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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

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Farmaci antipertensivi protettivi sugli anziani fragili. I risultati di uno studio italiano

Posted by fidest press agency su martedì, 23 giugno 2020

Seguire in modo regolare la terapia antipertensiva aiuta anche gli anziani più fragili (dai 65 anni in su), specie i più sani, a vivere più a lungo, secondo uno studio pubblicato su Hypertension. «Pur sapendo che i farmaci per la pressione sono protettivi negli anziani, ci siamo concentrati sul fatto che lo fossero anche nei più fragili con comorbilità multiple, di solito esclusi dagli studi controllati» esordisce Giuseppe Mancia, autore principale dello studio e professore emerito all’Università di Milano-Bicocca.
I ricercatori hanno esaminato i dati di quasi 1,3 milioni di persone residenti in Lombardia di età pari o superiore a 65 anni (età media 76 anni) che hanno ricevuto 3 o più prescrizioni di farmaci antipertensivi tra il 2011 e il 2012. Gli autori hanno poi messo a confronto la storia clinica di circa 255.000 persone decedute durante il follow-up di 7 anni con una popolazione di controllo corrispondente per età, genere e stato di salute, suddividendo le coorti in quattro gruppi: buona salute, media, scadente o molto scadente. A conti fatti la probabilità di morte nell’arco di 7 anni è risultata essere del 16% nel gruppo in buona salute, aumentando progressivamente fino al 64% nei pazienti in pessime condizioni. Ma non solo: rispetto ai partecipanti con scarsa aderenza alla terapia (meno del 25% del tempo di trattamento), gli anziani con aderenza elevata (oltre il 75%) avevano rispettivamente il 44% o il 33% in meno di probabilità morire a seconda che fossero in buona o cattiva salute. Un modello simile è stato osservato con i decessi cardiovascolari: il più grande beneficio di sopravvivenza è stato tra le persone in buona salute, e il più modesto tra coloro in cattiva salute.
«I nostri risultati suggeriscono che anche negli anziani fragili il trattamento antiipertensivo riduce il rischio di morte, sebbene in questo gruppo i benefici potrebbero essere minori. Ma questi dati mostrano anche l’importanza di incoraggiare i pazienti a seguire la cura in quanto l’aderenza è fondamentale per ottenere benefici sullo stato di salute» conclude Mancia. (fonte: doctor33)

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Acmella oleracea un alleato per la terapia del dolore

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

Acmella oleracea è una pianta erbacea, a fiore giallo o rosso della famiglia delle Asteraceae, nativa del Brasile, dove è chiamata jambu. Il fiore di Acmella è anche noto come “pianta del mal di denti” ed è utilizzato tradizionalmente, insieme ad altre parti della pianta, per trattare il dolore orale. Le proprietà analgesiche sono riferite principalmente all’azione dello spilantolo, un’isobutilammide in grado di promuovere un’azione anestetica locale. Le proprietà analgesiche, antinfiammatorie ed antiossidanti della pianta sono comunque attribuite ad un’ampia varietà di composti come fitosteroli, fenoli e, appunto, alcamidi.
Lo studio di Rondanelli e coll. (2020) rivede la letteratura disponibile sulle proprietà terapeutiche di A. oleracea e i risultati di 99 studi condotti in vitro e in vivo confermano le attività antinfiammatorie ed antiossidanti delle parti aeree della pianta. In particolare, gli effetti analgesici sono correlati all’inibizione della sintesi delle prostaglandine, all’attivazione dei sistemi serotoninergico e GABAergico, incluso il coinvolgimento dei recettori degli oppioidi, e alla significativa diminuzione dei livelli di interleuchine e TNF-alfa. Inoltre, è risultato che A. oleracea eserciti attività anestetica attraverso il blocco dei canali del sodio (voltaggio-dipendenti).È interessante sottolineare come lo spilantolo sia paragonato a un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS), inibitore selettivo dell’enzima COX2, data la sua riportata capacità, ad esempio, di influenzare la produzione di ossido nitrico ed inibire la trascrizione dei principali mediatori proinfiammatori (NFkB, ATF4, FOXO1, IRF1). Infine, gli autori sottolineano come (in studi su Echinacea purpurea) le alcamidi siano state riportate in grado di interagire con i recettori dei cannabinoidi e come questo rappresenti un’ottima premessa per l’utilizzo anche di A. oleracea nel trattamento di varie patologie neuroinfiammatorie.Acmella oleracea potrebbe quindi essere un valido alleato per la gestione del dolore, soprattutto nelle malattie degenerative croniche, ma tutto ciò dovrà necessariamente trovare riscontro negli studi clinici. (by Valentina Maggini Università degli Studi di Firenze fonte: Fitoterapia33)

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Libro: Terapia del dolore sugli animali

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

Non è solo una scelta etica ma una necessità terapeutica nei soggetti in cui la patologia sia associata al dolore. Questo volume, che può essere considerato e utilizzato come un manuale, guida al riconoscimento e alla valutazione del dolore attraverso la semeiotica classica e le scale del dolore, fra cui anche le Grimace Scale. In questo lavoro nello specifico si esaminano gli aspetti fisiopatologici del dolore e si cerca di fornire al clinico delle chiavi di lettura semplici e intuitive sulle manifestazioni algiche. La finalità è quella di fornire ai veterinari e a tutte le figure che si interfacciano per motivi professionali con gli animali (biologi, ricercatori, ecc.) indicazioni sull’analgesia farmacologica e sugli analgesici utilizzabili in veterinaria: riconoscere il dolore e quantificare la sua intensità comportano per il veterinario clinico un ulteriore elemento semiologico che può indirizzarlo verso adeguate scelte farmacologiche, il cui scopo è quello di migliorare la qualità della vita dei soggetti in algia, sia questa acuta, cronica o oncologica.La parte farmacologica del volume, oltre a dare indicazioni sulla posologia, sulle interazioni e sulle controindicazioni dei principi attivi trattati, evidenzia, per le singole specie animali indicate, le potenzialità e i limiti delle molecole illustrate.Il volume si occupa degli animali da laboratorio, di quelli da reddito e d’affezione, ma anche di animali esotici nell’accezione più ampia del termine (invertebrati, anfibi, uccelli e pesci).
Marcello Vadacca veterinario specialista in Farmacologia Applicata, svolge la sua professione sui piccoli animali e su quelli da reddito. Da trent’anni si interessa del benessere degli animali da laboratorio e di fauna selvatica, in particolare dei chirotteri e degli aspetti sanitari ad essi collegati. Nel 2012 ha pubblicato un lavoro per il recupero della biodiversità zootecnica di due razze ovicaprine pugliesi. Ha al suo attivo numerose altre pubblicazioni su riviste scientifiche e di settore (Obiettivi e Documenti Veterinari, Spazio Rurale, Il Perito Agrario, ecc.).€ 17,00 – Edagricole di New Business Media srl Pagine 142 – formato 17 x 24 cm

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Al Bambino Gesù terapia gioco a distanza con lo “Smart clowning”

Posted by fidest press agency su sabato, 18 aprile 2020

Roma – Da quando e’ iniziata l’emergenza Coronavirus anche gli ospedali pediatrici sono stati costretti a sospendere nei loro reparti le attivita’ ludiche per i piccoli pazienti. Ma per non interrompere una quotidianita’ fatta anche di svago e divertimento, l’Associazione Andrea Tudisco Onlus, tra le prime in Europa, ha pensato di attivare una terapia del gioco a distanza, ribattezzata per l’occasione ‘smart clowning’, grazie alla quale i clown dottori, collegati da casa ad un pc, riescono ad interagire con i bambini ricoverati. Per ora l’iniziativa e’ stata attivata nel reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Bambino Gesu’ di Roma.
A raccontarlo all’agenzia Dire e’ Tric Trac, alias Ambrogio Scognamiglio, uno dei clown dottori dell’Associazione. “In questo momento di emergenza che ha investito il nostro Paese, con il lockdown totale – dice- non potevamo piu’ raggiungere fisicamente i bambini e le loro famiglie. Allora ci e’ venuta l’idea di attivare una piattaforma, grazie alla quale riusciamo a farci vedere dai bambini che sono collegati tramite tablet, pc o cellulari. Dalle nostre case allestiamo spazi con giochi ed ‘attrezzi’ del mestiere, ci travestiamo e trucchiamo come se dovessimo fare un intervento dal vivo, proponendo le stesse gag che facciamo nelle stanze degli ospedali. Ed e’ una novita’ assoluta, cosi’ lo e’ il periodo che stiamo vivendo. Non sapevamo che tipo di risposta emotiva e di coinvolgimento ci sarebbe stata dall’altra parte dello schermo, ma abbiamo visto che le emozioni positive continuano a generarsi anche a distanza, non solo nei piccoli pazienti che conosciamo perche’ purtroppo ricoverati da tempo in ospedale, ma anche in quelli nuovi”. Mantenere una quotidianita’ fatta di sorrisi e’ ancora piu’ importante per i bambini ricoverati negli ospedali. E spesso sono stati proprio loro a chiedere di poter rivedere i clown dottori. “Assolutamente si’- conferma Scognamiglio – Lo hanno chiesto i bambini ma anche i loro genitori. Dopo una prima fase di assestamento e’ stato fondamentale cercare di ricostruire quel ‘ponte’ tra noi e loro, perche’ non era il caso di far vivere a quei bambini un’ulteriore difficolta’. Per questo abbiamo pensato di attivare una nuova modalita’ di gioco, che sta funzionando e prendendo piede. Anche altre associazioni in Italia stanno pensando di fare lo stesso e ci fa molto piacere”.
Ma come cercate di ‘colorare’ le giornate di questi bambini? “Ci sono dei bambini in isolamento da molto tempo, prima del Coronavirus – fa sapere il clown dottore – perche’ sono immunodepressi oppure ricoverati in reparti particolarmente complessi come l’oncologia o la cardiochirurgia. Noi fondamentalmente cerchiamo di coinvolgerli con giochi, numeri di magia e gag divertenti che, anche se attraverso uno schermo, riescono comunque a generare emozioni positive. È importantissimo non far perdere ai bambini il contatto con la normalita’, con quello che avevano lasciato”. La routine e’ essenziale, dunque, soprattutto se si pensa al fatto che molti di questi bambini non possono da tempo neppure andare a scuola… “Certo – conferma Scognamiglio – Peraltro i reparti oggi sono blindati, non ci sono altre attivita’, si e’ interrotto tutto. Allora questi nostri interventi solo una piccola goccia che pero’ regala ai bambini e ai loro genitori un momento di sollievo e leggerezza durante le giornate”. La figura professionale del clown dottore riesce ad alleggerire i momenti di tensione che possono crearsi nello staff medico e paramedico. “Lo ‘smart clowning’ agisce a 360 gradi su tutto il reparto- racconta ancora Scognamiglio- Noi principalmente ci dedichiamo ai bambini e alle loro famiglie, ma ci capita spessissimo di accompagnare i medici e gli infermieri in momenti delicati come i prelievi, gli attimi immediatamente precedenti all’ingresso in sala operatoria o durante medicazioni molto dolorose. Ovviamente noi supportiamo in primo luogo i bambini, cercando di far vivere loro quei momenti in maniera meno traumatica e’ spaventosa”. Il clown dottore fa poi sapere che spesso anche medici ed infermieri fanno ‘irruzione’ sugli schermi di pc e tablet durante lo smart clowning “e questo ci fa molto piacere- dice- anzi sono proprio loro che si stanno prodigando a fare da tramite, andando in giro nei reparti a distribuire i device elettronici”. Interpellato infine sulle emozioni che ‘riporta a casa’ a fine giornata, Scognamiglio cosi’ risponde: “Riporto a casa diversi colori, da quelli piu’ intensi e luminosi a quelli piu’ scuri e cupi. Ma anche quando l’uomo dietro al clown e’ magari un po’ piu’ triste e spento, ripensando alle risate che e’ riuscito a generare nei bambini sicuramente riacquista ancora piu’ energia e grinta per il giorno successivo”. (fonte: Agenzia Dire)

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Melanoma: Nuova terapia mirata

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2020

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di encorafenib in associazione con binimetinib nei pazienti con melanoma inoperabile o metastatico con mutazione del gene BRAFV600. Nel nostro Paese circa 1.000 persone ogni anno potranno beneficiare di questa nuova terapia mirata, che ha proprietà farmacologiche innovative e peculiari. È infatti in grado di migliorare la sopravvivenza globale e la sopravvivenza libera da progressione, con un buon profilo di sicurezza e tollerabilità.
“L’incidenza del melanoma, un tumore della pelle particolarmente aggressivo in fase metastatica, è raddoppiata nell’ultimo decennio1 – afferma il prof. Paolo Ascierto, Direttore del Dipartimento di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘Pascale’ di Napoli -. Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.300 nuovi casi2, di cui circa il 50% presenta la mutazione del gene BRAF.3,4 È pertanto fondamentale una corretta determinazione dello stato mutazionale di BRAF per selezionare la terapia più adeguata ed efficace. Lo studio internazionale di fase III, COLUMBUS, ha coinvolto 577 pazienti e ha confrontato l’associazione di encorafenib (inibitore di BRAF) e binimetinib (inibitore di MEK) con vemurafenib e con encorafenib, entrambi usati in monoterapia.5 L’associazione ha mostrato una mediana di sopravvivenza libera da progressione (PFS) della malattia di 14,9 mesi, il doppio rispetto ai 7,3 mesi di vemurafenib in monoterapia. La riduzione statisticamente significativa del rischio di progressione o morte è stata del 49%.6 Non solo. Il beneficio si mantiene nel tempo, perché il 29% dei pazienti è libero da progressione a 3 anni dal termine della terapia”. “Il trattamento con encorafenib e binimetinib – continua il prof. Ascierto – ha raggiunto una sopravvivenza globale (OS) mediana di 33,6 mesi, anche in questo caso circa il doppio rispetto ai 16,9 mesi con vemurafenib in monoterapia, con una riduzione del rischio di morte del 39%.6 Lo studio COLUMBUS ha inoltre dimostrato che i pazienti, che ricevono il trattamento in associazione, presentano maggiori probabilità di ottenere una riduzione clinicamente rilevante del carico tumorale. Questi dati sono molto promettenti per un’associazione di BRAF-MEK inibitori, in relazione all’efficacia e soprattutto guardando il profilo di sicurezza”.
Questi ottimi risultati possono essere spiegati grazie a encorafenib, inibitore di BRAF di nuova generazione, che svolge un’azione più potente e duratura rispetto agli altri farmaci della stessa classe. Le terapie mirate rappresentano uno dei più importanti strumenti dell’oncologia di precisione e svolgono un’azione specifica nei confronti del bersaglio molecolare contro cui sono dirette. La funzione delle terapie mirate è di ostacolare la crescita e la proliferazione delle cellule tumorali, bloccando questi processi o rallentandoli. L’associazione di encorafenib e binimetinib fornisce un nuovo parametro di riferimento rispetto alle associazioni di BRAF-MEK inibitori ed è una importante nuova opzione di trattamento per i pazienti con melanoma BRAF mutato.7
Il melanoma si sviluppa quando un danno non riparato del DNA dei melanociti, cellule preposte alla sintesi della melanina, provoca mutazioni che possono portare alla proliferazione e formazione di tumori maligni. Il melanoma metastatico è il tipo di tumore della pelle più aggressivo e potenzialmente letale ed è associato a bassi tassi di sopravvivenza.11,12 Esiste una varietà di mutazioni genetiche che possono portare al melanoma metastatico. La mutazione genetica più comune nel melanoma metastatico interessa il gene BRAF. In Europa, ogni anno, vengono diagnosticati più di 144.000 nuovi casi di melanoma,13 la metà dei quali circa presenta mutazioni BRAF, un bersaglio chiave nel trattamento del melanoma metastatico.14,15
Encorafenib è una piccola molecola per uso orale, inibitore della chinasi (proteina) BRAF di nuova generazione, e binimetinib è una piccola molecola per uso orale inibitore di MEK, entrambi proteine chiave nella via di trasmissione del segnale MAPK (RAS-RAF-MEK-ERK). Il segnale MAPK ha un ruolo importante nelle cellule normali, perché è responsabile della regolazione dei processi di crescita e differenziazione cellulare. Nelle cellule tumorali che presentano la mutazione del gene BRAF, il processo di attivazione del segnale MAPK è differente, perché si verifica una proliferazione cellulare incontrollata. In altri termini, quando è mutato, il gene BRAF si comporta come un interruttore sempre acceso in grado di stimolare continuamente la proliferazione cellulare, diversamente da quanto avviene nelle condizioni fisiologiche, in cui il gene BRAF va incontro ad accensione e spegnimento sulla base dei segnali di attivazione o inattivazione che riceve.L’attivazione non appropriata delle proteine della via del segnale di MAPK è stata dimostrata in molti tumori tra cui il melanoma, il tumore del colon-retto, del polmone non a piccole cellule, della tiroide e altri.

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Kedrion: in 3-6 mesi terapia efficace contro Covid-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

Potrebbe arrivare prima del previsto una terapia efficace per l’infezione da SARS-CoV-2, quella rappresentata dall’utilizzo di “plasma da convalescente” (donato da persone che hanno superato la malattia e quindi ricco di anticorpi anti-virus), che richiede l’utilizzo di metodiche per l’inattivazione di patogeni, e dalle immunoglobuline estratte dal plasma di persone guarite ed immuni al virus prodotte a livello industriale.Questo il piano di intervento Kedrion Biopharma ha messo a disposizione per fronteggiare la grave emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19.“Nel passato sono state numerose le patologie che hanno beneficiato di questo tipo di trattamento – dichiara il dott. Alessandro Gringeri, Chief Medical and R&D Officer di Kedrion Biopharma. “La probabilità di efficacia è molto elevata, vicina al 90-95%. Ciò ci ha spinti a concentrare risorse e investimenti per disporre nell’arco di 3-6 mesi di un concentrato di immunoglobuline iperimmuni con alto contenuto di anticorpi specifici neutralizzanti il SARS-CoV-2, in grado di contrastare la malattia in casi sintomatici gravi e – in futuro – di bloccare l’evoluzione della sintomatologia sia nei pazienti già ospedalizzati con Covid-19 sia nei soggetti a maggiore rischio”.“Come Kedrion – ha concluso Gringeri – ci siamo subito attivati consapevoli che il plasma è un materiale biologico prezioso, le cui proprietà biochimiche e i cui usi terapeutici sono in larga misura inesplorati, il suo potenziale è quindi ancora enorme e siamo convinti possa essere di grande aiuto anche in questa occasione”.La stessa terapia è stata utilizzata con successo per migliorare il tasso di sopravvivenza dei pazienti con sindromi respiratorie acute ugualmente gravi dovute ad altri coronavirus, quali SARS e MERS, e per ridurne la degenza ospedaliera.In attesa dell’avvio della produzione industriale sono molto positivi i risultati registrati dalla somministrazione di plasma iperimmune da convalescente a pazienti con COVID-19 in condizioni critiche effettuato da alcuni centri in Lombardia. In questi casi Kedrion Biopharma ha fornito e installato a tempo di record dispositivi capaci di trattare il plasma da soggetti COVID-19 convalescenti, inattivandolo viralmente in modo da poterlo infondere in sicurezza in pazienti in condizioni critiche. I centri trasfusionali di Mantova, Padova e Pisa hanno ricevuto gratuitamente la strumentazione per questa procedura, unitamente ai kit utili alla preparazione di circa 3.200 unità di plasma convalescente. I centri che hanno già a disposizione le macchine si stanno dotando dei kit necessari per l’inattivazione virale del plasma. Un protocollo clinico-sperimentale è stato già sviluppato dal Servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo di Pavia in collaborazione con altre strutture come quelle di Lodi e Mantova, e dall’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova.Questo plasma potrà essere utilizzato nella gestione dei pazienti più critici.Per aumentare la disponibilità di plasma da convalescente – principale alleato nella lotta a questa epidemia infettiva – Kedrion Biopharma metterà a disposizione del Servizio Trasfusionale Italiano le proprie tecnologie per realizzare l’inattivazione virale e i test aggiuntivi richiesti, incluso il titolo degli anticorpi totali e neutralizzanti specifici.Il procedimento potrà essere effettuato presso lo stabilimento produttivo di Sant’Antimo (Napoli), dove il plasma da pazienti Covid-19 convalescenti verrà analizzato per la presenza di virus trasmissibili con il sangue e trattato con solvente/detergente (S/D) per eliminare qualsiasi virus. In un prossimo futuro, con la disponibilità presso i Servizi Trasfusionali di test per titolazione di anticorpi anti-SARS-CoV-2, potrebbe essere utilizzato anche il plasma di donatori COVID-19 asintomatici e divenuti negativi alla PCR

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Raccolta fondi per la terapia intensiva al Niguarda

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

La fondazione Angelo De Gasperis ha avviato una raccolta fondi per le terapie intensive del Dipartimento Cardiotoracovascolare De Gasperis dell’AAST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. La fondazione lavora da cinquant’anni per sostenere l’attività e la ricerca del Cardiocenter e in questo momento focalizza la sua attività per supportare Niguarda durante l’emergenza legata al Covid-19. I fondi raccolti saranno utilizzati per la creazione di nuovi posti letto nel reparto di terapia intensiva: ogni unità posto letto nel reparto di terapia intensiva è composto da un letto, un respiratore, pompe infusionali e monitor. Il prezzo di ogni postazione si avvicina alla cifra di 70mila euro. Le donazioni possono essere effettuate collegandosi al link: https://www.degasperis.it/vuoi_aiutarci/donazione_online.htmlRicordiamo che il soggetto cardiopatico è più vulnerabile nei confronti delle possibili complicanze (soprattutto respiratorie) della sindrome influenzale, in particolare in presenza di insufficienza cardiaca e/o co-morbità come il diabete o le malattie polmonari croniche, come dimostrano i dati di quest’epidemia. La fondazione Angelo De Gasperis organizza ogni anno il Convegno nazionale di Cardiologia da cui questi dati sono puntualmente confermati: l’influenza, come altre malattie febbrili, può determinare incrementi anche molto rilevanti della frequenza cardiaca (uno dei principali determinanti del fabbisogno di ossigeno da parte del cuore) e determina un cosiddetto “stato ipercinetico” del nostro sistema circolatorio per cui il sangue deve essere pompato con maggior celerità. Il cuore quindi è chiamato a svolgere un superlavoro che può metterlo a dura prova. «Dobbiamo diffondere queste conoscenze» ricorda il presidente della fondazione Angelo De Gasperis Benito Benedini. «In questo momento drammatico per l’Italia – spiega – la corretta informazione allunga la vita».Come si può desumere anche dagli studi e dall’attività clinica finanziati dalla fondazione in questi anni, anche nel soggetto senza cardiopatia nota, l’influenza può aumentare il rischio di infarto fino a sei volte rispetto alla norma, soprattutto nei soggetti anziani o con evidenti fattori di rischio cardiovascolare. Inoltre in alcuni casi (di solito rari, fortunatamente) il virus influenzale può attaccare direttamente anche il muscolo cardiaco danneggiandolo in modo più o meno grave. È quindi evidente l’importanza di attuare tutte quelle misure igieniche e di stile di vita che possono ridurre la probabilità di contrarre la sindrome influenzale (ancora più tassativa l’abolizione del fumo, evitare i forti sbalzi di temperatura ed i luoghi particolarmente affollati) ma soprattutto emerge il ruolo fondamentale della vaccinazione che, in assenza di specifiche controindicazioni, dovrebbe essere consigliata ad ogni soggetto cardiopatico o ad aumentato rischio cardiovascolare. Un’ulteriore attenzione va poi riservata all’eventuale terapia “fai da te”: deve essere il Medico ad indicare la terapia più adatta (sintomatica, antipiretica, ecc) e l’eventuale ricorso agli antibiotici che vanno assunti correttamente e solo quando realmente necessari.

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Terapia domiciliare per il coronavirus e non solo

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 marzo 2020

“In questo momento di unità nazionale occorre che anche il diritto alla salute sia uno e unico, non è accettabile che in alcune regioni i malati rari possano fare le proprie terapie a casa e che in altre siano costretti a uscire di casa, recarsi in ospedale e stare in mezzo a persone che potrebbero essere contagiate e diventare loro stessi veicoli di contagio. Occorre allargare il più possibile l’Home Therapy: diverse regioni hanno attivato da tempo questo servizio, anche accettando l’aiuto che alcune aziende farmaceutiche offrono, attraverso società specializzate: bisogna tutelare i pazienti e l’intera comunità”. Con queste parole la Sen. Paola Binetti, presidente dell’Intergruppo Parlamentare delle Malattie Rare, insieme alle associazioni rappresentative delle persone con malattia rara si appella alle istituzioni perché prendano gli opportuni provvedimenti. Alla fine di febbraio la stessa Sen. Binetti, appoggiata da molti altri colleghi, aveva presentato al Senato una mozione, su questo tema: l’emergenza Coronavirus non aveva reso possibile la discussione, ma oggi è la stessa emergenza che riporta al centro dell’attenzione questa tematica. “La situazione si sta facendo difficile per le persone con malattia rara che devono effettuare queste terapie – racconta Flavio Bertoglio, presidente di AIMPS (Associazione Italiana Mucopolisaccaridosi) e della Consulta Nazionale delle Malattie Rare – ci sono pazienti che da due settimane non fanno la terapia perché hanno paura o perché gli ospedali non riescono a garantirla in questa situazione: solo la terapia a domicilio garantirebbe loro la continuità delle terapie in tutta sicurezza, occorre che le regioni prendano subito una decisione”.“La terapia domiciliare – spiega Fernanda Torquati, presidente dell’Associazione Italiana Gaucher – rappresenta un forte risparmio per i sistemi sanitari regionali e decongestiona gli ospedali: in questo momento in cui ogni risorsa deve essere destinata a fermare il virus dovrebbe essere una priorità. Basterebbe seguire l’esempio del Policlinico di Milano, che avendo dovuto chiudere il reparto dove tutti i pazienti Gaucher facevano le infusioni per trasformarlo in reparto per i malati di COVID-19, ha deciso che a partire dalla prossima settimana tutti i pazienti con la Gaucher che afferiscono al Policlinico effettueranno la terapia in regime domiciliare. In questo modo la terapia non subirà interruzioni e sarà somministrata in sicurezza. Tutto è stato organizzato in poche ore, anche grazie alla disponibilità dei tutor di HPN e Italiassistenza messi a disposizione da Takeda e Sanofi: non c’è motivo per cui le altre Regioni non debbano farlo”.
“Purtroppo le terapie domiciliari per i pazienti con malattia lisosomiale non sono permesse allo stesso modo in tutta Italia – spiega Stefania Tobaldini, presidente di AIAF (Associazione Italiana Anderson – Fabry Onlus), – ad oggi, e nonostante questa situazione, molti sono i pazienti che sono ancora costretti a uscire di casa, con evidenti rischi per la loro già fragile salute, per recarsi nelle strutture ospedaliere per effettuare la terapia: un’infusione endovenosa che viene somministrata ogni 7 o 14 giorni, con sedute che vanno dalle due alle sei ore. Bisogna rendersi conto che ora come non mai la terapia domiciliare è essenziale per non esporre i pazienti con malattia rara a rischio di contagio”. “Purtroppo, in Italia, ad oggi – afferma Angela Tritto, presidente AIG (Associazione Italiana Glicogenosi) – nessun paziente affetto da malattia di Pompe beneficia dell’infusione domiciliare del farmaco. Molti sono bimbi, quando devono fare la terapia serve almeno un accompagnatore, a volte due: tutte persone che oggi sarebbe molto meglio se potessero rimanere a casa”. “Il COVID-19 deve rappresentare un’opportunità da cogliere per sviluppare quei servizi che renderebbero la qualità di vita delle persone migliore: dalla terapia domiciliare allo smart working, ai video-consulti, alle prescrizioni telematiche, fino alla consegna dei farmaci a casa. Vale per i malati rari ma anche per tutti i cittadini” – conclude Annalisa Scopinaro, presidente UNIAMO FIMR, che ha immediatamente aderito all’appello delle Associazioni per allargarlo a tutta la comunità dei malati rari.
Da anni queste associazioni chiedono una maggiore diffusione della terapia domiciliare, che però non viene consentita in maniera uniforme in tutte le regioni d’Italia: quella che prima era una richiesta fatta per migliorare significativamente la qualità della vita oggi potrebbe essere addirittura una richiesta salvavita, la chiave di volta per poter davvero rimanere a casa ed evitare di contrarre o diffondere il contagio.

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Università di Parma: Terapia del tumore del polmone

Posted by fidest press agency su sabato, 21 dicembre 2019

Parma Il gruppo di ricerca guidato da Nicola Sverzellati, docente di Diagnostica per immagini al Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, ha vinto un importante bando dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro – AIRC. Approccio Radio-Immuno-Genomico nell’identificazione di modelli prognostici e predittivi della risposta all’immunoterapia nel tumore del polmone non a piccole cellule il titolo del progetto, che ha ottenuto un finanziamento di 1 milione e 119mila euro.Lo studio trae origine da una continua e solida collaborazione multidisciplinare tra il gruppo del prof Sverzellati (Principal investigator, Scienze radiologiche), l’Oncologia Medica (referente Marcello Tiseo), l’Ematologia (referente Giovanni Roti), la Chirurgia toracica (referente Luca Ampollini), e l’Anatomia patologica (referente Letizia Gnetti), in una piena sinergia tra Ateneo e Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. L’esperienza di Federico Quaini, già docente del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, è stata fondamentale per la sua realizzazione. La ricerca coinvolgerà diverse figure professionali, con particolare attenzione a giovani ricercatori, che in parte hanno contributo alla progettazione dello studio (Gianluca Milanese, dottorando in Scienze Mediche e Chirurgiche Traslazionali, Giulia Mazzaschi, specializzanda in Oncologia Medica e Roberta Minari, biologa molecolare presso Oncologia Medica).Il progetto si articola nell’ambito della patologia oncologica toracica ed è finalizzato al miglioramento delle conoscenze nel campo dell’immunoterapia del tumore del polmone. Prevede l’utilizzo combinato di strumenti tecnologicamente avanzati, che includono sistemi di intelligenza artificiale, per l’integrazione di multipli (migliaia) parametri potenzialmente utili per prevedere sopravvivenza e risposta alla terapia in pazienti affetti da tumore del polmone.
Gli specialisti coinvolti, ciascuno per il proprio settore di competenza, studieranno un approccio integrato Radio-Immuno-Genomico per individuare specifiche caratteristiche dei pazienti e per predire la risposta alla terapia in maniera personalizzata, basandosi sull’analisi di dati radiologici estratti dalle immagini TAC ed immuno-genetici ottenuti da campioni di tessuto e di sangue.I risultati dello studio potrebbero avere una fondamentale ricaduta clinica per tutti i pazienti affetti da tumore del polmone, ed aprire nuovi orizzonti di ricerca anche per altre malattie oncologiche.

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IRVIN D. YALOM, Terapia allo specchio

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Ginny Elkin è stata una paziente del dott. Yalom. Mentre si svolgeva il percorso terapeutico, lo psichiatra la ha spronata a condividere le proprie riflessioni attraverso una serie di resoconti.Ginny Elkin era una scrittrice giovane e di talento che il mondo psichiatrico aveva etichettato come schizoide. Dopo aver provato diverse varietà di terapie, tutte inutili, Ginny ha iniziato un trattamento privato con Irvin Yalom presso la Stanford University. Come parte del loro lavoro insieme, hanno concordato di scrivere diari separati di ciascuna delle loro sessioni. Questo sorprendente libro è il risultato di quel percorso, in cui si alternano le loro voci e in cui scopriamo che non solo la paziente ha tratto beneficio dalla terapia, ma lo stesso medico curante. Traduzione dall’inglese di Serena Prina Euro 17,00 274 pagine
Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Stanford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Neri Pozza ha pubblicato molti dei suoi bestseller: La cura Schopenhauer (2005), Le lacrime di Nietzsche (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014), Sul lettino di Freud (2015), Creature di un giorno (2015), Il senso della vita (2016), Fissando il sole (2017), Diventare se stessi (2018), Chiamerò la polizia (2019) e Psicoterapia esistenziale (2019).Neri Pozza editore.

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Per il glioblastoma una terapia mirata

Posted by fidest press agency su martedì, 29 ottobre 2019

Per circa 1000 pazienti colpiti ogni anno in Italia da glioblastoma recidivato cambiano radicalmente le possibilità di cura. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha inserito una terapia mirata, regorafenib, nell’elenco dei farmaci erogabili con procedura anticipata, cioè a carico del Servizio Sanitario Nazionale nei casi in cui non vi sia un’alternativa terapeutica valida (legge 648/1996). La decisione dell’ente regolatorio deriva dai risultati di uno studio tutto italiano di fase II (REGOMA), pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet Oncology. Una svolta in una neoplasia molto difficile da trattare, evidenziata al XXI Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) in corso a Roma.
“Negli ultimi quindici anni a livello europeo non si sono registrati nuovi farmaci efficaci per il trattamento del glioblastoma recidivato, con risultati negativi di tutti gli studi effettuati – spiega Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -, e la sopravvivenza mediana dei pazienti affetti da glioblastoma rimane inferiore a 2 anni, con percentuali di recidiva prossimi al 100% e opzioni terapeutiche molto limitate e scarsamente efficaci. Lo studio clinico REGOMA ha dimostrato la superiorità di regorafenib nei confronti dello standard preesistente, rappresentato dalla chemioterapia con lomustina rendendo finalmente disponibile un nuovo farmaco innovativo nel trattamento del glioblastoma cerebrale recidivato”.
Il trial ha coinvolto 119 pazienti, in 10 tra i principali centri italiani di neuro-oncologia, ed è stato coordinato dall’Istituto Oncologico Veneto-IRCCS. L’articolo pubblicato su Lancet Oncology nel gennaio del 2019 vede la firma di Giuseppe Lombardi (Oncologia Medica 1, IOV-IRCCS Padova) come primo autore e quella di Vittorina Zagonel (Direttore Oncologia 1, IOV-IRCCS) come ultimo autore.
“Negli ultimi tre decenni, si è registrato un progressivo aumento di incidenza dei tumori cerebrali, soprattutto negli over 65, fascia d’età in cui i casi sono maggiormente aumentati – afferma Giuseppe Lombardi -. Le cause possono essere legate alle radiazioni ionizzanti e alle mutazioni ambientali dovute anche all’inquinamento atmosferico. Inoltre, si sta ricercando una possibile correlazione con la prolungata esposizione ai campi elettromagnetici. La sopravvivenza globale, obiettivo primario dello studio REGOMA, è significativamente aumentata con regorafenib rispetto alla lomustina, con una sopravvivenza mediana di 7,4 mesi. La sopravvivenza a 12 mesi dall’inizio del trattamento è stata più del doppio con regorafenib (38,9%) rispetto al braccio di controllo (15%). Notevole anche il livello di tollerabilità della molecola. Solo il 17% dei pazienti trattati con regorafenib ha richiesto una riduzione di dose per eventi avversi e solo il 7% ha interrotto definitivamente il trattamento a causa di eventi avversi seri”.
“Abbiamo inoltre presentato recentemente al congresso europeo di Oncologia Medica (ESMO) i dati sulla qualità di vita dimostrando come regorafenib abbia un impatto positivo – conclude Vittorina Zagonel -. Questa sperimentazione mette in luce anche l’eccellenza della ricerca italiana in ambito neuro-oncologico. I dati dello studio REGOMA, in un contesto clinico gravato da una prognosi altamente sfavorevole, rappresentano un’importante risposta a un bisogno clinico insoddisfatto”. A evidenziare la svolta costituita da questa ricerca, la “lettura Marco Venturini”, riconosciuta al miglior giovane oncologo dell’anno, oggi in sessione plenaria al Congresso Nazionale AIOM, sarà tenuta dal dott. Giuseppe Lombardi e sarà dedicata proprio allo studio REGOMA.
In Italia, nel 2019, sono stimati 6.300 nuovi casi di tumori maligni del sistema nervoso centrale, di cui il 90% rappresentato da gliomi. Il glioblastoma costituisce il 54% di tutti i gliomi: può insorgere a tutte le età, ma il 70% è diagnosticato tra i 45 e i 70 anni. Dal 2005, lo standard di trattamento è rappresentato dalla resezione chirurgica più ampia e sicura possibile, seguita da chemioterapia e radioterapia concomitante e successiva chemioterapia di mantenimento. Regorafenib è riservato ai pazienti con recidiva in buone condizioni cliniche, che rappresentano circa il 30% di tutti i pazienti che hanno ricevuto una terapia di prima linea: in Italia, circa 1000 pazienti all’anno.

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Nuove prospettive nella terapia dei tumori

Posted by fidest press agency su sabato, 26 ottobre 2019

Lo studio di un team di ricerca della Sapienza, in collaborazione con la Michigan State University statunitense, la University of Technology di Graz in Austria e il Center for Life Nano Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia, rivela che rivestire i nanovettori di farmaci con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane permette loro di evadere il sistema immunitario e permanere a lungo nell’organismo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications In campo biomedico l’ultima frontiera delle nanotecnologie è costituita dai liposomi, microsfere cave formate da uno o più doppi strati lipidici, utilizzate per la veicolazione e il trasporto di farmaci per le terapie antitumorali. Il loro impiego offre numerosi vantaggi rispetto alle tecnologie tradizionali come la possibilità di ridurre le dosi dei medicinali aumentandone l’efficacia terapeutica o di trasportare un farmaco in un organo specifico, evitando effetti collaterali potenzialmente dannosi. Tuttavia, nonostante questi enormi vantaggi solo un numero esiguo di formulazioni liposomiali è entrata stabilmente nella pratica clinica.Il team internazionale, guidato da Giulio Caracciolo in collaborazione con Alessandra Zingoni e Isabella Screpanti del Dipartimento di Medicina Molecolare, ha stabilito che il limitato successo clinico dei liposomi è dovuto principalmente ai cambiamenti a cui essi vanno incontro non appena entrano in contatto con il sangue. Introducendosi nel liquido organico le vescicole lipidiche si ricoprono infatti di proteine plasmatiche che formano intorno a esse un rivestimento proteico detto “corona proteica”. Pertanto non è la superfice del liposoma, come ritenuto da decenni dalla comunità scientifica, a interagire con i sistemi biologici dell’organismo ma è lo strato proteico ad avere un ruolo centrale nel regolare l’attività all’interno delle cellule. Quello che il sistema immunitario combatte quindi non è il liposoma in se stesso, ma il suo rivestimento proteico.Da questa osservazione i ricercatori hanno individuato un procedimento per ingannare il sistema immunitario e “fargli accettare” i nanovettori che contengono la terapia farmacologica.“Rivestire i liposomi con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane– spiega Giulio Caracciolo – permette di ridurre drasticamente la captazione da parte dei leucociti e di prolungare la circolazione delle vescicole lipidiche nell’organismo, aumentando così l’efficacia terapeutica del trattamento farmacologico.Numerose sono le applicazioni di questa scoperta, la più rilevante è sicuramente nell’ambito della immunoterapia dei tumori, ma possono interessare altri campi di natura biomedica.Lo studio, che si avvale della collaborazione dei ricercatori della Michigan State University statunitense, della University of Technology di Graz in Austria e del Center for Life Nano Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia, è pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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Scompenso cardiaco, da Gimbe le linee guida Nice per diagnosi e terapia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Raccomandazioni sulla gestione dello scompenso cardiaco dalla diagnosi, ad un approccio multidisciplinare, allo sviluppo del piano assistenziale, passando per la terapia farmacologica, il monitoraggio dei pazienti, consigli su stili di vita e programmi di riabilitazione, sino alle cure palliative. Questo quanto contenuto nelle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (Nice), aggiornate al settembre 2018, che la Fondazione Gimbe ha tradotto in lingua italiana. Una serie di raccomandazioni destinate prevalentemente ai professionisti delle cure primarie, in particolare a medici di medicina generale e infermieri che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema Nazionale Linee Guida, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo scompenso cardiaco cronico costituisce un problema di salute pubblica sempre più rilevante perché, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei progressi terapeutici nell’ambito delle malattie cardiovascolari, il numero dei malati è in costante aumento. In Italia si stimano circa 1 milione di pazienti con scompenso cardiaco, pari all’1,7% della popolazione, con circa 90.000 nuovi casi all’anno. La prevalenza della malattia aumenta di circa il 2% per ogni decade di età sino a raggiungere almeno il 10% nei pazienti over 70.
«II dati epidemiologici – puntualizza Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – quelli provenienti dal real world e le evidenze scientifiche suggeriscono che per la gestione dei pazienti con scompenso cardiaco è indispensabile puntare su modelli organizzativi a gestione extra-ospedaliera, efficaci nel migliorare la qualità di vita e nel ridurre la mortalità e le re-ospedalizzazioni, i cui costi rischiano di diventare insostenibili per la sanità pubblica. I pazienti con scompenso cardiaco – continua il Presidente – possono essere ospedalizzati oppure assistiti in setting specialistici in occasione di riacutizzazioni e “restituiti” alle cure primarie una volta stabilizzati. Considerato che spesso presentano comorbidità rilevanti (ipertensione, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva, etc.), gestire tutte le informazioni è un processo complesso con ruoli e responsabilità non sempre chiari». Ecco perché le linee guida Nice raccomandano di redigere e aggiornare periodicamente piani assistenziali personalizzati e strutturati da condividere con pazienti, familiari e caregiver oltre che con tutti i professionisti coinvolti nell’assistenza.Lo scompenso cardiaco cronico è gravato da un elevato tasso di mortalità: circa il 10% dei pazienti muore in occasione del primo ricovero ospedaliero, oltre il 25% decede entro un anno dalla diagnosi e circa la metà entro 5 anni; inoltre, quasi il 60% viene re-ospedalizzato entro un anno dal primo ricovero. Secondo il Rapporto annuale 2017 sull’attività di ricovero ospedaliero del Ministero della Salute, lo scompenso cardiaco è la prima causa di ricovero per malattie non chirurgiche: 176.254 dimissioni con una degenza media di 9,2 giorni, un totale di 1.626.769 giornate di degenza e una remunerazione teorica di oltre € 527 milioni. A questi si aggiungono 6.331 ricoveri in regime di riabilitazione con una degenza media di 19,9 giorni, un totale di 131.956 giorni di ricovero e 14.638 accessi in regime diurno. Il tasso di ospedalizzazione è di gran lunga superiore a quello di tutte le altre malattie croniche: 312 per 100.000 abitanti nei pazienti maggiorenni e 1.052 per 100.000 abitanti negli over 65, con ampie variabilità regionali che documentano una notevole eterogeneità della presa in carico territoriale. L’impatto economico della malattia è enorme: secondo i dati dell’Osservatorio ARNO pubblicati nel 2015 un paziente con scompenso cardiaco costa quasi € 12.000 euro l’anno di cui l’85% assorbito dal ricovero ospedaliero, il 10% dai farmaci e il 5% dalle prestazioni specialistiche. (fonte: doctor33)

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Una terapia mirata per il tumore al pancreas

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Il carcinoma del pancreas è una delle neoplasie a prognosi più severa e tra le più aggressive con un tasso di sopravvivenza a 5 anni dell’ 8% . Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) pubblicato oggi su Cancer Research ha identificato, a livello preclinico, una nuova terapia mirata per un sottogruppo di pazienti affetti da tumore del pancreas con marcata dipendenza dall’oncogene K-RAS. Il lavoro, condotto dal gruppo di ricerca guidato da Luca Cardone, team leader dell’Unità di Immunologia e immunoterapia IRE, ha mostrato che, la decitabina, un farmaco già in uso clinico per altre neoplasie, ha una potente azione antitumorale mirata per i tumori del pancreas con specifiche caratteristiche. I pazienti selezionati con screening molecolare ne potrebbero beneficiare grazie ad un approccio di “riposizionamento” di farmaci, cioè nuove indicazioni terapeutiche per farmaci conosciuti, altrimenti detto “Drug repurposing”.
Il tumore del pancreas ha un tasso di mortalità in aumento rispetto ad altri tumori che hanno un trend stabile o in miglioramento. Non è possibile fare diagnosi precoce, è aggressivo e, tra le terapie, l’opzione chirurgica non sempre è praticabile, mentre i chemioterapici disponibili offrono risposte terapeutiche limitate. Molti i fattori di rischio associati a questa neoplasia, come ad esempio il fumo ma, tra le cause genetiche, l’oncogene K-RAS ha un ruolo chiave nella formazione e progressione del tumore pancreatico.Attraverso un approccio multidisciplinare, con l’utilizzo di modelli sperimentali e calcoli biocomputazionali, i ricercatori hanno quindi dimostrato che i tumori pancreatici con alta dipendenza molecolare per K-RAS hanno un’alta sensibilità al trattamento con la decitabina, mentre tumori indipendenti da K-RAS sono quasi cento volte meno sensibili o completamente resistenti. Il farmaco si è dimostrato anche capace di arrestare la progressione metastatica della malattia in modelli sperimentali di tumori pancreatici K-RAS dipendenti. Infine hanno anche compreso il meccanismo molecolare alla base della vulnerabilità selettiva dei tumori con tale dipendenza.
Da una stima effettuata su database di tumori pancreatici disponibili, si calcola che una percentuale che va dal 30% fino al 50% dei casi di tumori pancreatici ha una dipendenza molecolare da K-RAS che può, pertanto, potenzialmente rispondere al trattamento farmacologico con la decitabina.Grazie a questo studio preclinico, si potranno ora avviare studi clinici con la decitabina, come singolo trattamento o in combinazione, individuando e selezionando i pazienti con alta probabilità di risposta per confermare l’efficacia del trattamento.

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Ipertesi, terapia da rimodulare in estate ma sempre col medico

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 luglio 2019

By Paola Baroni Se la temperatura passa in poche ore da 26 a 37 gradi, chi soffre di ipertensione, oltre ad avere ben presente alcuni principali accorgimenti, deve anche prendere particolari precauzioni. La dottoressa Grazia Panigada, direttore Area Medicina della Asl Toscana centro, ricorda un’importante precauzione che ogni paziente iperteso deve tenere ben presente non solo in previsione dell’allerta meteo di domani ma anche durante tutto il periodo estivo: non sospendere terapie in corso se non in accordo con i medici. “Qualora ce ne fosse bisogno e sempre sotto controllo medico – spiega Panigada – andrebbe ridotta la terapia antipertensiva, riducendo il dosaggio dei farmaci stessi e in caso di politerapia, eliminando alcune molecole, in particolar modo i diuretici. In alcuni casi nei pazienti con ipertensione notturna, se necessario ma sempre sotto controllo medico, andrebbe spostata l’assunzione delle medicine alla sera anziché di giorno”. Per la notte Panigada ricorda che dormire con le gambe sollevate su di un cuscino, è una buona abitudine perché il caldo estivo, rallentando la circolazione favorisce il ristagno di liquidi negli arti inferiori causando abbassamenti di pressione. E la mattina è buona regola per chi soffre di ipertensione evitare di alzarsi velocemente dal letto. “Bisogna abituarsi a passare dalla posizione sdraiata a quella seduta – precisa la dottoressa – e dopo qualche istante, alla posizione eretta”.Punti fermi anche per gli ipertesi rimangono gli inviti a bere molta acqua (almeno 2 litri al giorno) per reidratarsi e contrastare la perdita dei liquidi e dei sali minerali con la sudorazione; a non esporsi direttamente ai raggi solari coprendosi il capo o riparandosi con l’ombrellone se al mare, e di non praticare sport o sforzi fisici nelle ore più calde della giornata (in particolare fra le 12.00 e le 17.00) per prevenire l’insolazione ed il colpo di calore; vestirsi in modo leggero per facilitare la termoregolazione; bagnarsi spesso con acqua fresca le mani, i polsi, le caviglie, i piedi, il viso, ed il collo; prediligere frutta e verdura di stagione (ricchi in acqua e potassio come le albicocche, i pomodori, i cetrioli, l’anguria, il melone e le banane), alimenti come latticini e frutta secca (ricchi di acqua, calcio, potassio e magnesio), preferire il consumo di pesce alle carni; eliminare gli alcolici, perché peggiorano la termoregolazione, aumentando la sudorazione che favorisce la disidratazione. (fonte: AUSL TOSCANA CENTRO)

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Dal codice genetico dei centenari la possibilità di una nuova terapia contro le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su sabato, 13 luglio 2019

Alcune persone vivono molto più a lungo della media, in parte anche grazie al loro DNA. Una ricerca tutta italiana mostra che potrebbe essere possibile replicare questo “dono genetico” anche per chi ne è sprovvisto. Si apre la strada ad un modello innovativo di terapia, capace di prevenire e combattere le malattie cardiovascolari attraverso un vero e proprio ringiovanimento dei vasi sanguigni.Lo studio, condotto dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), dall’I.R.C.C.S. MultiMedica di Sesto San Giovanni (MI) e dal Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria, Scuola Medica Salernitana dell’Università degli Studi di Salerno, con il sostengo di Fondazione Cariplo e Ministero della Salute, è stato pubblicato sul giornale scientifico European Heart Journal ed è incentrato sul gene che codifica la proteina BPIFB4. In passato lo stesso gruppo di ricerca aveva individuato una variante di questo gene, la cosiddetta LAV (“longevity associated variant”), che prevale nelle persone dalla vita particolarmente lunga, oltre i cento anni. Ora i ricercatori hanno inserito, attraverso un vettore virale, il gene LAV-BPIFB4 nel DNA di animali da laboratorio particolarmente suscettibili all’aterosclerosi e, di conseguenza, a patologie cardiovascolari.
“I risultati – dice Annibale Puca, coordinatore di un’équipe di ricerca presso l’Università di Salerno e presso l’I.R.C.C.S. MultiMedica – sono stati estremamente incoraggianti. Abbiamo osservato un miglioramento della funzionalità dell’endotelio (la superficie interna dei vasi sanguigni), una riduzione di placche aterosclerotiche nelle arterie e una diminuzione dello stato infiammatorio”.In altri termini, l’inserimento del “gene dei centenari” nei modelli animali ha provocato un vero e proprio ringiovanimento del sistema cardiocircolatorio. Lo stesso effetto positivo è stato ottenuto anche in laboratorio, questa volta non inserendo geni nelle cellule ma somministrando la proteina codificata dal gene LAV-BPIFB4 a vasi sanguigni umani.A questi dati sperimentali i ricercatori hanno quindi aggiunto un ulteriore studio condotto su gruppi di pazienti. Si è visto prima di tutto che ad un maggiore livello di proteina BPIFB4 nel sangue corrispondeva una migliore salute dei loro vasi sanguigni. Inoltre proprio i portatori della variante genetica LAV avevano livelli di proteina maggiori.“Questo studio – commenta Carmine Vecchione, Preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Salerno, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Ruggi D’Aragona di Salerno e Responsabile del Laboratorio di Fisiopatologia Vascolare dell’I.R.C.C.S. Neuromed – apre la strada alla possibilità di soluzioni terapeutiche basate sulla proteina LAV-BPIFB4. Naturalmente saranno necessarie ancora molte ricerche, ma pensiamo che sia possibile, somministrando la proteina stessa ai pazienti, rallentare i danni cardiovascolari dovuti all’età. In altre parole, anche se una persona non possiede quelle particolari caratteristiche genetiche che la rendono longeva, potremmo essere in grado di offrire lo stesso livello di protezione”.

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Tumori: terapia metronomica

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

Roma, 21 giugno 2019 ore 14-16 Ministero della Salute (Auditorium), Lungotevere Ripa 1 L’International School of Metronomic Chemotherapy ISMe®, con il patrocinio di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) organizza l’incontro “Terapia Metronomica in oncologia: l’alba di un nuovo giorno”. Interverrano, fra gli altri, Marina Elena Cazzaniga (presidente ISMe® e Direttore del Centro di ricerca Fase 1 della ASST di Monza), Andrea Camerini, Direttore Day Hospital Oncologia Ospedale Versilia – Azienda USL Toscana Nord-Ovest, Elisabetta Munzone, Vice Direttore Senior, Divisione di Senologia Medica all’istituto Europeo di Oncologia, Stefania Pedroli, Coordinatore Ricerca clinica presso il Centro di Monza e Olga Trevisi, Infermiera presso il Centro di ricerca Fase 1 della ASST di Monza.

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Diabete: Le innovazioni e le limitazioni della terapia

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 giugno 2019

In Italia sono oltre 3 milioni le persone con diabete di tipo 2, una malattia subdola – per molto tempo asintomatica – di cui si parla tanto ma si conosce poco nella vita reale. È una malattia cronica, invalidante, gravata da una costellazione di complicanze croniche e acute, che aumentano drammaticamente la morbilità e la mortalità nei diabetici rispetto alla popolazione senza la malattia. Rappresenta oggi un’emergenza globale: si calcola che nel mondo i diabetici accertati siano circa 425 milioni (1 adulto su 11) e sono almeno 212 milioni le persone affette da diabete non diagnosticato. Le proiezioni sul 2045 dicono che il numero degli over 65 diabetici è destinato a raddoppiare, con pesanti ripercussioni socio-sanitarie e assistenziali. “Nel diabetico il rischio di malattie cardiovascolari è triplicato, quello di insufficienza renale terminale è decuplicato, il rischio di amputazione aumenta fino a 20 volte”, spiega Sandra di Marco, UOSD Diabetologia, Asur Marche Area Vasta 4, Fermo. “Fortunatamente da alcuni anni disponiamo di nuove classi farmacologiche in grado di modificare la storia naturale della malattia attraverso una dimostrata azione di protezione cardio-renale, oltre ai benefici sul controllo glicemico, sul peso corporeo e sulla riduzione del rischio ipoglicemico. Si tratta in particolare dei farmaci ipoglicemizzanti noti come SGLT2-in e GLP-1 RA protagonisti di importanti studi clinici che hanno dato risultati sorprendenti sull’efficacia nella riduzione della mortalità cardiovascolare e la progressione della malattia renale cronica. Il paradigma terapeutico del diabete è radicalmente cambiato e le ultime linee guida propongono un approccio centrato sul paziente, personalizzato e soprattutto globale, vale a dire non limitato al controllo glicemico ma esteso a tutte le componenti del rischio cardiovascolare, per la prevenzione delle complicanze micro e macrovascolari e la riduzione della mortalità, legate al diabete”.“In Italia la prescrivibilità e rimborsabilità degli antidiabetici di nuova generazione è condizionata dalle normative AIFA”, continua Carla Greco, Medico in formazione specialistica in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Università di Modena e Reggio Emilia, “e negli ultimi anni si sono susseguite diverse novità legislative relative ai trattamenti con questi farmaci che hanno superato alcune limitazioni. Al momento purtroppo rimangono ancora alcuni limiti soprattutto per le associazioni farmacologiche, pur in presenza di molte evidenze scientifiche. Ad esempio non è ancora rimborsabile l’associazione di DPP4-i e SGLT2-in che rientrerebbe nell’ottica di una precoce intensificazione terapeutica che permette di agire su differenti meccanismi patogenetici alla base del diabete. I DPP4-i favoriscono la secrezione insulinica ed inibiscono quella di glucagone in modo glucosio-dipendente, mentre gli SGLT2-in riducono la glicemia per effetto della riduzione della soglia di riassorbimento tubulare di glucosio. Proprio i distinti meccanismi d’azione delle due classi di farmaci, risultando complementari se non addirittura potenzialmente additivi, forniscono la base per un efficace uso combinato”.
“Un punto fondamentale di discussione, considerate le stime di prevalenza del diabete nei prossimi anni, è quello sull’utilità e le più idonee modalità di attuazione di programmi di screening del diabete di tipo 2”, conclude Antonia Elefante, UOC Malattie Endocrine e del Metabolismo, Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo, Potenza. “ Il test di screening nelle persone a rischio, ad es. in età avanzata, obesi, con pregresso diabete gestazionale o con familiarità, non deve essere uno strumento fine a sé stesso, ma deve rappresentare un momento per istruire la popolazione sulle modifiche dello stile di vita in modo da ridurre la classe di rischio e dovrebbe essere ripetuto a distanza di 3 anni se negativo. Le persone con diabete di tipo 2 devono affrontare un cambiamento legato all’introduzione di stili di vita più sani – alimentazione e movimento – che sembrano di facile attuazione ma la realtà dice l’esatto opposto: forse anche su questo bisognerebbe lavorare di più”.

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Malattia di Huntington: i nuovi approcci terapeutici al Convegno di Palm Springs

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 aprile 2019

Palm Springs. Biomarcatori per il monitoraggio della terapia, modelli terapeutici innovativi e il ruolo dei pazienti all’interno del processo di ricerca: sono tre i messaggi chiave emersi al termine della 14° Conferenza Annuale organizzata dalla CHDI Foundation sulla malattia di Huntington. La malattia di Huntington è una rara malattia neurodegenerativa più diffusa di quanto si immagini. Infatti, in Europa e negli USA, la frequenza è stimata in 10-14 casi per 100.000 abitanti. Nel nostro Paese, la frequenza, anche se sottostimata, si aggira intorno agli 11 casi per 100.000 persone. Quindi, calcoliamo di avere circa 6.000-6.500 persone malate solo in Italia, ma trattandosi di una malattia genetica dominante, le persone a rischio di ereditare la mutazione salgono a 30.000-40.000.
Da un punto di vista patologico, la malattia di Huntington si contraddistingue per la perdita dei piccoli neuroni spinosi nel caudato e nel putamen, le strutture che formano lo striato, la parte più profonda del cervello. Ciò determina la peculiare coincidenza di sintomi motori, cognitivi, funzionali e comportamentali. Tuttavia è stato osservato anche un danno a livello della corteccia fronto-temporale e della sostanza bianca, per cui i ricercatori stanno indagando attentamente l’alterazione delle connessioni cerebrali deputate ai processi di comunicazione tra le varie parti del cervello. “Ciò che sta emergendo è che, specie in fase pre-sintomatica, bisogna cercare biomarcatori delle alterazioni della sostanza bianca, la sostanza isolante posta intorno ai prolungamenti nevosi che permettono all’impulso di essere trasmesso da una parte all’altra dell’encefalo”.
“Il secondo messaggio lanciato durante il Convegno ruota intorno all’enorme sforzo che ricercatori e industria farmaceutica stanno compiendo per abbassare i livelli di huntingtina tossica” – continua Squitieri – “E questi sforzi sono legati in parte a farmaci antisenso, come quelli proposti da Roche e Wave Life Sciences, e in parte ad altre nuove tecnologie”. Roche e Wave Life Sciences, infatti, stanno studiando l’efficacia di farmaci antisenso somministrabili attraverso una infiltrazione intratecale direttamente nel liquor allo scopo di ridurre i livelli di huntingtina. Il farmaco di Roche lo fa in maniera non selettiva, cioè abbassando i livelli sia di huntingtina tossica che di quella normale, ereditata dal genitore sano. Quello di Wave Life Sciences concentrandosi prevalentemente su quella tossica. “Oltre a ciò sono emerse altre tre strategie che non sono ancora in fase avanzata di sperimentazione clinica ma che risultano promettenti” – afferma Squitieri – “Una di queste è condotta da UniQure ed è una terapia genica in senso stretto perché sfrutta un vettore virale per veicolare un gene che codifica per un frammento di micro RNA (miRNA), il quale rappresenta una sonda complementare all’RNA dell’huntingtina a cui si lega in maniera specifica e selettiva, riducendone così i livelli.
L’ultimo, ma non meno importante, aspetto legato alla malattia sottolineato al Convegno di Palm Springs è legato al ruolo dei pazienti e alla profonda necessità di coinvolgerli in maniera attiva, favorendo la raccolta di informazioni che derivino proprio dai malati prima ancora che dai modelli di malattia. “La cosa più semplice è partecipare allo studio ENROLL-HD, il più grande studio di ricerca osservazionale al mondo e che vede la Fondazione LIRH in un ruolo protagonista per numeri e qualità dei dati raccolti” – chiarisce D’Alessio – “Chi partecipa mette a disposizione dei ricercatori dati e informazioni sulla propria patologia e sulla propria salute, oltre che campioni biologici di vario tipo. È davvero importante donare il proprio tempo e partecipare ai programmi di ricerca anche di semplice osservazione clinica e bioogica, non solo quelli interventistici, perché questi rappresentano proprio la base per focalizzare meglio l’approccio terapeutico nelle sperimentazioni terapeutiche future”. Per partecipare ad ENROLL-HD basta chiamare al numero verde LIRH 800.388.330

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Terapia nutrizionale nel paziente oncologico?

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 marzo 2019

Negli ultimi anni è diventato chiaro, anche grazie a studi italiani e internazionali, come adeguati interventi nutrizionali aumentino tolleranza e outcome dei trattamenti oncologici e migliora la qualità di vita.“E’ di difficile comprensione come mai la valutazione nutrizionale dei malati di tumore (che in oltre il 50% dei casi già al momento della diagnosi mostrano una perdita di peso del 5% secondo lo studio italiano PreMio) sia considerata facoltativa e lasciata alla buona volontà di qualche oncologo preparato se non proprio illuminato” commenta il Prof. Maurizio Muscaritoli Presidente SINuC.“Ed è ancor più sorprendente che in alcuni casi l’opportunità di avviare il paziente ad uno screening nutrizionale non sia parte di una buona pratica consolidata, ma affidata a personale non medico. Situazione aggravata dal fatto che sul territorio sembrano esistere 20 sistemi sanitari che non garantiscono uniformità degli standard di prestazione. Ma se è vero che un paziente su 5 non sopravvive alle cure oncologiche a causa delle conseguenze della malnutrizione ecco che si configura un vero e proprio paradosso” prosegue Muscaritoli. La malnutrizione calorico-proteica (MCP) infatti è un processo reversibile e mette il paziente nelle condizioni di affrontare la malattia nelle migliori condizioni possibili, aumentando le probabilità di sopravvivenza. Il percorso metabolico nutrizionale nel resto del mondo viene avviato parallelamente alla diagnosi di tumore e ne rappresenta un tassello fondamentale. Lo screening e la valutazione dovrebbe essere eseguito entro quattro settimane dalla diagnosi (se non addirittura alla prima visita oncologica). Contestualmente all’elaborazione del piano terapeutico e della terapia di prima linea (chirurgia, chemio o radio) andrebbe studiato il piano nutrizionale di primo livello che può prevedere la prescrizione di supplementi orali. La rivalutazione periodica è un altro tassello fondamentale che segue la progressione delle terapie e il loro andamento: le cure infatti, ancorché necessarie, possono avere effetti diretti su appetito e capacità di alimentarsi. In una percentuale variabile di casi possono essere messi in atto interventi nutrizionali avanzati: uso di nutrienti specifici, nutrizione enterale o parenterale. “Va detto che esiste ancora un forte pregiudizio e l’idea che la nutrizione artificiale sia associata a malattie terminali e fine vita” prosegue il Prof. Muscaritoli “al contrario, deve essere considerata una terapia salvavita e temporanea”.La valutazione nutrizionale è un percorso a tappe che prevede l’utilizzo di strumenti e scale per lo screening (NRS-2002, MST, MUST ecc.) oltre a regolari annotazioni sulla cartella clinica di altezza, peso, Indice di Massa Corporea, variazioni del peso e apporto nutrizionale. In caso di screening anomalo si passa all’analisi della massa muscolare, test che analizzano la performance e la forza fisica, valori di infiammazione secondo la Scala di Glasgow ed esami ematici in funzione sia dell’apporto nutrizionale che dei sintomi correlati alla malattia o alla terapia e che possono influenzare l’alimentazione (come la presenza di disfagia, nausea, disturbi digestivi sino all’anoressia). E’ a questo punto che è possibile determinare il fabbisogno energetico e/o proteico per stabilire l’intervento più adatto: dieta, supplementi orali, nutrizione enterale o parenterale.

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