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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘terapie’

Terapie del futuro, la svolta è adesso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 aprile 2019

Milano 17 aprile, alle 18:00, presso la Sala Buzzati – Fondazione Corriere della Sera, si terrà “Terapie del futuro, la svolta è adesso. Il Valore della ricerca al servizio dei pazienti e dell’economia del Paese: da sempre responsabilità e impegno di Fondazione Telethon e dei suoi Partner”: questo il titolo dell’incontro sull’impegno di Fondazione Telethon e dei suoi partner, un appuntamento per confrontarsi sull’importanza e sul valore del concetto di responsabilità sociale e su come possa rappresentare un modello virtuoso per lo sviluppo dell’intero Paese.A moderare la tavola rotonda sarà Massimo Fracaro, responsabile de L’Economia del Corriere della Sera: interverranno Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione Telethon, Luigi Naldini, Direttore dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget), Andrea Munari, Amministratore Delegato di BNL e Responsabile del Gruppo BNP Paribas in Italia, e Michele Pontecorvo, Vicepresidente Ferrarelle SpA. Alla tavola rotonda è stata invitata Giulia Grillo, Ministro della Salute.Gli investimenti in ricerca rappresentano un modo indispensabile per avere ricadute positive sul fronte dello sviluppo economico e rivestono un valore strategico e un’importanza vitale per la crescita complessiva del Paese. In questo senso l’Italia ha tutte le caratteristiche per rappresentare un punto di eccellenza e qualità nello scenario internazionale della ricerca, pur restando necessario mettere a fattor comune i modelli virtuosi. Il supporto costante e la partecipazione attiva dei donatori e delle aziende partner rappresentano dunque in questo senso la linfa fondamentale per alimentare una ricerca scientifica di eccellenza messa al servizio dello sviluppo e del progresso a trecentosessanta gradi del “Sistema Paese”.

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Terapie CAR-T contro i tumori

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 agosto 2018

Secondo il professor Ruggero De Maria, Presidente della rete oncologica nazionale (Alleanza Contro il Cancro), intervenuto sulla decisione europea di dare il via libera a due terapie CAR-T, «la possibilità di ingegnerizzare le cellule immunitarie contro i tumori ha dato dei risultati insperati su pazienti in cui tutte le altre terapie avevano fallito. Sebbene questo tipo di cura necessita di procedure complesse nella preparazione cellulare, è probabile che a breve vengano sviluppate delle terapie Car-T anche in altri tipi di tumore. All’interno di ACC – ha concluso De Maria – ci sono una serie di progetti molto promettenti che potrebbero migliorare la prognosi di una serie di tumori molto aggressivi”.
Alleanza Contro il Cancro ACC, è la più grande organizzazione di ricerca oncologica italiana. E’ stata fondata nel 2002 dal Ministero della Salute tra sei centri di alto livello di cura e ricerca del cancro (IRCCS). L’Associazione è attualmente formata da 25 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, AIMaC, Italian Sarcoma Group, Fondazione CNAO e l’Istituto Superiore di Sanità, che ne ospita gli uffici. La sua missione è promuovere la rete tra centri oncologici con finalità di ricerca primariamente clinica e traslazionale per «portare al letto del paziente» le innovazioni diagnostiche e le più avanzate procedure terapeutiche. Le aree di interesse primario in cui ACC opera sono tre: ricerca di base e clinica oncologica, diagnosi e terapia dei tumori e istruzione e informazione in oncologia.

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Qui parliamo spesso di farmaci e di terapie ma il paziente dove lo mettiamo?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

E’ necessario, a nostro avviso, richiamare il concetto che il trattamento di una medicina non può prescindere dalla sua conoscenza sugli effetti clinici e quelli indesiderati, gli eventi avversi e la durata della cura.
In altri termini prima della registrazione si deve sapere tutto di un farmaco, ma non basta. Il suo studio, in realtà, non termina mai per tutta la sua vita commerciale. Il motivo di quest’attenzione è anche un altro. Il farmaco si cala in una vita reale con tutte le complessità personali e fisiche del paziente. Occorre, quindi, evitare ogni tipo d’interferenza e prestare una maggiore attenzione agli effetti prodotti da un farmaco e dalla possibilità che possa interagire con un altro in termini conflittuali. Significa anche che occorre porre più attenzione al rischio che si corre sulla minore considerazione che oggi si rileva nelle diagnosi e nella prescrizione di farmaci a fronte di pazienti che ricorrono per le loro patologie a più specialisti. Manca spesso un approccio interdisciplinare che permetta di conciliare le prescrizioni sulla base di una visione globale sullo stato di salute del paziente. Lo spezzettamento specialistico a volte può danneggiare e non certo migliorare un indirizzo terapeutico se l’occhio non si focalizza sull’insieme dei processi vitali che interagiscono tra loro e ne armonizzano i processi. (Servizio Fidest)

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Aderenza alle terapie: un elemento fondamentale per migliorare la tutela della salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 luglio 2018

“La presentazione della “Raccomandazione civica per l’aderenza terapeutica” da parte di Cittadinanzattiva è un passo importante nella direzione di un nuovo modello di tutela della salute, impostato sull’assistenza territoriale e la collaborazione interprofessionale, che da sempre perseguiamo” dice il Presidente della Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani, Andrea Mandelli, intervenuto oggi alla presentazione dell’iniziativa, alla quale la Federazione ha collaborato. “E’ ormai un dato riconosciuto da tutta la comunità scientifica che la non aderenza alle terapie produce un guasto gravissimo sia sul piano clinico sia sul piano economico-sanitario. E’ evidente che il cattivo controllo delle malattie croniche è all’origine di complicanze ed eventi acuti che comportano ricoveri ospedalieri e prestazioni diagnostiche: insomma sofferenze per il paziente e costi evitabili per la collettività” prosegue Mandelli. “Da tempo in tutto l’Occidente industrializzato il farmacista è coinvolto direttamente nel supporto all’aderenza alla terapia con risultati positivi supportati da una cospicua letteratura scientifica. In Italia la Federazione persegue questo obiettivo da tempo anche attraverso sperimentazioni scientifiche – il Progetto I-MUR – che hanno dimostrato non solo l’efficacia del supporto che il farmacista offre al paziente nell’uso corretto del farmaco e nel rispetto della terapia prescritta, ma anche il gradimento del paziente italiano per questa forma di assistenza. Oggi siamo alla vigilia dell’implementazione di questa prestazione nell’ambito della farmacia dei servizi, grazie a un finanziamento previsto dall’ultima Legge di Bilancio, e le indicazioni e le evidenze fornite da questa iniziativa di Cittadinanzattiva sono senz’altro un ulteriore, importantissimo stimolo”.

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Le malattie neuromuscolari: panoramica e novità terapeutiche

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione del Prof. Angelo Schenone, Associato in Neurologia, Università di Genova e Policlinico San Martino di Genova: “Le malattie neuromuscolari (MNM) sono quel gruppo di malattie che colpiscono i nervi, sia motori che sensitivi, e i muscoli da essi comandati. Le cause sono molteplici: genetiche, infiammatorie, immunologiche, endocrino-metaboliche, tossiche e neoplastiche.Oggi i neurologi vivono, nel campo delle MNM, la rivoluzione dell’applicazione pratica della tanto attesa terapia genica. E’ infatti della fine di settembre la notizia che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato in soli 64 giorni, grazie ad un percorso accelerato riservato alle malattie gravi, la commercializzazione del farmaco Spinraza (Nusinersen) per la cura ed il trattamento della Atrofia Muscolare Spinale (SMA), gravissima MNM del bambino e dell’adulto che può portare alla morte anche nel I anno di vita. Gli studi sono stati coordinati da ricercatori italiani. Il meccanismo di azione di Nusinersen è “genico”: il farmaco (oligonucleotide antisenso) iniettato per via intratecale mediante puntura lombare, attiva la funzione di un gene (SMN2) complementare a quello inattivo nella malattia (SMN1) e consente la produzione della proteina carente da parte delle cellule nervose. A breve si prospettano altri risultati straordinari basati sulla terapia genica per altre MNM fatali, quali la neuropatia amiloidosica familiare, e ancora la SMA, mediante l’iniezione sottocute di una singola dose di “DNA” che veicola il gene attivo.

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Le demenze: il punto della ricerca scientifica su nuove terapie e procedure diagnostiche

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione del Prof. Stefano Cappa, Ordinario di Neurologia, Scuola Universitaria Superiore di Pavia: “Nel caso di demenza, le capacità motorie dei pazienti rimangono intatte. Per questa patologia, infatti, vale la regola “Non c’è cervello senza muscolo” proprio a sottolineare l’importanza dell’attività fisica per il mantenimento delle nostre capacità cognitive.A livello internazionale, due scoperte sono molto importanti per il potenziale impatto sulla diagnosi e sullo sviluppo di nuove terapie. Da un lato, una scoperta di base, ovvero la conoscenza della precisa struttura atomica della tau fosforilata, un’altra proteina la cui deposizione a livello cerebrale, accanto a quella dell’amiloide, è il principale marcatore della malattia. La conoscenza della struttura degli aggregati specifici per l’Alzheimer apre la strada alla possibilità di una visualizzazione in vivo con la tomografia ad emissione di positroni e allo sviluppo di terapie che nel blocchino l’aggregazione.Dall’altro, la recente scoperta di un test eseguibile su un semplice campione di sangue per dimostrare la presenza di un probabile accumulo di amiloide cerebrale, la cui efficacia sembra comparabile a quella di esami invasivi, come l’analisi del liquido cerebrospinale mediante puntura lombare o più costosi e complessi, come la PET cerebrale con traccianti per l’amiloide. Quindi nuove prospettive per la diagnosi precoce e la valutazione dell’efficacia di terapie applicate a soggetti a rischio o nelle fasi molto iniziali della malattia”.

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Risorse e terapie anticancro

Posted by fidest press agency su domenica, 29 ottobre 2017

tumore metastatico1È necessario modificare i criteri con cui distribuire a livello nazionale, regionale e aziendale le risorse per coprire le uscite derivanti dalle terapie anticancro. Sono i cosiddetti costi standard, fondamentali per definire le modalità di finanziamento dei reparti di oncologia. Oggi viene applicata una tariffa unica per prestazione generica (per esempio la chemioterapia ha una sola classificazione), con rilevanti differenze fra costi effettivi e standard. In realtà bisognerebbe far riferimento all’indicazione terapeutica, cioè al tipo di patologia trattata. I costi dei farmaci oncologici hanno un peso rilevante nella spesa delle oncologie italiane, con valori diversi per trattamento da 2.276,1 euro a 380,3 euro. Il 42% delle uscite totali per le terapie ad alto costo (sottoposte a registrazione AIFA) è indirizzato al tumore del seno, seguito dal colon-retto (13%), dal polmone (13%) e dalla prostata (7%), cioè dalle quattro neoplasie più frequenti. I dati emergono da una ricerca realizzata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO) e dal N.I.San. (Network Italiano Sanitario per la condivisione dei costi standard) presentata oggi a Roma al XIX Congresso Nazionale AIOM. Questo studio è in assoluto il terzo in Europa per dimensione del campione: ha preso in esame 7.660 pazienti, seguiti da 10 Oncologie nel 2015. Complessivamente, sono state analizzate 64.868 sedute (chemioterapia, immunoterapia ecc), per un costo totale pari a 75.814.416 euro. Sulla base delle diverse caratteristiche e tipologie di pazienti, si sono evidenziate chiare differenze: il 42% delle sedute è costituito dalle terapie ad alto costo, il 57% da quelle a basso costo, l’1% dalle sperimentazioni. “Questo studio – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM – indica chiaramente la necessità di assegnare le risorse sulla base delle caratteristiche dei pazienti, cioè della patologia trattata, superando gli elementi amministrativi a cui rispondono gli attuali criteri. È necessario quindi procedere alla applicazione reale dei costi standard che sono strumenti di fondamentale importanza nella valutazione della spesa, assicurando la sostenibilità del sistema sanitario, e per garantire equità nella distribuzione delle risorse. Consentono inoltre di sapere se si spende troppo e perché, o se vi è carenza di risorse, oltre a consentire di formulare e monitorare i budget. I costi standard non hanno un contenuto ‘ragioneristico’, ma devono essere uno strumento di indirizzo strategico”. La ricerca ha inoltre evidenziato come una parte considerevole delle spese sostenute per l’effettuazione dei trattamenti non sia legata al farmaco: le altre voci (costi per personale medico, dispositivi sanitari, laboratorio, radiologia, consulenze e, più in generale, della struttura) rappresentano il 20% del totale nel caso delle terapie ad alto costo e addirittura il 92% per quelle a basso costo. “Un caso emblematico è rappresentato dalla chemioterapia – sottolinea Evaristo Maiello, direttore Oncologia di Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo –. Per questo trattamento quando somministrato in regime ambulatoriale o di day hospital, viene riconosciuta una tariffa che varia nelle diverse Regioni, ma nessuna riesce in realtà a coprire gli effettivi costi del personale, dell’ammortamento delle apparecchiature e quelli generali della struttura. In particolare, se si analizzano le chemioterapie a basso costo, si nota come vengano erogate quasi gratuitamente. Vi sono ad esempio chemioterapie che durano ore e che richiedono la continua presenza degli infermieri, per cui la conoscenza e l’analisi degli aspetti organizzativi sono fondamentali per la determinazione dei costi standard e per stabilire nuovi criteri per coprire le spese dell’assistenza”. Nel 2017 in Italia sono stimati 369.000 nuovi casi di tumore: la sopravvivenza a 5 anni fra le donne raggiunge il 63%, fra gli uomini il 54%. “Siamo consapevoli – afferma Mario Alberto Clerico, presidente CIPOMO – che la gestione dei costi rappresenti una priorità e noi siamo pronti a fare la nostra parte. Per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, la parola d’ordine è appropriatezza. Anche nel settore oncologico si deve procedere all’eliminazione di spese improprie, per rendere più efficiente l’organizzazione dei servizi e migliorare l’assistenza garantita ai cittadini. Va però ricordato che in Italia la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è più alta rispetto a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, anche se abbiamo a disposizione meno fondi. La definizione di nuovi criteri nella distribuzione delle risorse è quindi un passaggio fondamentale”.
Nella ricerca la rilevazione dei costi standard dei farmaci si è basata sui dati di 10 reparti di oncologia. Per gli altri fattori produttivi (medici, altro personale e servizi), la ricerca si è avvalsa della rilevazione dei costi standard di 17 Oncologie incluse nel N.I.San. “Nel 2011 a livello internazionale è stato stabilito il Clinical Costing come metodologia di riferimento per la determinazione dei costi standard in sanità – evidenzia Alberto Pasdera, coordinatore scientifico N.I.San. -. E nella ricerca abbiamo utilizzato questo sistema che ha dimostrato di essere il più preciso e, soprattutto, il più adatto per collegare i costi effettivi con quelli standard. Il calcolo dei costi effettivi è di fatto una ‘scala gestionale’: non è possibile determinare i costi per indicazione terapeutica (ad es. tumore del seno o del colon retto) senza prima conoscere i costi dei servizi erogati ai singoli pazienti trattati (le sedute), e non è possibile determinare i costi dei servizi senza disporre dei costi per prestazione (ad esempio per le infusioni chemioterapiche) che compongono un servizio”. Già nel 2010 l’AIOM aveva pubblicato un’indagine sui costi standard per DRG in oncologia, cioè sulle tariffe per la remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera, da cui era emersa una ‘sottotariffazione’ dei ricoveri (differenza tra tariffazione e costi reali) pari al 28%. Un’altra indagine condotta nel 2015 ha evidenziato un ulteriore incremento di questa differenza che ha raggiunto il 78%. “I farmaci antineoplastici – continua Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM – rappresentano nel nostro Paese la prima categoria terapeutica con un costo di quasi 4,5 miliardi di euro nel 2016, anche se la voce maggiore di spesa per l’assistenza oncologica non è rappresentata dai farmaci”. “Oggi più che mai vi è il bisogno di terapie innovative e di migliori modelli gestionali che le rendano accessibili – conclude Maurizio de Cicco, Presidente e Amministratore Delegato di Roche –. Siamo felici di poter collaborare con la comunità oncologica per assicurare un impiego appropriato dei farmaci, coscienti che la sostenibilità del sistema sia anche nostra responsabilità. Auspichiamo che la nuova governance affronti temi quali la valutazione di nuovi modelli di finanziamento, come gli accordi di rimborso in base agli outcome, fino a nuovi modi per la raccolta dei dati e la misurazione dei risultati”.

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XIX Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 ottobre 2017

tumore metastaticoRoma 27-29 ottobre 2017 Marriott Park Hotel (Via Colonnello Tommaso Masala 54) il più importante appuntamento scientifico di aggiornamento e confronto che riunisce circa 3.000 specialisti per fare il punto sulla lotta ai tumori. Si stima che nel 2017 nel nostro Paese verranno diagnosticati 369.000 nuovi casi di cancro, ma le possibilità di guarigione sono in crescita. Sono decisivi i passi in avanti sul fronte delle terapie, anche se molto resta ancora da fare nel campo della prevenzione.
Come nei più importanti congressi internazionali, nelle conferenze stampa ufficiali, che si svolgeranno in sede congressuale, saranno trattati diversi temi:
venerdì 27 ottobre
Alle 13 conferenza stampa sul “Patto contro il cancro”. Per la prima volta in Italia nel 2016 è stato istituito un Fondo per i farmaci oncologici innovativi, pari a 500 milioni di euro. Gli oncologi chiedono che venga previsto anche per il 2018 un adeguato Fondo Nazionale per queste terapie, da finanziare con l’aumento del prezzo delle sigarette.
Alle 13.30 conferenza stampa sul tumore del seno. Quante sono le Brest Unit oggi in Italia? Quante soddisfano i requisiti minimi? Sarà presentata la proposta dell’AIOM per garantire alle donne colpite da questa patologia l’accesso in tutto il territorio ai centri di riferimento.
sabato 28 ottobre
tumore metastatico2Alle 13, conferenza stampa sul tumore dell’ovaio. Si tratta di una patologia complessa, che colpisce nel profondo l’intimità femminile. Oggi nuove armi permettono di controllare la malattia anche in fase avanzata.
Alle 13.30 conferenza stampa sui costi standard in oncologia. La scelta del tipo di costo standard è fondamentale per definire le modalità di finanziamento dei reparti di Oncologia. Come vengono calcolati oggi i costi standard? E quali dovrebbero essere i criteri corretti? Una ricerca condotta da AIOM, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO), dal N.I.San. (Network Italiano Sanitario per la condivisione dei costi standard) e dallo Studio Pasdera cambia i parametri di riferimento.
domenica 29 ottobre
Alle 11.45 conferenza stampa sul tumore del rene. Nel nostro Paese vivono circa 130mila persone dopo la diagnosi di questa neoplasia. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 71%, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più efficaci. E quasi il 60% dei pazienti scopre “per caso” la malattia in seguito a controlli eseguiti per altri motivi. Saranno presentati i risultati della prima fase della campagna di sensibilizzazione della società scientifica su questa patologia rivolta ai pazienti e ai cittadini.
Alle 12.15 conferenza stampa sul tumore della prostata. È la neoplasia più frequente fra gli uomini, in fase avanzata determina nel 90% dei casi metastasi ossee. In questi pazienti il dolore più essere debilitante a tal punto da impedire i gesti più semplici. Sarà presentata una ricerca della Fondazione ISTUD che ripercorre il ‘viaggio nelle cure’ delle persone con carcinoma prostatico in fase metastatica.

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Artrite reumatoide: progressi terapeutici

Posted by fidest press agency su sabato, 24 giugno 2017

artrite reumatoideMadrid. L’Artrite Reumatoide sino a qualche anno fa era una malattia legata ad una buia prospettiva di invalidità. Dal Congresso Europeo di Reumatologia, EULAR da poco concluso a Madrid, emergono importanti novità sulla patologia, non più considerata inesorabile. “Se la malattia è riconosciuta in tempo e trattata adeguatamente, anche le forme moderate e gravi possono essere controllate efficacemente” dichiara il Professor Luigi Sinigaglia dell’ Unità Operativa di Reumatologia dell’Istituto Gaetano Pini di Milano. Un problema che solo in Italia interessa oltre 400mila pazienti e con una prevalenza sulla popolazione stimata intorno allo 0.5% .
L’AR ha un impatto importante sulla vita dei malati: circa il 90% dei soggetti ha qualche grado di disabilità entro i 30 anni dall’esordio. Nel 22% dei casi il malato è costretto ad abbandonare ogni tipo di lavoro ed il 10% necessita di assistenza continuativa. Ma anche l’aspettativa di vita diminuisce: in media di 4 anni negli uomini e di 10 nelle donne se la malattia non viene adeguatamente trattata.
Secondo alcune analisi tratte dai dati emersi dallo studio RA-BEAM, la nuova ‘small molecule’ baricitinib, inibitore reversibile degli enzimi JAK1 e JAK2 (Janus chinasi, noti mediatori del processo infiammatorio alla base della patologia), ha dimostrato di essere in grado di inibire la progressione del danno articolare ad un anno nei pazienti con AR in fase attiva, che hanno avuto una risposta inadeguata o insoddisfacente al trattamento di prima linea con DMARDs convenzionali.
Dopo 24 mesi di osservazione la progressione dei danni strutturali articolari causati dalla malattia era significativamente inferiore nei pazienti trattati con baricitinib con un rallentamento significativo della progressione del danno articolare con un profilo di safety accettabile.
Ma non è tutto perché baricitinib prevede una unica somministrazione giornaliera del farmaco in forma orale, fattore apprezzato dai pazienti, che favorisce significativamente l’aderenza ai trattamenti e che rappresenta un indubbio valore aggiunto: “La qualità di vita delle persone è importante” sottolinea il Professor Sinigaglia “per questo la valutazione clinica (mediante indici clinimetrici) è diretta sia a valutare il grado di infiammazione sia la componente soggettiva del paziente che deve essere sempre contestualizzata in relazione al suo stato sociale, alla sua professione e al contesto familiare, permettendo così la scelta del miglior trattamento per quel determinato paziente.”.
“Nel rispondere agli unmet needs, i cosiddetti ‘bisogni insoddisfatti’ dei pazienti adulti affetti da AR moderata a grave che non ottengono miglioramenti significativi o sono intolleranti, ad uno o più farmaci anti-reumatici modificanti la malattia (DMARD, sigla in inglese di Disease Modifyng Antirheumatic Drugs) baricitinib rappresenta un’interessante novità terapeutica” continua il Professor Luigi Sinigaglia: ha mostrato di migliorare in maniera significativa segni e sintomi della malattia, agendo con un meccanismo d’azione totalmente innovativo. Le terapie che hanno come target gli enzimi JAK sono in grado di ridurre i mediatori dell’’infiammazione: in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, baricitinib è stato associato ad un significativo miglioramento del dolore e della rigidità articolare rispetto al placebo e rispetto ad adalimumab dopo 12 settimane di trattamento.
All’EULAR sono stati diffusi anche i risultati dell’indagine “RA Matters” commentati da Antonella Celano alla guida di APMAR (Ass. Per. Mal. Reumatiche) : “i sintomi fisici come la stanchezza (43%) e il dolore (39%) continuano ad essere le barriere più grandi per le persone con artrite reumatoide sul posto di lavoro. Oltre il 60 per cento di persone affette da questa patologia hanno difficoltà generiche e il 23% denuncia problemi con le routine quotidiane come l’igiene e la cura personale. E’ più del 50% la quota di malati che auspica che le persone sane possano comprendere meglio l’impatto fisico e psicologico che l’artrite reumatoide ha sulla propria vita. Dati che ci confermano quanto sia importante usare farmaci che migliorino queste percentuali e abbiano un effetto sulla qualità dell’esistenza globale”. (foto. artrite reumatoide)

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Infarto del miocardio e terapie

Posted by fidest press agency su sabato, 22 aprile 2017

infarto-miocardico-acutoIl numero magico è 600. Seicento angioplastiche coronariche primarie per milione di abitanti è, infatti, la soglia stabilita dagli esperti della comunità scientifica cardiologica internazionale per determinare se un sistema sanitario curi l’infarto del miocardio con efficacia e appropriatezza, offrendo assistenza di qualità. L’Italia è prossima a questo traguardo che, tra i grandi d’Europa, solo la Germania ha raggiunto. 583 angioplastiche primarie per milione di italiani è il numero degli interventi effettuati lo scorso anno nel nostro Paese, certificato da GISE – Società italiana di cardiologia interventistica – nel Rapporto di attività 2016 dei laboratori di emodinamica.
Il Rapporto di attività GISE 2016 è stato presentato a Firenze nel corso della seconda edizione di “Thinkheart with GISE”, appuntamento promosso dalla Società italiana di cardiologia interventistica per mettere a confronto clinici e decisori, istituzioni e società civile sui nuovi modelli di governo della sanità, in particolare della cardiologia. “Ogni anno, dalla fine degli anni ’80, Gise raccoglie e analizza gli esami diagnostici e gli interventi coronarici, vascolari o strutturali che vengano eseguiti nei centri di emodinamica italiani – continua Musumeci -. Disponiamo, così, di uno straordinario database che valuta oltre 353mila interventi di diagnosi e cura effettuati in 266 centri su tutto il territorio nazionale. Una raccolta sistematizzata che Gise mette a disposizione di chi amministra lo nostra sanità, perché il nostro obiettivo finale è di contribuire all’appropriatezza e alla qualità delle cure, attraverso l’ottimizzazione di tutte le risorse disponibili. In questa linea si inserisce anche il progetto Thinkheart, che vuole contribuire a un nuovo modello di welfare sanitario condiviso con tutti gli attori con i quali noi clinici ci confrontiamo ogni giorno: i nostri pazienti, i nostri amministratori, i decisori politici”.Un progetto ambizioso quello di GISE, che poggia le basi sulla consapevolezza di un quadro più che positivo, dal punto di vista clinico, dell’offerta ai cittadini. Non solo angioplastiche primarie, dunque. Cresce anche la cardiologia interventistica strutturale: gli interventi per via transcatetere o percutanea di sostituzione della valvola aortica – la TAVI – in corso di stenosi aortica ossia il restringimento dell’apertura della valvola che impedisce un corretto flusso del sangue dal cuore all’aorta, oppure di riparazione della valvola mitralica quando insorge un’insufficienza che provoca rigurgito di sangue dal ventricolo all’atrio sinistri, o ancora di chiusura dell’auricola sinistra in caso di fibrillazione atriale. Secondo i dati del Rapporto Gise 2016, le TAVI erano 1.992 nel 2012, sono passate in 5 anni a 4.592; nello stesso arco di tempo, gli interventi sulla valvola mitrale da 291 a 907 e quelli di chiusura dell’auricola sinistra da 208 a 679. “Sono tutti interventi che permettono di salvare vite umane, restituendo buona qualità di vita, e che è oggi possibile eseguire attraverso i vasi periferici della gamba, senza aprire il torace e il cuore e senza lasciare cicatrici. Costituiscono la punta avanzata dell’innovazione tecnologica, richiedono elevata specializzazione, e quindi non sono effettuabili da tutti gli operatori, né tantomeno sono adatti per tutti i pazienti – chiarisce Musumeci.”
Questi importanti risultati, dovuti alla sinergia fra cultura medico-scientifica e utilizzo di dispositivi medici sempre più progrediti e sicuri, richiedono, tuttavia, un non sempre facile equilibrio fra esigenze di cura, necessità di innovazione e sostenibilità economica. Per queste ragioni, nelle due giorni del progetto Thinkheart, che si è aperto a Firenze, sono al lavoro nove tavoli tecnici con lo scopo di mettere a punto, grazie al confronto tra esperti di diversa estrazione – clinica, economica, politica, gestionale ed amministrativa – proposte in tal senso. “Come medici e cittadini siamo ben consci che l’elevata qualità dell’assistenza sanitaria non può prescindere dalla sua sostenibilità economica- spiega Musumeci. Crediamo, come specialisti, di disporre delle conoscenze e delle capacità per garantire ai nostri pazienti le cure più adeguate, ma nel contempo vogliamo contribuire a trovare la giusta sintesi tra appropriatezza, gestione delle risorse disponibili e accesso all’innovazione tecnologica e clinica.”
“In estrema sintesi, siamo impegnati affinché non prevalgano logiche estranee a una sanità incentrata sul concetto di qualità di vita del paziente e dei suoi familiari, per assicurare un controllo della spesa che non pregiudichi validità delle cure ed eccellenza nella ricerca e nell’innovazione”, conclude il presidente Gise.

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Tumore del polmone: identikit genetico per terapie più efficaci e tollerate

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 marzo 2017

tumore polmoneRoma. Siamo entrati ormai in una nuova era della guerra al cancro. Oggi sappiamo che i tumori, anche quello del polmone, non sono tutti uguali, ognuno ha il suo “identikit genetico” con specifiche mutazioni nelle sequenze del DNA. E su queste conoscenze la ricerca scientifica ha compiuto negli ultimi anni progressi straordinari, aprendo la strada a nuove prospettive terapeutiche capaci di colpire direttamente le anomalie molecolari, responsabili della crescita del tumore. Nonostante la crescente disponibilità di farmaci a bersaglio molecolare anche per tumori particolarmente aggressivi e ad alta incidenza, molto deve essere fatto ancora nel nostro Paese per garantire ai pazienti quello che ormai è considerato un loro diritto: un accesso uniforme e tempestivo ai test molecolari necessario per assicurare a tutti la terapia più appropriata ed efficace sin dalle prime linee di trattamento.
Questi i temi al centro dell’incontro “cROSs tALK – Percorsi e prospettive nella gestione del NSCLC ALK+ e ROS1” che riunisce oggi e domani a Roma i principali esperti nazionali di oncologia polmonare per discutere delle più recenti innovazioni in questo campo. La novità principale riguarda crizotinib, primo inibitore orale mirato al recettore della tirosin chinasi, che ha come bersaglio la proteina derivata dal riarrangiamento del gene ALK (Anaplastic Lymphome Kinase): già disponibile in Italia per il trattamento di seconda linea, l’AIFA ha recentemente autorizzato la rimborsabilità di crizotinib anche per il trattamento di prima linea in pazienti adulti con carcinoma polmonare non a piccole cellule ALK positivo in stadio avanzato. Questa approvazione si basa sui risultati di uno studio clinico di confronto che ha mostrato la superiorità di crizotinib rispetto alla chemioterapia sia in termini di efficacia che di miglioramento della qualità di vita dei pazienti.«La disponibilità anche in Italia di crizotinib in prima linea permette di avviare sin dall’inizio un trattamento precisamente mirato al bersaglio molecolare che caratterizza la malattia, in questo caso ALK, ottenendo il massimo risultato oggi possibile – dichiara il Prof. Lucio Crinò, Oncologo presso l’Istituto Scientifico Oncologico Romagnolo IRCCS di Meldola e Professore Straordinario di Oncologia all’Università degli Studi di Perugia – i risultati dello studio PROFILE 1014 dimostrano, infatti, che crizotinib, rispetto alla miglior chemioterapia a base di platino, riduce il rischio di progressione di malattia in oltre il 55% dei pazienti trattati, con una risposta del 74% contro il 45% della chemioterapia».
Le evidenze dello studio di fase III PROFILE 1014 – studio internazionale, multicentrico, randomizzato, in aperto – dimostrano per la prima volta che crizotinib è superiore ai regimi di chemioterapia standard nel prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia nel trattamento di prima linea per i pazienti con NSCLC avanzato ALK-positivo. «Inoltre crizotinib ha dimostrato un profilo di tollerabilità migliore rispetto alla chemioterapia, quindi con minori effetti collaterali e una maggiore durata di risposta, assicurando ai pazienti una qualità di vita nettamente migliore – prosegue Lucio Crinò – a questo si aggiunge il vantaggio della somministrazione per via orale, a differenza della chemioterapia che si assume generalmente per via endovenosa».
Perché si possa trarre il massimo beneficio dalla medicina personalizzata, basata sulla caratterizzazione molecolare del tumore, è indispensabile assicurare ai pazienti una diagnosi che sia il più possibile accurata e tempestiva. Un ruolo fondamentale lo giocano in questo senso i test molecolari, gli unici in grado di identificare l’alterazione genetica specifica coinvolta nella crescita del tumore. «È fondamentale sapere quali pazienti potrebbero avere determinate alterazioni geniche e, per coloro che presentano una maggiore probabilità, utilizzare i protocolli diagnostici più precisi ed accurati – afferma il Prof. Antonio Marchetti, Direttore del Centro di Medicina Molecolare Predittiva dell’Università degli Studi di Chieti-Pescara e dell’UOC di Anatomia Patologica all’Ospedale S.S. Annunziata di Chieti – il riarrangiamento del gene ALK, ad esempio, è presente nel 3-5% dei pazienti con cancro del polmone, ma le percentuali dell’alterazione genetica aumentano in certe sottopopolazioni come nel caso dei pazienti più giovani (sotto i 50 anni) e non fumatori, per i quali si arriva ad una frequenza del 20-25%. Non sono state riportate invece differenze di incidenza tra i due sessi».
Sebbene sia ampiamente condivisa tra la comunità scientifica l’importanza dei test molecolari per la migliore gestione dei tumori del polmone, l’accesso a questi esami è ancora oggi insufficiente e non garantito in maniera uniforme a tutti i pazienti sul territorio nazionale. Le cause possono essere rintracciate in molteplici fattori, dai problemi organizzativi, che influiscono sui tempi entro i quali i campioni biologici arrivano all’anatomo-patologo per la diagnosi, con conseguente ritardo della diagnosi stessa e impossibilità di instaurare tempestivamente la terapia più appropriata, alle difficoltà tecniche di esecuzione dei test, fino alla mancanza di percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (PDTA) strutturati.«Per garantire l’accesso dei pazienti ai test bio-molecolari richiesti per l’utilizzo in clinica di farmaci a bersaglio molecolare già registrati dall’AIFA, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e la Società Italiana di Anatomia Patologica (SIAPEC-IAP), da circa 10 anni, sono impegnate nella formazione, nella produzione di raccomandazioni cliniche e metodologiche e in programmi di controlli periodici di qualità dei laboratori a livello nazionale per ottenere test validati e effettuati con tempistiche e metodologia adeguate – dichiara il Prof. Carmine Pinto, Presidente Nazionale AIOM – in alcune aree del nostro Paese permangono purtroppo criticità di tipo organizzativo e di tipo tecnico, dovute principalmente all’assenza di Reti oncologiche regionali funzionanti e di PDTA strutturati, che assicurino in tempi certi e con adeguata qualità le risultanze richieste, da cui chiaramente deriva una difficoltà di accesso a farmaci target, come nel caso degli ALK-inibitori».Molti passi avanti sono stati compiuti dalla ricerca nello sviluppo di terapie target sempre più efficaci, ma ancora molto deve essere fatto in Italia per garantire a tutti i pazienti un accesso precoce ai test molecolari, indispensabili per identificare il trattamento più appropriato ed efficace.

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Terapie su misura contro l’asma

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 febbraio 2017

asma-bronchialeAnche nelle malattie respiratorie il futuro è la medicina personalizzata. Gli esperti già oggi hanno la possibilità di distinguere diversi tipi di asma, capire grazie a test innovativi quali differenti proteine infiammatorie sono responsabili della malattia e di conseguenza quale terapia mirata deve essere somministrata per ogni singolo paziente. La conferma giunge dal primo meeting internazionale dal titolo “Focus on upper & lower airways disease”, appena concluso a Genova e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «L’asma è un target della medicina personalizzata da quando abbiamo la possibilità di selezionare i pazienti utilizzando i biomarcatori» spiega Giorgio Walter Canonica, Presidente del congresso, Docente di Asma e Allergia Clinica al Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università Humanitas di Rozzano, Milano e al Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Genova. «Grazie ai biomarcatori possiamo identificare il meccanismo che provoca la malattia in un determinato paziente. Con una diagnosi precisa la medicina personalizzata può garantire diversi vantaggi: la scelta della terapia più efficace e dell’inalatore più appropriato per ogni paziente; lo sviluppo di una rete tra centri di riferimento qualificati per gestire i pazienti con asma severa; lo sviluppo di farmaci biologici come nuovo approccio terapeutico nei pazienti con asma severa».
Sono diversi i test diagnostici che possono aiutare nella differenziazione dei pazienti con asma, alcuni già disponibili, e altri nel prossimo futuro. Tra questi le tecniche di imaging come l’imaging ottico in vivo con sonde fluorescenti degli infrarossi vicini per monitorare l’infiammazione del tessuto polmonare. Per valutare i cambiamenti del tessuto polmonare dovuti all’asma, i ricercatori hanno usato anche la tomografia micro-computerizzata. Anche un semplice esame del sangue potrebbe diventare uno strumento estremamente efficace per guidare le cure in chi soffre di asma, grazie alla conta degli eosinofili. «Sono cellule infiammatorie che si trovano nel sangue circolante e nei diversi tessuti e la cui quantità si correla all’intensità di alcune malattie polmonari e delle vie aree, prime fra tutte l’asma» precisa Canonica. «Quindi arrivare a contare gli eosinofili potrebbe aiutare a individuare i pazienti a maggior rischio di riacutizzazione di queste patologie e di conseguente decadimento funzionale nonché a impostare una terapia ad hoc caso per caso. Il numero degli eosinofili è facilmente acquisibile da un esame del sangue, molto meno oneroso della ricerca che potrebbe essere fatta anche sull’espettorato. Si qualificano quindi, per queste patologie respiratorie, come un biomarcatore a basso costo e in grado di discriminare i pazienti più esposti a complicanze, ma anche di migliorare la sintomatologia respiratoria impostando terapie personalizzate con una ricaduta positiva, in termini di risparmio, per il sistema sanitario nazionale».
Per quanto riguarda le terapie, sono in corso di sperimentazione diversi anticorpi monoclonali, i cosiddetti farmaci biologici, che consentono di bloccare in maniera totalmente selettiva alcuni mediatori responsabili dell’infiammazione. È già a disposizione l’anticorpo anti-IgE e sarà presto disponibile l’anticorpo anti interleuchina 5, proteina infiammatoria secreta da cellule del sistema immunitario. Si tratta del primo di una serie di farmaci biologici che rivoluzioneranno la terapia dell’asma, consentendo l’intervento farmacologico a diversi livelli del meccanismo che scatena i sintomi della malattia e dando così allo specialista altrettante armi per una terapia personalizzata. «Se infatti questo farmaco dà buoni risultati nei casi in cui il meccanismo della malattia è sostenuto proprio da questa specifica molecola, i prossimi farmaci “intelligenti” saranno quelli mirati contro altre molecole coinvolte in altre forme di asma grave, come l’interleuchina-4 o l’interleuchina-13» aggiunge Canonica. «Si tratta di farmaci specifici in grado di spegnere gli interruttori molecolari responsabili di diverse tipologie di asma grave: questi farmaci inoltre, essendo del tutto simili agli anticorpi umani, non determinano alcuna risposta negativa nel sistema immunitario. La loro azione selettiva consente efficacia senza significativi effetti collaterali, perché mirano a cause precise della malattia, che però devono essere riconosciute in ciascun paziente, per poter prescrivere a ognuno il farmaco più adatto al suo caso». Per raggiungere questi obiettivi è stato creato il Progetto SANI – Severe Asthma Network Italy, un network di centri di eccellenza nella cura dell’asma grave diffusi su tutto il territorio nazionale, selezionati sulla base di precisi requisiti definiti dalle più rigorose linee guida internazionali, ciascuno dei quali deve garantire la presenza di adeguate risorse strumentali e conoscenze clinico-scientifiche. L’elenco dei centri è consultabile sul sito http://www.sani-asma.org.

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Melanoma e terapie mirate

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 ottobre 2016

melanoma-sulla-pelleI dati clinici presentati durante il recente Congresso annuale ESMO (European Society for Medical Oncology), hanno dimostrato per il trattamento di prima linea con la combinazione di dabrafenib + trametinib, rispetto alla monoterapia con vemurafenib, dopo tre annni di trattamento, un miglioramento in termini di sopravvivenza globale (45% vs 31%) e di sopravvivenza libera da progressione (24% vs 10%).
E’ una neoplasia molto aggressiva della pelle, con un’incidenza in continua crescita, che in Italia si stima presenti circa 13.800 nuovi solo nel 2016. I Numeri del Cancro in Italia, Rapporto AIOM-AIRTUM 2016. Si tratta del melanoma cutaneo, nel nostro Paese il terzo tumore più frequente al di sotto dei 50 anni I Numeri del Cancro in Italia, Rapporto AIOM-AIRTUM 2016, ma che per l’opinione pubblica non rientra tra i tumori più conosciuti.
Secondo un’inedita indagine SWG condotta su un campione di 1.000 cittadini italiani, uomini e donne, presentata oggi a Milano, infatti, solo il 28% degli intervistati ritiene di conoscere il melanoma, rispetto al 45% che si ritiene molto informato sul tumore al seno, al quale seguono le leucemie (35%), il tumore al polmone (33%) e il tumore alla prostata (33%). Informazioni, quelle sul melanoma, reperite principalmente (72%) grazie ai media (Tv 44%; giornali e riviste 32%; internet 29%) ma anche da amici/conoscenti (39%), dal medico di famiglia o specialista (29%) e grazie a iniziative e campagne di sensibilizzazione e prevenzione (26%). La maggioranza degli intervistati ritiene comunque importante poter avere maggiori informazioni su questa patologia.
“E’ interessante vedere come 1 italiano su 3 dichiari di essere entrato in relazione con qualcuno, persona amica o conoscente, colpito da melanoma mentre la metà delle persone intervistate dichiara di saperne poco o niente – precisa Guja Tacchi, Direttore Ricerca SWG – Un dato che va ulteriormente interpretato alla luce del fatto che tra le principali cause che concorrono alla comparsa del melanoma, gli intervistati individuano nel 78% dei casi l’esposizione solare, seguita dal 63% per la presenza di nei”.
Inoltre, solo il 26% riconosce come fattori di rischio le caratteristiche fenotipiche (colore dei capelli, tipologia di pelle etc.) e addirittura un residuo 15% associa la patologia ad eventuali modificazioni del DNA della cellula tumorale.
“Il melanoma rappresenta il 3% di tutti i tumori sia negli uomini sia nelle donne. Nonostante sia il tumore meno frequente tra le neoplasie della pelle, è potenzialmente il più maligno, ossia quello con maggiori probabilità di metastatizzare – afferma il Prof. Giuseppe Palmieri, Oncologo Medico, Primo Ricercatore CNR, Responsabile dell’Unità di Genetica dei Tumori del CNR di Sassari e Presidente Eletto IMI – Intergruppo Melanoma Italiano – Le modificazioni del DNA individuate in questi ultimi anni possono essere di diversi tipi e ciò rende dunque possibile affermare che, dal punto di vista genetico e biologico, i melanomi non sono tutti uguali”.
I progressi compiuti dalla ricerca scientifica, in termini di individuazione di specifiche mutazioni a carico del DNA della cellula tumorale, hanno permesso lo sviluppo di trattamenti a bersaglio molecolare che agiscano direttamente sulla mutazione specifica. Aspetti complessi, questi, che aprono interessanti sfide per il progresso della medicina e, allo stato attuale, poco chiari alla popolazione italiana. Il 59% degli intervistati, infatti, dichiara di non essere a conoscenza del fatto che alcune tipologie di tumori siano contraddistinte da questo tipo di mutazioni della cellula “malata” e il 72% non ha mai sentito parlare di terapie mirate per la cura dei tumori.
L’obiettivo delle terapie nel trattamento del melanoma metastatico è quello di rallentare la progressione della malattia, prolungando la sopravvivenza del paziente. Durante il recente Congresso ESMO (European Society for Medical Oncology) i dati dello studio Combi-v, con follow-up a 3 anni, hanno dimostrato per il trattamento di prima linea con la combinazione di dabrafenib + trametinib rispetto alla monoterapia con vemurafenib un miglioramento in termini si sopravvivenza globale – che riguarda il 45% dei pazienti rispetto al 31% trattati con vemurafenib – e di sopravvivenza libera da progressione (24%vs10%).
“Si tratta di dati clinici molto importanti che confermano una maggiore sopravvivenza a lungo termine dei pazienti con melanoma metastatico rispetto alla monoterapia con vemurafenib – conclude la Prof.ssa Paola Queirolo – A questo, si aggiungono significativi risultati in termini di durata mediana delle risposte complete, che si attesta a circa 3 anni e mezzo. Dati che rinforzano il valore di questa terapia mirata di combinazione nel trattamento di una patologia così complessa”.

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Incontinenza urinaria, nuovi modelli e terapie

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 agosto 2016

tumore vescicaRoma Lunedì 26 settembre 2016 Ore 15.00 – 16.30 Residenza di Ripetta Via di Ripetta, 231. L’Incontinenza urinaria è tra le 5 patologie più costose (e diffuse) al mondo. Ne soffre un numero compreso tra il 20 e il 30 per cento di tutte le donne italiane e tra il 5 e il 10% degli uomini. Sono i numeri, con molti zeri, dell’Incontinenza urinaria, una patologia per la quale, nelle sue diverse forme, si prova vergogna e imbarazzo e per questo molto spesso chi ne soffre non va dal medico. Al centro della Conferenza Stampa i nuovi possibili modelli di assistenza sul territorio e le ultime novità terapeutiche poste a carico del Servizio Sanitario nazionale. Parteciperanno:
Prof. Enrico Finazzi Agrò – Presidente SIUD, Società italiana di Urodinamica
Prof. Antonio Carbone – Direttore UOC Urologia, Università La Sapienza, Roma
Prof. Roberto Carone – Direttore Neuro-Urologia Città della Salute, Torino
Prof. Mauro Cervigni – Segretario scientifico AIUG, Società Italiana di Urologia Ginecologica
Prof. Andrea Tubaro – Direttore UOC Urologia Azienda ospedaliera Sant’Andrea, Roma

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Pazienti oncologici e accesso alle terapie

Posted by fidest press agency su sabato, 14 maggio 2016

tumore metastatico1I pazienti oncologici devono aspettare 427 giorni in Italia (contro i 364 della Francia, i 109 del Regno Unito e gli 80 della Germania) per accedere ai trattamenti innovativi con preoccupanti differenze regionali. Nel nostro Paese manca la rete della terapia del dolore e le cure domiciliari sono di fatto uscite dai livelli essenziali di assistenza (LEA) regionali, vengono infatti attivate solo per il 48,1% dei pazienti al momento delle dimissioni (per il restante 51,9% provvedono i familiari). E l’accesso a beni e servizi, come i prodotti assicurativi e bancari, è ancora oggi negato a chi ha un passato di malato. È forte la rabbia dei pazienti per l’occasione perduta della riforma costituzionale recentemente approvata. Il modello di regionalismo delineato nel nuovo Titolo V della Costituzione continua a non attribuire allo Stato l’esercizio dei poteri sostitutivi, in caso di necessità, a tutela della concreta attuazione dei LEA. La denuncia è contenuta nell’VIII Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici presentato oggi al Senato nel corso della XI Giornata del malato oncologico, organizzata dalla FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia). “Il nuovo testo dell’art. 117 della Costituzione – sottolinea il prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO – non consente il superamento di quell’intollerabile differenziazione tra aree del Paese nell’accesso alle terapie e all’assistenza sociale. Il ruolo di garanzia dello Stato non può limitarsi alla definizione dei LEA, ma dovrebbe comprendere anche l’uniformità e il controllo della loro erogazione. L’approvazione dell’emendamento con il quale si inserisce la possibilità di devolvere alle Regioni la potestà legislativa generale sulle politiche sociali rappresenta una sconfitta per tutti i malati”. Le differenze a livello regionale stanno peggiorando e toccano molti aspetti. Avere le terapie giuste al momento giusto è l’unica soluzione per rispondere in modo adeguato alla domanda di cure efficaci. Il sistema sanitario è in sofferenza, schiacciato dal contenimento della spesa. È anche orfano di un progetto politico che ne attualizzi gli scopi e lo renda al passo con i tempi. Il contributo del volontariato oncologico è pertanto centrale e strategico per l’elevato impatto economico e sociale della malattia, con riferimento sia alla fase acuta che alla riabilitazione, ancora oggi sorprendentemente trascurata dal Servizio sanitario nazionale”. Preoccupa inoltre la scarsa attenzione rivolta alle esigenze nutrizionali dei malati. “In una percentuale ben superiore ai due terzi dei pazienti neoplastici si riscontra una perdita del perso corporeo e il 20-30% muore per gli effetti della malnutrizione – continua Elisabetta Iannelli, segretario FAVO -. Nonostante questa evidenza, l’attenzione ai problemi della nutrizione rimane ancora insoddisfatta. Alla base di questa situazione sta la scarsa consapevolezza, da parte del medico e del paziente, che il mantenimento di uno stato nutrizionale ottimale, durante e dopo le cure oncologiche, rappresenta un presupposto imprescindibile per il successo della terapia e per la restituzione alla vita attiva. Un circolo vizioso che si può non solo contrastare, ma anche prevenire, stabilendo fin dall’inizio della cura un percorso parallelo e una sinergia tra oncologo e nutrizionista”. Per questo, le Società scientifiche di riferimento di oncologia medica e di nutrizione clinica, in collaborazione con FAVO, intendono sviluppare una serie di iniziative che spaziano dalle campagne di comunicazione a corsi di formazione per oncologi.
Il Tavolo promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) con la determinante partecipazione di FAVO ha identificato bisogni e diritti della persona guarita, prevedendo un piano di sorveglianza attiva per la prevenzione dei tumori secondari e degli effetti tardivi delle terapie e l’organizzazione della riabilitazione. “Il bisogno di salute del paziente con una diagnosi di neoplasia è superiore a quello della popolazione generale anche dopo la debellazione della malattia – afferma il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. E persiste a lungo nel tempo, alla luce delle caratteristiche peculiari delle patologie oncologiche, dei loro effetti e delle specifiche risposte terapeutiche ed assistenziali: rischio di ricaduta; presenza di comorbidità e condizione di disagio psichico; possibile tossicità a lungo termine dei farmaci e della radioterapia; rischio di insorgenza di seconde neoplasie; possibile riduzione della fertilità. Guarire oggi non può voler dire solo aver vinto la personale battaglia contro la malattia. Alla multidimensionalità della condizione di salute, corrisponde la complessità della guarigione. Si è guariti quando vengono ripristinate le condizioni di vita presenti prima dell’insorgenza della malattia e se vi è il recupero della condizione di benessere fisico, psichico e sociale. Un percorso che inizia a partire dal momento in cui la persona entra nell’ospedale. Per questo abbiamo avviato AIOM-HuCare, la prima Scuola di Umanizzazione in Oncologia in Europa in cui si svolgono corsi indirizzati a clinici e infermieri. L’obiettivo è umanizzare i reparti applicando interventi psico-sociali uniformi ed efficaci a tutti i malati nelle Oncologie del nostro Paese”. Le reti oncologiche regionali rappresentano il modello ottimale per la gestione di una malattia ad elevato impatto sanitario e sociale come il cancro. “Valutiamo positivamente il cosiddetto ‘decreto standard ospedalieri’ (n. 70 del 2015) – spiega il prof. De Lorenzo -. Il provvedimento, che disegna il nuovo ospedale per acuti, conferma per le patologie oncologiche l’organizzazione a rete della risposta assistenziale. Un passo fondamentale per rendere accessibili a tutti i cittadini l’accesso alle alte specializzazioni mediche. La radioterapia è una di queste, utilizza tecnologie sofisticate e di accreditata efficacia. È attualmente impiegata nella cura del 60-70% dei pazienti e si stima che il fabbisogno in Europa si accrescerà di oltre il 15% nei prossimi 10 anni. È però impossibile valutare se le risorse impiegate nella disciplina radioterapica in Italia siano rispondenti al carico di tumori per anno e quali investimenti si debbano pianificare per il futuro”. Il numero di acceleratori lineari acquistati è attualmente sconosciuto, perché un vero monitoraggio di questi dispositivi costosissimi è stato introdotto solo di recente con l’emanazione del decreto del 22 aprile 2014, un censimento non ancora realizzato. Sta invece migliorando invece la situazione relativa alla chirurgia oncologica: nel 2015 rispetto al 2013 si è registrato un lieve ma evidente progresso verso la concentrazione della casistica operatoria, con la creazione di centri a alto volume di attività. Altro capitolo è quello relativo alla sostenibilità dei nuovi trattamenti. Ad oggi sono disponibili ben 132 farmaci antitumorali e negli ultimi 15 anni ne sono stati immessi sul mercato 63. Anche i costi del trattamento sono aumentati: quello giornaliero medio di un farmaco antineoplastico è passato da 42,20 euro nel periodo 1995-1999 a 203,47 euro nel 2010-2014. Il costo medio di una terapia complessiva è aumentato da 3.853 euro nel 1995-1999, a 44.900 euro nel 2010-2014. La spesa per farmaci oncologici in Italia è passata da circa 1 miliardo nel 2007 a 2 miliardi e 900 milioni di euro nel 2014. “Molte agenzie regolatorie internazionali – continua il prof. De Lorenzo – hanno ritenuto necessario coinvolgere i pazienti (o i loro rappresentanti) nelle varie fasi di sviluppo e commercializzazione di un nuovo farmaco, soprattutto per quanto attiene alla qualità di vita e ai relativi aspetti etici e sociali che ogni nuova terapia introduce. Grazie a ECPC (European Cancer Patient Coalition), il volontariato oncologico ha ottenuto nel Parlamento europeo una grande vittoria nella battaglia per la facilitazione dell’accesso ai farmaci innovativi. Su iniziativa di ECPC, sono state promosse azioni volte a introdurre una valutazione a livello europeo di riferimento dell’efficacia comparativa e del rapporto costo-efficacia delle nuove molecole. Le modifiche comporteranno la riduzione dei tempi entro i quali gli Stati membri adotteranno le decisioni sull’inserimento dei farmaci nella diverse classi di rimborsabilità”. “Sul versante dell’assistenza farmaceutica – conclude Elisabetta Iannelli – non è più accettabile confinare l’innovatività a una valutazione sull’efficacia clinica, per di più limitata alla fase acuta della malattia. Il cambiamento che FAVO auspica è legato alla considerazione della qualità della vita assicurata dal farmaco e non solo della quantità. A fronte di una spesa per le cure cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi venti anni, la scelta delicata e spesso ‘tragica’ della classe di rimborsabilità di una nuova molecola deve essere orientata da criteri nuovi. L’efficacia, infatti, non può più essere misurata soltanto in ambiente clinico, ma si dovrà valutare l’impatto complessivo sulla qualità della vita, dagli aspetti familiari a quelli sociali e lavorativi. Ed è di fondamentale importanza che, anche in Italia, si sviluppi sempre più la cultura dell’Health Technology Assessment, da svolgere principalmente nell’ambito di un organismo ‘centralizzato e dedicato’ evitando duplicazioni inutili e costose”.

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Tumori: Nuove armi

Posted by fidest press agency su domenica, 25 ottobre 2015

tumore gastricoIn diciassette anni (1990-2007) i pazienti che hanno sconfitto il cancro nel nostro Paese sono aumentati del 18% (uomini) e del 10% (donne). Percentuali che collocano l’Italia al vertice in Europa per numero di guarigioni, soprattutto nei tumori più frequenti come quelli del colon (60,8% vs 57%), del seno (85,5% vs 81,8%) e della prostata (88,6% vs 83,4%). E oggi si stanno affermando nuove armi come l’immuno-oncologia, che ha già dimostrato di migliorare in maniera significativa la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma e sta evidenziando risultati importanti anche in un big killer come il tumore del polmone e nel rene. Ma gli italiani non conoscono questi importanti risultati, infatti per il 41% non esistono terapie efficaci, la maggioranza (54%) ritiene che si debba ancora parlare di male incurabile e il 72% non ha mai letto nulla sull’immuno-oncologia. Lo scarso livello di conoscenza emerge da un sondaggio su quasi 3.000 cittadini condotto lo scorso settembre dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), presentato al XVII Congresso nazionale della società scientifica che si apre oggi a Roma. Nel 2015 sono previste nel nostro Paese 363mila nuove diagnosi. “Il 60% dei pazienti guarisce – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Un risultato raggiunto anche grazie a terapie sempre più efficaci. E l’immuno-oncologia, che stimola il sistema immunitario contro le cellule malate, ha aperto una nuova era nel trattamento. È importante migliorare il livello di consapevolezza sulle nuove frontiere della lotta al cancro, anche al di fuori dei mezzi di comunicazione tradizionali. Per questo l’AIOM sbarca sui social network, con una pagina Facebook e un profilo Twitter (@AIOMtweet)”. Oggi il 41,7% gli italiani (4 su 10) ricorre alla Rete per leggere notizie sulla salute. Il 50,3% dell’intera popolazione è iscritto a Facebook (il 77,4% degli under 30) e il 10,1% usa Twitter (Censis). Queste percentuali aumentano in maniera esponenziale fra i pazienti oncologici e i loro familiari: più dell’80% infatti si informa sul web anche sulle terapie innovative otumore polmone per condividere la propria esperienza. “È forte la sete di conoscenza – continua il prof. Pinto -. Come emerge dalla nostra indagine, il 74% dei cittadini vorrebbe ricevere più informazioni su come prevenire la malattia e sulle nuove terapie. L’uso dei social network ci permetterà anche di contrastare i falsi miti che circolano online sui tumori. Questo è possibile solo andando nei ‘luoghi’ dove nascono e crescono queste informazioni sbagliate”. Positivo il giudizio dei cittadini sul livello dell’oncologia italiana, infatti per il 56% è superiore a quello degli altri Paesi europei. “L’Italia – sottolinea il prof. Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli e coordinatore delle Linee Guida AIOM sul melanoma – ha guidato le sperimentazioni in questo campo che hanno portato all’approvazione nel 2011 del primo farmaco immuno-oncologico, ipilimumab, che ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma in fase avanzata: il 20% dei pazienti è vivo a 10 anni. In questi casi possiamo parlare di cronicizzazione della malattia. Un risultato impensabile prima dell’arrivo di queste terapie, visto che la sopravvivenza mediana in stadio metastatico era di appena 6 mesi, con un tasso di mortalità a un anno del 75%. Oggi si stanno evidenziando ulteriori progressi grazie all’associazione ipilimumab e nivolumab, una nuova molecola immuno-oncologica. La combinazione di queste armi ha evidenziato miglioramenti nella sopravvivenza rispetto a ciascuno dei due farmaci somministrati in monoterapia. Non solo. Le risposte sono state più veloci, più profonde, con una maggiore riduzione del tumore, e più durature”. Passi in avanti anche nel tumore del polmone che nel 2015 farà registrare nel nostro Paese 41.000 nuovi casi. “Nella forma non a piccole cellule non squamosa (adenocarcinoma) in fase avanzata, che finora presentava scarse opzioni terapeutiche, il 39% dei pazienti è vivo a 18 mesi – afferma il prof. Cesare Gridelli, Direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Ospedale ‘Moscati’ di Avellino -. Nivolumab garantisce un vantaggio netto nella sopravvivenza rispetto ai pazienti trattati con la chemioterapia (23%). E il 20% dei pazienti colpiti dalla forma non a piccole cellule squamosa metastatica è vivo a tre anni. Siamo di fronte a un’innovazione davvero impressionante, ai primi reali progressi negli ultimi venti anni in una malattia particolarmente difficile da trattare. L’unica arma disponibile infatti era rappresentata dalla chemioterapia, poco efficace e più tossica”. “E nel tumore del rene – aggiunge il prof. Pinto – che nel 2015 farà registrare 12.600 nuove diagnosi, nivolumab ha dimostrato una riduzione del rischio di morte del 27% nella fase avanzata rispetto al braccio di controllo”.
L’AIOM ha raccolto le testimonianze di 16 pazienti curati con l’immuno-oncologia nel libro “Si può vincere”, che verrà presentato nelle prossime settimane in un tour in 10 città italiane. “La nostra campagna di comunicazione sulle nuove frontiere della lotta al cancro e sull’immuno-oncologia non si limiterà a Facebook e Twitter – sottolinea il prof. Pinto -. Ci saranno spot con testimonial del mondo dello sport e dello spettacolo. E stabiliremo un forte link con i farmacisti. Sono 3 milioni i cittadini con storia di cancro che si sottopongono al follow up, cioè alle visite di controllo successive alla fase acuta della malattia. Per molte neoplasie oggi è possibile parlare di cronicizzazione, quindi non è pensabile che queste persone siano seguite per 10-15 anni solo dall’oncologo medico e dal centro di riferimento. Il processo di deospedalizzazione deve coinvolgere sia i medici di famiglia che i farmacisti a cui spesso i pazienti con tumore si rivolgono per consigli e per la gestione dei piccoli disturbi nel medio e lungo periodo. È quindi fondamentale che questi professionisti conoscano le nuove armi a disposizione del clinico, in particolare l’immuno-oncologia”. “Non dimentichiamo altri strumenti che l’AIOM mette a disposizione dei clinici e delle Istituzioni come le 32 Linee Guida e la ‘Carta dei servizi dell’Oncologia Italiana – Libro Bianco VI Edizione’ – continua il prof. Pinto ”.

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Fibrosi Polmonare Idiopatica

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 ottobre 2015

Boehringer IngelheimIngelheim/Amsterdam. I risultati di un’analisi intermedia dello studio clinico di prosecuzione INPULSIS®-ON confermano l’efficacia e la sicurezza di nintedanib osservate negli studi INPULSIS®. Questi risultati sono stati presentati in occasione del Congresso Internazionale 2015 della European Respiratory Society (ERS 2015) e confermano che nintedanib ha un’efficacia di lungo termine nel rallentare la progressione della fibrosi polmonare idiopatica (IPF) con effetti collaterali gestibili. Questi nuovi risultati sono importanti, visto che la IPF è una malattia progressiva, che mette a rischio la vita di chi ne è colpito e richiede una terapia di lungo termine. I risultati dell’analisi intermedia dello studio INPULSIS®-ON dimostrano che la variazione rispetto al basale della capacità vitale forzata (FVC) a 48 settimane, nei pazienti che hanno continuato la terapia con nintedanib nello studio clinico di prosecuzione, è stata paragonabile a quella osservata nelle 52 settimane dei trial INPULSIS®, fornendo ulteriori evidenze, del fatto che nintedanib* mantiene nel lungo periodo l’effetto positivo di rallentamento della progressione della malattia.“I risultati presentati sull’efficacia e sicurezza di nintedanib sono estremamente confortanti per quanto riguarda gli esiti di lungo termine della terapia con questo farmaco e il suo effetto di rallentamento della progressione della malattia” – ha commentato Luca Richeldi, Professore di Malattie dell’apparato respiratorio all’Università di Southampton – “Questi risultati aggiungono ulteriore peso al corpus delle già notevoli evidenze, che dimostrano come nintedanib* sia una terapia efficace e tollerabile per il trattamento della IPF. Per gestire bene la fibrosi polmonare idiopatica è fondamentale che i medici spieghino ai loro pazienti cosa aspettarsi dalla terapia e quale sia il trattamento più adatto, per avviare la cura al più presto e affinché il paziente la continui il più a lungo possibile”.
INPULSIS®-ON è uno studio in aperto, a singolo braccio, a cui ha aderito oltre il 90% dei pazienti con IPF che hanno completato gli studi INPULSIS® e soddisfatto i criteri di inclusione per la prosecuzione in aperto con nintedanib. Nello studio di prosecuzione INPULSIS®-ON i pazienti che negli studi clinici INPULSIS® erano nel gruppo a placebo hanno iniziato per la prima volta la terapia con nintedanib, mentre quelli che già lo assumevano negli studi INPULSIS, lo hanno continuato. L’efficacia di nintedanib, in termini di variazione mediana rispetto al basale della FVC alla settimana 48, riscontrata nel trial INPULSIS®-ON, è stata paragonabile a quella osservata nella settimana 52 dei trial INPULSIS®.
La fibrosi polmonare idiopatica è una patologia polmonare progressiva cronica, gravemente invalidante, con prognosi infausta, per la quale esistono limitate opzioni terapeutiche. La IPF colpisce 14-43 persone ogni 100.000 nel mondo ed è caratterizzata dalla formazione progressiva di tessuto cicatriziale a livello polmonare – ovvero fibrosi – con conseguente perdita di funzionalità polmonare nel tempo. Con il passare del tempo, a mano a mano che il tessuto cicatriziale si ispessisce, i polmoni perdono la capacità di scambiare ossigeno e di metterlo in circolo, e di conseguenza di ossigenare in modo sufficiente gli organi vitali. Di conseguenza, chi è colpito da IPF, presenta dispnea, tosse secca e, spesso, difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane. La definizione di riacutizzazione grave di IPF è quella di un rapido peggioramento dei sintomi nell’arco di giorni o settimane. Questi eventi si possono verificare in qualsiasi momento del decorso della malattia, persino ai suoi esordi e tutti i pazienti con IPF sono a rischio di una riacutizzazione grave della malattia.

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Dolore pediatrico

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2015

doloreI bambini italiani ricevono cure antalgiche durante la permanenza in Pronto Soccorso? Il loro dolore viene misurato tramite le apposite scale validate? E quali impressioni hanno i genitori che li accompagnano? È quanto si chiede il Gruppo PIPER, da 5 anni attivo per migliorare la gestione del dolore pediatrico in emergenza e urgenza, a pochi mesi dalla pubblicazione delle raccomandazioni cliniche sul dolore nella fase di triage e sul dolore da procedura, frutto proprio del lavoro del Gruppo. Il 26 e 27 settembre, durante il “PIPER Weekend”, i 29 Pronto Soccorso aderenti a PIPER apriranno le porte alla prima indagine focalizzata sui bambini dimessi dai PS con codice verde e sui loro genitori, volta a rilevare quanto e come il dolore dei piccoli pazienti sia stato preso in carico, misurato e trattato. La survey, che ha il patrocinio del Ministero della Salute, della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) e dell’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani (AOPI) e il contributo incondizionato di Angelini, è la più ampia e sistematica finora condotta in Italia a tal fine.“Al centro del lavoro dell’operatore sanitario devono esserci il bambino e la sua famiglia”, afferma Franca Benini, Responsabile del Centro Regionale veneto di Terapia antalgica e Cure palliative pediatriche, Dipartimento di Pediatria Università di Padova e Responsabile scientifico del Gruppo PIPER. “Per avere un’idea realistica della qualità dei servizi che forniamo, abbiamo deciso di dar voce proprio ai fruitori finali di questi servizi: bambini e genitori, che ci aiuteranno a capire come migliorare le cose. Poi sarà fondamentale sviluppare strategie efficaci tanto per i Pronto Soccorso pediatrici, quanto per quelli dell’adulto, perché dei 5 milioni di accessi annui al PS da parte di bambini, solo il 10% avviene in strutture prettamente pediatriche. PIPER Weekend ha visto l’adesione di tutti i centri del network PIPER e la piena collaborazione tra medici e organizzatori dell’assistenza sanitaria, che hanno lavorato insieme per un obiettivo comune”.
“L’iter di applicazione della Legge 38 prosegue attivamente e in modo continuativo, anche per quanto concerne lo sviluppo della rete pediatrica, che da anni vede il concreto impegno del Gruppo PIPER”, dichiara Marco Spizzichino, Direttore dell’Ufficio XI – Direzione generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute. “I centri che vi aderiscono rappresentano la punta di diamante dell’assistenza al bambino con dolore nell’ambito del Pronto Soccorso. Il Gruppo si rapporterà poi con il Ministero della Salute per condividere i risultati di questo nuovo studio e proseguire, con rinnovata energia, il cammino intrapreso”.Nei 29 Pronto Soccorso coinvolti, distribuiti in 26 città della Penisola, saranno allestiti specifici Info Point dove verranno condotte le interviste seguendo la traccia di due questionari declinati per adulti e per bambini. Ai genitori sarà, inoltre, distribuito materiale informativo sull’importanza della corretta valutazione del dolore, mentre i bambini riceveranno piccoli gadget (spille colorate, bolle di sapone). L’obiettivo è raccogliere circa 1.500 questionari, i cui dati saranno poi elaborati dall’Università La Sapienza e resi noti nei prossimi mesi.“Per la prima volta, grazie a PIPER Weekend, una indagine statisticamente significativa valuterà l’effettiva gestione del dolore pediatrico nel setting del Pronto Soccorso, rilevando direttamente il punto di vista dei bambini e dei genitori che vi accedono”, commenta Fabio De Luca, Chief Commercial Officer di Angelini. “Siamo lieti di rinnovare il nostro impegno a fianco del Gruppo PIPER, sostenendo quest’indagine così innovativa. Considerando l’ampiezza del campione, si tratta della survey più estesa finora condotta sul problema. Ci auguriamo che i risultati possano fornire indicazioni utili a migliorare ulteriormente l’assistenza e, come Azienda, continueremo a offrire il nostro supporto al Gruppo PIPER affinché questo avvenga”.

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Verranno presentati allo European Cancer Congress 2015 i dati di pembrolizumab su nove tipi di tumori difficili da trattare

Posted by fidest press agency su domenica, 27 settembre 2015

merck, conosciuta come MSD al di fuori degli Stati Uniti e del Canada, ha annunciato oggi la presentazione di nuovi dati sull’attività antitumorale di KEYTRUDA® (pembrolizumab) in un’ampia gamma di tumori avanzati, in occasione dello European Cancer Congress (ECC) di quest’anno, che si terrà a Vienna dal 25 al 29 settembre. In tutto, saranno presentati all’ECC di quest’anno 15 abstract su pembrolizumab in nove tipologie di tumori difficili da trattare – incluse quattro presentazioni orali nella sessione late-breaking. Verranno anche presentati i primi dati sull’espressione di PD-L2 in vari tumori per valutare il potenziale valore di questo biomarcatore nella capacità di risposta dei pazienti alle terapie anti-PD-1. Con queste e altre presentazioni, i dati sul potenziale ruolo di pembrolizumab saranno stati presentati in oltre 17 tipi diversi di tumore.
Gli studi accettati nel programma ECC di quest’anno includono anche la ricerca su pembrolizumab in monoterapia nel tumore dell’ano, nel tumore delle vie biliari, nel carcinoma del colon-retto, nel carcinoma a cellule di Merkel (un tipo di tumore della pelle), nel carcinoma nasofaringeo (un tipo di tumore della testa e del collo) e nel tumore al polmone non a piccole cellule (NSCLC), nonché uno studio di valutazione di pembrolizumab in associazione con un altro trattamento immunoterapico nel melanoma.
«Mentre continuiamo ad arricchire la raccolta di dati clinici ampliando la nostra conoscenza del potenziale di pembrolizumab, portiamo avanti l’obiettivo di identificare i fattori in grado di aiutarci a stabilire quali pazienti rispondono meglio a un particolare farmaco o approccio» ha dichiarato Roger Dansey, Senior Vice President e Therapeutic Area Head, Oncology Late-Stage Development di Merck Research Laboratories. «I dati iniziali che stiamo osservando per quanto riguarda l’espressione di PD-L2 indicano la potenziale importanza del doppio blocco di PD-L1 e PD-L2 nella terapia anti-PD-1 per il trattamento dei tumori».
Pembrolizumab, la terapia anti-PD-1 di Merck, è un anticorpo monoclonale umanizzato che blocca l’interazione tra PD-1 e i suoi ligandi, PD-L1 e PD-L2. Legandosi al recettore di PD-1 e bloccando l’interazione con i ligandi di quest’ultimo, pembrolizumab rilascia l’inibizione, mediata dal pathway di PD-1, della risposta immunitaria, compresa la risposta immunitaria antitumorale. Il programma di sviluppo clinico di pembrolizumab si è ampliato rapidamente fino a includere oltre 30 tipi di tumori in più di 130 trial clinici, in oltre 70 dei quali pembrolizumab è associato ad altri trattamenti antitumorali. Al momento, negli studi registrativi di pembrolizumab in monoterapia si stanno arruolando pazienti affetti da melanoma, NSCLC, tumore della testa e del collo, tumore della vescica, tumore gastrico, tumore colorettale e Linfoma di Hodgkin, ma sono in corso di preparazione ulteriori trial per altri tipo di tumore.
«Merck sta ampliando rapidamente i suoi studi clinici su pembrolizumab includendo una vasta gamma di tumori con lo scopo di riuscire a offrire ai pazienti oncologici nuove e promettenti opzioni e di aiutare i medici a individuare gli approcci più adatti ai singoli pazienti» ha affermato il Roy Baynes, Senior Vice President e Head of Global Clinical Development di Merck Research Laboratories. «Siamo impazienti di presentare questi nuovi dati allo European Cancer Congress, continuando ad avere come obiettivo la possibilità di offrire l’innovazione scientifica rappresentata dall’immunoncologia al più vasto numero di pazienti possibile».

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Fibrillazione atriale

Posted by fidest press agency su sabato, 26 settembre 2015

fibrillazione atrialeAccendiamo il televisore, ascoltiamo il telegiornale, sentiamo e leggiamo che il Parlamento fibrilla, fibrilla la Borsa, sono in fibrillazione i taxisti, i maestri…. sembra che tutto il mondo fibrilli.Fibrillare vuol dire muoversi in modo scomposto, disordinato: l’unico che ha il diritto di definirsi fibrillante è il cuore, che quando fibrilla può causare ictus cerebrale e addirittura arresto cardiaco: non possiamo evitare la fibrillazione, ma possiamo riconoscerla immediatamente quando si presenta, ed evitarne le conseguenze.
La fibrillazione atriale affligge 2 persone su 100 nel mondo e 6 milioni di pazienti in Europa[4], da 3 a 5 milioni negli Stati Uniti[5] , fino a 8 milioni in Cina[6]. Se adattiamo alla popolazione italiana attuale (60 milioni) i dati disponibili nella letteratura internazionale (prevalenza di FA di circa 1,0% nella popolazione generale) si può calcolare che il numero dei pazienti affetti da FA nel nostro paese sia di 600.000 persone. E non finisce qui: si stima che il numero dei pazienti affetti raddoppierà entro il 2050, in conseguenza dell’invecchiamento della popolazione. La fibrillazione atriale moltiplica per cinque il rischio di ictus : sappiamo che 1 ictus su 5 è causato da questa aritmia. L’ictus è spesso fatale, ma in un caso su tre lascia invalidità gravi e colpisce persone sempre più giovani , non solo gli anziani, e chi sopravvive ha una alta probabilità di avere un nuovo ictus, con un enorme incremento nel costo delle cure, insostenibile da qualunque servizio sanitario in un futuro non lontano http://www.prnewswire.com/news-releases/i-dati-provenienti-dal-registro-globale-sulla-fibrillazione-atriale-segnalano-un-impiego-non-ottimale-degli-agenti-antitrombotici-nella-prevenzione-dellictus-273585711.html
Ecco perché Il nuovo numero di SALTO, il 78esimo in 29 anni di lavoro di ALT, è dedicato proprio a un tema delicato e che riguarda tutti noi: “Il ritmo del cuore”. Un modo per conoscere il muscolo più importante del nostro corpo, capire come si ammala e come possiamo averne cura , anche imparando ad ascoltarne i battiti. Basta un dito su un polso, un semplice gesto a portata di bambino, per capire se la fibrillazione atriale è alle porte. Riconoscerla consentirà di evitare gli eventuali danni correlati, come l’ictus e l’arresto cardiaco: persino i bambini potranno imparare a sentire il battito del cuore e a riconoscerlo quando alterato, salvando la vita degli adulti che hanno cura di loro.
Un richiamo alla salute a tutto tondo, dunque, all’adozione di uno stile di vita intelligente, sostenuto con forza anche dalla seconda edizione della Giornata mondiale della Trombosi http://www.worldthrombosisday.org che il prossimo 13 ottobre porterà all’attenzione del mondo il tema della trombosi come causa di eventi drammatici, e altrettanto spesso invalidanti, ma evitabili. La Trombosi è la causa di oltre l’80% delle malattie che conosciamo come cardiovascolari: infarto, ictus embolia aterotrombosi, sono nel loro insieme la prima causa di morte e di grave invalidità nel mondo industrializzato , colpiscono il doppio dei tumori, ma possono essere evitate in almeno un caso su tre, soprattutto con lo stile di vita: che noi scegliamo. Possiamo correggere comportamenti pericolosi, e scegliere lo stile di vita e la qualità della nostra vita: non è solo dei medici la responsabilità di curare, oggi deve essere prioritariamente nostra
Un cuore con un aritmia non riconosciuta, sottovalutata o non curata rappresenta un enorme rischio per il cuore stesso e per il cervello. L’ictus da fibrillazione è più frequente di quanto si pensi: ruba la vita a oltre 6 milioni di persone ogni anno, e ne lascia drammaticamente invalide 5 milioni.“Il cuore si muove dal momento in cui la vita comincia nel grembo della madre fino al momento in cui la vita finisce. Si muove grazie a un sistema elettrico autonomo che gli permette di spingere in maniera composta ed efficiente il sangue pulito nei vasi, anche in quelli più piccoli. Allo stesso modo, il cuore manda il sangue sporco a ripulirsi nei polmoni, per poi tornare in circolo a nutrire tutte le cellule – spiega la dottoressa Lidia Rota Vender, presidente di ALT. Il suo movimento deve avere un ritmo regolare, come una danza elegante: accelera se siamo emozionati, se abbiamo paura, se ci muoviamo, rallenta quando dormiamo o quando siamo calmi. Se il sistema elettrico che lo governa invecchia, il ritmo può diventare irregolare, si creano aritmie, movimenti scomposti, che possono durare pochi minuti, qualche ora, o continuare: un cuore che fibrilla perde efficienza, fa mancare sangue e nutrimento al cervello, al cuore stesso, a tutti gli organi. Imparare a sentire il battito del nostro cuore è importante, un gesto che può salvare la vita”.
«Dobbiamo fare squadra se vogliamo battere le malattie cardiovascolari: Infarto, Ictus cerebrale, Embolia polmonare, Trombosi arteriosa e venosa, malattie gravi che colpiscono ogni anno almeno 8 mila giovani italiani : su 100 colpiti 3 hanno meno di 40 anni! Malattie che possono essere evitate, nei giovani ancor più che negli anziani. E’ molto, moltissimo,ma la battaglia si vince se ognuno di noi combatte in prima persona, per se stesso e per le persone che ama» – conclude la presidente di ALT, Associazione che da 29 anni lavora fianco a fianco di medici e pazienti, stimolando persone di tutte le età a informarsi e a scegliere uno stile di vita intelligente, a limitare i fattori di rischio, anche grazie a SALTO, al sito http://www.trombosi.org e alla pagina Facebook.

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