Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘terapia’

Boom di calo dell’aderenza alla terapia negli anziani

Posted by fidest press agency su domenica, 20 giugno 2021

Il 43,7% degli over 65 non assume regolarmente i farmaci che gli vengono prescritti dal medico, spesso per dimenticanza, per scarsa conoscenza dei benefici collegati alla terapia e dei rischi conseguenti la sua interruzione, oltre che per mancanza di un aiuto pratico: nell’86,8% dei casi, infatti, il paziente cronico ultrasessantacinquenne non ha nessuno che lo assista nell’assunzione dei farmaci, ma un paziente su due ritiene che sarebbe utile poter contare su una persona o uno strumento tecnologico che lo aiuti nel miglioramento dell’aderenza terapeutica.È quanto emerge dalla survey condotta dal Centro Studi di Senior Italia FederAnziani su un campione di 1.230 over 65 per analizzare l’aderenza alla terapia e la presa in carico del paziente cardio-metabolico.La patologia cronica più ricorrente nel campione intervistato è l’ipertensione (55,3%), seguita dalle patologie croniche dell’apparato osteo articolare (29,1% artrosi e 28,5% mal di schiena) e dalle patologie croniche del metabolismo (diabete 21,8% del campione, dislipidemia-ipercolesterolemia per il 18,2%). Il 51,9% degli intervistati fuma o ha fumato in passato, e agli stili di vita non sempre corretti si aggiunge una scarsa aderenza alla terapia: il 43,7% degli over 65 non assume regolarmente i farmaci che gli vengono prescritti dal medico; al 39,5% degli intervistati capita frequentemente di dimenticare di assumere il farmaco prescritto dal medico, al 26,7% capita raramente e solo il 33,8% del campione riesce a non dimenticare mai i farmaci. Ciò si deve anche alla complessità delle terapie: il 91% del campione assume infatti almeno una terapia, e se il 39,5% (che calcolato su 13,8 milioni di anziani corrisponde a 5 milioni 451mila) se la cava con uno o due farmaci al giorno, il 38,5% del campione (pari a 5 milioni 313mila) ne assume tra tre e cinque, il 9,6% (pari a 1 milione 324mila) tra sei e sette e il 3,3% (pari a 455mila) addirittura quotidianamente più di sette. Non sempre efficiente, poi, risulta essere la comunicazione con il medico che, secondo il campione, nel 13,2% dei casi non spiega in modo adeguato l’importanza dell’assunzione del farmaco, mentre per il 17,7% degli intervistati lo fa solo di tanto in tanto. Nella stragrande maggioranza dei casi il paziente ultrasessantacinquenne si rapporta con l’assunzione dei farmaci senza alcun tipo di aiuto, mentre solo il 13% viene assistito da un familiare e lo 0,2% da una badante. E’ assai diffusa l’idea che sarebbe utile uno strumento atto a ricordare l’assunzione dei farmaci: la metà degli intervistati (49,8%) sceglierebbe una persona o un oggetto/device che possa supportarlo in questo, mentre il 21% preferirebbe avere uno schema semplice e poche assunzioni giornaliere. L’11,2% degli intervistati giudica utile anche una migliore comunicazione medico paziente, con una spiegazione più precisa dei benefici della cura, percentuale che sale al 18% quando si parla dell’utilità di conoscere i rischi legati all’interruzione della terapia. Per quanto riguarda la frequenza dei controlli medici, il 47,3% degli over 65 effettua annualmente un controllo dal cardiologo, il 27,5% si sottopone a una visita meno di una volta l’anno anno, il 12% più di una volta l’anno, mentre un 13,2% dei pazienti non si sottopone mai a visite cardiologiche. La pressione alta interessa il 55,3% del campione, i trigliceridi sono un problema per il 24,9% e il colesterolo per il 39,7%. Tra le figure sanitarie consultate per problemi di salute, l’88% delle volte viene indicato il medico di medicina generale, il 49,8% lo specialista e nel 9,1% dei casi il farmacista. L’incontro con il medico di famiglia avviene ogni 15 giorni per il 12% del campione, mensilmente per il 38,7% e qualche volta all’anno per il 48,1%. Il 18,7%, infine, non verifica insieme al medico di medicina generale le terapie assegnate dallo specialista, mentre solo nel 6,3% dei casi avviene un cambio della prescrizione terapeutica dello specialista su indicazione del medico di famiglia.

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“La terapia personalizzata dell’asma”

Posted by fidest press agency su sabato, 19 giugno 2021

Torino Martedì 29 giugno alle ore 17.30, l’Accademia di Medicina di Torino organizza una riunione scientifica in presenza ed in condizioni di massima sicurezza, pur continuandone la trasmissione via web, dal titolo “La terapia personalizzata dell’asma”. Introduce l’incontro Caterina Bucca, professore di Malattie dell’Apparato respiratorio dell’Università di Torino nonché socio dell’Accademia di Medicina. Il relatore sarà Walter Canonica, professore ordinario di Malattie Respiratorie, Università Humanitas di Milano.Il nuovo scenario del trattamento dell’asma bronchiale, e specialmente dell’asma grave, si è radicalmente modificato passando dall’approccio “una terapia va bene per tutti” ad una scelta personalizzata, già a partire dalla corretta scelta dell’inalatore, che possa permettere una più corretta/efficace terapia farmacologica.La recente disponibilità in pratica clinica di “pallottole magiche” che colpiscono specifici meccanismi (IgE, IL-5, recettori IL-4/IL-13 e IL-5) dell’infiammazione coinvolti nell’asma, ha comportato un rimarchevole salto con notevole miglioramento della qualità della vita dei pazienti. Si potrà seguire l’incontro sia accedendo all’Aula Magna dell’Accademia di Medicina (via Po 18, Torino), previa prenotazione da effettuare via mail all’indirizzo accademia.medicina@unito.it, sia collegandosi da remoto al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Cure domiciliari Covid-19. Dal ministero scale di gravità per diagnosi e terapia

Posted by fidest press agency su martedì, 4 maggio 2021

Coronavirus. In Veneto parte sperimentazione con farmaci a domicilio dei pazienti. Ecco come funziona No a vitamine, idrossiclorochina, eparina in soggetti che comunque riescono a staccarsi dal letto. Anticorpi monoclonali, cortisonici ed antibiotici vanno dati solo in casi particolari. Fondamentale monitorare la saturazione di ossigeno: sotto il 92% vanno valutati il ricovero o l’ossigenoterapia a casa. Così la nuova circolare “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2” firmata dalle Direzioni generali Prevenzione e Programmazione del ministero della Salute che aggiorna la precedente del 30 novembre 2020 e in parte la nota Aifa del 9 dicembre scorso. Posto che “sull’efficacia di alcuni approcci terapeutici permangono tuttora larghi margini d’incertezza” e che le cure ai malati ricoverati vanno monitorate in trial clinici specifici, per medici di famiglia e pediatri la circolare inquadra le condizioni in cui serve “cambiare marcia”. L’infezione può riassumersi in tre fasi: una iniziale in cui il virus nel replicarsi provoca malessere generale, febbre e tosse secca. Se il sistema immunitario dell’ospite riesce a bloccare l’infezione il decorso è benigno e va trattato con paracetamolo o Fans, a meno di chiara controindicazione all’uso; in altri casi la malattia può evolvere in polmonite interstiziale bilaterale, con sintomi respiratori che possono o auto-limitarsi o in un 15% di casi (soprattutto maschi >65 anni con malattie croniche od obesi con Bmi>30) sfociare nell’insufficienza respiratoria con “ipossiemia silente”, caratterizzata da bassi valori di ossigenazione ematica in assenza di sensazione di dispnea soggettiva, e alto rischio di stato infiammatorio in grado di produrre a livello polmonare quadri quali l’Acute Respiratory Distress Syndrome-Ards. La circolare riepiloga innanzi tutto i compiti dei medici di primo livello: segnalare alle Asl i casi sospetti dove serve il tampone; talora eseguire di persona i test indicando esiti, dati di contatto dell’assistito e condizioni di applicabilità dell’isolamento a casa; gestire a casa chi non richiede ricovero; identificare pazienti ad alto rischio, specifici parametri di peggioramento e potenziali beneficiari della terapia con anticorpi monoclonali; fare educazione sanitaria ed istruzione su uso dei presidi di monitoraggio; collaborare con infermieri sui pazienti complessi. Saturimetro e terapie. Si ricorderanno i medici che hanno portato al Tar Lazio la nota Aifa del 9 dicembre 2020 secondo la quale nei primi giorni di malattia è bene la sola “vigile attesa” con uso di Fans e paracetamolo e di eparina per i soli malati cronici allettati. Il Tar aveva sospeso la nota, di fatto evitando fosse pregiudicata la possibilità di usare a domicilio antibiotici, cortisonici, idrossiclorochina; ora il Consiglio di Stato ha rigettato la sospensiva Tar dando ragione all’Agenzia del farmaco. Oggi, la nuova circolare ministeriale ribadisce che la “vigile attesa” implica sorveglianza clinica attiva e costante monitoraggio dei parametri vitali del paziente; e suggerisce di usare la scala MEWS (Modified Early Warning Score, MEOWS per le donne in gravidanza) per misurare su 5 gradi la gravità del quadro clinico in base all’instabilità di parametri quali pressione, frequenza cardiaca e respiratoria, temperatura corporea, livello di coscienza, saturazione. Inoltre, conferma l’importanza del test cammino per la saturazione e della comunicazione di quei dati da parte del paziente. “In base alla letteratura scientifica e alle caratteristiche dei saturimetri in commercio, si ritiene di considerare come valore soglia di sicurezza per un paziente domiciliato il 92% in aria ambiente (e non il 94%). Valori di saturazione superiori, infatti, hanno assai bassa probabilità di associarsi a un quadro di polmonite interstiziale grave”. Tra i casi moderati e gravi, l’eparina va somministrata a pazienti realmente immobilizzati; a chi ha un rischio aumentato di sarcopenia va garantito appropriato apporto proteico e compatibilmente con le condizioni gli va detto di muoversi dal letto anche per evitare il ricorso eccessivo all’anticoagulante. Va raccomandata la posizione prona a riposo; e vanno proseguiti i trattamenti immunosoppressivi di patologie gravi a meno di diverso parere dello specialista curante. I corticosteroidi si danno solo a soggetti con malattia grave o a rischio di progressione verso forme severe, in presenza di un peggioramento della saturazione che richieda o ricovero in ospedale o, nell’impossibilità, ossigeno a casa. Gli antibiotici sono ammessi solo se l’infezione batterica è dimostrata da un esame microbiologico o se c’è fondato sospetto clinico. No all’idrossiclorochina la cui efficacia non è stata confermata dai trial condotti. E no ai farmaci in aerosol se ci sono conviventi in casa. Vanno evitate le benzodiazepine, specie ad alto dosaggio, per i possibili rischi di depressione respiratoria. Per vitamine ed integratori alimentari mancano prove derivanti da trial di efficacia. Gli anticorpi monoclonali, che potrebbero non essere efficaci contro le varianti inglese e sudafricana, andrebbero somministrati in ospedale per gestire eventuali reazioni avverse gravi, non oltre i 10 giorni dall’inizio dei sintomi. Bambini e telemedicina. In età pediatrica, nei bambini con febbre >38,5°C, mal di gola, cefalea, dolori articolari vanno bene paracetamolo (10-15 mg/kg/dose ogni 5-6 ore) od ibuprofene (20-30 mg/kg di peso al giorno, in tre dosi). Vanno considerati fattori di rischio di aggravamento e necessitanti ricovero l’età sotto l’anno (specie i primi 6 mesi), cardiopatie, malattie polmonari croniche, malformazioni, diabete, tumori, epilessia, patologie neurologiche, disordini metabolici, nefropatie, immunodeficienze. La telemedicina è sconsigliata nei disabili, nei malati cronici o acuti, e nei pazienti “nuovi” che al primo contatto mostrino stato di coscienza alterato, o dispnea a riposo, o PA sistolica <100. In questi casi o si visita in presenza o si avvia al ricovero ospedaliero. By Mauro Miserendino Fonte Doctor33

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“Il Dolore Cronico: diagnosi e terapia”

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2021

Torino Giovedì 22 aprile dalle ore 18 alle 20, l’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino organizza una conferenza on line dal titolo “Il Dolore Cronico: diagnosi e terapia”. L’ “Association for the study of pain” (IASP), definisce il dolore come il prodotto di due componenti, la componente percettiva (o noicezione) che consente la ricezione e il trasporto al Sistema Nervoso Centrale di stimoli potenzialmente lesivi per l’organismo e quella esperienziale che è lo stato psichico collegato alla percezione di una sensazione dolorosa.Dopo i saluti da parte del Presidente dell’Accademia di Medicina, prof. Giancarlo Isaia, e della Presidente dell’Associazione, dr.ssa Gabriella Tanturri, interverrà il dott. Gianluca Isoardo, medico neurologo, Città della Salute di Torino sul tema “Classificazione IASP del Dolore Cronico”. Il dott. Alessandro Bombaci, medico neurologo, Università degli Studi di Torino, nonché Segretario dell’Associazione, affronterà l’argomento de “Il Dolore Neuropatico Cronico”. Il Dolore Neuropatico è causato da un danno o da una disfunzione del sistema nervoso periferico o centrale, piuttosto che dalla stimolazione di recettori per il dolore. Seguirà la relazione della dott.ssa Federica Laino, medico anestesista e rianimatore, Struttura Complessa Terapia del Dolore e Cure Palliative: “Il Dolore Cronico: approccio terapeutico avanzato e terapia complementare”. La dott.ssa Maria Chiara Ditto, medico reumatologo, Città della Salute di Torino approfondirà la questione de “Il Dolore Cronico nelle malattie reumatiche”. Le malattie reumatiche sono un insieme di patologie che interessano in genere le articolazioni o le strutture anatomiche adiacenti o con esse funzionalmente correlate, quali ossa, muscoli, tendini, borse, fasce, legamenti e il cui sintomo principale è rappresentato dal dolore. Il dott. Enrico Fusaro, medico reumatologo, Città della Salute di Torino, curerà le conclusioni dell’incontro.In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro collegandosi alla pagina Facebook dell’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino (https://www.facebook.com/AAAMedicinaTorino).

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Terapia domiciliare del COVID-19

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2021

La recente disponibilità, anche in Italia, di combinazioni di anticorpi monoclonali anti proteina Spike di SARS-CoV-2, genera nuove opportunità terapeutiche per i pazienti che si trovino nelle fasi iniziali di malattia per evitare l’evolversi verso condizioni di maggiore gravità. Questo significativo progresso terapeutico favorisce il confronto scientifico inerente al trattamento iniziale della malattia da COVID-19, precipuamente nella fase di gestione domiciliare. Nel recente passato sono state perseguite molte ipotesi terapeutiche da utilizzarsi a domicilio, poi non suffragate dalle evidenze degli studi prospettici, quali la somministrazione di idrossi-clorochina, di antibiotici e di farmaci antiretrovirali. Altre opzioni farmacologiche devono ancora superare il vaglio degli studi comparativi prima di poter essere considerate nell’utilizzo routinario; si fa riferimento in tal senso a colchicina, le cui proprietà anti infiammatorie potrebbero essere di giovamento ai pazienti, ad ivermectina, farmaco antiparassitario molto attivo in vitro su SARS-CoV-2 ma ancora in fase 2 di sperimentazione clinica per tale indicazione e ad eparina a basso peso molecolare, opzione di grande interesse e potenziale valore per la quale però mancano ancora dati comparativi in grado di definirne con precisione posologia, efficacia e sicurezza. Una citazione a parte merita l’utilizzo degli steroidi. Tali farmaci si sono dimostrati molto utili nelle fasi evolutive di malattia, quando la eccessiva risposta infiammatoria prevale sull’azione del virus e porta una quota di pazienti verso le condizioni di maggiore gravità. Di fatto desametasone alla dose di 6 mg/die rappresenta oggi l’unica terapia ad avere raggiunto un’evidenza di efficacia indiscutibile, in uno studio prospettico randomizzato di amplissime dimensioni. Ma lo stesso studio dimostra inconfutabilmente che il farmaco è efficace solo nei pazienti che presentino insufficienza respiratoria e necessità di supporto di ossigeno, mediamente con una storia di malattia superiore a 7 giorni; di contro, nei soggetti senza necessità di supporto di ossigeno vi è evidenza di un trend negativo sulla sopravvivenza. Questo dato non è un paradosso ma ben si correla con la patogenesi della malattia da COVID-19, che consta di due fasi successive che si embricano tra loro, una fase iniziale dominata dall’effetto della replicazione virale ed una successiva, che coinvolge fortunatamente solo una parte di pazienti, dominata da una risposta infiammatoria eccessiva e non controllata. È noto, infatti, che l’infiammazione è utile per il controllo della replicazione virale, per cui spegnerla troppo presto potrebbe facilitare la replicazione virale, inducendo un viral load elevato e di conseguenza innescare, in un tempo successivo e potenzialmente ritardato, la risposta infiammatoria sregolata. È evidente che, dimostrata l’inutilità della terapia antibiotica e della clorochina, tutte le cautele prima menzionate sugli steroidi e stante la attuale indisponibilità di antivirali somministrabili per os ed essendo ancora in via di definizione il ruolo di eparina basso peso molecolare, l’armamentario terapeutico per la gestione domiciliare dei pazienti è minimo. In questo contesto diventa fondamentale l’istituzione di collaborazioni clinico-gestionali tra centri ospedalieri e medicina territoriale per un approccio ragionato e coordinato al paziente con malattia da COVID-19. Quanto affermato nulla toglie al ruolo imprescindibile e centrale della medicina di comunità nella difficile partita contro SARS-CoV-2: individuare i casi, gestire al meglio i contatti, monitorizzare i pazienti, cogliere il momento in cui sia necessario un approfondimento diagnostico, una richiesta di collaborazione alle strutture ospedaliere e/o un ricovero sono attività fondamentali e preziosissime nell’approccio multidisciplinare e multistep alla malattia. Già oggi con l’arrivo degli anticorpi monoclonali la corretta selezione dei pazienti meritevoli di tale terapia rappresenta un momento gestionale centrale di collegamento tra ospedale e territorio per far sì che si arrivi più agevolmente a somministrare il giusto farmaco al giusto paziente. In tal senso si ribadisce la disponibilità di tale società scientifica a supportare studi clinici prospettici in collaborazione con la medicina di comunità, per incrementare la conoscenza sul trattamento domiciliare del COVID-19: a partire dall’utilizzo dei monoclonali fino a proposte di studi spontanei su nuovi e vecchi farmaci.

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Terapia ormonale sostitutiva in menopausa

Posted by fidest press agency su sabato, 20 marzo 2021

Come noto, l’uso protratto della terapia ormonale sostitutiva (Tos) in post-menopausa è correlato con un aumentato rischio di cancro mammario (Kmamm), dovuto principalmente alla componente progestinica, in particolare medrossiprogesterone, noretisterone, levonorgestrel. «Dopo la sospensione il rischio va declinando, ma rimane comunque più elevato per alcuni anni rispetto ai controlli che non hanno mai usato la Tos» precisa Vincenzo Toscano, Università Sapienza di Roma. «Una recente metanalisi (Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancer. Lancet 2019) ha riportato un aumento del rischio di Kmamm maggiore rispetto all’atteso» aggiunge. «In questo contesto si inserisce un lavoro pubblicato su BMJ lo scorso settembre 2020, che si è proposto come obiettivo di valutare il rischio di Kmamm associato ai differenti preparati di Tos e alla loro durata di assunzione».Il disegno dello studio – riporta Toscano – prevedeva uno schema caso-controllo nell’ambito di coorti di pazienti provenienti dai due più rilevanti database dei medici di Medicina generale (mmg) del Regno Unito, QResearch e Clinical Practice Research Datalink GOLD, correlati con Hospital Episode Statistics, Office for National Statistics, dati di mortalità e (solo per QResearch) dati del registro oncologico. «Lo studio» riporta lo specialista «ha visto la selezione di 98611 donne di 50-79 anni, cui era stato diagnosticato un tumore della mammella fra il 1998 e il 2018. I casi sono stati selezionati dai 2 database in accordo con i seguenti criteri: 1) diagnosi di Kmamm da parte del Mmg; 2) mortalità; 3) ricovero ospedaliero; 4) inserimento nel registro oncologico. Il gruppo di controllo era costituito da 457498 donne di pari età e condizioni cliniche». I risultati ottenuti dai due database sono stati valutati insieme ed è stato calcolato l’odds ratio (OR) per il tipo di Tos aggiustato per le caratteristiche personali, quali fumo di sigarette, consumo di alcolici, comorbilità, anamnesi familiare e farmaci assunti. «I risultati» riporta Toscano «hanno mostrato che 33703 donne con diagnosi di Kmamm (34%) e 134391 controlli (31%) avevano utilizzato la Tos in passato (considerato almeno un anno prima della data di inserimento nello studio). Rispetto alle donne che non avevano mai utilizzato la Tos: a) l’utilizzo in tempi recenti (< 5 anni prima di essere selezionate per lo studio), con durata di assunzione > 5 anni, si associa a incremento del rischio di Kmamm: OR 1.15 (IC95% 1.09-1.21) per la terapia con solo estrogeno e 1.79 (IC95% 1.73-1.85) per quella con estrogeni + progestinici. Se si considera il tipo di progestinico utilizzato nell’associazione; il rischio più alto veniva osservato per noretisterone (OR 1.88, IC95% 1.79-1.99) e il più basso per diidrogesterone o tibolone (OR 1.24,IC95% 1.03-1.48); b) per le utilizzatrici pregresse: b1) se avevano sospeso la TOS da più di 5 anni: b1-1) l’uso del solo estrogeno per oltre 5 anni o della combinazione estrogeno + progestinico per meno di 5 anni non era legato ad alcun incremento di rischio; b1-2) l’utilizzo dell’associazione estro-progestinica per oltre 5 anni era associata a rischio aumentato (OR 1.16, IC95% 1.11-1.21), con incremento annuo dei casi attesi, che oscillava fra 2 (se < 60 anni) e 8 (se > 60 anni) donne/10000 casi; b2) se avevano sospeso la Tos da meno di 5 anni: b2-1) l’uso del solo estrogeno si accompagnava a un incremento annuo dei casi attesi, che oscillava fra 3 (se < 60 anni) e 8 (se > 60 anni) donne/10000 casi; b2-2) l’utilizzo dell’associazione estro-progestinica si accompagnava a un incremento annuo dei casi attesi, che oscillava fra 9 (se < 60 anni) e 36 (se > 60 anni) donne/10000 casi.
(fonte Doctor33)

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Diesse e AchilleS Vaccines insieme per le nuove terapie basate su anticorpi monoclonali

Posted by fidest press agency su domenica, 21 febbraio 2021

Diesse Diagnostica Senese S.p.A. e AchilleS Vaccines S.r.l. annunciano oggi la firma di un accordo strategico che porterà allo sviluppo congiunto da parte di Diesse, di test quantitativi rapidi di nuova generazione per i terapeutici basati su anticorpi monoclonali che verranno sviluppati da AchilleS Vaccines “Siamo orgogliosi di mettere a disposizione di AchilleS Vaccines la nostra lunga esperienza nello sviluppo e progettazione di test diagnostici per la quantificazione della risposta immunitaria contro agenti patogeni. I test rapidi semi-quantitativi di nuova generazione, che verranno sviluppati in associazione con il terapeutico dedicato, permetteranno di valutare l’opportunità o meno di somministrazione del farmaco in maniera semplice e accurata” – dichiara Massimiliano Boggetti CEO di Diesse. Questo accordo tra un’azienda biofarmaceutica ed una diagnostica, del territorio senese, dimostra l’importanza di mettere a sistema conoscenze complementari nel mondo della salute per accelerare l’innovazione e garantire cure più moderne ed efficaci con l’ottica di raggiungere un reale impatto globale.

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Prima terapia genica al mondo per una rara e gravissima malattia neurodegenerativa di origine genetica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 dicembre 2020

Si tratta della leucodistrofia metacromatica: ad annunciarlo sono Fondazione Telethon, Ospedale San Raffaele e l’azienda produttrice, Orchard Therapeutics, dopo la comunicazione ufficiale della Commissione europea che ha concesso un’approvazione senza restrizioni (full approval). Un risultato che è frutto di un percorso iniziato oltre 15 anni fa all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) di Milano – dove si è dimostrato il razionale a livello prima scientifico e poi clinico a supporto di questo trattamento all’avanguardia – e portato a termine dall’azienda anglo-americana, che nel 2018 ne ha acquisito la licenza esclusiva.La leucodistrofia è una grave malattia metabolica di origine genetica, che si stima colpisca 1 bambino ogni 100 mila. È causata da mutazioni in un gene, arilsulfatasi-A (ARSA), che portano all’accumulo di particolari sostanze chiamate solfatidi nel cervello e in altre parti dell’organismo, tra cui fegato, cistifellea, reni, milza. Nelle sue forme più gravi, che sono anche le più comuni, questi bambini perdono rapidamente la capacità di camminare, parlare e interagire con il mondo circostante: la maggior parte di loro muore in età infantile e ha a disposizione soltanto cure palliative.Libmeldy, questo il nome del farmaco, è una terapia genica che viene somministrata tramite un’unica infusione. La leucodistrofia metacromatica può avere diverse forme, che si classificano in base all’età di insorgenza: Libmeldy è indicata per i bambini con le forme tardo-infantile o giovanile-precoce che ancora non abbiano manifestato i segni clinici della malattia e per quelli con la forma giovanile precoce che, pur presentando le prime manifestazioni cliniche della malattia, siano ancora in grado di camminare in modo indipendente e non abbiano ancora presentato un declino delle capacità cognitive.

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“Terapie ormonali in menopausa: storia e attualità”

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 ottobre 2020

L’Accademia di Medicina di Torino organizza il 3 novembre alle ore 21 una seduta scientifica dal titolo “Terapie ormonali in menopausa: storia e attualità”. Dopo un’introduzione curata dal presidente dell’Accademia, Giancarlo Isaia, professore di Medicina interna e Geriatria, intervengono sul tema, Carlo Campagnoli e Mario Gallo. Carlo Campagnoli è stato Primario di Ginecologia Endocrinologica all’Ospedale Sant’Anna di Torino, Mario Gallo è direttore della struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia presso il Presidio Ospedaliero di Cirié-Lanzo. In ottemperanza alle disposizioni dell’ultimo DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Testata la sicurezza e l’efficacia della terapia con cellule CARCIK per pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2020

Uno studio clinico multicentrico tutto italiano, sviluppato nei laboratori di ricerca della Fondazione Tettamanti, coordinato dal Centro di emato-oncologia pediatrica della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma (MBBM) con la collaborazione dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dimostra che particolari cellule CAR-T ottenute a partire dalle cellule T di donatori sani e chiamate cellule CARCIK, somministrate a pazienti pediatrici e adulti affetti da leucemia linfoblastica acuta che hanno avuto una recidiva dopo il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche, sono in grado di espandersi e persistere a lungo nell’organismo, e sono dotate di un attività antitumorale molto promettente, associata a un buon profilo di sicurezza. Infatti, fra i pazienti trattati con la dose più alta di queste cellule CAR-T, quasi l’86% ha risposto al trattamento con una scomparsa completa del tumore. La leucemia linfoblastica acuta è un tumore del sangue relativamente raro, la cui incidenza è massima in età pediatrica, con un picco nella fascia 2-5 anni; tuttavia, oltre ai bambini, può colpire anche gli adolescenti e gli adulti. In Italia rappresenta circa il 10% di tutte le leucemie e colpisce ogni anno circa 600 persone, di cui anno 450 bambini e adolescenti fino a 14 anni. Con gli attuali protocolli di chemioterapia intensiva, dopo la terapia di prima linea la maggior parte dei pazienti raggiunge una remissione completa della malattia. Tuttavia, circa il 40-45% degli adulti e il 15-20% dei bambini andrà incontro a una recidiva. In questi pazienti, con le terapie convenzionali solo il 10-30% è ancora vivo a 5 anni dalla diagnosi.

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Terapia ormonale sostitutiva, Ame: va personalizzata

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 ottobre 2020

Secondo l’Associazione medici endocrinologi (Ame), la terapia per la menopausa non può essere la stessa per tutte le donne. Per questo motivo ha reso disponibile a medici e pazienti una guida nella quale in 7 punti vengono riassunti i comportamenti corretti che portino a decidere di utilizzare una terapia ormonale sostitutiva nella menopausa, una fase molto delicata della vita di una donna come ha spiegato Vincenzo Toscano, Past President Ame. «In questo periodo alcune donne accusano disturbi per i quali esistono cure e rimedi utili a garantire loro comunque una buona qualità di vita. Sono soluzioni, però, che non vanno bene per tutte e possono variare in base all’età della donna, alle patologie pregresse e ai sintomi riportati» ha affermato.È stato infatti dimostrato che i rischi della terapia sostitutiva ormonale, accusata di essere collegata a un aumentato rischio di malattie cardiovascolari e cancro al seno, sono più bassi per alcune donne e che la sua somministrazione va valutata caso per caso, anche perché i sintomi non sono sempre gli stessi. Per questo, secondo l’Ame, il percorso va personalizzato. «La terapia ormonale sostitutiva risolve i sintomi vaso-motori e l’uso vaginale di estrogeni, laddove non si voglia considerare una terapia sistemica, è sufficiente a risolvere i sintomi genito-urinari» ha detto Toscano, secondo cui la buona notizia è che con il trattamento la qualità di vita della donna ritorna quella di prima. Per l’Ame la terapia ormonale sostitutiva è quindi opportuna per donne con vampate e sudorazioni notturne con meno di 60 anni e in menopausa da meno di 10 anni e, per quelle con menopausa precoce senza contro-indicazioni fino all’età media della menopausa (48-52 anni). Nel punto viene sottolineato come sia stato mostrato che l’incidenza del trombo-embolismo venoso sia minore con le formulazioni trans-dermiche rispetto a quelle orali. Inoltre, è importante notare che non vanno utilizzati i preparati a base di ormoni naturali bio-sintetici se non approvati e che la terapia non è raccomandata per la prevenzione primaria o secondaria delle malattie cardiovascolari o della demenza. Nel punto si elencano le terapie non ormonali efficaci nei sintomi vaso-motori, per i quali sono efficaci anche la perdita di peso, l’ipnosi e la terapia comportamentale. Infine, alle donne con i soli sintomi genito-urinari si raccomanda l’uso di estrogeni locali. (fonte Doctor33)

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Diabete: lo smartphone diventa elemento centrale della terapia

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2020

Una giornata “normale” nella vita di una persona con diabete è scandita costantemente da misurazioni della glicemia, calcolo del bolo e somministrazioni di insulina.A breve, tutto questo potrà avvenire in maniera più semplice, grazie a un piccolo dispositivo che già teniamo sempre tra le mani: lo smartphone diventa l’elemento centrale di controllo della terapia del diabete.Ypsomed (SWX:YPSN), multinazionale svizzera impegnata nello sviluppo e nella produzione di sistemi di auto-somministrazione di insulina, presenterà oggi in anteprima alla comunità dei diabetologi che stanno seguendo la prima edizione virtuale del Meeting Annuale EASD (European Association for the Study of Diabetes) la nuova funzionalità “mylifeTM Assist”. L’iniziativa rappresenta il primo step del “Programma mylifeTM Loop“, realizzabile grazie alla partnership recentemente siglata dall’azienda con DexCom Inc. (NASDAQ:DXCM).Già oggi, grazie al collegamento tra il microinfusore mylifeTM YpsoPump® e mylifeTM App per smartphone iOS e Android, tutti i dati della terapia insulinica sono visualizzabili a colpo d’occhio in maniera discreta; il calcolo del bolo e la condivisione dei dati su Cloud, per la visualizzazione del personale sanitario e familiari, avvengono in modo semplice e pratico per gli utilizzatori, perché lo smartphone è sempre con loro, ovunque si trovino.Ora il sistema mylife integrerà la nuova funzionalità “mylifeTM Assist”: accanto ai dati dell’erogazione di insulina del microinfusore, sarà possibile visualizzare sul proprio smartphone i livelli di glucosio misurati dal sensore CGM Dexcom G6 direttamente in mylifeTM App e utilizzarli per il calcolo del bolo. Sempre su mylifeTM App, verranno visualizzati i messaggi di avviso, se il livello di glucosio è troppo basso o troppo alto, e i trend glicemici.Per l’upgrade a “mylifeTM Assist” non è necessaria la sostituzione del microinfusore in uso, sarà sufficiente l’aggiornamento automatico e gratuito dell’App, disponibile a fine 2020.Un ulteriore passo verso la centralità dello smartphone nella terapia del diabete sarà poi previsto nella primavera del 2021, quando verrà integrata la funzione “mylifeTM Dose”, che permetterà la somministrazione del bolo di insulina tramite mylifeTM Ypsopump® in maniera discreta e semplice, direttamente dallo smartphone, senza dover più mettere mano al microinfusore.Successivamente sarà anche possibile, tramite l’aggiornamento a “mylifeTM LoopTM”, automatizzare la somministrazione dell’insulina, col supporto di un algoritmo, per coloro che necessitano dei benefici clinici dello “smart pancreas”, il pancreas artificiale su smartphone.

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Tumore dell’ovaio: Programma terapeutico

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2020

Al via il primo programma di supporto a domicilio per le donne colpite dal tumore ovarico, in grado di rispondere a 360 gradi alle loro esigenze: dalla televisita di controllo, alla consegna del farmaco fino al prelievo ematico a domicilio per l’esecuzione del test BRCA. Un numero verde permetterà alle pazienti di organizzare e svolgere le visite di controllo da remoto e, al contempo, infermieri specializzati saranno disponibili per supportare la gestione di eventuali effetti collaterali.
AstraZeneca si occuperà, inoltre, della consegna a casa delle pazienti di Olaparib, terapia orale per il trattamento del tumore ovarico BRCA mutato.Un servizio che assume particolare rilevanza in questi mesi di emergenza sanitaria per la pandemia causata dal coronavirus, nei quali è auspicabile fare in modo che i pazienti oncologici seguano il loro percorso di cura, riducendo però il più possibile i tempi di permanenza negli ospedali per il rischio di contagio. Un servizio che però guarda anche oltre: l’innovazione tecnologica può infatti contribuire a una riorganizzazione dell’assistenza sanitaria anche dopo l’emergenza.
Il progetto è realizzato grazie al supporto di AstraZeneca e MSD, in collaborazione con Domedica, e ha ricevuto l’egida delle principali Associazioni di Pazienti impegnate nel tumore ovarico: Acto Onlus, Loto Onlus e Salute Donna Onlus.I primi centri a partire saranno l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma.“In 5 anni i nuovi casi di tumore dell’ovaio, in Italia, sono aumentati dell’8%: erano 4.900 nel 2014, ne sono stati stimati 5.300 nel 2019. È di fondamentale importanza mantenere un rapporto costante con le pazienti e un programma completo di supporto a distanza è la via da seguire per garantire la sicurezza delle donne colpite da tumore ovarico durante questa emergenza – afferma la Prof.ssa Nicoletta Colombo, Professore Associato presso l’Università Milano-Bicocca e Direttore del Programma di Ginecologia Oncologica dell’Istituto Europeo di Oncologia.La visita di follow-up da remoto è eseguita e refertata grazie alla tele assistenza su una specifica piattaforma condivisa da oncologo e paziente.Il programma è indirizzato alle pazienti con tumore ovarico in trattamento con gli inibitori di PARP.

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Farmaci antipertensivi protettivi sugli anziani fragili. I risultati di uno studio italiano

Posted by fidest press agency su martedì, 23 giugno 2020

Seguire in modo regolare la terapia antipertensiva aiuta anche gli anziani più fragili (dai 65 anni in su), specie i più sani, a vivere più a lungo, secondo uno studio pubblicato su Hypertension. «Pur sapendo che i farmaci per la pressione sono protettivi negli anziani, ci siamo concentrati sul fatto che lo fossero anche nei più fragili con comorbilità multiple, di solito esclusi dagli studi controllati» esordisce Giuseppe Mancia, autore principale dello studio e professore emerito all’Università di Milano-Bicocca.
I ricercatori hanno esaminato i dati di quasi 1,3 milioni di persone residenti in Lombardia di età pari o superiore a 65 anni (età media 76 anni) che hanno ricevuto 3 o più prescrizioni di farmaci antipertensivi tra il 2011 e il 2012. Gli autori hanno poi messo a confronto la storia clinica di circa 255.000 persone decedute durante il follow-up di 7 anni con una popolazione di controllo corrispondente per età, genere e stato di salute, suddividendo le coorti in quattro gruppi: buona salute, media, scadente o molto scadente. A conti fatti la probabilità di morte nell’arco di 7 anni è risultata essere del 16% nel gruppo in buona salute, aumentando progressivamente fino al 64% nei pazienti in pessime condizioni. Ma non solo: rispetto ai partecipanti con scarsa aderenza alla terapia (meno del 25% del tempo di trattamento), gli anziani con aderenza elevata (oltre il 75%) avevano rispettivamente il 44% o il 33% in meno di probabilità morire a seconda che fossero in buona o cattiva salute. Un modello simile è stato osservato con i decessi cardiovascolari: il più grande beneficio di sopravvivenza è stato tra le persone in buona salute, e il più modesto tra coloro in cattiva salute.
«I nostri risultati suggeriscono che anche negli anziani fragili il trattamento antiipertensivo riduce il rischio di morte, sebbene in questo gruppo i benefici potrebbero essere minori. Ma questi dati mostrano anche l’importanza di incoraggiare i pazienti a seguire la cura in quanto l’aderenza è fondamentale per ottenere benefici sullo stato di salute» conclude Mancia. (fonte: doctor33)

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Acmella oleracea un alleato per la terapia del dolore

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

Acmella oleracea è una pianta erbacea, a fiore giallo o rosso della famiglia delle Asteraceae, nativa del Brasile, dove è chiamata jambu. Il fiore di Acmella è anche noto come “pianta del mal di denti” ed è utilizzato tradizionalmente, insieme ad altre parti della pianta, per trattare il dolore orale. Le proprietà analgesiche sono riferite principalmente all’azione dello spilantolo, un’isobutilammide in grado di promuovere un’azione anestetica locale. Le proprietà analgesiche, antinfiammatorie ed antiossidanti della pianta sono comunque attribuite ad un’ampia varietà di composti come fitosteroli, fenoli e, appunto, alcamidi.
Lo studio di Rondanelli e coll. (2020) rivede la letteratura disponibile sulle proprietà terapeutiche di A. oleracea e i risultati di 99 studi condotti in vitro e in vivo confermano le attività antinfiammatorie ed antiossidanti delle parti aeree della pianta. In particolare, gli effetti analgesici sono correlati all’inibizione della sintesi delle prostaglandine, all’attivazione dei sistemi serotoninergico e GABAergico, incluso il coinvolgimento dei recettori degli oppioidi, e alla significativa diminuzione dei livelli di interleuchine e TNF-alfa. Inoltre, è risultato che A. oleracea eserciti attività anestetica attraverso il blocco dei canali del sodio (voltaggio-dipendenti).È interessante sottolineare come lo spilantolo sia paragonato a un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS), inibitore selettivo dell’enzima COX2, data la sua riportata capacità, ad esempio, di influenzare la produzione di ossido nitrico ed inibire la trascrizione dei principali mediatori proinfiammatori (NFkB, ATF4, FOXO1, IRF1). Infine, gli autori sottolineano come (in studi su Echinacea purpurea) le alcamidi siano state riportate in grado di interagire con i recettori dei cannabinoidi e come questo rappresenti un’ottima premessa per l’utilizzo anche di A. oleracea nel trattamento di varie patologie neuroinfiammatorie.Acmella oleracea potrebbe quindi essere un valido alleato per la gestione del dolore, soprattutto nelle malattie degenerative croniche, ma tutto ciò dovrà necessariamente trovare riscontro negli studi clinici. (by Valentina Maggini Università degli Studi di Firenze fonte: Fitoterapia33)

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Libro: Terapia del dolore sugli animali

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

Non è solo una scelta etica ma una necessità terapeutica nei soggetti in cui la patologia sia associata al dolore. Questo volume, che può essere considerato e utilizzato come un manuale, guida al riconoscimento e alla valutazione del dolore attraverso la semeiotica classica e le scale del dolore, fra cui anche le Grimace Scale. In questo lavoro nello specifico si esaminano gli aspetti fisiopatologici del dolore e si cerca di fornire al clinico delle chiavi di lettura semplici e intuitive sulle manifestazioni algiche. La finalità è quella di fornire ai veterinari e a tutte le figure che si interfacciano per motivi professionali con gli animali (biologi, ricercatori, ecc.) indicazioni sull’analgesia farmacologica e sugli analgesici utilizzabili in veterinaria: riconoscere il dolore e quantificare la sua intensità comportano per il veterinario clinico un ulteriore elemento semiologico che può indirizzarlo verso adeguate scelte farmacologiche, il cui scopo è quello di migliorare la qualità della vita dei soggetti in algia, sia questa acuta, cronica o oncologica.La parte farmacologica del volume, oltre a dare indicazioni sulla posologia, sulle interazioni e sulle controindicazioni dei principi attivi trattati, evidenzia, per le singole specie animali indicate, le potenzialità e i limiti delle molecole illustrate.Il volume si occupa degli animali da laboratorio, di quelli da reddito e d’affezione, ma anche di animali esotici nell’accezione più ampia del termine (invertebrati, anfibi, uccelli e pesci).
Marcello Vadacca veterinario specialista in Farmacologia Applicata, svolge la sua professione sui piccoli animali e su quelli da reddito. Da trent’anni si interessa del benessere degli animali da laboratorio e di fauna selvatica, in particolare dei chirotteri e degli aspetti sanitari ad essi collegati. Nel 2012 ha pubblicato un lavoro per il recupero della biodiversità zootecnica di due razze ovicaprine pugliesi. Ha al suo attivo numerose altre pubblicazioni su riviste scientifiche e di settore (Obiettivi e Documenti Veterinari, Spazio Rurale, Il Perito Agrario, ecc.).€ 17,00 – Edagricole di New Business Media srl Pagine 142 – formato 17 x 24 cm

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Al Bambino Gesù terapia gioco a distanza con lo “Smart clowning”

Posted by fidest press agency su sabato, 18 aprile 2020

Roma – Da quando e’ iniziata l’emergenza Coronavirus anche gli ospedali pediatrici sono stati costretti a sospendere nei loro reparti le attivita’ ludiche per i piccoli pazienti. Ma per non interrompere una quotidianita’ fatta anche di svago e divertimento, l’Associazione Andrea Tudisco Onlus, tra le prime in Europa, ha pensato di attivare una terapia del gioco a distanza, ribattezzata per l’occasione ‘smart clowning’, grazie alla quale i clown dottori, collegati da casa ad un pc, riescono ad interagire con i bambini ricoverati. Per ora l’iniziativa e’ stata attivata nel reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Bambino Gesu’ di Roma.
A raccontarlo all’agenzia Dire e’ Tric Trac, alias Ambrogio Scognamiglio, uno dei clown dottori dell’Associazione. “In questo momento di emergenza che ha investito il nostro Paese, con il lockdown totale – dice- non potevamo piu’ raggiungere fisicamente i bambini e le loro famiglie. Allora ci e’ venuta l’idea di attivare una piattaforma, grazie alla quale riusciamo a farci vedere dai bambini che sono collegati tramite tablet, pc o cellulari. Dalle nostre case allestiamo spazi con giochi ed ‘attrezzi’ del mestiere, ci travestiamo e trucchiamo come se dovessimo fare un intervento dal vivo, proponendo le stesse gag che facciamo nelle stanze degli ospedali. Ed e’ una novita’ assoluta, cosi’ lo e’ il periodo che stiamo vivendo. Non sapevamo che tipo di risposta emotiva e di coinvolgimento ci sarebbe stata dall’altra parte dello schermo, ma abbiamo visto che le emozioni positive continuano a generarsi anche a distanza, non solo nei piccoli pazienti che conosciamo perche’ purtroppo ricoverati da tempo in ospedale, ma anche in quelli nuovi”. Mantenere una quotidianita’ fatta di sorrisi e’ ancora piu’ importante per i bambini ricoverati negli ospedali. E spesso sono stati proprio loro a chiedere di poter rivedere i clown dottori. “Assolutamente si’- conferma Scognamiglio – Lo hanno chiesto i bambini ma anche i loro genitori. Dopo una prima fase di assestamento e’ stato fondamentale cercare di ricostruire quel ‘ponte’ tra noi e loro, perche’ non era il caso di far vivere a quei bambini un’ulteriore difficolta’. Per questo abbiamo pensato di attivare una nuova modalita’ di gioco, che sta funzionando e prendendo piede. Anche altre associazioni in Italia stanno pensando di fare lo stesso e ci fa molto piacere”.
Ma come cercate di ‘colorare’ le giornate di questi bambini? “Ci sono dei bambini in isolamento da molto tempo, prima del Coronavirus – fa sapere il clown dottore – perche’ sono immunodepressi oppure ricoverati in reparti particolarmente complessi come l’oncologia o la cardiochirurgia. Noi fondamentalmente cerchiamo di coinvolgerli con giochi, numeri di magia e gag divertenti che, anche se attraverso uno schermo, riescono comunque a generare emozioni positive. È importantissimo non far perdere ai bambini il contatto con la normalita’, con quello che avevano lasciato”. La routine e’ essenziale, dunque, soprattutto se si pensa al fatto che molti di questi bambini non possono da tempo neppure andare a scuola… “Certo – conferma Scognamiglio – Peraltro i reparti oggi sono blindati, non ci sono altre attivita’, si e’ interrotto tutto. Allora questi nostri interventi solo una piccola goccia che pero’ regala ai bambini e ai loro genitori un momento di sollievo e leggerezza durante le giornate”. La figura professionale del clown dottore riesce ad alleggerire i momenti di tensione che possono crearsi nello staff medico e paramedico. “Lo ‘smart clowning’ agisce a 360 gradi su tutto il reparto- racconta ancora Scognamiglio- Noi principalmente ci dedichiamo ai bambini e alle loro famiglie, ma ci capita spessissimo di accompagnare i medici e gli infermieri in momenti delicati come i prelievi, gli attimi immediatamente precedenti all’ingresso in sala operatoria o durante medicazioni molto dolorose. Ovviamente noi supportiamo in primo luogo i bambini, cercando di far vivere loro quei momenti in maniera meno traumatica e’ spaventosa”. Il clown dottore fa poi sapere che spesso anche medici ed infermieri fanno ‘irruzione’ sugli schermi di pc e tablet durante lo smart clowning “e questo ci fa molto piacere- dice- anzi sono proprio loro che si stanno prodigando a fare da tramite, andando in giro nei reparti a distribuire i device elettronici”. Interpellato infine sulle emozioni che ‘riporta a casa’ a fine giornata, Scognamiglio cosi’ risponde: “Riporto a casa diversi colori, da quelli piu’ intensi e luminosi a quelli piu’ scuri e cupi. Ma anche quando l’uomo dietro al clown e’ magari un po’ piu’ triste e spento, ripensando alle risate che e’ riuscito a generare nei bambini sicuramente riacquista ancora piu’ energia e grinta per il giorno successivo”. (fonte: Agenzia Dire)

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Melanoma: Nuova terapia mirata

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2020

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di encorafenib in associazione con binimetinib nei pazienti con melanoma inoperabile o metastatico con mutazione del gene BRAFV600. Nel nostro Paese circa 1.000 persone ogni anno potranno beneficiare di questa nuova terapia mirata, che ha proprietà farmacologiche innovative e peculiari. È infatti in grado di migliorare la sopravvivenza globale e la sopravvivenza libera da progressione, con un buon profilo di sicurezza e tollerabilità.
“L’incidenza del melanoma, un tumore della pelle particolarmente aggressivo in fase metastatica, è raddoppiata nell’ultimo decennio1 – afferma il prof. Paolo Ascierto, Direttore del Dipartimento di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘Pascale’ di Napoli -. Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 12.300 nuovi casi2, di cui circa il 50% presenta la mutazione del gene BRAF.3,4 È pertanto fondamentale una corretta determinazione dello stato mutazionale di BRAF per selezionare la terapia più adeguata ed efficace. Lo studio internazionale di fase III, COLUMBUS, ha coinvolto 577 pazienti e ha confrontato l’associazione di encorafenib (inibitore di BRAF) e binimetinib (inibitore di MEK) con vemurafenib e con encorafenib, entrambi usati in monoterapia.5 L’associazione ha mostrato una mediana di sopravvivenza libera da progressione (PFS) della malattia di 14,9 mesi, il doppio rispetto ai 7,3 mesi di vemurafenib in monoterapia. La riduzione statisticamente significativa del rischio di progressione o morte è stata del 49%.6 Non solo. Il beneficio si mantiene nel tempo, perché il 29% dei pazienti è libero da progressione a 3 anni dal termine della terapia”. “Il trattamento con encorafenib e binimetinib – continua il prof. Ascierto – ha raggiunto una sopravvivenza globale (OS) mediana di 33,6 mesi, anche in questo caso circa il doppio rispetto ai 16,9 mesi con vemurafenib in monoterapia, con una riduzione del rischio di morte del 39%.6 Lo studio COLUMBUS ha inoltre dimostrato che i pazienti, che ricevono il trattamento in associazione, presentano maggiori probabilità di ottenere una riduzione clinicamente rilevante del carico tumorale. Questi dati sono molto promettenti per un’associazione di BRAF-MEK inibitori, in relazione all’efficacia e soprattutto guardando il profilo di sicurezza”.
Questi ottimi risultati possono essere spiegati grazie a encorafenib, inibitore di BRAF di nuova generazione, che svolge un’azione più potente e duratura rispetto agli altri farmaci della stessa classe. Le terapie mirate rappresentano uno dei più importanti strumenti dell’oncologia di precisione e svolgono un’azione specifica nei confronti del bersaglio molecolare contro cui sono dirette. La funzione delle terapie mirate è di ostacolare la crescita e la proliferazione delle cellule tumorali, bloccando questi processi o rallentandoli. L’associazione di encorafenib e binimetinib fornisce un nuovo parametro di riferimento rispetto alle associazioni di BRAF-MEK inibitori ed è una importante nuova opzione di trattamento per i pazienti con melanoma BRAF mutato.7
Il melanoma si sviluppa quando un danno non riparato del DNA dei melanociti, cellule preposte alla sintesi della melanina, provoca mutazioni che possono portare alla proliferazione e formazione di tumori maligni. Il melanoma metastatico è il tipo di tumore della pelle più aggressivo e potenzialmente letale ed è associato a bassi tassi di sopravvivenza.11,12 Esiste una varietà di mutazioni genetiche che possono portare al melanoma metastatico. La mutazione genetica più comune nel melanoma metastatico interessa il gene BRAF. In Europa, ogni anno, vengono diagnosticati più di 144.000 nuovi casi di melanoma,13 la metà dei quali circa presenta mutazioni BRAF, un bersaglio chiave nel trattamento del melanoma metastatico.14,15
Encorafenib è una piccola molecola per uso orale, inibitore della chinasi (proteina) BRAF di nuova generazione, e binimetinib è una piccola molecola per uso orale inibitore di MEK, entrambi proteine chiave nella via di trasmissione del segnale MAPK (RAS-RAF-MEK-ERK). Il segnale MAPK ha un ruolo importante nelle cellule normali, perché è responsabile della regolazione dei processi di crescita e differenziazione cellulare. Nelle cellule tumorali che presentano la mutazione del gene BRAF, il processo di attivazione del segnale MAPK è differente, perché si verifica una proliferazione cellulare incontrollata. In altri termini, quando è mutato, il gene BRAF si comporta come un interruttore sempre acceso in grado di stimolare continuamente la proliferazione cellulare, diversamente da quanto avviene nelle condizioni fisiologiche, in cui il gene BRAF va incontro ad accensione e spegnimento sulla base dei segnali di attivazione o inattivazione che riceve.L’attivazione non appropriata delle proteine della via del segnale di MAPK è stata dimostrata in molti tumori tra cui il melanoma, il tumore del colon-retto, del polmone non a piccole cellule, della tiroide e altri.

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Kedrion: in 3-6 mesi terapia efficace contro Covid-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

Potrebbe arrivare prima del previsto una terapia efficace per l’infezione da SARS-CoV-2, quella rappresentata dall’utilizzo di “plasma da convalescente” (donato da persone che hanno superato la malattia e quindi ricco di anticorpi anti-virus), che richiede l’utilizzo di metodiche per l’inattivazione di patogeni, e dalle immunoglobuline estratte dal plasma di persone guarite ed immuni al virus prodotte a livello industriale.Questo il piano di intervento Kedrion Biopharma ha messo a disposizione per fronteggiare la grave emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19.“Nel passato sono state numerose le patologie che hanno beneficiato di questo tipo di trattamento – dichiara il dott. Alessandro Gringeri, Chief Medical and R&D Officer di Kedrion Biopharma. “La probabilità di efficacia è molto elevata, vicina al 90-95%. Ciò ci ha spinti a concentrare risorse e investimenti per disporre nell’arco di 3-6 mesi di un concentrato di immunoglobuline iperimmuni con alto contenuto di anticorpi specifici neutralizzanti il SARS-CoV-2, in grado di contrastare la malattia in casi sintomatici gravi e – in futuro – di bloccare l’evoluzione della sintomatologia sia nei pazienti già ospedalizzati con Covid-19 sia nei soggetti a maggiore rischio”.“Come Kedrion – ha concluso Gringeri – ci siamo subito attivati consapevoli che il plasma è un materiale biologico prezioso, le cui proprietà biochimiche e i cui usi terapeutici sono in larga misura inesplorati, il suo potenziale è quindi ancora enorme e siamo convinti possa essere di grande aiuto anche in questa occasione”.La stessa terapia è stata utilizzata con successo per migliorare il tasso di sopravvivenza dei pazienti con sindromi respiratorie acute ugualmente gravi dovute ad altri coronavirus, quali SARS e MERS, e per ridurne la degenza ospedaliera.In attesa dell’avvio della produzione industriale sono molto positivi i risultati registrati dalla somministrazione di plasma iperimmune da convalescente a pazienti con COVID-19 in condizioni critiche effettuato da alcuni centri in Lombardia. In questi casi Kedrion Biopharma ha fornito e installato a tempo di record dispositivi capaci di trattare il plasma da soggetti COVID-19 convalescenti, inattivandolo viralmente in modo da poterlo infondere in sicurezza in pazienti in condizioni critiche. I centri trasfusionali di Mantova, Padova e Pisa hanno ricevuto gratuitamente la strumentazione per questa procedura, unitamente ai kit utili alla preparazione di circa 3.200 unità di plasma convalescente. I centri che hanno già a disposizione le macchine si stanno dotando dei kit necessari per l’inattivazione virale del plasma. Un protocollo clinico-sperimentale è stato già sviluppato dal Servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo di Pavia in collaborazione con altre strutture come quelle di Lodi e Mantova, e dall’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova.Questo plasma potrà essere utilizzato nella gestione dei pazienti più critici.Per aumentare la disponibilità di plasma da convalescente – principale alleato nella lotta a questa epidemia infettiva – Kedrion Biopharma metterà a disposizione del Servizio Trasfusionale Italiano le proprie tecnologie per realizzare l’inattivazione virale e i test aggiuntivi richiesti, incluso il titolo degli anticorpi totali e neutralizzanti specifici.Il procedimento potrà essere effettuato presso lo stabilimento produttivo di Sant’Antimo (Napoli), dove il plasma da pazienti Covid-19 convalescenti verrà analizzato per la presenza di virus trasmissibili con il sangue e trattato con solvente/detergente (S/D) per eliminare qualsiasi virus. In un prossimo futuro, con la disponibilità presso i Servizi Trasfusionali di test per titolazione di anticorpi anti-SARS-CoV-2, potrebbe essere utilizzato anche il plasma di donatori COVID-19 asintomatici e divenuti negativi alla PCR

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Raccolta fondi per la terapia intensiva al Niguarda

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

La fondazione Angelo De Gasperis ha avviato una raccolta fondi per le terapie intensive del Dipartimento Cardiotoracovascolare De Gasperis dell’AAST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. La fondazione lavora da cinquant’anni per sostenere l’attività e la ricerca del Cardiocenter e in questo momento focalizza la sua attività per supportare Niguarda durante l’emergenza legata al Covid-19. I fondi raccolti saranno utilizzati per la creazione di nuovi posti letto nel reparto di terapia intensiva: ogni unità posto letto nel reparto di terapia intensiva è composto da un letto, un respiratore, pompe infusionali e monitor. Il prezzo di ogni postazione si avvicina alla cifra di 70mila euro. Le donazioni possono essere effettuate collegandosi al link: https://www.degasperis.it/vuoi_aiutarci/donazione_online.htmlRicordiamo che il soggetto cardiopatico è più vulnerabile nei confronti delle possibili complicanze (soprattutto respiratorie) della sindrome influenzale, in particolare in presenza di insufficienza cardiaca e/o co-morbità come il diabete o le malattie polmonari croniche, come dimostrano i dati di quest’epidemia. La fondazione Angelo De Gasperis organizza ogni anno il Convegno nazionale di Cardiologia da cui questi dati sono puntualmente confermati: l’influenza, come altre malattie febbrili, può determinare incrementi anche molto rilevanti della frequenza cardiaca (uno dei principali determinanti del fabbisogno di ossigeno da parte del cuore) e determina un cosiddetto “stato ipercinetico” del nostro sistema circolatorio per cui il sangue deve essere pompato con maggior celerità. Il cuore quindi è chiamato a svolgere un superlavoro che può metterlo a dura prova. «Dobbiamo diffondere queste conoscenze» ricorda il presidente della fondazione Angelo De Gasperis Benito Benedini. «In questo momento drammatico per l’Italia – spiega – la corretta informazione allunga la vita».Come si può desumere anche dagli studi e dall’attività clinica finanziati dalla fondazione in questi anni, anche nel soggetto senza cardiopatia nota, l’influenza può aumentare il rischio di infarto fino a sei volte rispetto alla norma, soprattutto nei soggetti anziani o con evidenti fattori di rischio cardiovascolare. Inoltre in alcuni casi (di solito rari, fortunatamente) il virus influenzale può attaccare direttamente anche il muscolo cardiaco danneggiandolo in modo più o meno grave. È quindi evidente l’importanza di attuare tutte quelle misure igieniche e di stile di vita che possono ridurre la probabilità di contrarre la sindrome influenzale (ancora più tassativa l’abolizione del fumo, evitare i forti sbalzi di temperatura ed i luoghi particolarmente affollati) ma soprattutto emerge il ruolo fondamentale della vaccinazione che, in assenza di specifiche controindicazioni, dovrebbe essere consigliata ad ogni soggetto cardiopatico o ad aumentato rischio cardiovascolare. Un’ulteriore attenzione va poi riservata all’eventuale terapia “fai da te”: deve essere il Medico ad indicare la terapia più adatta (sintomatica, antipiretica, ecc) e l’eventuale ricorso agli antibiotici che vanno assunti correttamente e solo quando realmente necessari.

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