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Posts Tagged ‘terremoti’

L’impronta digitale dei terremoti individuata con l’interferometria satellitare

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 Maggio 2021

Attraverso le immagini ottenute dall’interferometria satellitare, un team di ricercatori dell’Università Sapienza di Roma e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha analizzato l’”impronta digitale” dei terremoti attraverso il riconoscimento della deformazione del suolo che accompagna un evento sismico. Gli scienziati, infatti, sono riusciti a stimare con precisione le dimensioni e a riconoscere l’area dove si concentrano gli scuotimenti più violenti che accompagnano i terremoti. Lo studio “The epicentral fingerprint of earthquakes marks the coseismically activated crustal volume” è stato appena pubblicato su ‘Earth Science Reviews’. Le immagini ottenute con la tecnica InSAR (Interferometric Synthetic Aperture Radar) consentono di rilevare la deformazione cosismica (ovvero, la deformazione istantanea e permanente causata dal terremoto) delimitando l’area epicentrale dove si è concentrato lo spostamento maggiore, attraverso l’analisi della deformazione del terreno attorno alla faglia attivata durante un terremoto. “La conoscenza di queste manifestazioni della Terra aiuta a focalizzare più specificatamente la prevenzione sismica nelle future aree epicentrali, aiutando a calibrare la valutazione della pericolosità sismica in cui il movimento verticale gioca un ruolo rilevante nell’aumentare un maggiore scuotimento orizzontale e quindi maggiori danni. Perché i terremoti torneranno: in media in Italia si generano circa 20 terremoti distruttivi al secolo”, afferma il Presidente Carlo Doglioni. font: The epicentral fingerprint of earthquakes marks the coseismically activated crustal volume” Patrizio Petricca, Christian Bignami, Carlo Doglioni (2021). Earth Science Reviews. doi: https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103667

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Importante scoperta sul rapporto tra materiali argillosi e terremoti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 Maggio 2021

I materiali argillosi delle faglie presenti nelle zone di subduzione, cioè dove una placca tettonica scivola al di sotto di un’altra placca, trattengono al loro interno un “cuscinetto d’acqua” e ciò fa sì che essi favoriscano terremoti potenzialmente capaci a provocare tsunami. Questo è il risultato dello studio “Fluid pressurisation and earthquake propagation in the Hikurangi subduction zone”, condotto grazie alla collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, le Università di Pisa e Padova, e la University College London, su alcuni campioni provenienti dalla zona di Hikurangi in Nuova Zelanda. Il lavoro è stato pubblicato di ‘Nature Communications’.“Nelle zone di subduzione” spiega Stefano Aretusini, ricercatore dell’INGV e primo autore dello studio, “lo scivolamento sismico che avviene a profondità crostali ridotte può portare alla generazione di tsunami e terremoti. A causa delle difficoltà sperimentali nel deformare i materiali presenti in queste aree, i processi fisici che riducono la resistenza della spinta cui è sottoposta la faglia sono poco conosciuti. Analizzando in laboratorio il comportamento dei campioni prelevati nella zona di subduzione di Hikurangi”, prosegue il ricercatore, “abbiamo scoperto che le argille presenti tendono ad avere una bassa resistenza alle spinte sismiche a causa dell’acqua in pressione che trattengono al loro interno”.Per studiare il comportamento di queste argille provenienti dalla faglia i ricercatori hanno condotto degli esperimenti sui numerosi campioni raccolti durante la campagna internazionale di perforazione “Integrated Ocean Drilling Program 375” effettuata nel 2018 a largo dell’Isola Nord della Nuova Zelanda, a cui ha partecipato la professoressa Francesca Meneghini dell’Università di Pisa, seconda autrice del lavoro pubblicato.Le polveri sono state testate nel Laboratorio Alta Pressione e Alte Temperature (HP-HT) dell’INGV attraverso un sofisticato apparato, SHIVA (Slow to High Velocity Apparatus) finanziato dall’European Research Council su un progetto di Giulio Di Toro, dell’Università di Padova e co-autore di questo studio, e riproduce il “motore” dei terremoti (la faglia) permettendo di osservare quello che accade all’interno della crosta terrestre e le deformazioni subite dalla roccia sotto fortissime pressioni. All’interno di SHIVA, le polveri sono state analizzate attraverso un nuovo metodo che ha consentito di trattenere al loro interno l’acqua mentre erano deformate alle velocità tipiche dei terremoti. Attraverso i test di controllo condotti su un materiale le cui caratteristiche sono note, una polvere di marmo di Carrara, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che queste argille favoriscono lo scorrimento sismico della faglia proprio a causa della loro capacità di trattenere acqua, caratteristica che le rende più ‘deboli’

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Speciale INGV, i terremoti del 2020

Posted by fidest press agency su domenica, 10 gennaio 2021

Nel corso del 2020 la Rete Sismica Nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha localizzato 16.597 terremoti sul territorio italiano e nelle zone limitrofe. Una media di circa 45 terremoti al giorno con un intervallo di un evento ogni mezz’ora circa. “Nella mappa che abbiamo realizzato quest’anno si evidenzia che anche nel 2020 i più forti terremoti sono stati localizzati al di fuori del territorio italiano. Gli eventi sismici di magnitudo pari o superiore a 5.0 sono avvenuti in Albania, in Algeria e in Croazia, durante la sequenza sismica di fine dicembre con il forte terremoto di magnitudo Mw 6.3 del 29 dicembre, nei pressi della città di Petrinja”, afferma Alessandro Amato, sismologo dell’INGV, che sottolinea “Il numero di terremoti localizzati in Italia nel 2020 è molto simile a quello del 2019, un numero inferiore se lo si confronta con i terremoti del 2016 e 2017 caratterizzati dalla sequenza sismica in Italia Centrale, iniziata il 24 agosto 2016″. Il primo terremoto del 2020 si è verificato il 1° gennaio 2020 a Sefro (MC) solo un minuto e mezzo dopo lo scoccare della mezzanotte e l’ultimo, invece, il 31 dicembre 2020 alle ore 23:41 a Ragalna (CT), entrambi con una magnitudo inferiore a 2.0.Come sempre, invece, la Sardegna si conferma la regione con il minor numero di terremoti. Contando anche le aree marine intorno all’isola, nei 366 giorni del 2020 se ne sono registrati solo 4.“Quasi il 90% dei terremoti localizzati in Italia nel 2020 ha avuto magnitudo minore di 2.0 e, probabilmente, non è stato avvertito dalla popolazione, salvo qualche eccezione nel caso di ipocentri molto superficiali ed in prossimità di aree abitate, come quelli accaduti nelle aree vulcaniche della Campania”, spiega Maurizio Pignone, geologo dell’INGV, che prosegue “La maggior parte dei terremoti è legata a sequenze sismiche, avvenute in Italia nel 2020. Altri, invece, sono considerati eventi “isolati” come, ad esempio, il terremoto a Milano del 17 dicembre di magnitudo 3.8”. I terremoti che hanno costellato il 2020 sono “navigabili” con la mappa interattiva e con una una story map realizzata dal Team di INGV Terremoti.

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Le acque sotterranee dell’Appennino segnalano i terremoti dell’altra parte del mondo

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 ottobre 2020

Un nuovo studio, frutto della collaborazione tra Sapienza, Ingv e Cnr, ha rilevato alcune variazioni del livello delle acque di falda in Italia centrale, riconducibili a terremoti lontani, avvenuti persino in altri continenti.La “caccia” al precursore sismico continua, stavolta con un elemento in più. Come già documentato negli ultimi anni in numerosi studi, esiste una associazione tra lo scatenarsi dei terremoti e le variazioni nella circolazione delle acque sotterranee. Quello che ancora non è adeguatamente noto è come tale fenomeno riguardi anche i telesismi, terremoti lontani, avvenuti in altri continenti, i cui effetti sono avvertiti a migliaia di chilometri dall’epicentro.A far luce sulla inaspettata relazione tra sismicità e falde acquifere è un nuovo studio, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, rappresentano un ulteriore passo verso una possibile futura identificazione di precursori sismici nelle acque.I ricercatori hanno monitorato per cinque anni il livello di una falda acquifera a Popoli, in Abruzzo, dove hanno osservato, oltre ai segni lasciati da eventi sismici avvenuti nelle immediate vicinanze, un comportamento anomalo delle acque, il cui motore scatenante era dall’altra parte della Terra: sono state identificate 18 forti oscillazioni come risposta “impulsiva” delle acque sotterranee ai terremoti di magnitudo superiore a 6.5 avvenuti in tutto il mondo, anche a oltre 18.000 chilometri di distanza dal sito di osservazione.“Dall’indagine idrogeologica e sismica è emerso che le onde sismiche responsabili delle perturbazioni sono le onde di Rayleigh che viaggiano sulla superficie terrestre, raggiungendo enormi distanze – spiega Carlo Doglioni della Sapienza e presidente Ingv. Ora che abbiamo individuato le perturbazioni causate dai terremoti lontani abbiamo uno strumento in più per distinguerle dai segnali precursori indotti dai sismi vicini”.Lo studio inoltre attesta una correlazione tra la distanza del terremoto e la sua magnitudo con l’entità dell’oscillazione della falda freatica: una evidenza che conferma l’importanza di questi fattori nel controllo del comportamento delle acque sotterranee in un determinato sito, e non solo. “La natura degli acquiferi – spiega Marco Petitta del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – gioca un ruolo sicuramente fondamentale nella risposta delle acque all’attività sismica. Contrariamente a quanto avviene per gli acquiferi porosi, gli acquiferi carbonatici intensamente fratturati, come quello da noi monitorato in Abruzzo, si rivelano molto più sensibili agli eventi deformativi. Proprio questo aspetto diventa essenziale nell’identificare un sito idrosensibile alla sismicità”. Il fenomeno, recentemente evidenziato anche da uno studio simile condotto in Cina, rimane ancora materia di approfondimento del team di ricerca. Intanto i risultati dello studio aprono nuove vie sui criteri di cui tener conto nella scelta del sito che si intende monitorare e rappresentano una guida nel campo dei monitoraggi idrogeologici applicati ai fini sismici.

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Terremoti: La risalita dei gas nella crosta terrestre

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 gennaio 2020

L’elio (He), il più leggero tra i gas nobili, può dare un importante contributo alla comprensione dei processi che controllano il trasferimento dei gas attraverso la crosta terrestre e può essere utile come strumento per investigare e monitorare le deformazioni delle rocce terrestri che, in alcuni casi, possono anche generare eventi sismici.
Questi sono i risultati di uno studio multidisciplinare dal titolo “Continental degassing of helium in an active tectonic setting (northern Italy): the role of seismicity” condotto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dall’Università di Palermo, appena pubblicato sulla rivista internazionale “Scientific Reports” di Nature.“La produzione di elio radiogenico nella crosta terrestre (ossia quello prodotto dal decadimento naturale di uranio e torio) e la sua diffusione su scale temporali anche di milioni di anni può non essere il processo principale che regola il trasferimento di questo gas attraverso la crosta terrestre verso l’atmosfera”, affermano gli autori dello studio, coordinati da Antonio Caracausi, ricercatore dell’INGV. “Il trasporto di sostanze gassose attraverso la crosta terrestre, invece, può anche avere una componente episodica, determinata dalla deformazione di volumi rocciosi, cui può associarsi la sismicità”.I ricercatori hanno studiato le dinamiche che regolano questo fenomeno in aree continentali caratterizzate dalla presenza di terremoti, per capire se il degassamento attraverso la crosta terrestre fosse dominato solo da processi di diffusione su lunghe scale temporali o se fosse anche legato allo stato di deformazione e fratturazione delle rocce.
“Abbiamo analizzato i gas rilasciati in atmosfera dai vulcani di fango che si trovano nelle località di Regnano e Nirano, in provincia di Modena”, prosegue Antonio Caracausi. “Si tratta di strutture geologiche la cui formazione è legata all’emissione di fango misto ad acqua salata e gas, tra i quali metano, anidride carbonica, azoto e elio. Oltre alla composizione chimica, presso i laboratori geochimici della Sezione di Palermo dell’INGV abbiamo analizzato anche la composizione isotopica delle specie del carbonio e dei gas nobili presenti. Successivamente, l’Università di Palermo ha elaborato i modelli 3D dei serbatoi gassosi presenti nella crosta al di sotto dei vulcani di fango e che ne alimentano l’attività, unitamente all’assetto geologico-strutturale dell’area”. In questo modo i ricercatori sono riusciti a stimare i volumi di gas contenuti nei serbatoi naturali.
“Ci siamo concentrati sull’elio (He) che, essendo un gas nobile, è caratterizzato dalla cosiddetta inerzia chimica ed è, quindi, un ottimo tracciante della sorgente da cui deriva (mantello, crosta o atmosfera). Le diverse sorgenti, infatti, sono caratterizzate da un segnale isotopico nettamente differente e questo contribuisce ad identificare l’origine dei fluidi naturali”.
Gli isotopi di elio (cioè atomi del gas con massa differente) contenuti nei fluidi esaminati hanno evidenziato in maniera inequivocabile che questo gas nobile contenuto nei serbatoi naturali al di sotto dei vulcani di fango di Nirano e Regnano è di origine crostale e che il contributo di elio dal mantello o dall’atmosfera può considerarsi trascurabile.
Una volta calcolata la quantità di elio contenuta nei serbatoi naturali, è emerso che questa non può essere spiegata con l’accumulo dell’elio prodottosi nella crosta terrestre e trasferito poi nei serbatoi attraverso le rocce (sin dall’età di formazione dei serbatoi stessi da 1,8 a 4,5 milioni di anni). Gli autori, pertanto, affermano che “con studi sperimentali si è dimostrato che le rocce sottoposte ad uno sforzo rilasciano elio con maggiore facilità, grazie alla presenza di micro-fratture prodotte durante il processo di deformazione. Poiché l’area geografica studiata è sismicamente attiva, abbiamo innanzitutto indagato gli effetti delle deformazioni del suolo connesse alla sismicità locale, sulla base delle informazioni contenute nei cataloghi strumentali e storici dell’INGV”. “Il nostro studio”, afferma il ricercatore, “ha dimostrato che la produzione di elio radiogenico nella crosta e la sua diffusione su lunghe scale temporali può non essere il processo principale che regola il degassamento in aree continentali: i risultati dimostrano che il trasporto di sostanze volatili attraverso la crosta può anche avere carattere episodico, quindi impulsivo, in funzione della deformazione dei volumi rocciosi associata alla sismicità. L’importante conseguenza di questa ricerca è che l’emissione di elio può contribuire ad investigare e monitorare i cambiamenti nel tempo delle deformazioni crostali in funzione della tettonica. Questa specie gassosa può essere usata come tracciante geochimico per la comprensione della fase di preparazione dei terremoti laddove si abbia una buona conoscenza dell’origine dei fluidi nella crosta terreste, della dinamica della loro circolazione e dei processi che ne possono modificare quantità e composizione durante la loro migrazione verso la superficie”, conclude il ricercatore.

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Svelate le cause dei terremoti dell’Isola d’Ischia

Posted by fidest press agency su domenica, 22 dicembre 2019

Dopo gli eventi sismici che hanno interessato la zona di Casamicciola dell’Isola d’Ischia nell’estate del 2017, la comunità scientifica ha ritenuto necessario concentrare la propria attenzione sul fenomeno naturale che, in realtà, si era già presentato più volte nei secoli scorsi con conseguenze a volta drammatiche, come il terremoto del 1883 che causò oltre 2300 vittime.Tuttavia, la comprensione dell’attività sismica ad Ischia è stata da sempre ostacolata dalla natura vulcanica dell’isola che, con caratteristiche estremamente diversificate, complica notevolmente i fattori da considerare. Ischia è, infatti, uno dei vulcani italiani più complessi, caratterizzato tra l’altro da un impressionante sollevamento di circa un migliaio di metri, a partire da 55 mila anni fa, e da decine di eruzioni più recenti, l’ultima delle quali avvenuta nel 1302.Raccogliendo la sfida di comprendere tale sismicità in un ambiente tanto complesso, su impulso anche della Protezione Civile Nazionale, un team internazionale di vulcanologi dell’Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’Università degli Studi Roma Tre (UniRoma3) e dell’Université de Genève in Svizzera (UNIGE) ha unito le competenze diversificate in materia di monitoraggio, di modellistica e di comprensione dei processi magmatici nello studio ‘Magma Degassing as a Source of Long‐Term Seismicity at Volcanoes: The Ischia Island Case’, appena pubblicato nella rivista Geophysical Research Letters.I vulcanologi hanno così compreso che, paradossalmente, è proprio la complessa natura vulcanica dell’isola a spiegarne la sismicità, ma in modo relativamente semplice. Infatti, dati di monitoraggio raccolti per decenni mostrano che il forte sollevamento che nel passato ha portato all’emersione della cima più alta dell’isola, il Monte Epomeo, è attualmente sostituito da un lento e continuo abbassamento. Pertanto, i terremoti osservati a Casamicciola costituiscono episodi di accelerazione di tale abbassamento, innescati dalle stesse strutture sismiche che avevano causato il precedente sollevamento dell’isola.La causa dell’abbassamento di Ischia, e quindi dei terremoti di Casamicciola, è imputabile all’emissione di gas dallo stesso magma che da circa 6000 anni ha prodotto almeno 45 eruzioni, fino all’ultima del 1302. Tale degassamento, infatti, diminuisce la pressione nel sistema magmatico superficiale, abbassando di fatto l’isola.I risultati della ricerca non solo permettono di comprendere finalmente l’origine della disastrosa sismicità di Ischia, ma anche di prevedere, attraverso estrapolazioni modellistiche, che il prolungarsi del degassamento del magma possa continuare per almeno diverse centinaia di anni. Secondo gli autori, l’abbassamento in atto a Ischia potrà quindi continuare a generare sismicità nell’area di Casamicciola con caratteristiche analoghe a quanto osservato negli ultimi secoli.

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INGV, i terremoti nel mondo tra percezione e realtà

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 luglio 2019

La percezione mediatica di un aumento significativo della sismicità su scala mondiale non coincide con i dati reali deducibili da una rigorosa analisi scientifica. È quanto emerge da un post pubblicato sul Blog INGVterremoti dai ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che si sono occupati di verificare la relazione esistente tra il numero degli eventi sismici nel mondo e la crescente attenzione a essi rivolta dai cittadini e, quindi, dai media.Utilizzando il catalogo mondiale dei terremoti gestito dallo United States Geological Survey (USGS), compilato con criteri omogenei e sufficientemente completo per le magnitudo più elevate, i ricercatori dell’INGV hanno analizzato la sismicità su scala globale per magnitudo 5 o superiore nel periodo compreso tra il 1950 e il 2019.Dai risultati dell’osservazione è emerso che, per quanto i terremoti non seguano alcuna ciclicità “esatta” e i valori medi annuali siano dei parametri statistici senza alcun significato fisico, l’andamento degli eventi sismici risulta regolare e non si evidenzia nessun aumento effettivo della sismicità di maggiore energia su scala mondiale.

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Terremoti: dove è il volume fantasma?

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 marzo 2019

La sequenza sismica che si è verificata nel Centro Italia dal 24 agosto 2016 è legata all’estensione che coinvolge gli Appennini e misurata tramite la rete GPS in circa 4-5 mm all’anno. La sorpresa è che grazie alle nuove tecnologie satellitari è stato possibile misurare come il terremoto abbia determinato l’abbassamento di un volume di crosta terrestre almeno 7 volte maggiore di quello sollevato.“Attraverso l’uso di dati geodetici e tecniche interferometriche satellitari applicate a immagini radar InSAR (Interferometric Synthetic Aperture Radar)”, spiega Christian Bignami dell’INGV, “sono state acquisite immagini che hanno permesso l’esatta misurazione dei volumi di roccia mobilizzati durante il terremoto di Amatrice – Norcia”.Da circa venti anni i satelliti per l’osservazione della Terra permettono di studiare gli eventi sismici. In particolare, i satelliti che equipaggiano un sensore RADAR, il SAR (dall’inglese Synthetic Aperture Radar), sono utilizzati per misurare con precisione le deformazioni della superficie terrestre indotte dai terremoti. Situati su una piattaforma satellitare in orbita attorno alla Terra, i SAR permettono di ottenere informazioni dettagliate sotto forma di immagini. Applicando una particolare tecnica di elaborazione del segnale, l’Interferometria SAR (InSAR), è possibile analizzare e misurare i movimenti del suolo. “L’interferometria SAR”, spiegano Christian Bignami ed Emanuela Valerio, “ha permesso di estrarre l’informazione circa la distanza che ciascun punto (il pixel delle immagini) al suolo ha rispetto al SAR, consentendo quindi la misura delle variazioni avvenute nell’area ‘fotografata’ dal satellite a seguito del terremoto. È stato così possibile calcolare gli abbassamenti e sollevamenti del suolo, e i relativi volumi di roccia mobilitati dagli eventi sismici avvenuti il 24 agosto 2016 di magnitudo 6 e il 30 ottobre 2016 di magnitudo 6.5”.I risultati ottenuti pongono un quesito molto importante: dove va a finire in profondità questa massa crostale in eccesso? Il modello prevede che nella fase preparatoria del terremoto, che può durare alcune centinaia di anni, si formino nella crosta fragile (i primi 10-15 km) alcune migliaia di microfratture legate all’estensione in corso lungo la catena appenninica e quindi la creazione di un volume “dilatato” che, raggiunto uno stato limite in cui non è più in grado di sostenere il peso delle rocce sovrastanti, il volume dilatato collassi, accogliendo il volume in eccesso che si abbassa durante il terremoto, come la richiusura di una fisarmonica.“In particolare, grazie a questi dati”, aggiunge il Presidente INGV Carlo Doglioni, “è stato valutato il rapporto tra volume di roccia in subsidenza e volume in sollevamento, gettando nuova luce e conferme sul ruolo della forza di gravità nei terremoti relativi a faglie estensionali. Prossimo obiettivo è la caccia ai volumi crostali in cui lungo l’Appennino vi siano zone dilatate, prone a generare un futuro evento sismico.Lo studio Volume unbalance on the 2016 Amatrice – Norcia (Central Italy) seismic sequence and insights on normal fault earthquake mechanism, autori C. Bignami, E. Valerio, E. Carminati, C. Doglioni, R. Lanari e P. Tizzani, è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports-Nature.
We analyse the Mw 6.5, 2016 Amatrice-Norcia (Central Italy) seismic sequence by means of InSAR, GPS, seismological and geologic data. The >1000 km2 area affected by deformation is involving a volume of about 6000 km3 and the relocated seismicity is widely distributed in the hangingwall of the master fault system and the conjugate antithetic faults. Noteworthy, the coseismically subsided hangingwall volume is about 0.12 km3, whereas the uplifted adjacent volumes uplifted only 0.016 km3. Therefore, the subsided volume was about 7.5 times larger than the uplifted one. The coseismic motion requires equivalent volume at depth absorbing the hangingwall downward movement. This unbalance regularly occurs in normal fault-related earthquakes and can be inferred as a significant contribution to coseismic strain accomodated by a stress-drop driven collapse of precursory dilatancy. The vertical coseismic displacement is in fact larger than the horizontal component, consistent with the vertical orientation of the maximum lithostatic stress tensor.

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Terremoti tra memoria e prevenzione

Posted by fidest press agency su martedì, 15 gennaio 2019

Roma. Domenica 20 gennaio, dalle 10.00 alle 18.00, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) aprirà al pubblico le porte della sua sede romana in Via di Vigna Murata 605 per parlare di terremoti, memoria e prevenzione, oltre ad aprire la propria sala sismica e i laboratori dove si studiano gli eventi sismici, i vulcani e l’ambientAttraverso visite guidate, incontri con i ricercatori e percorsi didattici, l’INGV invita la cittadinanza a conoscere da vicino le attività di ricerca e di servizio dell’Ente per condividere la costante attenzione dell’Istituto verso il territorio e la mitigazione dei rischi naturali.
Dalle 11.00 alle 13.00 si svolgerà una Tavola Rotonda sul tema della giornata e dalle 14.30 alle 18.00 si terranno una serie di seminari sulle ricerche svolte presso l’INGV.
Il Presidente dell’INGV Carlo Doglioni, il Consigliere della Regione Lazio, già Sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, il Direttore Italo Giulivo del Dipartimento della Protezione Civile Nazionale e referenti del volontariato e degli ordini professionali animeranno la Tavola Rotonda. L’evento intende ricordare in particolare il terremoto del 13 gennaio 1915 della Marsica, con oltre 30.000 vittime e danni vastissimi nell’Italia centrale, rappresentando uno degli eventi sismici più distruttivi della storia d’Italia. La manifestazione si associa alla Legge della Regione Lazio che ha istituito la “Giornata regionale dell’alfabetizzazione sismica” (L.R. 18 dicembre 2018, n. 12), finalizzata alla sensibilizzazione virtuosa della società civile.

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Terremoti, arriva il tweet con la stima rapida di epicentro e magnitudo

Posted by fidest press agency su sabato, 1 settembre 2018

Dal prossimo 4 settembre, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) pubblicherà, in tempo reale, sul canale Twitter @INGVterremoti le localizzazioni preliminari dei terremoti, calcolate in modo automatico dal software della Sala di Sorveglianza Sismica di Roma.
Un paio di minuti dopo il terremoto, per gli eventi sismici di magnitudo superiore a 3, verrà rilasciato un tweet con la stima automatica dell’epicentro e della magnitudo. Ciò avverrà solo nel caso in cui i parametri di qualità indichino che le informazioni preliminari siano sufficientemente affidabili. Questa informazione verrà “twittata” a margine della comunicazione che la Sala di Sorveglianza Sismica dell’INGV fa al Dipartimento di Protezione Civile. La localizzazione e la magnitudo automatiche sono calcolate dal software senza intervento umano e sono dunque soggette alle incertezze delle coordinate ipocentrali e della magnitudo insite al sistema di calcolo. Fino a oggi l’INGV ha comunicato solo la localizzazione rivista dai sismologi di turno nella Sala di Sorveglianza Sismica, operazione che richiede fino a 30 minuti di elaborazione, in media circa 10-12 minuti dall’accadimento del terremoto.
Con questa decisione, nel caso in cui avvenga un terremoto, l’INGV intende diffondere il più rapidamente possibile una prima indicazione dell’area epicentrale e della magnitudo. La rapidità dell’informazione può andare a scapito della sua accuratezza e qualche imprecisione nella comunicazione dei dati preliminari sarà quindi possibile. Per questo motivo, magnitudo ed epicentro saranno comunicati inizialmente senza indicare valori specifici, ma fornendo un intervallo di valori per la magnitudo, mentre per quanto riguarda l’epicentro verrà indicata inizialmente la provincia dove questo ricade (o la zona se in mare o al di là dei confini nazionali).

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Individuata la sorgente magmatica dell’Etna

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 febbraio 2018

etna1.pngPotrebbe essere la Scarpata di Malta, la sorgente dei magmi che alimenta le eruzioni dell’Etna e che, in passato, ha dato vita ai vulcani dei Monti Iblei, oggi estinti. A svelarlo, lo studio, Etnean and Hyblean volcanism shifted away from the Malta Escarpment by crustal stresses, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), German Centre for Geosciences (GFZ) di Potsdam, Università degli Studi Roma Tre e di Catania. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Earth & Planetary Science Letters, Elsevier B.V.
“Eruzioni e terremoti sono parenti stretti”, spiega Marco Neri, primo ricercatore dell’Osservatorio Etneo-INGV. “Come facce opposte della stessa medaglia, entrambi i fenomeni accadono soprattutto lungo i margini delle placche tettoniche che segmentano la superficie della Terra. Esistono, però, vulcani che non seguono questa regola, perché si sviluppano all’interno delle placche tettoniche e non sui bordi. Si tratta di un vulcanismo che i geologi definiscono di tipo “intraplacca”, proprio come i vulcani che da milioni di anni eruttano lungo la Sicilia orientale”.Sebbene da cinquecentomila anni ad oggi è l’Etna ad essere molto attivo, in precedenza e per milioni di anni sono stati i Monti Iblei (un altopiano montuoso localizzato nella parte sud-orientale della Sicilia) a dominare la scena, ospitando numerosi vulcani distribuiti da Capo Passero alla Piana di Catania e da Siracusa a Grammichele.Ma qual è la sorgente che alimenta le eruzioni dell’Etna? E da dove provengono i magmi che hanno dato vita ai vulcani iblei?“Abbiamo simulato al computer i percorsi di propagazione del magma al di sotto dei vulcani iblei ed etnei fino al limite crosta-mantello, a circa 30 km di profondità”, prosegue Neri. “Nei calcoli abbiamo considerato i diversi regimi tettonici che si sono alternati in Sicilia orientale negli ultimi dieci milioni di anni. In quest’area la crosta terrestre è stata compressa oppure dilatata con diverse direzioni di estensione e compressione che hanno, a loro volta, favorito o contrastato la risalita dei magmi dal mantello verso la superficie. Il modello ha anche messo in luce la progressiva evoluzione delle faglie della Scarpata di Malta, che nel tempo si sono approfondite, aumentando il carico litostatico indotto dalle masse di roccia in deformazione”, aggiunge il ricercatore dell’OE-INGV.Gli scienziati hanno, così, scoperto che le traiettorie seguite dal magma lungo la risalita dal mantello terrestre verso la superficie non sono verticali, bensì variamente curve.“Le traiettorie del magma confluiscono, verso il basso, sia per l’Etna sia per i vulcani degli Iblei, in una stessa zona, sottostante la cosiddetta Scarpata di Malta”, afferma Neri. “Si tratta di una struttura tettonica che apre la crosta terrestre in Sicilia orientale e permette la risalita dei magmi dal mantello. Ma la Scarpata di Malta è anche un imponente sistema di faglie “sismogenetiche” situate poco al largo delle coste orientali siciliane sotto il Mare Ionio e capaci di generare terremoti. Le sue faglie si allungano per oltre trecento chilometri producendo, nel fondale marino, una scarpata profonda fino a tremila metri”.E sarebbe stata proprio la Scarpata di Malta ad aver generato, l’11 gennaio del 1693, nella Val di Noto, il sisma più violento accaduto negli ultimi mille anni in Italia: Magnitudo Mw7.4, cinquantaquattromila vittime e un devastante tsunami indotto dallo scuotimento del fondale marino.“Lo studio dimostra che anche in Sicilia orientale vulcani e faglie sismogenetiche sono espressione di un unico contesto vulcano-tettonico attivo da milioni di anni e che evolve nel tempo, spiegando perché i vulcani iblei sono oggi estinti, mentre l’Etna è ancora molto attivo. Individuare la zona di provenienza dei magmi consente anche di vincolare i modelli geochimici che indagano sul perché si formano i magmi”, conclude Marco Neri.

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Studiati in laboratorio i terremoti che generano tsunami: ecco perché si rompe il fondale oceanico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 dicembre 2017

Scienziati a bordo del RV.pngEsistono diversi tipi di tsunami, a volte generati dalla rottura di un piano di faglia, da collassi di apparati vulcanici o da grandi frane sottomarine innescate da terremoti. Uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Università di Padova e Firenze, Royal Holloway University of London, Manchester e Durham University (Regno Unito), Tsukuba e Kyoto University (Giappone), tenta di svelare i processi fisici che consentono a un terremoto di generare uno tsunami per sollevamento del fondale marino. La ricerca Past seismic slip-to-the-trench recorded in Central America megathrust, è stata pubblicata su Nature Geoscience
I terremoti sono il risultato della propagazione di una rottura lungo una superficie che attraversa la crosta terrestre chiamata faglia. La propagazione della rottura consente ai blocchi di roccia a lato della faglia di spostarsi l’uno rispetto all’altro anche di decine di metri nel caso di terremoti eccezionalmente grandi (magnitudo nove). In genere, i terremoti che producono tsunami si distinguono da quelli che interessano la crosta continentale, come i recenti terremoti di Amatrice e Norcia del 2016, per avere una velocità di propagazione della rottura più lenta (1-2 km/s) rispetto agli altri terremoti (2-4 km/s), consentire grandi spostamenti dei blocchi di faglia vicino al fondale marino, e avere un epicentro situato non lontano dalla fossa oceanica.
“Fino a pochi anni fa”, spiega Paola Vannucchi, primo autore dell’articolo e ricercatrice della Royal Holloway of London, Regno Unito – Università di Firenze, “si riteneva che le rotture sismiche non fossero in grado di propagarsi attraverso i più superficiali e soffici sedimenti marini ricchi in argilla. Inoltre, non era stata presa in considerazione la presenza in questi sedimenti di strati non consolidati dallo spessore di decine fino a centinaia di metri composti da gusci calcarei di microrganismi marini. In generale, si riteneva che il coefficiente di attrito di questi materiali aumentasse con la velocità di scivolamento lungo una faglia arrestando la rottura prima che questa arrivasse a rompere il fondale marino”.
Lo studio ha, invece, evidenziato che la propagazione, durante grandi terremoti (magnitudo maggiore di sette), determina rotture sismiche lungo faglie dalla profondità dove nasce il terremoto (circa 15-35 km per questi terremoti) fino al fondale marino. “Il grande terremoto di Tohoku (magnitudo 9.0) e conseguente tsunami che ha inondato la costa settentrionale dell’arcipelago Giapponese l’11 marzo del 2011 ha messo in discussione proprio questa interpretazione. Evidenze sismologiche, geofisiche e geologiche hanno mostrato che in questo terremoto la rottura si è propagata fino a rompere il fondale oceanico con conseguenze devastanti”, prosegue Vannucchi. La rottura del fondale oceanico è associata all’innalzamento, anche di alcuni metri per grandi terremoti, del fondale e la conseguente energizzazione della colonna d’acqua marina sovrastante. Poiché in zona di fossa oceanica la colonna d’acqua è di diversi chilometri di altezza, il sollevamento del fondale in questi particolari ambienti oceanici comporta la generazione di imponenti e violentissime onde di tsunami, alte fino a 20-30 metri (un palazzo di dieci piani) quando queste si infrangono sulla costa, come nel caso del terremoto di Tohoku. “La ricerca”, aggiunge Giulio di Toro, ricercatore dell’Università di Padova associato all’INGV, “unisce dati da perforazione di fondali oceanici effettuati nel Pacifico in prossimità della fossa che costeggia il Costa Rica (America Centrale), da progetti Integrated Oceanic Discovery Programme (https://www.iodp.org/ ), da esperimenti condotti in Italia su sedimenti marini composti da argille e gusci di microrganismi marini campionati durante la perforazione”.
Gli esperimenti sono stati effettuati conl’apparato sperimentale SHIVA (Slow to HIgh Velocity Laboratorio Alte PressioniApparatus) che con i 300 kW (equivalente alla potenza dissipata da 100 appartamenti medi Italiani) è in grado di dissipare, in provini di roccia dalle dimensioni di un piccolo bicchiere del diametro di 50mm, il più potente simulatore di terremoti al mondo. “SHIVA, progettato e installato nel 2009 presso il Laboratorio Alte Pressioni – Alte Temperature di Geofisica e Vulcanologia Sperimentali dell’INGV di Roma, è una strumentazione in grado di comprendere la meccanica dei terremoti. Queste ricerche sono state finanziate da due progetti dell’Unione Europea denominati USEMS e NOFEAR (Uncovering the Secrets of an Earthquake: Multidisciplinary Study of Physico-Chemical Processes During the Seismic Cycle e New Outlook on seismic faults: from earthquake nucleation to arrest)”, afferma Di Toro, responsabile di questi progetti. “Questa ricerca”, conclude Elena Spagnuolo, ricercatrice dell’INGV, “tenta di svelare i possibili processi fisici che consentono a un terremoto di generare uno tsunami per sollevamento del fondale marino. In considerazione del fatto che questi sedimenti calcarei sono abbastanza comuni nelle fosse oceaniche e che, in base all’evidenza sperimentale, la loro presenza agevola la propagazione di una rottura sismica fino a rompere il fondale marino, si ritiene che questo fenomeno possa essere molto frequente”.
Il Laboratorio Alte Pressioni – Alte Temperature di Geofisica e Vulcanologia Sperimentali​ è collocato ​nella sede di Roma dell’INGV.​ ​Q​ui​ sono concentrate ​molte attività analitiche e sperimentali dell’INGV​ ​a supporto delle ricerche e del monitoraggio, ma anche ​svilupp​o ​di tecnologie e di nuove metodologie d’indagine​. ​Nel laboratorio si ​portano avanti ricerche​ di ​spicco dell’​​INGV​ in ambito sismologico, vulcanologico e ambient​ale​​, alcune delle quali finanziate nell’ambito di progetti europei​. Le attività sperimentali, svolte anche in collaborazione con laboratori di altri paesi, riguardano simulazioni e misure legate alla fisica delle rocce ​e dei terremoti, ​alle proprietà chimico-fisiche dei magmi,​ e​ ​la ​modellizzazione analogica dei processi vulcanici. ​Il laboratorio è anche​ ​un ​polo di attrazione per i ricercatori italiani e stranieri. (foto: Scienziati a bordo del R/V, Laboratorio Alte Pressioni)

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Solidarietà all’Italia: 1,2 miliardi di fondi UE per contribuire alla ricostruzione dopo i terremoti

Posted by fidest press agency su sabato, 24 giugno 2017

terremotoBruxelles. La Commissione propone di mobilitare 1,2 miliardi di euro a titolo del Fondo di solidarietà dell’UE a seguito dei terremoti che hanno colpito l’Italia centrale nel 2016 e nel 2017. Si tratta della somma più alta mai stanziata in un’unica tranche.
© European Union 2017. Sin dal primo giorno la Commissione ha offerto il suo sostegno per affrontare l’immediata situazione di emergenza e si è impegnata a restare a fianco dell’Italia durante tutto il processo di ricostruzione. La proposta odierna concretizza ulteriormente tale promessa.
Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato: “Non abbiamo dimenticato. Per la sua resilienza, il suo indomabile coraggio e la sua determinazione ad andare avanti, il popolo italiano merita tutta la nostra ammirazione. Avevamo promesso di non lasciare l’Italia da sola ad affrontare questa tragedia e ora onoriamo tale impegno. L’UE sosterrà l’opera di ricostruzione nelle quattro regioni colpite e contribuirà a finanziare il restauro della Basilica di San Benedetto a Norcia. Lavoreremo insieme al governo e alle autorità locali affinché le persone che vivono in queste regioni possano chiudere questo doloroso capitolo della loro storia e costruire un nuovo futuro”.
Corina Crețu, Commissaria per la Politica regionale, ha dichiarato: “Questa somma eccezionale proveniente dal Fondo di solidarietà dell’UE aiuterà l’Umbria, il Lazio, le Marche e l’Abruzzo a sanare le ferite e a riprendersi completamente. Nel corso della mia visita in Umbria a febbraio ho ribadito la solidarietà della Commissione europea nei confronti delle persone che hanno perso tutto a causa dei terremoti e la nostra disponibilità a sostenere il processo di ricostruzione. Dalle macerie sorgeranno nuove case e nuove scuole e l’attività economica riprenderà slancio. E l’UE sarà al fianco dell’Italia lungo tutto questo cammino.”
Il Fondo di solidarietà dell’UE sosterrà le operazioni di ricostruzione e la ripresa dell’attività economica nelle regioni colpite. Il denaro può essere impiegato anche per coprire i costi dei sevizi di emergenza, degli alloggi temporanei, delle operazioni di risanamento e delle misure di protezione del patrimonio culturale, in modo da alleviare l’onere economico già sostenuto dalle autorità italiane.
Una prima tranche di aiuti per un valore di 30 milioni di euro è già stata erogata nel dicembre 2016. L’importo proposto deve ora essere approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

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Terremoti e rischi edifici scolastici

Posted by fidest press agency su sabato, 29 ottobre 2016

camerinoIn seguito al terremoto avvenuto il 26 Ottobre nel centro Italia, sono state chiuse scuole in moltissime città per verificare le condizioni delle strutture. A Camerino evacuati i collegi universitari e chiuse le sedi dei dipartimenti: studenti senza sede.
Prendono posizione l’Unione degli Studenti e Link, da sempre impegnati sul fronte dell’edilizia scolastica e universitaria. E’ inaccettabile che gli edifici in cui quotidianamente si svolgono le lezioni versino in condizioni così precarie.“Questa vicenda ci fa riflettere su quanto sia precaria la condizione delle strutture didattiche e residenziali del nostro sistema universitario, privo dei finanziamenti necessari per una messa in sicurezza capillare” dichiara Andrea Torti di Link Coordinamento Univeristario “Il governo faccia tutto il necessario per garantire la ripresa immediata delle attività dell’Università di Camerino, che è il cuore pulsante della città.”“Chiudere le scuole il giorno seguente ad un terremoto in territori sismici è indice di una totale assenza di sicurezza. Siamo preoccupati rispetto alle condizioni strutturali delle stesse, evidentemente non a norma.” afferma Francesca Picci, Coordinatrice nazionale dell’Unione degli studenti, e prosegue: “I controlli non sono negativi in sé, ma il fatto che siano state chiuse delle strutture ci dimostra che non è ancora stato raggiunto lo stato di sicurezza necessario per queste strutture.”.“Oltre agli slogan, il Governo non ha ancora preso delle misure importanti rispetto al necessario investimento in edilizia scolastica che richiederebbe il nostro paese. Nell’ultimo anno si sono registrati 117 crolli nel paese, e il 60% delle scuole italiane sono a rischio di crollo. Inoltre innumerevoli strutture universitarie si trovano in edifici storici che non hanno mai avuto un controllo antisismico. È una condizione inaccettabile che richiede un piano serio: non possiamo più accettare le condizioni fatiscenti e precarie delle strutture. Abbiamo bisogno di scuole e università sicure e adeguate alla didattica”. Concludono Link e Unione degli studenti.

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Terremoti in centro Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 ottobre 2016

terremoto«La frequenza sempre più serrata con cui si stanno susseguendo gli eventi sismici nell’Appennino centrale, oltre a catapultare nuovamente nell’angoscia popolazioni già estremamente provate dagli eventi della scorsa estate, funge da impietoso promemoria affinché non ci si dimentichi nemmeno per un attimo della fragilità complessiva del patrimonio edilizio e abitativo del nostro Paese. Sul fatto che a fare la differenza, più che l’intensità delle scosse, sia la qualità costruttiva degli edifici e la loro capacità di rispondere alle sollecitazioni dei terremoti non ci può essere alcun dubbio. Uno scatto in avanti, però, bisogna farlo anche sul fronte normativo e operativo, mettendo in piedi un piano sistematico di prevenzione e applicando grande rigore nei lavori di ricostruzione delle zone colpite».Lo dichiara l’ing. Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso l’università Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA.«Non c’è bisogno di scomodare il Giappone per trovare esempi virtuosi, li abbiamo avuti anche in Italia – prosegue Simoncini –. Basti pensare a Norcia, che dista una manciata di chilometri dalle zone devastate dall’attuale sciame sismico e che, dopo il terremoto del 1997, è riuscita a intraprendere un percorso sistematico di consolidamento del patrimonio edilizio fatto di interventi su piccola scala ma di portata decisiva: dalla sostituzione di pericolosi elementi di cemento armato con quelli di legno al collegamento dei muri tramite catene o, ancora, all’utilizzo di materiali alternativi come plastica o fibra di vetro per conferire elasticità alle pareti. L’efficacia dell’operazione è testimoniata dall’ottima tenuta della cittadina in occasione degli ultimi eventi. In fatto di ricostruzione, invece, non c’è dubbio che quanto accaduto in Friuli all’indomani del terribile terremoto del 1976 può costituire un valido esempio: la proficua collaborazione fra Governo centrale ed enti locali, unita al lodevole impegno dei privati, fece in modo da rimettere in piedi case, edifici pubblici e fabbriche in tempi accettabili e di preservare il tessuto sociale e la memoria collettiva dei singoli paesi. Prevenzione e ricostruzione, però, non possono prescindere da un’azione decisa dell’Esecutivo: sia attraverso una politica sul medio periodo di defiscalizzazione e di incentivi per chi esegue lavori di adeguamento antisismico su abitazioni e luoghi di lavoro sia con un intervento legislativo cogente nei confronti di quelle Regioni e quei Comuni più refrattari alla messa in sicurezza dei propri cittadini».

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Terremoti: quanti uffici di polizia sono sicuri?

Posted by fidest press agency su domenica, 4 settembre 2016

ministero interni“Chiediamo al Governo ed al Dipartimento di sapere quanti Uffici di Polizia, Questure, Commissariati, caserme, sono sicuri ed in regola con le normative in materia di sicurezza sismica”. E’ quanto si chiede Franco Maccari, Segretario Generale del COISP – il Sindacato Indipendente di Polizia. “Il terremoto che ha devastato l’Italia centrale – prosegue Maccari – ha richiamato l’attenzione sull’elevato rischio sismico del nostro Paese, ma ha anche evidenziato la necessità di garantire la sicurezza e l’agibilità delle strutture pubbliche necessarie ai soccorsi, dalla viabilità agli ospedali, ai presidi di sicurezza e ordine pubblico. E’ chiaro che in caso di terremoto o di altre calamità è necessario che restino pienamente efficienti e funzionali, oltre che facilmente raggiungibili, gli uffici operativi e logistici da cui vengono coordinati i soccorsi e l’assistenza immediata alla popolazione. La realtà è che la maggior parte degli uffici di Polizia sono ospitati in edifici inadeguati, vecchi, fatiscenti, e probabilmente non rispondenti alle più recenti normative in maniera sismica, con la conseguenza che in caso di terremoto chi dovrebbe intervenire per soccorrere la popolazione rischia invece di restare intrappolato, o peggio ucciso, nei crolli delle strutture. E’ questo un tema di straordinaria rilevanza, non solo per l’incolumità degli Operatori delle Forze dell’Ordine, ma per tutti i cittadini dei territori ad elevato rischio sismico, che di fronte ad un evento calamitoso drammatico non possono contare sull’efficienza della macchina dei soccorsi. E’ urgente una ricognizione seria ed onesta della situazione di sicurezza degli Uffici di Polizia, e servono consistenti ed immediati investimenti per l’adeguamento delle strutture o meglio, dove si rende necessario, con la costruzione di nuovi edifici sicuri ed a norma”.

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Italia: circa 2000 terremoti l’anno

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2012

Il nostro è un Paese sismicamente vulnerabile, con edificati in larga parte ancora poco idonei a resistere bene ai terremoti e/o ubicati in zone geologicamente poco idonee”. Affermazioni chiare quelle del geologo siciliano Gian Vito Graziano , Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Non bisogna dimenticare che nel nostro territorio, sono state individuate ben 36 diverse zone sismogenetiche, nelle quali, statisticamente, si originano circa 2000 terremoti l’anno – ha affermato Giovanni Calcagnì del Consiglio Nazionale dei Geologi (CNG) – aventi magnitudo superiore ai 2.5 gradi Richter. Di questi duemila eventi sismici almeno uno all’anno, è sopra la soglia del danno significativo, compreso quindi tra 5 e 6 gradi ed uno ogni 10-20 anni è gravissimo, tra 6 e 7 gradi Richter. La situazione dunque è notevolmente seria e preoccupante”. “ Ben 4.600 morti per terremoti, 500.000 senza tetto e 150 MLD di Euro spesi per il dopo emergenza. Questi sono i dati riguardanti l’Italia ed esattamente gli ultimi 40 anni . Adesso però qualcosa si sta muovendo. Sul fronte della prevenzione sismica – ha proseguito Giovanni Calcagnì,Consigliere Nazionale dei Geologi – nel nostro Paese è in atto un’importante iniziativa su tutto il territorio nazionale, coordinata e controllata dal Dipartimento Nazionale Protezione Civile, per finanziare il rafforzamento degli edifici strategici e di procedere alla realizzazione degli studi di microzonazione sismica a scala comunale, dell’intero territorio italiano”. Pieno apprezzamento all’iniziativa arriva dal Consiglio Nazionale dei Geologi “Tale progetto nazionale risulta di grande modernità, sociale e culturale poiché nei principi ispiratori e negli obiettivi si ripromette di individuare e quantificare le amplificazioni sismiche dei siti – ha affermato Gian Vito Graziano Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi – oltre che mappare i luoghi in cui, in caso di terremoto, si potrebbero verificare fenomeni amplificativi del danno, quali frane sismicamente indotte, sprofondamenti, liquefazione dei terreni di fondazione degli edifici. E’ un passo in avanti per una Nazione come l’Italia dove entro il 2016 , per la prevenzione sismica intesa come interventi di rafforzamento e miglioramento sismico degli edifici ed infrastrutture strategiche, per l’attuazione dei piani di protezione civile e per la microzonazione sismica si investiranno 960 MLN di euro, pari tuttavia solo all’1% di quanto si stima occorrerebbe per mettere in sicurezza sismica il Paese. Bisogna fare di più” . I geologi rivolgono un ennesimo appello alle istituzioni affinché si possa accelerare sulla prevenzione dal rischio sismico. “La vulnerabilità sismica Italiana è soprattutto quella dei fabbricati esistenti, edificati fino agli anni ottanta, che in genere sono stati progettati e realizzati senza criteri antisismici – ha continuato Graziano – e/o in zone spesso geologicamente poco idonee dal punto di vista sismico. Si tratta di percentuali rilevantissime di edificato che, in ogni comune di ogni regione italiana (esclusa forse solo la Sardegna), pesa come un macigno sul rischio sismico attuale. Prendiamone atto e sensibilizziamo l’opinione pubblica e i politici ad essere consapevoli della situazione”. E’ previsto che ai privati cittadini verranno assegnati, attraverso bandi comunali, una piccola quota dei fondi necessari per la messa in sicurezza antisimica delle loro abitazioni.
Prevenzione sismica dunque “sempre più necessaria e coerente – ha sottolineato Gian Vito Graziano. Oltre al Miglioramento Sismico dell’edificato esistente ed alla Microzonazione Sismica, passa molto anche e soprattutto attraverso i Piani Comunali di Protezione Civile, la loro corrispondenza con i reali rischi del territorio locale, l’adeguatezza delle strutture e delle connessioni fisiche degli edifici e delle aree deputate a svolgere funzioni strategiche operative in caso di emergenza, l’educazione sismica della popolazione. In tal senso bisogna impegnarsi molto, e soprattutto i comuni devono agire, poiché, oltre al rischio sismico vi è da gestire quotidianamente, localmente, il pesantissimo dissesto idrogeologico del nostro Paese”.

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Iscrizioni al volontariato civile

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 ottobre 2011

Protezione Civile - Servizio Sicilia Orientale

Image via Wikipedia

Trapani. L’Associazione Onlus G.I.V.A. Gruppo Internazionale Volontariato Arcobaleno – Comitato Provinciale di Trapani- comunica che sono aperte le iscrizioni all’associazione di volontariato e di Protezione Civile per l’anno 2012. Il sodalizio ha come obiettivo di concorrere e
sensibilizzare l’opinione pubblica ai temi e le problematiche legate alla prevenzione e gestione delle emergenze (terremoto, maremoto, incendi boschivi, emergenze sanitarie, ecc…) del miglioramento della preparazione tecnica mediante svolgimento delle pratiche di addestramentoe formazione dei volontari al fine di consuguire una maggiore efficienza dell’attività svolta
dall’organizzazione, attività di divulgazione e diformazione dei cittadini, anche mediante esercitazioni periodiche volte a favorire la diffusione della cultura di protezione civile nonchè l’adozione dei comportamenti individuali e collettivi utili a ridurre i rischi derivanti da eventi calamitosi e ad attuarne le conseguenze. http://www.associazionegiva.eu

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La traumatologia nei terremoti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 settembre 2010

Chieti, 23 settembre, dalle ore 15 – a sabato 25 settembre presso l’Auditorium del Rettorato, 69° Congresso nazionale. A Chieti esperti a confronto sulla risposta terapeutica ai pazienti colpiti dal sisma. Per condividere tale esperienza con gli altri professionisti del settore e proporre spunti di riflessione e di crescita, la Società italiana di ortopedia e traumatologia dell’Italia Centrale ha deciso di tenere a L’iniziativa, cui parteciperanno esperti nella gestione e organizzazione in caso di eventi catastrofici, è curata dalle unità di Ortopedia e traumatologia delle Facoltà di Medicina e chirurgia di Chieti e L’Aquila. Il congresso, nel quale saranno proposti i recenti progressi in materia di chirurgia ortopedica, è presieduto dai professori Vincenzo Salini dell’Università di Chieti e Vittorio Calvisi dell’Università dell’Aquila. Presidenti onorari sono Claudio Alberto Orso e Luigi Romanini, responsabile scientifico Stefano Flamini dell’Ortopedia e traumatologia dell’Aquila.

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