone affette da diabete non diagnosticato. Le proiezioni sul 2045 dicono che il numero degli over 65 diabetici è destinato a raddoppiare, con pesanti ripercussioni socio-sanitarie e assistenziali. “Nel diabetico il rischio di malattie cardiovascolari è triplicato, quello di insufficienza renale terminale è decuplicato, il rischio di amputazione aumenta fino a 20 volte”, spiega Sandra di Marco, UOSD Diabetologia, Asur Marche Area Vasta 4, Fermo. “Fortunatamente da alcuni anni disponiamo di nuove classi farmacologiche in grado di modificare la storia naturale della malattia attraverso una dimostrata azione di protezione cardio-renale, oltre ai benefici sul controllo glicemico, sul peso corporeo e sulla riduzione del rischio ipoglicemico. Si tratta in particolare dei farmaci ipoglicemizzanti noti come SGLT2-in e GLP-1 RA protagonisti di importanti studi clinici che hanno dato risultati sorprendenti sull’efficacia nella riduzione della mortalità cardiovascolare e la progressione della malattia renale cronica. Il paradigma terapeutico del diabete è radicalmente cambiato e le ultime linee guida propongono un approccio centrato sul paziente, personalizzato e soprattutto globale, vale a dire non limitato al controllo glicemico ma esteso a tutte le componenti del rischio cardiovascolare, per la prevenzione delle complicanze micro e macrovascolari e la riduzione della mortalità, legate al diabete”.“In Italia la prescrivibilità e rimborsabilità degli antidiabetici di nuova generazione è condizionata dalle normative AIFA”, continua Carla Greco, Medico in formazione specialistica in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Università di Modena e Reggio Emilia, “e negli ultimi anni si sono susseguite diverse novità legislative relative ai trattamenti con questi farmaci che hanno superato alcune limitazioni. Al momento purtroppo rimangono ancora alcuni limiti soprattutto per le associazioni farmacologiche, pur in presenza di molte evidenze scientifiche. Ad esempio non è ancora rimborsabile l’associazione di DPP4-i e SGLT2-in che rientrerebbe nell’ottica di una precoce intensificazione terapeutica che permette di agire su differenti meccanismi patogenetici alla base del diabete. I DPP4-i favoriscono la secrezione insulinica ed inibiscono quella di glucagone in modo glucosio-dipendente, mentre gli SGLT2-in riducono la glicemia per effetto della riduzione della soglia di riassorbimento tubulare di glucosio. Proprio i distinti meccanismi d’azione delle due classi di farmaci, risultando complementari se non addirittura potenzialmente additivi, forniscono la base per un efficace uso combinato”.
“Un punto fondamentale di discussione, considerate le stime di prevalenza del diabete nei prossimi anni, è quello sull’utilità e le più idonee modalità di attuazione di programmi di screening del diabete di tipo 2”, conclude Antonia Elefante, UOC Malattie Endocrine e del Metabolismo, Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo, Potenza. “ Il test di screening nelle persone a rischio, ad es. in età avanzata, obesi, con pregresso diabete gestazionale o con familiarità, non deve essere uno strumento fine a sé stesso, ma deve rappresentare un momento per istruire la popolazione sulle modifiche dello stile di vita in modo da ridurre la classe di rischio e dovrebbe essere ripetuto a distanza di 3 anni se negativo. Le persone con diabete di tipo 2 devono affrontare un cambiamento legato all’introduzione di stili di vita più sani – alimentazione e movimento – che sembrano di facile attuazione ma la realtà dice l’esatto opposto: forse anche su questo bisognerebbe lavorare di più”.

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Malattia di Huntington: i nuovi approcci terapeutici al Convegno di Palm Springs

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 aprile 2019

Palm Springs. Biomarcatori per il monitoraggio della terapia, modelli terapeutici innovativi e il ruolo dei pazienti all’interno del processo di ricerca: sono tre i messaggi chiave emersi al termine della 14° Conferenza Annuale organizzata dalla CHDI Foundation sulla malattia di Huntington. La malattia di Huntington è una rara malattia neurodegenerativa più diffusa di quanto si immagini. Infatti, in Europa e negli USA, la frequenza è stimata in 10-14 casi per 100.000 abitanti. Nel nostro Paese, la frequenza, anche se sottostimata, si aggira intorno agli 11 casi per 100.000 persone. Quindi, calcoliamo di avere circa 6.000-6.500 persone malate solo in Italia, ma trattandosi di una malattia genetica dominante, le persone a rischio di ereditare la mutazione salgono a 30.000-40.000.
Da un punto di vista patologico, la malattia di Huntington si contraddistingue per la perdita dei piccoli neuroni spinosi nel caudato e nel putamen, le strutture che formano lo striato, la parte più profonda del cervello. Ciò determina la peculiare coincidenza di sintomi motori, cognitivi, funzionali e comportamentali. Tuttavia è stato osservato anche un danno a livello della corteccia fronto-temporale e della sostanza bianca, per cui i ricercatori stanno indagando attentamente l’alterazione delle connessioni cerebrali deputate ai processi di comunicazione tra le varie parti del cervello. “Ciò che sta emergendo è che, specie in fase pre-sintomatica, bisogna cercare biomarcatori delle alterazioni della sostanza bianca, la sostanza isolante posta intorno ai prolungamenti nevosi che permettono all’impulso di essere trasmesso da una parte all’altra dell’encefalo”.
“Il secondo messaggio lanciato durante il Convegno ruota intorno all’enorme sforzo che ricercatori e industria farmaceutica stanno compiendo per abbassare i livelli di huntingtina tossica” – continua Squitieri – “E questi sforzi sono legati in parte a farmaci antisenso, come quelli proposti da Roche e Wave Life Sciences, e in parte ad altre nuove tecnologie”. Roche e Wave Life Sciences, infatti, stanno studiando l’efficacia di farmaci antisenso somministrabili attraverso una infiltrazione intratecale direttamente nel liquor allo scopo di ridurre i livelli di huntingtina. Il farmaco di Roche lo fa in maniera non selettiva, cioè abbassando i livelli sia di huntingtina tossica che di quella normale, ereditata dal genitore sano. Quello di Wave Life Sciences concentrandosi prevalentemente su quella tossica. “Oltre a ciò sono emerse altre tre strategie che non sono ancora in fase avanzata di sperimentazione clinica ma che risultano promettenti” – afferma Squitieri – “Una di queste è condotta da UniQure ed è una terapia genica in senso stretto perché sfrutta un vettore virale per veicolare un gene che codifica per un frammento di micro RNA (miRNA), il quale rappresenta una sonda complementare all’RNA dell’huntingtina a cui si lega in maniera specifica e selettiva, riducendone così i livelli.
L’ultimo, ma non meno importante, aspetto legato alla malattia sottolineato al Convegno di Palm Springs è legato al ruolo dei pazienti e alla profonda necessità di coinvolgerli in maniera attiva, favorendo la raccolta di informazioni che derivino proprio dai malati prima ancora che dai modelli di malattia. “La cosa più semplice è partecipare allo studio ENROLL-HD, il più grande studio di ricerca osservazionale al mondo e che vede la Fondazione LIRH in un ruolo protagonista per numeri e qualità dei dati raccolti” – chiarisce D’Alessio – “Chi partecipa mette a disposizione dei ricercatori dati e informazioni sulla propria patologia e sulla propria salute, oltre che campioni biologici di vario tipo. È davvero importante donare il proprio tempo e partecipare ai programmi di ricerca anche di semplice osservazione clinica e bioogica, non solo quelli interventistici, perché questi rappresentano proprio la base per focalizzare meglio l’approccio terapeutico nelle sperimentazioni terapeutiche future”. Per partecipare ad ENROLL-HD basta chiamare al numero verde LIRH 800.388.330

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Terapia nutrizionale nel paziente oncologico?

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 marzo 2019

Negli ultimi anni è diventato chiaro, anche grazie a studi italiani e internazionali, come adeguati interventi nutrizionali aumentino tolleranza e outcome dei trattamenti oncologici e migliora la qualità di vita.“E’ di difficile comprensione come mai la valutazione nutrizionale dei malati di tumore (che in oltre il 50% dei casi già al momento della diagnosi mostrano una perdita di peso del 5% secondo lo studio italiano PreMio) sia considerata facoltativa e lasciata alla buona volontà di qualche oncologo preparato se non proprio illuminato” commenta il Prof. Maurizio Muscaritoli Presidente SINuC.“Ed è ancor più sorprendente che in alcuni casi l’opportunità di avviare il paziente ad uno screening nutrizionale non sia parte di una buona pratica consolidata, ma affidata a personale non medico. Situazione aggravata dal fatto che sul territorio sembrano esistere 20 sistemi sanitari che non garantiscono uniformità degli standard di prestazione. Ma se è vero che un paziente su 5 non sopravvive alle cure oncologiche a causa delle conseguenze della malnutrizione ecco che si configura un vero e proprio paradosso” prosegue Muscaritoli. La malnutrizione calorico-proteica (MCP) infatti è un processo reversibile e mette il paziente nelle condizioni di affrontare la malattia nelle migliori condizioni possibili, aumentando le probabilità di sopravvivenza. Il percorso metabolico nutrizionale nel resto del mondo viene avviato parallelamente alla diagnosi di tumore e ne rappresenta un tassello fondamentale. Lo screening e la valutazione dovrebbe essere eseguito entro quattro settimane dalla diagnosi (se non addirittura alla prima visita oncologica). Contestualmente all’elaborazione del piano terapeutico e della terapia di prima linea (chirurgia, chemio o radio) andrebbe studiato il piano nutrizionale di primo livello che può prevedere la prescrizione di supplementi orali. La rivalutazione periodica è un altro tassello fondamentale che segue la progressione delle terapie e il loro andamento: le cure infatti, ancorché necessarie, possono avere effetti diretti su appetito e capacità di alimentarsi. In una percentuale variabile di casi possono essere messi in atto interventi nutrizionali avanzati: uso di nutrienti specifici, nutrizione enterale o parenterale. “Va detto che esiste ancora un forte pregiudizio e l’idea che la nutrizione artificiale sia associata a malattie terminali e fine vita” prosegue il Prof. Muscaritoli “al contrario, deve essere considerata una terapia salvavita e temporanea”.La valutazione nutrizionale è un percorso a tappe che prevede l’utilizzo di strumenti e scale per lo screening (NRS-2002, MST, MUST ecc.) oltre a regolari annotazioni sulla cartella clinica di altezza, peso, Indice di Massa Corporea, variazioni del peso e apporto nutrizionale. In caso di screening anomalo si passa all’analisi della massa muscolare, test che analizzano la performance e la forza fisica, valori di infiammazione secondo la Scala di Glasgow ed esami ematici in funzione sia dell’apporto nutrizionale che dei sintomi correlati alla malattia o alla terapia e che possono influenzare l’alimentazione (come la presenza di disfagia, nausea, disturbi digestivi sino all’anoressia). E’ a questo punto che è possibile determinare il fabbisogno energetico e/o proteico per stabilire l’intervento più adatto: dieta, supplementi orali, nutrizione enterale o parenterale.

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Rene policistico e terapia nutrizionale

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 marzo 2019

La Terapia Nutrizionale è un aspetto cruciale del trattamento del rene policistico, eppure la maggior parte degli studi sono concentrati sull’approccio farmacologico per rallentare la progressione della malattia. Il rene policistico dell’adulto, che si indica anche con la sigla ADPKD, è una delle malattie genetiche più comuni con un’incidenza di 1 su 1000 La malattia renale policistica autosomica dominante (Autosomal Dominant Polycystic Kidney Disease, ADPKD), è la più comune forma di malattia renale cistica e rappresenta, nel mondo, la causa di malattia renale cronica terminale nel 7-10% dei pazienti. I pazienti sviluppano cisti in entrambi i reni che aumentano in numero e dimensioni durante la vita fino a causare la perdita totale di funzionalità renale. Ne esistono due forme: il tipo I, causato da mutazioni del gene PKD1, che codifica per la policistina-1, è la forma più diffusa ed aggressiva e colpisce soggetti giovani; il tipo II è causato da mutazioni del gene PKD2 che codifica per la policistina-2 e rappresenta il 10-15% dei casi, ad evoluzione più lenta e ad esordio in età adulta. Lo studio italiano da poco pubblicato su Journal of Nephrology ha analizzato l’impatto sulla dimensione delle cisti e la progressione della patologia di 5 fattori nutrizionali.
“L’obiettivo primario è diminuire la dimensione delle cisti la cui crescita contribuisce alla distruzione del tessuto renale nel 50% dei pazienti sopra ai 50 anni” sottolinea il Dottor Biagio Di Iorio, Direttore UOC di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale “A. Cardarelli” di Napoli, Moderatore della sessione dedicata alla Nutrizione Clinica nell’ambito del Congresso Internazionale di Cardionefrologia di Roma. “La gestione dell’assunzione di acqua è un elemento fondamentale della strategia terapeutica, semplice e senza effetti collaterali ma non sempre accettata dai pazienti, soprattutto quelli più anziani che presentano una riduzione fisiologica del senso della sete. L’obiettivo è tentare di sopprimere la produzione di ormone antidiuretico (vasopressina) e la conseguente formazione di due enzimi che inducono la crescita delle cisti. Uno studio di Nagao ha osservato che aumentando l’apporto di idrico di 3.5 – 8.2 volte in 10 settimane si otteneva una riduzione del 29,8%-27% del volume dei reni (in modelli animali), una diminuzione dal 54 al 28% del rapporto rene/peso del corpo e una diminuzione dell’urea (un parametro di funzionalità renale) da 38 a 26 mg/dl. Possiamo dire che l’idratazione può essere utile nelle prime fasi della malattia e quando siano presenti calcoli renali, eventualità in cui la cosiddetta terapia ‘idropinica’ è ormai consolidata, mentre per l’effetto sulla dimensione delle cisti saranno necessari ulteriori studi. Meglio allora puntare sulla riduzione del sodio: nello studio HALT-PKD la riduzione dell’apporto di sale a meno di 2.4 g/giorno ha mostrato una riduzione della crescita del volume renale. Inferiori quantità di sale hanno effetti sulla vasopressina analoghi a quelli ottenibili aumentando l’apporto idrico. “Il fosforo è un altro elemento chiave: nonostante non ci siano evidenze che l’intake abbia effetti sulla progressione della malattia, sembra però influenzare la mortalità. Livelli di 3-4.6 mg/dl erano correlati ad una mortalità dell’8% contro il 34% di quelli con livelli di 4.6-5.5 mg/dl e il 58% di decessi nel gruppo con quantità tra 5.5 e 6.8 mg/dl anche a causa dell’impatto sul sistema cardiovascolare. Una dieta troppo ricca di proteine animali favorisce la progressione verso la malattia renale cronica terminale” afferma il Dottor Luca Di Lullo, Responsabile Scientifico del Congresso di Roma. Altri studi stanno indagando gli effetti di una moderata restrizione calorica (tra il 10 e il 40%) sfruttandone il potere antinfiammatorio: la diminuzione del 23% dell’apporto calorico ha mostrato di diminuire la dimensione dei reni dal 41 al 151% del gruppo di controllo e la proliferazione delle cisti renali è stata del 7,7% rispetto al 15,9% di quelli che non erano stati assegnati al gruppo della restrizione.In generale una dieta a basso contenuto di sodio e proteine animali, e ad alto contenuto di verdure, frutta e acqua è consigliabile e fa parte di una strategia che può essere seguita senza effetti collaterali specialmente nelle prime fasi. Nonostante non possa modificare l’ evoluzione della malattia, la terapia nutrizionale consente di limitare le complicazioni e migliorare la qualità dei vita allontanando il momento di sottoporsi a trattamenti sostitutivi della funzionalità renale (vedi dialisi).

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Terapia medico nucleare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 dicembre 2018

Le Associazioni Italiane di Fisica Medica (AIFM) e Medicina Nucleare (AIMN), hanno presentato al Ministero della Salute il Documento di Consenso Intersocietario “Terapia medico nucleare: Ottimizzazione su base dosimetrica ai sensi della Direttiva Europea 2013/59/Euratom”. L’introduzione di nuovi radio-farmaci, i progressi scientifici e tecnologici degli ultimi 20 anni, e la Direttiva Europea 2013/59/Euratom rendono oggi inadeguata una terapia medico nucleare basata sulla posologia fissa, e spingono verso un’ottimizzazione personalizzata basata sulla dosimetria. Il presente documento affronta queste tematiche specifiche, differenziando tra le molteplici terapie medico nucleari possibili: paziente adulto o pediatrico, tumori della tiroide non metastatici e metastatici, del fegato, neuroendocrini, linfomi, metastasi ossee, della prostata, ipertiroidismo. In base alla richiesta della Direttiva, ciascuna terapia viene classificata come standardizzata o non standardizzata in base al livello di complessità del tipo di patologia e terapia, del processo di ottimizzazione relativo e dei rischi connessi.Inoltre, assoluta novità e valore aggiunto del documento, rispetto alla Direttiva stessa, è che per ciascun trattamento, viene definito se la dosimetria sia raccomandata oppure opzionale e, dove raccomandata, viene proposto un approccio sistematico, individualizzato e ottimizzato su base dosimetrica alla terapia, simile a quello utilizzato nella radioterapia oncologica, in base al bilancio tra il costo (inteso in termini non solo economici, ma di impegno di risorse in generale) – e il beneficio atteso. Si auspica altresì che, questo ulteriore contributo, sia da stimolo per concludere al più presto la trasposizione della direttiva, recepimento che avrebbe dovuto essere compiuto dagli stati membri entro il 6 febbraio 2018.

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Terapia fotodinamica: la luce che guarisce

Posted by fidest press agency su martedì, 9 ottobre 2018

La terapia fotodinamica è una metodica non invasiva utilizzata per il trattamento di carcinomi cutanei o di forme precancerose, come le cheratosi attiniche, alcune forme di carcinoma basocellulare e la malattia di Bowen, e si basa sull’utilizzo di una sostanza che, posta sotto una specifica fonte luminosa, si attiva provocando la morte delle cellule tumorali bersaglio. Complessivamente questi tumori colpiscono ogni anno più di 1 milione di italiani. Tra le sostanze fotosensibilizzanti, il metil-aminolevulinato può essere utilizzato sfruttando come fonte di irradiazione sia una lampada a luce rossa (terapia fotodinamica convenzionale), usata in Italia da oltre 10 anni, sia oggi, la luce solare (terapia fotodinamica in daylight).
La terapia fotodinamica che presenta notevoli vantaggi per il paziente, tra cui la più bassa frequenza e più lieve intensità degli effetti collaterali rispetto alla convenzionale, sarà oggetto di aggiornamento in occasione del congresso della SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, “Presente e futuro della terapia fotodinamica”, a Brescia il 5 e 6 ottobre, con il contributo non condizionato di Galderma.
«Una classica applicazione della terapia fotodinamica – spiega Piergiacomo Calzavara Pinton, Presidente SIDeMaST – è il trattamento delle cheratosi attiniche. Una crema contenente metil-aminolevulinato, che viene trasformato dalle cellule tumorali in protoporfirina IX, si attiva quando viene irradiata dalla luce, lampada a raggi rossi o sole, e provoca l’apoptosi delle cellule tumorali e quindi la regressione delle lesioni trattate. I dati di incidenza delle cheratosi attiniche nella popolazione italiana sono scarsi, ma si può osservare che è più alta negli uomini ed aumenta con l’aumentare dell’età. Considerato che tali lesioni sono strettamente dipendenti dall’esposizione solare, chi passa molto tempo all’aria aperta per motivi professionali, ad esempio, vigili, lavoratori edili, giardinieri, bagnini, o chi pratica sport all’aria aperta è da considerarsi un soggetto a maggior rischio. Le cheratosi attiniche sono classificate come tumori della pelle e per questo il trattamento tempestivo sia delle lesioni sia nelle zone circostanti, il cosiddetto campo di cancerizzazione, è importante per evitarne la progressione in forme tumorali più invasive. Esistono diversi trattamenti per eliminare le cheratosi attiniche, quali terapie ablative, trattamenti farmacologici topici e la terapia fotodinamica. Le terapie ablative consentono di trattare solo le lesioni visibili, mentre gli altri due approcci consentono di trattare anche la cute circostante, prevenendo l’insorgenza di nuove lesioni o di recidive. Di recente, oltre alla terapia fotodinamica convenzionale è disponibile anche la terapia fotodinamica in daylight, che offre un’efficacia simile nel trattamento delle cheratosi, ma con maggiori vantaggi. La terapia fotodinamica in daylight consente una migliore esperienza di trattamento, secondo quanto dichiarato da chi l’ha già provata. Le sessioni risultano infatti più brevi, il dolore associato al trattamento è quasi assente o lieve e ha minori effetti collaterali rispetto alla terapia convenzionale, con una maggiore soddisfazione e aderenza al trattamento». Oltre all’ambito oncologico, la terapia fotodinamica può essere utilizzata anche per altre condizioni dermatologiche.

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Dupuytren: a Boston il punto sulla terapia con collagenasi

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 settembre 2018

Boston, Stati Uniti. Si torna a parlare di malattia di Dupuytren e del trattamento non chirurgico con collagenasi di Clostridium histolyticum. Il tema è stato scelto come momento di dibattito e confronto tra specialisti di tutti i Paesi, in occasione del 73° Congresso della American Society for Surgery of the Hand (ASSH). A proporlo, la Società Italiana di Chirurgia della Mano (SICM) ospite d’onore internazionale di questa edizione.
In una tavola rotonda si sono confrontati i maggiori esperti di questa malattia per discutere degli straordinari risultati clinici ottenuti in questi anni grazie all’utilizzo della collagenasi. Si tratta di Marie Badalamente e Lawrence Hurst, inventori della terapia, di Giorgio Pajardi e Chiara Parolo, rispettivamente Direttore e chirurga della mano del reparto di Chirurgia e Riabilitazione della Mano dell’Ospedale San Giuseppe, Università degli Studi, Gruppo MultiMedica di Milano, di Bruno Battiston, Presidente SICM, e degli specialisti Franco Bassetto e Cesare Tiengo (Padova), Maddalena Bertolino (Torino) e Nicola Felici (Roma).
La malattia di Dupuytren, è una patologia cronica e progressiva, che provoca la comparsa di noduli nella fascia palmare. Questi, progressivamente, formano un cordone fibromatoso sottocutaneo che si dispone sopra i tendini, causando la flessione permanente e progressiva di una o più dita, con conseguente rigidità articolare. La collagenasi di Clostridium histolyticum è un enzima che permette, con una sola iniezione, di rompere la membrana di collagene provocata dalla malattia di Dupuytren, ripristinando la funzionalità della mano in tempi brevi.
Il professor Pajardi e la dott.ssa Parolo, tra i maggiori esperti italiani di questo trattamento, hanno seguito e coordinato la fase sperimentale d’ingresso in Italia della collagenasi per il trattamento del Dupuytren. L’Ospedale San Giuseppe è stato il Centro coordinatore della sperimentazione e ha raccolto dal 2010 un’importante casistica (oltre 2.200 persone) di pazienti trattati con collagenasi.

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Appropriatezza terapeutica e personalizzazione del trattamento con Vitamina D

Posted by fidest press agency su domenica, 16 settembre 2018

Se n’è parlato alla “Second International Conference on Controversies in Vitamin D”, summit globale, organizzato sotto l’egida del Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group (GIOSEG) che ha coinvolto oltre trenta dei massimi esperti a livello mondiale in una tre giorni scientifica interamente dedicata all’ormone del sole. Gli esperti, riunitisi a Monteriggioni (Siena), attraverso l’analisi dei più recenti studi scientifici e il confronto sull’esperienza clinica hanno condiviso e discusso ogni aspetto rilevante della Vitamina D – dosaggi, somministrazione, effetti scheletrici ed extrascheletrici – con l’obiettivo di raggiungere un consenso sulle questioni ancora aperte, proseguendo così il lavoro iniziato l’anno scorso alla prima edizione del Meeting. “Questo Summit rappresenta la naturale evoluzione di quanto abbiamo iniziato nel 2017 a Pisa – dichiara il Professor Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano, Presidente GIOSEG e Coordinatore del Comitato Scientifico del ‘Second International Conference on Controversies in Vitamin D’- un percorso che sta iniziando a dare risposte a tutte quelle domande cruciali per noi specialisti, la nostra pratica clinica e soprattutto per i pazienti, data l’importanza che la Vitamina D riveste per il loro benessere”. La Vitamina D, sintetizzata principalmente dalla cute attraverso l’esposizione solare, aiutando l’organismo ad assorbire il calcio è essenziale nella salute dell’osso, una sua carenza può quindi comportare una ridotta mineralizzazione ossea e l’insorgenza di osteoporosi e rachitismo. Trattandosi di un ormone, tuttavia, è necessario eseguire una corretta anamnesi del paziente per accertarne il deficit, eventualmente ricorrendo al test nei soggetti che presentano particolari condizioni di rischio e successivamente intervenire in maniera adeguata. “Appropriatezza terapeutica e personalizzazione della cura devono essere le parole chiave nel trattamento di un paziente con ipovitaminosi D – afferma Giustina – In primo luogo è fondamentale accertare il deficit e procedere con la somministrazione di colecalciferolo solo in quei pazienti che ne hanno reale necessità; in secondo luogo la somministrazione va modulata ad personam, in base alle caratteristiche del singolo individuo. Aspetti fisiologici – come una scarsa esposizione solare dovuta ai cambiamenti negli stili di vita – aspetti parafisiologici – invecchiamento o gravidanza, condizioni naturali in cui la carenza di vitamina D può intaccare la salute dell’osso (anche del feto) – e aspetti patologici concomitanti – celiachia, obesità o diabete e terapie croniche come quella cortisonica che limitano o influenzano l’assorbimento, la sintesi e all’azione della vitamina D – sono tutti elementi fondamentali da considerare quando si va a prescrivere una terapia di supplementazione. Il nostro compito è quello di promuovere una cultura dell’appropriatezza per evitare sia l’inefficacia della somministrazione sia l’insorgere di possibili effetti collaterali sia per un’ottimizzazione delle risorse”.
Gli argomenti affrontanti durante la ‘Second International Conference on Controversies in Vitamin D’ saranno oggetto di pubblicazioni scientifiche destinate agli specialisti con l’obiettivo di continuare a fare importanti passi avanti su un terreno sempre più condiviso, nonostante l’ambito così controverso, a vantaggio della pratica clinica e del benessere dei pazienti.

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Il nostro organismo è come una grande orchestra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

Se presenta delle stonature esse vanno di certo corrette ma non si può non tenere da conto che parliamo di una musicalità che si esprime con molti strumenti e che essi sono diretti da un solo uomo: il direttore dell’orchestra.
Ma vi è anche qualcosa d’altro d’aggiungere a proposito di malati, malattie e medici. Credo che in un Congresso FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti) fu affrontato un tema di certo che ci fa riflettere. Si parlò, tra l’altro, del come un giovane medico può trovarsi ad affrontare durante un turno di notte di guardia.
Uno dei temi discussi nell’assise congressuale ha riguardato l’eventualità che il medico si possa trovare davanti alla necessità di utilizzare una terapia anticoagulante nel caso di una trombosi venosa profonda, situazione assai frequente, potenzialmente molto impegnativa perché può mettere a repentaglio la vita di una persona. In caso citato non è stato casuale poiché la terapia non sempre è possibile praticarla dal medico del pronto soccorso e ciò, ovviamente, gli impedisce d’usare un’arma proprio in quelle situazioni d’urgenza e d’emergenza che i casi richiedono.
La trombosi venosa profonda, come si sa, è la formazione di un coagulo di sangue all’interno di una vena profonda del corpo, che causa un’ostruzione parziale o completa al flusso del sangue. La complicanza più temuta di questa condizione è l’embolia polmonare, un’evenienza che si verifica quando un frammento di trombo si stacca e passa in circolo, per andarsi a fermare a livello delle arterie polmonari.
La trombosi venosa profonda ha un’incidenza annuale di oltre 800.000 casi ed è responsabile di circa 100.000 morti/anno per embolia polmonare associata.
Eppure da qualche tempo il medico ha uno strumento in più nel proprio arsenale terapeutico, rappresentato dai Nuovi Anticoagulanti Orali – NAO, in particolare, il rivaroxaban.
“Ad oggi il farmaco, che oltre la trombosi venosa profonda prevede un’altra importante indicazione quale la prevenzione dell’ictus in pazienti affetti da Fibrillazione Atriale da assumersi in monosomministrazione giornaliera, è prescrivibile solo da un numero ristretto di specialisti, autorizzati dalle singole Aziende Ospedaliere, che sono gli unici abilitati alla prescrizione.
Per completezza d’informazione posso dire che il Congresso ha, inoltre, affrontato il tema delle forme di trombosi superficiali, complicanza di una patologia molto frequente, soprattutto nella popolazione femminile, quali l’insufficienza venosa. In questo caso il trattamento prevede la somministrazione di eparina per via sottocutanea per un periodo breve (4-5 settimane)”. Ma sono tutti i farmaci che rientrano nella competenza del cardiologo in specie nei casi d’emergenza a livello di pronto soccorso e persino durante il trasporto in ambulanza.
In questo non mancano le novità in campo farmacologico a prescindere da quanto può fare un medico di pronto soccorso. Penso, ad esempio a Medtronic che ha annunciato il lancio in Italia di Co-reValve Evolut R, l’innovativo sistema per la sostituzione transcatetere della valvola cardiaca (TAVI: Transcatheter aortic valve implantation), destinato ai pazienti con stenosi aortica severa. Il nuovo dispositivo è autoespandibile e ha ottenuto ad Agosto del 2014 il marchio di Conformità Europea (CE).
L’innovazione, ora disponibile con questa valvola, consiste in un miglioramento delle prestazioni e soprattutto in una maggior facilità d’inserimento. La valvola transcatetere di Medtronic è ora completamente ricatturabile (la valvola può essere reinserita nel catetere) e riposizionabile (la valvola può essere spostata al di sopra o al di sotto della sua collocazione iniziale) durante la fase d’inserimento. La possibilità di ricollocare la valvola in una posizione migliore costituisce un vantaggio significativo nella fase di impianto.
”La nuova tecnologia, che consiste nella valvola aortica transcatetere CoreValve Evolut R e nel nuovo catetere, è stata progettata per essere impiantata in maniera accurata ed efficace al primo tentativo. Inoltre il sistema è dotato di una speciale guaina che, grazie al suo profilo pari a 14 Fr, è il più sottile attualmente disponibile e consente così di ridurre al minimo il rischio di gravi complicanze vascolari. La valvola aortica è una valvola unidirezionale che permette il flusso del sangue dal cuore a tutto l’organismo. (Servizio Fidest)

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Working Group Mammella di Alleanza Contro il Cancro

Posted by fidest press agency su domenica, 6 maggio 2018

È possibile ottenere, dalle alterazioni della cellula tumorale, elementi di predizione per lo sviluppo di terapie molecolari specifiche? Si può, in sostanza, con le conoscenze attuali, disegnare un identikit terapeutico preventivo per ciascun Paziente? Il Working Group Mammella di Alleanza Contro il Cancro, la più grande rete di ricerca oncologica italiana fondata nel 2002 dal Ministero della Salute, concentra la maggior parte dei propri sforzi in questa direzione.«Lo studio in corso e condiviso tra 16 dei 23 Istituti che formano ACC – spiega Lucia Del Mastro, segretaria del WG basato all’ospedale policlinico IRCCS San Martino di Genova – si focalizza su un sottotipo tumorale in cui oggi è più difficile raggiungere una percentuale di guarigioni elevata. Il nostro obiettivo è individuare marcatori predittivi di risposta per personalizzare il trattamento terapeutico».Nel mirino dei ricercatori il carcinoma mammario «triplo negativo» per il quale, proprio per la sua «negatività» ai tre principali bersagli utilizzati per il trattamento delle altre forme di tumore della mammella (recettore degli estrogeni, dei progestinici e il recettore Her2) non esistono trattamenti specifici.Il percorso indicato da Del Mastro passa attraverso l’utilizzo di un oncochip (codice genetico costruito in laboratorio capace di individuare anomalie importanti nelle cellule tumorali) che servirà per individuare un pannello di geni le cui alterazioni possono essere sì responsabili della resistenza ai farmaci ma, al contempo, predittive della risposta a nuovi trattamenti biologici mirati, molto più efficaci e con una percentuale di tossicità estremamente inferioreOltreché nelle competenze dei ricercatori e dei clinici che lo compongono, la forza del WG Mammella, come per tutti gli altri di ACC, sta nella consistenza dei numeri: «I casi trattati ogni anno dalle 16 strutture che afferiscono al WG – spiega Dal Mastro – sono circa 10 mila, un numero molto elevato rispetto all’incidenza nazionale della neoplasia. Il lavoro in rete ci consente una maggiore speditezza e più elevate probabilità di successo nella ricerca di nuove soluzioni terapeutiche». Responsabile pre-clinico del WG è Maria Grazia Daidone dell’INT di Milano mentre il coordinatore clinico è Marco Colleoni dell’IEO, sempre del capoluogo lombardo. Circa una donna su otto, nel corso della sua vita, sviluppa un tumore della mammella. Soltanto in Italia, lo scorso anno, ne sono stati diagnosticati oltre 50 mila nuovi casi (+ 500 negli uomini). «È la neoplasia più frequentemente individuata nelle donne e l’età media di insorgenza si attesta intorno ai 60 anni. Va parallelamente annotata – aggiunge ancora Del Mastro – una progressiva riduzione della mortalità legata sia alla possibilità di diagnosi precoce sia ai miglioramenti terapeutici, siano essi chemioterapici, endocrini o biologici. In particolare, negli ultimi 15 anni, l’applicazione di questi trattamenti dopo l’intervento ha innalzato la quota delle Pazienti lungo sopravviventi (a 5 anni) dall’81% all’85%. In questo senso l’Italia detiene uno dei tassi più elevati a livello europeo».

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Neuromielite ottica: terapia finalmente disponibile per tutti i pazienti

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 dicembre 2017

occhio umanoL’AIFA ha, infatti, autorizzato l’inserimento di Rituximab, la terapia più frequentemente utilizzata per questa patologia, nella lista 648 dei farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale, grazie all’iniziativa della Farmacia e della Clinica Neurologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova. A darne l’annuncio il Presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN) e Direttore della Clinica Neurologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova – Prof. Gianluigi Mancardi – “Siamo molto soddisfatti del traguardo raggiunto. Finora in Italia l’uso di Rituximab era off label e non era disponibile in tutti gli ospedali;questo ha provocato una disparità di trattamento tra i pazienti. Da oggi, finalmente, la situazione cambierà e il farmaco sarà totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale”.La Neuromielite Ottica è una patologia infiammatoria demielinizzante del sistema nervoso centrale che fa registrare una prevalenza di 1-8 casi ogni 100.000 abitanti. Colpisce ambedue i sessi ed ha un decorso frequentemente aggressivo che può portare a grave disabilità a pochi anni dall’esordio.
Si tratta di una malattia più invalidante della Sclerosi Multipla che compromette la vista fino a portare alla cecità; interessa, inoltre, il midollo spinale con conseguente perdita dell’uso degli arti inferiori.È dovuta alla presenza di anticorpi diretti contro un antigene astrocitario, l’acquaporina 4, che scatenano una reazione autoimmunitaria che distrugge la mielina, la sostanza che costituisce il rivestimento delle fibre nervose, che ha una funzione non solo protettiva ma anche isolante nei riguardi della conduzione dello stimolo nervoso.
Fino a qualche anno fa non esistevano terapie per la cura della Neuromielite Ottica ma oggi, in tutto il mondo, viene utilizzato Rituximab, anticorpo monoclonale diretto contro i linfociti B; si tratta di un farmaco molto efficace che, se somministrato tempestivamente, permette un buon recupero delle funzioni nei pazienti e un parziale controllo della malattia. Analoga soddisfazione viene espressa dal Prof Francesco Patti, della Clinica Neurologica di Catania, coordinatore del Gruppo di studio della SIN sulla Sclerosi Multipla. “ La Neuromielite Ottica è una malattia molto vicina alla Sclerosi Multipla, con alcune somiglianze ma con un decorso più invalidante, ed ora abbiamo finalmente un farmaco a disposizione che permette di affrontarla adeguatamente”.

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