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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 255

Posts Tagged ‘terapie’

Teleconsulto per la diagnosi delle neoplasie

Posted by fidest press agency su martedì, 21 luglio 2020

Trovare un nodulo sospetto, ottenere la diagnosi senza muoversi da casa e in tempi rapidi, spostandosi solo al momento opportuno per effettuare l’intervento chirurgico. È questo il percorso che vuole realizzare concretamente SmartDoc, il progetto di teleconsulto che ha appena preso il via al Dipartimento di Oncologia Toracica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT), e che è stato reso possibile grazie al contributo dell’Associazione Il Tulipano Bianco APS.
Spiega Ugo Pastorino, Direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Toracica di INT. – “Oggi il nostro dovere è quello di far sì che le persone riprendano a varcare la soglia dell’ospedale, che mantengano la continuità terapeutica e assistenziale. Con il teleconsulto offriamo un’opzione in più nell’ottica di proteggere i nostri pazienti e offriamo loro la possibilità di ricevere una diagnosi rapida, di seguire l’andamento della malattia senza gli oneri che è costretto a sostenere chi arriva da un’altra Regione e senza ulteriori stress legati al timore del contagio di Coronavirus, perché rimane a casa propria”.
La visita specialistica a distanza garantisce un livello di qualità pari a quella che viene eseguita in sede e in tutta sicurezza per quanto riguarda la trasmissione dei dati.”Abbiamo installato un programma protetto che permette al paziente di inviarci gli esiti dei suoi esami, esattamente come se ci consegnasse in mano la documentazione. A fine visita, e sempre in modalità protetta, vengono inviate la diagnosi, la relazione per il medico di famiglia e le eventuali impegnative” – spiega Alessandro Pardolesi, Dirigente Medico della Struttura Complessa di Chirurgia Toracica di INT e ideatore e responsabile del progetto. – “Durante la visita, se è necessario, agevoliamo le spiegazioni con dei disegni che il paziente vede in diretta, utilizzando lo stesso approccio adottato in studio. Può sembrare una banalità, ma in questo modo cade il muro che si potrebbe creare soprattutto nel momento della comunicazione della diagnosi, a vantaggio del rapporto medico-paziente. “L’emergenza coronavirus ha fatto nascere bisogni del tutto nuovi. Per questo ci siamo subito attivati per intercettarli e fornire risposte efficaci nel più breve tempo possibile. Sono così nate nuove collaborazioni con strutture ospedaliere che sono un punto di riferimento per pazienti provenienti da tutta Italia, come l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Siamo felici che il progetto SmartDoc abbia preso forma anche grazie all’attrezzatura tecnica per i teleconsulti che abbiamo fornito all’Istituto. Lavoreremo inoltre per far conoscere il nuovo servizio a tutti i potenziali utenti, attraverso un lavoro mirato di promozione”, dichiara Francesco Giordani, presidente del Tulipano Bianco APS.SmartDoc rappresenta uno strumento in più per una diagnosi precoce del tumore del polmone. Attualmente questa è la seconda neoplasia più frequente negli uomini (15%) e la terza nelle donne (12%), con dati in costante evoluzione. Il trend è in calo negli uomini (-1,6%) grazie a una disassuefazione dal fumo, e in aumento nelle donne (+2,2%) a causa di un incremento delle fumatrici. Il fumo di sigaretta rappresenta infatti il principale fattore di rischio del cancro del polmone, ed è responsabile di circa nove casi su dieci di malattia.

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COVID-19 e diabete: le istruzioni degli esperti per esami e terapie

Posted by fidest press agency su domenica, 10 maggio 2020

La fase 2 è cominciata, ma il SARS Cov-2 di certo ancora non batte in ritirata. Si cominciano comunque a fare i primi bilanci e a tentare di scrivere le regole per la gestione della malattia nelle diverse categorie di pazienti. Le persone con diabete sono state purtroppo tra le più colpite dalla pandemia, vista anche la diffusione di questa condizione tra la popolazione generale, e in particolare tra gli anziani. Si calcola che, nelle diverse parti del mondo, dal 20 al 50% dei pazienti con COVID-19 fossero diabetici, molti dei quali con una concomitante cardiopatia ischemica. Un panel di esperti internazionali ha tentato di mettere a punto dei suggerimenti di trattamento per le persone con diabete e COVID-19 (pubblicate su Lancet Diabetes &Endocrinology), pur in assenza di chiare evidenze scientifiche.Ecco i principali punti emersi dall’analisi pubblicata su Lancet Diabetes &Endocrinology.
Prevenzione: la parola d’ordine. Quel che è certo èche appare fondamentale fare di tutto per prevenire l’infezione da SARS CoV-2 nella popolazione diabetica. I pazienti vanno sensibilizzati all’importanza di un controllo metabolico ottimale (che comprende glicemia, ma anche pressione arteriosa, colesterolo e trigliceridi), ottimizzando l’eventuale terapia in atto e soprattutto non sospendendola, se non sotto stretto controllo medico che, visto il momento, può avvenire anche da remoto, con strumenti di telemedicina o comunicazioni via email o sms. La terapia antipertensiva con sartani o ACE-inibitori e quella anti-colesterolo con statine non solo non va sospesa, ma va assolutamente proseguita. Anche l’obesità e il sovrappeso rappresentano importanti fattori di rischio per i pazienti con COVID-19 (motivo in più per mettersi a dieta o almeno per cerca di non aumentare di peso) perché riducono il volume polmonare, alterano la meccanica respiratoria e l’ossigenazione in corso di ventilazione meccanica, soprattutto in posizione supina. Questi soggetti presentano inoltre un’infiammazione di basso grado cronica e alterazioni dell’immunità, aggravate dalla presenza di insulino-resistenza, che riducono la loro capacità di risposta agli agenti infettivi.
Qual è la migliore terapia anti-diabete nei ricoverati e negli altri. Nei pazienti ricoverati per COVID-19 è invece necessario stare in guardia circa l’eventuale comparsa di diabete di nuova insorgenza (il virus può attaccare anche le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina), monitorando con attenzione glicemia, elettroliti, chetoni. I pazienti con diabete di nuova insorgenza e quelli già diabetici, se affetti da COVID-19 in forma moderato-grave, richiedono in genere il passaggio a terapia insulinica per via endovenosa ad alte dosi, con l’obiettivo di mantenere la glicemia tra i 72 e i 180 mg/dl. Potrebbe essere prudente sospendere la metformina e gli inibitori di SGLT2, ma solo in caso di infezione grave da SARS CoV-2, per evitare rispettivamente il rischio di acidosi lattica e di cheto acidosi diabetica. In caso di sospensione, il trattamento di scelta è l’insulina.Non ha senso invece la sospensione ‘profilattica’ di questi farmaci nei pazienti in buona salute.Cosa fare ‘dopo’. Il SARS-CoV-2 può indurre alterazioni metaboliche di lunga durata; i pazienti sopravvissuti all’infezione dovrebbero dunque essere avviati a un monitoraggio cardio-metabolico molto stretto nei mesi a venire. Gli interventi di chirurgica metabolica andrebbero inoltre rimandati, mentre in chi è già stato operato è consigliabile vigilare sulla presenza di eventuali deficit nutrizionali (vitamine e micronutrienti) che potrebbero indebolire la risposta immunitaria.

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Webinar Terapie Covid Consensus Conference

Posted by fidest press agency su martedì, 5 maggio 2020

A conclusione del WEBINAR ‘TERAPIE COVID CONSENSUS CONFERENCE’ a cura di OFFICINA MOTORE SANITA’, di seguito alcune dichiarazioni rilasciate dagli esperti del mondo salute che hanno partecipato al dibattito sulla battaglia per sconfiggere l’infezione COVID-19:
FRANCESCO MENICHETTI Ordinario di Malattie Infettive, Università di Pisa, Presidente GISA (Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica) e Direttore U.O.C. Malattie Infettive, AOUP – Ospedale Cisanello “Oggi contro il COVID-19 non esiste una terapia che abbia mostrato sicura efficacia. Questo impone che qualunque iniziativa terapeutica si intenda adottare per ogni singolo paziente (es: idrossiclorochina, azitromicina, lopinavir-titonavir, eparina, tocilizumab baricitinib, altri monoclonali, steroidi, plasmaterapia) debba rigorosamente avvenire arruolandoli in studi prospettici, randomizzati e controllati, perché i soli in grado di produrre la necessaria evidenza.”.
MATTEO BASSETTI Direttore Unità Operativa Clinica Malattie Infettive Ospedale Policlinico San Martino. “Sicuramente ora rispetto alla fase iniziale sull’utilizzo dell’idrossiclorochina siamo più scettici, perché i dati non sono entusiasmanti. Ad esempio, stiamo iniziando uno studio per conto dell’OMS e quindi potremo vedere, se ci sarà o meno un beneficio nell’usare questo farmaco.”
MASSIMO ANDREONI Direttore UOC Malattie Infettive, Policlinico “Tor Vergata”, Roma. “Tutti i trial farmacologici che sono stati utilizzati oggi non sono ancora in nessun modo risolutivi. Sono stati utilizzati una quantità di farmaci enormi e alcuni sono stati anche fallimentari, mentre altri hanno dato risultati scarsi. Qualche farmaco è stato testato in vitro, altri dal vivo ma al momento non posso dichiarare che ci sia un farmaco risolutivo nella cura del Covid-19. Il virus è mutato, esistono degli studi che lo dimostrano, ma non è mutato in maniera significativa fortunatamente, soprattutto per la messa a punto del vaccino. Non sembra essere la mutazione la causa del calo dei morti e degli infetti”.
ANDREA CRISANTI Direttore Laboratorio di Microbiologia e Virologia, Università Azienda Ospedaliera di Padova “Con l’imminente arrivo del Covid-19, la prima cosa che abbiamo fatto è stato mettere a punto un test diagnostico con l’azienda e quando ci sono stati i primi casi abbiamo messo subito in sicurezza l’ospedale di Padova, perchè se fosse diventato un focolaio di contagio avremmo messo a rischio tutto il Veneto.
GIOACCHINO ANGARANO Ordinario di Malattie Infettive, Università degli Studi di Bari, Direttore UO Malattie Infettive, Azienda Ospedaliera “Ospedale Policlinico Consorziale” di Bari. “Le ancora insufficienti conoscenze hanno reso difficile giungere ad una posizione comune sui singoli farmaci da utilizzare, ma è risultato evidente che i farmaci antivirali disponibili sono ampiamente insufficienti, mentre la terapia antinfiammatoria può risultare più efficace se effettuata con il giusto timing”.
VALENTINA SOLFRINIServizio Assistenza Territoriale, Area Farmaci e Dispositivi Medici, Regione Emilia Romagna “Epidemiologi, infettivologi e responsabili dell’organizzazione dei servizi sanitari sono d’accordo sul fatto che non ci siano certezze sull’efficacia dei trattamenti e che debba prevalere un atteggiamento di prudenza nei confronti delle scelte terapeutiche”.

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Terapie oncologiche orali a domicilio

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

La sicurezza dei nostri pazienti è una priorità e per questo abbiamo attivato vari canali per rimanere in contatto e rispondere alle esigenze cliniche, psicologiche e informative di pazienti oncologici e dermatologici. Pertanto se possono evitare di venire da noi per le terapie, andiamo noi a casa loro e consegniamo farmaci orali sufficienti per la terapia di un mese o due a seconda della prescrizione del medico. Nell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) circa il 50% dei pazienti è in trattamento con i farmaci orali, che in precedenza gli interessati ritiravano mensilmente presso la farmacia ospedaliera. I nostri pazienti oncologici sono immunodepressi e a forte rischio di contagio da coronavirus, spesso sono anziani e con più patologie. In seguito all’emergenza, nel mese di marzo, l’Oncologia Medica 2, diretta da Patrizia Vici ha promosso un progetto pilota. Presso questa unità operativa il 15% di tutte le terapie sono orali e in 2 settimane sono state consegnate l’80% delle terapie sul territorio di Roma e provincia. Il progetto coordinato e gestito dalla Direzione Medica IFO ora è esteso a tutte le oncologie, all’ematologia e alla dermatologia per la consegna anche di farmaci biologici, per un totale di circa 450 consegne mensili. Il sistema non intende fermarsi alla fase di emergenza ma continuare anche dopo ripensando così i processi e le modalità terapeutiche a distanza ma in continuo contatto con i pazienti. “E’ un progetto che non si ferma all’emergenza ma intende rimodulare l’offerta dei servizi a tutela di tutti. Si aggiunge ai servizi attivati nel giro di un mese: dallo screening meticoloso al laboratorio per i tamponi, dalla telemedicina, alle linee di ascolto attivo anche nei giorni festivi e al supporto psicologico.”

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I militari dell’Esercito impiegati al servizio del Paese per garantire l’immediata distribuzione di materiali necessari alla lotta al Covid-19

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2020

Vercelli. Procede senza sosta l’impegno del Reggimento Artiglieria a Cavallo nel contrasto al Covid-19. Da settimane, oramai, gli Artiglieri affiancano ininterrottamente l’avvocato Carlo Olmo, filantropo vercellese, nella distribuzione gratuita di mascherine e Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) nella provincia di Vercelli Anche ieri, infatti, dopo aver onorato le vittime del Covid-19 con un minuto di silenzio rispettato davanti al tricolore a mezz’asta, i veicoli militari hanno varcato il portone della Caserma Scalise, sede del Reggimento Artiglieria a Cavallo, per raggiungere le case comunali di Vercelli, San Germano, Santhià, Tronzano, Rive, Costanzana, Borgo Vercelli, Crova, Stroppiana, Pezzana, Tricerro, Bianzè, Asigliano, Mazzè e Cavaglià, dove sono stati accolti dalla commovente riconoscenza dei Sindaci, dei rappresentanti degli Enti locali, della Polizia Municipale e della Protezione Civile.33.000 mascherine chirurgiche e Ffp2, centinaia di guanti e gel igienizzanti: queste le ultime donazioni che i militari dell’Esercito hanno portato nei 15 Comuni del territorio vercellese.
Mercoledì 8 aprile, inoltre, una ulteriore donazione di 500 camici e 300 visiere Face Shield sarà consegnata dalle Batterie a Cavallo all’ASL 11 di Vercelli, presidi essenziali ai reparti di rianimazione, infettivi e terapia intensiva. Questi dispositivi si aggiungeranno ai 300 mila già approvvigionati dall’Avvocato Olmo e distribuiti nelle ultime 2 settimane dal Reggimento.“Siamo in costante contatto con l’Avvocato Olmo – spiega il Colonnello Christian Ingala, 81° Comandante delle Batterie a Cavallo – che supportiamo nel trasporto delle donazioni affinché il necessario arrivi il prima possibile alle strutture sanitarie, ai medici di famiglia e a tutti coloro che, come noi dell’Esercito, sono in prima linea nel contrasto alla diffusione del virus”. L’impegno del Reggimento, nel contrasto dell’epidemia, abbraccia anche altri fronti. Da venerdì scorso, infatti, un infermiere militare delle Batterie a Cavallo presta servizio nel reparto di terapia sub intensiva dell’ospedale Maggiore di Novara. Inoltre, con la rimodulazione dei servizi di Strade Sicure, oltre 400 uomini e donne del Raggruppamento Piemonte Liguria, del quale il Reggimento ha assunto il comando a dicembre, concorrono affinché la popolazione aderisca a quanto previsto dal decreto governativo sull’ #iorestoacasa, attraverso la vigilanza ininterrotta di decine di obiettivi e siti sensibili e dei punti di accesso e di uscita dai principali centri urbani, dei porti, degli aeroporti e delle stazioni ferroviarie di Vercelli, Novara, Saluggia, Torino, Caselle, Genova e Ventimiglia.Il Reggimento è anche inquadrato nella Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” ed è l’unico reparto di artiglieria terrestre della Grande Unità da Combattimento del nostro Esercito a fornire gli assetti per la Capacità Nazionale di Protezione dal Mare (CNPM).

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Il diabete in Italia costi e nuove terapie

Posted by fidest press agency su domenica, 14 luglio 2019

Ha un costo totale di 20,3 miliardi di euro all’anno, tra quelli che vengono definitivi costi diretti (46%) e indiretti (54%). All’interno di quelli diretti, circa la metà (49%) è dovuto alle ospedalizzazioni, il 7% ai “farmaci per il diabete”, il 17% alle “visite pazienti”, il 23% per “altri farmaci”. Sul totale delle spese inerenti al trattamento della patologia, le spese per i devices corrispondono solo al 4%.
I presupposti dello studio belga partono proprio da quest’ultimo dato, dimostrando come è stato possibile ridurre il numero dei ricoveri (di un terzo) e delle assenza sul lavoro (la metà) grazie all’utilizzo del monitoraggio in continuo della glicemia in real time.
Studi clinici randomizzati hanno confermato l’efficacia del monitoraggio in continuo della glicemia in real time (RT GCM) nel ridurre gli eventi ipoglicemia severi del 72% in sei mesi con un miglioramento della variabilità glicemica del 36%.La valenza di questo studio rinforza quello che viene definito l”effectiveness” dei sistemi di monitoraggio continuo della glicemia di ultima generazione in grado di ridurre le complicanze e quindi i ricoveri, ma soprattutto i costi – conclude Bertuzzi- ll livello di precisione dei devices a disposizione hanno segnato un cambio epocale nella gestione del diabete, al punto che è stato approvato per prendere decisioni terapeutiche senza bisogno di calibrazioni.
Monitoraggio in continuo della glicemia (CGM) in real time (RT CGM) E’ di altissima precisione, si chiama DexcomG6 e rappresenta il device che segna oggi un cambio epocale nella gestione del diabete. E’ stato approvato per prendere decisioni terapeutiche senza bisogno di calibrazioni, perché grazie agli elevati standard della Ricerca e Sviluppo di Dexcom, questo sistema di monitoraggio sta raggiungendo la “perfezione della natura” in termini di accuratezza. Semplice come nessun altro CGM (è dotato di inseritore automatico), con allarmi personalizzabili, avviso predittivo di ipoglicemia e possibilità di condivisione a distanza consente di mettere in campo interventi preventivi e correttivi al fine di mantenere o ricondurre la glicemia in un range fisiologico, allontanando il rischio di complicanze anche molto pericolose.
Il sistema Omnipod è un cerotto intelligente che gestisce la terapia. Si tratta di un microinfusore che ha le dimensioni di un “micro-mouse” (il Pod, appunto) e fornisce la somministrazione continua di insulina sempre. Consente di nuotare, praticare sport, fare la doccia (impermeabile fino a 7,6 metri) e condurre la propria vita sociale fin da molto piccoli, sapendo che monitoraggio e terapia vengono gestiti in sicurezza.

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Due nuovi biosimilari per la cura di pazienti affetti da patologie immunologiche

Posted by fidest press agency su martedì, 4 giugno 2019

Sandoz annuncia la disponibilità anche in Italia di due suoi nuovi farmaci biosimilari: Hyrimoz, approvato per tutte le indicazioni del prodotto adalimumab1 di riferimento tra cui artrite reumatoide, psoriasi a placche, morbo di Crohn e colite ulcerosa e Zessly, autorizzato per tutte le indicazioni del farmaco infliximab2 di riferimento tra le quali artrite reumatoide, morbo di Crohn in forma pediatrica e non, colite ulcerosa in adulti e bambini, spondilite anchilosante, artrite psoriasica e psoriasi a placche.
Questo è uno degli argomenti trattati durante la due giorni “Value for the Future” organizzata da Sandoz a Roma, per discutere insieme a clinici, istituzioni e pazienti sulle opportunità offerte dai biosimilari; un confronto sempre più necessario tenendo in considerazione il loro crescente utilizzo ed il loro contributo a tutto il sistema sanitario.Con l’introduzione dei due nuovi biosimilari, Sandoz amplia l’offerta di cura a disposizione dei clinici, dando loro la possibilità di scegliere la migliore alternativa terapeutica per i pazienti elegibili al trattamento con biologico.“I farmaci biosimilari rappresentano un’opportunità per il clinico e consentono un risparmio di risorse, soprattutto se si tiene conto che in Italia il numero di pazienti trattati con farmaci biotecnologici è tra i più bassi d’Europa” dichiara Luigi Sinigaglia, Direttore della Struttura complessa di Reumatologia del Gaetano Pini-CTO di Milano. “Se si fa riferimento alle limitazioni di budget delle singole Regioni, la nostra esperienza con i biosimilari è in generale positiva, soprattutto nei pazienti cosiddetti naïve, che non sono mai stati trattati in precedenza con farmaci biologici, e non c’è ragione per non utilizzare il biosimilare nel paziente che ha indicazione per quel farmaco specifico.”Un recente studio condotto da “The European House Ambrosetti” per il Gruppo Novartis in Italia ha evidenziato come Sandoz contribuisca a creare valore anche attraverso i risparmi generati dall’utilizzo di farmaci equivalenti e biosimilari.

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Terapie del futuro, la svolta è adesso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 aprile 2019

Milano 17 aprile, alle 18:00, presso la Sala Buzzati – Fondazione Corriere della Sera, si terrà “Terapie del futuro, la svolta è adesso. Il Valore della ricerca al servizio dei pazienti e dell’economia del Paese: da sempre responsabilità e impegno di Fondazione Telethon e dei suoi Partner”: questo il titolo dell’incontro sull’impegno di Fondazione Telethon e dei suoi partner, un appuntamento per confrontarsi sull’importanza e sul valore del concetto di responsabilità sociale e su come possa rappresentare un modello virtuoso per lo sviluppo dell’intero Paese.A moderare la tavola rotonda sarà Massimo Fracaro, responsabile de L’Economia del Corriere della Sera: interverranno Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione Telethon, Luigi Naldini, Direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget), Andrea Munari, Amministratore Delegato di BNL e Responsabile del Gruppo BNP Paribas in Italia, e Michele Pontecorvo, Vicepresidente Ferrarelle SpA. Alla tavola rotonda è stata invitata Giulia Grillo, Ministro della Salute.Gli investimenti in ricerca rappresentano un modo indispensabile per avere ricadute positive sul fronte dello sviluppo economico e rivestono un valore strategico e un’importanza vitale per la crescita complessiva del Paese. In questo senso l’Italia ha tutte le caratteristiche per rappresentare un punto di eccellenza e qualità nello scenario internazionale della ricerca, pur restando necessario mettere a fattor comune i modelli virtuosi. Il supporto costante e la partecipazione attiva dei donatori e delle aziende partner rappresentano dunque in questo senso la linfa fondamentale per alimentare una ricerca scientifica di eccellenza messa al servizio dello sviluppo e del progresso a trecentosessanta gradi del “Sistema Paese”.

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Terapie CAR-T contro i tumori

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 agosto 2018

Secondo il professor Ruggero De Maria, Presidente della rete oncologica nazionale (Alleanza Contro il Cancro), intervenuto sulla decisione europea di dare il via libera a due terapie CAR-T, «la possibilità di ingegnerizzare le cellule immunitarie contro i tumori ha dato dei risultati insperati su pazienti in cui tutte le altre terapie avevano fallito. Sebbene questo tipo di cura necessita di procedure complesse nella preparazione cellulare, è probabile che a breve vengano sviluppate delle terapie Car-T anche in altri tipi di tumore. All’interno di ACC – ha concluso De Maria – ci sono una serie di progetti molto promettenti che potrebbero migliorare la prognosi di una serie di tumori molto aggressivi”.
Alleanza Contro il Cancro ACC, è la più grande organizzazione di ricerca oncologica italiana. E’ stata fondata nel 2002 dal Ministero della Salute tra sei centri di alto livello di cura e ricerca del cancro (IRCCS). L’Associazione è attualmente formata da 25 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, AIMaC, Italian Sarcoma Group, Fondazione CNAO e l’Istituto Superiore di Sanità, che ne ospita gli uffici. La sua missione è promuovere la rete tra centri oncologici con finalità di ricerca primariamente clinica e traslazionale per «portare al letto del paziente» le innovazioni diagnostiche e le più avanzate procedure terapeutiche. Le aree di interesse primario in cui ACC opera sono tre: ricerca di base e clinica oncologica, diagnosi e terapia dei tumori e istruzione e informazione in oncologia.

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Qui parliamo spesso di farmaci e di terapie ma il paziente dove lo mettiamo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

E’ necessario, a nostro avviso, richiamare il concetto che il trattamento di una medicina non può prescindere dalla sua conoscenza sugli effetti clinici e quelli indesiderati, gli eventi avversi e la durata della cura.
In altri termini prima della registrazione si deve sapere tutto di un farmaco, ma non basta. Il suo studio, in realtà, non termina mai per tutta la sua vita commerciale. Il motivo di quest’attenzione è anche un altro. Il farmaco si cala in una vita reale con tutte le complessità personali e fisiche del paziente. Occorre, quindi, evitare ogni tipo d’interferenza e prestare una maggiore attenzione agli effetti prodotti da un farmaco e dalla possibilità che possa interagire con un altro in termini conflittuali. Significa anche che occorre porre più attenzione al rischio che si corre sulla minore considerazione che oggi si rileva nelle diagnosi e nella prescrizione di farmaci a fronte di pazienti che ricorrono per le loro patologie a più specialisti. Manca spesso un approccio interdisciplinare che permetta di conciliare le prescrizioni sulla base di una visione globale sullo stato di salute del paziente. Lo spezzettamento specialistico a volte può danneggiare e non certo migliorare un indirizzo terapeutico se l’occhio non si focalizza sull’insieme dei processi vitali che interagiscono tra loro e ne armonizzano i processi. (Servizio Fidest)

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Aderenza alle terapie: un elemento fondamentale per migliorare la tutela della salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

“La presentazione della “Raccomandazione civica per l’aderenza terapeutica” da parte di Cittadinanzattiva è un passo importante nella direzione di un nuovo modello di tutela della salute, impostato sull’assistenza territoriale e la collaborazione interprofessionale, che da sempre perseguiamo” dice il Presidente della Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani, Andrea Mandelli, intervenuto oggi alla presentazione dell’iniziativa, alla quale la Federazione ha collaborato. “E’ ormai un dato riconosciuto da tutta la comunità scientifica che la non aderenza alle terapie produce un guasto gravissimo sia sul piano clinico sia sul piano economico-sanitario. E’ evidente che il cattivo controllo delle malattie croniche è all’origine di complicanze ed eventi acuti che comportano ricoveri ospedalieri e prestazioni diagnostiche: insomma sofferenze per il paziente e costi evitabili per la collettività” prosegue Mandelli. “Da tempo in tutto l’Occidente industrializzato il farmacista è coinvolto direttamente nel supporto all’aderenza alla terapia con risultati positivi supportati da una cospicua letteratura scientifica. In Italia la Federazione persegue questo obiettivo da tempo anche attraverso sperimentazioni scientifiche – il Progetto I-MUR – che hanno dimostrato non solo l’efficacia del supporto che il farmacista offre al paziente nell’uso corretto del farmaco e nel rispetto della terapia prescritta, ma anche il gradimento del paziente italiano per questa forma di assistenza. Oggi siamo alla vigilia dell’implementazione di questa prestazione nell’ambito della farmacia dei servizi, grazie a un finanziamento previsto dall’ultima Legge di Bilancio, e le indicazioni e le evidenze fornite da questa iniziativa di Cittadinanzattiva sono senz’altro un ulteriore, importantissimo stimolo”.

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Le malattie neuromuscolari: panoramica e novità terapeutiche

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione del Prof. Angelo Schenone, Associato in Neurologia, Università di Genova e Policlinico San Martino di Genova: “Le malattie neuromuscolari (MNM) sono quel gruppo di malattie che colpiscono i nervi, sia motori che sensitivi, e i muscoli da essi comandati. Le cause sono molteplici: genetiche, infiammatorie, immunologiche, endocrino-metaboliche, tossiche e neoplastiche.Oggi i neurologi vivono, nel campo delle MNM, la rivoluzione dell’applicazione pratica della tanto attesa terapia genica. E’ infatti della fine di settembre la notizia che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato in soli 64 giorni, grazie ad un percorso accelerato riservato alle malattie gravi, la commercializzazione del farmaco Spinraza (Nusinersen) per la cura ed il trattamento della Atrofia Muscolare Spinale (SMA), gravissima MNM del bambino e dell’adulto che può portare alla morte anche nel I anno di vita. Gli studi sono stati coordinati da ricercatori italiani. Il meccanismo di azione di Nusinersen è “genico”: il farmaco (oligonucleotide antisenso) iniettato per via intratecale mediante puntura lombare, attiva la funzione di un gene (SMN2) complementare a quello inattivo nella malattia (SMN1) e consente la produzione della proteina carente da parte delle cellule nervose. A breve si prospettano altri risultati straordinari basati sulla terapia genica per altre MNM fatali, quali la neuropatia amiloidosica familiare, e ancora la SMA, mediante l’iniezione sottocute di una singola dose di “DNA” che veicola il gene attivo.

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Le demenze: il punto della ricerca scientifica su nuove terapie e procedure diagnostiche

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione del Prof. Stefano Cappa, Ordinario di Neurologia, Scuola Universitaria Superiore di Pavia: “Nel caso di demenza, le capacità motorie dei pazienti rimangono intatte. Per questa patologia, infatti, vale la regola “Non c’è cervello senza muscolo” proprio a sottolineare l’importanza dell’attività fisica per il mantenimento delle nostre capacità cognitive.A livello internazionale, due scoperte sono molto importanti per il potenziale impatto sulla diagnosi e sullo sviluppo di nuove terapie. Da un lato, una scoperta di base, ovvero la conoscenza della precisa struttura atomica della tau fosforilata, un’altra proteina la cui deposizione a livello cerebrale, accanto a quella dell’amiloide, è il principale marcatore della malattia. La conoscenza della struttura degli aggregati specifici per l’Alzheimer apre la strada alla possibilità di una visualizzazione in vivo con la tomografia ad emissione di positroni e allo sviluppo di terapie che nel blocchino l’aggregazione.Dall’altro, la recente scoperta di un test eseguibile su un semplice campione di sangue per dimostrare la presenza di un probabile accumulo di amiloide cerebrale, la cui efficacia sembra comparabile a quella di esami invasivi, come l’analisi del liquido cerebrospinale mediante puntura lombare o più costosi e complessi, come la PET cerebrale con traccianti per l’amiloide. Quindi nuove prospettive per la diagnosi precoce e la valutazione dell’efficacia di terapie applicate a soggetti a rischio o nelle fasi molto iniziali della malattia”.

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Risorse e terapie anticancro

Posted by fidest press agency su domenica, 29 ottobre 2017

tumore metastatico1È necessario modificare i criteri con cui distribuire a livello nazionale, regionale e aziendale le risorse per coprire le uscite derivanti dalle terapie anticancro. Sono i cosiddetti costi standard, fondamentali per definire le modalità di finanziamento dei reparti di oncologia. Oggi viene applicata una tariffa unica per prestazione generica (per esempio la chemioterapia ha una sola classificazione), con rilevanti differenze fra costi effettivi e standard. In realtà bisognerebbe far riferimento all’indicazione terapeutica, cioè al tipo di patologia trattata. I costi dei farmaci oncologici hanno un peso rilevante nella spesa delle oncologie italiane, con valori diversi per trattamento da 2.276,1 euro a 380,3 euro. Il 42% delle uscite totali per le terapie ad alto costo (sottoposte a registrazione AIFA) è indirizzato al tumore del seno, seguito dal colon-retto (13%), dal polmone (13%) e dalla prostata (7%), cioè dalle quattro neoplasie più frequenti. I dati emergono da una ricerca realizzata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO) e dal N.I.San. (Network Italiano Sanitario per la condivisione dei costi standard) presentata oggi a Roma al XIX Congresso Nazionale AIOM. Questo studio è in assoluto il terzo in Europa per dimensione del campione: ha preso in esame 7.660 pazienti, seguiti da 10 Oncologie nel 2015. Complessivamente, sono state analizzate 64.868 sedute (chemioterapia, immunoterapia ecc), per un costo totale pari a 75.814.416 euro. Sulla base delle diverse caratteristiche e tipologie di pazienti, si sono evidenziate chiare differenze: il 42% delle sedute è costituito dalle terapie ad alto costo, il 57% da quelle a basso costo, l’1% dalle sperimentazioni. “Questo studio – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM – indica chiaramente la necessità di assegnare le risorse sulla base delle caratteristiche dei pazienti, cioè della patologia trattata, superando gli elementi amministrativi a cui rispondono gli attuali criteri. È necessario quindi procedere alla applicazione reale dei costi standard che sono strumenti di fondamentale importanza nella valutazione della spesa, assicurando la sostenibilità del sistema sanitario, e per garantire equità nella distribuzione delle risorse. Consentono inoltre di sapere se si spende troppo e perché, o se vi è carenza di risorse, oltre a consentire di formulare e monitorare i budget. I costi standard non hanno un contenuto ‘ragioneristico’, ma devono essere uno strumento di indirizzo strategico”. La ricerca ha inoltre evidenziato come una parte considerevole delle spese sostenute per l’effettuazione dei trattamenti non sia legata al farmaco: le altre voci (costi per personale medico, dispositivi sanitari, laboratorio, radiologia, consulenze e, più in generale, della struttura) rappresentano il 20% del totale nel caso delle terapie ad alto costo e addirittura il 92% per quelle a basso costo. “Un caso emblematico è rappresentato dalla chemioterapia – sottolinea Evaristo Maiello, direttore Oncologia di Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo –. Per questo trattamento quando somministrato in regime ambulatoriale o di day hospital, viene riconosciuta una tariffa che varia nelle diverse Regioni, ma nessuna riesce in realtà a coprire gli effettivi costi del personale, dell’ammortamento delle apparecchiature e quelli generali della struttura. In particolare, se si analizzano le chemioterapie a basso costo, si nota come vengano erogate quasi gratuitamente. Vi sono ad esempio chemioterapie che durano ore e che richiedono la continua presenza degli infermieri, per cui la conoscenza e l’analisi degli aspetti organizzativi sono fondamentali per la determinazione dei costi standard e per stabilire nuovi criteri per coprire le spese dell’assistenza”. Nel 2017 in Italia sono stimati 369.000 nuovi casi di tumore: la sopravvivenza a 5 anni fra le donne raggiunge il 63%, fra gli uomini il 54%. “Siamo consapevoli – afferma Mario Alberto Clerico, presidente CIPOMO – che la gestione dei costi rappresenti una priorità e noi siamo pronti a fare la nostra parte. Per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, la parola d’ordine è appropriatezza. Anche nel settore oncologico si deve procedere all’eliminazione di spese improprie, per rendere più efficiente l’organizzazione dei servizi e migliorare l’assistenza garantita ai cittadini. Va però ricordato che in Italia la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è più alta rispetto a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, anche se abbiamo a disposizione meno fondi. La definizione di nuovi criteri nella distribuzione delle risorse è quindi un passaggio fondamentale”.
Nella ricerca la rilevazione dei costi standard dei farmaci si è basata sui dati di 10 reparti di oncologia. Per gli altri fattori produttivi (medici, altro personale e servizi), la ricerca si è avvalsa della rilevazione dei costi standard di 17 Oncologie incluse nel N.I.San. “Nel 2011 a livello internazionale è stato stabilito il Clinical Costing come metodologia di riferimento per la determinazione dei costi standard in sanità – evidenzia Alberto Pasdera, coordinatore scientifico N.I.San. -. E nella ricerca abbiamo utilizzato questo sistema che ha dimostrato di essere il più preciso e, soprattutto, il più adatto per collegare i costi effettivi con quelli standard. Il calcolo dei costi effettivi è di fatto una ‘scala gestionale’: non è possibile determinare i costi per indicazione terapeutica (ad es. tumore del seno o del colon retto) senza prima conoscere i costi dei servizi erogati ai singoli pazienti trattati (le sedute), e non è possibile determinare i costi dei servizi senza disporre dei costi per prestazione (ad esempio per le infusioni chemioterapiche) che compongono un servizio”. Già nel 2010 l’AIOM aveva pubblicato un’indagine sui costi standard per DRG in oncologia, cioè sulle tariffe per la remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera, da cui era emersa una ‘sottotariffazione’ dei ricoveri (differenza tra tariffazione e costi reali) pari al 28%. Un’altra indagine condotta nel 2015 ha evidenziato un ulteriore incremento di questa differenza che ha raggiunto il 78%. “I farmaci antineoplastici – continua Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM – rappresentano nel nostro Paese la prima categoria terapeutica con un costo di quasi 4,5 miliardi di euro nel 2016, anche se la voce maggiore di spesa per l’assistenza oncologica non è rappresentata dai farmaci”. “Oggi più che mai vi è il bisogno di terapie innovative e di migliori modelli gestionali che le rendano accessibili – conclude Maurizio de Cicco, Presidente e Amministratore Delegato di Roche –. Siamo felici di poter collaborare con la comunità oncologica per assicurare un impiego appropriato dei farmaci, coscienti che la sostenibilità del sistema sia anche nostra responsabilità. Auspichiamo che la nuova governance affronti temi quali la valutazione di nuovi modelli di finanziamento, come gli accordi di rimborso in base agli outcome, fino a nuovi modi per la raccolta dei dati e la misurazione dei risultati”.

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XIX Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 ottobre 2017

tumore metastaticoRoma 27-29 ottobre 2017 Marriott Park Hotel (Via Colonnello Tommaso Masala 54) il più importante appuntamento scientifico di aggiornamento e confronto che riunisce circa 3.000 specialisti per fare il punto sulla lotta ai tumori. Si stima che nel 2017 nel nostro Paese verranno diagnosticati 369.000 nuovi casi di cancro, ma le possibilità di guarigione sono in crescita. Sono decisivi i passi in avanti sul fronte delle terapie, anche se molto resta ancora da fare nel campo della prevenzione.
Come nei più importanti congressi internazionali, nelle conferenze stampa ufficiali, che si svolgeranno in sede congressuale, saranno trattati diversi temi:
venerdì 27 ottobre
Alle 13 conferenza stampa sul “Patto contro il cancro”. Per la prima volta in Italia nel 2016 è stato istituito un Fondo per i farmaci oncologici innovativi, pari a 500 milioni di euro. Gli oncologi chiedono che venga previsto anche per il 2018 un adeguato Fondo Nazionale per queste terapie, da finanziare con l’aumento del prezzo delle sigarette.
Alle 13.30 conferenza stampa sul tumore del seno. Quante sono le Brest Unit oggi in Italia? Quante soddisfano i requisiti minimi? Sarà presentata la proposta dell’AIOM per garantire alle donne colpite da questa patologia l’accesso in tutto il territorio ai centri di riferimento.
sabato 28 ottobre
tumore metastatico2Alle 13, conferenza stampa sul tumore dell’ovaio. Si tratta di una patologia complessa, che colpisce nel profondo l’intimità femminile. Oggi nuove armi permettono di controllare la malattia anche in fase avanzata.
Alle 13.30 conferenza stampa sui costi standard in oncologia. La scelta del tipo di costo standard è fondamentale per definire le modalità di finanziamento dei reparti di Oncologia. Come vengono calcolati oggi i costi standard? E quali dovrebbero essere i criteri corretti? Una ricerca condotta da AIOM, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO), dal N.I.San. (Network Italiano Sanitario per la condivisione dei costi standard) e dallo Studio Pasdera cambia i parametri di riferimento.
domenica 29 ottobre
Alle 11.45 conferenza stampa sul tumore del rene. Nel nostro Paese vivono circa 130mila persone dopo la diagnosi di questa neoplasia. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 71%, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più efficaci. E quasi il 60% dei pazienti scopre “per caso” la malattia in seguito a controlli eseguiti per altri motivi. Saranno presentati i risultati della prima fase della campagna di sensibilizzazione della società scientifica su questa patologia rivolta ai pazienti e ai cittadini.
Alle 12.15 conferenza stampa sul tumore della prostata. È la neoplasia più frequente fra gli uomini, in fase avanzata determina nel 90% dei casi metastasi ossee. In questi pazienti il dolore più essere debilitante a tal punto da impedire i gesti più semplici. Sarà presentata una ricerca della Fondazione ISTUD che ripercorre il ‘viaggio nelle cure’ delle persone con carcinoma prostatico in fase metastatica.

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Artrite reumatoide: progressi terapeutici

Posted by fidest press agency su sabato, 24 giugno 2017

artrite reumatoideMadrid. L’Artrite Reumatoide sino a qualche anno fa era una malattia legata ad una buia prospettiva di invalidità. Dal Congresso Europeo di Reumatologia, EULAR da poco concluso a Madrid, emergono importanti novità sulla patologia, non più considerata inesorabile. “Se la malattia è riconosciuta in tempo e trattata adeguatamente, anche le forme moderate e gravi possono essere controllate efficacemente” dichiara il Professor Luigi Sinigaglia dell’ Unità Operativa di Reumatologia dell’Istituto Gaetano Pini di Milano. Un problema che solo in Italia interessa oltre 400mila pazienti e con una prevalenza sulla popolazione stimata intorno allo 0.5% .
L’AR ha un impatto importante sulla vita dei malati: circa il 90% dei soggetti ha qualche grado di disabilità entro i 30 anni dall’esordio. Nel 22% dei casi il malato è costretto ad abbandonare ogni tipo di lavoro ed il 10% necessita di assistenza continuativa. Ma anche l’aspettativa di vita diminuisce: in media di 4 anni negli uomini e di 10 nelle donne se la malattia non viene adeguatamente trattata.
Secondo alcune analisi tratte dai dati emersi dallo studio RA-BEAM, la nuova ‘small molecule’ baricitinib, inibitore reversibile degli enzimi JAK1 e JAK2 (Janus chinasi, noti mediatori del processo infiammatorio alla base della patologia), ha dimostrato di essere in grado di inibire la progressione del danno articolare ad un anno nei pazienti con AR in fase attiva, che hanno avuto una risposta inadeguata o insoddisfacente al trattamento di prima linea con DMARDs convenzionali.
Dopo 24 mesi di osservazione la progressione dei danni strutturali articolari causati dalla malattia era significativamente inferiore nei pazienti trattati con baricitinib con un rallentamento significativo della progressione del danno articolare con un profilo di safety accettabile.
Ma non è tutto perché baricitinib prevede una unica somministrazione giornaliera del farmaco in forma orale, fattore apprezzato dai pazienti, che favorisce significativamente l’aderenza ai trattamenti e che rappresenta un indubbio valore aggiunto: “La qualità di vita delle persone è importante” sottolinea il Professor Sinigaglia “per questo la valutazione clinica (mediante indici clinimetrici) è diretta sia a valutare il grado di infiammazione sia la componente soggettiva del paziente che deve essere sempre contestualizzata in relazione al suo stato sociale, alla sua professione e al contesto familiare, permettendo così la scelta del miglior trattamento per quel determinato paziente.”.
“Nel rispondere agli unmet needs, i cosiddetti ‘bisogni insoddisfatti’ dei pazienti adulti affetti da AR moderata a grave che non ottengono miglioramenti significativi o sono intolleranti, ad uno o più farmaci anti-reumatici modificanti la malattia (DMARD, sigla in inglese di Disease Modifyng Antirheumatic Drugs) baricitinib rappresenta un’interessante novità terapeutica” continua il Professor Luigi Sinigaglia: ha mostrato di migliorare in maniera significativa segni e sintomi della malattia, agendo con un meccanismo d’azione totalmente innovativo. Le terapie che hanno come target gli enzimi JAK sono in grado di ridurre i mediatori dell’’infiammazione: in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, baricitinib è stato associato ad un significativo miglioramento del dolore e della rigidità articolare rispetto al placebo e rispetto ad adalimumab dopo 12 settimane di trattamento.
All’EULAR sono stati diffusi anche i risultati dell’indagine “RA Matters” commentati da Antonella Celano alla guida di APMAR (Ass. Per. Mal. Reumatiche) : “i sintomi fisici come la stanchezza (43%) e il dolore (39%) continuano ad essere le barriere più grandi per le persone con artrite reumatoide sul posto di lavoro. Oltre il 60 per cento di persone affette da questa patologia hanno difficoltà generiche e il 23% denuncia problemi con le routine quotidiane come l’igiene e la cura personale. E’ più del 50% la quota di malati che auspica che le persone sane possano comprendere meglio l’impatto fisico e psicologico che l’artrite reumatoide ha sulla propria vita. Dati che ci confermano quanto sia importante usare farmaci che migliorino queste percentuali e abbiano un effetto sulla qualità dell’esistenza globale”. (foto. artrite reumatoide)

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Infarto del miocardio e terapie

Posted by fidest press agency su sabato, 22 aprile 2017

infarto-miocardico-acutoIl numero magico è 600. Seicento angioplastiche coronariche primarie per milione di abitanti è, infatti, la soglia stabilita dagli esperti della comunità scientifica cardiologica internazionale per determinare se un sistema sanitario curi l’infarto del miocardio con efficacia e appropriatezza, offrendo assistenza di qualità. L’Italia è prossima a questo traguardo che, tra i grandi d’Europa, solo la Germania ha raggiunto. 583 angioplastiche primarie per milione di italiani è il numero degli interventi effettuati lo scorso anno nel nostro Paese, certificato da GISE – Società italiana di cardiologia interventistica – nel Rapporto di attività 2016 dei laboratori di emodinamica.
Il Rapporto di attività GISE 2016 è stato presentato a Firenze nel corso della seconda edizione di “Thinkheart with GISE”, appuntamento promosso dalla Società italiana di cardiologia interventistica per mettere a confronto clinici e decisori, istituzioni e società civile sui nuovi modelli di governo della sanità, in particolare della cardiologia. “Ogni anno, dalla fine degli anni ’80, Gise raccoglie e analizza gli esami diagnostici e gli interventi coronarici, vascolari o strutturali che vengano eseguiti nei centri di emodinamica italiani – continua Musumeci -. Disponiamo, così, di uno straordinario database che valuta oltre 353mila interventi di diagnosi e cura effettuati in 266 centri su tutto il territorio nazionale. Una raccolta sistematizzata che Gise mette a disposizione di chi amministra lo nostra sanità, perché il nostro obiettivo finale è di contribuire all’appropriatezza e alla qualità delle cure, attraverso l’ottimizzazione di tutte le risorse disponibili. In questa linea si inserisce anche il progetto Thinkheart, che vuole contribuire a un nuovo modello di welfare sanitario condiviso con tutti gli attori con i quali noi clinici ci confrontiamo ogni giorno: i nostri pazienti, i nostri amministratori, i decisori politici”.Un progetto ambizioso quello di GISE, che poggia le basi sulla consapevolezza di un quadro più che positivo, dal punto di vista clinico, dell’offerta ai cittadini. Non solo angioplastiche primarie, dunque. Cresce anche la cardiologia interventistica strutturale: gli interventi per via transcatetere o percutanea di sostituzione della valvola aortica – la TAVI – in corso di stenosi aortica ossia il restringimento dell’apertura della valvola che impedisce un corretto flusso del sangue dal cuore all’aorta, oppure di riparazione della valvola mitralica quando insorge un’insufficienza che provoca rigurgito di sangue dal ventricolo all’atrio sinistri, o ancora di chiusura dell’auricola sinistra in caso di fibrillazione atriale. Secondo i dati del Rapporto Gise 2016, le TAVI erano 1.992 nel 2012, sono passate in 5 anni a 4.592; nello stesso arco di tempo, gli interventi sulla valvola mitrale da 291 a 907 e quelli di chiusura dell’auricola sinistra da 208 a 679. “Sono tutti interventi che permettono di salvare vite umane, restituendo buona qualità di vita, e che è oggi possibile eseguire attraverso i vasi periferici della gamba, senza aprire il torace e il cuore e senza lasciare cicatrici. Costituiscono la punta avanzata dell’innovazione tecnologica, richiedono elevata specializzazione, e quindi non sono effettuabili da tutti gli operatori, né tantomeno sono adatti per tutti i pazienti – chiarisce Musumeci.”
Questi importanti risultati, dovuti alla sinergia fra cultura medico-scientifica e utilizzo di dispositivi medici sempre più progrediti e sicuri, richiedono, tuttavia, un non sempre facile equilibrio fra esigenze di cura, necessità di innovazione e sostenibilità economica. Per queste ragioni, nelle due giorni del progetto Thinkheart, che si è aperto a Firenze, sono al lavoro nove tavoli tecnici con lo scopo di mettere a punto, grazie al confronto tra esperti di diversa estrazione – clinica, economica, politica, gestionale ed amministrativa – proposte in tal senso. “Come medici e cittadini siamo ben consci che l’elevata qualità dell’assistenza sanitaria non può prescindere dalla sua sostenibilità economica- spiega Musumeci. Crediamo, come specialisti, di disporre delle conoscenze e delle capacità per garantire ai nostri pazienti le cure più adeguate, ma nel contempo vogliamo contribuire a trovare la giusta sintesi tra appropriatezza, gestione delle risorse disponibili e accesso all’innovazione tecnologica e clinica.”
“In estrema sintesi, siamo impegnati affinché non prevalgano logiche estranee a una sanità incentrata sul concetto di qualità di vita del paziente e dei suoi familiari, per assicurare un controllo della spesa che non pregiudichi validità delle cure ed eccellenza nella ricerca e nell’innovazione”, conclude il presidente Gise.

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Tumore del polmone: identikit genetico per terapie più efficaci e tollerate

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 marzo 2017

tumore polmoneRoma. Siamo entrati ormai in una nuova era della guerra al cancro. Oggi sappiamo che i tumori, anche quello del polmone, non sono tutti uguali, ognuno ha il suo “identikit genetico” con specifiche mutazioni nelle sequenze del DNA. E su queste conoscenze la ricerca scientifica ha compiuto negli ultimi anni progressi straordinari, aprendo la strada a nuove prospettive terapeutiche capaci di colpire direttamente le anomalie molecolari, responsabili della crescita del tumore. Nonostante la crescente disponibilità di farmaci a bersaglio molecolare anche per tumori particolarmente aggressivi e ad alta incidenza, molto deve essere fatto ancora nel nostro Paese per garantire ai pazienti quello che ormai è considerato un loro diritto: un accesso uniforme e tempestivo ai test molecolari necessario per assicurare a tutti la terapia più appropriata ed efficace sin dalle prime linee di trattamento.
Questi i temi al centro dell’incontro “cROSs tALK – Percorsi e prospettive nella gestione del NSCLC ALK+ e ROS1” che riunisce oggi e domani a Roma i principali esperti nazionali di oncologia polmonare per discutere delle più recenti innovazioni in questo campo. La novità principale riguarda crizotinib, primo inibitore orale mirato al recettore della tirosin chinasi, che ha come bersaglio la proteina derivata dal riarrangiamento del gene ALK (Anaplastic Lymphome Kinase): già disponibile in Italia per il trattamento di seconda linea, l’AIFA ha recentemente autorizzato la rimborsabilità di crizotinib anche per il trattamento di prima linea in pazienti adulti con carcinoma polmonare non a piccole cellule ALK positivo in stadio avanzato. Questa approvazione si basa sui risultati di uno studio clinico di confronto che ha mostrato la superiorità di crizotinib rispetto alla chemioterapia sia in termini di efficacia che di miglioramento della qualità di vita dei pazienti.«La disponibilità anche in Italia di crizotinib in prima linea permette di avviare sin dall’inizio un trattamento precisamente mirato al bersaglio molecolare che caratterizza la malattia, in questo caso ALK, ottenendo il massimo risultato oggi possibile – dichiara il Prof. Lucio Crinò, Oncologo presso l’Istituto Scientifico Oncologico Romagnolo IRCCS di Meldola e Professore Straordinario di Oncologia all’Università degli Studi di Perugia – i risultati dello studio PROFILE 1014 dimostrano, infatti, che crizotinib, rispetto alla miglior chemioterapia a base di platino, riduce il rischio di progressione di malattia in oltre il 55% dei pazienti trattati, con una risposta del 74% contro il 45% della chemioterapia».
Le evidenze dello studio di fase III PROFILE 1014 – studio internazionale, multicentrico, randomizzato, in aperto – dimostrano per la prima volta che crizotinib è superiore ai regimi di chemioterapia standard nel prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia nel trattamento di prima linea per i pazienti con NSCLC avanzato ALK-positivo. «Inoltre crizotinib ha dimostrato un profilo di tollerabilità migliore rispetto alla chemioterapia, quindi con minori effetti collaterali e una maggiore durata di risposta, assicurando ai pazienti una qualità di vita nettamente migliore – prosegue Lucio Crinò – a questo si aggiunge il vantaggio della somministrazione per via orale, a differenza della chemioterapia che si assume generalmente per via endovenosa».
Perché si possa trarre il massimo beneficio dalla medicina personalizzata, basata sulla caratterizzazione molecolare del tumore, è indispensabile assicurare ai pazienti una diagnosi che sia il più possibile accurata e tempestiva. Un ruolo fondamentale lo giocano in questo senso i test molecolari, gli unici in grado di identificare l’alterazione genetica specifica coinvolta nella crescita del tumore. «È fondamentale sapere quali pazienti potrebbero avere determinate alterazioni geniche e, per coloro che presentano una maggiore probabilità, utilizzare i protocolli diagnostici più precisi ed accurati – afferma il Prof. Antonio Marchetti, Direttore del Centro di Medicina Molecolare Predittiva dell’Università degli Studi di Chieti-Pescara e dell’UOC di Anatomia Patologica all’Ospedale S.S. Annunziata di Chieti – il riarrangiamento del gene ALK, ad esempio, è presente nel 3-5% dei pazienti con cancro del polmone, ma le percentuali dell’alterazione genetica aumentano in certe sottopopolazioni come nel caso dei pazienti più giovani (sotto i 50 anni) e non fumatori, per i quali si arriva ad una frequenza del 20-25%. Non sono state riportate invece differenze di incidenza tra i due sessi».
Sebbene sia ampiamente condivisa tra la comunità scientifica l’importanza dei test molecolari per la migliore gestione dei tumori del polmone, l’accesso a questi esami è ancora oggi insufficiente e non garantito in maniera uniforme a tutti i pazienti sul territorio nazionale. Le cause possono essere rintracciate in molteplici fattori, dai problemi organizzativi, che influiscono sui tempi entro i quali i campioni biologici arrivano all’anatomo-patologo per la diagnosi, con conseguente ritardo della diagnosi stessa e impossibilità di instaurare tempestivamente la terapia più appropriata, alle difficoltà tecniche di esecuzione dei test, fino alla mancanza di percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (PDTA) strutturati.«Per garantire l’accesso dei pazienti ai test bio-molecolari richiesti per l’utilizzo in clinica di farmaci a bersaglio molecolare già registrati dall’AIFA, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e la Società Italiana di Anatomia Patologica (SIAPEC-IAP), da circa 10 anni, sono impegnate nella formazione, nella produzione di raccomandazioni cliniche e metodologiche e in programmi di controlli periodici di qualità dei laboratori a livello nazionale per ottenere test validati e effettuati con tempistiche e metodologia adeguate – dichiara il Prof. Carmine Pinto, Presidente Nazionale AIOM – in alcune aree del nostro Paese permangono purtroppo criticità di tipo organizzativo e di tipo tecnico, dovute principalmente all’assenza di Reti oncologiche regionali funzionanti e di PDTA strutturati, che assicurino in tempi certi e con adeguata qualità le risultanze richieste, da cui chiaramente deriva una difficoltà di accesso a farmaci target, come nel caso degli ALK-inibitori».Molti passi avanti sono stati compiuti dalla ricerca nello sviluppo di terapie target sempre più efficaci, ma ancora molto deve essere fatto in Italia per garantire a tutti i pazienti un accesso precoce ai test molecolari, indispensabili per identificare il trattamento più appropriato ed efficace.

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Terapie su misura contro l’asma

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 febbraio 2017

asma-bronchialeAnche nelle malattie respiratorie il futuro è la medicina personalizzata. Gli esperti già oggi hanno la possibilità di distinguere diversi tipi di asma, capire grazie a test innovativi quali differenti proteine infiammatorie sono responsabili della malattia e di conseguenza quale terapia mirata deve essere somministrata per ogni singolo paziente. La conferma giunge dal primo meeting internazionale dal titolo “Focus on upper & lower airways disease”, appena concluso a Genova e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «L’asma è un target della medicina personalizzata da quando abbiamo la possibilità di selezionare i pazienti utilizzando i biomarcatori» spiega Giorgio Walter Canonica, Presidente del congresso, Docente di Asma e Allergia Clinica al Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università Humanitas di Rozzano, Milano e al Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Genova. «Grazie ai biomarcatori possiamo identificare il meccanismo che provoca la malattia in un determinato paziente. Con una diagnosi precisa la medicina personalizzata può garantire diversi vantaggi: la scelta della terapia più efficace e dell’inalatore più appropriato per ogni paziente; lo sviluppo di una rete tra centri di riferimento qualificati per gestire i pazienti con asma severa; lo sviluppo di farmaci biologici come nuovo approccio terapeutico nei pazienti con asma severa».
Sono diversi i test diagnostici che possono aiutare nella differenziazione dei pazienti con asma, alcuni già disponibili, e altri nel prossimo futuro. Tra questi le tecniche di imaging come l’imaging ottico in vivo con sonde fluorescenti degli infrarossi vicini per monitorare l’infiammazione del tessuto polmonare. Per valutare i cambiamenti del tessuto polmonare dovuti all’asma, i ricercatori hanno usato anche la tomografia micro-computerizzata. Anche un semplice esame del sangue potrebbe diventare uno strumento estremamente efficace per guidare le cure in chi soffre di asma, grazie alla conta degli eosinofili. «Sono cellule infiammatorie che si trovano nel sangue circolante e nei diversi tessuti e la cui quantità si correla all’intensità di alcune malattie polmonari e delle vie aree, prime fra tutte l’asma» precisa Canonica. «Quindi arrivare a contare gli eosinofili potrebbe aiutare a individuare i pazienti a maggior rischio di riacutizzazione di queste patologie e di conseguente decadimento funzionale nonché a impostare una terapia ad hoc caso per caso. Il numero degli eosinofili è facilmente acquisibile da un esame del sangue, molto meno oneroso della ricerca che potrebbe essere fatta anche sull’espettorato. Si qualificano quindi, per queste patologie respiratorie, come un biomarcatore a basso costo e in grado di discriminare i pazienti più esposti a complicanze, ma anche di migliorare la sintomatologia respiratoria impostando terapie personalizzate con una ricaduta positiva, in termini di risparmio, per il sistema sanitario nazionale».
Per quanto riguarda le terapie, sono in corso di sperimentazione diversi anticorpi monoclonali, i cosiddetti farmaci biologici, che consentono di bloccare in maniera totalmente selettiva alcuni mediatori responsabili dell’infiammazione. È già a disposizione l’anticorpo anti-IgE e sarà presto disponibile l’anticorpo anti interleuchina 5, proteina infiammatoria secreta da cellule del sistema immunitario. Si tratta del primo di una serie di farmaci biologici che rivoluzioneranno la terapia dell’asma, consentendo l’intervento farmacologico a diversi livelli del meccanismo che scatena i sintomi della malattia e dando così allo specialista altrettante armi per una terapia personalizzata. «Se infatti questo farmaco dà buoni risultati nei casi in cui il meccanismo della malattia è sostenuto proprio da questa specifica molecola, i prossimi farmaci “intelligenti” saranno quelli mirati contro altre molecole coinvolte in altre forme di asma grave, come l’interleuchina-4 o l’interleuchina-13» aggiunge Canonica. «Si tratta di farmaci specifici in grado di spegnere gli interruttori molecolari responsabili di diverse tipologie di asma grave: questi farmaci inoltre, essendo del tutto simili agli anticorpi umani, non determinano alcuna risposta negativa nel sistema immunitario. La loro azione selettiva consente efficacia senza significativi effetti collaterali, perché mirano a cause precise della malattia, che però devono essere riconosciute in ciascun paziente, per poter prescrivere a ognuno il farmaco più adatto al suo caso». Per raggiungere questi obiettivi è stato creato il Progetto SANI – Severe Asthma Network Italy, un network di centri di eccellenza nella cura dell’asma grave diffusi su tutto il territorio nazionale, selezionati sulla base di precisi requisiti definiti dalle più rigorose linee guida internazionali, ciascuno dei quali deve garantire la presenza di adeguate risorse strumentali e conoscenze clinico-scientifiche. L’elenco dei centri è consultabile sul sito http://www.sani-asma.org.

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Melanoma e terapie mirate

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 ottobre 2016

melanoma-sulla-pelleI dati clinici presentati durante il recente Congresso annuale ESMO (European Society for Medical Oncology), hanno dimostrato per il trattamento di prima linea con la combinazione di dabrafenib + trametinib, rispetto alla monoterapia con vemurafenib, dopo tre annni di trattamento, un miglioramento in termini di sopravvivenza globale (45% vs 31%) e di sopravvivenza libera da progressione (24% vs 10%).
E’ una neoplasia molto aggressiva della pelle, con un’incidenza in continua crescita, che in Italia si stima presenti circa 13.800 nuovi solo nel 2016. I Numeri del Cancro in Italia, Rapporto AIOM-AIRTUM 2016. Si tratta del melanoma cutaneo, nel nostro Paese il terzo tumore più frequente al di sotto dei 50 anni I Numeri del Cancro in Italia, Rapporto AIOM-AIRTUM 2016, ma che per l’opinione pubblica non rientra tra i tumori più conosciuti.
Secondo un’inedita indagine SWG condotta su un campione di 1.000 cittadini italiani, uomini e donne, presentata oggi a Milano, infatti, solo il 28% degli intervistati ritiene di conoscere il melanoma, rispetto al 45% che si ritiene molto informato sul tumore al seno, al quale seguono le leucemie (35%), il tumore al polmone (33%) e il tumore alla prostata (33%). Informazioni, quelle sul melanoma, reperite principalmente (72%) grazie ai media (Tv 44%; giornali e riviste 32%; internet 29%) ma anche da amici/conoscenti (39%), dal medico di famiglia o specialista (29%) e grazie a iniziative e campagne di sensibilizzazione e prevenzione (26%). La maggioranza degli intervistati ritiene comunque importante poter avere maggiori informazioni su questa patologia.
“E’ interessante vedere come 1 italiano su 3 dichiari di essere entrato in relazione con qualcuno, persona amica o conoscente, colpito da melanoma mentre la metà delle persone intervistate dichiara di saperne poco o niente – precisa Guja Tacchi, Direttore Ricerca SWG – Un dato che va ulteriormente interpretato alla luce del fatto che tra le principali cause che concorrono alla comparsa del melanoma, gli intervistati individuano nel 78% dei casi l’esposizione solare, seguita dal 63% per la presenza di nei”.
Inoltre, solo il 26% riconosce come fattori di rischio le caratteristiche fenotipiche (colore dei capelli, tipologia di pelle etc.) e addirittura un residuo 15% associa la patologia ad eventuali modificazioni del DNA della cellula tumorale.
“Il melanoma rappresenta il 3% di tutti i tumori sia negli uomini sia nelle donne. Nonostante sia il tumore meno frequente tra le neoplasie della pelle, è potenzialmente il più maligno, ossia quello con maggiori probabilità di metastatizzare – afferma il Prof. Giuseppe Palmieri, Oncologo Medico, Primo Ricercatore CNR, Responsabile dell’Unità di Genetica dei Tumori del CNR di Sassari e Presidente Eletto IMI – Intergruppo Melanoma Italiano – Le modificazioni del DNA individuate in questi ultimi anni possono essere di diversi tipi e ciò rende dunque possibile affermare che, dal punto di vista genetico e biologico, i melanomi non sono tutti uguali”.
I progressi compiuti dalla ricerca scientifica, in termini di individuazione di specifiche mutazioni a carico del DNA della cellula tumorale, hanno permesso lo sviluppo di trattamenti a bersaglio molecolare che agiscano direttamente sulla mutazione specifica. Aspetti complessi, questi, che aprono interessanti sfide per il progresso della medicina e, allo stato attuale, poco chiari alla popolazione italiana. Il 59% degli intervistati, infatti, dichiara di non essere a conoscenza del fatto che alcune tipologie di tumori siano contraddistinte da questo tipo di mutazioni della cellula “malata” e il 72% non ha mai sentito parlare di terapie mirate per la cura dei tumori.
L’obiettivo delle terapie nel trattamento del melanoma metastatico è quello di rallentare la progressione della malattia, prolungando la sopravvivenza del paziente. Durante il recente Congresso ESMO (European Society for Medical Oncology) i dati dello studio Combi-v, con follow-up a 3 anni, hanno dimostrato per il trattamento di prima linea con la combinazione di dabrafenib + trametinib rispetto alla monoterapia con vemurafenib un miglioramento in termini si sopravvivenza globale – che riguarda il 45% dei pazienti rispetto al 31% trattati con vemurafenib – e di sopravvivenza libera da progressione (24%vs10%).
“Si tratta di dati clinici molto importanti che confermano una maggiore sopravvivenza a lungo termine dei pazienti con melanoma metastatico rispetto alla monoterapia con vemurafenib – conclude la Prof.ssa Paola Queirolo – A questo, si aggiungono significativi risultati in termini di durata mediana delle risposte complete, che si attesta a circa 3 anni e mezzo. Dati che rinforzano il valore di questa terapia mirata di combinazione nel trattamento di una patologia così complessa”.

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